Miami, un'allegra brigata all'assalto di Federer

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Miami, un’allegra brigata all’assalto di Federer

Zverev-Wawrinka e Kyrgios-Goffin: i vincitori si sfideranno, l’unico superstite affronterà (forse) Federer in semifinale. Qualcuno è in grado di fermarlo?

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Cronache ATP Miami: Zverev e Kyrgios, giganti tra i giganti

Per carità, non è sfiducia nei confronti di Bautista Agut e Berdych-Mannarino, l’insolita sfida che definirà il quartofinalista opposto – salvo sorprese – a Federer. Il giocatore ammirato contro del Potro non sembra però poter soffrire il tennis da ragioniere dello spagnolo né tantomeno i colpi pesanti, puliti ma infiacchiti dal tempo di Berdych. E Mannarino, comunque bravissimo, è più il rammarico di Lorenzi che un reale ostacolo sulla strada dell’attuale dominatore della stagione. Viene quindi naturale volgere lo sguardo un po’ più in alto nel tabellone, nella zona frequentata dai quattro che si contendono un posto nella semifinale – sempre salvo le solite sorprese – presieduta da Federer.

La copertina non può che essere di Zverev. Checché ne dicano coloro secondo i quali il tedesco dovrebbe già abbattersi sugli avversari con furia orlandesca eliminare Isner non è un mai un esercizio semplice. Un po’ di numeri: Long John ha messo in campo 80 prime su 116 tentativi (69%), 28 delle quali senza farla toccare a Zverev. Zverev ha potuto giocarsi il punto 52 volte, spesso con lo statunitense in controllo dello scambio dopo il servizio, e ha raccolto appena 13 punti che raddoppiano se sommati ai 15 vinti sulla seconda di Isner. Dulcis (ma non) in fundo la contesa si è snodata in tre tie-break, con gli ultimi due set disputati completamente on serve fino al game decisivo. È abbastanza chiaro quanto la partita si sia giocata su una manciata di 15, il che non è mai troppo facile per chi ne ha giocati in carriera infinitamente meno del suo avversario. Si aggiungano i tre match point annullati, in due momenti diversi della partita. Chi non ha ancora 20 anni avrebbe le sue attenuanti se perdesse una partita del genere, Sascha col suo ditino irriverente rivolto verso il box ha dimostrato che in quanto a carisma può già guardare a testa alta molti colleghi più grandi di lui.

 

Uno che in carisma difettava ma con il tempo ha trovato il banale rimedio di tirare così forte da non doversi più curare dell’avversario è Stan Wawrinka. Ha dominato un match comunque divertente contro Malek Jaziri, che dimentica di non avere la cilindrata per affrontare i cannonieri del circuito e perde la partita con assoluta coerenza. Si aggiudica qualche punto da applauso, sfoggia un tennis “à la Baghdatis” che piace ma non può scalfire i colpi pesanti e lavorati di Wawrinka, decisamente premiati dall’umido soffocante di Miami che fa schizzare alla stelle lo spin rate.

Zverev-Wawrinka sarà adesso un ottavo di finale di sicuro interesse anche perché nell’unico precedente sull’indoor di San Pietroburgo ha vinto il più giovane, e si trattava di una finale. Sarà un test per Wawrinka che dovrà accettare di incunearsi in un vicolo al cui termine (abbiamo già detto salvo sorprese?) ci sarà Federer, ed è ancora cemento, è ancora territorio di totale agio per Svizzera 1. Sarà un test anche e soprattutto per Zverev che invece è oggetto meno conosciuto per Roger, che da Sascha ha subito una sconfitta non banale sull’erba di Halle. Questo è decisamente un altro Federer, Zverev è sempre in costruzione, ma la terza sfida tra i due sarebbe parecchio interessante. E forse meno banale del Federer-Wawrinka numero 24.

