Andy Murray è il vero numero uno?

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Andy Murray è il vero numero uno?

Lo scozzese è appena diventato il leader del tennis mondiale. Ma il pubblico lo considera davvero tale?

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Le opinioni di Ubitennis

Questa è la settimana di Andy Murray. Nonostante le sconfitte in finale a Melbourne e a Parigi (oltre a quella di Madrid e Cincinnati) e le uscite premature ad Indian Wells e Miami, infatti, lo scozzese ha disputato la migliore annata della sua vita per continuità di rendimento e qualità di gioco, oltre che per trofei conquistati (Wimbledon, Olimpiadi, Roma, Shanghai, Bercy, Pechino, Vienna, Queen’s).

Sono state spese molte parole sull‘importanza di aver richiamato Ivan Lendl al suo fianco, e questo certamente ha giocato un ruolo essenziale nella crescita continua di Andy, il quale – tuttavia – forse avrebbe trionfato nella “sua” Inghilterra anche senza l’aiuto dell’ex leggenda ceca, considerando anche che gli avversari incontrati nelle fasi finali di Wimbledon – Tsonga, Berdych e Raonic – erano giocatori battuti in più di una circostanza dal britannico anche quando c’era Amelie Mauresmo. Quello che è davvero cambiato nello scozzese non è l’atteggiamento – che ha portato alcuni commentatori a parlare, a ragion veduta, di “Radio Murray” – bensì la capacità di rimanere attaccato ad ogni punto della partita, limitando al massimo le distrazioni e dimostrando una fame di vittoria non solo in ogni singolo torneo o incontro, ma in ciascun game che disputa (Lucas Pouille può confermare). Oltre a ciò, anche il gioco sembra diverso, ma questo in realtà lo si era visto già nel 2015. Nonostante rimangano intatte – se non migliorate – le sue doti difensive, quello che più salta all’occhio è la maggior aggressività, sfruttando tutta la sua completezza ed un arsenale di colpi che forse soltanto Roger Federer può dire di non invidiare. Partendo dalla risposta – soprattutto da sinistra – e arrivando ad un servizio diventato letale (quello esterno è una sentenza da entrambe le parti del campo, ma anche la botta sulla “T” e la soluzione slice centrale sono di alto livello) e ad un gioco da fondocampo più equilibrato e proteso alla ricerca della rete, si comprende come molte delle critiche storicamente fatte a Murray siano ormai infondate.

 

A questo proposito, tuttavia, Adriano Panatta ha recentemente espresso la sua opinione riguardo il cambio al vertice del tennis mondiale, dichiarando: “Triste che sia n.1, è un pallettaro tremendo”. Parola del più grande tennista italiano di tutti i tempi, mica di Francesco Amadori. Proprio qui sta il problema concernente la presa del trono del tennis mondiale da parte di Murray. Andy è sempre stato il “Ringo Starr” dei Fab Four, sia perché è arrivato più tardi ai vertici (circa un anno dopo rispetto a Djokovic e tre stagioni dopo il primo successo di Nadal a Parigi), sia perché ha impiegato più tempo per maturare dal punto di vista fisico, mentale e tecnico. La sua formazione spagnola lo ha portato ad essere un giocatore tendenzialmente difensivo, nonostante non tocchi certo la palla peggio del serbo e dell’iberico, anzi. L’abitudine a giocare 2-3 metri dietro la riga di fondo campo, consentendo agli avversari di prendere il centro del campo e comandare il gioco – soprattutto nei punti importanti – ha sempre fatto sì che si stancasse prima lui rispetto al Fab di turno. A ciò va aggiunto che Andy, rispetto ai suoi grandi rivali, ha sempre dato la sensazione di volere il successo quel 2-3% in meno che faceva quasi sempre la differenza.

Adesso il quadro, per diverse ragioni, è profondamente mutato. Lo svizzero si è dovuto fermare per i reiterati problemi al ginocchio e il maiorchino ha deciso di concludere anzitempo il suo 2016 dopo Shanghai, così da cancellare un periodo complicato che dura da due anni mezzo – al netto di un logorio fisico ineccepibile – mentre Djokovic, al di là delle sue presunte avventure indiane, pare aver perso l’istinto del cannibale, oltre che la voglia di sacrificarsi quotidianamente sul campo e al di fuori dello stesso. Il campione di Dunblane, dal canto suo, grazie alla paternità – dopo i primi 50 giorni, in cui ha dovuto apportare dei necessari aggiustamenti che non si sono dimostrati subito ben oliati – ha raggiunto un grado di maturazione, di consapevolezza (serenità non è un termine che fa parte del suo vocabolario) tali da dare sempre il massimo sul rettangolo di gioco, per poi staccare la spina quando è in famiglia e dedicarsi ad essa, anche grazie ad una moglie che lo appoggia in tutto e per tutto.

