La piccola biblioteca di Ubitennis. Smash: il tennis e l’inchiostro

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La piccola biblioteca di Ubitennis. Smash: il tennis e l’inchiostro

Venerdì letterari. 15 scrittori italiani. 15 racconti di tennis. Un libro. Matteo Garrone che gioca con Monica Seles, l’ultimo giorno di Vitas Gerulaitis, Veronesi e il doping di periferia. Il tennis degli schermi si mescola con la vita quotidiana e con il miglior inchiostro italiano

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Autori Vari – SMASH (15 racconti di tennis) – La Nave di Teseo Editore, 2016, pagg. 234.

Ho sempre pensato che di sport, e di tennis in particolare, si potesse parlare seriamente al di là della cronaca giornalistica. “Smash” (raccolta di racconti sull’universo tennis edito da La Nave di Teseo) ne è un’ulteriore dimostrazione.

Il tennis ha mille sfaccettature, è sport difficile, crudele, stressante. Sotto la sua immagine di eleganza e raffinatezza (per decenni immortalata dai candidi vestiti bianchi e dalle racchette di legno, dall’alta società che assisteva a partite di tennisti che parevano abbigliati per presenziare a un cocktail, più che a una finale di Wimbledon) nasconde una ferocia che costituisce il suo nerbo nascosto, ma anche terribilmente affascinante, qualcosa da cui pare difficile, se non impossibile, distaccarsi. Perché?

 

Carlo Magnani nell’introduzione al suo “Filosofia del Tennis” scrive: “Il ciclismo è lo sport epico per eccellenza, infatti si trovano storie raccontate da giornalisti, scrittori, romanzieri, poeti, cantautori (…) Il tennis è un’altra cosa. Forse non è facile da raccontare, non è propriamente uno sport ardente, manca il momento topico; è piuttosto una costruzione incrementale e progressiva in cui tanti piccoli eventi formano alla fine un’epopea del tutto speciale. E non è all’epica che bisogna guardare, per comprenderlo culturalmente, quanto alla conoscenza”.

Ed è proprio vero. La differenza fra il tennis e gli altri sport è, forse, proprio questa necessità di comprenderlo razionalmente per poter entrare nelle sue stanze più segrete. Lasciate perdere le tifoserie da Coppa Davis, il tennis è sport per spettatori silenziosi. E riflessivi. Ed è uno degli sport che più prestano il fianco a essere interpretati come metafora della vita. Il tennis ci fa riflettere, come ci fanno riflettere le cose belle e meno belle, le gioie e i dolori della nostra esistenza. Con le sue geometrie, il suo ordine, ha la forza di illuderci che il mondo sia una costruzione perfetta in cui noi siamo protagonisti, padroni del nostro destino, ma quando la pallina colpisce il nastro e non sappiamo se andrà nel campo avversario o ricadrà nel nostro, l’imprevisto, la variabile non considerata, entra nella nostra vita e la stravolge. A questo punto, o sei preparato o non lo sei, e quello che sarà non è più in tuo esclusivo potere. Questo aspetto del gioco è stato messo in evidenza da Woody Allen nel suo film “Match Point” ed è la prospettiva in cui si incunea “Smash”, libro che parla di uomini, donne e tennis, di vita quotidiana e tennis, di amore e tennis, di rapporti familiari e tennis, di finanza e tennis, di adolescenza e tennis, di storia e tennis. E raramente sono racconti allegri. Non sono nemmeno tristi, a dire la verità. Cosa sono, allora? Sono semplicemente racconti che riflettono la medietà della nostra esistenza, giorno dopo giorno. Focalizzano l’attenzione sul rumore di sottofondo della vita, quel suono basso e regolare che non sentiamo mai ma che è sempre presente, come chi vive accanto alla ferrovia non si accorge del treno che passa, ci sei talmente abituato che fa parte di te. I racconti di “Smash” non strappano urla di gioia per imprese di supereroi, no. Sono racconti profondamente “umani”, riflettono quello che siamo veramente: uomini e donne che vivono ogni santo giorno e ogni santo giorno affrontano le incombenze della vita, si scontrano, là fuori, con l’imprevedibile umanità e con questo sconosciuto che siamo noi stessi. Vi pare poco?

Quindici scrittori (più un regista) per quindici racconti. Mi soffermerò su quattro di questi, non perché gli altri siano di qualità inferiore, ma perché in un modo o nell’altro hanno toccato corde vicine alla mia esperienza personale. Ciascun lettore troverà in questa raccolta quelli più vicini alla propria sensibilità. Ce n’è per tutti e vale la pena far parlare soprattutto gli autori.

Marco Missiroli: Mio Padre

Un racconto autobiografico, un padre ammalato di cuore, un figlio giornalista e scrittore alle prese con la fidanzata che lo ha lasciato, una vita da reimpostare e un romanzo importante da scrivere, un romanzo che mette a nudo il proprio io in un momento decisivo della vita. Sfondo a questo passaggio cruciale gli Internazionali di Roma e il desidero del figlio di fare un regalo al padre: incontrare Roger Federer, il tennista simbolo, per entrambi, del tennis.

