AO, spunti tecnici: Serena e Venus, la qualità prima della potenza

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AO, spunti tecnici: Serena e Venus, la qualità prima della potenza

MELBOURNE – Sono forti, atletiche, esplosive. Tirano come i maschi, si sente dire. È (quasi) vero. Ma Serena e Venus Williams, prima di tutto, sono veramente e semplicemente tanto, tanto brave

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Innanzitutto, mi scuso con i lettori per la mancata pubblicazione della rubrica tecnica durante la giornata di ieri. L’attualità incombe e non si fa in tempo a registrare una clamorosa sorpresa, che subito ne avviene un’altra. Decisamente, uno Slam fuori dal comune, il primo di questo 2017. Numeri uno e numeri due che perdono prima dei quarti, roba che succede tipo quattro volte a secolo, leggende viventi date per morte e sepolte che ritornano alla grandissima, lotte ai set decisivi come se piovesse, sia tra i maschi che tra le ragazze, partite 3 su 5 che iniziano a mezzanotte, di tutto e di più. Di conseguenza, con compiti redazionali continuamente accavallati, abbiamo tutti i minuti, anzi i secondi contati. E l’attualità, quando è tanto clamorosa, giustamente pretende il suo spazio in pagina.

Non c’è bisogno, credo, di presentare la coppia di sorelle con più titoli del Grande Slam della storia (uno scherzo tipo 29 vittorie in singolare tra le due). Quando stamattina, scortato da Roberto Dell’Olivo, sono passato tra il campo 17 e il 18, dove stavano palleggiando rispettivamente Serena e Venus, ho voluto approfittare della fantascientifica attrezzatura fotografica del nostro collaboratore – a occhio, il suo obiettivo costa più o meno come il mio Golf GTI di seconda mano – per dare una “lucidata” tecnologica alla rubrica tecnica da bordocampo.

Il tema di oggi, fondamentalmente, è che molto, troppo spesso, quando sento parlare delle due fuoriclasse americane (negli ultimi anni è toccato tanto di più, e soprattutto, a Serena, prima succedeva anche con Venus), anche da addetti ai lavori, le argomentazioni per descriverne il tennis vertono quasi in toto sugli aspetti fisici. La (sballatissima) tesi sarebbe che, banalmente, hanno vinto tanto perchè sono più forti, alte, potenti a livello muscolare delle altre. Ai tempi in cui Venus faceva incetta di titoli a Wimbledon, prima della definitiva esplosione della sorella minore, e prendeva a pallate un’avversaria dietro l’altra, si sentiva dire “eh ma tira forte come un maschio, alta e muscolosa com’è”, il che è in parte vero, ma se bastasse avere il fisicone, allora qualunque ragazzona di 1.85 per 75 chili potrebbe fare lo stesso. Quando poi Serena ha iniziato a dominare – per tanti di quegli anni che non stiamo nemmeno a contarli – il circuito WTA, spostando l’asticella se possibile ancora più in alto, apriti cielo. Gliene hanno dette di tutti i colori, parlando solo del suo corpo, arrivando al limite dell’insulto sessista quando non oltrepassandolo senza ritegno, perfino colleghi tennisti sia maschi che femmine. Tali esternazioni non meritano di essere riferite, ma sempre lì si tornava (e si torna ancora oggi): a quanto massiccia di fisico, potente e muscolosa sia la campionessa che qui è a caccia del record assoluto in solitaria dei titoli Slam, i famosi 22 di Steffi Graf, e spera di riprendersi in caso di vittoria la prima posizione mondiale, vista l’eliminazione di Angelique Kerber che l’aveva sconfitta in finale l’anno scorso. Per adesso, edit del pomeriggio, ha raggiunto la sorella nei quarti.

 

Ma Serena non è mica la più muscolosa (Sam Stosur vi dice niente?), o la più massiccia (Anastasia Pavlyuchennkova, Karin Knapp, Coco Vandeweghe sono delle super atlete sopra i 75 kg). E sono solo i primi esempi che mi vengono in mente, nel recente passato ricordo Lyndsey Davenport (fisicone da 1.89 per 80 kg), e avanti così. E quindi? Non sarà mica che, con buona pace di coloro che “grossa com’è, per forza che vince”, Serena, come e forse più di sua sorella Venus ( ma diventa questione di gusti), gioca a tennis tanto, ma tanto bene? La risposta la lascio alle immagini, che dicono molto più di mille parole. Cominciamo con un po’ di Venus.

venus williams rovescio 1

Venus Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, preparazione del rovescio. La “Venere nera”, come la chiamava Gianni Clerici, si stava allenando alla risposta. Eccezionale la rapidità e la precisione della rotazione busto spalle, e la sincronizzazione con l’appoggio del piede sinistro. A tutti gli effetti, è un rovescio in open stance. Nel frame centrale, racchetta in linea, e piede esterno che sta andando giù, ancora sollevato, nel frame di destra, nell’esatto istante in cui Venus affonda il peso da quel lato, scatta la decisa flessione verso il basso dei polsi, e si solleva il piede destro, quasi con un accenno di trascinamento sulla punta.

