Niente Parigi: il piano che rispecchia Federer

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Niente Parigi: il piano che rispecchia Federer

Alcune dichiarazioni di tennisti ed ex-tennisti sulla scelta fatta da Federer di saltare il Roland Garros. “Roger è Roger, è unico”

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Qui l’articolo originale pubblicato sul The New York Times

Quando John Isner ha ricevuto l’invito per partecipare al match benefico di Seattle lo scorso aprile con Roger Federer, la sua prima reazione è stata quella di riguardare bene la data. “Mi sono subito detto, Roger sarà dunque a Seattle per un evento?” ha ricordato Isner, sorpreso che la stella svizzera avesse pianificato la sua presenza nel nord-ovest del pacifico proprio nel pieno della stagione europea sulla terra. Federer aveva già deciso di saltare i Master di Montecarlo, Madrid e Roma, e la sua assenza dagli Open di Francia è era stata resa nota da poco. “Devo riconoscere il fatto che con il passare del tempo la programmazione sarà la chiave per la mia longevità”, disse Federer, che quest’anno ha trionfato in tre eventi giocati sul veloce. Isner ha detto che comprende la decisione presa da Federer: “Lui ha in bacheca 18 titoli dello Slam, e non è come se non l’avesse mai vinto il Roland Garros. Sto cercando di mettermi nei suoi panni, e penso sia una cosa intelligente. Non sta lottando per tornare numero 1 nel ranking, bensì si sta concentrando su due o tre obiettivi stagionali, e Wimbledon è uno di questi”. Gli verrebbe mai in mente a Isner di adottare la stessa strategia, saltare un pezzo di stagione per avere più chance di vincere successivamente? “Cavoli, no” ha risposto il gigante americano. “Perché non si vuole saltare uno Slam. Io non lo farei mai, a meno che non potessi scendere in campo per problemi fisici”. All’opinione di Isner hanno fatto eco molti altri giocatori durante gli Internazionali d’Italia. Persino quelli che detestano la terra non considererebbero l’idea di concentrarsi su altre superfici. Federer, ritengono loro, agisce secondo le sue regole.

Roger è Roger,” ha detto Tomic, il quale ha il 34.8% di vittorie sulla terra e il 60.9% sull’erba. “Lui è il re, può fare quel che vuole”. La numero uno Angelique Kerber, che ha vinto il 57.2% di match sulla terra e il 70.4% sull’erba, ha detto che l’idea di stare mesi senza giocare sarebbe dannosa per lei. “Se tu passi un paio di mesi solamente allenandoti e poi torni a fare un torneo non è facile” ha detto. Mirjana Lucic-Baroni ha detto che è proprio il fatto di aver vinto in Australia e poi essersi preso una pausa a rendere Federer unico. “Non tutti possono permettersi di prendere una pausa di qualche mese dal tennis e poi giocare come ha fatto lui in Australia. Roger è un ragazzo speciale”.

 

Saltare gli Open di Francia per avere più chance di vittoria a Wimbledon era molto più comune in passato, soprattutto tra gli americani. John McEnroe giocò Wimbledon dopo aver saltato Parigi per cinque volte; Jimmy Connors lo ha fatto sei volte. Martina Navratilova ha giocato a Wimbleodn evitando il Roland Garros per dieci volte, divisi in due blocchi di cinque anni: 1976-80 e 1989-93. La regina di questa tecnica di programmazione però è stata Pam Shriver. Lei giocò in singolare a Wimbledon per 17 volte, ma solo due in Francia. (In carriera si contano solo 12 eventi sulla terra ai quali prese parte, e 69 sull’erba.) Shriver ha detto che il suo coach, Don Candy, sosteneva che giocare entrambi i tornei sarebbe stato negativo per le sue opportunità di fare bene sull’erba, superficie che lei prediligeva, e inoltre sottolineava la poca frequenza con la quale capitava che un giocatore li vincesse entrambi. “Lui credeva che in un periodo di sei settimane non fosse possibile raggiungere il meglio su tutt’e due le superfici”, Pam ha detto a proposito di Candy.Non si può essere al massimo per due Major, a meno che non si tratta di un’eccezione, come potrebbe essere Bjorn Borg nella nostra era. E poi Martina l’ha fatto, e anche Graf. Ma lei era il meglio del meglio del meglio. Non certo me”. Shriver, che raggiunse tre volte la semifinale nello Slam inglese, ha sostenuto la scelta di Federer definendolo “il migliore dei migliori. Magari non vincerà Wimbledon, ma agendo così avrà sicuramente più chance di farlo”.

