Wimbledon: Nadal schiacciasassi, Bautista stende Nishi. Cilic ok

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Wimbledon: Nadal schiacciasassi, Bautista stende Nishi. Cilic ok

Tre set per superare Khachanov; un set point salvato. Paire batte Janowicz, avanzano anche Muller e Anderson. Sospesa al quinto Querrey-Tsonga

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[4] R. Nadal b. [30] K. Khachanov 6-1 6-4 7-6(3) (da Londra, il nostro inviato Luca Baldissera)

Non ci sono precedenti fra Rafael Nadal (31 anni, 2 ATP) e il giovane russo Karen Khachanov (21 anni, 34 ATP), che scendono in campo sul mitico Centre Court mentre gli ultimi colleghi della stampa inglese, delusi per l’eliminazione di Heather Watson, lasciano i loro posti in tribuna sperando di rifarsi più tardi con Andy Murray opposto a Fabio Fognini. Noi, con simpatia e sportività s’intende, speriamo che il loro pomeriggio si concluda peggio di come è iniziato, ovviamente, ma è ora di occuparsi del campione del Roland Garros e del recente semifinalista di Halle.

Pronti, via con Rafa al servizio, e inizia da subito una pioggia di dritti vincenti scoraggiante per Karen, che non riesce a rispondere abbastanza profondo, nè a servire in modo abbastanza incisivo. Lo spagnolo è entrato in partita a mille all’ora, e si nota in particolare una grande solidità alla battuta, sempre spinta, sempre alla ricerca del punto. Senza praticamente dare il tempo all’avversario di capire cosa stia succedendo, Nadal brekka al secondo e al quarto gioco, e quando sul 4-0 in suo favore commette tre errori di dritto e uno di rovescio regalando un controbreak a Kachanov, l’impressione è che sia uno di quei passaggi a vuoto che capitano quando le partite scorrono via talmente facili da farti scendere inconsciamente di intensità. Il momento di distrazione rimane infatti estemporaneo, l’ennesimo drittone con cui Rafa va 0-40 e tre palle per brekkare per la terza volta suscita l‘ooh collettivo del pubblico, il rovescio lungo di Karen decreta il 5-1 e virtualmente la fine del primo parziale. Nadal serve costantemente sopra le 120 miglia, piazza un ace centrale a 125 (201 kmh), e si prende un 6-1 francamente spaventoso per sicurezza e autorità. Il giovane russo ha sbagliato molto, certo, però sono spesso errori derivanti dall’affanno dell’essere sempre, costantemente sotto pressione.

 

Sono passati 21 minuti, Khachanov è già pronto a servire per iniziare il secondo set, non sembra una buona idea accelerare le operazioni vista la rapidità con cui gli stanno sfuggendo di mano i punti e i game. Si pensava di assistere a una partita di contenimento e contratacco da parte dello spagnolo, invece il bombardiere in campo è lui. Dalla tribuna stampa, sull’angolo alla sinistra dell’arbitro Lahyani si possono valutare bene le traiettorie in altezza, e i colpi di Nadal sono belli filanti e impattati pieni, nulla a che vedere con i topponi da terra rossa, lo avevamo visto diverse volte impegnarsi in allenamento nell’entrare sulla palla liftando di meno. Si salva ancora da palla break Karen nel game d’apertura, così come nel terzo (bravo, con un ace centrale), ma una seconda opportunità concessa due punti dopo si rivela fatale, siamo a inizio secondo set ma il dritto che vola lungo al russo ha già il sapore della resa. Rafa tiene in scioltezza e sale 3-1, poi finalmente vediamo un bel game di servizio tenuto con autorità da Khachanov. Adesso sembra esserci un minimo di equilibrio in campo, almeno quando è alla battuta Karen, ma di possibilità per rientrare nel set il russo non ne vede fino al 3-4, quando sul servizio di Rafa si issa ai vantaggi (passante non difficile fallito dallo spagnolo), sempre che arrivare al “deuce” possa essere definito una chance. Rafa non si scompone, martella e spinge, sale 5-3, e nel game successivo un grande attacco di dritto lo manda a set point, annullato con il servizio dal russo, che sempre tirando a tutta la battuta, non ha altro modo di rimanere a galla, accorcia sul 4-5. Si diverte pure, Nadal, a chiudere il secondo set con una “veronica” tenendo a zero la battuta, siamo 6-1 6-4 in un’ora e 8 minuti senza un minimo momento in cui lo spagnolo non sia stato in pieno controllo del gioco.

