Odissea '17 nello spazio. Da Wimbledon a Firenze passando per l'Australia

Editoriali del Direttore

Odissea ’17 nello spazio. Da Wimbledon a Firenze passando per l’Australia

Meno male che ha vinto Roger Federer. Quando Vueling non vuol dire volare. Nel segno di Kafka. Caos a Gatwick Airport

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Stanley Kubrick non si offenda per il plagio (parafrasato) del titolo. Anche questa, però, non è una storia di tennis, sebbene abbia visto coinvolti (vittime?) diversi aficionados del tennis rei di amar troppo Roger Federer. Non è nemmeno una storia di ace e servizi vincenti. Quello era il nome del mio vecchio blog, il papà di Ubitennis. È tutt’altra cosa, una storia di… disservizi e team perdenti, spagnoli e britannici. Una lunga storia durata incredibilmente quasi 34 ore. 

È cominciata il lunedì dopo la magica domenica che ha incoronato Roger VIII dopo 5 anni senza più lo scettro, a Southfields, la stazione dell’underground dove si deve scendere se si deve imboccare Church Road e approcciare l’All England Club di Wimbledon. “Alright here for Wimbledon tennis” ammonisce – ma non è un warning di Layani – l’altoparlante della “tube” diffidandoti dallo scendere alla fermata successiva della District Line, sebbene si chiami Wimbledon. Quella fermata dal nome ingannevole – quanti saranno caduti nella perfida trappola! – è molto più lontana dall’All England Club. E c’è una salita che levati, un piccolo Izoard per chiunque non abbia la mountain bike e somigli a Fabio Aru o Vincenzo Nibali.

Un’oretta di minicab SouthWestCar (al modico prezzo di 35 sterline, la metà dei taxi “ufficiali”) e sei, anzi… sono, a Gatwick, al South Terminal, baldanzoso e appagato dal nuovo sapere a seguito dell’illuminante conferenza stampa dell’ottuplo campione di Wimbledon che ha appena spiegato perché i giovani della NextGen non riescono a far breccia nel muro dei Fab Four: “Non sanno fare le volée, i loro coach non gliele insegnano, fanno serve&volley 2 volte su 100… per me è una vera pacchia poter rispondere bello tranquillo, anche alto se necessario, sapendo che tanto non mi aggrediranno fin dalla battuta – mi si consenta qui una traduzione un tantino libera che rispecchi il senso delle parole del Messia della Racchetta; è comunque Vangelo e anche i 4, Giovanni, Luca, Matteo e Marco, ne hanno “pubblicate” diverse versioni, non sempre collimanti – ed è una pacchia anche per Rafa, perché se il n.50 del mondo pensa di poterlo battere scambiando da fondocampo, è un povero illuso. E se non sono zoppi o doloranti al gomito – aggiunge benevolo il Messia –  nemmeno Andy e Nole ci perderanno mai. Come fanno, questi benedetti giovani della NextGen, a non intuirlo?”. Ipse dixit. Parole – ovviamente – sante.

 

Illuminato d’immenso anche il vostro cronista si avvicina beato al check-in di quella compagnia che ha nel nome il suo programma: Vueling. Lì scopre di non essere solo. Trecento, forse quattrocento persone bivaccano in coda, l’aria sconsolata. Che cosa è mai successo? I soliti ben informati sono quelli che hanno internet e free roaming (o wi-fi). Curiosamente non sono mai gli addetti in uniforme della Menzies che fanno servizio (parola grossa…) all’aeroporto di Gatwick, ma che almeno muovendosi disordinatamente e senza costrutto dimostrano di esistere. A non esistere, invece, sono gli irresponsabili della Vueling. Non sto offendendo nessuno. Semplicemente constato. A Gatwick, ma anche in tanti altri aeroporti, Vueling non ha proprio personale. Ergo non sarebbe giusto considerare responsabile di una qualunque situazione che venga a crearsi, anche la più delicata, qualcuno che non c’è. Mossa furba, e risparmiosa, questa della compagnia iberica low-cost che riesce, per più che comprensibili esigenze di bilancio, ad evitarsi l’incombenza di un qualsiasi proprio rappresentante in loco, scaricando qualsiasi patata bollente su addetti aeroportuali che non hanno la minima idea di quel che Vueling ha programmato in Spagna. E cioè se l’aereo che deve atterrare è partito. Se è in volo, se è in ritardo. Se c’è qualche problema in aeroporto.