Un’altra giocatrice che sarebbe stata una candidata ideale per questa strategia è Venus Williams, campionessa cinque volte a Wimbledon e finalista una volta in Francia, 15 anni fa. Dal 2013 a oggi la sua percentuale di vittorie sulla terra è di 57,6% a fronte di 76,9% sull’erba. Tuttavia Williams continua a giocare una breve porzione di stagione sulla terra, la quale quest’anno è stata composta da Charleston, Roma, e il Roland Garros. Williams raramente gioca sull’erba prima di Wimbledon. “Mentre cerco di preparare il mio calendario, so già di aver giocato molto di meno rispetto a molte altre avversarie, e chi sa cosa farò l’anno prossimo. Ad un certo punto raggiungi un livello nella vita dove non ti va più di spendere 4 o 5 settimane in tour. Vai alla ricerca della qualità non della quantità”. Williams ha anche aggiunto che le dinamiche della famiglia Federer non corrispondono alle sue. “Io al momento non voglio affatto pensare a mettere su famiglia. Ogni persona ha delle priorità differenti. Lui ha quattro bambini in più di quanti ne abbia io, quindi la situazione è un po’ differente.” Il coach di Venus, David Witt, ha espresso la sua fiducia a proposito delle abilità della sua assistita, e ha fatto notare come tra le donne non ci sia una forza dominante come è stato Nadal tra gli uomini. “Lei crede, e io credo, che lei sia in grado di poter ancora vincere in Francia”, ha detto Witt.

E la doppietta Roland Garros-Wimbledon, seppur rara, è capitata cinque volta dal 2002 a oggi. “Anche se vai male sulla terra, se tu sei un top player e hai una mentalità da vincente, dovresti giocare, perché il numero di donne che al momento hanno l’opportunità di farcela è vastissimo”, sostiene Shriver. “Nel lato degli uomini la situazione è un po’ più tirata perché c’è questo ragazzo chiamato Rafa che è di nuovo in corsa”.

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Talentuosi, appassionati, sotto i riflettori, l’incredibile vita di due precoci fratelli giapponesi: gli Owaki

Yunosuke e Koujirou Owaki sono dei veri fenomeni con le loro racchette: li abbiamo incontrati in occasione del loro primo viaggio in Europa, dove sono stati invitati dai loro idoli Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic.

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Pubblicato da Tennis Majors il 3 maggio 2022

I fratelli Owaki sono esattamente come tutti gli altri bambini: si abbuffano di dolci e bevande alla merenda, regalano enormi sorrisi ai genitori con la medesima facilità con cui respirano e litigano per chi debba usare per primo il tal gioco… Hanno solo un problema di concentrazione quando viene chiesto loro qualcosa di diverso… come un servizio fotografico.

Dicevamo che sono come tutti i bambini, ma con un “piccolo” particolare che li porta vicino ad avere lo status di baby star: giocano a tennis con un’incredibile bravura.

 

Il primo viaggio della famiglia Owaki

I fratelli giocano a tennis nel vero senso della parola: si divertono con palline e racchette, trasportati dall’inesauribile energia dei loro anni – sei e otto – e questo, ci hanno detto, senza risentire del fuso orario.

Yunosuke e Koujirou hanno dunque appena viaggiato fuori dal Giappone per la prima volta, insieme ai loro genitori, Kosuke Owaki, che fa il venditore in un’azienda che produce metalli e la madre Minako Owaki, segretaria in un’azienda di pompe subacquee. Entrambi hanno 35 anni.

Nel momento in cui state leggendo questo articolo, la famiglia Owaki è già tornata a casa, a Mizumaki nel nord dell’isola più meridionale del Giappone, Kyuchu, dopo 20 giorni passati in Europa: 3 settimane da sogno per Yunosuke e Koujirou, così composte: 2 settimane sulla costa francese, prima alla Mouratoglou Academy per una settimana di allenamenti, poi ad assistere al Master 1000 di Monte-Carlo, poi a Belgrado per vedere l’ATP 250 nella Capitale serba.

