Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Naomi Osaka – Ubitennis

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Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Naomi Osaka

Dopo Belinda Bencic, Jelena Ostapenko e Daria Kasatkina un’altra diciottenne sale alla ribalta del tennis femminile. Il Giappone ha trovato una futura top ten?

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Quando, nel mesi di marzo, mi sono occupato di Jelena Ostapenko e Daria Kasatkina, le due giocatrici nate nel 1997 che insieme a Belinda Bencic avevano formato un trio di tenniste straordinariamente precoci, pensavo di avere esaurito l’argomento, quanto meno per la stagione 2016. Mi pareva che tre teenager in grado di diventare protagoniste della WTA costituissero già un dato eccezionale; invece nel giro di qualche mese altre due loro coetanee sono state in grado di affermarsi.

Ecco perché sono “obbligato” a tornare sul tema, trattando separatamente le imprese di Naomi Osaka e Ana Konjuh. Anzi, anticipo che, salvo imprevisti, gli articoli saranno tre: uno su Osaka, uno su Konjuh, e uno di panoramica, analisi e confronto di queste cinque teenager così speciali. E se nessuno può leggere il futuro per avere la certezza che tutte le promesse saranno mantenute, già oggi siamo comunque di fronte a un dato di fatto: “la leva tennistica del 1997” è incredibilmente ricca di talenti precocissimi.

Dopo l’exploit a Tokio, Naomi Osaka è la novità del momento: entrata in tabellone come wild card, ha sconfitto Doi, Cibulkova (6-2, 6-1), Sasnovich, Svitolina, perdendo solo in finale da Wozniacki.
Ma il torneo di Tokio non è stata la sua unica impresa stagionale. Nel 2016 per la prima volta è entrata nel tabellone principale degli Slam, e su tre Major giocati tre volte è approdata al terzo turno. Quindi pochi timori reverenziali, ma al contrario la capacità di esprimersi bene anche nei grandi eventi, superando la timidezza dell’età.

 

Del resto Osaka ha avuto una carriera abbastanza anomala, che ha trascurato i tornei junior a favore dell’impegno nei tornei ITF professionistici statunitensi sin da quando aveva 14 anni. In questo ricorda il percorso che scelse Richard Williams per le sue figlie Venus e Serena.
E, come Serena, anche Naomi ha una sorella maggiore di poco più di un anno, che gioca a tennis (si chiama Mari, e in questo momento è numero 704 WTA). Eccola intervistata:

Le somiglianze con Serena non sono finite qui: proprio come per le sorelle Williams è stato il padre ad avviare le figlie al tennis e a fare loro da allenatore; un apprendistato famigliare poi integrato dalla collaborazione con academy di tennis in Florida: quella di Bollettieri per le sorelle Williams, la ISP Academy per le sorelle Osaka (poi la Pro World Academy).
In questi rimandi tra la ex numero uno del mondo e la “baby” giapponese vanno citati almeno altri due aspetti: Serena è da sempre l’idolo di Naomi, e d’altra parte la stessa Williams ha già espresso parole di elogio su di lei dopo averla vista giocare agli Australian Open.

Ma come mai una giapponese ha così tanti punti in comune con una giocatrice statunitense?
La vicenda di Naomi è quella di una ragazza che racchiude in sé un mix di etnie e culture. È nata a Osaka (no, non ho fatto confusione con il cognome, è effettivamente nata nella seconda città del Giappone) il 16 ottobre 1997. La madre, si chiama Tamaki Osaka, mentre il padre è haitiano e si chiama Leonard Francois. Ecco una foto di famiglia (tratta dal profilo facebook di Naomi):

Famiglia - Naomi Osaka

Dopo i primi tre anni trascorsi in Giappone la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti, e alla stessa età Naomi inizia con il tennis. Quando appare evidente che le sorelle possiedono un talento superiore, papà Leonard si accorda con la federazione tennis giapponese per avere un aiuto economico, e da quel momento entrambe giocano ufficialmente per la nazione di origine della madre. Naomi ha raccontato in alcune interviste che era troppo piccola per compiere la scelta in prima persona, ed è stato quindi il padre a decidere, tenendo conto della migliore proposta che aveva ricevuto, visto che anche la USTA (la federazione tennis USA) si era fatta avanti.
Ma indipendentemente dalla scelta di bandiera, Osaka ha una formazione culturale e tennistica sostanzialmente statunitense; parla poco il giapponese, e preferisce essere intervistata in inglese, anche se sta sforzandosi di recuperare la lingua materna, consapevole che sia un elemento importante per il suo futuro professionale.

