La miglior finale. Penso che Nadal vincerà. Stan ha le armi per batterlo?

Editoriali del Direttore

La miglior finale. Penso che Nadal vincerà. Stan ha le armi per batterlo?

PARIGI – Stan mi ricorda Lendl. Murray vincerà Wimbledon se Roger… Il record di Borg che Rafa non potrà battere

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da Parigi, il Direttore

NON UN GRAN TORNEO MA UNA GRANDE FINALE?

 

Non era stato un gran torneo ma una grande finale potrebbe riscattarlo. Spesso, a distanza di tempo, dei tornei ci si ricorda solo la finale e non tutto ciò che l’ha preceduta. E il ricordo e il giudizio su quel torneo resta condizionato dal suo epilogo. Credo francamente che ci siano le premesse per una grande finale grazie al contrasto di stile che Rafa Nadal e Stan Wawrinka dovrebbero assicurare. Di solito questo contrasto nelle fasi finali di uno Slam è stato in passato massimamente garantito quando c’era in campo Roger Federer e il suo rivale per antonomasia Rafa Nadal.

CONTRASTO DI STILE QUASI COME…

Ma anche il confronto fra Rafa Nadal, secondo me indiscutibilmente il più grande tennista della storia del tennis sulla terra battuta – Bjorn Borg gli arriva secondo –  e il bombardiere Stan Wawrinka che ha vinto in cinque set e in 4 ore e 34 minuti la splendida semifinale contro quello strenuo e straordinario difensore che è Andy Murray, è a mio avviso quanto di meglio potevamo sognare.

DIAGONALE O LUNGOLINEA? DUE ESITI OPPOSTI

Già sulla linea della diagonale, il dritto mancino in cross di Nadal contro il rovescio anche strettissimo di Wawrinka, il match pare assicurare un grande, grandissimo spettacolo. E poiché il dritto di Rafa è più regolare del rovescio di Stan, Rafa deve essere considerato favorito, sebbene Stan potrebbe prenderlo in velocità, togliendogli il tempo per gli ampi ganci uncinati. Per Stan l’alternativa tattica più favorevole potrebbe venire dall’incisività (nella regolarità) del suo rovescio lungolinea sull’angolo più spesso lasciato scoperto da Rafa e in tal caso invece della diagonale diventerebbe decisivo il tennis down the line. Però non c’è giocatore al mondo che possa palleggiare costantemente lungolinea di rovescio. E contro il dritto di Nadal che proverebbe certamente a cambiare scenario. Anche un tennista che sappia, come Wawrinka, giocare eccellenti rovesci lungolinea, deve inizialmente aprirsi il campo con il diagonale e poi tentare il lungolinea vincente.

COME IL DJOKOVIC DEI BEI TEMPI

È quello che ha fatto contro Nadal il miglior Djokovic, quello dei bei tempi, disponendo il serbo di due fondamentali straordinari dei quali si avvaleva quando Rafa riusciva a difendersi molto bene con il dritto ma meno ben con il rovescio. C’erano due grandi fondamentali, insomma, contro uno. Ma la differenza, più che i colpi e gli angoli, potrebbe farla la superiore continuità “mentale” di Rafa, imbattibile per concentrazione quando sta bene fisicamente come quest’anno. Rafa è forse l’unico tennista al mondo che gioca un punto sul 40-0 come sullo 0-0, e sul 5-0 ancora come sullo 0-0. Questa è la sua grande forza. Perché poi i punti importanti li gioca ancor meglio!

COMUNQUE STORIA

Speriamo che questa attesa finale, comunque storica sia nel caso in cui Rafa conquisti la storica “decima” anche al Roland Garros come già a Barcellona e Montecarlo – e il quindicesimo Slam, tre meno di Roger ( ci pensate che poteva rischiare di essere uno solo se in Australia Rafa non si faceva sfuggire un vantaggio di 3-1 nel quinto set?), sia nel caso che a Wawrinka riesca il poker in quattro finali di Majors, non ci deluda tutti. Non chiedetemi per chi io tifi. Tifo solo e unicamente per la partita, perché sia bella, e perché chi la vincerà possa esserne super orgoglioso. Wawrinka ha vinto tutte le finali di Slam che ha giocato. Anche Kuerten vinse le sue prime tre, tutte qui a Parigi. Stan invece le ha vinte in tre posti diversi, in Australia nel 2014, a Parigi nel 2015, a New York nel 2016. Un mostro. Però delle tre quella in cui mi convinse di meno fu proprio quella in Australia contro Nadal. Rafa ebbe un evidente problema fisico. Non potè più servire.

LA FINALE MENO CONVINCENTE VINTA DA STAN

Senza quell’inconveniente non so come sarebbe andata a finire. Ebbi l’impressione che Rafa restò in campo fino all’ultimo perché era una finale di uno Slam, perché c’era il sold out nella Rod Laver Arena, perché era il primo Slam che Wawrinka poteva vincere e sarebbe stato brutto togliergli la soddisfazione di conquistarlo sul campo. So che i suoi detrattori non la pensano così, ma secondo me invece restò in campo fino alla fine per fair-play. In tutti c’era il ricordo di quel brutto, bruttissimo gesto di Justine Henin che, accusando un problema allo stomaco, si ritirò nella finale del 2006 in Australia contro Amelie Mauresmo sul 6-1 2-0 per la francese che, come Stan, non aveva mai vinto uno Slam.

