La lezione di Federer «Giovani, ci vuole più coraggio» (Clerici, Audisio, Crivelli, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Scanzi, Lombardo)

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La lezione di Federer «Giovani, ci vuole più coraggio» (Clerici, Audisio, Crivelli, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Scanzi, Lombardo)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

La sua sanità va ai posteri

 

 

Gianni Clerici, la repubblica del 18.07.2017

 

Sono appena arrivato da Wimbledon, che mi telefona un editore piuttosto importante. «Cosa ne pensi di un libro su Federer?». «Deja vu» rispondo, e per fargli capire meglio, aggiungo: « Ne ho dieci nella mia libreria». E li ho anche letti, contrariamente al Beato, che ha, guarda caso, un cognome che inizia per “Fede”. L’Editore, tranquillizzato dal rischio che correva, con il suo superficiale entusiasmo di spettatore televisivo, domanda allora: «Quali sarebbero, i volumi?». B primo, rispondo, è la biografia del mio amico René Stauffer, del Tages-Anzeiger, Das Tennis-Genie, tradotto in varie lingue da uno che ha conosciuto professionalmente il genioda piccolo. Di lui Stauffer dice, dopo averlo visto giocare contro l’italiano Fracassi, sedicenne: «La sua tattica era insolita. Cercava di finire il punto presto, ad ogni opportunità». Nel libro è ricordata anche l’opinione del 2004 di Jack Kramer, un altro Federer cui la guerra impedì di esser tale, fondatore del professionismo: «Roger è come un buon vino rosso. Penso che i suoi anni migliori debbono arrivare». Segue l’opinione di Connors: «Tu sei uno specialista del tennis su terra, suerba, sul duro. Ti chiami sempre Roger». Spostiamo l’attenzione su un altro libro di un giornalista svizzero di lingua francese, Roger Jaunin. Nel suo primo libro su Federer dice: «Giocare 6 la mia chiave. Ping pong, tennis, calcio, basket. Li ho provati tutti». B libro ha un’altra edizione in cui il giornalista cita Rod Laver: «Roger è il miglior tennista che abbia mai visto». Da frasi pronunziate da personaggi famosi e da Roger stesso si passa ai Silences de Federer dello psicologo André Scala: «E alla presenza poetica, ammirabile di Federer che il mio libro è consacrato. Nel 2006 a scrivere di Roger si spinge il grande David Foster Wallace, in Roger Federer come esperienza religiosa. «La bellezza umana di cui stiamo parlando è un tipo di bellezza particolare. È una bellezza cinetica. Non ha niente a che vedere con il sesso e le norme culturali. L’attrazione e il fascino che esercita sono culturali. Semmai sembra strettamente legata alla possibilità per un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo». Dopo il ben noto scrittore ecco qualcuno che, di Federer, fu allenatore, il francese Georges Danieau, nel libro Des Mousquetaires à Federer. n mio buon amico Georges scrive, dopo aver diretto il Centro nazionale svizzero a Losanna: «Pur apprezzandolo, non avrei mai immaginato una carriera simile. Né ci avrebbero pensato i suoi genitori, e nemmeno lui. Solo Peter Carter, l’allenatore australiano, aveva intuito il talento del suo allievo. Peter e Roger erano diventati molto amici. Così la morte di Carter in una gara d’auto safari in Sudafrica fu un autentico dramma per Roger, una perdita che lo toccò nel più profondo del cuore». Viene poi, nel 2015, un libro di William Skidelsky, Federer and Me. E la storia di un aficionado matto per Federer, che muta la sua vita per seguire dovunque il campione. E un esempio al quale nessun scrittore aveva pensato, a eccezione forse del vecchio Clerici che ha offerto un anno della sua vita e tutto il suo amore a una tennista non meno grande di Federer, la donna che fu battuta una sola volta, Suzanne Lenglen. Infine le Edizioni Mare Verticale, benemerite per il tennis, hanno tradotto Roger Federer The greatest di Chris Bowers. Ed ecco Roger che afferma: «Contro Safin credo di aver giocato il match migliore della mia vita. Riuscivo a rischiare molto, e le palle stavano sempre in campo. E stato incredibile». Mentre evito per la loro modestia altri tre libri mezzo copiati dai sette che ho citato, mi viene in mente un irrispettoso paragone con una biografia di San Francesco che sto leggendo: «Ma Francesco era consapevole della propria Santità?». E Federer, nella sua vita, lo è altrettanto del proprio diritto-rovescio? Ai posteri.

 

Mirka, ecco il rovescio di Federer. La moglie è il motore del suo genio

 

Emanuela Audisio, la repubblica del 18.07.2017

 

Ode a Mirka. Alla signora Miroslava Vavrinec in Federer. Alla moglie, alla stratega, all’organizzatrice, alla guardia del corpo, ma soprattutto alla padrona di Roger. E della sua resurrezione. È lei che a casa porta i calzoni, è lei che decide, è lei che ne gestisce la carriera. È Mirka che lo tiene prigioniero nella felice gabbia del suo talento. E che non lo fa evadere da sé stesso. Roger anche a 36 anni ne è pubblicamente suddito: «Quando Mirka si stancherà di viaggiare, io smetterò». Il campione che si sottomette alle esigenze della sua domatrice. È lei che come Cornelia decide a Wimbledon l’esposizione dei loro gioielli gemelli: due femmine e due maschi. A ricordare che gli otto titoli sull’erba non bastano, ci sono quattro figli da mantenere, c’è da fare il papà, c’è da sostenere una famiglia. Myla Rose, Charlene Riva, Leo e Lenny, hanno bisogno di un futuro garantito. Come se il tesoretto di 300 milioni di dollari (fonte Forbes) non bastasse. Non è tipa che si accontenti, Mirka: 260.832 dollari guadagnati in carriera, anche lei tennista, nel 2001, suo anno migliore, numero 76 del mondo, terzo turno passato all’Us Open. Nient’altro di rivelante sul court, se non che ai Giochi di Sydney nel 2000, dove esce subito, Roger la nota: «Non capivo perché mi parlasse tanto, ma alla fine mi ha baciata». Lui ha 19 anni, i capelli lunghi, e si deve consolare di un bronzo sfumato, lei 22, già fidanzata con un arabo ricco ma cambia campo. Flashback: slovacca, naturalizzata svizzera, emigrata a due anni con la famiglia, a nove incontra Martina Navratilova che resta colpita dal suo fisico atletico e le dice: prova il tennis. Le organizza un allenamento e le manda una racchetta. Puoi rifiutare un invito da una regina del tennis? No, e infatti Mirka si applica ma nel 2002, per un infortunio al piede molla il tennis. Ha altri prize money su cui contare, quelli di Roger. Non proprio una paghetta. Si sposano nella primavera 2009 a Basilea, lui passa da una madre, che ne ha scoperto il talento, a un’altra, brava a stimolarlo. A Roger va bene così: per esaltarsi ha bisogno di quella guida. Vi diranno che ha cambiato la racchetta: nel 2002 e nel 2014 è passato ad una taglia di Wilson più grande. È vero: il piatto corde è aumentato dell’8%, Roger si è convinto per i problemi alla schiena, ma prima ha provato 127 prototipi. Vi spiegheranno che coach Ivan Ljubicic, che due anni fa ha preso il posto di Edberg, gli ha consigliato una tattica più aggressiva, di non stare lì a subire a fondocampo. È vero: meno rovescia slice, più potenza. Tutto ha la sua importanza, ma prima di convincere lui, hanno dovuto spiegarlo a lei. È Mirka che gestisce l’impero, è Mirka che proibisce a Roger di diffondere la notizia su dove alloggino durante i tornei, è Mirka che non vuole che lui giochi in Davis, è Mirka che gli allontana ogni altro orizzonte che non sia quel rettangolo dove lui è bellissimo, bravissimo, remuneratissimo. 19 Slam in 29 finali, 42 semifinali, 315 partite vinte, 93 titoli in 141 finali. La presenza di Mirka non è mai discreta: c’è, e non si vergogna di esserci. Di stare dietro non ci pensa proprio, meglio avanti, visibilissima. Sa che il talento ha bisogno di frusta e carezze, sa che il suo uomo è umile e geniale, al limite della noiosità, sa che due ambizioni sono meglio di una, sa che per andare avanti quando sei già re, hai bisogno di una spinta in famiglia. Soprattutto quando non hai più nulla da dimostrare, ma solo contraccambiare la fiducia di una moglie: vai caro, il mondo è tuo. Pardon, nostro.