Da giocatrice Osaka comincia a farsi le ossa negli ITF americani, a cui aggiunge qualche trasferta in Giappone, approfittando del fatto che la federazione le procura wild card nei tornei di casa. A 15 anni, nell’agosto 2014, raccoglie il primo grande risultato quando sconfigge Samantha Stosur nel torneo di Stanford (disputato dopo aver passato le qualificazioni); è la conferma delle sue grandi doti, che la portano rapidamente a scalare il ranking: numero 1028 nel 2012, numero 450 nel 2013, numero 203 nel 2015, fino al numero 47 di questa settimana.

Secondo i dati WTA Osaka sarebbe alta 1,80 per 69 kg. Si sa che il peso indicato nelle schede WTA è spesso inattendibile, mentre normalmente l’altezza si avvicina di più alla realtà. In questo caso direi forse che il dato della statura potrebbe essere un po’ generoso: toglierei due-tre centimetri; mentre, considerando la struttura fisica solida e potente, non penso possa pesare meno di quanto indicato.

La prima volta che l’ho seguita, in Tv, ho avuto la sensazione che avesse veramente qualcosa di speciale: un timing molto preciso le permetteva di far viaggiare la palla a una velocità superiore; poteva reggere scambi ad alto ritmo, ma anche modulare la potenza per poi accelerare in modo definitivo, lasciando ferma l’avversaria. Il tutto con apparente facilità, tanto che dentro di me ho fatto un ragionamento ben poco tecnico e articolato. Ho direttamente pensato: “Questa ragazza è davvero forte. Ma proprio forte-forte”.
Poi è intervenuto il mio lato meno impulsivo, quello del pompiere che prova a spegnere gli eccessi di entusiasmo. Allora ho cercato di razionalizzare la prima sensazione, dicendomi che magari era in giornata di grazia, che forse l’avversaria le offriva il tipo di palla con cui si trovava meglio, che andava verificata nel tempo, che di illusioni e promesse non mantenute è piena la storia del tennis, etc etc.
Di sicuro era un nome di cui tenere conto per i tornei a venire. Purtroppo non ho potuto seguirla dal vivo a Wimbledon, che Osaka ha dovuto saltare a causa di un problema al ginocchio sofferto durante un match a Birmingham, e quindi la mia curiosità è rimasta inappagata.

È capace di tirare la prima di servizio a oltre 200 Km/h (dato misurato agli Us Open: 125 miglia contro Coco Vandeweghe, un valore che la colloca tra le prime dieci della storia dell’intera WTA), e possiede due fondamentali da fondo campo estremamente temibili.
Nelle interviste dichiara di avere il dritto come colpo preferito, ed effettivamente è quello con il quale riesce a raggiungere i picchi di velocità maggiore. È quello il colpo sul quale da ragazzina ha cominciato a costruire  il proprio tennis, con l’obiettivo di mantenere il comando dello scambio. Però credo si debba riconoscere che con il rovescio ha compiuto enormi progressi, tanto da essere diventata quasi altrettanto incisiva.
Confrontando come gioca in questo filmato di tre anni fa rispetto al 2016, emerge l’evoluzione dei colpi. Oggi, quando vuole, con il rovescio riesce a velocizzare la testa della racchetta al momento dell’impatto, producendo una specie di schiaffo che frusta ulteriormente la palla imprimendole un surplus di velocità.

Il dritto invece lo spinge trasferendo in modo ancora più completo il peso di tutto il corpo: forse è per questo che se non riesce ad arrivare ben coordinata sulla palla può sbagliarlo in modo più evidente. Quando invece ha la possibilità di eseguirlo al meglio è in grado di produrre velocità devastanti.