A ben vedere, molto probabilmente Murray, a dispetto di tutto ciò, non sarebbe diventato numero uno del mondo se adesso i suoi tre colleghi fossero al top delle rispettive carriere. D’altra parte, considerando che lo stesso Djokovic ha avuto – ed ha tuttora – problemi a farsi amare dal pubblico, rimasto fedele a Federer e Nadal, chissà quanti ne avrà Andy. In questo senso di certo non aiuta il suo atteggiamento in campo, sempre tendente alle lamentele e ad “oscenità udibili”, senza considerare gli incitamenti anche dopo una prima vincente sul 2 pari 15-0 nel primo set del secondo turno del torneo di Vienna (con buonissima pace degli organizzatori dell’ottima kermesse austriaca) o su errori degli avversari. A ciò si aggiunge la scarsa capacità che ha Murray di coinvolgere il pubblico emotivamente pure quando esulta dopo aver vinto uno Slam. Ciò, forse, si spiega anche con alcuni suoi atteggiamenti poco professionali e ancor meno edificanti che lo hanno reso protagoniste fino a pochi anni fa (per info chiedere a Jarkko Nieminen), tanto da meritare il soprannome di “Drama Queen“. Eppure non è stato lui a sembrare zoppo all’inizio del terzo set della finale degli Australian Open del 2015, così come non è quasi mai lui a tenere conferenze stampa poco originali ed interessanti in termini di opinioni espresse. Molti dicono che la sua voce è noiosa, e sicuramente non è degna del miglior Mike Bongiorno, ma lo scozzese sembra anche vittima di molti pregiudizi, magari anche da parte dei nostalgici degli anni ’70-80. Sicuramente ci sono stati numeri uno meno apprezzati (leggasi Carlos Moya e Marcelo Rios, per non parlare dell’attuale coach dello scozzese), e soltanto il tempo dirà in che posizione si collocherà Murray nel cuore degli appassionati rispetto agli altri 25 che hanno conquistato la vetta più alta del mondo del tennis. Forse, però, tutto questo a “Muzza” nemmeno importa.

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L’era di AlcaZero

Come il motore scacchistico AlphaZero ha ispirato a giocare in modo più vario, così Alcaraz sta riscrivendo il modo di giocare a tennis

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Carlos Alcaraz - Madrid 2022 (foto @MutuaMadridOpen)

Guarda il video integrale sul sito Intesa Sanpaolo

Ai primordi della scienza computazionale, quando ancora non si aveva una vera idea di dove i calcolatori sarebbero arrivati un giorno, gli informatici del tempo si dilettavano a programmare algoritmi capaci di simulare l’intelligenza umana per testare i limiti delle macchine. Fin dagli albori, uno degli ambiti perfetti per verificare i progressi in tale campo furono gli scacchi. Alan Turing in persona, uno dei padri dell’informatica moderna, si mise di buona lena per creare il primo vero software computerizzato capace di giocare a scacchi. Era il 1950 e sebbene l’algoritmo non fosse niente male, mancava la potenza computazionale per permettergli di giocare una vera partita. Il software riusciva comunque a individuare e chiudere dei “Matti in due mosse”, e aveva un’intelligenza scacchistica paragonabile a quella di un bambino.

Col passare dei decenni però il gap fu colmato. I primi software cominciarono a essere presentati a tornei di basso rango, suscitando dapprima quasi tenerezza, poi divenendo sempre più capaci di sconfiggere buoni giocatori, poi campioni regionali, nazionali, Maestri Fide, Gran Maestri. I nuovi Motori Scacchistici crescevano sia nella finezza del Software, che nella potenza dell’Hardware che li ospitava. All’inizio degli anni ottanta si percepiva che presto sarebbe nata la macchina in grado di sconfiggere il più forte degli umani, che all’epoca aveva il nome di Garry Kasparov. Il più grande colosso informatico del tempo, IBM, accettò la sfida da centomila dollari lanciata da un magnate statunitense e nel 1996 finalizzò Deep Blue: un nome che sarebbe passato alla storia, l’Adamo di tutte le intelligenze scacchistiche.

Il primo confronto fra Deep Blue e Kasparov, di cui si sente parlare ancora oggi poco, terminò 4-2 per il campione sovietico. Ma l’anno successivo accadde ciò che in molti si aspettavano: nella seconda delle sei partite di rivincita, la macchina per la prima volta sconfisse il miglior umano in questo gioco. Non solo, nella sesta e ultima partita, con una seconda vittoria, si portò a casa l’intero confronto con il punteggio di 3.5 a 2.5. Da lì in poi, come prevedibile, i computer hanno messo la freccia e non si sono più voltati indietro. Se si considera solo la capacità di calcolo logico- matematico, la macchina è troppo più performante dell’uomo. Come un bulldozer scava più di Stakhanov, come un treno sfreccia più di Bolt.