CHE BRUTTA STORIA IL RITIRO DI JUSTINE HENIN

Justine avrebbe potuto benissimo restare in campo fino alla fine. Non sarebbe svenuta per un mal di pancia. Così come Rafa non aveva un dolore tale da impedirgli di restare in campo fino alla fine. Justine se ne infischiò di tutto, Rafa no. Prima di pensare alla finale e a come sarà lasciatemi dire  intanto che abbiamo visto una grande semifinale, quella vinta da Wawrinka. Ed è stato bello, emozionante, vedere più volte gli spettatori del Philippe Chatrier alzarsi tutti insieme per svariate meritatissime “standing ovation”.

QUANTE STANDING OVATION PER STAN VS ANDY

Quattro ore e mezzo di grandissimo spettacolo fra un attaccante che bombardava dritti e rovesci di straordinaria potenza, intensità sempre crescente, incisività, decisamente il più grande difensore contemporaneo. Cosa è stato capace di recuperare Murray oggi, smash compresi, ha dell’incredibile. Tatticamente ha provato tutto, lob, cambi di ritmo, palle corte, attacchi. Non è riuscito a chiudere le volée come avrebbe desiderato (“A rete dovevo giocare meglio”) e soprattutto non è riuscito a essere aggressivo perché Wawrinka lo spingeva sempre sui teloni di fondocampo. “Lo scorso anno Andy era stato più aggressivo – ha detto Wawrinka forse non rendendosi conto di quanto spingesse lui – forse è una questione di fiducia”.

MURRAY FAVORITO N.1 A WIMBLEDON

Ma è un Murray in grande progresso quello che ho visto contro Wawrinka e che secondo me giocherà Wimbledon da favorito…a meno che Roger Federer si ripresenti nelle stesse condizioni di forma palesate all’Australian Open e  ai due Masters 1000 di Indian Wells e Miami. Tre miracoli Roger li ha già fatti, si deve credere anche nel quarto? Ci vuole molta fede (come per tutti i miracoli!).

PERCHÈ CREDO PIÙ IN MURRAY

Penso questo perché se sulla terra rossa Andy subisce un po’ troppo l’aggressività altrui, sull’erba invece il suo servizio diventa più efficace – contro Wawrinka ha messo a segno un solo ace pur servendo soltanto il 57% di prime palle – e i suoi colpi sono meno attendisti. Sull’erba è costretto ad anticipare. E il suo tennis diventa più aggressivo. Ha vinto due titoli a Wimbledon, più l’oro olimpico. Non è un caso. Lui guadagna su quella superficie, gli altri – escluso Roger Federer naturalmente– invece perdono qualcosa, soprattutto Nadal, al di là dei suoi due trionfi (piuttosto sorprendenti) in Church Road. Ma anche Wawrinka con le sue poderose e ampie sbracciate… sull’erba è un tantino meno temibile, con il suo tennis più di forza che di tocchi. Sull’erba chi riesce a giocare colpi “corti”, davanti al corpo, è avvantaggiato. Il Djokovic depresso, spento, visto in crisi psicolgica qui, direi che al momento fa ancora meno paura. Ma di Wimbledon e su Wimbledon avremo tempo per dissertare.

STAN WAWRINKA MI RICORDA IVAN  LENDL

Intanto commentiamo il Wawrinka visto questo venerdì. Forse nessuno giocatore ho visto capace di spingere in progressione sia di dritto sia di rovescio come lui, in tanti anni che vedo e scrivo di tennis. Se dovessi ripensare a uno che gli si potrebbe avvicinare direi che potrebbe essere – fatte le debite proporzioni con il tennis di una trentina di anni fa – proprio il coach di Andy Murray, Ivan Lendl. All’inizio della carriera, quando però Ivan a differenza di Stan perdeva ancora diverse finali – ruppe il ghiaccio nell’84 qui a Parigi in quella famosa rimonta ai danni del miglior McEnroe mai visto sul “rosso” – e ricordo che si scriveva di un Lendl vittima di un “complesso Slam”, il ceco riusciva ad andare in progressione, sfondando gli avversari, quasi soltanto con il dritto e anche a seguito di una bella botta di servizio. Poi, lavorando metodicamente con la sua abnegazione certosina, Ivan migliorò talmente anche sul rovescio che divenne capace di mettere un po’ tutti alle corde con entrambi i fondamentali. Mats Wilander nella finale dell’US open 1988, dopo aver perso quella della 1987, si rese conto che stando dietro non ce l’avrebbe mai fatta a frenare quei bombardamenti e si decise allora a buttarsi a rete come non aveva mai fatto per sottrarsi a quella gragnuola di pallate in progressione.