C’è però un altro ottavo di finale. Se ha colpito Alex per la sua attudine alla lotta ha decisamente sorpreso la calma olimpica di Nick Kyrgios. Il miglior Karlovic della stagione ha giocato la partita ideale per far saltare i nervi del dinoccolato di Canberra, capace di commettere appena 4 (quattro!) gratuiti in tutto l’incontro, di offrire (e annullare) una sola palla break e di lasciare a Ivo la miseria di 5 punti sulla prima di servizio, scagliata sul campo con un’impressionante resa del 92%. La vera notizia è che non ci è riuscito, a parte un paio di racchette volate qui e lì. La sfida si è decisa su un doppio fallo del croato nel tie-break decisivo del terzo parziale, perfetto contrappasso del tie-break del secondo set in cui il doppio fallo dirimente era stato quello di Kyrgios. Nick è rimasto sempre incollato alla partita, pur utilizzando come valvola di sfogo un paio di colpi indefinibili a cui ci impegneremo a trovare un nome. Quando Kyrgios gioca con questa abnegazione il dubbio che viene è che in realtà la sua sia una sceneggiata, che voglia dissuadere l’attenzione dai suoi risultati perché in realtà al tennis ci tiene eccome. Il personaggio del bullo di quartiere può sembrare una boutade buona – anzi buonissima – per alimentare il chiacchiericcio degli appassionati. Lo testimonia anche il tenero siparietto di fine incontro, quando ha regalato il suo asciugamano firmato a un racchettapalle che aveva – scherzosamente – rimproverato durante l’incontro.

Nick si troverà di fronte il re dell’ottimizzazione delle risorse David Goffin. Il belga si è imposto in una sfida da appena 132 kg contro Diego Schwartzman, che ha vinto il primo parziale e dato grande battaglia nel terzo. Goffin è un fenomeno straordinario del tennis moderno, per certi versi è l’evoluzione di Gilles Simon con meno capacità di irretire l’avversario e più aggressività. Chi si limita a considerare potenza devastante e abilità sotto rete le maggiori (uniche?) rappresentazioni di tecnica tennistica dimentica colpevolmente le assolute finezze di David, uno che sfrutta ogni mezzo a sua disposizione per generare velocità e sviluppare il gioco su qualsiasi direttrice. Non sembra in grandissima condizione, lontano dai picchi che lo scorso anno l’avevano condotto in semifinale su questi campi, eppure sarà lì a cercare di tamponare l’esuberanza di Kyrgios. Inutile rimarcare che la partita si deciderà sul servizio del giocatore australiano. Con le medie tenute da Nick nelle ultime apparizioni per David sarebbe quasi impossibile fare partita pari, è necessario che la sfida offra un buon numero di scambi in cui Goffin possa stanare Kyrgios e portare l’incontro verso il suo tennis di ritmo. Lo sa bene il belga, che ad esempio contro Tsonga a Rotterdam ci era riuscito per un set prima di vedersi sovrastato dalla potenza del francese. E lo sa bene Nick che due volte nelle ultime settimane ha impedito a Djokovic di tessere la sua tela, alternando servizi imprendibili a rovesci profondi ma quasi appoggiati su cui Nole non è quasi mai riuscito a prendere in mano lo scambio. E difficilmente ci riuscirebbe David.

Esistono quindi chance di semifinale per ognuno dei quattro componenti di quest’allegra brigata ma probabilmente ce n’è uno che al momento sembra più in grado degli altri di impedire il Sunshine Double a Federer. È Nick Kyrgios. Per imprevedibilità, per coraggio, perché banalmente le velleità di battere lo svizzero al momento passano per un solido piano di difesa del servizio e l’australiano è quello che a riguardo può proporre le cose più interessanti. E poi permettete che lo si dica: la sfida mancata di Indian Wells ha lasciato davvero l’acquolina in bocca.

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Dimitrov dieci anni dopo: non più Baby, mai Fed

No, adesso Grigor Dimitrov non ci inganna più: anche se ha raggiunto un’altra semifinale Slam, nel suo futuro non sembra esserci troppa gloria

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All’improvviso un bulgaro. Grigor Dimitrov è risorto, quando ormai tutti lo davano per finito, e ha vinto… no, ha raggiunto la finale… no, ha perso in semifinale all’US Open. Per la prima volta. Dopo aver battuto Federer. Per la prima volta. Finalmente, si potrebbe dire.