Si vede qualche scambio divertente a inizio terzo set, come un pallonetto-contropallonetto in contropiede messo a segno da Karen, che giustamente prova a crederci ancora e tira servizio e dritto a tutto braccio: non può fare altro per non venire travolto. Sul 2-2 un erroraccio con il dritto in avanzamento di Khachanov regala palla break a Nadal, ma il russo spinge senza paura e annulla, per poi salire 3-2. Onestamente bravo Karen a non “sciogliere” vista la situazione, le qualità le ha e si vedono, ma sta affrontando un impegno ancora fuori dalla sua portata. Qualità che si esprimono soprattutto nel drittone, con cui martella tutto quello che può; la “mano” in avanti e sulle palle basse è ancora ruvida, al contrario di quella di Rafa, che quando spara il dritto per poi accarezzare la stop-volley è uno spettacolo prima tecnico che agonistico. Ma sul 4-3 per il russo, dal nulla, o meglio da un paio di scambi in pressione che Nadal si fa colpevolmente sfuggire lasciando l’iniziativa a Khachanov, arriva una palla break, annullata da un falso rimbalzo sulla seconda palla, fortunato qui Rafa. Ma Karen si è acceso, sta dando giustamente tutto, ne conquista un’altra con un dritto lungoriga dopo uno scambio di botte pazzesche: gli sfugge anche questa, ne ha una terza grazie al gratuito di Rafa, e la fortuna sorride ancora a Nadal salvato da una chiamata errata corretta da Hawk-Eye quando Khachanov aveva sparato la palla sulla riga esterna. Tiene poi lo spagnolo per il 4-4, ma gli è andata bene.

Il russo è entrato in ritmo, e sale 5-4 senza problemi, lo imita Rafa che non avrà certo voglia di correre altri rischi inutili, 5-5. Ancora un ottimo game di servizio, che fa solo aumentare dal punto di vista del russo i rimpianti per il modo in cui gli era sfuggito il break poco prima: 6-5 per lui, ma come detto il ragazzo ha personalità e braccio, si è scrollato di dosso la tensione dell’esordio su questo campo e contro questo avversario. Va 15-30 a due punti dal set, e poi 30-40, set point per lui. Qui ci vuole un gran Rafa, e un gran Rafa c’è: drop shot perfetto a cancellare il set point, poi una bella volée, però un doppio fallo lo tiene ancora sulla parità, bell’equilibrio in campo, Karen risponde bene e picchia. Ma ecco l’intelligenza di Rafa: in difficoltà negli scambi contro le bordate di Khachanov, va a rete lui, chiude un’altra bella volée, e si prende il tie-break. Da applausi un altro tocco di fino dello spagnolo, drop shot fintato spettacolare: Nadal va sopra di un minibreak, poi super-rovescio diagonale chiuso, siamo in dirittura d’arrivo. Passantone di dritto, e gli ottavi di finale sono raggiunti. Lo attende l’attaccante puro Gilles Muller: precedenti 4-1 Rafa, ma l’unico successo per il lussemburghese è arrivato proprio qui a Wimbledon nel 2005.

[18] R. Bautista Agut b. [9] K. Nishikori 6-4 7-6(3) 3-6 6-3 (Michelangelo Sottili)

Roberto Bautista Agut ottiene la sua seconda vittoria in carriera contro un top ten in uno Slam, dopo quella contro del Potro a Melbourne nel 2014. A farne le spese è Kei Nishikori, numero 9 del mondo e del seeding, che lo aveva sempre battuto nelle quattro precedenti sfide ma nessuna sull’erba, superficie su cui il ventinovenne spagnolo vanta la miglior percentuale di vittorie, mentre è decisamente ostica per il giapponese. Con l’arbitro Pascal Maria che si fa subito notare per due ottimi overrule sulla riga lontana, i due scambiano molto vicini alla linea di fondo, nascosti dal cappellino e con lo stesso logo sul piatto corde: resta lo swing del dritto per distinguerli. Ed è proprio il dritto a decidere il primo parziale, precisamente quello semplicissimo sbagliato da Kei in uscita dal servizio che regala il set point subito sfruttato da Bautista. Gli scambi da fondocampo sono intervallati da qualche pittino, dopo una smorzata giapponese, che magari si conclude con un colpo no-look tra gli applausi convinti. Il tie-break inizia con Michael Chang che osserva preoccupato il linguaggio del corpo giapponese e finisce sul 3 pari quando due dritti spagnoli squarciano il campo avversario per il mini-break decisivo. Nove palle break su nove annullate da Bautista finora, temperatura che si avvicina ai 30°.

Nishikori cerca timidamente di alzare il livello e, all’ottavo gioco, si procura la decima opportunità di brekkare Roberto che scivola sul contropiede avversario e cade rovinosamente; si rialza, ma perde quel game e i successivi tre. Dopo un’altra caduta, lo spagnolo decide di aver già regalato abbastanza: con un passante di rovescio tirato da molto lontano e uno dei suoi classici, pulitissimi dritti vincenti lungolinea, si riprende il break. Un Nishikori nervoso salva con il servizio la palla del 2-4 dopo aver ricevuto due warning (violazione di tempo e abuso di racchetta), ma non quella del 3-5. Bautista non trema e approda agli ottavi dove troverà Marin Cilic (2-1 i precedenti per il croato), sempre che rispetti il pronostco contro Steve Johnson.