 

Tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del terzo millennio, ci fu una breve fase in cui il confronto fra umani e algoritmi era equilibrato, con questi ultimi che progredivano sempre più velocemente e che prima o poi sarebbero divenuti imbattibili. Molti Gran Maestri sapevano bene che si stavano giocando l’ultimissima chance, nella storia dell’umanità, di battere un computer. Ci riuscì l’ucraino Ruslan Ponomariov, ex campione del mondo. La sua vittoria contro il software “Fritz” del 21 novembre 2005 rimane, e rimarrà per sempre, l’ultima volta in cui un uomo ha battuto un computer in un match senza handicap e limitazioni per quest’ultimo. La storia però non è ancora finita: rimane da spiegare un ultimo, importantissimo capitolo. Ciò che i motori scacchistici han fatto agli umani, solo vent’anni dopo altri lo han fatto a loro.

Nel 2017 inizia infatti una nuova fase. I “chess engine” per dirla in inglese, i motori di calcolo capaci di masticare e digerire milioni di combinazioni e linee, subiscono l’avvento di una nuovo messia: l’Intelligenza Artificiale. Un motore e una AI son due cose completamente diverse. La prima esegue, benissimo, dei programmi, delle linee di calcolo. La seconda ha imparato a pensare: ha la potenza di una engine con (quasi) l’intuizione e il processo cognitivo umano. Il primo a lanciarsi seriamente nello sviluppo di una AI scacchistica è nuovamente il colosso informatico del tempo. Che non si chiama più IBM ma Google. Non occorre più dare in pasto al computer tonnellate di dati, l’Intelligenza Artificiale fa tutto da sola. In quattro ore (sì avete letto bene, quattro ore) impara in autonomia le regole del gioco e poi sfida il motore scacchistico più forte del momento, Stockfish.

Il risultato lascia tutti a bocca aperta: AlphaZero, il network neurale di Google, distrugge “lo Stoccafisso” in un match sulle cento partite, con 28 vittorie, 72 patte e zero sconfitte. É iniziata l’era dell’Intelligenza Artificiale. É iniziata l’era di AlphaZero.

Se siete ancora qui dopo questa lunghissima prefazione vi starete domandando cosa c’entra tutto questo con il tennis. O forse lo avete intuito dal titolo di questo pezzo. Più o meno negli stessi giorni in cui AlphaZero si rivela al mondo, un quattordicenne di una delle regioni più piccole della Spagna viene invitato nella sua città, Murcia, a far quello che meglio gli riesce: colpire una pallina gialla al di là di una rete. Per la prima volta però, in un torneo aperto a tutte le età: un Futures. Il piccolo Carlos, che con i suoi coetanei se la gioca e spesso vince, improvvisamente è catapultato fra i Grandi Maestri di questo sport. E come i computer scacchistici degli albori, fa intravedere un potenziale mostruoso, ma uno stato presente ancora acerbo. Vince due partite, la prima contro l’italiano Federico Gaio che di anni ne ha undici in più. Ma ai quarti di finale si arrende al connazionale Sergio Gutierrez- Ferrol, un ventinovenne che bazzica intorno alla 350esima posizione del mondo. Sergio però sa che, entro pochi anni, battere con tanto di bagel il piccolo Carlitos non sarà più possibile: evolve ad una velocità impossibile da replicare per un Gutierrez-Ferrol.

Carlitos, che ormai avrete capito di cognome fa Alcaraz Garfia, fra il 2018 e il 2020 fa ciò che le macchine fecero a inizio anni novanta. Cresce nel software, imparando soluzioni tennistiche di ogni tipo, e nell’hardware mettendo su muscoli importanti sopra uno scheletro adatto alla vita d’atleta fornitogli da madre natura. En passant (per usare un altro termine del gioco a 64 caselle) incontra un altro esponente di questa nuova generazione, una macchina che dovrebbe dargli filo da torcere in futuro, e che ha due anni di progettazione in più alle spalle, che vogliono dire tanto. Si chiama Jannik, ma a Alicante viene sconfitto anche lui in tre set. Certo, non son solo vittorie: l’Intelligenza Naturale di nome Carlitos è ancora all’inizio di quelle quattro ore necessarie per capire come dominare i vetusti umani e le macchine di nuova generazione. Ma ormai il livello dei futures, che aveva approcciato solo due anni prima, gli va stretto; non è più divertente, li vince tutti. E allora è il momento del circuito maggiore.

