AO, spunti tecnici: gambe come molle e grinta, il resto non Konta

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AO, spunti tecnici: gambe come molle e grinta, il resto non Konta

MELBOURNE – La britannica Johanna Konta sta dimostrando di meritare la top-ten, e si presenta ai quarti contro Serena Williams senza aver perso un set. Sarà un match meno scontato di quello che sembra, viste le sue qualità

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La storia tennistica di Johanna Konta è piuttosto particolare. L’affermazione ad altissimi livelli è arrivata relativamente tardi, dopo un percorso fatto di tanto lavoro sia fisico, che tecnico e mentale, tanto che a 24 anni, nel 2015, arriva a porsi la domanda se sia il caso di continuare a provarci. Manca il sostegno della federazione inglese, e Johanna deve fare affidamento soprattutto sul suo team e sul compagno-sparring Kether. Ma potete leggere più in dettaglio il profilo della giocatrice nell’esaustivo articolo dedicatole dal nostro AGF. La prima buona prestazione Slam la ottiene agli US Open 2015, dove arriva agli ottavi, per poi volare in semifinale qui a Melbourne l’anno successivo. Il 2016 è l’anno della definitiva consacrazione ai piani alti del ranking WTA, con finale a Pechino e vittoria a Stanford. Il 2017 si apre con il secondo titolo, a Sydney, dove supera tra le altre Daria Gavrilova, Eugenie Bouchard e in finale Agnieszka Radwanska. In questi Australian Open ha battuto due set a zero nell’ordine Kirsten Flipkens, Naomi Osaka, Caroline Wozniacki, Ekaterina Makarova, e ora la attende nei quarti Serena Williams. Un salto di qualità mica da ridere, nel giro di un paio di anni.

Stamattina, in attesa di andare a vedere e fare cronaca del loro match, ero andato a dare un’occhiata al warm-up di Stan Wawrinka e Jo-Wilfried Tsonga, rispettivamente sui campi 16 e 17. Una faccenda breve, come sempre sono i riscaldamenti prima delle partite. Rientrando verso la sala stampa, sul campo 18, erano le 11 e 30, con un sole che bruciava non poco, mi sono imbattuto proprio in Johanna, che – come sempre avviene nel giorno di riposo tra una partita e l’altra – era invece impegnata in una sessione di training completa, da un’ora abbondante, che mi ha rapito per intensità e impegno. Andiamo ad analizzarla insieme, e capirete perché si merita tutto quello che sta ottenendo.

Konta preparazione dritto

 

Non avevo mai visto Johanna da vicino, e la prima cosa che salta all’occhio è che ha un gran bel fisico. Magra, muscolata il giusto, 1.80 per 70 kg (scarsi, secondo me, i dati di peso della WTA non sono del tutto affidabili). Quello che ha di speciale sono le gambe. Il baricentro è alto, ma l’elasticità degli arti inferiori è uno spettacolo. Qui sopra, il caricamento del dritto, a sinistra l’inizio della preparazione, bello l’accompagnamento della mano sinistra a sostenere la racchetta in verticale fino all’ultimo istante, a destra ha piantato giù la open stance, sempre in piegamento, non la si vede praticamente mai a gambe distese, la cosiddetta postura dinamica è costante, come se stesse sciando.

Konta dritto basso finali

Qui sopra, accompagnamento e finale sempre del dritto, che è un windshield-wiper (tergicristallo) standard con grip western, ma sono ancora le gambe a impressionare, flessione estrema, spinta delle caviglie verso il colpo tanto potente che si percepisce anche dalle semplici foto statiche.

Konta rovescio basso

Qui sopra, due preparazioni del colpo migliore di Johanna, il rovescio, qui sta andando su due palle basse, e oltre alla splendida e potente flessione delle gambe, come nei dritti visti prima, possiamo ammirare la grinta, la cattiveria nell’andare ad aggredire il colpo che Johanna esprime con l’espressione del viso. Era un allenamento, al sole, a mezzogiorno, con oltre 30 gradi, lei stava dando tutto su ogni palla come fosse il match point della finale.