STAN THE MAN SGRETOLA I MURI

Ecco, Wawrinka da cinque anni a questa parte – e non lo avrei mai immaginato quando ad inizio carriera il dritto era un colpo assolutamente insicuro e lo vidi rischiar di perdere con il nostro Flavio Cipolla all’US Open (Cipolla aveva un tennis classico, rovescio monomane, leggero come una piuma) – è diventato un formidabile puncher. Tira botte pazzesche e se ti mette all’angolo alla fine ti tramortisce. È capace di tirarne quattro, cinque, sei, sette pallate di fila – qualcuno li chiama comodini –  negli ultimi 25 centimetri quadrati dell’angolo di sinistra. Finchè uno, sebbene muro quanto si vuole come Murray, alla fine è costretto a sventolar bandiera bianca. E il muro si sgretola. Fateci caso: 87 punti vincenti contro uno che si difende come Murray (36 quelli dello scozzese e questa non è una sorpresa) è davvero tanta, tantissima roba.

LA STRENUA DIFESA DI ANDY BRAVEHEART

Murray Braveheart si è difeso strenuamente con un superbo Wawrinka che aveva quasi sempre il pallino del gioco. Lo scozzese ha giocato la miglior partita di un anno fin qui poco brillante: “Sono stato a un tiebreak dalla finale”. In effetti era 2-2 a cinque punti dalla seconda finale di fila qui. Ma Wawrinka avrebbe potuto vincere il match in tre set: ha servito sul 5-3 nel primo, è stato avanti 3-0 e 4-2 nel terzo, due set invece malamente perduti. Nel quinto set Murray era senza benzina. Aveva corso molto di più.

RAFA NADAL E L’IMBATTIBILE  RECORD DI BORG

Ma due sole parole su Nadal: è tanta roba anche aver lasciato solo 29 games in 6 incontri. Meno di cinque games di media a match. Borg ne perse solo 32 in tutto il torneo del ’78, ma Wawrinka non è… Barazzutti che in semifinale con Borg perse 6-0 6-1 6-0 e alla fine stringendogli la mano, la leggenda racconta che disse: “Grazie per avermi fatto fare quel game!”.  Almeno quel record a Borg Nadal non potrà toglierglielo. Almeno quest’anno.

LA REGOLARITÀ DI HALEP E L’INCOSCIENZA DI OSTAPENKO

Oggi finale donne inedita: Halep favorita, ma la ventenne Ostapenko ha tutti i colpi, che rischia con rara incoscienza. Se le stanno dentro…

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Editoriali del Direttore

Due verdetti ci regalano un ‘quarto di finale’ tra Federer e Djokovic, sempre a Londra

Non va gettata la croce addosso a Berrettini per non aver saputo approfittare di un Federer non irresistibile. Thiem-Djokovic match straordinario e per l’austriaco è record

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto – in particolare in questo episodio – di entrambi per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti per la partecipazione.

Mentre io mi affannavo a leggere diverse centinaia di vostri commenti sul sito (e altrettanti su Facebook) a margine dell’episodio con Nadal – e ho dedicato un lungo commento in evidenza all’interno dell’articolo sulla vicendai primi due verdetti sono arrivati già dopo la terza giornata delle finali ATP. Dominic Thiem, match-winner su Djokovic della partita più bella di questo Masters, e forse anche dei Masters più recenti a mia memoria, è già in semifinale, è sicuro primo nel gruppo Borg. Così come purtroppo Matteo Berrettini, uscito con la testa molto più alta che non a Wimbledon contro Federer e tuttavia battuto, rischia fortemente di fare la stessa fine di Panatta e Barazzutti che non vinsero un match quando arrivarono a giocare il Masters di fine stagione.

Magari contro un Thiem un po’ meno motivato perché già in semifinale (per la prima volta, primo austriaco di sempre) e forse desideroso di risparmiare energie, Matteo potrebbe riuscire a cancellare la casella zero dopo otto partite azzurre ai tre Masters. Non è stato un Federer brillante quello che lo ha battuto, tuttavia va detto che lo svizzero – anche per le risposte deficitarie di Matteo – aveva perso soltanto cinque punti in sei turni di servizio nel primo set. E cinque sono rimasti anche dopo il tiebreak nel quale Matteo è stato tradito proprio dalle sue armi predilette, il dritto che ha sparacchiato fuori sull’1 pari, il doppio fallo che ha consentito a Roger di andarsi a giocare due servizi sul 5-2.

Matteo ha poi compromesso tutto cedendo la battuta a zero nel primo game del secondo set. Se non è un problema di esperienza questo, che cosa è? Così Roger ha potuto controllare agevolmente la partita fino a che sul 4-3 ha fatto quattro regali a Matteo e ha dovuto fronteggiare tre palle break, le sole conquistate nel match dal nostro. Se le è giocate maluccio, in particolare una. Federer gli ha battuto tutte e tre le volte sul dritto. E lui ci è arrivato male.

 
Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Nel ’75 Panatta aveva 25 anni, come Barazzutti nel ’78 (ma si giocò a gennaio ’79) e Matteo è due anni più giovane rispetto a loro. Come ha ricordato Federer: “Io 17 anni fa avevo un rovescio molto debole, credo che lo potrà certamente migliorare anche Berrettini”. Ne sono convinto anch’io. Il rovescio, l’ho scritto tante volte, si impara. L’hanno dimostrato Federer, come lo ha ricordato lui stesso, e anche Nadal. E, sempre come ha detto Roger, oggi chi ha un gran servizio e un gran dritto può fare molta strada.

