La piccola biblioteca di Ubitennis. Smash: il tennis e l’inchiostro

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La piccola biblioteca di Ubitennis. Smash: il tennis e l’inchiostro

Venerdì letterari. 15 scrittori italiani. 15 racconti di tennis. Un libro. Matteo Garrone che gioca con Monica Seles, l’ultimo giorno di Vitas Gerulaitis, Veronesi e il doping di periferia. Il tennis degli schermi si mescola con la vita quotidiana e con il miglior inchiostro italiano

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Autori Vari – SMASH (15 racconti di tennis) – La Nave di Teseo Editore, 2016, pagg. 234.

Ho sempre pensato che di sport, e di tennis in particolare, si potesse parlare seriamente al di là della cronaca giornalistica. “Smash” (raccolta di racconti sull’universo tennis edito da La Nave di Teseo) ne è un’ulteriore dimostrazione.

Il tennis ha mille sfaccettature, è sport difficile, crudele, stressante. Sotto la sua immagine di eleganza e raffinatezza (per decenni immortalata dai candidi vestiti bianchi e dalle racchette di legno, dall’alta società che assisteva a partite di tennisti che parevano abbigliati per presenziare a un cocktail, più che a una finale di Wimbledon) nasconde una ferocia che costituisce il suo nerbo nascosto, ma anche terribilmente affascinante, qualcosa da cui pare difficile, se non impossibile, distaccarsi. Perché?

 

Carlo Magnani nell’introduzione al suo “Filosofia del Tennis” scrive: “Il ciclismo è lo sport epico per eccellenza, infatti si trovano storie raccontate da giornalisti, scrittori, romanzieri, poeti, cantautori (…) Il tennis è un’altra cosa. Forse non è facile da raccontare, non è propriamente uno sport ardente, manca il momento topico; è piuttosto una costruzione incrementale e progressiva in cui tanti piccoli eventi formano alla fine un’epopea del tutto speciale. E non è all’epica che bisogna guardare, per comprenderlo culturalmente, quanto alla conoscenza”.

Ed è proprio vero. La differenza fra il tennis e gli altri sport è, forse, proprio questa necessità di comprenderlo razionalmente per poter entrare nelle sue stanze più segrete. Lasciate perdere le tifoserie da Coppa Davis, il tennis è sport per spettatori silenziosi. E riflessivi. Ed è uno degli sport che più prestano il fianco a essere interpretati come metafora della vita. Il tennis ci fa riflettere, come ci fanno riflettere le cose belle e meno belle, le gioie e i dolori della nostra esistenza. Con le sue geometrie, il suo ordine, ha la forza di illuderci che il mondo sia una costruzione perfetta in cui noi siamo protagonisti, padroni del nostro destino, ma quando la pallina colpisce il nastro e non sappiamo se andrà nel campo avversario o ricadrà nel nostro, l’imprevisto, la variabile non considerata, entra nella nostra vita e la stravolge. A questo punto, o sei preparato o non lo sei, e quello che sarà non è più in tuo esclusivo potere. Questo aspetto del gioco è stato messo in evidenza da Woody Allen nel suo film “Match Point” ed è la prospettiva in cui si incunea “Smash”, libro che parla di uomini, donne e tennis, di vita quotidiana e tennis, di amore e tennis, di rapporti familiari e tennis, di finanza e tennis, di adolescenza e tennis, di storia e tennis. E raramente sono racconti allegri. Non sono nemmeno tristi, a dire la verità. Cosa sono, allora? Sono semplicemente racconti che riflettono la medietà della nostra esistenza, giorno dopo giorno. Focalizzano l’attenzione sul rumore di sottofondo della vita, quel suono basso e regolare che non sentiamo mai ma che è sempre presente, come chi vive accanto alla ferrovia non si accorge del treno che passa, ci sei talmente abituato che fa parte di te. I racconti di “Smash” non strappano urla di gioia per imprese di supereroi, no. Sono racconti profondamente “umani”, riflettono quello che siamo veramente: uomini e donne che vivono ogni santo giorno e ogni santo giorno affrontano le incombenze della vita, si scontrano, là fuori, con l’imprevedibile umanità e con questo sconosciuto che siamo noi stessi. Vi pare poco?

