Wimbledon: Muller batte Nadal nella gabbia dei leoni

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Wimbledon: Muller batte Nadal nella gabbia dei leoni

WIMBLEDON – Una partita semplicemente pazzesca. Ai quarti di finale ci va Muller che prevale al quinto set per 15-13 su Rafa Nadal che aveva già battuto qui nel 2005

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dal nostro inviato a Londra

[16] G. Muller vs [4] R. Nadal 6-3 6-4 3-6 4-6 15-13

 

Il cielo sopra il campo numero 1 si è fatto nuvoloso, pur senza minaccia di pioggia almeno immediata, quando iniziano a palleggiare lo spagnolo Rafa Nadal (31 anni, 2 ATP) e il lussemburghese Gilles Muller (34 anni, 26 ATP). Sono lda poco passate le 15.30 ora di Londra. I precedenti sono 4-1 in favore di Nadal, l’unica vittoria per Muller era arrivata proprio qui a Wimbledon nel 2005, in 4 set, al secondo turno.

Inizia alla battuta Gilles, e spinge bene da subito con la prima palla, tenendo senza problemi. Lo imita Rafa, che a sua volta tira il servizio molto forte per i suoi standard, l’amico Steve Flink mi fa subito notare una botta a 125 miglia all’ora (201 kmh). Si arriva al 2-2 con soli due punti in tutto lasciati dai battitori, nel caso di Muller è stato un doppio fallo, ma nel quinto game un errore da fondo di Gilles gli costa una palla break contro, annullata dal servizio. Subito dopo, il lussemburghese piazza un gran lungolinea di rovescio e un ace per salire 3-2, molto bravo finora. Così bravo che a sua volta, con un paio di belle risposte e una soluzione brillante da fondocampo con slice e dritto stretto, è lui a salire a palla break, e qui Rafa è fortunato con il nastro. Poi ancora un gran Muller al volo, seconda palla break, e il dritto in rete di Nadal decreta il 4-2. Notevolissimo inizio di match per Gilles, Rafa è già nei guai, anche perchè il lussemburghese allunga tenendo a 30 e si porta sul 5-2. Bel game alla battuta per Nadal, che con due ace e una ottima smorzata accorcia 3-5. Tocca a Muller servire per il set, e non trema, chiudendo a zero per il 6-3 in suo favore: impeccabile Gilles finora, ma è ancora lunga.

Parte Rafa nel secondo set con il mini-vantaggio di servire per primo, fino al 4-3 non ci sono particolari sussulti, lo spagnolo si auto-incita con convinzione, il pubblico – spalti pieni ovviamente – applaude e si diverte, felice di assistere a una partita tirata e combattuta. Gilles tira bombe e curve con la battuta, taglia il rovescio e vollea bene, Rafa piazza drittoni e pressa anche col rovescio. Nell’ottavo game un punto pazzesco, con controsmash di Muller e rovescio vincente di Nadal che sfiora la riga di mezzo millimetro, e si arriva al 15-40, due delicatissime palle break. Gilles annulla la prima con un ace, la seconda con un dritto esterno, poi una bruttissima risposta di Rafa (dritto corto e lento tirato da tre metri fuori dal campo, su una seconda palla) e ancora il servizio di Muller portano al 4-4. E nel game successivo, un nastro assassino vincente per Gilles, seguito da un errore di tocco di Rafa portano al clamoroso break, con la possibilità per il lussemburghese di servire per andare in vantaggio due set a zero. Sta sbagliando cose semplici Nadal, come un dritto da metà campo che spara inspiegabilmente largo nel primo punto, Muller invece piazza servizio e dritto per il 40-15 e due set point, spreca il primo, sul secondo stampa un dritto sulla riga, ed è 6-4. Splendido Gilles, non oltre la sufficienza Rafa, e il risultato a sorpresa è servito. E’ passata un’ora e un quarto, serve l’impresa allo spagnolo adesso.