L’ostacolo più difficile da sormontare, secondo me, sarà il “footwork”, come ha sottolineato e non a caso ancora Federer. Roger è sempre stato un atleta naturale straordinario, idem Nadal, idem Djokovic, idem Murray. Fab Four campioni di grande talento, indubbiamente, ma sarebbero stati fortemente vincenti (forse solo un pochino meno) anche se non si fossero ammazzati di lavoro in palestra. Invece Matteo, per via del suo metro e 96 che lo aiuta nel servizio ma non nel resto, dovrà sempre combattere per diventare anche reattivo nella risposta, agile negli spostamenti e nei cambi di direzione.

Il fatto che lui, Santopadre e Rianna sappiano che c’è ancora tanta strada da fare, aiuterà il suo sviluppo. Si sapeva che sarebbe stato il vaso di coccio fra tre vasi di ferro, che sarebbe stato uno stage di studio, d’esperienza. Ha fatto miracoli ad arrivare dove è arrivato, Federer stesso si è detto sorpreso di esserselo ritrovato di fronte al Masters. Chi ben comincia è a metà dell’opera… Appunto, Matteo è ancora a metà. Fra i primi 10 può resistere. Con gli over 30 probabilmente declinanti dovrà far di tutto per salire fra i cinque nell’arco di un triennio.

Proprio per il problema della ridotta mobilità – per questi livelli – a mio avviso dovrà lavorare il più possibile per trasformarsi in un tennista d’attacco. Non capisco perché non possa azzardar qualche serve&volley in più. Anche perché a rete non è malvagio. È certo meglio, a mio avviso, di Zverev nei pressi della rete… e ora non azzardo più confronti con Thiem (soprattutto dopo ieri sera!) sennò chissà quante me ne dite. Ma Thiem a rete non è ancora fenomeno come da fondocampo.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il Thiem visto scontro Djokovic è parso fenomenale: Chapeau, mai visto giocare con la stessa intensità del matchpoint tutta la partita, sparando su ogni palla” ha riconosciuto con grande fair-play Nole anche se era furioso, tant’è che ha lasciato la sala stampa con uno scatto da centometrista appena dopo una terza risposta data in fretta e furia, prima che la moderatrice ATP Nanette Duxin interpellasse i giornalisti serbi. Il lavoro di Massu, che lo ha costretto a giocare più vicino alla riga di fondocampo anziché dai teloni, sta dando i suoi frutti. Ecco perché Dominic ha lasciato il vecchio coach di sempre, Gunther Bresnik. Aveva bisogno di nuovi stimoli.

Adesso il match di giovedì fra Federer e Djokovic, rivincita di Wimbledon (il miglior match dell’anno, e non solo perché deciso sul 12 pari dal tiebreak favorevole a Nole che da allora ne aveva vinti nove di fila) sarà come un quarto di finale di un torneo a eliminazione diretta. Bello, bellissimo, fra i due giocatori che hanno vinto più Masters, sei Federer e cinque Djokovic (mentre Nadal neppure uno), ma anche crudele spareggio. Crudele anche per chi aveva acquistato a 150 euro circa i biglietti per le semifinali di sabato, perché uno dei due sarà già tornato a casa da moglie e pargoli.

Rischia di tornare a casa, e di perdere la leadership mondiale, anche Rafa Nadal che offre a Daniil Medvedev la rivincita della bella finale dell’ultimo US open. Guai a fidarsi dei precedenti però, dopo che Rafa ha perso lunedì da Zverev che aveva sconfitto cinque volte su cinque, mentre anche Medvedev aveva mandato alle ortiche il suo analogo bilancio di cinque vittorie su cinque con l’assai poco amato Tsitsipas. Non mancherò di sedermi in conferenza stampa quando verrà Rafa Nadal. Vedrò se fare o meno una domanda a Rafa, sperando di non venire male interpretato stavolta.

Berrettini non è stato fortunato a finire nel gruppo Borg, ma secondo me per ora è un po’ indietro rispetto agli altri Maestri qualificatisi per questa edizione. Non si poteva pretendere troppo di più da lui. Era già stato un miracolo ritrovarlo qua. Il 2020 sarà un anno impegnativo, quello della riconferma. Non ha grandi cambiali da pagare per tutti i primi mesi dell’anno. Questo lo dovrebbe avvantaggiare. Potrà giocare relativamente sereno. Non è poco. Io sono fiducioso sul suo conto.

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Berrettini: il gran giorno dell’improbabile rivincita

Roger Federer indoor, seppur poco brillante con Thiem, non sembra alla portata del romano strapazzato da Djokovic. Far meglio che a Wimbledon il primo obiettivo

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

da Londra, il direttore

Una risposta sciocca e maleducata di Rafa: ora attendo le sue scuse

Se chiamassimo quello di oggi “il giorno della verità per Matteo Berrettini” saremmo tremendamente ingiusti. Matteo deve affrontare un signore svizzero che ha vinto questo Masters sei volte, un campione che nonostante la veneranda età talvolta cominci a giocargli qualche brutto scherzo (leggi scivolone), quattro mesi fa ebbe due matchpoint per strappare a Djokovic il titolo di Wimbledon.