venus williams rovescio 2

Venus Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, impatto, accompagnamento e finale dello stesso colpo. Contemporaneamente allo swing a colpire, assecondando la spinta verso la palla, Venus fa un passo in avanti con il piede destro, portandosi quasi laterale, pronta al successivo step di posizionamento per continuare lo scambio. L’allineamento tra braccio, palla e racchetta è ben esemplificato dal frame di sinistra, dove la palla si sovrappone al gomito destro della giocatrice.

venus williams dritto

Venus Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, un dritto a sventaglio, caricamento su entrambi i piedi, swing con spinta che parte dal destro, impatto e finale con la giocatrrice che ricade dalla sospensione dinamica sul piede sinistro. Le spalle sempre sostenute e non ingobbite (problema posturale tipico delle tenniste alte, Venus è 1.85, però non si scompone minimamente). Che esplosività, e che tecnica.

Ma andiamo a vedere Serena, iniziando dal rovescio anche con lei.

serena williams rovescio 1

Serena Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, preparazione con passo super-deciso della gamba destra, backswing in linea (con ovalizzazione quasi inesistente), flessione dei polsi mentre inizia il trasferimento del peso. La stabilità degli appoggi è evidente anche dalle immagini statiche, l’equilibrio è perfetto.

serena williams rovescio 2

Serena Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, a sinistra, l’impatto, il modo in cui Serena sviluppa lo swing in linea con la palla è incredibile, così come la grazia (sì, avete letto bene) del gesto che va a chiudere il finale, contemporaneamente si solleva il piede posteriore assecondando il trasferimento del peso, non c’è un millimetro del corpo di Serena fuori posizione in queste tre immagini.

serena williams dritto 3

Serena Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, backswing di preparazione di un dritto in topspin. Open stance classica, sempre impeccabili gli appoggi e l’apertura delle braccia.

serena williams dritto 4

Serena Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, impatto dello stesso colpo, e finale al limite del “reverse forehand” alla Nadal, un tergicristallo (windshield-wiper follow-through) che scarica migliaia di r.p.m (giri al minuto) sulla palla, a partire da una base d’appoggio delle gambe di solidità impressionante. Ecco, qui sì che vediamo la Serena “potente”, che mette il suo peso sul colpo sbracciando di forza muscolare, il toppone che ne è uscito avrebbe piegato la racchetta in mano a un maschio. Ma come detto, c’è ben altro.

serena williams dritto 1

Serena Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Qui sopra, Serena aggredisce una palla in avanzamento, la stance è sempre aperta, ma già dalla fase di preparazione vediamo che questo dritto sarà colpito in proiezione verso avanti. Frame di sinistra, la racchetta è perfettamente verticale, la rotazione (unit-turn) del busto-spalle ha portato queste ultime a essere ad angolo retto rispetto alla linea che unisce i piedi, il destro è a una frazione di secondo dall’appoggio completo (ancora una piccola parte di suola anteriore non a contatto con il terreno, il tallone è giù). Frame centrale e di destra, l’appoggio sul piede destro è completamente affondato, è partito il backswing di preparazione, le braccia si aprono, il piede sinistro si solleva, preparandosi ad accompagnare il trasferimento del peso in avanti, con un passo in dinamica precisamente effettuato insieme al movimento a colpire.

serena williams dritto 2

Serena Williams, AO 2017 (Roberto Dell’Olivo)

Ed ecco, infine, impatto e finale dello stesso colpo. Nel frame di sinistra, la palla è a contatto con il piatto corde, il piede destro è ancora in spinta insieme all’anca, il sinistro avanza insieme alla sbracciata. Nel frame centrale, appoggio completato della gamba sinistra, accompagnamento del braccio-racchetta attraverso la palla scatenato al massimo verso l’alto-avanti, lo stesso braccio-racchetta ben allineato con la gamba posteriore (destra), postura fantastica, asse di equilibrio che rimane centrale nonostante Serena sia proiettata in avanzamento con tutta la velocità di braccio che ha. Nel frame di destra, la conclusione del follow-through, Serena è talmente composta a fine swing, in equilibrio solo sul piede sinistro, da avere braccio destro, avambraccio sinistro, e gamba destra (dal ginocchio in giù) impeccabilmente paralleli tra loro. Mamma mia, che livello tecnico.