“Mio padre disse che avrebbe donato gli organi una mattina di maggio del 2015 mentre attraversava il ponte Regina Margherita a Roma. Avevamo dormito nei dintorni e tornavamo dal bar che ci aveva preparato il pranzo al sacco. Lo guardavo camminare avanti, le spallone che non mi aveva trasmesso e il passo lieve che mi aveva trasmesso, aspettò che lo raggiungessi e mormorò che si vedeva smembrato e utile, alla fine di tutto. Poi disse: ‘E speriamo che Roger sia in forma oggi’. Rallentò e io pensai ai piedi di Federer e ai piedi del mio babbo, Roger e Sauro, ballerini senza peso. Al ventricolo possente del tennista e al ventricolo riparato del padre”. (Pag. 59)

Marco riuscirà a scrivere il suo romanzo, lo farà leggere al padre che vi vedrà molte cose del loro rapporto, cose che sono sempre state taciute, nascoste nella riservatezza di entrambi. Proprio quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, il figlio troverà nel padre un saldo appoggio, una persona amica e sicura su cui fare affidamento. E questo incontro, silenzioso e denso di significati, avverrà proprio alla fine della finale dei campionati romani, dopo la vittoria di Djokovic su Federer nella finale del 2015.

“Ci appoggiammo alla balaustra con la schiena, ascoltavamo i clacson e il vociare del pubblico già lontano (…) Poi finimmo il pane, lui si accarezzò la bocca per liberarsi dalle briciole e ci incamminammo, io appena dietro, lo lasciai proseguire da solo. Si allontanava sul Lungotevere (…) Lo guardai, mio padre che se ne andava, finché si accorse che non c’ero e mi cercò. Mi chiamò e quasi sorrise, invaso da un nugolo di tifosi vestiti di rosso che lo superò a destra e a sinistra, lo guardai, mio padre”. (Pag. 76)

Edoardo Albinati in dialogo con Matteo Garrone

Garrone è, oggi, un affermato regista cinematografico. Pochi sanno, io lo ignoravo, che è stato in gioventù un valido tennista che ha tentato la carriera professionistica. Fino ai diciotto anni ci credette. Fra alti e bassi tentò di far breccia in quel mondo dorato che è il circuito dei grandi. Carattere incostante, obiettivi poco chiari, forse poca determinazione, consapevolezza che per essere un “vero” tennista non erano necessari solo i colpi e la tecnica ma anche una forma mentis particolare, determinata, focalizzata sull’obiettivo. Sempre, a tutti i costi. Bisogna iniziare a guardare al mondo e se stessi con occhi diversi, uscire dalla dimensione provinciale della propria città, del proprio circolo di tennis dove si può anche essere i migliori e coccolati da tutti, ma che non dà la vera dimensione di quello che c’è là, nel circuito del tennis che conta.

Così tenta l’ultima carta: l’accademia di Nick Bollettieri in Florida. “(…) Sono arrivato a giocare in serie B. Quando poi sono stato da Bollettieri avevo diciott’anni, ormai ero già “vecchio” come tennista. (…) Monica Seles aveva tredici anni; spesso la allenavo insieme a un altro ragazzo. Si vedeva che era un fenomeno, che sarebbe stata la numero uno del mondo, e già lei aveva quella mentalità: appena compiuti i quattordici anni ha iniziato a fare i tornei di classifica mondiale e prendere i punti WTA. Si tratta proprio di un approccio diverso”. (Pag. 85)

In Florida conosce un nuovo mondo, i grandi di domani, non solo la stupefacente Monica, ma anche Courier, Agassi, Jimmy Arias che, tutti, diventano suoi compagni di viaggio. Ed è proprio dal confronto con questi giovani campioni in erba che comprende che per lui il treno è già passato. Ma l’esperienza americana gli offre anche l’opportunità di capire chi è e dove può andare, cosa può fare. In America capisce come vanno le cose del mondo, scopre come sono fatti gli uomini. Significativo, a questo proposito, il ritratto del padre-padrone Nick. Diciamo così: Bollettieri ha creato i presupposti affinché chi poteva esplodere trovasse terreno fertile. C’erano comunque giocatori con i quali allenarsi e anche dei tecnici di un certo livello, e la bravura di Bollettieri è stata di circondarsi di persone tennisticamente molto più competenti di lui, che era scarsissimo”. (Pag. 93)

Giorgio Falco: Grip

Vytautas Kevin Gerulaitis, classe 1954, figlio di immigrati lituani che, nel 1939, decisero di cercare fortuna in America, fu anche per me uno degli idoli dell’adolescenza. La sua capigliatura leonina, la rapidità nei movimenti, il carattere allegro, quel modo di muoversi e stare nel mondo che ispirava simpatia, hanno lasciato una traccia indelebile nel tennis degli anni Settanta. Il piccolo Giorgio che, a Milano, giocava a tennis su un campo rudimentale ricavato da uno spiazzo di cemento chiuso fra il condominio e una fabbrica dismessa, fu subito attirato dal modo non convenzionale di interpretare il tennis di questo strano campione che ebbe in sorte la maledizione di dover competere con delle vere e proprie leggende: Borg, Connors, McEnroe, eroi da cui lo differenziava, in primo luogo, il carattere, più mite e arrendevole, ma anche più consapevole delle cose del mondo.