 [7] M. Cilic b. [26] S. Johnson 6-4 7-6(3) 6-4 (Alberto Prestileo)

Marin Cilic approda agli ottavi di finale di Wimbledon battendo senza troppi patemi Steve Johnson, numero 31 del mondo e testa di serie numero 26, 6-4 7-6 6-4. Una buona partita giocata dal croato che è sceso in campo con grande concentrazione e con poca voglia di rimanere a lungo in campo, nonostante un calo di tensione significativo tra il finale del secondo e l’inizio di terzo set. L’ex vincitore degli US Open 2014, sul 5-4 e servizio nel secondo parziale, si fa strappare la battuta dall’americano, allungando così il match di almeno una ventina di minuti. Sì perché Johnson, da lì in avanti, gioca con fiducia, costringendo prima l’avversario ad un tie-break e poi portandosi avanti 2-0 nel terzo set. Il gigante Marin riesce però a tornare subito in partita, riportando il risultato in parità sul 2-2 e brekkando poi di nuovo l’avversario, veleggiando agevolmente verso gli ottavi di finale.

B. Paire b. J. Janowicz 6-2 7-6(3) 6-3 (Antonio Ortu)

Giocassi sempre così, Benoit! Con una fantastica prestazione, Paire ha avuto la meglio in tre set su uno spento Janowicz, raggiungendo la seconda settimana ai Championships per la prima volta in carriera. Il numero 46 ATP ha ancora dimostrato di saper tirar fuori il meglio dal suo fenomenale braccio quando mette concentrazione in campo. Jerzy si è visto infilare da ogni parte del campo, ma non è riuscito a far valere il suo gioco erbivoro, anche perché ha servito male per tutto l’incontro. Oggi Benoit sfidava il polacco per la quarta volta, battuto poche settimane fa in due set in quel di Stoccarda ai quarti. L’incontro è di sicuro quello che promette più fuochi d’artificio tra quelli in programma oggi. Infatti il campo 18 è tutto esaurito e anche sopra la terrazza dell’All England Club un cospicuo numero di spettatori si affaccia per vedere a confronto talento sopraffino e forza bruta.

Il primo turno di battuta a rischio è il primo di Paire, che è costretto ad annullare tre break point mentre cerca di rodare la palla corta. Scampato il pericolo, il francese inizia a tirar fuori assi dalla manica a ripetizione. Sul 2-2 trova il break con un lob vellutato, che gli apre la strada verso la conquista del primo parziale. Dopo aver brekkato una seconda volta, Benoit con un dritto choppato al volo (!) ottiene il 6-2 in meno di mezzo’ora. Nel secondo parziale Janowicz alza il numero di prime palle in campo e riesce a limitare i danni, pur concedendo due pericolose palle break nel nono gioco, prontamente cancellate con due punti di potenza. Il drop shot è sicuramente l’arma in più del francese quest’oggi, che gli permette anche di annullare un set point sul 5-6 e poi di raggiungere il tie-break. Con servizio e rovescio, fa suo anche il secondo parziale, vincendo il tie-break 7 punti a 3. C’è poco da fare per JJ, che nonostante soli due errori non forzati nel set, si ritrova con la testa sott’acqua. Nemmeno in un game dove tira una serie di comodini in risposta per guadagnarsi tre palle break riesce a strappare il servizio all’avversario nella terza partita. Il break nell’ottavo game porta Paire al servizio per la vittoria e, stavolta con alcuni dritti poderosi, si porta agli ottavi di finale dopo 1 ora e 43 di gioco. Sono 63 i vincenti del francese, che ha giocato un match d’autore, condito anche da una buona prova alla battuta. Così non si può dire per Jerzy, ma per lui è stato ad ogni modo il torneo della rinascita, che lo ha riportato a discreti livelli nel Tour maggiore. Benoit attende il vincente del match di giornata, Murray-Fognini.

[24] S. Querrey vs [12] J.W. Tsonga 6-2 3-6 7-6(5) 1-6 6-5 sospesa (Andrea Ciocci)

Chi non ricorda quel leggiadro peso massimo, nome da atollo e faccia da Cassius Clay, schiantare un incredulo Rafa Nadal nella semifinale degli Australian Open 2008? Così si presentava Jo-Wilfried Tsonga da Le Mans al tennis che conta. Avrà forse un po’ tradito le attese scaturite da quell’exploit. Ma la spettacolare battaglia contro un degnissimo Querrey, sospesa per oscurità sul 6-5 al quinto per l’americano, è uno di quei picchi che ti fanno dimenticare cadute come la clamorosa sconfitta al primo turno al Roland Garros. Un avversario ostico, Sam (chiedere a Djokovic), come dimostra l’unico confronto fra i due ai Championships, vinto dal francese per 14-12 al quinto, tre anni fa.