Come in un sogno, erano stati invitati dai loro idoli: Stefanos Tsitsipas, il giocatore preferito di Yunosuke, e Novak Djokovic, quello di Koujirou.

I fratelli cominciano a essere famosi su Instagram

Il rovescio ad una mano di Yunosuke (e Tsitsipas) e quello a due mani di Koujirou (e Djokovic): questi gesti tecnici, inauditi in termini di precisione e impegno per giocatori così giovani, hanno reso famosi i fratelli Owaki durante il lockdown della primavera del 2020.

“Tutti li conoscono in Giappone – i genitori si sono sorpresi che la gente li conoscesse anche in Europa. Non ci potevano credere”. Così ha detto Magashi Ogawa, l’agente che adesso li accompagna vista l’attenzione crescente che ha già fruttato 25 interviste nel loro paese.

La gente chiede di fare foto con loro e i genitori sono davvero stupiti di quanto i fratelli vengano riconosciuti”.

Ecco il miracolo dei social media. Il loro account Instagram, dove il padre posta regolarmente i loro esercizi, allenamenti e, occasionalmente, partite, dà l’impressione distorta di una vita dedita al tennis, ma i due fratelli non giocano proprio molto…

“Due volte alla settimana e solo due ore al mese con un maestro”, così ci dicono i genitori.

Mizumaki è una città medio-piccola (30.000 abitanti) con una tradizione mineraria, dove il tennis è quasi sconosciuto. Questo spiega perché la maggior parte dei video sono girati in un parcheggio locale oppure in casa: il J Struct Tennis Club, dove si allenano, e il Tagawa Tennis Club, dove la famigli si reca nel tempo libero, sono a un’ora di distanza.

Vedremo presto i fratelli Owaki iniziare a competere?

Yunosuke, il più grande, ha già l’età per fare attività a livello agonistico e ha giocato il primo torneo nell’estate del 2021 ma è l’eccezione che conferma la regola.

“In Giappone gli unici tornei aperti a giocatori della sua età sono nell’area di Osaka o Tokyo” dice la famiglia; per entrambe le città bisogna prendere l’aereo.

“Se ne avranno le capacità e se lo vorranno, potremo certamente pensare a una carriera tennistica, ma adesso vogliamo che i ragazzi si divertano. Al momento il tennis non è preso molto serio, ci giocano e basta” dice la madre.

“Li portai ad una lezione in un club vicino e i ragazzi si divertirono. Tutti dissero che erano molto bravi, lo dicevano i maestri. I ragazzi erano davvero contenti e così hanno cominciato…”.

Una cosa è sicura: se i loro movimenti sembrano assolutamente precisi e promettenti per la loro età, vedendo i video in circolazione, non ti stai ingannando: quello che i ragazzi stanno facendo è davvero eccezionale.

“A questa età non ho mai visto niente di simile”, dice Patrick Mouratoglou, fondatore dell’accademia che porta il suo nome, attuale allenatore di Simona Halep, co-fondatore di Tennis Majors e fondatore della ChampSeed Foundation, che finanzia i sogni dei giovani giocatori a partire dai dieci anni di età. “Il loro livello, me lo spiego con il molto lavoro, soprattutto mimato. I loro genitori mi hanno detto che si esercitavano facendo molti gesti a vuoto (esercitando i movimenti dei colpi), come un pianista si esercita con la sequenza di note della scala. Penso che abbiano anche molto talento naturale. C’è un tempismo eccezionale nei loro movimenti. Sanno giocare la demi volée, sanno giocare palle alte, c’era molto vento durante la nostra sessione e si sono adattati senza alcun problema”.

Alcuni incredibili dritti corti incrociati o passanti di rovescio lungolinea confermano tale osservazione.

Tuttavia, Yonosuke e Koujiro sono ancora lontani anni luce dal diventare campioni. “La cosa più importante per progredire è giocare molte partite”, spiega Mouratoglou. “Vincere è ciò che conta per un tennista e si impara facendolo. Ma giocano poche o nessuna partita. In questa fase adorano giocare, puoi vederlo, ed è la cosa più importante. Se gli piace, progrediranno. Hanno la tecnica, ma è solo uno strumento, che non basta. Il successo ai massimi livelli è una questione di motivazione e personalità. Ci vogliono anni per formare un agonista”.