C’è una definizione ben precisa per descrivere un dritto del genere (le ultime due serie di immagini qui sopra sarebbero da poster appeso nella scuola tennis, affinchè i ragazzini possano impararlo a memoria): fluidità.
Vederla dal vivo, a due passi di distanza, frustare in scioltezza una pallata dietro l’altra in questo modo è pazzesco.
Quando a un talento tecnico del genere, perchè di questo si tratta innanzitutto, aggiungi potenza fisica, elasticità articolare, e forza muscolare quando è necessario, più un gran servizio, ma qui ci tenevo a evidenziare i favolosi fondamentali di Serena (e Venus), ecco che i 22 titoli del Grande Slam cominciano ad avere una spiegazione un po’ più plausibile del trito e ritrito “vince perchè è grossa e potente“.
Se vi capita di sentirlo dire, non discutete, fate vedere queste immagini. E poi accettate con signorilità le scuse dell’avventato interlocutore.

Gli spunti tecnici da bordocampo precedenti:

Scopriamo insieme Jennifer Brady, servizio e dritto

Nishikori serioso, Kerber e Hingis allegre, e il giocoliere Chang

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(S)punti Tecnici

US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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Montreal, spunti tecnici: bentornato, Andy Murray

Bello rivedere in campo un campione che temevamo perduto. Analisi della sua esemplare tecnica della risposta al servizio, in vista del ritorno in singolare a Cincinnati

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da Montreal, il nostro inviato

Onestamente, dopo la gran paura che fece prendere a tutti noi a Melbourne quest’anno, scrivere di Sir Andy Murray è un autentico piacere. All’indomani dell’annuncio della partecipazione al Masters 1000 di Cincinnati in singolare, segno che dopo la rischiosa operazione all’anca si sente definitivamente bene, andiamo a vedere insieme uno dei gesti tecnici da sempre migliori del campione britannico: la risposta al servizio. In particolare, è molto interessante analizzare il gioco di gambe di Andy nella proiezione verso la palla, il footwork in generale di Murray è magnifico.

Nel breve video qui sopra, prima una risposta di rovescio, poi una di dritto. Dal vivo e da vicino, una delle cose che più colpiscono di Andy sono le sue caratteristiche movenze felpate, va verso la palla in modo morbido ed elastico, come fosse un gattone. In particolare, nel passaggio del peso dal primo passo lungo in avanzamento allo split step frontale, che successivamente lo proietterà a sinistra o a destra. Diamo un’occhiata più in dettaglio ai frames tratti dallo stesso filmato.

 

Cose belle belle: il timing nello step, che lo fa praticamente fluttuare verso gli appoggi finali, la coordinazione perfetta della rotazione busto spalle, contemporanea alla proiezione in avanti-sinistra della gamba opposta (la destra), il gesto della mano di richiamo (la sinistra) a “tenere su” la testa della racchetta per compensare un attimo di ritardo nello swing (gli stava servendo a tutta Marin Cilic, quindi botte non indifferenti). Che bravo. Vediamo il lato del dritto.

Cose belle belle: sempre la leggerezza unita alla potenza e alla precisione degli appoggi, la gestione dell’asse di equilibrio (Andy sta su perfetto come un filo a piombo dall’inizio alla fine dell’esecuzione, anche in semi-allungo laterale su uno slice di Cilic, che non è uno scherzo), e soprattutto il passo in dinamica della gamba opposta (la sinistra), ancora più evidente che dal lato del rovescio. Il motivo, ovviamente, è che non essendoci il busto di mezzo, l’allungo è superiore, il che comporta la necessità di un passo e di un successivo appoggio più avanzato e largo per compensare la sbracciata mantenendo centrale il peso. Una vera lezione, coach Andy, grazie davvero.

Qui sopra, infine, un altro paio di rovesci in palleggio (a sinistra Andy è uno spettacolo), uno slice e un diagonale in corsa. Un vero piacere guardarlo.

Personalmente, ho sempre mantenuto un salutare distacco dai fanatismi tennistici, e sto pure imparando ad accettare che pressoché qualsiasi cosa io scriva, ci sarà qualcuno che si lamenta perché a suo dire non ho elogiato a sufficienza Federer, Nadal o Djokovic, o vattelapesca. Vabbè, son dinamiche anche psicologiche davanti a cui mi arrendo. Parlando di Andy Murray, però, specialmente in occasione di questo suo rientro, lo dichiaro da ora: io per Muzza farò il tifo contro chiunque giochi, ma tifo vero, di quelli che si esulta al doppio fallo dell’avversario.

Perché se lo merita, se lo si conosce un minimo personalmente è un ragazzo che definire cordiale e simpatico è poco, perché a livello di carattere e apertura mentale (questo lo potete verificare anche senza essere addetti ai lavori, basta scorrere i suoi profili social) è uno da cui una marea di gente avrebbe solo da imparare. Nel frattempo, a proposito di imparare, riguardo alla tecnica del gioco di gambe nella risposta al servizio in avanzamento, le immagini sono lì sopra.

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