 

La lezione di Federer «Giovani, ci vuole più coraggio»

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 18.07.2017

 

Il signor Nick Newlife, in quell’estate del 2003, aveva intuito che l’avvento di Federer a Wimbledon e nel tennis possedeva qualcosa di messianico e così puntò 1520 sterline su Roger vincitore di 7 titoli ai Championships entro il 2019. La scommessa era data 66 a 1. L’impresa al Divino riuscì nel 2012, ma Newlife era morto nel 2009 e il ricavato, oltre 100.000 sterline, and a un ente benefico. Il 2017. Fino a gennaio, l’orizzonte perduto e la pietra di paragone della solita domanda: riuscirà mai Federer a rivincere uno Slam? A ripeterla 6 mesi dopo, sembra uno scherzo. Risanato e resuscitato, Roger si è preso l’Australia e poi di nuovo i prati di Church Road. Per l’ottava volta, un record. E ha riassaporato il piacere del ballo di gala: «E’ stata una serata eccitante, purtroppo sono arrivato un po’ tardi, dopo la portata principale,e ovviamente ho ballato con la Muguruza. Il problema è che dopo le danze sono andato al bar con 30 o 40 amici, ho bevuto diversi cocktail, sono andato a letto alle 5 e adesso sento le campane nella testa e ricordo poco di quello che è successo». Un party da rock star, come l’ha definito lui stesso. O da leggenda. Infinita. Tanto che le prospettive cambiano, addirittura si allungano a immaginare il 20 Slam già in America a settembre oppure il 10 Wimbledon. Il Divino, di fronte alla storia, torna umile: «L’obiettivo adesso è assaporare l’ottava coppa. Non ne ho mai fatto una questione di numeri, avevo apprezzato lo Slam 17, mi è piaciuto molto il 18, adoro il 19. Ma l’importante è che io continui a divertirmi, rimanga sano e possa competere a lungo per vincere. La caccia proseguirà sul cemento degli Stati .Uniti, anche se probabilmente Federer salterà il Master 1000 a Montreal per ripresentarsi a Cincinnati. E con Murray e Djokovic affannati e infortunati, i secondi 6 mesi dell’anno saranno una corsa a due con Nadal per il numero uno di fine stagione: «Il ranking non è mai stata un’ossessione, ma è vero che adesso siamo tutti molto vicini e non escludo che Nole e Andy, se staranno bene, possano vincere 20-25 partite di seguito, perché è già successo, e quindi rimanere in alto. Certo, quando fai bene torneo dopo torneo, il numero uno diventa un obiettivo, ma a me farebbe felice pure tornarci per una sola settimana». Anche a girarci intorno, l’argomento resta sempre lo stesso: per quanto tempo ancora i Fab Four avranno la forza di dettare legge? Dal 2003, a Wimbledon, solo loro si sono spartiti il titolo e Federer ne individua il motivo: «Resto stupito quando guardo le statistiche e leggo che il ragazzo che ho di fronte fa serve and volley il 2% delle volte. Vorrei vedere più giocatori e più coach interessati a prendersi più chance e poi assistere a cosa succede. Decidi di stare a fondo campo con Murray, Djokovic e Nadal? Fortunato se arrivi nei primi SO del mondo. E’ anche vero – prosegue -che il sistema che assegna i punti oggi è più complicato e non permette ai più giovani di salire in fretta la classifica, quando ho iniziato io ti davano punti in più se battevi uno dei’ top 5, ma non so se sia riproducibile. In ogni caso la nostra generazione ha preso forza dal fatto che ci fossero alcuni dei giocatori più grandi di sempre, ci siamo stimolati a vicenda». n TEAM Intanto, per il Masters di Londra di fine anno, ci sono al momento due qualificati: Nadal e lui. Il tempo che si ferma. Soltanto qualche mese fa, parlando dei più grandi rivali della storia dello sport, il pensiero più ricorrente era che fossero arrivati alla fine: «Per me – racconta Roger – è stato importantissimo che il mio team ci credesse. Non sono stato io a dover portare avanti la squadra, piuttosto il contrario. E in queste cose che il team fa la differenza. Rassicurarmi quando ho avuto dubbi, o farmi tornare con i piedi per terra quando le cose vanno troppo bene. Ho chiesto a tutti loro apertamente se credessero nelle mie possibilità di vincere un altro Slam e tutti mi hanno risposto allo stesso modo, cioè che se fossi stato al 100% e voglioso di giocare, tutto sarebbe stato possibile. Per questo la pausa dello scorso anno è stata necessaria». Con l’Australia come apoteosi della scelta: «Mettere a confronto quella vittoria con questa è difficile, l’unico punto in comune è il fatto che sono padre di 4 figli. Diciamo che Melbourne, specialmente dopo la vittoria in 5 set contro Nishikori, mi fece capire che 5sicamente avevo recuperato tutte le energie». E adesso? «Beh, adoro giocare, mia moglie mi sostiene in tutto e per tutto, è fantastica. Adoro competere nei grandi tornei e non mi importa dei viaggi o degli all’allenamenti. Ora che sto giocando un po’ meno ho anche più tempo a disposizione. Mi sento come se stessi lavorando part-time, ed è una gran bella sensazione…». Si chiama onnipotenza.

 

II fenomeno. I ruoli: il manager Godsick pensa agli sponsor, la moglie Mirka ai vip, lui ad allenarsi e a vincere

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 18.07.2017

 

Il giorno dopo che Federer ha scritto la storia, Roger è tornato al circolo con la testa pesante e la voce da baritono di chi si è appena buttato giù dal letto. «Ho i postumi della sbornia di otto Wimbledon — ha scherzato —. Dopo la cena di gala dei campioni, ho continuato i festeggiamenti in un pub. Eravamo una trentina di amici e ci siamo divertiti. Devo aver mischiato troppi drink: sono andato a letto alle 5 e adesso non riesco a ricordarmi né dov’ero né cosa ho bevuto…». Il Supereroe normale, smessi i panni del fuoriclasse impeccabile, arrossisce spesso. Per esempio ogni volta che gli chiediamo — ed è puntualmente successo nella conferenza stampa che ha seguito il 19 Slam — come ci si sente a essere una leggenda e lui abbassa gli occhi, vorrebbe sparire e invece si sforza di organizzare una risposta decente, che potrebbe declinare in cinque lingue diverse. Il Supereroe tranquillo sa come comportarsi in qualsiasi circostanza: tre baci (non uno, non due) sulle guance di Kate e una virile stretta di mano a William, poi una grattatina affettuosa alla testa canuta di papà Robert, lo svizzero che incrociando i geni con la moglie sudafricana ha prodotto l’eccellenza. Dottor Roger è il bravo papà che, riempiendo la vasca per il bagnetto delle gemelle, si rompe il menisco come un umano comune. Freddure, amici e una vita normale da sovrappeso. Mister Federer è il fenomeno che, dopo un’operazione al ginocchio e sei mesi di bacino di carenaggio, torna e vince due Slam su tre (a Parigi, quando Nadal ha suonato la decima, non c’era). Roger è il compagnone che arrivando da dietro ti fa il coppino e, se Mirka non è in giro, aspetta che spiova giocando alla PlayStation. E il protagonista di un video divertente girato quest’anno a Indian Wells: lui, l’amico Haas e Dimitrov che cantano in playback «Hard to say Fm sorry» dei Chicago, classico strappalacrime, mordendosi la lingua per non ridere. ll suo profilo Twitter, oltre che di marchi prestigiosi che i top players gli invidiano, è zeppo di facce buffe, spiritosaggini (la coppa di Melbourne portata a duemila metri sulle Alpi, il ricevimento al Metropolitan di New York indossando lo smoking con un cobra ricamato sulla schiena), freddure. Domenica sera, andando al gala di Wimbledon, ha raccolto la provocazione di Garbine Muguruza. «Roger sei pronto ad aprire le danze?». «Fatti sotto campionessa…». Con un pinguino a compendio, come dire: ma come cavolo ci siamo dovuti vestire? Gli sponsor sono affare di Tony Godsick, storico manager. I vip li gestisce Mirka nel suo ruolo di amministratrice delegata della Federer Family e Corporation. Per Roger avanza ciò che più gli piace: allenarsi, viaggiare, vincere. Con la naturalezza di chi è venuto al mondo per fare, nell’ordine, le tre cose. Altro che la fatica bestiale del tennis di Nadal o la simpatia marketizzata di Djokovic. Nell’ultima foto, ieri ha posato con le maestranze dell’All England Club. «Cheeeeseee…» ha detto — come al solito — qualcuno. E lui: «Però svizzero». Come si fa a non amarlo?