L’impressione dalla tribuna è che Nadal sia abbastanza contratto e nervoso, diverse risposte non impossibili gli scappano soprattutto di dritto, anche i suoi caratteristici auto-incitamenti sembrano un po’ forzati, come se facesse i fist-pump perchè deve, non perchè è veramente carico e convinto. Muller, invece, gioca tranquillissimo, come fosse stato lui il favorito fin dall’inizio. Forse troppo, perchè nel quarto game, con un po’ di sufficienza, tira lungo un dritto, ha un attimo di indecisione, si trova 15-40, e subisce la bomba con lo sventaglio di Rafa, che finalmente, dopo più di due set, brekka l’avversario. 3-1 e servizio per lo spagnolo, che allunga sul 4-1 e sembra scuotersi definitivamente, mostrando la sua proverbiale grinta. Gilles è sceso un minimo di intensità, d’altronde ha giocato come un diavolo per due set perfetti, annulla una palla del doppio break, e accorcia sul 2-4. Nadal dal canto suo spara tre ace nello stesso game per salire 5-2, è probabile che a questo punto Muller stia tirando il fiato per poi dare tutto nel quarto parziale. In ogni caso il lussemburghese “timbra il cartellino” accorciando sul 3-5, Nadal va alla battuta, e tira altri 2 ace consecutivi, stiamo parlando di 5 ace negli ultimi 6 servizi, e poco dopo incassa il quarto parziale, 6-3. Vediamo un po’ se saprà proseguire nella rimonta.

È il turno di Gilles servire per primo, tiene senza problemi, poi nel primo punto del secondo game – uno scambio spettacolare con nastro e pallonetto di Muller – Rafa sembra accusare un piccolo fastidio alla caviglia, ma non è nulla di serio, con altri due ace pareggia 1-1, sta servendo che sembra Karlovic in questa fase. Per l’esattezza, in questo momento 14 ace per Nadal, davvero tanti (17 per Muller, ma è più normale). Nel terzo game è già allarme rosso per Gilles, con il 15-40 e due palle break, annullate con coraggio, per poi salire 2-1 dopo altri due vantaggi. Ma è Rafa che continua a martellare in modo pazzesco, altri due ace e servizio tenuto a zero, 2-2. L’inerzia del match è girata completamente, arriva lo 0-40 e altre tre palle break da affrontare per Muller, che tira fuori tutto quello che ha e le annulla, ma un terribile doppio fallo gliene costa una quarta, e l’errore successivo gli costa il break. 3-2 Nadal, che appare lanciatissimo, sale 4-2 in un attimo, giustamente il lussemburghese non molla e accorcia 3-4, ma appare per la prima volta un poco stanco. Senza sussulti arriviamo al 5-4, con Rafa al servizio per andare al quinto: lo spagnolo non rallenta e chiude, 6-4, siamo al quinto, dire che a questo punto lo spagnolo è favorito è poco. Buon inizio per Gilles, che tiene con autorità, lo fa anche Nadal, la gente si sta divertendo un mondo, Rafa piazza diversi colpi spettacolari, Muller non molla, siamo 2-2.

Splendido a rete infatti anche il lussemburghese, con tocchi di classe, mentre lo spagnolo stupisce per la velocità del servizio, sempre tirato a fare punto, sempre sopra le 120 miglia abbondanti, sui 195 kmh quindi. Ma servire per secondo nel set decisivo non è il massimo, Gilles batte e scende alla grande, arriviamo al 4-3 per lui, la palla inizia a pesare adesso. Bene ancora Nadal alla battuta, 4-4, ogni punto può essere decisivo, sale un coro “Rafa! Rafa” di tutto lo stadio, sinceramente ingiusto verso Muller, che lo meriterebbe anche lui per lo spettacolo che ci sta offrendo. Gilles non fa una piega, e tiene a zero salendo 5-4, Nadal deve battere per salvare il match. Arriva uno 0-30 tesissimo, Gilles sbaglia un rovescio, ma un doppio fallo tremendo di Rafa gli consegna due match point: ace Nadal sul primo, errore in risposta Muller sul secondo con boato da Coppa Davis, dispiace per Gilles questo atteggiamento del pubblico, sono tutti contro di lui. Due bei servizi di Rafa e siamo 5-5, ma pubblico o meno l’ammirevole Muller continua imperterrito per la sua strada, e sale 6-5, ancora Nadal sotto pressione. Bene Rafa per il 6-6, bene Gilles che annulla un break point con un ace sporco e va 7-6, ancora senza problemi lo spagnolo pareggia, 7-7. Muller non intende mollare, continua a battere con grande efficacia, e sale 8-7, è la quarta volta che Nadal deve servire per rimanere in partita, ci vogliono dei bei nervi a questo punto, che lo spagnolo dimostra di avere portandosi 8-8, imitato dal lussemburghese che sale 9-8.