Wilson, Adidas e altro

Hanno il gusto della competizione? Yunosuke ha esultato facendo il pugnetto parecchie volte durante i suoi primi incontri, ci dice la famiglia. Come reagiranno ai giovani avversari che, senza dubbio, vorranno aggiungere il nome dei piccoli talenti di Instagram alla loro lista di successi? A questo punto dobbiamo accontentarci di supposizioni.

“Sono il loro unico partner”, sorride il padre, Kosuke Owaki. “Vogliono giocare di più. Non escludo di trasferirmi per rendere le cose più facili, e perché non all’estero, perché non qui?” dice, nella caffetteria dell’Accademia Mouratoglou. “Stiamo esaminando come farlo”.

Quando hanno partite di allenamento, non ci sono litigi. Il ragazzo più grande di solito vince con un margine ristretto, nonostante parta in svantaggio con il sistema di punteggio a handicap.

La celebrità dei due ragazzi ha portato loro qualche sponsorizzazione locale, flessibilità da parte del datore di lavoro dei genitori, supporto, di cui non si conoscono i dettagli, da Wilson (ora nella biografia dell’account) e Adidas (che non ha il diritto di farlo). È comprensibile che la famiglia Owaki non debba più preoccuparsi dell’attrezzatura, ma l’esperienza europea che Tsitsipas e Djokovic hanno appena offerto loro non può diventare uno stile di vita.

Per ora i due ragazzi si stanno godendo i primi trofei: polo e racchette autografate dai loro idoli, abbracci e selfie con le loro star preferite, l’amicizia del primogenito di Djokovic, Stefan, con cui stanno giocando, e i posti in prima fila allo stadio. Monte-Carlo e Belgrado sono state le prime partite di alto livello viste dagli spalti.

La loro attenzione nel seguire le partite senza distrarsi, anche se così giovani – hanno una perfetta padronanza delle regole – è un’altra affascinante manifestazione del loro amore per il tennis.

Patrick Mouratoglou ha dovuto rispondere recentemente alle domande del canale televisivo Canal+ sulla possibile sovraesposizione di questi bambini che hanno appena iniziato la scuola.

“C’è il rischio di esporli troppo, sì, ma i genitori non hanno molta scelta”, ha risposto l’allenatore. “Nel tennis il fabbisogno finanziario è enorme. Hai bisogno di un allenatore, di un preparatore atletico, devi pagare le trasferte ai tornei. Quasi nessun genitore ha questi mezzi. Pubblicizzare i tuoi figli quando sono dei fenomeni può aiutare a trovare questi mezzi necessari”. I genitori giurano che se i ragazzi vorranno smettere di giocare a tennis domani, non ci saranno problemi.

I fratelli Owaki sembrano lontani anni luce da tali considerazioni, lontani da essere grandi giocatori come i nostri occhi adulti vogliono spontaneamente vedere nel talento precoce. Sono ragazzi abbastanza fortunati, con le loro capacità naturali e le conoscenze che Instagram ha permesso loro di fare, per vivere al meglio il loro sogno.

Vivere in un territorio privo di tennis, dove giocare su un campo normale è impossibile, in questa fase sembra più un’opportunità. Non puoi sognare qualcosa che trovi ogni giorno sotto casa tua.

Traduzione di Luca Gori e Massimo Volpati

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Boris Becker nel carcere “fatiscente, sovraffollato e infestato dai topi”

La prigione che ospita l’ex campione tedesco è una delle peggiori del Regno. Secondo Andy Murray, “ha infranto la legge, nessun trattamento speciale”

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La notizia della condanna di Boris Becker ha fatto il giro del mondo e ora torna con l’aggiornamento sul luogo di detenzione dove è stato al momento condotto. Descritta come “fatiscente, sovraffollata e infestata dai topi”, la prigione di Wandsworth si trova a una decina di minuti di macchina da quei campi di Wimbledon dove l’ex campione tedesco ha trionfato tre volte, la prima nel 1985 da diciassettenne. Dall’età delle vittorie all’età vittoriana, trattandosi di edificio (il carcere) costruito 170 anni fa. La struttura detentiva appartiene alla categoria B, in una classificazione dove A significa “di massima sicurezza” e D minima.