 

Il mondo di Federer oltre il tennis

 

Stefano Semeraro, la stampa del 18.07.2017

 

Federer non sa se continuerà a giocare fino a 40 anni. Papà Roger spera di si, almeno per un paio di ragioni. II Genio, che ieri si è svegliato con la testa pesante dopo il ballo dei campioni di Wimbledon e un party finito alle 5 di mattina con 40 amici («non so neanche quello che ho bevuto»), ad esempio, pub puntare a tornare n.1 del mondo a 36 anni suonati, e sarebbe il più anziano della storia: il record ora è di Agassi a 33 anni. «Vorrei farcela», dice, «anche solo per una settimana». Murray fra agosto e settembre rischia quasi certamente di cedere il posto a Nadal, oggi n.2, ma anche Federer (3), giocando sia Cincinnati sia in Canada, potrebbe riprendersi il trono prima degli Us Open; e comunque resta favorito a fine anno. Le vere ragioni che muovono il babbo fuoriclasse però si chiamano Leo e Lenny, i due gemelli più giovani che domenica stavano beati con le gambe a penzoloni sul Centre Court «Oggi credono che questo sia solo un parco giochi», ha spiegato il patriarca. «Ma un giorno si renderanno conto di ciò che significa». Già nel 2009, quando nacquero Myla Rose e Charlene Riva, le due prime gemelle, Federer confessò che sperava un giorno di vincere davanti a loro…La sua forza del resto è anche quella di saper armonizzare mestiere e famiglia, portandosi appresso nei tornei una carovana dei sentimenti che comprende anche mamma, papà e spesso uno stuolo di amici. A costo di rischiare il sonno («ma adesso metto un cartello fuori dalla stanza: ‘papà dorme’») e persino la salute, se è vero che il menisco l’anno scorso se lo frantumò mentre faceva il bagnetto con le bimbe. Ma schivando la nostalgia. In questo Federer è un fuoriclasse unico, diverso da R.onaldo, Lewis Hamilton, LeBron James, Tom Brady o dal suo ex amico Tiger Woods. Molto del merito va alla donna che gli sta a fianco da 17 anni. Prima fidanzata, poi moglie e mamma, è Mirka che stabilisce l’agenda social del campione, che programma le trasferte, gestisce i bambini e il turnover delle governanti, con nonna Lynette a supporto. Una routine complicata ma che ai Federers viene spontanea. «Nel periodo in cui sono stato fermo sei mesi», ha raccontato. «I bambini non facevano che chiedermi: quando ricominciamo a viaggiare? Fino a che questa vita andrà bene a tutti, non ci saranno problemi. E Mirka resta sempre la mia tifosa n1, la prima a incoraggiarmi a continuare». Provaci ancora, papà.

 

Elisir Federer

 

Daniele Azzolini, tuttosport del 18.07.2017

 

Lo considerano uno di loro, un inglese nato chissà perché in Svizzera. Nel 2012 applaudirono Federer vincitore del settimo titolo neanche fosse un loro figlio e fecero spallucce alle lacrime di Murray, lo scozzese perdente. Venti giorni dopo cambiarono sponda e sostennero Andy e l’Union Jack durante i Giochi Olimpici, Roger lo svizzero giunse secondo. Per gli inglesi fu l’anno perfetto. Questo 2017 segue a ruota, l’applauso del Centre Court, domenica, è stato accorato, palpitante di orgoglio. Se vince Federer, vince l’Inghilterra. L’All England Club gli ha ribaditola proposta in termini perentori: quando deciderai di lasciare il tennis, la festa dell’addio la faremo qui, apriremo il Centrale per te in qualsiasi momento dell’anno. Si sa che hanno già i piani dell’evento. E si sa anche che non sarà tanto presto. L’elisir di lunga vita non è una pozione, tanto meno un lifting che tiri su labbra, zigomi e seni. un melting pot di doti personali, fisiche, di filamenti di Dna che alcuni hanno al tungsteno e altri cedevoli come spaghetti passati di cottura. È un insieme di scelte tecniche e di organizzazione, di talento e di corretta gestione. Federer lo ha capito da un pezzo. Anche Nadal l’ha capito, di Federer… «Non suda. Lui non suda mai», dice Rafa, «io sudo anche quando faccio uno starnuto». Piedi da ballerino e senso dell’anticipo a dir poco straordinario, Federer ha deciso di puntare ora sulla “gestione delle risorse; e prolungare fino a 40 anni la sua permanenza nel circuito. Sempre che i risultati siano a misura di campione e la famiglia d’accordo (ma è Mirka a spingerlo). «l esperimento della sosta ha funzionato. Ho sofferto a non giocare Parigi, ma è stata la scelta giusta. Credo sia un elemento di novità che potrebbe avere un peso notevole nel prosieguo della mia carriera». Fermarsi, ricaricarsi e ripartire. «Non è una regola, e non è un consiglio che mi permetterei di dare ad altri. C’è chi ha bisogno di giocare tutti i giorni, di avere un contatto continuo con la pallina. Ognuno è fatto a modo suo, per nostra fortuna». E per sua fortuna .. Federer ritrova la forma in fretta, il feeling con la palla gli viene naturale. E non è così pieno di sé da pensare che questo bendiddio possa non finire mai. «Spero di poter giocare ancora su questo campo», è stato l’ultimo saluto rivolto al pubblico di Wimbledon. Non sono pause dedicate solo alla famiglia. Ljubicic lo costringe a lavorare duramente. Messi da parte i guai fisici, Federer ha ritrovato la forma che mancava da almeno tre o quattro stagioni. Una nuova sosta, breve, è prevista ai primi di agosto. Salterà il Masters 1000 in Canada e tornerà a Cincinnati, poi gli Us Open. Infine la preparazione indoor in vista delle Finali Atp (già qualificato) a Shanghai e Basilea. Roger chiuderà la stagione con 13-14 tornei. Pochi per puntare al numero uno, che forse non è nemmeno un suo obiettivo. È quello di Nadal, infatti, e potrebbe arrivare prima del previsto, date le precarie condizioni di Murray e Djokovic. Nella classifica di ieri il tennis ripresenta al vertice i Fab Four, ma sono tutti “vicini vicini; meno di 1400 punti fra Andy, in testa, e Nole, quarta Federer è terzo. Di nuovo sul podio. Aveva cominciato l’anno al numero 17, poi ha vinto tutto. Senza tirarsela, per dirla in gergo giovanilistico. Ieri sera si è svolto il ballo dei campioni. Ad aprire le danze, Federer e Muguruza. Lei, rinomata ballerina, aveva inviato un tweet a Federer in serata: «Sei pronto a ballare con me?». La risposta è arrivata a stretto giro. «Guidi tu?».

 

Roger Federer, le quattro vite del folle maturato

 

Andrea Scanzi, il fatto quotidiano del 18.07.2017

 