Ad esempio chi ha seguito il suo match di settimana scorsa contro Svitolina a Tokio si sarà forse chiesto perché Elina cercasse di impostare gli scambi sulla diagonale dei rovesci, senza provare a cambiare qualcosa, malgrado il punteggio a sfavore (avrebbe poi finito per perdere 6-1, 3-6, 2-6). Direi che la risposta sta in due aspetti: il rovescio è il colpo più sicuro di Svitolina, ma soprattutto penso che Elina ricordasse l’esperienza della sconfitta agli Australian Open, quando aveva subito la bellezza di 19 vincenti di dritto, a fronte di appena 3 vincenti di rovescio.

https://youtu.be/kHzE7Kd8XuM?t=4

E il resto del gioco? Al momento di scrivere questo articolo mi sono reso conto che non ero in grado di esprimere un fondato parere su molti colpi: possibile che non ricordassi come giocava in certe situazioni? Ho provato allora a fare una verifica sulla scorta delle statistiche dettagliate che vengono tenute negli Slam.
Ebbene, su nove match disputati nei Major, per un totale di 21 set, risultano rilevate la miseria di 5 volèe. Addirittura nei tre incontri di Melbourne i dati ufficiali parlano di zero volèe e zero colpi di volo sopra la testa (smash e volèe alte, i cosiddetti “overhead strokes”).
E’ vero che le statistiche registrano solo i colpi definitivi (nel bene o nel male) ma trattandosi di volèe non è che il dato si allontani molto da quello complessivo. Delle 5 volèe registrate negli Slam, 3 le ha eseguite contro Madison Keys (due di queste sbagliate), una contro Duan Ying-Ying agli US Open e una contro Simona Halep a Parigi. Stop. Non c’è altro.
Smorzate? Un solo drop-shot in nove partite (di rovescio, sbagliato) contro Elina Svitolina a Melbourne. Numeri davvero marginali.

Al momento siamo quindi di fronte a una giocatrice quasi del tutto monodimensionale, non in grado di costruire il proprio tennis sulla verticale. Si tratta di aspetti ancora tutti da scoprire, che possono essere considerati in maniera opposta: in una visione negativa si potrebbe pensare che, se in futuro non riuscisse a svilupparli, si troverebbe ad avere molti limiti. Al contrario in una visione positiva significherebbe che Osaka ha di fronte a sé grandi margini di miglioramento, che le permetterebbero di diventare ancora più forte.
Aggiungerei infine che, pur non essendo dello stesso livello del gioco offensivo, anche quello di contenimento è abbastanza efficace, logica conseguenza di una discreta mobilità e di una naturale capacita di coordinazione.

Quanto possano essere alti i suoi picchi di gioco già oggi, lo ha sperimentato agli ultimi US Open Madison Keys: la testa di serie numero 8 del torneo ha rischiato di essere eliminata quando si è trovata sotto 1-5 nel set decisivo. Poi Keys è riuscita a ribaltare il match (vincendolo 7-5, 4-6, 7-6), impegnandosi come non mai nel gioco difensivo (perché contro Osaka anche Madison Keys è costretta in diversi frangenti a difendersi), e approfittando del braccino che ha bloccato Naomi al momento di chiudere il match. Ma anche in una giornata non positiva è emerso prepotentemente il suo grande potenziale. Tanto che dopo quel match e dopo l’impresa di Tokio sono stati in diversi a predirle un futuro da protagonista del circuito.

Al di là degli aspetti tecnici, sarà in ogni caso interessante scoprire come evolverà nelle prossime stagioni Naomi Osaka in quanto personaggio della WTA, soprattutto in caso riuscisse a sfondare ad altissimi livelli.
Messa sotto contratto dalla Adidas fin dal 2014, secondo il suo manager ha la possibilità di incontrare l’interesse di un pubblico (e di conseguenza di un mercato) molto vasto ed eterogeneo. Una multiformità legata alle sue origini, e all’immagine del tutto particolare: ragazza di colore con gli occhi a mandorla, cresciuta con una cultura americana ma anche con una seconda lingua orientale e un padre che la lega ad Haiti. Il New York Times in un articolo dedicato a lei ha raccontato come a volte questo mix possa generare qualche qui pro quo, visto che Naomi ama fare battute, ma il suo senso dell’umorismo è poco compreso in Giappone. In compenso sa utilizzare in modo appropriato l’inchino, secondo i modi tipici della cultura orientale.