Nel febbraio 2020, Carlitos esordisce a livello ATP, e subito si presenta battendo un top100, Albert Ramos- Vinolas. Poco importa che perda il match successivo, ormai il trend è chiaro: Alcaraz sta arrivando e bisogna sbrigarsi a batterlo, perché presto sarà molto, molto difficile. O forse, impossibile. Mentre gran parte del panorama tennistico è ancora fermo alle performance di tre obsoleti umani che solo il decennio scorso parevano insuperabili (e, va ammesso, se la cavano ancora bene contro le macchine di nuova generazione), il nuovo custode del fuoco progredisce a velocità inimmaginabili.

Trionfa in tutti i Challenger e, come per i Futures, se li lascia alle spalle. Esordisce (vincendo il primo match) in un torneo Slam, si porta a casa il primo titolo ATP e chiude il 2021 con i primi quarti major dopo aver battuto uno di quei software un po’ difettosi che dovevano rimpiazzare i tre vecchi, ma ce la fanno una volta si e tre no. Carlos però non è un software: è un’intelligenza. Tira come una macchina e ha l’intuito di un uomo. Fonde la saggezza dei tre maestri Jedi con il vigore dei nuovi Padawan.

Sì, perché c’è una cosa di AlphaZero che ancora non abbiamo raccontato. Mentre i vari Fritz e Stockfish, macchine di calcolo superpotenti, giocavano a scacchi guadagnando costantemente un piccolo vantaggio a ogni mossa data la loro capacità di trovare sempre quella giusta, AlphaZero ha stupito scacchisti e informatici con una rivelazione: ha distrutto le macchine non facendo tutto meglio, ma facendo tutto diverso: rispolverando un modo “romantico” di giocare, tipico degli scacchisti del diciannovesimo secolo, fatto di sacrifici di pezzi, di gioco posizionale, di sbilanciamento, di attacchi su tutta la scacchiera, di trappole. Ha preso decenni di teoria scacchistica volta al controllo delle situazioni e l’ha rivoltata dicendo al mondo che il modo più efficace di giocare è anche il più bello esteticamente. E così facendo, ha ispirato gli umani di questa generazione a rispolverare un gioco più vario, meno meccanico. Paradossalmente, più da umano e meno da computer.

Carlos Alcaraz da Murcia è sulla strada per fare questo: usare un tennis di un tempo che fu, fatto di utilizzo di tutto il campo, di tocco, di discese a rete, di palle corte, con la potenza dei bombardieri da fondo campo, le macchine che dovevano sostituire gli umani. E in questo 2022 sta facendo capire che le quattro ore di apprendimento stanno per finire, e presto agli altri resterà solo l’orgoglio di essere il Ponomariov del tennis, l’ultimo in grado di battere, alla pari, la nuova Intelligenza di questo sport.

Ok, ok: forse stiamo esagerando con i trionfalismi. Mille volte nella storia del tennis si è inneggiato a sicuri futuri dominatori incapaci poi di confermarsi. Se il più giovane top10 di sempre si chiama Krickstein; se il più giovane numero uno si chiama Hewitt; se il più giovane campione Slam si chiama Chang, e il più giovane vincitore di punti ATP Clezar, è ovvio che la precocità, se si vuole divenire un dominatore totale di questo sport, è requisito necessario ma non sufficiente. Tutti gli altri ingredienti però, Carlos Alcaraz pare averli. E già nelle prossime settimane quando il tennis inizierà a fare visita a templi vari, capiremo se abbiamo celebrato troppo presto, oppure se veramente sta iniziando l’era di una nuova Intelligenza Tennistica. Se veramente sta iniziando l’era di AlcaZero.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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Di Alcaraz e della sua capacità di elevare il gioco degli avversari

È possibile che incontrare Carlos porti lo sfidante al suo picco, a qualità finanche mai espresse? Esiste un “effetto Alcaraz”?

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Carlos Alcaraz – ATP Miami 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Durante il torneo di Indian Wells, alla fine del tiratissimo primo set fra Carlos Alcaraz e Hubert Hurkacz, l’ATP Graphic & Statistics Operator Enrico Maria Riva ha twittato, dando voce (testo…) a quello che milioni di occhi stavano osservando: “È presto per dirlo, ma pare che uno dei principali effetti di Alcaraz sia di alzare enormemente la qualità del gioco degli avversari”. Un presunto effetto da non confondere con la capacità di Dominic Thiem di rendere fenomeni per un giorno avversari come Herbert e Ramanathan (2017), Ebden e Sandgren (2018), Fabbiano e Ruusuvuori (2019), però perdendoci, magari anche nettamente. Ma entriamo nel dettaglio di questo “effetto Alcaraz” dando uno sguardo agli ultimissimi sfidanti di colui che sembra aver già messo la freccia nei confronti dei nextgen originali, che ancora si accontentano di rimanere in coda ai Big Tir, ehm, Three, approfittando dei loro occasionali stop forzati.