Meno male che ci sono gli internauti. Cortesi, sono alcuni di loro a prodigarsi per diffondere la notizia dell’aereo di Air Canada Rouge cui nel decollo è scoppiata una ruota, che si è anche incendiata. L’aereo ha dovuto far retromarcia e ritorno sulla pista che, trattandosi di un atterraggio d’emergenza, ha dovuto essere debitamente preparata. Caos, sirene, torre di controllo allertata e sulla pista d’atterraggio grande emergenza. Non solo ambulanze e sicurezza di tutti i tipi. Dalle 15 in poi la pista ha dovuto essere… insaponata. L’atterraggio è stato indolore, un po’ di paura a bordo, ma il pilota è stato bravo. Poi però è stato necessario rimuovere l’aereo. C’è voluto un bel po’ di tempo. La pista è rimasta inservibile per quasi tutta la giornata. Molti voli sono stati spostati sulla pista di rullaggio, altri in arrivo cancellati e, di conseguenza, anche in partenza (almeno una ventina fra i quali il Gatwick-Firenze della Vueling in code-share con la British Airways). Naturalmente – o assai poco naturalmente – quasi tutti i passeggeri dei voli prima ritardati e poi cancellati sono stati tenuti all’oscuro di quel che stava succedendo.

Vueling ha brillato per l’assenza dei propri rappresentanti (che non essendoci non potevano palesarsi). Tutti allo sbando, per i vari voli in programma, Firenze, Barcellona, Bilbao e non so più quali altri. Diverse centinaia di passeggeri… frustrati. Nessuno che ti dicesse, nemmeno del personale di Gatwick – impreparato come pochi – se l’aereo che doveva arrivare da quella o quell’altra località era in volo, sarebbe forse atterrato oppure no. Ho saputo il giorno dopo che l’aereo Vueling da Firenze non era stato fatto nemmeno partire. Perché non sia stato avvertito il personale di Gatwick, che ha proceduto a imbarcarmi le valigie come se nulla fosse, è un mistero. Dalle 16 del pomeriggio è stato un lungo bivacco, in mezzo ad un caos impressionante, con i viaggiatori che continuavano ad arrivare, nessuno che spiegava nulla, e tutti si mettevano in coda speranzosi.

Quattro ore dopo, intorno alle 20, la notizia: il volo è stato cancellato. E tutti a cercare l’albergo nei paraggi di Gatwick… con i prezzi di Booking.com e vari siti internet che salivano vorticosamente così come le distanze, 35 km, 45 km e “forse vi conviene andare dalle parti di Heathrow, l’altro aeroporto”. Già, ma chi paga? Nessuno lo sa. “Provate ad andare e probabilmente vi rimborseranno”. Probabilmente? E chi ci assicura? Nessuno. “Tornate fra un’ora”. Il tornate fra un’ora ce lo siamo sentiti ripetere per circa 3 ore. Nel frattempo i più svegli si erano fatti ri-prenotare per l’unico aereo prendibile, il giorno dopo. Ma la garanzia del posto? “Non ci dovrebbero essere problemi” era la risposta poco rassicurante, perché il check-in on line non funzionava, il posto non veniva assegnato. E i miei bagagli imbarcati? “Non si preoccupi, li rimetteremo sull’aereo domani…” … se c’è posto.

Code ai taxi che non vi dico per chi se ne voleva andare. Un po’ prima di mezzanotte si viene avvertiti che qualche bus porterà i passeggeri rimasti a terra negli alberghi falle parti di Heathrow. Quali alberghi? Non si sa. Qualcuno è disposto a dividere la camera con uno sconosciuto? Capita di sentirsi proporre di tutto. Magari potrebbe pure nascere una love-story. Gli alberghi hanno prezzi salati, la certezza del rimborso nessuno sembra assicurarla. Una signora albanese non ha una sterlina e non parla inglese. Una ragazzina molto in gamba di Reggello e di 17 anni si prende cura di lei: dividerà la camera d’albergo. Avverto la padrona di casa di Wimbledon, scusandomi per l’ora e la scocciatura, la camera da rifare, le lenzuola in lavatrice, riprendo la mini-cab di Wimbledon, che impiega 1 ora ad arrivare a Gatwick e torno da dove ero partito, offrendo un passaggio a un giovane ingegnere fiorentino che opta anche lui per tornare a Londra. E via.