Lei si sente a tutti gli effetti una ragazza della sua epoca, a volte perfino troppo. Come quando, dopo i successi di Melbourne, le avevano chiesto quali fossero i suoi obiettivi di carriera e ha risposto:I wanna be the very best, like no one ever was”. Di fronte allo sconcerto dei giornalisti per l’affermazione quantomeno azzardata, ha chiesto scusa spiegando che si trattava di una citazione della sigla dei cartoni animati Pokemon, e pensava che anche loro la conoscessero:

L’intervista era del gennaio 2016, prima del ritorno in auge a livello mondiale dei “mostriciattoli”, grazie al gioco per gli smartphone. Quindi forse aveva ragione lei: volendo cercare un legame tra Giappone e Occidente, che cosa si può trovare oggi di più diffuso e popolare dei Pokemon?

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Due Slam e il numero 1 del mondo

Da Chris Evert a Naomi Osaka venti giocatrici sono riuscite a raggiungere il primato nel ranking e vincere almeno due Major. Ma solo cinque vantano un record ancora più difficile

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Serena Williams, Chris Evert, Naomi Osaka - US Open 2018

Con il successo agli ultimi Australian Open Naomi Osaka ha compiuto una impresa significativa: ad appena 21 anni ha già vinto due tornei dello Slam e conquistato il numero 1 del mondo. Non si tratta di risultati da poco, tanto che da quando esiste il ranking WTA ufficiale (dal 1975), solo 20 tenniste possono vantare di esserci riuscite. Ecco un breve excursus nel passato per ricordarle, e per provare a inquadrare storicamente l’impresa di Osaka.

Chris Evert
Secondo le regole WTA, Chris Evert va considerata la prima numero 1 del mondo dell’era contemporanea. Il 3 novembre 1975 è il giorno che corrisponde all’inizio della definizione delle classifica con criteri automatici e prestabiliti (oggi noi diciamo del “computer”), in modo simile a quanto si fa ancora oggi. Di conseguenza questa data è un discrimine che inaugura un’epoca e chiude con il passato, escludendo le giocatrici che prima di Evert erano state definite numero 1 con criteri differenti.

Evert diventa numero 1 del mondo avendo già vinto alcuni Slam, a partire dal 1974. Nel suo caso subito dopo il primo Major aveva conquistato anche il secondo consecutivamente, nel giro di pochissimi giorni; infatti in un memorabile periodo di giugno-luglio, vince prima il Roland Garros 1974, poi la settimana successiva il torneo di Eastbourne (in finale su Virginia Wade) e infine Wimbledon 1974. Chris si aggiudica i primi due Slam contro la stessa avversaria in finale: la sovietica Olga Morozova. 6-1, 6-2 a Parigi, 6-0, 6-4 a Londra. Curiosamente insieme a Morozova gioca (e vince) il doppio nello stesso Roland Garros.

 

Ricordo però che la diciannovenne Evert (è nata il 21 dicembre 1954) riesce ad aggiudicarsi il primo Major alla quarta finale Slam disputata, dato che aveva perso la partita decisiva tre volte nel 1973: al Roland Garros da Margaret Court, a Wimbledon da Billie Jean King e agli Australian Open da Evonne Goolagong.

Evonne Goolagong
Dicevo sopra che la prima classifica che la WTA considera ufficiale e comparabile con quelle attuali risale al 1975; Goolagong è dunque la seconda giocatrice a conquistare il primato nel ranking. Evonne rimane in cima al ranking per appena due settimane, sufficienti però a farla rientrare nei criteri di questo articolo.
Goolagong, che è nata il 31 luglio del 1951, raggiunge il primato in classica in età relativamente matura, nel 1976, quando ha già compiuto un importante tratto di carriera. Questione differente la vittoria negli Slam: vince infatti i primi Major poco prima di compiere 20 anni, e li conquista consecutivamente proprio come Evert: Roland Garros 1971 e Wimbledon 1971. Due successi arrivati al termine di due derby australiani in finale: 6-3, 7-5 su Helen Gourlay a Parigi e 6-4, 6-1 a Margaret Court a Londra.

Prima di queste vittorie Goolagong aveva già disputato, e perso, una finale Slam, agli Australian open 1971, ancora contro Margaret Court. Quegli Australian Open 1971 si giocarono nel mese di marzo sull’erba di Sydney.

Martina Navratilova
Terza numero 1 del mondo è Martina Navratilova, che dal 1976 si alterna ai vertici WTA con Chris Evert, in una rivalità straordinaria che ha segnato in modo indelebile la storia del tennis: 80 partite complessive, 60 finali. (A chi fosse interessato consiglio un documentario del 2010, “Unmatched”, costruito su una lunga intervista ad entrambe).