Bravissimi tutti e due a questo punto, arrivati sul 9-9 al quinto i giocatori sono solo da ammirare e ringraziare per l’impegno. Un passantone di rovescio di Gilles annulla la seconda palla break di questo set, ne arriva un’altra, cancellata con il serve&volley, che coraggio. Ma il dritto da un metro affondato in rete da Gilles subito dopo è imperdonabile, terza palla break del game, su questa scappa il dritto a Nadal che però ne conquista una quarta, spreca l’ultimo challenge su una seconda palla di Muller chiamata erroneamente fuori, subisce la prima vincente, poi l’attacco di Gilles e ancora il servizio, mamma mia come si è salvato ancora Muller, 10-9 in suo favore, il campo 1 è una bolgia, per fortuna sembra che almeno un po’ i tifosi stiano rispettando la grandissima prestazione del lussemburghese, e applaudono anche lui. Siamo al ventesimo game, quando un errore di dritto e una “veronica” fallita da Rafa, e un lungolinea strepitoso di Gilles portano al terzo match point, annullato a rete dallo spagnolo dopo un ottimo dritto. Vantaggio Rafa, poi ancora parità, poi grande attacco di Muller, quarto match point, sono passate 4 ore e un quarto, stecca clamorosa del lussemburghese su una seconda palla di Nadal, poi palla corta fallita, ancora vantaggio interno, convertito con una demi-volée fantastica dello spagnolo, che ha servito per salvare il match sei volte, e annullato 4 match point, siamo 10-10. Ottimo game di servizio per Gilles tenuto a 15, 11-10, senza spaventi Rafa va 11-11, a 30 Muller sale 12-11, che battaglia. 30-30, è la nona volta che Nadal si trova a due punti dalla sconfitta (match point annullati a parte), ace Rafa, poi servizio vincente, ed è 12-12, ma soprattutto ci sono di nuovo 3 challenge a testa, Nadal li aveva finiti da 6 game.

Sempre solido alla battuta, Gilles tiene a zero, 13-12, l’atmosfera in campo è quella dell’avvenimento memorabile, non ci sta uno spillo sugli spalti. Tiene Nadal a zero, non ci riusciva dal 2-1, 12 game di servizio fa, siamo 13 -13, Muller tiene a 15, ed è 14-13 per lui. All’attacco con successo Gilles, va 0-30, per la decima volta a 2 punti dalla sconfitta Rafa, una steccata di dritto lo manda sotto 15-40, e ancora un dritto che gli sfugge lungo consegna a Gilles Muller la vittoria più importante della carriera, 15-13 dopo 4 ore e 48 minuti. Match pazzesco, onestamente alla fine strameritato da Muller, che nonostante abbia sprecato molte occasioni non ha mai smesso di spingere e conquistarsene altre. Rafa rimandato ma non bocciato, ha lottato come un leone sempre a inseguire il punteggio, e alla fine la differenza l’hanno fatta due-tre palle decisive. 12 anni dopo, si conferma il tabù-Muller a Wimbledon per Nadal. Il lussemburghese affronterà Marin Cilic nei quarti mercoledì, non sarà favorito, i precedenti sono 2-0 per il croato, ma l’ultima partita al Queens tre settimane fa l’ha persa solo 6-4 al terzo set, quindi tutto potrà succedere.

Rafa Nadal in sala stampa: “Non credo di aver giocato bene i primi due set, poi alla fine ero sempre sotto nel punteggio, ho lottato fino all’ultima palla. Sono deluso, avevo giocato buoni match, ma devo reagire con positività adesso. Ho avuto delle possibilità, sembrerà stupido da dire ma avessi brekkato nel primo set poteva cambiare tutto, ma non l’ho fatto, quindi giusto così, con questi giocatori va così. Nel quinto lui ha avuto più opportunità di me, per cui c’è poco da dire, io giocavo meglio da dietro, lui meglio a rete. Qualche chiamata dubbia c’è stata per tutti e due. Andare a oltranza al quinto con uno come lui è difficilissimo. Ha giocato più aggressivo di me, quindi meglio di me. Piazzava molto bene il servizio, ha fatto tanti punti così. Ho voglia di tornare e giocare ancora nel campo centrale. È stato bello sentire tutto il sostegno del pubblico, mi dispiace di averli delusi. Ma non è la fine del mondo.