Quindici scrittori (più un regista) per quindici racconti. Mi soffermerò su quattro di questi, non perché gli altri siano di qualità inferiore, ma perché in un modo o nell’altro hanno toccato corde vicine alla mia esperienza personale. Ciascun lettore troverà in questa raccolta quelli più vicini alla propria sensibilità. Ce n’è per tutti e vale la pena far parlare soprattutto gli autori.

Marco Missiroli: Mio Padre

Un racconto autobiografico, un padre ammalato di cuore, un figlio giornalista e scrittore alle prese con la fidanzata che lo ha lasciato, una vita da reimpostare e un romanzo importante da scrivere, un romanzo che mette a nudo il proprio io in un momento decisivo della vita. Sfondo a questo passaggio cruciale gli Internazionali di Roma e il desidero del figlio di fare un regalo al padre: incontrare Roger Federer, il tennista simbolo, per entrambi, del tennis.

“Mio padre disse che avrebbe donato gli organi una mattina di maggio del 2015 mentre attraversava il ponte Regina Margherita a Roma. Avevamo dormito nei dintorni e tornavamo dal bar che ci aveva preparato il pranzo al sacco. Lo guardavo camminare avanti, le spallone che non mi aveva trasmesso e il passo lieve che mi aveva trasmesso, aspettò che lo raggiungessi e mormorò che si vedeva smembrato e utile, alla fine di tutto. Poi disse: ‘E speriamo che Roger sia in forma oggi’. Rallentò e io pensai ai piedi di Federer e ai piedi del mio babbo, Roger e Sauro, ballerini senza peso. Al ventricolo possente del tennista e al ventricolo riparato del padre”. (Pag. 59)

Marco riuscirà a scrivere il suo romanzo, lo farà leggere al padre che vi vedrà molte cose del loro rapporto, cose che sono sempre state taciute, nascoste nella riservatezza di entrambi. Proprio quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, il figlio troverà nel padre un saldo appoggio, una persona amica e sicura su cui fare affidamento. E questo incontro, silenzioso e denso di significati, avverrà proprio alla fine della finale dei campionati romani, dopo la vittoria di Djokovic su Federer nella finale del 2015.

“Ci appoggiammo alla balaustra con la schiena, ascoltavamo i clacson e il vociare del pubblico già lontano (…) Poi finimmo il pane, lui si accarezzò la bocca per liberarsi dalle briciole e ci incamminammo, io appena dietro, lo lasciai proseguire da solo. Si allontanava sul Lungotevere (…) Lo guardai, mio padre che se ne andava, finché si accorse che non c’ero e mi cercò. Mi chiamò e quasi sorrise, invaso da un nugolo di tifosi vestiti di rosso che lo superò a destra e a sinistra, lo guardai, mio padre”. (Pag. 76)

Edoardo Albinati in dialogo con Matteo Garrone

Garrone è, oggi, un affermato regista cinematografico. Pochi sanno, io lo ignoravo, che è stato in gioventù un valido tennista che ha tentato la carriera professionistica. Fino ai diciotto anni ci credette. Fra alti e bassi tentò di far breccia in quel mondo dorato che è il circuito dei grandi. Carattere incostante, obiettivi poco chiari, forse poca determinazione, consapevolezza che per essere un “vero” tennista non erano necessari solo i colpi e la tecnica ma anche una forma mentis particolare, determinata, focalizzata sull’obiettivo. Sempre, a tutti i costi. Bisogna iniziare a guardare al mondo e se stessi con occhi diversi, uscire dalla dimensione provinciale della propria città, del proprio circolo di tennis dove si può anche essere i migliori e coccolati da tutti, ma che non dà la vera dimensione di quello che c’è là, nel circuito del tennis che conta.