Si parte con Tsonga che cerca di muovere il gioco, mirando a dare palle di peso e soprattutto altezze diverse al gigante californiano. Le cui notevoli ribattute, però, gli procurano sul 2-2 il primo break dell’incontro. Un’altra fantastica risposta di dritto in allungo e Sam va a servire per il set. Gli estemporanei chip and charge del transalpino avranno strappato qualche applauso, ma l’ovazione finale tocca all’americano. Mezz’ora per un 6-2 in cui non ha perso un punto quando ha servito la prima palla.  La qualità sale nella seconda frazione, parallelamente al calare degli errori non forzati del francese. Finalmente si scambia di più, per la gioia dei montatori di highlight. Sul 4-3 arriva una battaglia di rovesci che manda Querrey fuori giri. Sam perde il servizio e consegna il set all’avversario. Il match non ha scelto ancora un padrone, ma il body language del francese tradisce una certa stanchezza, soprattutto mentale. Ciò nonostante, è difficile stabilire chi stia vincendo ai punti. Giusto che a spezzare la parità sia il tie-break. Un gioco a tolleranza zero, imposto da un Querrey perfetto. A deciderne l’esito è un solo dritto inside-in di Tsonga finito appena largo. Tutt’altro che demoralizzato, il francese si fa prendere da uno dei raptus agonistici che lo hanno reso uno dei giocatori più godibili del circuito. In versione Fast and Furious, a forza di vincenti si porta sul 4-1 in una manciata di minuti. Querrey non fa in tempo a sorprendersi che il set si chiude sul 6-1. Nella partita decisiva camminano in parallelo la preoccupazione di perdere il servizio e quella di non vedere la conclusione del match per l’oscurità. Sia come sia, i due sono incollati alla partita. Ma sul 6-5 per il californiano, Tsonga chiede che la partita venga sospesa. Alla fine il convitato di pietra, l’odiato buio, si prende la ribalta e rimanda il tutto a domani. E chissà se stanotte, Sam e Jo-Wilfried decideranno in sogno un esito diverso da quel 14-12 di tre anni fa.

Gli altri incontri (Matteo Orlandi)

Gilles Muller supera in tre set la resistenza di un generoso Aljaz Bedene e approda per la prima volta in carriera al quarto turno dei Championship, dopo una prova di grande solidità. Troppo centrato il lussemburghese, nel momento migliore della sua carriera che prosegue spedito la sua campagna su erba, dopo il trionfo all’Hertogenbosh e la semifinale al Queens, battuto solo da Cilic. Bedene, sospinto dal pubblico mattiniero del Campo 2 si aggrappa al match più che puó ma la sua è una partita a rincorrere: dopo uno scambio di break e controbreak, lo sloveno naturalizzato inglese riesce ad annullare due set point sul proprio servizio e trascinare il parziale al tie break che viene peró gestito senza troppi problemi da Muller. Il secondo set si apre con il break di Bedene, che peró nel game fiume successivo butta via la chance e cede di nuovo il servizio. Muller alza a poco a poco il rendimento al servizio e diventa inavvicinabile per l’avversario. Il secondo set si chiude con un break decisivo sul 5-5 e nel terzo c’è poca storia: il numero 16 del seeding prende subito il break e non c’è più nulla da fare. Tre set a zero e primo Manic Monday per il mancino lussemburghese che lunedì proverà a mettere in difficoltà Nadal.

Nel tardo pomeriggio Kevin Anderson raggiunge la sua vittoria numero 50 negli Slam e conquista per la seconda volta il quarto turno a Londra (nel 2014 venne sconfitto da Murray). Il sudafricano regola in tre set tiratissimi Ruben Bemelmans, proveniente dalle qualificazioni. Impeccabile al servizio e chirurgico nei due tie break, Anderson ha avuto un unico momento di pausa nel terzo set, cedendo il servizio per l’unica volta nel match e portando il belga a servire per il set: ma Bemelmans non sfrutta la chance e crolla nel tie break. Rimane un gran torneo per il belga, che torna nei primi 100: per Anderson quarto turno contro Querrey o Tsonga.

Risultati:

[16] G. Muller b. A. Bedene 7-6(4) 7-5 6-4
[18] R. Bautista Agut b. [9] K. Nishikori 6-4 7-6(3) 3-6 6-3
[7] M. Cilic b. [26] S. Johnson 6-4 7-6(3) 6-4
B. Paire b. J. Janowicz 6-2 7-6(3) 6-3
[4] R. Nadal b. [30] K. Khachanov 6-1 6-4 7-6(3)
K. Anderson b. R. Bemelmans 7-6(3) 6-4 7-6(3)
[1] A. Murray b. [28] F. Fognini 6-2 4-6 6-1 7-5
[24] S. Querrey vs [12] J.W. Tsonga 6-2 3-6 7-6(5) 1-6 6-5 sospesa

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Wimbledon, appuntamento al 2020. Con una serie di citazioni

Prima di sciogliere definitivamente l’abbraccio con Wimbledon, le più belle citazioni sul (e dal) torneo inglese. Qual è la vostra preferita?