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A 40 anni dalla finale di Wimbledon 1980: metti un Rocavert tra Borg e McEnroe

Oggi la finale di Wimbledon più famosa dell’Era Open festeggia 40 anni. Eppure non tutti ricordano che quella partita rischiò di non andare mai in scena… per colpa di un terzo incomodo, Terry Rocavert

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Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della partita di tennis più famosa dell’Era Open, o quantomeno una delle più iconiche: parliamo della finale di Wimbledon ’80 tra Bjorn Borg e John McEnroe.

Di quella partita ho un ricordo particolare e straordinariamente nitido, costituito dalla frase che mi disse mio padre all’inizio del terzo set: “Vado a fare due passi, tanto questi due vanno avanti almeno altre due ore“. Mio papà ebbe molta fortuna, perché un’ora dopo – lui assente – Borg, complice un ispirato McEnroe, sprecò due match point consecutivi al servizio dandogli così modo di aggiudicarsi il tie-break del quarto set – forse il più memorabile squarcio di tennis di tutti i tempi – e di portare il match al quinto – che di memorabile invece ebbe solo il punteggio, perché Borg offrì un esempio di forza mentale straordinario e lo dominò, concedendo al suo avversario solo tre punti nei suoi sette turni di servizio, due dei quali nel primo.

Spero che i lettori mi perdoneranno ma su cotanta partita non aggiungerò altro. In fondo, penne ben più nobili e meritevoli della mia se ne sono a più riprese occupate e io rischierei quindi solo di fare brutta figura, producendo uno scontato esercizio di retorica sportiva. Pochi invece si sono occupati di un altro incontro che si disputò a Wimbledon quell’anno e che solo per pochissimi punti non impedì lo svolgimento della finale così come noi la conosciamo.

 

Si tratta di un incontro nel quale mi sono imbattuto per puro caso nel momento in cui – per preparare l’introduzione all’articolo celebrativo – ho analizzato il tabellone per ripercorrere il percorso fatto da Borg e McEnroe per raggiungere la finale; sono rimasto così colpito dal punteggio di questo incontro che ho prima deciso di saperne qualche cosa di più e – dopo averlo fatto – di compiere… un ammutinamento giornalistico. Mi riferisco al match di secondo turno che vide John McEnroe opposto a Terry Rocavert.

Alzi la mano chi – oltre al nostro Direttore – ricorda questo carneade australiano nato a Sidney nel 1955, più esattamente il 21 ottobre (come l’autore dell’articolo, nda). Il sito dell’ATP su di lui dice soltanto che raggiunse nel maggio del 1980 la sua miglior posizione assoluta – la novantaduesima–  e nel medesimo anno sul cemento outdoor di Columbus l’unica finale della carriera. Aggiungiamo a queste informazioni che suo padre – Don Rocavert – fu un discreto giocatore agli inizi degli anni 50.

Al primo turno dei Championships l’australiano battè in rimonta in cinque set un ottimo “quasi ex” giocatore, il trentanovenne inglese Roger Taylor al quale era stata offerta una wild card e al secondo si trovò di fronte McEnroe reduce da una facile vittoria in tre set contro il connazionale Butch Walts. Nessuno si aspettava quindi che il numero due del mondo potesse faticare per arrivare al terzo turno. Nessuno tranne (forse) Terry Rocavert.

La partita fu sospesa per pioggia sul punteggio di 2-2 nel primo set e riprese il giorno successivo. Rocavert rischiò seriamente di non arrivare in tempo per ricominciare a giocare a causa di una serie di rocamboleschi contrattempi stradali ma alla fine, fortunatamente per lui e per la nostra storia, ci riuscì. Quella che segue è la traduzione di un’intervista che Rocavert rilasciò anni dopo a un sito australiano, Theage.com.

Terry Rocavert

Quel giorno arrivai a Wimbledon in abiti civili; corsi a cambiarmi, presi le mie racchette e iniziai a giocare meravigliosamente. Vinsi così il primo set e persi il secondo ingiustamente, perché a mio parere giocai meglio io di lui. Il mio colpo migliore era il rovescio e pertanto il servizio a uscire dei mancini non mi dava fastidio, anzi, era il contrario. A un certo punto la pallina iniziò a sembrarmi grande come una palla da basket e a venirmi incontro al rallentatore; ero in stato di grazia al punto che vinsi il tie-break del terzo set per 7 punti a 0.