Ai sensi della Legge Fallimentare britannica, Becker è stato condannato a una pena di due anni e mezzo per il primo dei quattro capi d’accusa di cui è stato riconosciuto colpevole (in sintesi, “il fallito è colpevole di un reato se distrae qualsiasi bene che avrebbe dovuto consegnare al curatore”). Per gli altri tre capi d’accusa, il giudice Deborah Taylor era partita da una base di diciotto mesi per ognuno, decretando poi in relazione a essi sentenze concorrenti, con l’effetto di cucirgli addosso una sentenza appunto di 2 anni e 6 mesi. L’effetto è che Boris sconterà in carcere metà della pena per poi essere rilasciato in libertà vigilata soggetto alle cosiddette “license conditions”, prescrizioni normalmente individuate nella buona condotta, rimanere in contatto con l’ufficiale addetto alla sorveglianza, risiedere permanentemente a un indirizzo e nel divieto di lasciare il Regno Unito senza apposito permesso. Ma torniamo alla prigione di Wandsworth.

Sul sito governativo dell’Ispettorato della Giustizia, apprendiamo da un report dello scorso settembre che il 91% dei detenuti disponeva di meno di due ore al giorno fuori dalla propria cella, a volte solo 5 minuti. Alcuni prigionieri hanno dichiarato di non poter uscire all’aria aperta per giorni se non per settimane. Inadeguati sono anche risultati l’accesso all’esercizio fisico e all’istruzione, o a un’attività lavorativa rilevante. Inoltre, a dispetto della diminuzione della popolazione del carcere a 1.364 unità, si legge nel rapporto, Wandsworth è rimasta una delle più sovraffollate prigioni di Inghilterra e Galles, con quasi tre quarti dei prigionieri che in due occupano una cella progettata per uno.

 

In aumento la violenza contro altri detenuti e lo staff, con le guardie che spesso non attivano le telecamere indossate sull’uniforme così da evitare ripercussioni; 1.398 incidenti negli ultimi mesi che riguardano l’uso della forza, un numero sorprendentemente alto considerato il pochissimo tempo trascorso fuori dalle celle. Ratti, topi e piccioni che infestano, celle e pianerottoli in cattivo stato, alcune docce orrende. Rispetto alla precedente ispezione ci sono stati anche notevoli miglioramenti: visite e videochiamate hanno luogo in una struttura eccellente con i muri decorati dagli stessi detenuti. E anche l’accoglienza è buona, con celle per la prima notte pulite; se non sempre c’è la possibilità per i nuovi arrivati di farsi una doccia il giorno stesso, la loro sicurezza è garantita. Il cibo non è male secondo buona parte degli intervistati, ma la cena, servita in cella, è trasportata in contenitori termici sudici.

In sintesi, sovraffollamento, violenza, sporcizia, topi: quello che ci si aspetta da una prigione e tuttavia come non dovrebbe assolutamente essere, che ci mettano dentro un famoso ex tennista o meno. Un po’ come l’hotel australiano dove in gennaio Novak Djokovic ha atteso la chiusura del suo iter giudiziario – non era un paradiso fino al giorno prima nè è diventato all’improvviso un posto indegno, ma di certo è tornato nell’oblio generale una volta che la star di turno ha fatto i bagagli. Lasciamo però i commenti a un altro dei Fab 4, Andy Murray che, riporta la stampa britannica, non prova molta compassione per il cinquantaquattrenne di Leimen: Ha infranto la legge e, se lo fai, non penso che dovresti ricevere un trattamento speciale per via di chi sei o per quello che hai realizzato. Mi dispiace che sia in quella situazione, ma mi dispiace anche per le persone che ha colpito con le sue decisioni e per quello che è successo loro”. E aggiunge, “spero che stia bene e che impari dai suoi errori, ma non provo particolari sentimenti al riguardo”.

La domanda, tuttavia, è cosa ci faccia in un carcere di categoria B una persona riconosciuta colpevole di quattro capi d’accusa relativi all’Insolvency Act, un luogo che per alcuni mesi ha ospitato nientemeno che… Oscar Wilde (sì, essere lui era reato all’epoca). A fornirci la risposta è il tabloid britannico Daily Mail che, citando alcune fonti all’interno di “Wanno”, scrive che Becker vi trascorrerà probabilmente una quindicina di giorni prima di essere trasferito in una struttura di categoria C, vale a dire per detenuti meno pericolosi. Intanto, Becker sosterrà un colloquio per valutare il rischio di suicidio (ce ne sono stati nove dalla precedente ispezione del 2018) e trascorrerà le prime tre notti nell’Ala E come ogni nuovo arrivo.