Lo chiamavano baby Fed ed era la grande speranza per il ricambio generazionale dopo l’era dei Fab four. Oggi invece, nonostante l’exploit americano, appare chiaro che Dimitrov non sarà mai un campione completo, e probabilmente, a meno di circostanze imponderabili, non porterà a casa un trofeo del grande Slam. Il suo ruolino di marcia post-US Open, composto da una vittoria e tre sconfitte, in un certo senso lo conferma: eliminato ai quarti di Chengdu da Bublik con tanto di match point falliti, a Pechino e Stoccolma – questa settimana – ha addirittura rimediato due battute d’arresto al primo turno, rispettivamente contro Rublev e Querrey. Per Dimitrov è sempre stato un problema confermarsi.

Le ragioni vanno trovate in una sua eccessiva fragilità. A volte mentale, a volte nel gioco. Infatti, non sono stati certo i Fab four (o fab 3) e la loro longevità a limitare la carriera del bulgaro. Andando a vedere il bilancio di vittorie e sconfitte con i quattro campioni di quest’era già si intuisce che il bulgaro non è fatto della stessa materia di cui sono fatti i grandi:

 

Federer: 1-7 (negli Slam 1-2)
Con un bilancio complessivo di 16 set persi e solo 2 vinti fino a questo US Open.

Nadal: 1-11 (negli Slam 0-2)
Le due vittorie di Nadal negli slam sono avvenute entrambe in Australia e in entrambe le occasioni Dimitrov è uscito con non pochi rimpianti. Molte le partite combattute tra i due, nelle quali è sempre uscito vincitore lo spagnolo.

Djokovic: 1-8 (negli Slam 0-2)
Le due sconfitte negli Slam senza la minima occasione.

Murray: 3-8 (negli Slam 1-2)
Non stupisce che lo scozzese, palesemente il Ringo Starr dei fab four sia l’avversario con cui Dimitrov ha raccolto più successi, e comunque son pochi.

Ma a ben guardare, il dato più importante è il numero di sconfitte con giocatori diversi dai fab four. Dal 2011, anno dell’esordio negli Slam (a parte un primo turno a Wimbledon nel 2009) e dell’ingresso tra i top 100, il bulgaro ha partecipato a 36 Slam, perdendo, come si è detto, 8 volte dai fab e 28 volte da altri giocatori. Chi sono questi altri giocatori? Analizziamo le sconfitte Slam per Slam:

AUSTRALIAN OPEN: Ventitré vittorie e nove sconfitte tra cui spicca quella con Nadal del 2017, che avrebbe potuto dare tutta un’altra svolta alla sua carriera, e le ultime due contro ottimi giocatori che un aspirante vincitore di Slam dovrebbe battere.

  • 2011 – 2T Wawrinka (n.19)
  • 2012 – 2T Almagro (n.10)
  • 2013 – 1T Benneteau (n.38)
  • 2014 – QF Nadal (n.1)
  • 2015 – 4T Murray (n.6)
  • 2016 – 3T Federer (n.3)
  • 2017 – SF Nadal (n.9)
  • 2018 – QF Edmund (n.49)
  • 2019 – 4T Tiafoe (n. 39)

Melbourne è senza dubbio lo slam migliore per il bulgaro. Bilancio con i top ten: zero vittorie e cinque sconfitte (ma due vittorie con un numero 11, Raonic e Goffin). Le migliori possibilità di vittoria il bulgaro le ha avute nel 2017, ma è improbabile, visto il suo record con Federer, che sarebbe riuscito ad alzare la coppa anche se avesse battuto Nadal. La più grande delusione invece l’anno successivo, sconfitto da Edmund (ma già in affanno con McDonald al secondo turno) quando sembrava favorito per raggiungere la finale.

