Mercoledì da leoni: Guillermo Canas tra East e West Coast

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Mercoledì da leoni: Guillermo Canas tra East e West Coast

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non troppo noti. Stavolta si va da Indian Wells a Miami 2007, per raccontare di quando Federer perse l’imbattibilità contro un argentino che neppure doveva esserci

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Premessa: a molti di voi questo racconto non piacerà. Da una parte c’è il re, senza macchia e senza paura, invincibile, imbattuto da sette mesi, sette tornei e quarantuno partite. Bello, elegante, algido, osannato in ogni angolo del globo. Il numero uno. Per molti destinato a diventare (se già non lo è) il numero uno dei numeri uno. Il migliore di sempre. È nato in Svizzera, uno stato che con il tennis c’azzecca davvero poco, ma è cittadino del mondo e qui in California (come pure in Florida, dove questa triste storia proseguirà) è campione in carica da tre anni. Lui è Roger Federer. Dall’altra parte c’è invece un (anti)eroe per caso, tipo Dustin Hoffman nel film di Frears, a cui il destino, questo maledetto, ha voluto concedere una chance di riscatto. Lui non dovrebbe esserci perché nel secondo turno delle qualificazioni ha perso con il tedesco Alexander Waske dopo dura lotta (7-5 al terzo) ma il belga Malisse ha i cerotti e il suo buco nel main draw viene riempito dal lucky loser di turno. Lui non dovrebbe esserci anche perché è uno degli angeli dalla faccia sporca del tennis argentino, uno dei quattro albiceleste eccellenti pescati con le dita nella marmellata proibita e squalificati per doping. Successe ad Acapulco nel 2005 e lui giura di essersi solo fidato del medico del torneo e di aver preso quel diuretico (vietato) in assoluta buona fede. Ma dopo Coria, Chela e Puerta, l’ITF non fece sconti e gli inflisse due anni di stop a partire dall’11 giugno 2005. Ecco un altro motivo per cui non dovrebbe esserci, se il Tas non gli avesse ridotto la squalifica di nove mesi e anticipato il rientro. Ma l’abbiamo detto, il destino a volte lascia le autostrade e si inerpica per impervie mulattiere con il solo scopo di mascherare le sue diaboliche intenzioni. Comunque, è Guillermo Cañas.

C’è il sole nella Contea di Riverside, ai margini del deserto tra Palm Desert e La Quinta, in questo lunedì 12 marzo 2007 e non tutti i 16.100 posti a sedere previsti nel main court dell’Indian Wells Tennis Garden sono occupati. Anzi. Del resto, tanto per tornare in ambito cinematografico e citare l’immenso Tornatore, per Roger Federer dovrebbe essere una pura formalità. È vero che “Willy” l’ha già battuto una delle due volte che si sono affrontati ma era il 2002 e lo svizzero, pur essendo già top 10, era un ventenne che ancora le prendeva da Ancic a Wimbledon e alternava momenti di luce immensa ad altri di buio pesto. Poi quella volta, sulle rive dell’Ontario, Calimero scoprì di non essere così brutto e nero e che anzi, sotto quella fuliggine, c’era abbastanza tigna da portarsi in dote il torneo più importante in carriera, ovvero il 1000 degli Open del Canada. Non c’è alcun motivo per cui Federer dovrebbe ripensare a quella sconfitta e non invece alla vittoria netta ottenuta nell’altra occasione, proprio qui in semifinale nel 2005, quando si impose 6-3 6-1. Oggi sono di fronte due giocatori agli antipodi. Uno, l’elvetico, intenzionato a battere il record di vittorie consecutive, che alcuni attribuiscono a Vilas (46) e altri a Borg (49), l’altro impegnato a risalire la china e “tornare nei primi venti alla fine della stagione, questo è il mio obiettivo” che non trasuda nemmeno troppa ambizione se si pensa che l’argentino ha avuto un best ranking di n.8, raggiunto qualche giorno prima la decorrenza della squalifica. Però adesso Guillermo ha dovuto passare sotto le forche caudine dello scetticismo e della risalita attraverso i Challenger (ne ha vinti ben quattro in poco più di due mesi), le qualificazioni e infine il ritorno alla vittoria eccellente in quel di Costa do Sauipe.