Nel 2016, Miomir Kecmanovic (qui il suo profilo) è stato numero 1 junior nel 2016. Dopo un 2021 in cui ha restituito con interessi da usura quanto ottenuto nelle due stagioni predecenti, è riemerso dalla off-season in versione agguerritissima. All’Australian Open, l’assenza di Djokovic aveva creato un buco nel tabellone, una valle fino agli ottavi per… Sonego? Tommy Paul? No, ci si è infilato Misha. Bisogna dire che i suoi successi di questi primi tre mesi hanno anche un’importante benché involontaria componente “azzurra”, nel senso che tutti i nostri rappresentanti si sono fatti da parte al suo passaggio: Travaglia, Caruso, Sonego (due volte), Cecchinato e Berrettini. Attento, solidissimo, fisicamente robusto e inappuntabile… un po’ noiosetto, insomma. Ma il quarto di finale che lo ha visto impegnato contro Carlos è stato avvincente: 143 minuti tutti da assaporare, arricchiti da scambi mozzafiato vinti ora dall’uno, ora dall’altro, per un livello stellare da parte di entrambi i contendenti.

Compiamo un piccolo balzo fino a Casper Ruud, analizzando il più velocemente possibile la sua semifinale floridiana perché va bene vederla una volta, ma riviverla significa infierire, tenendo anche presente che sulla carta era paragonabile al secondo turno di Gstaad 2021, quando Ruud affrontò il n. 124­ Dennis Novak. Contro Francisco Cerundolo, per inciso bestia nera di Kecmanovic nella gira sudamericana e quindi fonte di preziose informazioni che i nostri dovrebbero avere il buon senso di chiedergli (o carpirgli, hackerargli, vale tutto), Casper avrebbe potuto giocare un tennis brillante, sempre nei limiti delle proprie caratteristiche, com’è solitamente possibile fare in presenza di un importante divario in termini di classifica. Invece, forse complice la pressione per la ghiotta chance di agguantare la sua prima finale Masters 1000, ha preferito limitarsi a un sorta di compitino e neppure ben fatto, un po’ come fece nel 2019 Dusan Lajovic in finale a Umago contro il qualificato Attila Balazs, quando non fu neppure sfiorato dal pensiero di giocare a braccio sciolto, salvo poi, se non fosse stata giornata, avere tutto il tempo per mettere le mani sul trofeo ripiegando su posizioni conservative. No, “palleggio” fin dall’inizio. Il norvegese visto contro il maggiore dei Cerundolo è stata davvero una versione… fantasmina rispetto a quello della finale, almeno finché ha tenuto botta. È partito sparato, Ruud, conscio che avrebbe potuto mettere in difficoltà l’avversario solo salendogli sopra. Un po’ come salire sopra alla prima di servizio di Opelka. Così Casper è entrato in campo pensando “vabbè, togliamoci subito questo dente”, che poi se l’è tolto davvero qualche giorno dopo, postando pure la foto del del giudizioso molare insanguinato. Ma, fosse capace di giocare “sempre” a quell’intensità per interi match, Splatter Casper diventerebbe un problema anche per i pochi che riescono a vincerci già adesso. Sul 4-1 per lui, la grafica confermava l’evidenza visiva: la velocità media del suo dritto era di oltre 146 km/h. Contro Cerundolo, 127. Per dire.

 
Carlos Alcaraz - Miami Open 2022 (foto Twitter @MiamiOpen)
Carlos Alcaraz – Miami Open 2022 (foto Twitter @MiamiOpen)

E Hurkacz, citato all’inizio? Il mite Hubert si trova talmente a proprio agio nell’umida Miami – campione uscente e semifinalista, vincitore in doppio – che si potrebbe coniare un termine per riassumere la fruttuosa relazione con il torneo della Florida: hubidity? Il suo incontro più spettacolare è stato proprio quello contro Carlitos, dove ha mostrato un gran livello. Per dovere di informazione, ricordiamo che dopo la sconfitta il polacco ha dichiarato di “poter giocare meglio di come ha fatto”. Ma ci sentiamo anche in diritto di replicare iperbolicamente, “Hubi, Hubi, se avessi giocato così in finale contro Sinner l’anno scorso, gli avresti lasciato tre game”. Poi è chiaro che nei due tie-break che hanno deciso la semi Hurkacz sbaglia un paio di dritti sui punti importanti, ma sono colpi che fanno parte del suo repertorio e che possono ben riaffiorare nei momenti di maggiore tensione.