Il campione che ha vinto tutto e ancora non gli basta, ha vissuto almeno quattro vite. La prima, da iconoclasta spensierato e fenomenale, che spaccava racchette, si tingeva i capelli come Mirko di Kiss Me Licia e poteva forse accontentarsi di vivere una carriera da Fognini molto più forte. Non si è accontentato. Giunse quindi la seconda vita, quella della dittatura livida e garbatamente efferata. Sangue ovunque degli avversari, ridotti a meri e spesso pavidi vassalli. Fu il tempo della dittatura algida: Federer, da potenziale Gilles Villeneuve, divenne un Prost che non sbagliava (quasi) mai. Un Michael Schumacher pressoché infallibile. Un talento inaudito, un genio totale, un fenomeno forse senza pari. Poiché però gli avversari non c’erano, o se c’erano marcavano quasi sempre visita, se eri uno spettatore neutrale – e non un fan di strettissima osservanza – qualche sbadiglio veniva. Come quando ascolti un disco dove non c’è una nota fuori posto o come quando guardi una donna bellissima, che ti appare così perfetta da risultare per contrasto fredda. Troppo fredda. ECCO ALLORA che, con mite inesorabilità, giunse la terza vita. Rafael Nadal costrinse Federer a scoprire una cosa che neanche concepiva, al punto da piangere infantilmente quando capitava la sconfitta. Spesso Roger ci perdeva per motivi poco tecnici e molto freudiani, quasi che Rafa – prim’ancora che tennista – fosse kryptonite iberica ideata a sua misura. Così, pur continuando a vincere, Federer non fu più dittatore. Gli storici, sul pianeta Terra come su Plutone, chiameranno quella fase “autunno del patriarca”. Sembrava il tramonto. Sembrava. Quando nessuno ne avrebbe probabilmente avvertito il bisogno, il più che trentenne Federer ha deciso di migliorarsi ancora. Di non arrendersi. Di concepire, almeno, un ultimo colpo di coda epocale. Contro il tempo, contro gli infortuni: forse perfino contro la logica. Prima ha chiesto aiuto a Stefan Edberg, e solo per questo meriterebbe peana eterni. Poi si è affidato a Ivan Ljubicic, che da giocatore umiliava con sadismo sordo alla pietà. Nel mezzo c’è stato il suo annus horribilis: il 2016. Tutto è andato male. Capolinea? Non esattamente: di là dal tunnel, la quarta vita. Il presente. L’epifania. L’ottavo Wimbledon (ennesimo record) vinto due giorni fa è apparso addirittura normale: l’epica c’era, c’è e ci sarà, ma quando vinci triturando tutto e non lasciando neanche un set ai rivali, come aveva peraltro fatto il mese prima Nadal (un altro “ritornante” miracoloso) a Parigi, lo strapotere è tale che non viene quasi neanche voglia di esultare. Infatti, mentre il mondo esondava già di enfasi e retorica, lui ha reagito con umanissima incredulità. Se l’Australian Open di gennaio è stata impresa, il Wimbledon di domenica è stata “solo” constatazione di una natura agonisticamente divina. Nel bruttissimo tempo in cui Djokovic e peggio ancora Murray sembravano i più vincenti, rivedere Federer sul tetto di uno o più Slam non appariva un’ipotesi percorribile. Anche per chi scrive: che bello, a volte, sbagliare. Roger Federer ha vinto tutto: 19 Slam, 6 Tour Finals, 93 tornei, una Coppa Davis, due medaglie d’oro alle Olimpiadi. Non gli manca nulla, se non la fame di se stesso e dell’arte che ama. Su questo gli storici si divideranno, ma delle sue quattro vite le più belle ci sembrano – senza dubbio alcuno – la primae l’ultima. Prima la follia non ancora irreggimentata, poi questa maturità che trasuda oltremodo incanto. Onore a te, Campione.

 

Quando Milano trasformò l’antipatico Federer

 

Marco Lombardo, il giornale del 18.07.2017

 

Quel giorno a Milano c’era un ragazzotto che disputava la prima vera finale della sua vita di tennista: vestito di rosso con una maglietta troppo adulta per il suo giovane corpo e con una bandana ribelle in testa. Quel giorno esisteva ancora il Palalido e G dentro ci si giocava il futuro: in finale Roger Federer incontrava Julien Bouffer, che chissà mai dove poi è andato a finire. Quel giorno arrivava dopo una settimana in cui la gente riempiva il palazzo per vedere – per dire – Livraghi-Charpentier. Perché importava andare a caccia dell’ennesimo nuovo Panatta. Quel giorno qualcuno vide giocare Federer per la prima volta, e a chi lo aveva definito il nuovo Pete Sampras venne detto che uno che tirava la palla sempre così vicino alle righe – e spesso fuori – non sarebbe mai andato da nessuna parte. Quel giorno ci fu anche chi si spinse un po’ più in là: «Ma questo se arriva nei primi trenta è già tanto. E poi è svizzero…». Quel glomo mamma Lynette aspettava la notizia: tempo prima a Roger aveva detto che non avrebbe più rivisto la racchetta se non avesse cambiato atteggiamento. E probabilmente non si aspettava che tutto awenisse cosi in fretta. Quel giorno Roger tra un cambio di campo e l’altro probabilmente ricordava il via o in macchina dopo un torneo in cui aveva spaccato racchette in serie. E quando mamma e papà stettero tutto il tempo in silenzio per farlo sentire ancora più in colpa. Quel giorno Milano andava di corsa anche se era domenica. E poi c’era il Milan contro la Reggina poco più in là. E l’Inter che doveva farsi perdonare la notte brava di alcuni suoi giocatori. C’era da vincere a Bologna, quello contava. Quel giorno comunque il Palalido alla fine si era un po’ riempito, in fondo era sempre una finale. Quel giorno Roger Federer, con quegli strani pantaloncini un po’ larghi, cominciò a piacere alla gente. Perché in fondo ‘ste palline mica finivano tutte fuori. Quel giorno alla fine il tabellone segnò 6-4, 6-7, 6-4 e Roger gettò le braccia al cielo in maniera un po’ impacciata: aveva solo 19 anni, mica sapeva ancora bene come si esultava vincendo un torneo dei grandi. Quel giorno Federer sollevò il suo primo trofeo da professionista e pensava che non sarebbe stato male vincere almeno una volta Wimbledon. Forse poteva farcela. Quel giorno Lea Pericoli, che lo premiò, gli disse «ti auguro un radioso futuro». Quel giorno era il 4 febbraio 2001, c’erano ancora le Torri Gemelle, Mirka Vavrinec era una ragazza che aveva appena conosciuto alle Olimpiadi di Sydney, Pete Sampras un mito quasi irraggiungibile, il tennis un divertimento. Soprattutto ora che aveva imparato a controllarsi. Quel giorno soprattutto Milano scoprì un Re, per fortuna nostra. E quasi senza saperlo. Perché in fondo, ancora, non lo sapeva neppure Federer.

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A un passo dalla storia. “Decisivo lo spirito” (Davide Palliggiano)

Sogniamo la finale, che non arriva dal 1998. Da quella giocata a Milano e persa nettamene contro la Svezia (4-1). La strada per la gloria passa inevitabilmente dalla sfida di oggi contro il Canada e da una Nazionale che è tra le più talentuose di quelle arrivate a Malaga per la fase finale della Coppa Davis. La vittoria sugli Stati Uniti è ancora negli occhi di tutti, la prova straordinaria di Sonego contro Tiafoe, la lotta di Musetti con Fritz, il doppio vintage Fognini-Bolelli che ci ha regalato il punto decisive. E poi, il team Italia: più che una panchina, una curva. Con Berrettini capo degli ultrà. Matteo ieri si è allenato come mai aveva fatto nell’ultimo mese dopo l’infortunio patito a Napoli lo scorso 23 ottobre durante la finale persa contra Musetti. Ma da qui a essere pronto per un match di Davis ce ne passa. «Giocherei anche su una gamba sola» ha ammesso. Volandri l’ha confermato: «Berrettini s’è allenato, ci sta provando in tutti i modi». Ma squadra che vince non si cambia. Ed è anche giusto così, visto che il romano viene da un mese di inattività: «Bisogna essere oggettivi e pensare al meglio per la squadra: in questo momento i miei compagni stanno meglio e io mi limiterò a dare il mio contributo, cosa come ho fatto contro gli Stati Uniti». L’ULTIMA VOLTA. Berrettini era in campo nell’ultimo precedente contro il Canada, datato 2019. Era il debutto della nuova formula, l’Italia non fece una bella figura e da Madrid tornammo a casa praticamente subito. Sonego e Musetti non c’erano, ma c’erano quelli che oggi saranno i loro avversari nei singolari, Shapovalov e Auger-Aliassime, protagonisti di un Canada arrivato fino alla sua prima e unica finale, poi persa contro la Spagna. «Possiamo batterli con lo stesso spirito con cui abbiamo battuta gli Stati Uniti – ha detto Volandri, che ha iniziato il percorso da capitano di Davis due anni fa –l’ importante riportare il nostro termometro alla stessa temperatura della vigilia con gli Usa e poi dare il 110% contro il Canada». […] «Sarà importante mantenere lo spirito alto, sempre. Ciò ha differenza soprattutto per Sonego, che si è caricato grazie all’aiuto del pubblico. Con Shapovalov, però, avrà bisogno di una partita tecnicamente diversa». SPIRITO DI GRUPPO. Il concetto di squadra è stato più volte sottolineato. E sembra strano in uno sport cosi individuale e talvolta un po’ individualistico. Quelli dell’Italia, però, sono così. I singoli, in una competizione del genere, funzionano meglio se sentono il supporto dei propri compagni. Succede quindi che questi giorni a Malaga siano un continuo motivarsi a vicenda nonostante in campo poi vada soltanto uno di loro, o al massimo due nel doppio. Tutti si sentono un po’ coach, tutti fanno gruppo, a partire dall’hotel, dove si fa un gioco da tavolo chiamato Sequence. «Il gruppo si crea curando ogni piccolo particolare e avendo una relazione con loro durante tutto l’anno – ha spiegato Volandri – Se mi limitassi ad avere contatti solo durante la Davis cì vorrebbe il quadruplo del tempo per creare una squadra. Poi con ognuno di loro devo ovviamente relazionarmi in modo diverso». Si passa in effetti dai 20 anni di Musetti ai 37 di Bolelli. Età diverse, coach diversi, ma spirito azzurro e rispetto per la maglia e per la propria Nazionale. Quello che giovedì l’americano Tiafoe, durante l’inno, non sembra aver avuto indossando delle cuffie. «Bisognerebbe chiedergli il motivo, ma con me in panchina nessuno avrebbe tenuto le cuffie in un momento simile». Capitano, amico, consigliere, ma anche leader di una Nazionale che sta facendo miracoli. Saremo anche sfavoriti, ma il sogno di arrivare in finale, a partire dalle 13 di oggi, non ce lo toglie proprio nessuno.