konta dritto aggressivo

La fase più spettacolare del training è arrivata poco dopo, allenamento ai colpi aggressivi e in chiusura da metà campo su palle cariche di topspin date al cesto, la grinta e l’aggressività sono al massimo, qui sopra Johanna tira giù due sberle dall’alto in basso da far paura, e già che c’è ci fa vedere un ottimo esempio di come si deve andare su una palla sopra l’altezza delle spalle (che è anche la tipica situazione di gioco, il cosiddetto “dritto facile da chiudere” che tra gli amatori viene sbagliato spessissimo: il segreto, guardate l’immagine a sinistra, è che anche su palle che andranno spinte verso il basso, la testa della racchetta va fatta andare sul colpo dal basso, e poi, solo poi, avverrà la chiusura a coprire la palla. L’errore in questi casi è quasi sempre: “Palla alta? Vado su anche con la racchetta da subito!” e il risultato è la pallata in rete).

konta rovescio risposta

Qui sopra, il meglio del repertorio di Johanna, i rovesci alti aggressivi, qui stava allenando la risposta (e le servirà eccome contro Serena), da ammirare – ma ormai abbiamo capito che la ragazza è una molla – la proiezione in alto-avanti, e la precisione (immagine a destra) del movimento di chiusura dello swing, che porta la racchetta dietro le spalle in linea con la schiena e la gamba sinistra. Tecnicamente perfetta.

konta rovescio aggressivo

Qui sopra, le esecuzioni da applausi, quelle che anche ultimamente hanno messo all’angolo un’avversaria dietro l’altra: le chiusure da metà campo in avanzamento, sempre di rovescio. A sinistra, Johanna vola letteralmente a chiudere in diagonale una traiettoria a uscire, a destra l’immagine non ha bisogno di commenti: come una ballerina, la Konta si proietta verso uin colpo da aggredire in verticale, sfiorando il terreno solo con la punta della scarpa destra, il movimento è di un’eleganza al tempo stesso leggera e potente da rimanere a bocca aperta.

Mettiamo vicine queste due foto, e il rovescio in testa al pezzo, dove Johanna dà l’effetto ottico di fluttuare nell’aria come in assenza di peso, nel bel mezzo di esecuzioni tirate al massimo della potenza, e non è difficile capire come quel rovescio lì per chi ci gioca sia meglio lasciarlo stare. Qualunque cosa le arrivi, dalle pallate basse e poco liftate, ai topponi carichi e profondi, lei ci entra d’incontro e spara missili anticipati paurosi.

konta servizio

Infine, l’altro colpo tremendamente efficace della britannica, il servizio, che le fornisce tanti punti facili, e la rende difficilmente attaccabile dalle ribattitrici. Molto fluida ed elegante la postura di caricamento, esplosiva e tecnicamente ottima la sbracciata in alto-avanti a martellare giù la palla verso il campo. Una piccola curiosità finale, quel buffo e un po’ esagerato gesto con cui Johanna palleggia a terra prima del lancio di palla, in allenamento è totalmente assente. Per le restrizioni dovute ai diritti televisivi, non abbiamo la possibilità di pubblicare video dai campi, ma fidatevi, palleggia una volta, in modo normalissimo, poi se la alza e serve.

Immagino che quel rituale le faciliti la concentrazione quando è in partita, non c’è altra spiegazione, era una cosa che tre anni fa ebbi modo di notare anche in Rafa Nadal: durante i match-play di fine training, i suoi tic, gli aggiustamenti vari, eccetera, non c’erano, e lo spagnolo era anche piuttosto rapido tra un punto e l’altro. Ma ognuno ha facoltà di gestire i tempi e i gesti del servizio come meglio crede, in fin dei conti è l’unica esecuzione del tennis che non dipende dalla palla avversaria, e può essere completamente controllata dal giocatore. In ogni caso, Johanna veleggia ai piani altissimi della classifica degli ace, insieme a Karolina Pliskova, Coco Vandeweghe, Venus e Serena Williams. Serena che rimane favorita nei quarti di finale, ci mancherebbe, ma come detto, a questa signorina inglese così piena di grinta, di talento fisico e tecnico, e con le gambe come elastici da tanto sono scattanti, dovrà starci molto molto attenta anche lei.

Gli spunti tecnici da bordocampo precedenti:

Serena e Venus Williams, la qualità prima della potenza

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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