Così tenta l’ultima carta: l’accademia di Nick Bollettieri in Florida. “(…) Sono arrivato a giocare in serie B. Quando poi sono stato da Bollettieri avevo diciott’anni, ormai ero già “vecchio” come tennista. (…) Monica Seles aveva tredici anni; spesso la allenavo insieme a un altro ragazzo. Si vedeva che era un fenomeno, che sarebbe stata la numero uno del mondo, e già lei aveva quella mentalità: appena compiuti i quattordici anni ha iniziato a fare i tornei di classifica mondiale e prendere i punti WTA. Si tratta proprio di un approccio diverso”. (Pag. 85)

In Florida conosce un nuovo mondo, i grandi di domani, non solo la stupefacente Monica, ma anche Courier, Agassi, Jimmy Arias che, tutti, diventano suoi compagni di viaggio. Ed è proprio dal confronto con questi giovani campioni in erba che comprende che per lui il treno è già passato. Ma l’esperienza americana gli offre anche l’opportunità di capire chi è e dove può andare, cosa può fare. In America capisce come vanno le cose del mondo, scopre come sono fatti gli uomini. Significativo, a questo proposito, il ritratto del padre-padrone Nick. Diciamo così: Bollettieri ha creato i presupposti affinché chi poteva esplodere trovasse terreno fertile. C’erano comunque giocatori con i quali allenarsi e anche dei tecnici di un certo livello, e la bravura di Bollettieri è stata di circondarsi di persone tennisticamente molto più competenti di lui, che era scarsissimo”. (Pag. 93)

Giorgio Falco: Grip

Vytautas Kevin Gerulaitis, classe 1954, figlio di immigrati lituani che, nel 1939, decisero di cercare fortuna in America, fu anche per me uno degli idoli dell’adolescenza. La sua capigliatura leonina, la rapidità nei movimenti, il carattere allegro, quel modo di muoversi e stare nel mondo che ispirava simpatia, hanno lasciato una traccia indelebile nel tennis degli anni Settanta. Il piccolo Giorgio che, a Milano, giocava a tennis su un campo rudimentale ricavato da uno spiazzo di cemento chiuso fra il condominio e una fabbrica dismessa, fu subito attirato dal modo non convenzionale di interpretare il tennis di questo strano campione che ebbe in sorte la maledizione di dover competere con delle vere e proprie leggende: Borg, Connors, McEnroe, eroi da cui lo differenziava, in primo luogo, il carattere, più mite e arrendevole, ma anche più consapevole delle cose del mondo.

“O forse il suo distacco dai primissimi era più mentale che tecnico, lui non era ossessionato come gli altri da una sconfitta o da una vittoria: paradossalmente, confidava nella vita per sistemare le cose, il tennis non era tutto, la vita lo avrebbe aiutato la prossima volta, in campo. Perdeva raramente partite contro giocatori più deboli, e ancora più raramente vinceva contro quelli migliori di lui, che spesso erano anche suoi amici, come Borg o Connors”. (Pag. 112)

E poi quella sua mania, ci racconta Giorgio Falco, di svolgere e riavvolgere il grip all’impugnatura della racchetta a ogni cambio campo, rito che si alterna, nella narrazione, all’ultimo giorno di vita di Gerulaitis, tragicamente morto a soli quarant’anni per un “banale” difetto di funzionamento dell’impianto di ventilazione della casa dove era andato a riposare prima di presenziare a un evento benefico a favore della American Cancer Society. Ma di lui, oltre al suo tocco leggero rimarrà per sempre quel rito catartico del grip, dentro cui Vitas sembrava cogliere tutte le asperità e imprevedibilità della vita in una visione unificatrice. Qualcosa che va oltre il tennis.