Pensavo che fosse finita lì. Ma non mi fido. E martedì torno in buon anticipo per l’aereo Vueling delle 16,20. Alle 13, 30 sono di nuovo a Gatwick. Il caos non è diminuito. Ci sono i passeggeri di ieri e quelli di oggi. Confusione indescrivibile. Tutti in coda. Io la salto per chiedere se davvero i miei bagagli sono al sicuro, imbarcati come mi è stato assicurato il giorno prima, in presenza di testimoni (l’ingegnere fiorentino…). Macchè. “He didn’t know what he was talking about (non sapeva quel di cui stava parlando!)” mi dice il nuovo addetto al check-in (servizio dell’aeroporto). “Lei doveva ritirare il bagaglio ieri sera…”. Non vuol credere che un suo collega mi aveva detto di andar via “perché tanto le sue valigie sono state chekkate e saranno sul suo aereo”. Bene, come si fa a ritirarle per rifare il check-in daccapo? “Eh aspetti, chiedo al manager…”. Sparisce, torna dopo un quarto d’ora. “La scorteranno al deposito bagagli agli arrivi…”. Quando? Non si sa, c’è grande confusione, occorre aver pazienza. Un’ora. Sono le 14,45. Non perdere la pazienza è roba da uomini forti. Anche perché ogni tanto qualcuno del servizio aeroportuale Menzies passa, ma il tizio che fa il check-in a decine di passeggeri furibondi non li vede, ha la testa nel computer.

Ne fermo un paio, senza successo. Poi un terzo mi dà speranze. ”Non si muova da qui”. Un quarto d’ora dopo, e sono le 15, eccolo che spunta con una ragazza in divisa. Non ha l’aria soddisfatta. Il suo turno di lavoro era finito. L’hanno precettata. Dobbiamo uscire dalle partenze, andare agli arrivi. Dogana per uscire e passare dall’altra parte con controllo minuzioso del bagaglio a mano, liquidi nel frattempo presi da gettare, computer e Ipad da far uscire… solite cose. Si attraversa tutto l’aeroporto e si va al deposito bagagli. Due stanzoni con centinaia di bagagli. “Do you recognize yours?” Insomma la valigia rossa è facile, il trolley nero meno. Mi pare un miracolo trovare prima l’una e poi l’altro. Accidenti… la valigia me l’hanno rotta! Non ha più una ruota. “Se vuol fare il reclamo adesso… non so se ce la facciamo…” dice la mia accompagnatrice che non vede l’ora di andarsene via. Ma l’uomo dei bagagli garantisce: “In 10 minuti si fa”. È di parola. Riattraversiamo tutto l’aeroporto, con il bagaglio a mano che andrà re-ispezionato, la valigia che non ha più la ruota e va sollevata, la ragazza che si offre – mossa a compassione – di trascinare il trolley. Sono sudato fradicio, non un bello spettacolo. Perché in mano ho anche la giacca e il piumino da moto. Ma al check- in la ragazza ritiene giustamente di aver svolto la sua missione, non ne può più e mi abbandona. Ha già fatto lo straordinario.

In quel mentre la signorina del check-in presso il quale sono in fila (preceduto da una famiglia di 4 persone che impiega una vita a sistemare figli e bagagli a mano) annuncia che dopo la famiglia chiuderà il suo desk: “My shift is over” e che devo cambiare coda! Sbotto: “Eh no, is not over perché io sono qui da ieri pomeriggio e lei ora mi imbarca questa valigie…” così dicendo mi rivol​go al vicino di desk che mi aveva visto in attesa della scorta da un paio d’ore. Deve essere un capo… le dice di farmi il check-in, lei obtorto collo e bofonchiando obbedisce. Io spero solo che non mi mandi le valigie alla Mecca. Evviva, il check-in è fatto, c’è solo da ripassare con il bagaglio a mano. Sul tabellone un Vueling per Firenze accende la luce intermittente: boarding. Gate n.3. Corro. Mi riaprono per l’ennesima volta la borsa a mano. Arrivo trafelato al gate 3, dove c’è una gran coda e nessuno a fare il boarding. Se lo avessi saputo mi sarei comprato un panino.

Il volo è in ritardo. Vabbè. Due appassionati di tennis mi riconoscono, anche loro sono vittime del volo cancellato, ci facciamo un selfie, poi vediamo che diversi di quelli che arrivano al banco dove si controllano biglietti e passaporti vengono rimandati indietro. Perché? Perché al volo originariamente previsto ne è stato aggiunto un altro, sempre per Firenze. Ma sul tabellone degli orari non ne è comparso che uno. Naturalmente il mio, e quello di una ventina di altri che sono lì, non è questo del gate 3. E quello del gate 25, tutto dall’altra parte. E doveva essere già imbarcato. Giustamente un signore chiede alle due hostess di prendere un microfono in mano per avvertire i presenti di guardare bene il numero del loro volo perché c’è un altro Vueling per Firenze, ma al gate 25. Corriamo tutti come matti, facendo gimkane inverosimili fra la gente. Mentre l’altoparlante dell’aeroporto: “Passengers for Florence, please go to gate 25, the flight is boarding”.