È vero, altresì, che oggi a Matteo si chiede di far meglio almeno di quel che fece quel lunedì 8 luglio a Wimbledon contro lo stesso Roger Federer, il suo idolo che lo intimidì dal momento in cui i due fecero ingresso nel mitico Centre Court dell’All England Club. Finì, voi ricorderete e certo Matteo non scorderà mai, 6-2 6-1 6-1 in 74 minuti appena. Con Matteo che sbagliò tutto quel che poteva sbagliare, arrivando anche a sotterrare uno smash sulla rete da principiante, a dir poco imbarazzante, che palesò tutta la sua confusione mentale di quel giorno. In undici turni di battuta di Roger, Matteo raccattò soltanto undici punti. E i suoi primi servizi entrarono una volta su tre, intorno al 35%.

Matteo ha perso domenica contro il miglior ribattitore del mondo, Djokovic, 6-2 6-1, giocando meglio che a Wimbledon sì, ma non certo bene. Subito i leoni da tastiera che infestano il web, soprattutto di questi tempi in cui il tennis paga la sua cresciuta popolarità con l’approdo al mondo digitale di un sacco di gente che di tennis sa poco o niente ma sputa subito grandi sentenze da super intenditore – una delle più in voga ultimamente è che Sinner è già più forte di Berrettini e non perderebbe mai così netto da Djokovic o da Federer… – hanno bocciato severamente sia Berrettini dopo l’infausto esordio con Nole, sia i telecronisti di Sky Elena Pero e Paolo Bertolucci che si sono affannati a ripetere a più riprese – giustamente (io non li ho sentiti, ma lo immagino) come un esordiente al Masters non possa non pagare lo scotto della propria inesperienza contro i più esperti top-ten che il Masters lo hanno frequentato da anni.

Insomma il povero Berrettini è stato subito flagellato dai critici dell’ultima ora. Quasi hanno cancellato tutto quel di buono che lui ha fatto, due tornei vinti, otto semifinali concentrate negli ultimi sette mesi per salire da n.57 a n.8 del mondo.

Ora c’è una nuova mission impossible. Affrontare un Federer che dopo la terza sconfitta patita in un anno da Thiem non ha alternative che battere Matteo per scongiurare una clamorosa eliminazione. Roger ha tutto da perdere, ma a situazioni “pesanti” psicologicamente in tutti questi anni ha fatto il callo, Matteo nulla… se non che se prendesse un’altra stesa la sua immagine di aspirante campione potrebbe risentirne. Insieme alla fiducia nei propri mezzi, anche se il suo clan – Santopadre, Rianna, Massari – non ha fatto che ripetergli che lui è qui per fare esperienza e che questo è ancora un periodo in cui deve imparare dai veri big.

L’altro giorno Djokovic ha ricordato che lui non aveva vinto un match nel 2007, quando aveva 20 anni. Poi l’amico Stefano Meloccaro mi ha ricordato oggi che l’anno dopo, sempre a Shanghai, quello stesso Djokovic che all’esordio non aveva vinto un set con Nadal (e fin lì…), Gasquet e Ferrer, avrebbe poi vinto il suo primo di cinque Masters. Magari Matteo fosse in grado di realizzare lo stesso exploit. Oggi come oggi è proprio impensabile. I suoi limiti, rovescio, mobilità, attitudini difensive, paiono ancora importanti. Gli auguro un bel match con Federer. Vedremo.

 
Matteo Berrettini e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Instagram, @matberrettini)

Intanto la seconda giornata è stata caratterizzata dai contropiedi di Tsitsipas con Medvedev e di Zverev con Nadal. Entrambi i vincitori di giornata avevano perso cinque volte su cinque con i loro avversari. E invece hanno vinto in due set, senza neppure offrire una palla break alle due vittime. Leggete le cronache dell’attento Canevazzi (qui la vittoria di Tsitsipas, qui quella di Zverev). Fra Medvedev e Tsitsipas non corre davvero buon sangueleggete qui le origini della loro spiccata antipatia (“Di certo non andremmo mai a cena insieme” ha detto Tsitsipas che ha esultato come un matto dopo la trasformazione del matchpoint… e non solo per aver posto fine alla striscia negativa) –, ma la sconfitta più importante è quella patita con Zverev da Nadal (a proposito del quale ho raccontato una poco simpatica vicenda di cattiva educazione mostrata nei miei confronti da Rafa).

Nadal infatti non è ancora sicuro di chiudere l’anno come n.1 del mondo per la quinta volta in carriera (eguaglierebbe così Federer e Djokovic). Se Rafa vincerà una sola partita nel round robin, Nole dovrà arrivare in finale da imbattuto per prendersi il trofeo di numero 1. Se Nadal invece ne vincerà due, che siano round robin più semifinale o due nel round robin, allora Djokovic dovrà vincere il titolo. Evito di addentrarmi nelle svariate ipotesi per non confondervi le idee. Anche a me stesso… Per il dettaglio di tutti gli scenari vi rimando però a questo pezzo.