“O forse il suo distacco dai primissimi era più mentale che tecnico, lui non era ossessionato come gli altri da una sconfitta o da una vittoria: paradossalmente, confidava nella vita per sistemare le cose, il tennis non era tutto, la vita lo avrebbe aiutato la prossima volta, in campo. Perdeva raramente partite contro giocatori più deboli, e ancora più raramente vinceva contro quelli migliori di lui, che spesso erano anche suoi amici, come Borg o Connors”. (Pag. 112)

E poi quella sua mania, ci racconta Giorgio Falco, di svolgere e riavvolgere il grip all’impugnatura della racchetta a ogni cambio campo, rito che si alterna, nella narrazione, all’ultimo giorno di vita di Gerulaitis, tragicamente morto a soli quarant’anni per un “banale” difetto di funzionamento dell’impianto di ventilazione della casa dove era andato a riposare prima di presenziare a un evento benefico a favore della American Cancer Society. Ma di lui, oltre al suo tocco leggero rimarrà per sempre quel rito catartico del grip, dentro cui Vitas sembrava cogliere tutte le asperità e imprevedibilità della vita in una visione unificatrice. Qualcosa che va oltre il tennis.

“Il tennista viveva nel gesto il tempo successivo, caratterizzato dal caos – rimbalzi irregolari, folate di vento, abbaglio del sole, improvvisa variazione di luce, bravura dell’avversario, propri limiti – che tentava di decifrare quando tutto pareva calmo, per essere più pronto non tanto negli scambi, ma dopo, nell’accettazione degli eventi, nella vita. (…) Forse Vitas Gerulaitis ci ha suggerito anche qualcosa di più … imprigionato dentro il cuore di una pallina da tennis è nascosto l’atomo, un volume grande e vuoto, distante e indifferente a noi e a se stesso, l’universo”. (Pag. 121)

Leonardo Colombati: Nord-Express

Con Colombati facciamo un tuffo indietro nel tempo, all’epoca dei romanzi russi dell’Ottocento. Protagonista il giovane diciottenne Vasilij Dmitrevic Kozlov, capitano della Guardia di Sua Maestà lo zar di Tutte le Russie Nicola II. Il giovane ufficiale è anche tennista e nel 1900 viene convocato per un torneo che vede affrontarsi a Parigi gli eserciti della racchetta di Russia, Francia, Inghilterra e Prussia. È la prima volta che esce dai confini patri e non vi farà ritorno.

“Avrei tanto voluto fremere di curiosità, assaporare l’eccitazione e la paura per l’avventura: ma non appena tirammo giù i letti, mi ritrovai a giocherellare con le corde della mia racchetta spiando, fuori, gli spazi tra i tronchi degli alberi pieni di nebbia, tutta impregnata dalla luce lunare; e già vinto da una strana nostalgia di casa, immaginavo di respirare l’odore di reseda e di tabacco che saliva dalle aiole del nostro giardino”. (Pag. 137)

Durante il viaggio in treno, a bordo del Nord-Express, il ragazzo si innamorerà, per prima volta, di una bella ragazza francese, promessa sposa al colonnello Germot, con cui dividerà la cuccetta fino a Parigi e che sarà suo rivale nello scontro decisivo sul campo da tennis in cui si deciderà il suo destino. Ancora una volta una vita plasmata su un campo da tennis e il finale è tutto da scoprire: amore, gioventù e l’imprevedibilità dell’esistenza, come quella pallina che tocca il nastro e non sai, per un attimo che sembra interminabile, se cadrà nel campo del tuo avversario o nel tuo…

Il libro offre molto altro: la scoperta dell’amore e del diventare donna a tredici anni su un campo da tennis (Elena Stancanelli), le tattiche del tennis specchio delle manovre nell’alta finanza (Guido Maria Brera), l’ironia graffiante e dissacratrice di chi il tennis lo detesta e, in fondo, forse, lo ama (Fulvio Abbate) ma, come ho detto, al lettore il piacere di avventurarsi in questo viaggio nel tennis visto da una dimensione umana, quotidiana, vera.

In esclusiva su Ubitennis il racconto “Vitamina” di Sandro Veronesi che apre il volume:

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Vitamina. Sandro Veronesi (prima parte)

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Vitamina. Sandro Veronesi (seconda parte)

Carlo Cocconi

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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