A correre ci sono anche signore anziane che sbuffano come mantici. Ma, chi prima chi dopo, tutti arrivano al fatidico gate 25. L’aereo non è pieno. Sono le 16,20. Le porte dell’aereo restano aperte a lungo, le 17, le 17,15, e noi sull’aereo. Il comandante annuncia che trattandosi di un volo straordinario occorre avere pazienza. Non era previsto lo slot. Qualcuno si accorge, da internet, che un volo Vueling per Firenze è previsto per le 20 e dice: “Ecco perché non c’era sul tabellone delle partenze”. Il comandante dell’aereo, spagnolo, spiega che “stiamo trattando per ottenere uno slot anticipato” (anticipato è una parola grossa ed impropria)Verso le 18,00 annuncia: “Ho una brutta notizia…”. Brivido generale. Prosegue: “La direzione dell’aeroporto ci ha comunicato che non potremo partire prima delle 20, quindi disimbarchiamo e poi reimbarcheremo”. Le hostess avvertono che non potremo lasciare il bagaglio a mano sull’aereo. Una signora scalpita perché vorrebbe fumare una sigaretta.

Si apre il portello dell’aereo. Ma non si apre il portello in fondo al corridoio sopraelevato che congiunge l’aereo all’aeroporto. Il comandante chiama ma sembra che manchi il personale per venire ad aprirci. “Ma allora siamo prigionieri!” commenta una delle tante ragazze toscane che sono sull’aereo, Firenze, Prato, Empoli, Reggello, che hanno dovuto tornare al college dov’erano a un’ora e mezzo da Gatwick la sera prima a mezzanotte, ma che sono – beate loro – di buon umore. A un certo punto viene spenta l’aria condizionata, per poco per fortuna, e si leva un grido di protesta. Il personale di bordo di Vueling può offrire l’acqua, ma per il resto chi vuole bere o mangiare deve pagare. Il personale è gentile, e imbarazzato, ma non ha ordini per fare diversamente. Dovrebbero chiamare in Spagna… ma con chi parlano che li autorizzi? Chiedo se è possibile avere magari un caffè. E loro gentilissimi: “Sì, ma è proprio cattivo… è fatto con l’acqua dell’aereo…”. Lasciamo perdere.

Alle 19 miracolo, anche il portello del corridoio viene finalmente aperto, ma il comandante avverte: “Se volete potete scendere, ma visto come sta funzionando l’handling di Gatwick oggi vi consiglio di rimanere… perché non vorrei che aveste problemi nel risalire”. Una coppia venuta dal Canada via Londra, vittima del volo cancellato il giorno prima, aveva i biglietti per un concerto di una band canadese a Firenze (The Arcade Fire… da me mai sentita). E il biglietto di ritorno questo giovedì. Mi chiedono a che ora possa finire il concerto all’Ippodromo. “Minima idea. Ma prima delle 23,30 a Firenze se anche partiamo alle 20,30 inglesi non arrivate, poi l’albergo a lasciare le valigie e poi all’ippodromo… a mezzanotte suoneranno ancora”. “Restiamo a Londra?” suggerisce lui. Lei chiama due amici: “Firenze per un giorno e mezzo è meglio che niente” è il suggerimento. Accettato, insieme a un paio di buoni ristoranti che gli consiglio e un breve tour per… giapponesi trafelati.

Siamo finalmente partiti alle 20,30 e arrivati alle 23,30. L’atterraggio viene salutato da un coro entusiasta delle ragazze toscane “3-2-1 applausi!!!” e l’aereo quasi trema. I canadesi con il bagaglio a mano corrono ai taxi. Mi ero offerto di accompagnarli all’hotel, ma dovevo ritirare le valigie e era appena arrivato un altro aereo da Francoforte. Attesa imprevedibile. Così hanno fatto la loro scelta. Non potevano sapere che c’erano almeno 200 persone in coda.

Chiedo scusa per questo lunga pappardella, ma l’avevo promessa agli altri viaggiatori, molti dei quali si consolavano così: “Meno male che ha vinto Federer, se non era per lui!”Ci avrei messo meno ad andare in Australia, ma l’importante è arrivare. E poi ha vinto Federer.

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Editoriali del Direttore

Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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Editoriali del Direttore

Chi vuole biglietti sicuri a Wimbledon si affretti, costano poco

Niente click-baiting, è solo una reazione istintiva all’annuncio dell’All England Club che offre 1250 biglietti del campo n.1 per i prossimi 5 anni a prezzi incredibili

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Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Lì per lì, leggendo che l’All England Club aveva messo in vendita 1.250 biglietti per il campo n.1 e per 5 anni mi sono subito detto (2022-2026): guardiamo con attenzione. Fosse la volta buona che, sacrificandosi un po’, si arriva a conquistarne uno? Un affare non sarà di certo, però diamogli un’occhiata. E sono andato a leggere curioso la mail che mi è stata spedita, quasi che l’incalzare degli anni non mi avesse un pochino ammaestrato. Macché. Addirittura ho pensato che un biglietto solo, se vuoi fare un vero piacere a qualcuno cui tieni, di solito non basta. Devi averne due. Tutti amano viaggiare e vedere tennis in compagnia di qualcuno.