Missione possibile (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Di buono c’è che il tennis dei pronostici, quello dei favoriti sulla carta, del confronto fra i risultati del passato, nei giochi della Coppa non è mai contato granché. Tutto si azzera, al momento di accendere le nuove disfide. E tutto deve essere rivisitato e riscritto, aggiornato secondo i criteri che appartengono esclusivamente alle risposte che vengono dal campo da gioco. […] Nel destino dell’Italia che insegue il sogno di una nuova finale, 24 anni dopo l’ ultima a Milano cancellata dalla sfiga (l’ infortunio alla spalla di Gaudenzi), e quarantasei dall’unica vinta in Cile, si sono manifestate le uniche due formazioni di queste Finals Eight che siano riuscite a trascinare a Malaga un Top Ten n. Taylor Fritz (numero 9) non è bastato agli Stati Uniti, vedremo se Felix Auger-Aliassime (numero 6) sarà sufficiente al Canada. Ma non è detto. La regola che qualsiasi conferma o ribaltone sarà il campo a deciderlo rimane in vigore. E in questa logica gli azzurri potranno ben giocare le loro carte migliori. Ripuliamo dunque il campo da qualsiasi riscontro del passato, per concedere agli azzurri i termini d’ingaggio tratti dagli ultimi match giocati, proprio quelli di Malaga. Conta il giusto sia il 2-2 nei precedenti fra Auger-Aliassime e Lorenzo Musetti, senza dimenticare che l’ultimo favorevole al canadese è giunto a Firenze dopo un curioso intoppo subito dall’italiano, bloccato prima del match da un problema al diaframma che gli rendeva faticosa la respirazione. Lo stesso vale per l’ 1-0 colto da Denis Shapovalov su Lorenzo Sonego al primo turno degli ultimi internazionali di Roma. Potrebbero contare di più, invece, varie altre considerazioni tratte da quanto osservato, a cominciare dal notevole afflato di squadra mostrato dall’Italia. Musetti, per esempio… Ha ben giocato contro Fritz mentre Auger-Aliassime ha stentato non poco a trovare la misura contro Otte, il tedesco. Eppure Musetti ha perso il proprio match, mentre il canadese si è tirato su, un po’ alla volta, fino ad avere ragione dell’avversario, che a dirla tutta un po’ strampalatolo è davvero. Felix veniva da Torino dunque il cambio di superficie può aver gravato sul suo gioco, ma se i problemi non saranno superati, e il ventiduenne di origini togolesi non riuscirà a imporre subito i ritmi del proprio tennis di spinta, Lollo potrebbe approfittarne per dare forma a un match giocato non solo su pochi colpi, ma su geometrie più varie. Certo Felix conosce meglio di Lorenzo il clima della Spagna tennistica. Si allena con Toni Nadal ormai da due anni, e forse anche lui lo considera un po’ come uno “zio’: Shapovalov ha giocato bene in doppio, riprendendosi da un pessimo singolare, nel quale come spesso portato a fare (e strafare) è sembrato dare per scontato che prima o poi il tedesco Struff gli sarebbe caduto sul piatto dalla racchetta. È un giocatore di gran fascino stilistico, il canadese, ma è anche una delle delusioni di quest’ultima stagione. Uno dalle immense possibilità, che non riesce però a dare al proprio tennis la concretezza che serve. Proprio la concretezza, la lucidità, la solidità, invece, sono statti fattori che hanno concesso a Sonego di destabilizzare Tiafoe, obbligandolo quasi sempre a subire. Infine il doppio, con le due coppie salvifiche, entrambe vittoriose nel match che ha portato ltalia e Canada alla semifinale. Pospisll e Shapovalov, da una parte, Fognini e Bolelli dall’altra. Più classici i due azzurri, sebbene anche il doppio, come il singolare, si giochi ormai a suon di scapaccioni alla palla. Più dominanti a rete, per caratteristiche tecniche e di indole personale, i due canadesi. «Auger-Aliassime ha trovato la continuità, in questa stagione, ha grandi mezzi e non mi sorprende vederlo tra primi dieci», ragiona capitan Filippo Volandri, «Shapovalov è un fenomeno, ma discontinuo. Li conosciamo, ci confronteremo su come affrontarli, li conosce bene anche Berrettini e attendiamo qualche buona idea da lui. Siamo un gruppo, e così si deve fare. Ci siamo preoccupati soprattutto di recuperare le energie e di ritrovare la giusta tensione che abbiamo portato in campo contro gli Stati Uniti. Abbiamo una nostra chat, neIla quale ci scambiamo messaggi e opinioni per tutto l’anno. E stata una buona cosa, e mi permette di far sentire tutti parte del gruppo. È successo con Sonego quando non era con noi a Bologna, sta succedendo ora con Sinner». Una nuova esperienza da tifoso attende Berrettini. «Preferirei giocare, ma anche esserci è importante. A casa soffro troppo, qui almeno mi sfogo tifando E mi alleno. Il piede sta tornando a posto». In ritardo perla Davis, ma è una buona notizia. 