ROLAND GARROS: spiccano due primi turni con Karlovic e Sock, in anni in cui il bulgaro navigava vicino alla top ten. Sconfitte senza appello con due giocatori non da terra.

  • 2011 – 1T Chardy (n.61)
  • 2012 – 2T Gasquest (n.20)
  • 2013 – 3T Djokovic (n.1)
  • 2014 – 1T Karlovic (n.37)
  • 2015 – 1T Sock (n.37)
  • 2016 – 1T Troicki (n.24)
  • 2017 – 3T Carreno Busta (n.21)
  • 2018 – 3T Verdasco (n.35)
  • 2019 – 3T Wawrinka (n.28)

Anche negli anni migliori Dimitrov non è mai andato vicino a fare bene a Parigi. Un solo top ten incontrato (Djokovic nel 2013); prima della vittoria su Cilic (n.13) quest’anno il suo scalpo più prestigioso era Donald Young (n. 51 nel 2012!).

WIMBLEDON: quindici vittorie e nove sconfitte sui prati di Church road con la semifinale raggiunta nel 2014 con lo scalpo di Andy Murray (numero 5), battuto nei quarti di finale. Dolorose le sconfitte al terzo turno dei due anni successivi, in cui avrebbe dovuto fare meglio.

  • 2011 – 2T Tsonga (n.19)
  • 2012 – 2T Baghdatis (n.42)
  • 2013 – 2T Zemlja (n.55)
  • 2014 – SF Djokovic (n.2)
  • 2015 – 3T Gasquet (n.20)
  • 2016 – 3T Johnson (n.29)
  • 2017 – 4T Federer (n.5)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.224)
  • 2019 – 1T Moutet (n.84)

A parte il 2011 (sua seconda partecipazione), la semifinale raggiunta nel 2014 e la sconfitta con Federer nel 2017, Dimitrov ha sempre perso da avversari che sull’erba dovrebbero essergli inferiori. Due sconfitte su tre contro top ten e gli scalpi migliori (a parte Murray) raccolti in nove anni sono Dolgopolov (n.19 nel 2014) e Simon (n.20 nel 2016). Ancora una volta troppo poco per uno che si pronosticava possibile pluri-vincitore del torneo.

US OPEN: dodici vittorie e nove sconfitte a New York e bilancio portato in attivo dall’exploit di quest’anno. Spiccano come particolarmente dolorose le sconfitte con Rublev e Wawrinka negli ultimi due anni, in cui tutti attendevano conferme ad alti livelli che non sono mai arrivate.

  • 2011 – 1T Monfils (n.7)
  • 2012 – 1T Paire (n.49)
  • 2013 – 1T Sousa (n.95)
  • 2014 – 4T Monfils (n.24)
  • 2015 – 2T Kukushkin (n.56)
  • 2016 – 4T Murray (n.2)
  • 2017 – 2T Rublev (n.53)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.101)
  • 2019 – SF Medvedev (n.5)

Bilancio con i top ten di una vittoria (Federer) e tre sconfitte. Fino alla vittoria con Federer di quest’anno lo scalpo più prestigioso battuto a New York era Joao Sousa (n.36 nel 2016!).

Guardando il bilancio totale negli Slam, non sembrano tanto gravi le appena due vittorie (a fronte di 11 sconfitte) contro top ten, quanto il bilancio di 15 vittorie e 28 sconfitte contro top fifty. A significare che incontrando giocatori di medio livello il bulgaro esce sconfitto quasi due volte su tre. Impossibile sperare di vincere uno Slam così.

In definitiva Dimitrov è questo. Può trovare la settimana giusta e battere degli ottimi giocatori (come successo alle Finals e a Cincinnati). Se capita un paio di volte in un anno, nei momenti giusti, può ritrovarsi tra i primi dieci del mondo. Ma allo stesso modo può uscire dai primi venti a causa di sconfitte con giocatori tutto sommato modesti e difficilmente porterà mai a casa uno Slam, dove verosimilmente dovrebbe riuscire a battere un paio di top ten nelle fasi finali.