Dopo 47 anni di “persecuzioni” subite incessantemente da carissimi amici che mi tirano per la giacchetta, “Ma non avresti per caso un biglietto per farmi venire a Wimbledon? È il mio sogno…” e che vorrei esaudire, eccomi lì a spiegare pazientemente ogni volta che no, i biglietti a Wimbledon si trovano soltanto iscrivendosi al ballot, al sorteggio. E anche che le richieste sono centinaia di migliaia da tutto il mondo. E il ballot resta per quasi tutti l’unica soluzione, salvo che per pochissimi privilegiati, dignitari di corte, membri anziani dell’All England Club (fra i quali i vincitori dei Championships… se non si sono comportati male), giocatori finché sono in gara e con pochissimi biglietti solo per i campi sui quali giocano, perché sul centre court ci stanno soltanto 14.979 posti, non uno di più, contando a parte il Royal Box e la tribuna stampa.

Così mi sono documentato, speranzoso. I 1250 posti “Debenture Holders” – che sarebbero gli obbligazionisti che hanno “prestato” i loro soldi a Wimbledon a rate in cambio di biglietti dei Championships – sono per 11 giorni soltanto e per il campo n.1. Il Court 1 se non altro ha il tetto dal 2019 (lo hanno ultimato 10 anni dopo il centre court). Hai quindi la certezza di assistere ai match in programma anche se piove, ma tenendo presente che semifinali e finali femminili e maschili – dal giovedì in poi – di regola si giocano soltanto sul centre court.

 

Vero che dal 2022, ora che è stato abolito il tradizionale “Middle Sunday”, la domenica di mezzo che era destinata al riposo, c’è un giorno in più di gare, ma i britannici mettendo in vendita 11 giorni coprono per l’acquirente anche la possibilità che per motivi climatici o qualsiasi altra evenienza, si possano giocare match importanti sul n.1 anche nella giornata di giovedì della seconda settimana dei Championships.

Ma veniamo al dunque. Sapete quanto chiede l’All England Club agli “obbligazionisti” per 55 biglietti, cioè un biglietto al giorno per 11 giorni dei prossimi 5 anni? 46.000 sterline! VAT (la nostra IVA) inclusa… salvo che l’incidenza della VAT cambi nei prossimi 5 anni (sempre meglio cautelarsi). Dividendo 46.000 sterline per 55 significa semplicemente che per garantirsi un biglietto sicuro al giorno bisogna farsi carico della modica cifra di 836,36 sterline a biglietto, ovviamente anticipandola sin d’ora. Al cambio odierno 974 euro. E non sei sul Centre Court, non sai quel che ti può capitare.

Però l’All England Club si affretta a ricordare al colto e all’inclita che il Court One è stato il palcoscenico di alcune delle star più eccitanti del tennis… e che, udite udite, quest’anno ha ospitato addirittura Emma Raducanu nella sua ascesa verso gli ottavi di finale. Ma non si ferma lì: si premura di ricordarci anche che su quel campo nel 2019 avvenne la strepitosa performance di Coco Gauff contro Venus Williams, sempre nel suo percorso verso gli ottavi di finale. Insomma, amici, potrebbe capitarvi anche un ottavo di finale davvero epico (beh io ci ho visto Berrettini-Aliassime… e a suo tempo il trionfo di Quinzi). 

Chi volesse… “investire” 1.948 euro al giorno per assicurarsi una coppia di biglietti e fare le p.r. di maggior appeal, ora sa tutto. Occorre farsi avanti entro il 29 ottobre. Si riceverà risposta positiva o negativa entro il 12 novembre. Si pagherà la prima rata entro il 19 novembre. Si riceverà il certificato obbligazionario il 6 dicembre. Si pagherà la seconda rata il 30 marzo 2022. Il valore nominale del prestito obbligazionario verrà restituito il 3 agosto 2026.

Tutto chiaro? State correndo a mandare i soldi? Eppure sono certo che qualche banca, qualche grande azienda che ha necessità di fare p.r. con i suoi clienti, presenti o futuri, quei soldi li troverà. Bravi gli organizzatori a gestire i loro introiti così. Spero che non legga questo articolo Angelo Binaghi. Ora che Roma sembra destinata a poter disporre finalmente degli agognati 10 giorni di gare, gli occhi al presidente brillavano come quelli di Paperon de’ Paperoni alla vista della sua piscina piena di dollari.