Matteo, il quinto uomo (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

«Vinciamo 2-1, mi piace di più se ci riusciamo allo spareggio». Il tifoso Vip della panchina azzurra di coppa Davis è molto di più del quinto uomo, e del nome, Matteo Berrettini, il primo finalista italiano a Wimbledon: è l’anima del gruppo, lo spirito della squadra che, senza lui e Sinner – convalescenti -, ha battuto gli Stati Uniti e oggi in semifinale sfida il Canada, ancora contro pronostico. INSIEME “Squadra” è il credo degli azzurri che ritornano alle semifinali 8 anni dopo. «E’ una parola complessa per un tennista, che è individualista per tutta la stagione ATP, ma in Davis scambiandosi esperienze e cose personali ne ricava dei benefici. Un anno e mezzo fa Filippo (Volandri) mi ha presentato il progettoDavis con lui come capitano e ha messo al primo posto il concetto di gruppo, che in Davis dev’essere più condiviso e coeso per fare la differenza com’è stato contro gli Stati Uniti», spiega Berrettini che mercoledì mattina s’è svegliato alle 5 per raggiungere Malaga: «Era l’unico volo, ma la levataccia valeva comunque la pena. Quando, ho capito che non avrei potuto partecipare in campo perché il recupero dopo l’ultimo infortunio andava a rilento ho chiamato il capitano, gli ho detto che ci tenevo a esserci anch’io, in panchina, per sostenere i compagni e dare un contributo alla squadra. Da casa avrei sofferto troppo e ho già rinunciato troppo spesso, volevo esserci». AMORE Il ruolo di super-tifoso è difficile: «Non puoi scatenare tutta l’adrenalina magari picchiando la palla con forza, però durante le partite dei ragazzi ho urlato e ho dato qualche bella manata contro la balaustra. Di sicuro, viverla così dal vivo è più stressante che giocare». Per amore solo per amore: «Io gioco da sempre le competizioni a squadre, prima al circolo della Corte dei Conti, poi all’Aniene, con Vincenzo Santopadre che mi ha inculcato quai è il meglio per la squadra. Pensando a che cosa mi piacerebbe che gli altri facessero per me se potessi giocare». I primi flash di Davis a chi sono legati? «Potito Staraceci ho giocato insieme in serie A e Fabio (Fognini) che batte Murray a Napoli, una delle sue partite più belle». SUGGERITORE Il valore aggiunto di Matteo è anche tecnico. «Conosco bene Tommy Paul, sapevo che ama servire in certi angoli e alla Laver Cup ho visto Sock cosa faceva in doppio, ne ho parlato anche con Novak (Djokovic) ed Andy (Murray), e l’ho fatto presente al capitano». Chissà che dritte potrà dare su Aliassime e Shapovalov: «Non ho visto il doppio del Canada con la Germania, eravamo cotti, ma so che Denis, col suo talento, ha dato la svolta. Aliassime è in forma, ha avuto un’annata portentosa, sarà anche stanco, serve bene e su questa superficie è particolarmente pericoloso, ma Musetti ha il talento per batterlo. Quei due sono molto giovani, e vicini d’età, sono cresciuti insieme, sono una squadra da sempre. Ma non mi preoccupa che il Canada sia favorito, a noi piace anche un po’ giocare contro pronostico: guarda come ha reagito Sonego contro Tiafoe dopo una stagione con momenti complicati. Qui dovevamo esserci Jannik ed io e invece hanno giocato i singolari i due Lorenzo, e l’hanno fatto alla grande perché hanno fatto gruppo, superando anche le differenze d’età». La curiosità LIMITI Matteo ha ripreso in mano la racchetta qualche giorno fa, coach Santopadre è venuto come lui in vacanza a Malaga e guarda le partite in tribuna coi figli: «Finalmente ho ritrovato il campo, ma una cosa è allenarsi e un’altra è essere performante, e io non devo forzare i tempi anche se ho ritrovato anche sensazioni positive. Devo riconoscere i miei limiti. Anche se giocherei su una gamba sola ci sono i miei compagni». E c’è la famosa squadra. Avversari ripescati al posto della Russia Curiosamente, il Canada, avversaria dell’Italia nelle semifinali di coppa Davis di oggi a Malaga, è stata ripescata al posto della Russia, detentrice della Coppa, che non potrà difendere il titolo per l’espulsione da parte della federazione internazionale dopo l’invasione dell’Ucraina. La scelta è stata presa seguendo il ranking ITF e i nordamericani hanno ufficialmente usufruito di una wild card. Malgrado, per l’assenza dei suoi gioielli, Aliassime e Shapovalov, la formazione guidata dall’ex pro Dancevic era stata eliminata per 4-0 dall’Olanda. […]

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Rassegna stampa

Davis, Italia in semifinale (Bertolucci, Palliggiano, Panatta, Martucci, Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 25 novembre 2022

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Italia quasi perfetta, adesso in semifinale può succedere di tutto (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Non c’è nulla da fare: malgrado la formula ridicola, gli orari senza senso e un’organizzazione quantomeno rivedibile, le farfalle nello stomaco che provocano le emozioni della Coppa Davis non sono replicabili da nessun torneo, nemmeno da uno Slam. Per questo mi sono esaltato di fronte all’impresa dell’Italia, vivendo le stesse sensazioni che provavo quando stavo in panchina. Era evidente che per battere gli Stati Uniti in assenza dei nostri due migliori giocatori c’era bisogno da parte dl tutti gli altri di una prestazione al limite della perfezione, elevando il rendimento rispetto agli standard stagionali: un fenomenale Sonego e lo straordinario doppio azzurro dei veterani Fognini e Bolelli hanno senza dubbio giocato le loro migliori partite dell’anno nel giorno in cui serviva di più. In particolare, il piemontese ha sorpreso per la solidità mostrata, dopo che in altre occasioni, in Coppa, si era fatto travolgere dalla tensione e dalle eccessive aspettative. L’inizio titubante di Tiafoe gli ha certamente fatto capire che la partita era alla sua portata, così non si è mai irrigidito sotto il peso della pressione, conservando la fluidità tecnica necessaria per portare alla squadra il primo, preziosissimo punto. Lorenzo non era tra i convocati prima che Sinner e Berrettini dessero forfeit, ma ha sempre avvertito la fiducia dell’ambiente e gli va dato atto di aver effettuato, nei giorni scorsi, una preparazione accelerata ma sicuramente efficace. La sconfitta di Musetti rientra nelle normali dinamiche del tennis, perché maturata contro un avversario più forte: ma il carrarese ha giocato comunque un match di sostanza. Potremmo invece aprire un libro sulle scelte del capitano Usa Mardy Fish in doppio, o ringraziare Sock per il pomeriggio orribile, però Fognini e Bolelli hanno dimostrato perché in carriera sono stati capaci anche di vincere uno Slam: hanno mantenuto un rendimento elevatissimo, non hanno consentito agli avversari in difficoltà di rientrare in qualche modo in partita, sono stati solidissimi mentalmente e letali in risposta. Una prestazione di squadra che deve renderci orgogliosi e che sarebbe meraviglioso veder ripetuta anche In semifinale. […]

Italia, il sogno continua (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

 

Sfavoriti, eppure in semifinale. Enorme, commovente Italia. E il tennis azzurro, con Filippo Volandri capitano, è tornato ad essere uno sport di squadra. Di quelle unite al di là dei pronostici e contro le difficoltà. Siamo in semifinale e mancavamo dal 2014: il sogno di bissare il successo ormai vintage del 1976 è ancora difficilissimo, ma ora è un po’ più vicino. Merito degli azzurri, del team, dell’ambiente, perché a Malaga è sembrato di giocare in casa In tanti sono arrivati qui, altri ci vivono, alcuni andalusi si sono invece convertiti dopo l’eliminazione della Spagna. Il resto ce l’hanno messo loro: Sonego, Musetti, Fognini, Bolelli e, perché no, Berrettini, arrivato per fare il capo ultrà dalla panchina. Più squadra gli azzurri, nonostante le assenze di quelli che sulla carta sono i due singolaristi più forti, Sinner e appunto Berrettini. Ma siamo andati avanti coi “gregari” e ciò ha reso la vittoria sugli Stati Uniti ancor più bella. «Sono orgoglioso dei miei ragazzi -ha ammesso Filippo Volandri, capitano quasi commosso -. È un successo che abbiamo costruito nel tempo. Dopo aver vinto il girone di Bologna non mi aspettavo fossimo così avanti nel percorso». Volandri batte le mani sul petto, se li è coccolati tutti: «Le loro prestazioni sono state pazzesche. Sonego aveva un’energia incredibile, Musetti ha giocato bene contro un tennista che era in gran forma. La presenza di Berrettini ci ha aiutato tanto, Matteo ci ha dato carica e anche qualche spunto dalla panchina per il doppio». Tanto da ricevere i complimenti di capitan Fish, sorpreso in positivo dalla presenza a Malaga del romano nonostante l’infortunio: «Ha ragione, siamo stati più squadra. È merito della disponibilità di tutti». La mattinata è iniziata con la straordinaria vittoria di Sonego su Tiafoe, criticato ancor prima di cominciare per aver indossato le cuffie durante l’inno statunitense. È proseguita con il ko di Musetti, quello che era il nostro tennista più in forma, con il numero 9 del mondo, Fritz. Poi, il doppio dei ‘vecchietti’ Fognini e Bolelli ha fatto il suo battendo in due set Sock e Paul. […] Quella di domani, a partire dalle 13, sarà la 18^ semifinale per l’Italia. Ma in bacheca, di Davis, ce n’è sempre e solo una, quella del 1976.