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Sul carro di Daniil

Il russo entrerà in top 30 e vuole prendersi il primato nazionale. Oggi sembra più calmo, ma nasconde un passato piuttosto fumantino: dai cinque mesi di squalifica quando era junior… alle monetine

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Ci sono le giovani promesse del tennis e poi ci sono i giovani tennisti russi. Per una ragione quasi ancestrale, che affonda le radici direttamente nella cultura (sportiva, ma non solo) russa, vanno analizzati con altri parametri e meritano quasi una diversa indulgenza. Se hanno un carattere un po’ fumantino, se in campo faticano a contenere il loro tennis entro i limiti dell’efficacia, li si inquadra come ereditieri dell’impareggiata (e forse impareggiabile) follia di Marat Safin e si scuote il capo, speranzosi, azzardando un ‘Vabbè, sono russi‘.

È anche una questione di produttività e di contributo al tennis. Al momento solo gli Stati Uniti, al pari della Russia, possono vantare tre under 23 in top 100. Certo la capacità di suscitare entusiasmi di Tiafoe, Fritz e Mmoh (che ha appena fatto il suo esordio in top 100) non può essere la stessa di Karen Khachanov (n.24 ATP), Daniil Medvedev (n.32) e Andrey Rublev (n.68), che in circostanze diverse hanno mostrato di poter viaggiare al ritmo dei più forti. Giova ricordare che sangue russo scorre anche nelle vene tedesche di Zverev e canadesi di Shapovalov, rispettivamente a una e due spanne dai big, e che appena fuori dalle prime 200 posizioni del mondo riposa il 20enne Aleksandr Bublik, ultimo rinforzo della campagna acquisti del Kazakistan prima che la Russia decidesse che forse era il caso di tenere in piedi una squadra decente per la Davis e smettesse di farsi scippare i tennisti. Tempismo perfetto, dal momento che la Davis a breve non esisterà più.

Ritornando all’eredità di cui sopra, nessuno dei cinque sopracitati – da Khachanov al piccolo ma terribile Bublik – vincerebbe la statuetta per il miglior autocontrollo sul campo. C’è chi, però, sta imparando. Daniil Medvedev non ha sempre avuto quest’espressione imperscrutabile capace di lasciarsi sobillare, apparentemente, solo da Tsitsipas e dalla giudice di sedia Mariana Alves, rea (a suo dire) di avergli rovinato la partita con Bemelmans al punto da indurlo ad aprire il portafogli e lanciarle delle monetine in ‘presumibile segno di sommo disprezzo‘. Tutto a Wimbledon eh, mica al torneo sociale di Casalpusterlengo.

C’è stato un tempo in cui Daniil Medvedev era persino più incontrollabile di così“Non sono certo la persona più calma del mondo”, profetizzava il russo proprio pochi giorni prima del lancio delle monetine. “Nella mia carriera ho avuto un po’ di problemi, soprattutto da junior dove ti squalificano per un mese se commetti dieci violazioni”. Lui riuscì ad accumularne tante da star fermo cinque mesi, come ha raccontato Tennisitaliano. Soprattutto da junior dice Daniil, ma non solo. Nel 2016 fu capace di farsi sbattere fuori dal challenger di Savannah per aver insinuato che il suo avversario Donald Young fosse spalleggiato dalla giudice di sedia, anche lei di colore: razzismo alla base della messa in discussione dell’imparzialità di Sandy French, tuonò USTA per giustificare la squalifica.

Di cose, insomma, ne ha combinate il 22enne nato a Mosca, soprattutto nel periodo in cui aveva deciso di mascherare il suo talento con un’attitudine largamente perfettibile. Il suo coach Gilles Cervara gli chiedeva se stesse dando il 100%, lui rispondeva di sì e Cervara gli suggeriva di lasciar perdere perché se quello era il suo massimo, beh, sarebbe andato poco lontano. Mangiava senza regole e prestava scarsa attenzione alle pratiche di recupero dopo gli incontri. Il punto di svolta è arrivato lo scorso anno a Shanghai quando maestro e allievo hanno avuto un acceso diverbio a proposito della condizione fisica di Medvedev. Daniil si è sentito messo alle strette e ha accettato di iniziare a compilare due volte al giorno un questionario su come si sente, perché il suo staff possa sapere se, come e quando intervenire. Clic.