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Editoriali del Direttore

US Open: Djokovic meritava il Grande Slam più di chiunque. Ha perso per sempre il treno?

Era più stanco o più stressato? Ha vinto più Medvedev o ha perso più lui? Non è il Superman dalla forza mentale che si credeva. Il pianto di un uomo che ha comunque colto un successo fin qui sfuggitogli

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Ho scritto mille volte, nel corso dei vari dibattiti su chi meritasse di essere il più forte fra i tre grandi di questo terzo millennio, di non tifare per nessun tennista in particolare, ma di tifare di volta in volta per la storia giornalisticamente più bella da scrivere.

Ad esempio la vittoria di Federer su Nadal sulla terra rossa e viceversa quella di Nadal su Federer sull’erba, tanto per esprimere in sintesi un’idea.

Così non ho alcuna difficoltà ad ammettere che domenica sera ho sperato fortemente in un successo di Djokovic, perché quella sarebbe stata una vittoria epica, certamente storica. E per quanto riguarda me personalmente forse unica, perché se sono passati 52 anni dall’ultima di Rod Laver non è affatto detto che avrò il privilegio di poter celebrare un futuro Grande Slam. L’ottuagenario australiano di Rockhampton era in tribuna e resta – almeno per un altro anno – il membro solitario del club più esclusivo della storia moderna del tennis.

 

So bene che i fan più sperticati di Federer e Nadal tifavano Medvedev soprattutto temendo il sorpasso nel numero di Slam vinti, che ora rimangono 20 per ciascuno e non è neppure detto – come ho subito accennato nel video che ho registrato tre ore dopo la conclusione della finale – che in futuro sia modificato, perché se oggi come oggi a dispetto della bruciante batista Djokovic sembra dei tre il candidato più probabile ad accrescerne il numero, i vari Medvedev, Zverev, Tsitsipas, non sono per nulla disposti a farsi da parte senza colpo ferire.

Mi fa piacere che anche grande parte del pubblico dell’Ashe Stadium, sebbene maleducato e scorretto oltre ogni dire, abbia sentito la vicenda allo stesso mio modo. E mi fa piacere anche che per una volta Djokovic abbia potuto sentirsi “speciale”, come ha detto luianche se immagino che avrebbe preferito uscire fra i ‘buuuh’ ma vittorioso. Per una vita si era trovato invece, soprattutto contro Federer ma anche contro Nadal, negli scomodi e indesiderati panni vestiti ieri sera da Medvedev. Quando Nole vinse la finale di Wimbledon 2019, a seguito di quei due match point svaniti per Federer, il pubblico inglese – anch’esso privo di un minimo fairplay – riuscì a togliergli perfino la voglia di esultare al loro cospetto.

Certo può anche essere che molti presenti all’Ashe Stadium abbiano incoraggiato l’improbabile “resurrezione” di Djokovic sul 6-4 6-4 5-2 perché viene naturale tifare per l’underdog, lo sfavorito, e per godersi più a lungo un match per il quale si è pagato un biglietto abbastanza salato, però credo che possa aver prevalso anche il desiderio di assistere a un evento sportivamente storico. Forse anche per poter raccontare agli amici, o a se stessi, “quel giorno c’ero anch’io”. Il mio modo di vivere e “sentire” il tennis non mi consente di amare e capire chi tifa contro. Mi sta bene e capisco invece chi tifa per. Eppure ho tanti amici, perfino tra alcuni colleghi, che non fanno mistero di tifare contro un giocatore perché non vogliono che possa superare il loro prediletto.

Una volta chiarito come sento e penso… e starei per aggiungere ‘ammesso che a qualcuno interessi’, ma tanti lettori però me lo hanno spesso chiesto, dico la mia sul match. Medvedev ha giocato da fenomeno, direi simil miglior Djokovic “uomo di gomma” quando c’è stato da recuperare palle “disumane”, correndo come non è normale che corra un uomo di un metro e 98 centimetri, anche se è magro come un giunco (seppur più duro di un bambù), ma dire che Djokovic era teso come una corda di violino, tanto da non riuscir mai a liberarsi dalle sue streghe, è dir poco.

Forse soltanto se gli fosse riuscito quel break all’inizio del secondo set, quando è stato 0-40 sul servizio di Medvedev nel secondo game, avrebbe potuto ritrovar se stesso. L’occasione a mio avviso l’ha avuta sulla prima palla break, quando il vero Djokovic avrebbe recuperato la smorzata di Medvedev senza metterla in bocca al russo. Sulle altre è arrivato l’ace n.9, poi un rovescio slice deficitario (come quasi tutti nella serata serba: le gambe di Djoker sembravano di legno, macché di gomma!) prima dell’ace n.10 e un altro punto per Medvedev peso come una mazzata decisiva alla psiche già turbata di Nole.