Una confortante maturità. Fish, perché no a Ram? (Adriano Panatta, Tuttosport)

Bravi ragazzi, e grazie. Bella prova, anzi, più che bella… E’ stato un confronto ben costruito e ben giocato. Gli azzurri hanno dato forma a una gara tesa, solida, schietta, affrontata nei modi e con i pensieri giusti. Badando al sodo, senza strafare. Prova di grande autorevolezza, e di confortante maturità. Dalle giuste scelte del capitano, alla generosa determinazione di Lorenzo Sonego, fino all’impegno strenuo di Lorenzo Musetti e alla risolutezza con cui Fabio Fognini e Simone Bolelli hanno preso in mano il doppio per condurlo dalla loro parte. Grazie anche a Mardy Fish, capitano statunitense, quasi eroico nella cocciuta determinazione di fare a pezzi il proprio doppio, quello che così buoni risultati gli aveva dato nei gironi d’avvio della fase finale. Ram e Sock si sono trasformati in Paul e Sock. Dov’è l’errore? Sono due, non uno soltanto. Il primo è quello di aver dimenticato Ram nel momento di diramare le convocazioni per Malaga. Il vincitore delle Finals, figurarsi, quello che con Sock avrebbe ricomposto un doppio di ben diversa caratura. Inspiegabile… Chissà che c’è sotto. II secondo errore è giunto di conseguenza: privato di Ram, perché scegliere Paul che il doppio Io gioca saltuariamente, giusto per sciogliere i muscoli, e non invece Tiafoe? Mistero. […] Mi dicevano che erano favoriti gli Stati Uniti, e forse era vero. Ma siamo qui a festeggiare una bellissima vittoria azzurra. E comunque, i match si capovolgono se dalla parte degli “sfavoriti” c’è volontà, cuore, unità d’intenti e soprattutto, non si offrono agli avversari dei buoni motivi per tirare su la testa, e magari riprendersi. Gli azzurri se ne sono ben guardati. In questo la vittoria è stata perfetta. Mi sono piaciuti tutti, da Sonego a Musetti. da Fognini a Bolelli. Mi è piaciuto II trasporto della panchina, l’impegno di Berrettini nel tifare i compagni di cordata. Mi è piaciuto meno Tiafoe, che so essere stravagante il suo. Quando l’ho visto con le cuffie mentre suonavano gli inni, non ho resistito e con la massima spontaneità (senza cattiveria, ma di cuore, credetemi) mi è venuto da dire che fossi stato il capitano, gli avrei mollato un bel pedatone sul sedere. Non avrei dovuto? Ho esagerato? Ma dai, sei a Malaga per rappresentare il tuo Paese e ti presenti con le cuffie quando suonano l’inno? Non sono cose che si possano vedere.

Un’Italia da sogno vola in semifinale (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Matrimonio all’italiana Meglio del film. Un sogno. L’Italia batte gli Stati Uniti e va in semifinale in coppa Davis contro pronostico. Perché la coppa Davis esalta i singoli che fanno squadra. Non i primi ma i secondi che, senza i titolari Jannik Sinner e Matteo Berrettini – Oscar ex aequo degli infortuni – , superano le star Taylor Fritz e Frances Tiafoe, e riportano gli azzurri in semifinale 8 anni dopo l’impossibile sfida a Federer e Wawrinka. Alle 10 di mattina, quando parte l’indimenticabile giornata di Malaga, dà l’esempio Lorenzo Sonego, bastonato un anno fa dal signor nessuno Gojo. Sonny/Lollo, caricato dal tifo amico, ridiventa il famigerato Polpo, che sta sempre attaccato alla partita, e firma l’importantissimo 1-0 contro l’estroso, velocissimo, Frances Tiafoe, più avanti in classifica (numero 19 contro 45), semifinalista agli US Open di settembre e forte dell’ultimo, recente, precedente con Sonego, a Bercy. Il gruppo è forte perché è pronto, è sicuro, è coeso. Così, non c’è contraccolpo psicologico al tentativo fallito dal braccio d’oro Lorenzo Musetti contro Taylor Fritz, oggi ancora troppo più forte ed esperto, reduce dalle belle prove di Torino, sulla superficie veloce indoor che lo esalta e col pettorale più alto (n. 8 ATP) fra i protagonisti della fase finale a 8 di Malaga. Sull1-1, con la famigerata “coppa Piqué” che, in contro-tendenza rispetto all’ATP assegna al doppio un ruolo decisivo, l’Italia trova la coppia che ha cercato per anni, che temeva di aver perso dopo il trionfo agli Australian Open 2015 e che non credeva più d’altissimo livello dopo la mancata qualificazione al Masters della settimana scorsa a Torino. Invece, all’improvviso, dà una lezione di tennis e di affiatamento a Sock e Paul. Due accoppiati per caso dopo l’esclusione dello specialista Ram e la rinuncia di Tiafoe, deluso da sé stesso dopo la batosta dal giovedì azzurro da leoni. «Deve andare in campo leggero, è molto più forte dell’anno scorso e non ha nulla da perdere». Gipo Arbino, coach/psicologo ha indottrinato al meglio Sonego, che produce 17 ace e l’84% di punti con la prima, volando via facile nel primo set dal 4-2, e poi reagendo all’1-3 ed a un set point nel tie-break: «Atmosfera incredibile: con tanti italiani a sostenermi, sembrava di essere a Roma. E’ fra le mie partite più belle. Sono rimasto concentrato punto dietro punto, senza mai pensare al risultato, al dopo, ho vissuto il presente. Ho cercato di essere sempre aggressivo. Così i valori, che in realtà sono sempre molto vicini, si sono avvicinati ancora di più. Anche grazie all’esperienza di Torino e Bratislava». […] «Siete una vera squadra, anche senza Berrettini che è venuto a tifare in panchina», applaude capitan Mardy Fish. «Sono orgoglioso di tutti i ragazzi, quel che conta è la prestazione non il risultato. Matteo ci ha aiutato tantissimo con la presenza e con le sensazioni anche in doppio», chiosa Filippo Volandri. […]

La Davis fa bella l’Italia (Stefano Semeraro, La Stampa)

Vince la panchina lunga. Vincono lo spirito di squadra, la voglia di farcela nonostante le assenze pesanti, anzi pesantissime. Vince l’Italia che come diceva qualche settimana fa Lorenzo Musetti, «deve guardare all’Italia di Mancini campione di Europa, alla forza di quel gruppo». Vince il progetto «che parte da lontano» di Filippo Volandri, ct che alla vigilia delle Final 8 di Coppa Davis a Malaga aveva scoperto di dover rinunciare ai due centravanti Matteo Berrettini e Jannik Sinner. Ma che ha sempre creduto in quello che potevano dargli, non le riserve, ma gli altri uomini di Coppa. A partire da Lorenzo Sonego, punto debole un anno fa contro la Croazia a Torino, ma protagonista ieri, sempre nei quarti, contro gli Usa a Malaga. E stato «Sonny» a mettere il timone a diritta nel primo incontro, superando in due set (6-3 7-6) il numero 2 degli States, Frances Tiafoe, che tre settimane fa lo aveva eliminato in scioltezza a Parigi-Bercy. Un primo set da leone, contro un Tiafoe ancora sonnolento, reduce da una vacanza alle Maldive; poi la determinazione di chiudere al secondo, annullando anche tre set point. Servizio devastante (17 ace, 84 di prime palle) e tanta solidità da fondo. L’altro Lorenzo, Musetti, non è riuscito a sigillare il discorso contro Taylor Fritz, il n. 1 degli yankee fresco semifinalista alle Atp Finals (7-6 6-3) così a staccare il biglietto per le semifinali ci ha pensato la coppia di veterani che non ne vogliono sapere di tramontare, Simone Bolelli – migliore in campo – e Fabio Fognini: 6-4 6-4 e una lezione per Jack Sock e Tommy Paul, il singolarista di riserva schierato a sorpresa (e incomprensibilmente) dal capitano Mardy Fish che molto ha fatto rimpiangere lo specialista Ram, lasciato a casa nonostante la vittoria al Masters. Confusione e presunzione Usa contro concretezza e «fame» azzurra. Il risultato fa 2-1 per l’Italia, che entra fra le prime quattro di Davis come non capitava dal 2014, e domani affronta la vincente fra Canada e Germania. Con il valore aggiunto di Berrettini, che nonostante il piede ko è volato lo stesso a Malaga, per tifare, incoraggiare, suggerire. Essere, comunque, uno del gruppo. Insomma una Squadra, con la maiuscola, come quella che 46 anni fa ci regalò l’unica Zuppiera della nostra storia. […]

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Flash

Italia, istruzioni per gli USA (Bertolucci). Musetti si risveglia n. 1: «Sono l’italia, un onore» (Palliggiano). Ottimismo Musetti (Bertellino)