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Mancano soltanto 342 giorni all’inizio di Wimbledon 2020. Ne sono trascorsi invece già nove dall’epica finale dell’edizione 2019, che pure sembra si sia giocata ieri; ma non solo il tennis non è finito, come qualcuno temeva dopo la stretta di mano di domenica 14 luglio, ma addirittura ci sono già stati altri tornei, altri vincitori, e altri ce ne saranno.

La fine di uno Slam però, se per certi versi è un sollievo, per altri è molto simile a un dolore. Per superare il quale ci si affida alle solite cinque fasi. Siamo persuasi di essere finalmente arrivati all’ultima, quella dell’accettazione. Per tagliare definitivamente il cordone, e darci appuntamento al 2020, ecco una carrellata di citazioni illustri (raccolte dalla nostra collaboratrice Beatrice Di Loreto) che hanno Wimbledon come minimo comune denominatore.

Bye bye, Wimbledon. E grazie di tutto, come al solito.

“Puoi scoprire tutto quello che vuoi sapere su una persona facendola giocare sul Centre Court di Wimbledon”

John Newcombe

“Se dici qualcosa durante una partita di tennis, lo fanno sembrare come se avessi commesso un omicidio o qualcosa del genere”

 
John McEnroe

“Non avevo mai realizzato quale fosse il significato di tutto il resto. Niente, e intendo proprio niente, si può paragonare a vincere Wimbledon”

Andre Agassi

“Finché vinco, o muoio”


Ivan Lendl, su quanto a lungo avrebbe provato a vincere Wimbledon

“Puoi arrivare a Londra essendo il N. 1 del mondo, ma nessuno pensa che tu sia qualcuno finché non hai vinto Wimbledon. Si comportano come se avessero il più grande torneo del mondo. E hanno ragione, ce l’hanno. È proprio questo” 

Pete Sampras

“Il modo più semplice per diventare soci qui è vincere il torneo”

Anonimo, sull’All-England Tennis Club

“Non giocherò a Wimbledon perché sono allergico all’erba”

Ivan Lendl

“Amo il Campo Centrale. Vorrei poterlo abbracciare qualche volta”

Billie Jean King

“Restituirei tutto il mio prize money pur di vincere Wimbledon”


Andy Murray

“Scendevo a rete attaccando il suo dritto e mi passava; scendevo a rete attaccando il suo rovescio e mi passava. Restavo a fondocampo e anche lì mi passava”

Andy Roddick, dopo aver perso la finale di Wimbledon 2005 contro Roger Federer

“I newyorkesi amano vederti sputare l’anima là fuori; sputa l’anima a Wimbledon e ti fanno fermare e pulire” 


Jimmy Connors

“Se non dovessi vincere più una partita non mi importa. Qualsiasi cosa farò nella mia vita, ovunque andrò, sarò sempre un campione di Wimbledon”

Goran Ivanisevic

“Quando la folla gridava ‘Roger’ io sentivo ‘Novak’. Sembra sciocco, ma è così”

Novak Djokovic

(per i cultori del ‘tutto in lingua originale’: alla pagina successiva trovate le citazioni in inglese)

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Focus

Il vero eroe di Wimbledon

Sul podio: Ostapenko che colpisce tutti, Woody Harrelson ubriaco sugli spalti e soprattutto il vero eroe del Fedal: il ragazzino appassionato di vichingi

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E cosa altro vorresti raccontare. Quello lì, quello che c’ha un sacco di anni e continua a fare così incredibili, ha battuto in semifinale quell’altro che l’aveva appena battuto – meglio, dominato – a Parigi. Poi, in finale, non è stato capace di convertire match point, per la 22esima volta in carriera, contro quel terzo signore che più non lo amano e più lui vince, vince, vince. Ha vinto più di chiunque altro in questo decennio, e chissà nel prossimo.

Il primo, quello lì, ha sublimato il concetto di sconfitta: non in senso alchimistico e neanche spirituale, ma proprio per quanto attiene al suo significato in psicologia. Quello che è accaduto dal mancato 9-7 all’effettivo 12-13 è già letteratura, già in grado di esercitare una fascinazione collettiva persino superiore a una vittoria.

Sono state quarantotto ore fuori da ogni logica, o magari perfettamente in linea con la nuova logica applicata al tennis – meglio: imposta – da Federer, Nadal e Djokovic. Ne ha fatto mirabile sinossi Matteo Codignola su Rivistaundici, chiudendo così un articolo che vi consiglio caldamente di leggere.

Si tratta di giocare ancora un match, e un altro, per allontanare il più possibile quello che ormai  tutti quanti, a cominciare da Roger, Rafa e Nole – temiamo succeda: che al primo ritiro di uno dei tre, di colpo, il tennis come lo abbiamo conosciuto smetta di esistere. Sembra l’ultima scena di un episodio neanche troppo riuscito di Al di là della realtà, d’accordo. Ma francamente a cos’altro abbiamo assistito, sul Centre Court, fra il 12 e il 14 luglio 2019?