Navratilova raggiunge il primato del ranking prima ancora di vincere un Major; come per Chris, anche per Martina il successo arriva dopo aver perso alcune finali Slam, nel 1975: in Australia da Goolagong e in Francia da Evert. La terza occasione è quella buona. Nei primi successi Slam di Navratilova la rivale sconfitta è sempre Chris Evert: a Wimbledon 1978 (2-6, 6-4, 7-5) e Wimbledon 1979 (6-4, 6-4). Ricordo che, essendo nata il 18 ottobre 1956, Navratilova ha 21 anni compiuti quando ottiene il primo Major.

Tracy Austin
Per più di dieci anni, dal 1976 al 1987, Evert e Navratilova dominano il tennis femminile, conquistando la gran parte degli Slam e monopolizzando i vertici del ranking. Dietro di loro chi si ritaglia più spazio è Hana Mandlikova, con 4 successi negli Slam, senza però mai conquistare il primato della classifica. Chi invece riesce a raggiungere il numero 1 del mondo, per 22 settimane del 1980, è Tracy Austin. Una parentesi breve, anche perché breve è la carriera di Austin: nata il 12 dicembre 1962, è una autentica enfant prodige, in grado di affermarsi tra le professioniste già a 14 anni, ma presto costretta al ritiro a causa di gravi problemi alla schiena.

Fra il 1979 e il 1981 Austin vince 24 tornei. Tracy ha disputato due sole finali Slam in carriera, e le ha vinte entrambe. US Open 1979: 6-4, 6-3 contro Evert; e due anni dopo ancora a New York: US Open 1981, 1-6, 7-6(4), 7-6(1) contro Navratilova. Ricordo l’età del primo successo Slam di Austin: nel settembre 1979 aveva appena 16 anni, dato che è nata il 12 dicembre 1962.

Steffi Graf
Chi ha chiuso l’era Evert- Navratilova, per aprirne una nuova quasi altrettanto lunga, è stata Steffi Graf. Numero 1 a partire dall’agosto 1987, ha tenuto il primato per più settimane di tutte, 377 in totale. Il suo primo successo Slam arriva in occasione della prima finale disputata, al Roland Garros 1987: 6-4, 4-6, 8-6 a Martina Navratilova. Partita giocata il 6 di giugno; essendo nata il 14 giugno 1969, significa che in quel momento Steffi non ha ancora 19 anni, per poco meno di 10 giorni.

Per vincere il secondo Slam, Graf deve aspettare l’anno successivo, visto che nel 1987 avrebbe perso in finale sia a Wimbledon che agli US Open, sempre da Martina Navratilova. Dunque il secondo Major in carriera arriva con il successo agli Australian Open 1988. Un successo che inaugura una stagione eccezionale, che le vale addirittura il Grande Slam, a cui va aggiunta anche la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Seoul. Nel suo secondo successo Slam, sul cemento di Melbourne 1988, Steffi sconfigge Chris Evert per 6-1, 7-6(3).

a pagina 2: Da Monica Seles a Jennifer Capriati

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Aryna Sabalenka: l’apparenza inganna

Nuova Top 10, Sabalenka sta attraversando una fase di evoluzione del proprio gioco, verso un tipo di tennis molto più ricco di quanto spesso raccontato

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Aryna Sabalenka

Raramente un ingresso in Top 10 è stato così poco celebrato quanto quello recente di Aryna Sabalenka. Eppure questo traguardo è da sempre considerato come significativo, degno di note e riconoscimenti. Ma questa volta non è stato così: avvenuto il lunedì successivo agli Australian Open, è passato quasi sotto silenzio, probabilmente per due ragioni diverse. La prima è legata alle circostanze giornalistiche: Sabalenka infatti è entrata in Top 10 negli stessi giorni in cui Naomi Osaka ha vinto il secondo Slam ed è diventata la nuova numero 1 del mondo.
Però, a mio avviso, c’è una seconda ragione, per cui la conquista di Aryna non è stata celebrata: in realtà, se la aspettavano un po’ tutti; era solo una questione di tempo, di aritmetica, di punti in scadenza… Insomma, di dettagli; ma prima o poi doveva accadere.