“Il tennista viveva nel gesto il tempo successivo, caratterizzato dal caos – rimbalzi irregolari, folate di vento, abbaglio del sole, improvvisa variazione di luce, bravura dell’avversario, propri limiti – che tentava di decifrare quando tutto pareva calmo, per essere più pronto non tanto negli scambi, ma dopo, nell’accettazione degli eventi, nella vita. (…) Forse Vitas Gerulaitis ci ha suggerito anche qualcosa di più … imprigionato dentro il cuore di una pallina da tennis è nascosto l’atomo, un volume grande e vuoto, distante e indifferente a noi e a se stesso, l’universo”. (Pag. 121)

Leonardo Colombati: Nord-Express

Con Colombati facciamo un tuffo indietro nel tempo, all’epoca dei romanzi russi dell’Ottocento. Protagonista il giovane diciottenne Vasilij Dmitrevic Kozlov, capitano della Guardia di Sua Maestà lo zar di Tutte le Russie Nicola II. Il giovane ufficiale è anche tennista e nel 1900 viene convocato per un torneo che vede affrontarsi a Parigi gli eserciti della racchetta di Russia, Francia, Inghilterra e Prussia. È la prima volta che esce dai confini patri e non vi farà ritorno.

“Avrei tanto voluto fremere di curiosità, assaporare l’eccitazione e la paura per l’avventura: ma non appena tirammo giù i letti, mi ritrovai a giocherellare con le corde della mia racchetta spiando, fuori, gli spazi tra i tronchi degli alberi pieni di nebbia, tutta impregnata dalla luce lunare; e già vinto da una strana nostalgia di casa, immaginavo di respirare l’odore di reseda e di tabacco che saliva dalle aiole del nostro giardino”. (Pag. 137)

Durante il viaggio in treno, a bordo del Nord-Express, il ragazzo si innamorerà, per prima volta, di una bella ragazza francese, promessa sposa al colonnello Germot, con cui dividerà la cuccetta fino a Parigi e che sarà suo rivale nello scontro decisivo sul campo da tennis in cui si deciderà il suo destino. Ancora una volta una vita plasmata su un campo da tennis e il finale è tutto da scoprire: amore, gioventù e l’imprevedibilità dell’esistenza, come quella pallina che tocca il nastro e non sai, per un attimo che sembra interminabile, se cadrà nel campo del tuo avversario o nel tuo…

Il libro offre molto altro: la scoperta dell’amore e del diventare donna a tredici anni su un campo da tennis (Elena Stancanelli), le tattiche del tennis specchio delle manovre nell’alta finanza (Guido Maria Brera), l’ironia graffiante e dissacratrice di chi il tennis lo detesta e, in fondo, forse, lo ama (Fulvio Abbate) ma, come ho detto, al lettore il piacere di avventurarsi in questo viaggio nel tennis visto da una dimensione umana, quotidiana, vera.

In esclusiva su Ubitennis il racconto “Vitamina” di Sandro Veronesi che apre il volume:

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Vitamina. Sandro Veronesi (prima parte)

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Vitamina. Sandro Veronesi (seconda parte)

Carlo Cocconi

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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Le Williams. La storia mai raccontata della famiglia che ha cambiato il tennis

Ripercorriamo con il libro di Matteo Renzoni e Andrea Frediani, la vita di Richard Williams, tassello fondamentale di una dinastia vincente

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Per raccontare la storia della dinastia Williams non c’è niente di meglio che assemblare un giornalista sportivo, Matteo Renzoni, e un romanziere storico, Andrea Frediani: il primo, perché il tema è la famiglia che ha prodotto due delle campionesse più vincenti nella storia del tennis femminile, il secondo perché la loro vicenda passa attraverso varie fasi della storia americana, e in particolare la vita del loro padre e mentore è un vero e proprio romanzo. È certamente corretto parlare di dinastia, ove si pensi che la storia inizia dal bisnonno delle due sorelle, un servo della gleba ancorato alla terra del latifondista bianco per cui lavora, nella Louisiana dei primi anni del Novecento, quando nel profondo sud degli Stati Uniti imperversavano impuniti i cappucci bianchi del Ku Klux Klan.