Il torneo femminile lo ha vinto Simona Halep, mamma che brava. Le è toccato fare la parte della guastafeste agli ottavi contro la bimba prodigio Cori Gauff, ma dopo aver lottato per un set contro Zhang ai quarti ha sostanzialmente triturato il resto della concorrenza: non l’ha vista Svitolina in semifinale, l’ha vista se possibile ancora meno Serena in finale. Ora è socia dell’All England Club e potrà venirci anche solo per mangiare a sbafo a ‘spese’ della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, che da tre anni può vantare il patrocinio di questo modesto circoletto londinese (un gradito regalo della regina Elisabetta).

 
L’eleganza sconvolgente di Kate, l’inchino doveroso di Nole (AELTC/Florian Eisele)

C’è stato però un altro Wimbledon, un Wimbledon di faccende meno altisonanti ma non per questo meno degne d’essere raccontate. Il vero Wimbledon, insomma.

Per assonanza con l’ambito patro-cinio di Kate viene in mente il sacrosanto don’t patro-nize me‘ di Johanna Konta al gionalista del Daily Express che pretendeva di parlarle come si fa ad una figlia quindicenne che non ha rispettato il coprifuoco. Brava Johanna, al 6,5 del nostro Garofalo mi sento di aggiungere almeno un paio di voti.

C’è stato il ritorno di Murray in doppio, che doveva essere un ritorno un po’ in sordina ma la scelta di affiancarsi a Serena Williams per il doppio misto l’ha trasformato in una delle storyline più seguite dell’intero torneo. Due vittorie, poi la sconfitta agli ottavi contro i favoriti Melichar/Soares. L’anca di Andy sembra limitarlo ancora parecchio nei movimenti e per New York si vedrà, ma intanto un pieno di affetto e sostegno dei tifosi che non fa mai male.

Sapete chi altro, ben lontana dal mettersi in luce in singolare (pur giocando regolarmente, a differenza di Murray), ha fatto parlare di sé in queste due settimane? Jelena Ostapenko, la cui vittoria al Roland Garros sembra lontana 150 anni e invece risale appena al 2017. La lettone ha giocato una partita in singolare (sconfitta subito da Hsieh), una in doppio femminile (in coppia con Kudermetova, subito fuori contro Cornet/Martic) ma ben sei in doppio misto: in coppia con lo svedese Robert Lindstedt ha raggiunto la finale, poi persa contro Chan/Dodig.

Eppure, povera Jelena, mica ha fatto parlare di sé per qualche stop volley prelibata. Proprio non le riusciva di smettere di colpire avversari e partner!

Nel primo episodio è riuscita a fare punto tirando un servizio nel quadrato sbagliato… ma direttamente addosso all’inviperita Cornet;

soltanto i riflessi felini di Gauff hanno impedito che si concretizzasse subito un secondo episodio, al primo turno del torneo di misto. Eppure il meglio doveva ancora venire…

secondo e terzo turno, episodi tre e quattro. Jelena bombarda due volte la schiena del malcapitato Lindstedt, che nonostante i tentativi di sabotaggio rimane stoicamente in piedi.

MEDAGLIA D’ARGENTO E D’ORO – A proposito di colpi proibiti. Come dimenticare il missile di Kyrgios che ha colpito Nadal nei pressi della rete, durante l’unico match che c’abbia davvero fatto battere il cuore prima delle semifinali (a parte quell’ dell’addio di Marcos, di cui non parliamo per evitare di versare altre lacrime)? Non un gesto proibito, sembrava lì per lì, se non che Nick s’è divertito a raccontare in conferenza che proprio al petto voleva colpirlo. Nadal, ben tronfio dopo la vittoria, ha risposto smontando tutti i ‘se’ che accompagnano i progetti di grandeur del ragazzone di Canberra.

Si sale di tono, eccome se si sale di tono, verso i primi due gradini del podio. Interessano fino a un certo punto le rimostranze di Fognini nei confronti della corona britannica, rea d’averlo spedito su un campetto infame a combattere col discusso Sandgren. C’è invece il solito buco della serratura da cui noi profani guardiamo gli abitanti dei seggiolini più prestigiosi del campo centrale, dove s’avvicendano ogni anno fior di divi, dalla musica al cinema, passando per sport e politica. Nel Royal Box ha trovato spazio il golfista Francesco Molinari che proprio in questi giorni difenderà, primo italiano di sempre a tentare un’impresa del genere in un Major, il titolo conquistato l’anno scorso al British Open.