Anche il quarto set giunse al tie-break (che per la prima volta a Wimbledon si disputava sul punteggio di 6-6 e non più sull’8-8, nda) e sull’1-1 McEnroe commise un doppio fallo regalandomi così un mini-break; lo vidi scrollare le spalle subito dopo quell’errore e in quel momento si spezzò l’incantesimo. Pensai alle conseguenze di una mia possibile vittoria e a quello che mi avrebbero chiesto in conferenza stampa e fu la fine“.

McEnroe si aggiudicò infatti il tie-break e il set decisivo dell’incontro. Risultato finale: J. McEnroe b. T. Rocavert 4-6 7-5 6-7 7-6 6-3. Il rischio corso ebbe l’effetto di una scarica elettrica positiva su McEnroe, che nelle successive quattro partite perse solo un set in semifinale contro Connors.

A Rocavert il destino invece non riservò più momenti di gloria sul campo, ma non gli precluse una buona carriera di allenatore in Australia durante la quale tenne a battesimo il debutto nel circuito professionistico di giocatori del calibro di Todd Woodbridge e Jason Stoltenberg.

Un’ultima curiosità su Rocavert: alcuni anni fa, in collaborazione con la federazione australiana, ha importato in Australia dall’Italia il materiale con il quale vengono preparati i terreni in terra rossa del Foro Italico per ricreare nel suo Paese campi da tennis con una superficie identica a quello in cui si disputano gli Internazionali d’Italia. Questo perché – a suo avviso – il dominio dei giocatori europei e sudamericani dipende dal fatto che crescono giocando sul mattone tritato. Detto da uno che giunse ad un passo dal battere McEnroe sull’erba fa sicuramente un certo effetto.

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Stati Uniti a Wimbledon: una storia di grandi successi

Il 4 luglio è il giorno dell’Indipendenza negli USA. Per noi è l’occasione di ricordare i 90 titoli vinti tra singolare maschile e femminile nella storia dei Championships. Da Serena e Venus fino a Sampras e Agassi, passando per le delusioni di Roddick

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Serena Williams - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

La storia degli Stati Uniti a Wimbledon, il cui pretesto per raccontarla ci viene fornito dalla ricorrenza di oggi, 4 luglio nonché Indipendence Day, è una storia di grandi successi. Gli USA figurano al secondo posto nella classifica dei titoli vinti nel singolare maschile (33), dietro alla sola Gran Bretagna che però ha vinto 35 dei suoi 37 titoli prima dell’Era Open (addirittura 31 prima del 1910), mentre al femminile sono di gran lunga primi con 57 trofei (28 in Era pre Open, 29 in Era Open). Ultimamente però i successi scarseggiano: l’ultimo titolo maschile risale al 2000 con Pete Sampras e anche le inossidabili sorelle Williams, pur continuando ad arrivare in finale, stanno pagando lo scotto dell’età con delle vere e proprie batoste nelle partite decisive. Proviamo a ripercorrere le varie vicende dei tennisti a stelle e strisce nel torneo più famoso della storia del tennis, dai primi partecipanti alle grandi vittorie fino alle difficoltà del presente.

I pionieri e l’Era pre Open

La prima edizione che ha visto la partecipazione di tennisti statunitensi è stata quella del 1884. Ben tre furono i giocatori giunti da oltreoceano: Richard Sears, James Dwight e Arthur Rives. Di questi solo Dwight riuscì a vincere una partita, perdendo poi la seconda al quinto. Al femminile la prima invece fu Marion Jones nel 1900. Il primo titolo per gli Stati Uniti arrivò proprio nel singolare femminile, grazie alla vittoria di May Sutton nel 1905, prima tennista non britannica ad aggiudicarsi il trofeo. Sutton poi replicherà il successo nel 1907, mentre gli uomini dovranno aspettare fino al 1920 per sollevare la coppa di Wimbledon. A trionfare in quell’anno (e anche nel successivo) fu il leggendario Bill Tilden.