Fra due giocatori di simil livello le vittorie di uno sull’altro si spiegano quasi sempre con una giornata buona di un tennista e una giornata meno buona dell’altro. Però è sempre difficile dire fino a che punto una partita l’abbia vinta uno e persa l’altro. Ci si addentra nel gioco delle percentuali. E se dicessi che l’ha persa più Djokovic passerei per suo tifoso. Se dicessi che l’ha vinta più Medvedev passerei invece per tifoso di Federer o Nadal, o tutti e due.

Ma un’opinione va espressa. Intanto, dati a Medvedev i meriti di Medvedev, perché il russo che diventa il terzo Slam-winner del suo Paese dopo Safin e Kafelnikov ha servito davvero come un Isner/Opelka in buona giornata – 3 punti appena persi in tutto il primo set in 5 game di servizio contro il miglior ribattitore del mondo hanno indirizzato per l’uno e per l’altro un po’ tutto il match – va scelto il tipo di analisi per spiegare la deludente partita di Djokovic: era più stanco o più stressato, se non vogliamo cavarcela con un pilatesco “tutti e due”?

Chi propende per la stanchezza dice che Nole è stato in campo quasi sei ore più di Medvedev e sottolinea che il russo ha passeggiato in tutti i suoi incontri, avendo lasciato un solo set – e dopo aver vinto i primi due – al perticone olandese dal nome impronunciabile come quelli di certi ciclisti fiamminghi e che non scrivo altrimenti… faccio un refuso! (van de Zandschulp, ndR!). Alla fine Novak ha perso nove set (se si contano anche gli ultimi tre, che un po’ vanno contati perché in quanto persi contano eccome) e Medvedev uno soltanto.

Ma la tesi della stanchezza mi convince poco. In fondo Novak si era fermato per quasi un mese, dalla sconfitta olimpica di Tokyo in poi. E i set persi a Flushing, salvo i i due con Zverev, sembravano più frutto di distrazione che altro. Non si è mai avuta la sensazione, nel corso di tutte quelle partite salvo che nella semifinale di venerdì con il tedesco campione olimpico, che quelle partite Novak potesse perderle. Anche contro Berrettini… sì, c’è stato un primo set di straordinario livello e intensità, cui però ha fatto seguito un 6-2 6-2 6-3.

Secondo me l’ipotesi stanchezza fisica si regge quindi soltanto sulla semifinale lottata, ma vinta 6-2 al quinto, contro Zverev. Certo ad una modesta stanchezza fisica può aggiungersi la stanchezza mentale. Dopo quello che era successo a Tokyo, trovarsi indietro di un set, e per 6-2, contro Zverev, poteva aver prosciugato qualche energia nervosa. Ma chi non aveva scritto che Djokovic si era dimostrato ancora una volta campione indistruttibile, quasi robotico? I 34 anni di Novak non li cita mai nessuno – a differenza di quanto accadeva per Federer e anche per Nadal – perché all’uomo di caucciù non si richiede un certificato anagrafico.

Insomma, io propendo decisamente per la teoria dell’iper stress che colpì a suo tempo – leggi 2015 e match con Roberta Vinci – Serena Williams. Nessun tennista meglio di Serena può capire cosa sia successo a Novak.

Ma con una differenza sostanziale. Sul conto di Serena  e del suo diritto a essere considerata la più forte tennista almeno della sua epoca, nessuno ha mai dubitato. Invece Djokovic, dopo aver sofferto e lottato moltissimpo per ergersi al livello degli altri due mostri… nati prima di lui, è riuscito a instillare il dubbio di poter essere considerato più forte di loro, ma senza averne mai l’assoluta certezza. Conquistare il Grande Slam, più ancora che sorpassarli come numero di Slam (che potrà sempre riuscire a fare), poteva dare il colpo decisivo alla storia da scrivere.

Sulle sue spalle c’era quindi un peso ancora più grosso che su quelle di Serena. E contro Medvedev non riusciva a spingere la palla, a tenere l’iniziativa nemmeno quando avrebbe potuto. Sentendosi disperatamente impotente ha pensato che l’unica strada possibile fosse quella di buttarsi a rete ogni piè sospinto. C’è andato 47 volte. Mai così tante a mia memoria in passato. Non era lui. Vero è, tuttavia, che quanto gli è accaduto va considerato piuttosto come una sorpresa. A molti, e anche a me, Nole – dopo quei sei mesi di confusione mentale, il guru della seconda metà del 2016 – sembrava essersi trasformato nell’incarnazione di una sorta di Superman capace di portare la forza mentale a livelli sconosciuti per la razza umana. E invece, non solo perché lo abbiamo visto per la prima volta anche piangere su un campo da tennis, commovendosi come sarebbe capitato a tanti, accorgendosi di essere caro e “speciale” per uno stadio intero, lo abbiamo improvvisamente riscoperto terrestre, umano. Uomo anche fragile come tutti noi comuni mortali nelle nostre giornate meno brillanti.