A proposito, sta emergendo in maniera viepiù evidente, quasi inevitabile, la capacità del teenager spagnolo di mantenere alto il livello e mettere le mani sui punti che più pesano, anche sfidando quelli che sembrano leggi consolidate del tennis come della vita. Ci riferiamo all’episodio di massima sportività in cui ha concesso la ripetizione del punto dopo che l’arbitro aveva rilevato un inesistente doppio rimbalzo sul recupero di Hubert, vincendo di nuovo quel “15” a dispetto della regola per cui nessuna buona azione resterà impunita.

In definitiva, anche se continua a essere troppo presto per un’affermazione assiomatica, sembra proprio che tu, avversario di turno del classe 2003, sia destinato a rimanere intrappolato appena fuori dalla porta del paradiso dopo averci bussato speranzoso; certo, contro altri giocatori ti dimostrerai più solido nei momenti decisivi, vanterai vittorie di tutto rispetto, ma molto probabilmente non divertirai il pubblico come hai fatto contro questo Carlitos. Perché Alcaraz ti prende per mano, eleva la tua prestazione, ti sprona a tirare fuori il tuo meglio, forse addirittura qualcosa di più, portandoti a un passo dalla tua vittoria più sfavillante. Poi, in un attimo, cala il buio, lui cala maschera e, tra gli applausi più scroscianti, ti sbrana.

Tuttavia, quest’ultima parte a volte manca. È successo con Rafa Nadal nel deserto e ancora nel suo match di esordio a Monte Carlo con Sebastian Korda. Una sfida, che sarebbe stata migliore senza il fastidioso vento, tra il nextgen ormai solo di nome e quello che non lo è più per raggiunti limiti di età – oltre che, come l’altro, per essersi guadagnato lo status di present-gen, nel senso di generazione che ha già cominciato a farci dei graditi regali in termini di scontri ad alta intensità. Non che Sebi non ci avesse già deliziato con partite estremamente piacevoli, come quella entusiasmante contro Aslan Karatsev a Bercy.

Intanto, la caduta spagnola di fronte al figlio d’arte ci dà l’opportunità di analizzare, da un punto di vista se vogliamo parziale, cosa (non) è andato storto. Carlos è da molti considerato finito, nel senso di completo, che non ha margini di miglioramento se non ridotti e in pochissime parti del suo tennis. In pratica, per lui sarebbe molto meglio avere, per esempio, il rovescio bimane di Berrettini, che potenzialmente può arrivare al livello-Zverev, in quel caso portando l’azzurro a vette inimmaginabili; viceversa, quello del diciottenne spagnolo non può migliorare nella stessa misura essendo già un ottimo colpo. Ma non siamo qui a commiserare lo sfortunato Carlitos, uéi, ci mancherebbe altro. Ci interessa piuttosto questo supposto “effetto Alcaraz” della cui esistenza cominciamo ad accumulare indizi. Perché, forse, a mettere tutti d’accordo è appunto questo aspetto in cui il Nostro ha tanto margine: smettere di facilitare l’avversario nell’ottenere il proprio “nuovo massimo” e farlo invece giocare anche sotto i suoi standard. Tutti d’accordo, ça va sans dire, nell’augurarci che non ci riesca, perché significherebbe privarci dell’opportunità di un futuro costellato di gustosi match di pregevolissima fattura.

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“Una situazione scomoda”: il delicato equilibrio del rapporto tennista-coach

Che si tratti di Roger Federer o di Emma Raducanu, da sempre i tennisti digeriscono a fatica l’idea di pagare qualcuno che gli dica cosa fare

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Roger Federer e Ivan Ljubicic - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Traduzione dell’articolo di Tumaini Carayol, pubblicato sul The Guardian il 22 marzo 2022

Siamo a Melbourne, è da poco iniziata la stagione tennistica e in una conferenza stampa post-partita a Simona Halep viene chiesto come valuta le sue scelte in materia di allenatori. “Sono stata fortunata: ho trovato la persona giusta praticamente ogni volta”, risponde, facendo spallucce. “Non posso dire che sia stato difficile, ecco. Ho seguito il mio istinto, ho fatto quel che mi sentivo di fare. Credo di aver sempre preso le decisioni più giuste per la mia carriera”. Tra tutti i tennisti intervistati in quell’occasione, era stata proprio Halep a rispondere con maggiore sicurezza alle domande sul tema del coach – eppure, poche settimane dopo, la sua squadra si è sfaldata. A febbraio, a cinque mesi dalla separazione a sorpresa con il suo coach Darren Cahill, Halep ha annunciato la fine della collaborazione anche con i Rumeni Daniel Dobre e Adrian Marcu. Ha poi dichiarato che avrebbe giocato senza coach, per questioni di crescita personale e per capire “dove sarebbe riuscita ad arrivare, da sola”. Parrebbe non essere arrivata molto lontano.