Il primo sabato del torneo s’è persino vista sugli spalti Theresa May, la grande sconfitta dell’epopea Brexit ancora lungi dal trovare un compimento. Ma si diceva di attori: Benedict Cumberbatch e Tom Hiddleston, l’habitué Hugh Grent (lei e Anne Vintour, mente di Vogue, davvero non mancano mai), ma in questa sede si vorrebbe parlare di Woody Harrelson. L’attore texano è riuscito a dare persino più spettacolo della partita cui stava assistendo, la finale del doppio maschile vinta da Cabal/Farah contro Mahut/Roger-Vasselin dopo cinque ore di grandi emozioni.

Emozioni ne ha regalate anche l’alticcio Woody, che deve aver abusato dei privilegi a lui concessi da quel posto sul Centre Court. La performance dell’attore è diventata prima un thread virale, anzi viralissimo su Twitter, per poi conquistare anche l’informazione generalista. Il Washington Post ha scritto, letteralmente, ‘Woody Harrelson diventa un meme a Wimbledon‘. È andata esattamente così.

Però, però, il primo posto emotivo di questo Wimbledon 2019 spetta di diritto al coraggiosissimo ragazzino che ha emulato, ed evidentemente perfezionato, le imprese di un altro temerario fanciullo beccato a leggere avidamente ‘Le avventure di Tintin‘ durante il secondo turno tra Muguruza e Kontaveit del Roland Garros 2017. Fu certo un’impresa ragguardevole, con tanto di cappellino del PSG e sguardo veramente assorto, ma cosa direste di un altro che, ipoteticamente, decidesse di aprire un libro nelle fasi cruciali del primo set della semifinale tra Federer e Nadal?

Perché è successo, è successo davvero, sul 5-4 15-30 in favore di Federer (servizio Nadal): il centrale avvolto in un’atmosfera da brividi, quei due in campo che avrebbero rinunciato a un paio di Masters 1000 pur di portarsi in vantaggio, e lui a leggere “Viking Myths and Sagas: Retold from Ancient Norse Texts“.! Come se la storia non gli stesse scorrendo davanti, come se guardare Federer e Nadal sfidarsi per un posto in finale a Wimbledon non fosse tra gli eventi sportivi più esclusivi del pianeta, nell’anno di grazia 2019.

Quanto si deve essere deliziosamente superiori alle convenzioni per preferire l’accattivante prosa di Rosalind Kerven a un passante in corsa di Nadal, specie quando siedi a venti metri scarsi dalle schermaglie tra i due tennisti più rappresentativi di questa epoca e non su un divanetto del reparto ‘letteratura norrena’ di Barnes&Noble?

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ATP

Djokovic alieno: annulla 2 match point a uno splendido Federer e vince il suo quinto Wimbledon

LONDRA – La finale più emozionante del decennio sui campi di Wimbledon finisce al tie-break decisivo. Federer commovente, Djokovic eguaglia Borg e vola a 16 Slam

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

[1] N. Djokovic b. [2] R. Federer 7-6(5) 1-6 7-6(4) 4-6 13-12(3) (da Londra, il nostro inviato)

Un tie-break al quinto set. Al primo tentativo. Questa finale di Wimbledon non poteva regalare più emozioni. Match point annullati, come non se n’erano visti da Parigi 2004 all’atto decisivo di uno Slam, Roger Federer che ancora una volta perde da Novak Djokovic con due match point a favore, come era accaduto già due volte nelle semifinali dello US Open.

Un match che Federer, il quale alla fine ha vinto 14 punti in più dell’avversario, sembrava avere in mano sul’8-7 del quinto set, quando ha servito per il set, ma invano. Ma anche prima di quell’episodio cruciale della partita c’erano stati momenti in cui avrebbe potuto ottenere il suo nono Wimbledon, come nel tie-break del primo set e nel set point avuto nel terzo. E invece è stata la giornata di Novak Djokovic, capace di vincere una partita incredibile, servendo in maniera altrettanto incredibile e dimostrandosi il più freddo nei momenti decisivi.

 

La contemporaneità quasi perfetta dell’inizio della finale del singolare maschile di Wimbledon e della partenza del Gran Premio di Formula 1 a Silverstone sembra sottolineare il “tafazzismo” imperante della Gran Bretagna contemporanea. Il tema tattico iniziale è quello largamente atteso: Federer cerca di muovere il gioco, Djokovic presidia il fondo e contrattacca. La prima chance break è per lo svizzero sul 2-1, e se ne va con un diritto sparacchiato fuori alla ricerca di un contropiede eccessivo. Subito dopo Federer recupera da 0-30 affidandosi alla prima di servizio.

Lo svizzero gioca sui cambi di ritmo e rotazione negli scambi, ma Djokovic non si fa ingannare e risponde colpo su colpo. Federer arriva a due punti dal set sul 5-4 con due eccellenti diritti in chop, arriva a 20 centimetri dal set-point, ma il n.1 del mondo esce dal passaggio pericoloso con grande autorità. Nel tie-break è Federer che ha l’iniziativa sulla racchetta, perde due punti sul servizio di Djokovic che avrebbe dovuto vincere con due errori di diritto (dopo 21 e 13 colpi), riesce comunque ad andare avanti per 5-3 con due splendidi vincenti da fondo, ma poi cede quattro punti consecutivi (tre gratuiti) per consegnare il primo set a Djokovic dopo 58 minuti (curiosamente due in più della finale femminile di sabato).