Dopo la doppietta di Tilden gli USA vinceranno altri sedici titoli prima dell’Era Open. In questo lasso di tempo solo l’Australia dei vari Emerson, Hoad, Laver e Newcombe regge il confronto con dodici successi. I diciotto titoli conquistati fanno degli Stati Uniti la seconda nazione più vincente dell’era amatoriale, seconda solo alla Gran Bretagna che conta 34 successi (31 dei quali però giunti prima del 1910). Ancora più clamorosa l’accelerata al femminile: 28 titoli prima dell’Era Open di cui 15 consecutivi dal 1938 al 1958 (dal 1940 al 1945 il torneo non si è disputato a causa della Seconda Guerra Mondiale).

 

Era Open (1968-2000): il dominio

Il vero periodo d’oro sui prati di Wimbledon però arriva tra il 1968 e il 2000. Al maschile, dopo le doppiette di Laver e Newcombe, è Stan Smith a rompere il digiuno, sconfiggendo Ilie Nastase in cinque set nella finale del 1972. Solo un Bjorn Borg ai limiti dell’invulnerabilità elargisce delusioni ai giocatori e tifosi statunitensi vincendo cinque titoli consecutivi tra il 1976 e il 1980 (quattro dei quali contro tennisti USA) e attutendo così l’esplosione ad altissimi livelli di Jimmy Connors (due titoli in sei finali) e John McEnroe (cinque finali consecutive e tre titoli).

Dopo il magico 1984 di McEnroe seguono sette anni di vacche magre, interrotti dalla sorprendente vittoria di Andre Agassi che nel 1992 supera in cinque set Goran Ivanisevic, aggiudicandosi il suo primo Slam. Quel che resta degli anni ’90 è appannaggio di Pete Sampras, che domina come nessuno prima di allora e fa sue tutte le edizioni dal 1993 al 2000, con l’illustre eccezione del 1996 quando fu sorpreso da Richard Krajicek.

Anche al femminile il periodo è particolarmente florido con ben 16 titoli in 23 edizioni dal 1968 e 1990, vinti però da sole tre giocatrici: Billie Jean King, Chris Evert e Martina Navratilova. Il dato beneficia del fatto che Navratilova, pur essendo nata in Cecoslovacchia, dal 1975 ha gareggiato sotto bandiera a stelle e strisce avendo ricevuto asilo dagli USA in cambio però della rinuncia alla precedente cittadinanza. Dal momento che il primo titolo a Wimbledon di Martina è del 1978, tutti e nove i suoi successi sono stati ottenuti da cittadina statunitense.

“Duemila e non più duemila”: la crisi al maschile e i successi delle sorelle Williams

Il terzo millennio ha due volti completamente diversi: estremamente positivo sul versante femminile e estremamente deludente su quello maschile. Tra le donne pesa tantissimo l’impatto sul mondo del tennis delle sorelle Williams, che a Wimbledon assume connotati ancora più clamorosi. Tra il 2000 e il 2016, le due si spartiscono ben cinque piatti (sette per Serena, cinque per Venus), cannibalizzando di fatto il torneo, eccezion fatta per le incursioni estemporanee di Amelie Mauresmo, Maria Sharapova, Marion Bartoli e per la doppietta di Petra Kvitova, ad oggi l’unica altra vincitrice multipla del ventunesimo secolo.

Nonostante l’età che avanza, Venus e Serena sono riuscite ad arrivare in finale nelle ultime tre edizioni disputate, anche se in verità hanno raccolto magre figure. Nel 2017, Venus fu dominata da Garbine Muguruza, mentre nel 2018 e 2019 Serena ha ricevuto due dure lezioni da Angelique Kerber e Simona Halep per un totale di appena quindici giochi vinti in tre partite dalle sorelle.

Al maschile invece negli ultimi vent’anni, il torneo è stato molto avaro di soddisfazioni per i giocatori statunitensi. Vero che la presenza di Roger Federer (8 titoli), Novak Djokovic (5 titoli), Rafael Nadal (2 titoli) e Andy Murray (2 titoli) ha lasciato poco o nulla ai tennisti di ogni nazionalità, ma per gli USA un rimpianto c’è e risponde al nome di Andy Roddick. Per lui tre finali, tutte perse, tutte contro Roger Federer. Quella che veramente fa male però è la terza, quella del 2009, quando con una sciagurata volée larga Andy vanificò la possibilità di andare avanti di due set in una giornata in cui era davvero intoccabile al servizio. Il resto della storia lo conoscono tutti, Federer vinse quel secondo set e finì per prevalere 16-14 al quinto set dopo più di quattro ore.