Infatti, successivamente a Indian Wells, Halep aveva già effettuato una brusca inversione a U, assumendo dei nuovi volti nel suo team. Ha dichiarato di essersi resa conto in solo due tornei di quanto fosse difficile allenarsi, viaggiare e giocare i match, senza un coach. Così scopriamo che perfino un’atleta di successo di 30 anni, con 16 anni di esperienza alle spalle, si trova ancora a dover imparare, giorno dopo giorno. Negli sport “maggiori”, soprattutto in quelli di squadra, i coach hanno molto potere e controllo sulla carriera dell’atleta, mentre spesso, in quelli individuali, le sorti dell’atleta sono influenzate dalle federazioni nazionali. E poi c’è il tennis, dove l’atleta è al contempo datore di lavoro e oggetto del business stesso: assume delle persone nel suo team, ma poi va in campo da solo per la performance. “Quando ne ho parlato con atleti di altri sport, rimanevano scioccati”, racconta con una risata Daria Kasatkina, ex top 10 della WTA. “Mi dicevano tipo: ‘Wow, ma come fate a fare una cosa del genere?’”.

 

Avere così tanta autonomia nella propria carriera porta anche una serie di difficoltà. Come la strana dinamica di potere che si crea quando il tennista assume delle persone, spesso molto più anziane, che gli dicono cosa fare e che lo criticano.  “Devi trovare i mezzi per mantenere il tuo team e crearti la tua piccola azienda”, spiega la ex numero 1 Garbiñe Muguruza. “Ho trovato estremamente difficile assumere delle persone il cui lavoro fosse dirmi cosa dovevo fare, essere umile e dire a me stessa: ‘Se mi cerco il team migliore, il miglior coach, poi devo essere disposta ad ascoltare quel che mi dicono.’ Anche se la nave è la mia, devo trovare un capitano che la diriga”. L’entourage di persone di cui un tennista si circonda è sempre più grande. Ora i tennisti viaggiano con diversi coach, fisioterapisti, fitness coach, agenti e perfino psicologi. Milos Raonic una volta si è definito il “CEO di Milos Raonic tennis”, poco dopo aver aggiunto un terzo coach al suo team.

“Credo che in fondo sarebbe più semplice se avessi qualcuno che mi dica in che tornei devo giocare, dove devo essere, così non devo pensarci io”, spiega Raonic. “Sono sempre qui a chiedermi come dovrei organizzarmi per giocare al meglio, settimana dopo settimana”. Verso la fine dello scorso anno le decisioni sulla scelta del coach erano diventate un tema scottante anche per Emma Raducanu, che aveva deciso di non prolungare la sua collaborazione con Andrew Richardson, il coach a interim scelto da Emma per la sua spettacolare corsa al titolo degli US Open. Questa decisione le costò parecchie critiche, finché non scelse di assumere definitivamente Torben Beltz. Gli anni da adolescente possono essere davvero brutali per certi atleti. I tennisti passano la gioventù a preparare il proprio gioco e il proprio corpo, eppure molti sentono di essere lasciati soli nella gestione delle enormi responsabilità legate all’avanzare della loro carriera.

Nonostante tutti i successi raggiunti, Andy Murray ha trovato spiacevole la sua esperienza di datore di lavoro: “Personalmente, non mi piace”, racconta. “L’ho trovato difficile. E’ complicato quando hai 18, 19, 20 anni e non hai l’esperienza per gestire queste situazioni”. Secondo Roger Federer, il fatto di elargire degli stipendi in giovane età è già di per sé bizzarro. “E’ un po’ imbarazzate all’inizio”, mi ha confessato nel 2018. “Essere un ragazzo giovane, che paga gli stipendi, non è molto usuale. Infatti, ho apprezzato il periodo in cui avevo il supporto della federazione e non dovevo curarmi di questi aspetti”. Murray è dell’idea che gli atleti dovrebbero ricevere del supporto all’inizio del loro percorso per prendere quelle decisioni che potrebbero incidere sulla loro carriera. “E’ un po’ strano a 19 anni dare lavoro a persone che hanno 20/25 anni più di te e che hanno molta più esperienza di te”, spiega. Le cose non dovrebbero andare così. Dovrebbe essere l’opposto o quantomeno dovrebbe esserci una figura – un performance manager, o qualcosa di simile – che condivida il peso delle scelte con l’atleta”.