Ma il rush finale del tie-break costa caro al serbo, che inizia a commettere quegli errori da fondo che non erano affiorati fino a quel momento e concede due break consecutivi, lasciando scappare Federer sul 4-0. Con un terzo break sul 5-1, chiuso da due punti quasi buttati via da Djokovic, Federer pareggia i conti in 25 minuti con un set da 26 punti a 12. Novak è passato da 14 vincenti e 6 gratuiti nel primo set a 2 vincenti e 10 gratuiti nel secondo.

Federer aumenta il ritmo delle discese a rete a inizio terzo set, poi si ferma di più a palleggiare da fondo. L’inerzia del match sembra a suo favore dopo il “set horribilis” di Djokovic nel secondo, ma non riesce a concretizzare questa superiorità in punteggio. Lo svizzero si desta dall’apparente torpore e con una demi-volée di rovescio che fa esplodere il centrale conquista il set point, ma con la battuta lo svizzero rispedisce tutto al mittente. Il clima è quasi da Coppa Davis svizzera (almeno quella di una volta, chissà come sarà quella nuova), ma Djokovic non trema, e con il sapiente utilizzo del servizio al corpo arriva al tie-break che domina fino al 5-1, viene quasi ripreso sul 5-4, ma un errore di Federer sul punto successivo, dopo che il serbo aveva servito una seconda lentissima (80 miglia orarie) e in mezzo al rettangolo del servizio, decide la sorte del set.

In una situazione che ricorda un po’ a grandi linee la finale dello US Open 2015, dopo due ore e 16 minuti di gioco Federer si trova indietro per due set a uno senza aver fronteggiato l’ombra di una palla break e avendo avuto concrete chance di vincere entrambi i set perduti. A quinto game c’è un leggero calo al servizio di Djokovic, ma tanto basta: un doppio fallo, tre prime sbagliate e su una “steccata” di rovescio Federer ottiene il quarto break della giornata. Sul 4-2 Roger mette a segno una volée di rovescio smorzata che trasferisce la Davis svizzera in Sud America, tanta è la bolgia sul Centrale: serve per il set sul 5-2 ma perde il servizio per la prima volta nell’incontro. Due game più tardi è la volta buona e la finale va al quinto come era accaduto nel 2014.

Con Federer avanti di 15 nel computo totale dei punti si inizia il set decisivo. Sono un po’ saltati gli schemi, si diceva una volta nel calcio, Federer gioca più a briglia sciolta e anche Djokovic lo segue. È il serbo il primo ad avere palle break, sul 2-1: sono tre, che Federer annulla bene con il servizio. Le gambe dello svizzero però non sono più sotto i colpi come all’inizio del match, due rovesci scappano lunghi sul 2-3 e con un passante incrociato Djokovic guadagna l’importantissimo break di vantaggio. La posta in palio è altissima, nessuno è immune dalla tensione. Nole commette un doppio fallo sul 30-30 concedendo una palla del controbreak a Federer, che però sfuma con un diritto lungo. Ma il controbreak alla fine arriva, e alla soglia delle quattro ore di gioco la finale va ad oltranza.

Sul 5-5 Djokovic commette un doppio fallo, il nono, poi si salva con una volée in tuffo e tiene la battuta. Il gioco successivo Federer sbaglia uno schiaffo al volo sulla palla del 6-6, ma con un po’ più di fatica raggiunge comunque la parità. Sul 7-7 Djokovic va 30-0, subisce un diritto di Federer poi commette due errori gratuiti pesantissimi e sulla palla break non riesce a chiudere il diritto sotto rete e subisce il passante dello svizzero che va a servire per il match. Ma non deve finire così: Federer ha due match point, il primo lo sbaglia di diritto, sul secondo viene fulminato da un passante e poi arriva il controbreak. Sette punti consecutivi e si ritorna a giocare con le parità. 8-8, 9-9, 10-10, 11-11. Sul 40-0 Djokovic viene trascinato a palla break, con un “falco” molto controverso. Il passante di rovescio di Federer è fuori di un soffio. Su un secondo “falco” controverso sembra che abbia segnato l’Inghilterra quando sancisce la seconda palla break per Federer, ma con due colpi al volo tanto brutti quanto efficaci Nole annulla anche quella. Si arriva al tie-break, quello del 12-12, quello che mai si sarebbe pensato sarebbe servito in una finale.

Il minibreak decisivo arriva su un serve and volley di Federer al terzo punto, con la demi-volée che va in corridoio. Djokovic tiene i suoi servizi con grande freddezza, e una steccata di diritto chiude il match dopo 4 ore e 57 minuti consegnando il quinto Wimbledon a Novak Djokovic.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

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