Il “King Richard” magistralmente interpretato dal Premio Oscar 2022 Will Smith nasce da una ragazza madre in piena Seconda Guerra Mondiale, e deve sviluppare una personalità forte, perfino spietata, per fronteggiare i soprusi cui sono sottoposti i neri nella sua cittadina, sopportare la povertà cui è condannata la sua famiglia, assorbire il dolore per aver visto morire, uno dopo l’altro e prima di compiere diciotto anni, i suoi tre migliori amici, giustiziati da KKK, per sopportare l’indifferenza della polizia. E infine, per andarsene a cercare fortuna dapprima nella Chicago degli anni ’60, teatro delle marce per i diritti civili promosse da Martin Luther King, e poi nella Los Angeles dove le bande criminali si spartiscono il territorio.

Eppure ce la fa, Richard Williams, a ritagliarsi un benessere e uno status sociale invidiabile… per un nero. Ma a lui non basta. Richard vuole lo stesso benessere che spetterebbe a un bianco pieno di spirito di iniziativa come lui, e non cessa di escogitare nuovi modi per fare soldi, per crescere nella considerazione della gente, per dare alla sua famiglia le migliori prospettive di vita. E infine trova la chiave nel tennis, uno sport che ha del tutto trascurato, nei suoi primi quarant’anni di vita. E crea un progetto, basandosi sulle figlie che devono ancora nascere. Richard è capace di imparare a giocare nell’arco di pochi mesi, spingendo la moglie Oracene a fare altrettanto, e avviare un accurato programma in 78 pagine per fare in modo che le sue due figlie, Venus e Serena, diventino non solo forti, ma le più forti di tutte.

 

Sembrerebbe il disegno di un pazzo, invece è un progetto perseguito con coerente lucidità e con ferrea volontà. A dispetto delle tragedie vissute in famiglia, delle condizioni estreme in cui Richard vuole che le figlie crescano, in un ghetto dove sibilano le pallottole sui campi in cui si allenano, dove lui deve fare spesso a pugni con le gang per conquistarsi uno spazio da offrire alle due ragazzine, Venus e Serena maturano senza odiare né il tennis né il genitore, ben lontane, per esempio, dal rapporto conflittuale che ha legato Agassi a suo padre. La pedagogia di Richard è semplice ed efficace: devi esporti in prima persona, se vuoi che i tuoi figli facciano altrettanto, e devi indicare loro la strada da seguire, non accompagnarceli tu stesso. Ed è così che Mr. Williams ha trasformato una famiglia di servi della gleba in miliardari e influencer tra i più seguiti del mondo. Con un montaggio parallelo tra le avventure di Richard nella società razzista nordamericana e i trionfi sul campo delle due grandi campionesse, Renzoni e Frediani riscostruiscono per Newton Compton – libro disponibile tra librerie e store online – i successi e le tragedie della famiglia Williams in modo appassionante, con il ritmo serrato degno di un romanzo thriller.

Titolo: Le Williams
Casa Editrice: Newton Compton Editori
Collana: I volti della storia
Autori: Matteo Renzoni. Giornalista Sky Sport, coordina Sunday Morning e il talk del pomeriggio. Ha commentato diverse edizioni di Wimbledon. Collabora con il mensile “Ok Tennis”. Questo è il suo terzo libro dopo “Colpi di scena” e “Ho fatto trentuno”.
Andrea Frediani. Divulgatore storico e romanziere pubblicato in tutto il mondo, ha scritto oltre una sessantina tra romanzi e saggi storici e venduto quasi due milioni di copie solo in Italia. È anche un grande appassionato di tennis, che ha praticato in forma semiagonistica in giovane età.