Tuttavia, Roger è consapevole che “entrare in un torneo è sempre un problema, ancora di più se hai beneficiato di un bye e ti ritrovi a giocare contro uno che viene dalle qualificazioni e ha già superato un turno”. In gergo si chiama mettere le mani avanti ma nella realtà Federer è consapevole delle insidie malcelate tra le pieghe di questa sfida. Il re ha appena vinto a Dubai ma nell’emirato il fondo è assai più veloce e la concorrenza un po’ meno agguerrita. Stranamente, non c’è un filo di vento alle quattro e mezza del pomeriggio e solo i ventagli agitano l’aria. Federer è come il clima, bello ma assai lezioso. Dopo due giochi di studio, nel terzo lo svizzero si vede costretto a salvare una palla break. Cañas corre a destra e sinistra e, quando può, mantiene profondità ma in fondo non si deve dannare troppo: sul 2-2 il suo avversario ha già accumulato 12 gratuiti. Il servizio di Federer va e viene, il dritto invece va solo: oltre le righe del campo e in rete. Inevitabile il break al quinto gioco, a cui il numero 1 rimedia dopo il cambio di campo con un game perfetto. Contro-break a zero e 3-3. Gaston Etlis, buon doppista vincitore di quattro titoli ATP in coppia con il connazionale Rodriguez e ora coach di Willy, ha i capelli che sembrano usciti dalla centrifuga della lavatrice e il sole contro gli occhi. Né lui, né il suo allievo hanno visto le delizie di Roger e l’ace finale riporta Federer in testa (4-3).

 

Due giochi più avanti Federer ha due set point. Il primo se lo procura con un lob perfido che costringe Cañas ad un improbabile tweener, il secondo con un tracciante di dritto incrociato che mette in dubbio le leggi della fisica ad oggi conosciute ma per lo svizzero è uno di quei giorni che due cose fatte bene consecutive sono merce assai rara e alla fine la strenua resistenza dell’argentino ha la meglio: 5-5 e tutto da rifare. Sarà, col senno di poi, il gioco del non ritorno. Federer torna nella modalità-errore, affossa in rete il rovescio del 5-6 e stavolta Guillermo ci crede di più, aumenta i giri nel servizio e chiude 7-5 con un dritto a campo aperto. L’ultima sconfitta nel circuito, Roger Federer l’ha subìta a Cincinnati pochi giorni dopo il suo venticinquesimo compleanno per mano del giovane britannico Andy Murray. Da allora, nei 41 incontri successivi ha perso il primo set in tre occasioni ed è sempre riuscito a rimediare: con Suzuki a Tokyo e con Nalbandian e Roddick alla Masters Cup di Shanghai. Tuttavia, nell’indicare una tendenza, i numeri suggeriscono al contempo l’aumento di probabilità che questa stessa tendenza venga attenuata con l’incremento dei tentativi. Certo, il tennis non è matematica pura e il teorema di Bernoulli (svizzero anch’esso, vedi un po’) non è applicabile, per volontà divina, al re. In tribuna, mentre mamma e papà Federer si nascondono dietro gli occhiali da sole, Mirka mastica nervosamente il chewing gum. Al terzo gioco del secondo set ci risiamo: Roger concede e annulla due palle break ma non la terza, che ha l’effetto di risvegliare dal torpore il pubblico californiano. Possibile? Possibile che stia perdendo da quello lì? Il campione del Pacific Life Open messo in difficoltà da un argentino che tira il rovescio bimane con i gomiti vicino al corpo e talvolta sforbiciando le gambe, mentre il dritto è ampio e profondo e arrotato quanto serve a imbarazzare il timing imperfetto dello svizzero.

I rarissimi momenti-Federer (un passante lungo linea di rovescio qui, un chip-and-charge con volee là) tanto cari a Wallace si perdono nell’Oceano Pacifico degli errori: 35, il quintuplo rispetto a Cañas che si porta avanti 3-1. Tra il quinto e il sesto gioco c’è bisogno del fisioterapista che incappuccia l’alluce destro di Roger, piagato come il suo gioco. Ad ogni punto dell’elvetico arrivano applausi di conforto ma l’operaio Willy non è un ragazzino e sa come addomesticare le emozioni. “Veniva da un buon periodo e sapevo che sarebbe stata dura” dichiarerà Federer ai giornalisti increduli. “Prima o poi dovevo perdere, non ci sono problemi” aggiunge. Di questo ne riparleremo tra poco. L’ultimo tentativo di reagire alla pigrizia arriva nel sesto game, poi perso ai vantaggi, e nel settimo Federer sfarfalla malamente due volée di dritto e si piega alla buona risposta di Cañas che adesso, sul 5-2, inizia a farci un pensierino. Willy ne ha passate troppe per cedere all’entusiasmo e sull’ultimo errore del re si concede un sorriso e poco più: 7-5, 6-2 e il record di un Guillermo ben più celebre (Vilas, 46 vittorie nel 1977 interrotte solo dalla racchetta-spaghetti di Ilie Nastase ad Aix-en-Provence) è salvo.

Due giorni dopo, Cañas rimedia un doppio 4-6 con lo spagnolo Moya e vola anzitempo a Miami per il secondo Masters 1000 della stagione. Anche in Florida il nostro deve giocare le qualificazioni ma stavolta le supera in scioltezza e viene collocato nella metà alta del tabellone. Quella di Federer, quindi.

A PAGINA 2, IL REMATCH DI MIAMI

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Flash

Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Flash

Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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