A parte Roddick, gli USA ultimamente si sono dovuti accontentare di singoli exploit senza velleità di conquistare poi il trofeo. Per due anni consecutivi, Sam Querrey è riuscito nell’impresa di eliminare il numero uno al mondo, nonché campione uscente: nel 2016 Novak Djokovic, nel 2017 Andy Murray. In quest’ultima occasione si spinse fino alle semifinali, sconfitto da Marin Cilic. L’ultimo risultato degno di nota è la semifinale fiume persa da John Isner, che di partite lunghe a Wimbledon se ne intende, contro Kevin Anderson nel 2018 per 26 a 24 al quinto set. Insomma il digiuno di titoli maschili sui sacri prati di Church Road dura da quell’ultimo titolo di Sampras, all’alba del nuovo millennio, e all’orizzonte non si intravede al momento chi possa spezzare la maledizione.

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Flash

Le favole di Wimbledon: quando le wild card scrivono la storia

La storia di Wimbledon ci insegna che si può arrivare in fondo senza essere testa di serie… e addirittura senza avere accesso diretto al tabellone. Da Ivanisevic a Kyrgios, passando per Cash e Lisicki, la migliori wild card dei Championships

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Non c’è nulla di più doloroso per un appassionato di tennis che passare un’estate senza il torneo di Wimbledon. Dal 29 giugno al 12 luglio i viali dell’All England Club si sarebbero popolati di tifosi per assistere ai match sui prati londinesi, se solo una pandemia da Coronavirus non si fosse messa di traverso. È allora il tempo di aprire il cassetto dei ricordi dei Championships, pieno di campioni straordinari, rimonte indimenticabili e imprese impensabili. Momenti in cui pronostici e previsioni non contano più e lo sconfitto designato diventa eroe.

Nella storia di Wimbledon c’è una manciata di campioni che è riuscita ad arrivare in fondo (o quasi) senza essere né testa di serie né avere l’accesso diretto al tabellone, per insegnarci che anche una semplice wild card può scrivere la storia. Eccovi le migliori.

Pat Cash – Quarti di finale 1986

Cash che raggiunge i quarti a Wimbledon? Non c’è niente di strano visti i risultati ottenuti dall’australiano nell’arco della sua carriera. Ma il torneo che giocò sui prati di SW-19 nel 1986, dove raggiunse gli ultimi otto, fu indimenticabile. Cash si era già distinto negli anni precedenti a Wimbledon, raggiungendo una semifinale in singolare due anni prima e due finali di doppio. Tuttavia un’operazione alla schiena lo costrinse per diversi mesi lontano dai tornei e, come se non bastasse, subì un’intervento per rimuovere l’appendice alle porte del torneo. Ottenne l’accesso grazie a una wild card e dopo aver eliminato Vilas al primo round riuscì anche a battere il numero due del seeding Wilander negli ottavi di finale, prima di cedere a Leconte nei quarti. Anche grazie all’ottimo torneo del ’86, un anno più tardi l’australiano conquistò il titolo dei Championships, il suo unico Slam in carriera.

 

Juan Carlos Ferrero – Quarti di finale 2009

Problemi fisici e profonda crisi di risultati portarono Juan Carlos Ferrero, campione al Roland Garros 2003 e finalista a New York, fuori dalla top 100 a cavallo tra la stagione 2008 e 2009. Con i suoi tredici trofei vinti su terra battuta, compreso lo Slam parigino, nessuno avrebbe scommesso su una rinascita di Ferrero nella stagione su erba. Sia il Queen’s che Wimbledon però riposero fiducia nello spagnolo e gli concessero entrambi una wild card. Riuscì prima ad arrivare in semifinale al Queen’s, dove perse da Murray, e si presentò in buona condizione ai nastri di partenza dei Championships, dove aveva raggiunto i quarti di finale due anni prima. Smentendo chi già lo invitava ad appendere la racchetta al chiodo, Ferrero superò due top 10 tra terzo e quarto turno, Gonzalez (6-4 al quinto) e Simon. Si fermò solo davanti a Andy Murray nei quarti di finale, gli ultimi disputati in carriera in uno Slam.