Sotto questo aspetto mi sembra di essere tornato al 2015, quando in Top 10 era entrata per la prima volta Garbiñe Muguruza; anche lei giovane rampante, individuata con ampio anticipo come promessa dal sicuro avvenire. E, come Aryna, in possesso di un tennis dominante, che le permetteva di giocarsela alla pari con le più forti. E poi così è stato, almeno fino a quando Garbiñe non ha sperimentato la difficoltà di mantenersi ai vertici in termini di motivazioni, responsabilità, impegno. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe fuori tema. Oggi è il momento di ricapitolare i progressi di Sabalenka, per cercare di comprendere meglio la sua situazione, con uno sguardo rivolto al futuro.

Qualche dato per cominciare. La Media Guide 2019 di WTA (che si può scaricare QUI) a pagina 145 elenca le giocatrici capaci di entrare per la prima volta in Top 10 negli ultimi due anni. Tra parentesi la data di ingresso fra le prime dieci:

 

Svitolina (27 feb. 2017)
Ostapenko (11 set. 2017)
Garcia (9 ott. 2017)
Mladenovic (23 ott. 2017)
Vandeweghe (6 nov. 2017)
Goerges (5 feb. 2018)
Stephens (2 apr. 2018)
Osaka (10 set. 2018)
Bertens (8 ott. 2018)
Kasatkina (22 ott. 2018)
Sabalenka (28 gen. 2019)

Una lista di nomi eterogenei per età e per storia: per alcune giocatrici l’ingresso fra le prime dieci appare come il coronamento di una intera carriera, per altre come un exploit difficilmente sostenibile a lungo termine; per altre ancora, le più giovani, come un trampolino di lancio verso obiettivi ancora più ambiziosi. È il caso di Sabalenka, entrata fra le “elette” a 20 anni appena compiuti, essendo nata a Minsk il 5 maggio 1998.

Secondo dato: la progressione nel ranking. Ricordo che Aryna ha avuto una carriera da junior piuttosto limitata, senza particolari risultati: migliore classifica numero 225, e nessuna partecipazione agli Slam di categoria. Da professionista scala il ranking WTA molto in fretta: numero 548 nel 2015, 159 nel 2016, 78 nel 2017, numero 11 nel 2018. Dunque una crescita rapidissima e costante. L’anno che la fa conoscere al mondo è il 2017, quando supera brillantemente il passaggio dai tornei ITF ai tornei WTA, consolidandosi su alti standard negli ultimi mesi di stagione.

Ma forse la spinta decisiva arriva dalla Fed Cup: comincia a essere schierata come titolare in singolare, e da “numero 2” del team spalleggia le imprese di Aliaksandra Sasnovich, fenomenale quell’anno nella competizione a squadre. In febbraio la Bielorussia supera l’Olanda: Aryna sconfigge Michaella Krajichek e perde solo 4-6, 7-6(6), 6-4 da Kiki Bertens, mancando un match point nel tiebreak del secondo set. Poi Sabalenka sconfigge Golubic in semifinale contro la Svizzera, prima di superare anche la campionessa in carica degli US Open Sloane Stephens nella finale, sfuggita contro gli USA solo al termine del doppio decisivo. Nella crescita della stagione va ricordata anche la finale di Tianjin in ottobre, persa 7-5, 7-6(8) contro Maria Sharapova.

Non ha senso ripercorrere nel dettaglio tutto il 2018: QUI si possono leggere i risultati completi, con 51 vittorie totali. In estrema sintesi, della stagione scorsa direi questo: Sabalenka si afferma in modo definitivo come una giocatrice capace di sconfiggere qualsiasi tipo di avversaria, anche di vertice, come si deduce dal bilancio contro le Top 10 (otto vittorie e appena quattro sconfitte).

a pagina 2: Le caratteristiche tecniche di Aryna Sabalenka

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Il più bello Slam degli ultimi anni

Gli Australian Open 2019 si candidano a diventare una pietra miliare del tennis femminile del periodo più recente

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Karolina Pliskova e Serena Williams - Australian Open 2019

Questa settimana mi spetta un compito difficile: provare a dimostrare che martedì scorso a proposito degli ultimi Australian Open non ho usato una definizione esagerata o campata in aria. Dunque: perché sono stati “il più bello Slam degli ultimi anni”?