Era stato un ex detenuto, Chris Atkins, a rivelare la brutale realtà di Wandsworth in un libro, riprodotto a puntate dal Mail on Sunday. Condannato a cinque anni per frode fiscale, Atkins scrive occasionalmente per il Guardian ed è apprezzato autore di documentari. Secondo la sua esperienza, “Becker sarà terrorizzato”. Ma aggiunge che, “pur essendo un luogo violento, non è così pericoloso se voli basso e non vieni coinvolto in droga o debiti”. Addirittura, dice che “lo sport è molto importante sia per i detenuti sia per le guardie. Tutti lo vedranno un po’ come un eroe e probabilmente sarà inondato da richieste di autografi”.

Lo scenario migliore prevede quindi tenere a bada i fan per un paio di settimane, essere trasferito in una prigione meno dura e, stando ad altri tabloid britannici, tra cui il Mirror, diventare preparatore atletico dei detenuti, oltre che una riduzione della pena detentiva a dieci mesi, trascorrendo il resto con un braccialetto elettronico. Chi vuole bene a “Bum Bum” non potrà che augurargli un’evoluzione del suo prossimo futuro simile a quella del presente articolo, passato dall’iniziale studio di leggi, sentenze e report alla conclusione sfogliando i tabloid.

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Tanti auguri a Gianluigi Quinzi: da ex “Messia del tennis” al futuro dall’altra parte della rete

Compie oggi ventisei anni l’ex promessa del tennis azzurro, che adesso sta studiando per vivere il mondo dello sport da un’altra prospettiva

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Gianluigi Quinzi a Wimbledon juniores, 7 luglio 2013 - credits to: ANSA/RAY GIUBILO

Sono passati esattamente sette mesi da quando Gianluigi Quinzi ha appeso la racchetta al chiodo. Era proprio il 1° luglio dell’anno scorso quando, attraverso un post sul proprio profilo Facebook, quello che era stato etichettato come “Messia del tennis” (per citare le sue stesse parole di un’intervista a OA Sport) aveva annunciato il ritiro dal tennis giocato. “Lascio con la serenità di chi sa di aver dato sempre il massimo e la consapevolezza che giocare era diventato un peso più che un piacere“, aveva scritto Quinzi. Sette mesi dopo, nel giorno del suo 26° compleanno, ripercorriamo la carriera, interrotta probabilmente troppo presto, di una delle più grandi promesse mancate del tennis azzurro degli ultimi anni.

Una carriera che da subito ha portato ai primi successi a livello juniores. Entrato a otto anni nell’accademia di Nick Bollettieri, dopo il successo al prestigioso Little Mo in Florida, portò nel 2012 la prima Coppa Davis Junior della storia per l’Italia contro l’Australia (battendo tra gli altri Kokkinakis). Un anno più tardi, la consacrazione a livello giovanile con la conquista di Wimbledon contro Hyeon Chung, che lo porta a fine anno al numero uno del ranking di categoria. Il salto tra i professionisti non è dei più semplici e, complici anche vari infortuni, alla fine il bilancio recita tre finali Challenger (due vinte, una persa) e 12 successi Futures. A livello ATP, Quinzi ha giocato cinque incontri in un main draw vincendo una sola volta nel 2017 a Marrakech, prima di perdere al secondo turno contro Paolo Lorenzi.

Ma lo stress e la pressione di dover soddisfare determinate aspettative non sono facili da sopportare per tutti. E così, a venticinque anni Gianluigi Quinzi ha deciso che il tennis giocato non era più una parte della vita che gli donava serenità. Senza grossi rimpianti. Adesso, il ragazzo di Cittadella può alzarsi la mattina e fare ciò che gli piace fare. Da qualche mese sta allenando il sedicenne Federico Vita e, nel frattempo, studia Economia e Management dello Sport per studiare in futuro in una magistrale, magari in Business Sport e Management. Oggi, giorno del suo ventiseiesimo compleanno non possiamo che dire: tanti auguri Gianluigi, e in bocca al lupo per la tua vita futura!

 

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