Ieri sera quando siamo corsi in sala conferenza stampa dopo il 6-2 6-4 di Zverev ai suoi danni (tre break per il tedesco che non ha concesso una palla break) si è pensato che Rafa – incerto nella partecipazione a causa del problema all’addominale che lo aveva costretto a ritirarsi a Bercy – potesse annunciare un nuovo ritiro. Se il forfait fosse arrivato sarebbe stato il sesto qui, quattro dei quali nelle ultime sette edizioni londinesi. E quando ha giocato aveva colto risultati ben al di sotto del suo standard: 16 vittorie e 13 sconfitte (ora 14). Questo record modesto spiega anche perché Rafa non abbia mai vinto questo torneo.

Rafa non ha accampato scuse, ha effettivamente servito senza mostrare alcuna paura nel forzare la battuta alle consuete velocità. Nadal aveva detto, prima di affrontare Zverev (che non dimentichiamo essere il campione in carica di questo Masters che ha avuto quattro campioni diversi negli ultimi 4 anni, Dimitrov nel 2017, Murray nel 2016, Djokovic nel 2015): “Ho 33 anni e mezzo, sono dunque vecchiarello per giocare tennis ad alto livello, mi sento fortunato a essere dove sono con tutti gli infortuni che ho avuto… si dice di tanti giovani come Zverev per esempio che sono il futuro del tennis, ma secondo me sono già il presente. Sarò felice di poter competere con loro per ancora un po’… poi sarò contento di guardare il tennis in tv!”. Mentre Zverev era al settimo cielo dopo aver sconfitto il tabù Rafa: “Avevo battuto gli altri due grandi (Novak e Roger), mi mancava solo Rafa…”.

Stasera chiudono Djokovic e Thiem. 6-3 per il serbo il bilancio dei confronti diretti, ma al Roland Garros l’austriaco si conquistò l’ultimo, il più bello e importante.

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Editoriali del Direttore

Guai a chi mi tocca Berrettini! Ha perso, ma come è normale che sia

La mia comprensione e quella di Novak Djokovic. Ora un altro duello impari? Sarà uno spareggio che solo Roger Federer non può permettersi di perdere. Le chances di Matteo esistono se… Mentre Sinner…

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Matteo Berrettini ha tutta la mia comprensione. E ha anche quella di Novak Djokovic. Forse non avrà quella di Roger Federer, che questo martedì dovrà giocare contro di lui un match di spareggio per la sopravvivenza. Infatti Federer, dopo aver perso per la terza volta su tre quest’anno con Thiem – e stavolta pure peggio, in due set anziché in tre come a Indian Wells e a Madrid – dovrebbe battere sia Berrettini sia Djokovic per avere la quasi certezza di passare il turno. Insomma a Berrettini, cui già era toccato esordire contro l’avversario peggiore possibile qui a Londra, cioè Djokovic per le sue note caratteristiche di grande ribattitore, non poteva andar peggio che dover affrontare al secondo match un Roger Federer costretto a vincere e che avrà come al solito tutto il pubblico a suo favore.

Matteo dovrà prepararsi a sentire una onda di “let’s go Roger!, let’s go Roger!” dalla prima palla all’ultima. Chieda informazioni al proposito a Djokovic sul trattamento ricevuto all’All England Club quando ha giocato la finale contro Roger. Nole, quando ci ripensa, scuote ancora la testa. Vero che in caso di vittoria dello svizzero su Thiem, Matteo si sarebbe trovato nelle stesse condizioni anche contro l’austriaco, però – a parte il fatto che contro l’austriaco il pubblico non gli sarebbe stato così contrario – secondo me sarebbe stato preferibile giocarsi uno spareggio su questa superficie contro Thiem, già battuto a Shanghai e dopo averci perso di misura a Vienna, piuttosto che contro l’idolo della sua gioventù che già a Wimbledon gli aveva dato una tristemente memorabile stesa. Leggete che cosa mi ha detto Thiem, quando gli ho chiesto di ricordare i suoi due precedenti con Matteo.

 

I vantaggi di Matteo per la sfida numero 2 a Federer saranno almeno due: a) Matteo non dovrebbe far peggio che a Wimbledon e l’aver già vissuto quell’esperienza contro il proprio idolo avrà contribuito almeno un pochino a una sua diversa serenità al momento di scendere in campo; b) Federer stavolta avrà un bel carico di tensione addosso: è lui che dopo aver perso da Thiem, con la brutta, spiacevole sensazione di aver giocato anche piuttosto maluccio, ha tutto da perdere. Vero che ci si è trovato mille volte in queste situazioni, ma fate che per caso lui cominci ancora così come male come gli è successo con Thiem ieri, e che quindi Matteo trovi un po’ di fiducia, e allora magari vedremo un vero match. Di sicuro Roger oggi come oggi non si muove e non si difende come Djokovic.

Ho scritto queste righe dando quasi per scontato il fatto che è assai probabile che il secondo duello Berrettini-Federer di martedì sarà uno spareggio, ma mi corre anche l’obbligo di ricordare che nel Masters è successo talvolta che sia approdato alle semifinali anche qualcuno che invece aveva vinto un solo match. In quello maschile come in quello femminile. L’ultimo che mi torna in mente è quello WTA di Singapore 2015, l’anno in cui c’era la mia adorata Flavia Pennetta – a proposito auguri per la figlia femmina in arrivo! – e che vide Radwanska conquistare il torneo: la ragazza polacca aveva perso due volte nel round robin (una proprio da Flavia).