Innanzitutto rimando alle prestazioni delle due finaliste, Osaka e Kvitova, di cui ho parlato sette giorni fa. Qui aggiungo altri quattro motivi. Il primo: il torneo ha confermato, sul campo, uno degli aspetti che alla vigilia lo rendevano particolarmente interessante; ci ha offerto un ricchissimo confronto generazionale, aperto come non mai a tenniste di ogni età. Ha vinto la 21enne Osaka, contro una finalista 28enne come Kvitova. Ma la 37enne Williams è stata protagonista insieme ad altre tenniste dell’età di mezzo come Pliskova (26 anni), e Collins 25. Ma nel torneo c’è anche stato spazio per una giovanissima come Anisimova (17 anni) in grado di sfoderare una partita straordinaria contro Aryna Sabalenka (20 anni).

Secondo aspetto positivo: tutto sommato il caldo australiano non è stato di quelli terribili. A parte un paio di giorni della seconda settimana (quando però si è ovviato chiudendo il tetto), non si sono raggiunte temperature estreme, cioè quel tipo di condizioni che rendono una partita di tennis una questione soprattutto fisica, in un ambiente che porta ai limiti le protagoniste. Ricordo per esempio che lo scorso anno Simona Halep fu costretta a passare la notte successiva alla finale (persa contro Caroline Wozniacki) in ospedale a causa della disidratazione. Per quanto ammiri anche l’aspetto atletico che richiede il tennis, mi sembrano situazioni eccessive, che oltre tutto non possono favorire la qualità di gioco. Se si è spinte sull’orlo del collasso non si può certo offrire il proprio miglior tennis: e questo è un peccato sia per chi va in campo sia per chi segue il match da spettatore.

 

Terzo aspetto positivo: le condizioni di gioco in senso tecnico: il complesso superficie+palline+clima. Cioè quel complesso che sinteticamente viene definito come “velocità” dei campi. A mio avviso le condizioni di gioco di Melbourne 2019 hanno favorito un tennis propositivo, in cui veniva premiata chi aveva il coraggio di prendere l’iniziativa, offrendo un giusto mix tra scambi rapidi e scambi prolungati. In questo modo abbiamo evitato le situazioni dell’ultimo grande torneo affrontato, le WTA Finals di Singapore, in cui il campo troppo lento aveva allungato i palleggi a dismisura, e portato praticamente tutti i match ad essere chiusi con saldi negativi, cioè con il numero di errori non forzati superiore al numero di vincenti.

Ma alla fine gli Australian Open 2019 sono stati semplicemente anche una edizione fortunata. Nel senso che si è creata più spesso del solito quella particolare alchimia che produce match di qualità superiore; con una frequenza che davvero non ricordavo in un unico torneo degli ultimi anni. Sicuramente l’essersi disputato a inizio stagione, dopo il periodo di recupero e preparazione, ha favorito la freschezza delle giocatrici. Ma in ogni caso fatico a ricordare in un solo evento così tante partite eccezionali.

Chi legge questa rubrica con regolarità sa che alla fine di ogni stagione seleziono dieci-dodici partite degne di essere ricordate; partite ricavate dall’intero anno di tennis. Ecco, devo dire che almeno 5-6 match di questi Australian Open mi sono sembrati già degni di scalzare quelli selezionati per il 2018. La finale Osaka Kvitova, la semifinale Osaka Pliskova, il quarto tra Pliskova e Serena, l’ottavo tra Serena e Halep, il terzo turno Osaka Hsieh e quello tra Pliskova e Giorgi sono state partite davvero notevoli, ricchissime di tensione emotiva, alternanza di situazioni ma anche e sopratutto, di qualità tecnica. A questi match dovrei aggiungerne uno che purtroppo non ho seguito, ma che in molti hanno segnalato: Muguruza contro Konta (6-4, 6-7, 7-5), terminato con numeri strepitosi (Konta +9, Muguruza +22 nel saldo vincenti/errori non forzati).

Rimettendo in fila queste partite emerge un aspetto curioso: tutte si sono svolte nella parte alta del tabellone. Questa è stata una caratteristica particolare dell’ultimo Slam: la parte alta del tabellone (quella che ha portato in semifinale Osaka e Pliskova) ha offerto tantissima qualità grazie a protagoniste tutto sommato attese, mentre la parte bassa del tabellone (che ha portato in semifinale Kvitova e Collins) è stata invece quella delle sorprese e, a conti fatti, anche delle maggiori delusioni. Cominciamo con queste, per lasciare il meglio in fondo.

a pagina 2: La parte bassa del tabellone

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