Nick Kyrgios – Quarti di finale 2014

Si è preso il suo posto nella storia anche il torneo di Nick Kyrgios nell’edizione 2014. Al tempo l’australiano faceva il suo debutto sui prati dell’All England Club, grazie all’invito degli organizzatori ottenuto dopo il titolo nel Challenger di Nottingham. Col suo atteggiamento spavaldo e incosciente non sentì affatto la pressione di giocare nel tempio del tennis. Prima si fece notare per la vittoria in rimonta al secondo turno, poi il suo match di quarto turno contro Rafael Nadal venne programmato sul Campo Centrale. Proprio lì nacque il fenomeno Nick Kyrgios. Dopo la vittoria in quattro set sullo spagnolo, farcita di colpi estemporanei e spettacolari, il suo nome finì sulla bocca di tutti, ma non riuscì comunque a superare Milos Raonic nei quarti di finale. Sei anni dopo, Nick non è ancora diventato il dominatore che tutti aspettavano, né è mai riuscito ad eguagliare quel risultato, ma fa ancora parlare tanto di sé.

Goran Ivanisevic – Campione Wimbledon 2001

Sul successo di Ivanisevic del 6 luglio 2001 sono stati scritti dei libri, per non trascurare neanche il minimo dettaglio della sua storica vittoria. Il croato resta ancora oggi l’unico giocatore ad aver conquistato uno Slam da wild card. Lo vinse da numero 125 del mondo, trascinato nel baratro da una spalla sempre dolorante, che riuscì a domare in quell’edizione. Lo vinse dopo aver perso ben tre finali negli anni precedenti. Lo vinse di lunedì per via della pioggia (il famoso Monday’s People, dove gli oltre diecimila biglietti per la finale vennero rivenduti a prezzi più bassi), in quella che è ancora l’unica finale nella storia di Wimbledon giocata di lunedì. Lo vinse 9-7 al quinto, contro Pat Rafter, dopo aver vacillato nell’ultimo game dove nei primi due match point incappò in due doppi falli. Il successo della wild card Ivanisevic resta una delle storie tennistiche più affascinanti di sempre.

Jie Zheng – Semifinale Wimbledon 2008

Anche nel femminile non sono mancate le sorprese. Tredici anni fa la cinese Jie Zheng si infortunò a una caviglia e restò ai box per i dodici mesi successivi. Al suo ritorno in campo occupava la posizione numero 163 nel ranking WTA, 133esima quando il torneo di Wimbledon le concesse un invito per il main draw. Battendo tra le altre Ana Ivanovic al terzo turno (sua prima vittoria su top 10 in carriera) la cinese raggiunse la semifinale, dove però dovette inchinarsi allo strapotere di Serena Williams. Dopo il torneo balzò alla 40esima posizione del ranking WTA. Zheng diventò inoltre la prima giocatrice cinese a giocare una semifinale in uno Slam, ma soprattutto donò in beneficenza tutti soldi guadagnati grazie all’incredibile risultato. Ne beneficiarono i senzatetto nella contea di Wenchuan, colpita da un disastroso terremoto il 12 maggio 2008.

Sabine Lisicki – Semifinali Wimbledon 2011

Sabine Lisicki a Wimbledon, nel 2013

Anche Sabine Lisicki nel 2010 venne fermata da un infortunio alla caviglia. Crollò nel ranking oltre la duecentesima posizione, ma non appena arrivò la stagione su erba diede subito segnali incoraggianti, complice anche il suo stile di gioco potente e volto all’attacco. Vinse infatti il titolo a Birmingham battendo Daniela Hantuchova e ottenne così la wild card per giocare i Championships. Iniziò qui una cavalcata straordinaria, che la portò alla sua prima semifinale Slam in carriera. Prima di essere fermata da Sharapova, nel suo percorso eliminò dal torneo Li Na, campionessa al Roland Garros, ma anche Marion Bartoli, che due anni più tardi sarà la sua avversaria sul Campo Centrale. Nel 2013 infatti alla tedesca riuscì di salire anche il penultimo gradino, raggiungendo la finale a Church Road, ma non l’ultimo: la tensione le giocò un brutto scherzo quel sabato e Bartoli la piegò in due set, vincendo il titolo.

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