Novak Djokovic – US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Ma forse c’entra anche il fatto che il Medvedev di 9 mesi fa nella finale dell’Open d’Australia conquistato per la nona volta da Djokovic era lontano parente del russo ammirato domenica notte?

Diciamolo una volta per tutte: i risultati contraddittori di più partite giocati dagli stessi protagonisti di livello ravvicinato sono la prova provata di come ogni partita possa fare storia a sé, perché anche accennandone solo alcune restano troppe le componenti di tipo tecnico (la superficie è solo una di quelle…), fisico (impossibile essere sempre al 100 per 100 della condizione così come ritrovarsi nelle identiche condizioni dell’avversario nel corso di un torneo, perché non saranno mai stati uguali avversari, orari, incontri disputati, campi, clima), mentale (non sono mai uguali gli obiettivi diversi dalla ordinaria aspirazione alla vittoria, mai uguali le condizioni di stress, il vissuto, i desiderata), casuale (un net fortunoso e sfortunato su un punto importante, un infortunio, una pallata scagliata che colpisce un giudice di linea, oppure un altoparlante che irradia musica a tutto volume sulla palla break e consente a un giocatore di rigiocarsela con maggior chance è un esempio casuale …ma non così casuale in questa circostanza!).

New York ha rovesciato il match di Melbourne come fosse un calzino. Ma anche se qualcuno avrà giudicato Djokovic un po’ ruffiano – o, peggio, ipocrita se gli sta sulle scatole – quando ha detto: “Il mio cuore è pieno di gioia e sono l’uomo più felice perché mi avete fatto sentire speciale sul campo, non mi ero mai sentito così”, io invece credo che sia stato sincero.

Perché a suo modo anche Djokovic ha vinto qualcosa, una vittoria diversa dalle altre e dallo Slam numero 21, ma non meno importante e significativa. Per un campione l’amore della gente conta tanto. Djokovic ha probabilmente un po’ sofferto il suo ruolo subalterno nei confronti dei due primi Fab. Lo è stato per l’opinione pubblica ed è umano che potesse farsene un complesso, seppure mai confessato. Chi, del resto, lo avrebbe confessato?

Ma per chi come me crede di conoscerlo abbastanza, anche per averlo incrociato e visto fuori dal campo da tennis – come a Montecarlo in tante preparazioni del tradizionale Players Show in cui ho visto Novak far di tutto, dal presentatore al cantante, dal ballerino all’autore di sketch – Nole è migliore dell’immagine che molti hanno di lui.

E’ un ragazzo intelligente e ricco di personalità, un sentimentale, un generoso che d’istinto si butta anche in imprese complesse dalle quali molti altri rifuggirebbero (la PTPA è una di quelle) e nelle quali – vedi Adria Tour e più che l’organizzazione della stessa i contorni “social” ad essa costruiti attorno – è stato certamente un po’ superficiale, certamente non impeccabile.

Ma poiché tutto ciò c’entra poco con quanto è successo domenica sera, qui mollo. Concludo dicendo che lui è secondo me il tennista più completo, anche se stilisticamente forse l’interprete del tennis meno elegante, dei celebri Fab Four. Ma, grazie al fatto che si è dimostrato capace di vincere Slam e Masters 1000 a ripetizione su tutte le superfici degli Slam e pure indoor, è stato alla fine il più vicino a realizzare il Grande Slam, oltre che l’unico a vincerli consecutivamente sia pure non in un “calendar year”.  Per questo motivo trovo che meritasse più lui degli altri di conquistare quanto gli è appena sfuggito. E mi dispiace che abbia fallito questo appuntamento con la storia. Medvedev è stato il primo a vincere una finale con un Fab Four. Ed è stato indiscutibilmente migliore di Novak domenica notte. Nonostante quel gioco sgraziato, storto, davvero poco ortodosso, da sconsigliare a chiunque insegni tennis, lontano mille anni luce dal tennis classico eppur unico di Roger Federer – lo so, suona come un ossimoro, ma per me è unico anche quello del mancino di Maiorca – Daniil vincerà altri Slam. Però non sarebbe crollato il mondo se avesse aspettato ancora un altro Slam. Per me, insomma, era meglio se Medvedev ne vinceva anche due – o pure tre – nel 2022, ma non nel 2021. Temo infatti che anche per Nole, come prima per Roger e Rafa, sia passato un treno che non ripasserà. 

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