Se infatti un giocatore termina al primo posto del suo gruppo avendo vinto tutti e tre i suoi match, può capitare che gli altri tre ne vincano uno ciascuno, A con B, B con C, C con A, e in quel caso non contano i confronti diretti (che conterebbero se ci fossero solo due giocatori a pari vittorie, due ad esempio ciascuno) ma decide il quoziente set e game. A questo punto Berrettini è messo peggio di Federer che perdendo di game ne ha fatti 10, mentre Matteo ne ha racimolati solo tre.

Accennavo alla comprensione manifestata da Djokovic nei confronti dell’esordiente Berrettini… che non ha avuto in sorte la fortuna di misurarsi contro un tennista inesperto, come altri due esordienti, Medvedev e Tsitsipas che per l’appunto duelleranno oggi alle 15 fra loro, quindi nella stessa situazione… della prima volta al Masters. Novak, che al Masters di Shanghai 2007 aveva 20 anni e mezzo, giocò tre partite e non solo non vinse una partita, ma non fece neppure un set. E, per carità, al Masters ci si imbatte sempre in top-10, però a parte Nadal, gli altri due erano Ferrer e Gasquet, insomma ottimi tennisti, ma non extraterrestri.

Djokovic ha interpretato alla perfezione, almeno secondo me, quello che deve essere stato lo stato d’animo di Matteo: “Ero teso… ero felice di esser là, naturalmente! Ero orgoglioso di far parte dell’élite del tennis mondiale, fra i primi otto, ma – capite – era un ambiente nuovo nel quale mi trovavo. C’è il solito campo da tennis, una partita da giocare (come in tante situazioni…), ma era tuttavia diverso, essere consapevoli che per te era la prima volta e dovevi giocare ogni duello contro un top-ten per emergere dal tuo gruppo.

È tantissima pressione…sai che devi fare del tuo meglio (e tutti si aspettano grandi cose altrimenti quasi li deludi… questa è un’aggiunta mia, di Ubaldo Scanagatta, lo specifico a scanso di equivoci, così come sono sicuro che qualcuno oggi in Italia è già capace di pensare o di dire ‘ah Sinner avrebbe fatto meglio!’. E a questi rispondo di non esagerare con le iperboli pro “altoatesino”: una cosa è misurarsi da n.95 del mondo con under 21 in un torneo anomalo, un’altra è farlo da n.8 contro i migliori del mondo) – mentre per gli altri top-players che hanno giocato ai massimi livelli per tanti anni c’è tanta esperienza in più a poter fare la differenza.

Noi top-players sappiamo come gestire queste situazioni emozionali. Siamo mentalmente più esperti, attrezzati. Ecco perché all’inizio del match, sapendo che lui sarebbe stato probabilmente teso e nervoso ho cercato di infrangere la sua resistenza molto rapidamente, e questo è quello che è capitato a metà del primo set. Ha sbagliato un dritto relativamente facile subendo il break (4-2). E da quel momento in poi ho cominciato a leggere meglio il suo servizio, a posizionarmi meglio sul campo, a muovermi davvero molto bene.

Questa spiegazione di Novak è venuta come risposta alla mia osservazione sul fatto che lui era riuscito a strappare per cinque volte consecutive la battuta a Matteo, sebbene Matteo (che non ha servito neppure malissimo come percentuale di prime palle, intorno al 70% nel primo set e al 65% nel secondo) abbia nel servizio uno dei suoi notori punti di forza. “Sì, sono molto contento del modo in cui ho saputo rispondere, sapendo come lui sia un ottimo battitore e quanto sia forte e veloce la sua battuta. Sono davvero felice per come sono riuscito a rispondere alla maggior parte dei suoi servizi da quel momento in poi”.

Anche se non si può dire che, pur con tutte le attenuanti del caso, Matteo non abbia giocato né bene né male, di certo contro Federer dovrà giocare meglio se vorrà tentare di dar vita a un match più equilibrato di quello di questa domenica e anche di quella volta a Wimbledon. Sia lui sia il suo coach mentale Stefano Massari che ho intervistato, ritengono di aver interpretato la partita contro Djokovic meglio che quella contro Roger a Wimbledon. Di certo Matteo non si è rassegnato e fino all’ultima palla, anche se era sotto 4-0, ha provato a fare qualcosa, ha mostrato i pugnetti al suo angolo ogni volta che un bel punto gli ha dato l’illusione di potersi rimettere in carreggiata. Il divario è sembrato ancora grande, ma questo non deve essere una sorpresa. Matteo non è un imbucato, ma è un last minute top-player. Occorre dargli tempo.

Il Federer visto contro Thiem non mi è parso trascendentale. Ha steccato diverse palle, mi è parso a tratti piuttosto lento. Ha cominciato talmente male, poi, che sembrava quasi un esordiente lui pure. Thiem ha giocato bene, ma gli ha dato anche qualche occasione per rimettersi in gioco. Il fatto che Federer debba assolutamente vincere non favorisce le chances di Matteo e contro Thiem sarà probabilmente la stessa cosa. Un diverso ordine degli incontri, anche se è raro che ce ne sia qualcuno all’inizio che non sia quasi determinante in un senso o nell’altro avrebbe potuto essere più propizio. Ma, come ha detto Djokovic, e avevano detto prima sia Santopadre sia il coach mentale Massari, sono tutte esperienze che gli faranno bene.