I mesi successivi raccontano come il tennis sia uno sport che poggia, tutto sommato, su concetti semplici (da identificare, non certo da mettere in pratica). Se hai un buon talento, presti attenzione alla tua routine giornaliera e ti circondi delle persone giuste che ti aiutano a dare una direzione ai tuoi allenamenti, i risultati prima o poi arrivano. Medvedev ha ricevuto un grosso impulso dal titolo di Sydney a inizio stagione, poi non si è lasciato abbattere dai cattivi risultati sul rosso – superficie che non arriverà mai ad amare – né dalla necessità di giocare spesso le qualificazioni (vi è stato costretto in cinque occasioni e le ha sempre superate, ultima delle quali questa settimana a Tokyo) e ha sollevato il trofeo pluri-puntuto di Winston-Salem, curiosamente ancora nella settimana che precede uno Slam.

Se ne deduce che gli serve un fondo rapido per essere insidioso. A Wimbledon ha sfiorato gli ottavi perdendo una partita rocambolesca contro Mannarino, altro discreto interprete dei prati, ma una volta ricominciato il cemento ha fatto persino meglio: da Toronto a Tokyo, dove è ancora in gioco, ha vinto ventidue partite (qualificazioni comprese) e ne ha perse soltanto quattro per rompere la barriera della top 30 (vi entrerà ufficialmente lunedì), trovando nel frattempo anche il tempo di sposarsiCi è riuscito accoppiando a una presenza atletica finalmente convincente un tennis forse non bellissimo da vedere, ma certamente scomodo da affrontare.

In realtà, poi, quello di Medvedev non è un cattivissimo tennis. Non c’è l’ombra di una rotazione (è questo il motivo principale per cui la terra battuta gli provoca allergia) ma solo traiettorie molto tese, più che fulminanti di difficile lettura. In particolar modo il russo tende quasi a insaccarsi sulla palla, colpendo con quel pizzico di ritardo che impedisce all’avversario di farsi un’idea sul colpo che arriverà. Lo fa soprattutto con il rovescio, esecuzione personalissima e quasi goffa a vedersi che risulta però terribilmente efficace. Ha un buon servizio e sebbene da fondo non abbia colpi per spaccare la partita, ‘possiede’ il campo con buona disinvoltura e sa cercare gli angoli con la giusta dose di rischio. Ogni tanto perde il dritto, ma visti i trascorsi è sempre meglio che perdere la testa.

Daniil Medvedev – Queen’s 2018 (© Alberto Pezzali per Ubitennis)

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David Goffin, eroe sfortunato

33 partite in 88 giorni, due finali perse. David Goffin è stato l’eroe di questo finale di stagione, ma purtroppo non quello di cui ci ricorderemo

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A volte il tennis sa essere una fiaba. La lunga rincorsa del protagonista più inatteso, le fasi del riscatto, la gioia del lieto fine. C’è un ordine rintracciabile, una sorta di spinta narrativa che intorcina la trama attorno all’esigenza di abbracciare il finale che tutti auspicano. Erroneamente si crede invece che sia la favola a proporre, come caratteristica apodittica, il lieto fine. Per ogni Krajinovic che s’arrampica in finale a Bercy, per ogni Stephens che vince uno Slam dopo un comeback ai limiti del credibile: ‘ è una favola’, solo talvolta si ha il buon gusto di aggiungere ‘a lieto fine’. Perché in effetti la favola nasce con intenti moralistici, ha carattere giocoso, vuole insegnare qualcosa. E non sempre è conciliabile con il classico lieto fine.