Con queste strane dinamiche si creano relazioni atleta-coach che sono difficili da mantenere. “Forse ora che stai pagando il suo stipendio potresti pensare: ‘Non mi piace, devo liberarmi di lui”, spiega Federer. “Ma è davvero sbagliato ragionare in questo modo e fortunatamente non ho mai ragionato così, né mi sono sentito in questo modo. Ho sempre pensato semplicemente che, beh, i coach sono più grandi, hanno più esperienza, sanno di cosa stanno parlando”. Naomi Osaka è dello stesso parere di Federer: “Credo che sia fondamentale comunicare regolarmente, bisogna assicurarsi di essere sempre allineati su uno stesso percorso, di condividere i medesimi obiettivi”.

E’ fin troppo facile per il tennista dare la colpa agli altri, esercitare il proprio potere e prendere decisioni emotive quando le cose non vanno al meglio: serve pazienza. “Bisogna essere molto pazienti”, dice Kasatkina. “Ma è tosta, perché giochiamo torneo dopo torneo, punto su punto… A volte riesci a difenderti, a volte perdi un po’ di terreno. È tutto così veloce e tu stessa vuoi ottenere risultati il più velocemente possibile”. Nell’ultimo anno, anche Murray è salito sulla giostra del coaching, separandosi dal suo storico coach Jamie Delgado per fare diversi periodi di prova con altri coach, fino a ri-assumere Ivan Lendl, con cui si è ritrovato questa settimana a Miami. Murray si racconta: “Negli anni ho fatto molta fatica a esprimere come mi sentivo rispetto a certe situazioni, mi preoccupavo della reazione delle persone con cui lavoravo, di come l’avrebbero presa e come mi avrebbero risposto”.

Una cattiva comunicazione non può che portare al peggiore dei risultati: il licenziamento. In alcuni casi le separazioni filano lisce, senza intoppi, come dimostra Félix Auger-Aliassime, che descrive la separazione dal suo coach Guillaume Marx nel 2020 come “probabilmente una delle decisioni più difficili della sua giovane età”, ma che da allora è cresciuto arrivando nei top 10.  Un classico esempio di separazione tragica è invece quella avvenuta agli US Open del 2019 quando un’allora ventunenne Aryna Sabalenka, dopo aver perso nel torneo di singolare, annunciò la fine del rapporto con il coach Dmitry Tursunov. Pochi giorni dopo, scrisse una lettera dai toni drammatici su Instagram, pregandolo di tornare da lei. Lui quella settimana le rimase a fianco mentre lei alzava il trofeo di doppio femminile agli US Open. Ma il loro rapporto terminò definitivamente pochi mesi più tardi.

“Anche io ho avuto delle brutte esperienze agli inizi della mia carriera, quando ho terminato il rapporto con alcuni coach”, dice Murray. “Cercavo di parlare con i coach, ma l’esito non era quello che speravo. Esperienze negative e scomode come queste, a 18 o 19 anni, possono influenzare il modo in cui affronterai situazioni simili più avanti nella tua carriera”. Il tema della rottura con i coach provoca una risata in Kasatkina: E’ un po’ come separarsi dal fidanzato o dalla fidanzata. E’ dura. A volte non se lo aspettano, o non te lo aspetti tu. Spesso sono gli atleti a interrompere la collaborazione, altre volte capita che siano i coach a farlo. Nella maggior parte dei casi il rapporto non si chiude molto bene”.

A queste complicazioni se ne aggiungono altre specifiche per il tennis femminile, dal momento che vengono assunti tantissimi uomini sia come coach che come membri del team dell’atleta. Come mi ha raccontato Maria Sharapova, nel 2018: “Ci sono dinamiche molto diverse, che nascono perché sei una donna che gestisce un team, un team composto anche di uomini, e perché spesso sei la più giovane”. “Per una donna è difficile andare dall’uomo e dirgli: “Ti licenzio”, spiega Kasatkina, con una risata. “E’ una situazione difficile da gestire. Ma a volte devi trovare il modo di farlo. Certo, è sempre meglio porre termine al rapporto rimanendo in buoni rapporti, ma non sempre è possibile”.

Kasatkina, 24 anni, è una giocatrice professionista da oltre otto anni. Nata in Russia, le sue ambizioni di carriera l’hanno portata a trasferirsi da sola in Slovacchia a 17 anni, ma ora vive in Spagna. Ancora oggi, scuote vigorosamente la testa quando le si chiede se ora si sente adulta, dopo aver gestito tutte queste responsabilità da così tanto tempo.  “Non ancora. Non nella mia carriera, ma neanche nella mia vita privata”, risponde. Posso fare la seria, ma credo che ci debba sempre esser spazio per la ragazzina, perché il tennis è un gioco e io penso che nei giochi i ragazzini siano più bravi degli adulti. Poi ride.

Traduzione di Giulia Bosatra

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