La rassegna stampa di mercoledì 23 novembre 2022

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Italia, istruzioni per gli USA (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Italia-Usa al via oggi alle 10 è un quarto di finale di Coppa Davis che sfugge a ogni pronostico. Lo sarebbe stato anche con la presenza dei nostri big, Matteo Berrettini e Jannik Sinner. L’unica certezza è che gli Stati Uniti partiranno da favoriti nell’eventuale doppio decisivo. Certo, l’Italia, con Lorenzo Musetti e Lorenzo Sonego, che non sono riserve, nei due singolari che apriranno la sfida di Malaga può giocarsi le sue carte. Il Musetti visto negli allenamenti è in gran spolvero, il giocatore è apparso sereno e tranquillo. Evidentemente la superficie si adatta bene ai suoi ritmi e ai suoi tempi. Il carrarino ha fatto un buon rodaggio con i primi due match di singolare in Davis giocati quest’anno, uno a marzo in trasferta e l’altro più difficile tecnicamente a Bologna a settembre: il primo vinto in 3 set su Gombos (Slovacchia-Italia 2-3), il secondo in 2 parziali con Gojo (Italia-Croazia 3-0). In entrambi i casi ha gestito bene le due situazioni. Ma oggi l’ostacolo è più alto e duro. Il Fritz visto a Torino è un giocatore in grande forma e fiducia, il miglioramento evidente nel suo tennis lo ha spinto tra i primi 10 al mondo. È riuscito a completare il suo bagaglio tecnico dopo due anni dove era caduto in un purgatorio tennistico. L’unico aspetto che potrebbe penalizzare lo statunitense è la superficie, meno veloce rispetto alle Atp Finals di Torino. Fritz parte favorito. Per essere competitivo Lorenzo dovrà per prima cosa risolvere il problema della risposta perché il suo avversario serve bene. Sulla seconda di Fritz mi aspetto l’azzurro aggressivo. L’americano è un classico giocatore da dietro con un buon rovescio incrociato e discrete accelerazioni di diritto. Musetti ha un bagaglio tecnico più fornito ma meno pesante nei colpi, l’importante è che assuma sul campo la posizione corretta perché a volte fa ancora un po’ confusione restando troppo lontano dalla linea di fondo. L’altro singolare vedrà protagonista Lorenzo Sonego. L’azzurro in Davis ha sempre pagato delle cambiali durissime gestendo molto male sia in casa che fuori le occasioni che ha avuto. E per uno come lui, un lottatore nato, è una cosa che risulta incomprensibile. Lo reputavo sufficientemente freddo ma ci sono giocatori che si esaltano in Davis e altri che rendono meno nelle gare a squadre, e fino a oggi per lui è stato così. Mi auguro che questo tributo all’azzurro lo abbia pesantemente pagato e che in questa occasione così importante riesca a esprimere un tennis migliore. Un’ora prima del match Sonego conoscerà il nome del suo rivale. Sulla carta dovrebbe essere Frances Tiafoe, ma dagli spogliatoi di Malaga si vocifera di un possibile sorpasso di Tommy Paul. […]

Musetti si risveglia n. 1: «Sono l’italia, un onore» (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

 

Nemmeno una settimana fa sarebbe stato la prima riserva. Ora si ritrova numero 1 dell’Italia che domattina alle 10 scende in campo al `Martin Carpena’ contro gli Stati Uniti nei quarti di Coppa Davis. Prima Sinner e poi Berrettini hanno dato forfait; ma negli ultimi due mesi, e qui non ci sono dubbi, Lorenzo Musetti è stato il miglior italiano in assoluto. E a 20 anni è qui a Malaga pronto a sfidare il mondo con quel suo rovescio a una mano che incanta e quelle variazioni di gioco che spesso fanno impazzire gli avversari. Ieri il carrarese s’è allenato con Sonego sul campo adiacente al palazzetto dello sport in cui si giocano le Final 8. Ognuno seguito dai rispettivi coach, ma con la supervisione del capitano Volandri. Due ore intense, serie, il giusto mix tra sfottò e imprecazioni. Tensione si, ma fino a un certo punto prima di debuttare in quella Coppa che manca all’Italia dal ’76. Arriva a Malaga da numero 1 Italiano. C’è pressione? «Un po’, ma la sto vivendo molto bene, l’armonia nel gruppo me la fa sentire meno. Rappresentare l’Italia mi rende felice e orgoglioso e spero di non far rimpiangere Sinner e Berrettini. In più, quest’anno ho fatto tante esperienze mi sento un tennista e una persona migliore».

In che condizioni ci arriva?

Ho cercato di allenarmi al meglio, ma anche di riposare ed è stato fondamentale per ricaricare le pile. Ora mi sento pronto per questa avventura e sono convinto che tutta la squadra può fare un bel percorso nonostante le assenze.

Domani affronterà Fritz, semifinalista alle Atp Finals di Torino.

Ultimamente ha espresso il suo miglior tennis, ma potrebbe anche ritrovarsi in una condizione fisica non ottimale. È un giocatore fastidioso e il cemento è la sua superficie preferita. Tra di noi c’è solo il precedente di Wimbledon, dove ho perso in tre set al primo turno. Da quel confronto sono cresciuto parecchio, ho battuto giocatori più in alto di me in classifica: spero di fare una bella prestazione e portare il punto a casa. Siamo sfavoriti rispetto agli Stati Uniti, ma abbiamo le carte in regola per batterli. Il campo è leggermente più veloce rispetto a quello di Bologna ma questa cosa ci può anche favorire. Siamo pronti a lottare fino all’ultimo respiro per questa maglia. […]

Berrettini arriva oggi per fare il tifo. Si sta creando un bel legame tra voi.

Purtroppo Matteo non può giocare per infortunio, ma è bello e onorevole che abbia trovato il tempo per venire qui. Siamo davvero contenti di vederlo. Farà il tifo per noi, ce n’è bisogno.

Ottimismo Musetti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Ha esordito in singolare a inizio marzo a Bratislava, conquistando nell’ultimo match, in rimonta, il punto del successo sulla Slovacchia che ha aperto all’Italia le porte dei gironi delle DavisCup Finals. Poi a Bologna, a metà settembre, battendo nel primo incontro Borna Gojo, ha aperto le danze per la preziosa affermazione sulla Croazia. Ora però le defezioni per infortunio dei top 20 Jannik Sinner e Matteo Berrettini proiettano Lorenzo Musetti al ruolo di numero uno della squadra capitanata da Filippo Volandri che domani a Malaga sfida gli Stati Uniti nei quarti di finale. «Sinceramente per adesso non sento pressione, la sto vivendo molto bene, siamo amici, in questo gruppo e c’è davvero una bella atmosfera, anche durante gli allenamenti riusciamo a divertirci con energia e motivazione, e credo che questo sia importante quando si gioca per una squadra – afferma il 20enne di Carrara -. Siamo dispiaciuti per le assenze di Sinner e Berrettini, le punte di diamante del nostro team, ma ci daranno supporto da lontano e noi metteremo sul campo tutto ciò che abbiamo per provare a non farli rimpiangere. Gli Stati Uniti sono forti ma abbiamo le carte in regola per batterli, sono convinto che possiamo vincere anche senza Matteo e Jannik. Cercherò di tirare fuori il meglio, rappresentare l’Italia è sempre un orgoglio: questo gruppo ti spinge a non mollare mai». Salvo sorprese dell’ultim’ora, il NextGen azzurro dovrà misurarsi con Taylor Fritz, numero 9 della classifica mondiale, reduce dalla semifinale alle Atp Finals di Torino. Il 25enne Californiano è il leader del team stelle e strisce, che comprende anche Frances Tiafoe (n.19), Tommy Paul (n.33), oltre allo specialista del doppio Jack Sock. «Contro Fritz sarà dura, visto che arriva da una stagione incredibile. E’ fastidioso, in questi campi serve bene ed è pesante da fondo. A Wimbledon ci ho perso in tre set, però da allora sono cambiato molto, ho battuto anche giocatori di un certo calibro ed è aumentata la mia fiducia. Spero di giocare senza pensieri ed esprimere il mio miglior tennis con l’obiettivo di cogliere un punto prezioso per l’Italia. La Coppa Davis è molto importante, la viviamo in più tappe e unisce tantissimo. Ci fa vivere con intensità ed energia grazie alla squadra e al gruppo, che raddoppia le emozioni». […] Lorenzo ha voglia di chiudere in bellezza un 2022 in crescendo con la Nazionale. «Il debutto in Davis con la Slovacchia è uno dei momenti che ricordo con più piacere. L’attaccamento alla maglia è incredibile, non lasci andare mai niente e lotti fino alla fine. Senti l’energia dei compagni, dello staff e questo ti porta a dare sempre il 100%. E’ stato un anno ricco di nuove belle esperienze, e la Davis è una di queste: mi ha fatto migliorare non solo come atleta ma anche come persona. Credo nel lavoro e nell’umiltà di non entrare sconfitti – chiosa Lorenzo – sarà una bella sfida contro una grande squadra».

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