Quella di David Goffin, appesa tra Londra e Lille, è probabilmente la favola del 2017. Il folletto di Rocourt ha fatto ogni cosa era in suo potere. All’02 Arena si è preso le spoglie di un Nadal ormai svuotato di ogni energia, poi ha fatto lo stesso con un Federer forse troppo convinto dei suoi mezzi e poco attento al serbatoio della riserva. Dunque ha imbracciato la baionetta e ha attaccato Dimitrov per 150 minuti in finale, senza sosta, ottenendone il trofeo del secondo classificato. La prima (crudele) morale: se l’avversario ha più chili e l’attitudine difensiva quella buona, hai voglia tu a sfiancarlo di stilettate. Alla fine soccombi tu, con tutto l’onore che ti è possibile ricevere e tutto sommato un buon assegno da mandarci i figli al college, un giorno.

Un centinaio di ore più tardi, in Francia ma praticamente quasi in Belgio, David è sceso in campo contro Lucas Pouille. Giocando il miglior tennis che era possibile giocare a soli cinque giorni da una finale parecchio logorante, al termine di una stagione che lo è stata almeno altrettanto e soprattutto negli ultimi tre mesi. 33 partite tra il 30 agosto e il 26 novembre, in 88 giorni. Quasi una partita ogni due giorni e mezzo, con due sole settimane di pausa. La 33esima l’ha giocata e vinta contro Jo Wilfried Tsonga, che aveva dalla sua il pubblico e il conforto degli scontri diretti, in particolare dell’ultima sfida di Rotterdam vinta in rimonta. Al Pierre Mauroy David ha trascorso un set sul cornicione, attaccando dal primo scambio come consuetudine di novembre vuole, e rischiando di vedersi sottrarre il servizio a più riprese. Sempre giocando meglio dell’avversario, ma trovando ragione nel punteggio solo dopo aver vinto il tie-break. Di lì un assolo del belga a farsi beffe dei drittoni del francese.

Due punti senza perdere un set, come a Charleroi contro l’Italia a febbraio, laddove a Bruxelles in semifinale erano stati ancora due punti con due soli set smarriti. Decisive nelle sfide casalinghe, questa volta le due vittorie di David Goffin sono servite solo ad alimentare i rimpianti. A realizzare gli altri tre punti sono stati infatti i francesi, che proprio non potevano esimersi dal punire un Bemelmans pasticcione in doppio e un Darcis tremendamente inconsistente tanto venerdì quanto domenica. Goffin, eroe silenzioso, ha provato a tirare la giacchetta alla fiaba perché si palesasse col suo lieto fine, dopo la delusione della finale persa due anni fa. Sull’insalatiera del 2015 è inciso il nome della Gran Bretagna, più propriamente dovrebbe essere intitolata ad Andrew Barron Murray che dei dodici punti necessari per vincere la competizione, tra febbraio e novembre, era stato quasi totale artefice con otto vittorie in singolare e tre in doppio.

David Goffin ha dovuto pensare che si potesse vincere una Coppa Davis praticamente da soli, avendo delegato solo la faccenda tedesca di febbraio alle (allora) miracolose mani di Steve Darcis. Tecnicamente è possibile, ha dimostrato Murray, a patto di poter contare su un doppio di sicuro affidamento. O in alternativa si deve prendere in carico anche quell’onere. Andy lo ha fatto, ma potendo contare sul fratello Jamie, discreto attore dei giochi tennistici a quattro; David, anche avesse voluto cimentarsi con la sfida del doppio, avrebbe dovuto scegliere uno tra Bemelmans e De Loore. Il primo sconfitto tre volte quest’anno, nei doppi di Davis, il secondo in due occasioni. Tragico culmine la sconfitta decisiva di sabato contro Herbert e Gasquet.

La favola di Goffin, eroe anche sfortunato, si conclude così. Con una seconda morale. La Coppa Davis rimane un piccolo cosmo bistrattato all’esterno del tennis che conta, e assume rilevanza solo quando stai per vincerla. Ma se vuoi vincerla, hai bisogno di un tuo “doppio”. Se invece sei da solo… devi anche occuparti del doppio.

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