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Il lungo viaggio delle ATP Finals nel racconto di Remo Borgatti

Lo storico collaboratore di Ubitennis ripercorre la Storia del Torneo dei Maestri in più di 50 anni di grande Tennis

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Remo Borgatti ha collaborato a lungo con Ubitennis, spesso anche da inviato, come nella prima Laver Cup di Praga, alcuni Masters 1000 (Madrid fra gli altri), ed è stato l’apprezzato autore di una serie di 29 puntate  “UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP. In passato ha curato anche altre rubriche “Tornei scomparsi” , “Un mercoledì da leoni


Da Tokyo a Torino e dal 1970 al 2021, il lungo viaggio nella storia delle ATP Finals è in pratica quello della stessa Era Open del tennis, inaugurata appena due anni prima. Quando il Masters – così si chiamava il torneo alla sua nascita e così ancora oggi molti lo percepiscono con maggiore immediatezza – partì dal Giappone, assomigliava a una esibizione e forse tutto sommato lo era ma, attenzione, in un periodo in cui i confini tra ciò che è ufficiale e ciò che non lo è erano assai più sfumati rispetto a oggi. Il tennis nel 1970 stava cercando con fatica la quadratura del cerchio tra professionismo e pseudo-dilettantismo e manifestazioni come il Masters provavano a conciliare l’eredità dei format-spettacolo tipici del mondo Pro con il respiro più austero dei tornei tradizionali. Una sintesi niente affatto semplice, che non trovò subito nel Masters del Grand Prix la sua dimora più accogliente. Anzi. Tuttavia, il seme collocato sotto il velocissimo tappeto del Metropolitan Gymnasium di Tokyo non tarderà a spuntare negli anni successivi e a diventare una pianta ben radicata e vigorosa nel breve volgere di qualche stagione. Quando, abbandonata la sua primigenia natura nomade, il torneo prenderà dimora fissa al Madison Square Garden per oltre un decennio, tutti gli sportivi (non solo gli appassionati di tennis) lo identificheranno per quello che è, ovvero la riunione di fine anno delle migliori racchette al mondo. Uscito dalla cattività e collocato in un mondo che nel frattempo ha mantenuto la sola ATP come struttura alternativa e al contempo partecipe rispetto alla Federazione Internazionale, l’evento cambierà nome nel 1990 e lo farà in seguito altre volte mentre conserverà con stoicismo e grande convinzione ciò che più di ogni altro fattore lo contraddistingue: la formula. Perché non solo in otto giorni di torneo si possono vedere all’opera i migliori otto singolaristi e i migliori sedici doppisti al mondo, ma (salvo ritiri) lo si può fare per almeno tre volte senza il timore che una sconfitta faccia uscire di scena anzitempo questo o quel protagonista.

Le vicende relative alle 52 edizioni delle attuali ATP Finals, compresa quella storica per la nostra nazione disputata lo scorso mese di novembre a Torino, vengono trattate con dovizia di particolari nel bel volume di Remo Borgatti dal titolo emblematico “ATP FINALS –  Da Tokyo a Torino tutta la storia del torneo dei maestri” pubblicato da Ultra Edizioni (472 pagine, 22 Euro) e reperibile in tutte le librerie e negli store on-line. Tra gli aspetti che rendono eccellente questo libro, particolarmente apprezzabile è quello di aver incluso un ampio resoconto su Torino 2021 (che costituisce tutta la prima parte e dove viene citato anche il nostro direttore Ubaldo Scanagatta, laddove suggeriva l’ipotesi di intitolare i gruppi o ai giornalisti Tommasi e Clerici o agli ex tennisti Panatta e Barazzutti) che ne ha sì ritardato l’uscita ma lo renderà attuale almeno fino alla seconda edizione, in programma il prossimo novembre sempre nella città della Mole. Nella parte centrale l’autore ripercorre, anno per anno, tutta la storia del torneo da Tokyo 1970 a Londra 2020 integrando la cronaca degli eventi con le curiosità e gli aneddoti più celebri. Infine, vero gioiello di questo corposo e del tutto esaustivo lavoro, la sezione dedicata ai numeri e alle statistiche della manifestazione, completa in ogni dettaglio e aggiornata anch’essa a Torino 2021.

 

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