Ho notato, parlando con tutti i colleghi giunti da Milano, che sul fronte Sinner c’è un entusiasmo dilagante. Del resto anch’io, nel mio piccolo e ancor prima che desse una lezione di tennis al n.18 de mondo, ho scritto che “credo che Sinner sia un fenomeno”. Però mi sento di condividere appieno quel che ha detto Matteo nell’articolo-intervista scritto da Ruggero Canevazzi che mi ha dato grossa mano qui al suo esordio al Masters (sì, come Berrettini…): “Non vorrei essere male interpretato, ma Sinner è appena entrato nei primi 100 e io sono 8 del mondo. Lo dico perché non vorrei che si metta a lui troppa pressione. Ciò cui sono sottoposto io a questi livelli lui lo proverà nei prossimi anni, proprio per questo è fondamentale che ora venga lasciato tranquillo.

Chi conosce bene Matteo, e io credo di aver cominciato a conoscerlo abbastanza bene, ha capito il senso della sua dichiarazione. Non è stata fatta assolutamente con l’intento di sottolineare il fatto che lui Matteo è n.8 del mondo e che Jannik è ancora n.95 (seppur virtualmente si sia capito tutti che vale di più), ma proprio per calmierare un po’ un’attenzione e delle aspettative che forse sono ancora eccessive e premature, tutto sommato dannose per Jannik anche se il Pel di Carota di San Candiano sembra proprio avere i riccioli rossi ben solidi sulle spalle.

Certo sarebbe bello poter sognare di avere prossimamente – a Torino 2021? – due ragazzi italiani al Masters di fine anno. Soprattutto guardando agli otto protagonisti di quest’anno. Non c’è Paese che abbia due giocatori. Sono otto e di otto diversi Paesi. Se Bautista Agut avesse tenuto indietro Berrettini, la Spagna ne avrebbe avuti due fra gli otto Maestri. Ma altri Paesi in grado di portare alle ATP World Finals due rappresentanti, fra gli immediati rincalzi fra i quali figuravano il francese Monfils, il belga Goffin, l’argentino Schwartzman, l’americano Isner, l’australiano De Minaur, proprio non ce n’erano. Non voglio adesso ignorare l’appello testé ricordato di Matteo Berrettini, ma pensare che fra un paio d’anni – stante anche il progressivo inevitabile declino dei top-player ultratrentenni – l’Italia possa ritrovarsi con due giocatori tra i top-8, beh non è certo scontato ma è anche tutt’altro che da escludere a priori. Siamo d’accordo?

In conclusione riprendo il commento che ho scritto ieri pomeriggio anche sui giornali che mi danno l’opportunità di scrivere, la Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, da quando Panatta prima e Barazzutti poi conquistarono il diritto a partecipare ai Masters del ’75 e del ’78. Dal 1976, l’anno dei trionfi di Adriano Panatta al Foro Italico e al Roland Garros, e con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli a Santiago per l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, il nostro tennis non viveva un momento altrettanto magico. Già scritto, ma da ribadire, alla luce degli eventi più recenti. Così riassunti in cinque paragrafi:

1- Matteo Berrettini centra, dalla porta principale, l’ingresso fra i top 8 del mondo e ci sono tutti. Quando Adriano Panatta giocò il Masters del ’75, non c’era Connors, il n.1 per aver vinto i tre Slam cui poté partecipare. Quando Barazzutti giocò quello del ’78, Borg aveva dato forfait e a Vilas, in lite con lo sponsor Colgate, non furono conteggiati i punti.

2- Jannik Sinner vince le Next Gen ATP Finals under 21 pur avendo solo 18 anni e dominando in finale De Minaur n. 18 ATP assai più nettamente di quanto avesse fatto un anno prima Tsitsipas (oggi n.6 ATP) contro lo stesso avversario. Stefan Edberg aveva vinto a Milano il suo primo torneo nel 1984, idem Roger Federer nel 2001. Edberg aveva 18 anni, Federer 20. Il paragone ci sta. Anche se le Next Gen Finals sono un torneo sui generis, Sinner, fresco top-100, ha battuto 4 top 100: Tiafoe 47 (ex 29), Kecmanovic 60 (era 47 il 9 settembre), Ymer 74, De Minaur 18. È un fenomeno.

3- Otto italiani nei top 100 a fine anno. Mai successo prima: Berrettini n.8, Fognini 12, Sonego 53, Cecchinato 72, Seppi 73, Travaglia 86, Sinner 95, Caruso 97.

4- Appena eletto (in carica dal 2020) il nuovo presidente dell’ATP, l’italiano Andrea Gaudenzi, 46 anni, ex n.18 ATP e manager di comprovata esperienza.

5- L’Italia ha ottenuto, previa garanzia governativa per 75 milioni di euro, l’organizzazione delle finali ATP a Torino per 5 anni (2021-2025).

Non chiedetemi di aggiungere altro, parlano i fatti.

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