Hall Of Fame: Andy Roddick e Kim Clijsters tra gli immortali

Focus

Hall Of Fame: Andy Roddick e Kim Clijsters tra gli immortali

Nella cerimonia di Newport, ammessi alla Hall Of Fame anche il giornalista Steve Flink, vecchia conoscenza di Ubitennis, il maestro Vic Braden e la tennista in carrozzella Monique Kalkman van der Bosch

Pubblicato

il

 
 

Photogallery (Slideshow / Courtesy ITHF)

Full transcript conferenza stampa (in inglese)
Full transcript cerimonia di introduzione (in inglese)

Conferenza stampa Andy Roddick (video)
Conferenza stampa Kim Clijsters (video)
Conferenza stampa Steve Flink (video)
Conferenza stampa Monique Kalkman (video)

 

Nella suggestiva cornice dei suoi storici campi in erba, la International Hall of Fame of Tennis di Newport ha celebrato l’ingresso nel suo ristrettissimo club di cinque nuovi membri. La cerimonia annuale, che come tradizione si svolge il sabato del torneo ATP 250 di Newport, l’unico a disputarsi su campi erbivori al di fuori dall’Europa, quest’anno ha avuto un sapore speciale per Ubitennis: infatti uno dei membri della “Classe 2017” è il giornalista e storico del tennis Steve Flink, presenza costante sul canale YouTube di Ubitennis e sulle pagine inglesi del sito quando durante tutti i tornei dello Slam commenta i risultati con il direttore Scanagatta al termine di ogni giornata.


Flink ha iniziato a seguire i tornei dello Slam nel lontano 1972 a fianco di Bud Collins, il decano degli “scrittori” di tennis scomparso lo scorso anno, collaborando nel corso degli anni prima con la rivista World Tennis, poi con il settimanale Tennis Week, ed infine con Tennis Channel, il canale tematico statunitense per il quale è un apprezzato columnist. In tutto questo tempo ha anche mantenuto collaborazioni con i principali network televisivi statunitensi (ABC, NBC e CBS) ed è stato per anni il corrispondente radiofonico per la CBS dai principali tornei del circuito.

Oltre a Flink sono stati ammessi alla Hall of Fame anche Monique Kalkman van den Bosch (nella categoria tennis per disabili), quattro volte campionessa del mondo di tennis in carrozzella, alla quale si è dedicata dopo una breve carriera juniores interrotta da un cancro che l’ha lasciata paralizzata a soli 14 anni, e, postumamente, Vic Braden, uno dei più grandi innovatori nella disciplina dell’insegnamento del tennis, scomparso nel 2014 all’età di 85 anni. Ma è stata soprattutto la giornata di Kim Clijsters ed Andy Roddick, due ex n.1 del mondo e campioni di Slam, noti per la loro spiccata personalità fuori dal campo tanto quanto per la loro abilità con la racchetta in mano.

07222017_Other_Solomon_0084

(photo Ben Solomon/ITHF)

All’inizio delle celebrazioni, poco dopo le 10 del mattino, i nuovi membri (che invidia per gli anglosassoni che hanno la parola “inductee” che invece non si traduce in italiano…) hanno dato inizio alle cerimonie con una tradizionale conferenza stampa tenutasi all’interno del Museo della Hall of Fame, al riparo dalla calura e dall’umidità di luglio nel New England che già poco dopo le 8 del mattino vedeva la temperatura ben oltre i 25 gradi. La sala, adornata da alcuni pezzi unici della storia del tennis come le coppe Tiffany che ogni anno vengono consegnate ai vincitori degli US Open, ha visto i protagonisti entrare accompagnati da Stan Smith, Presidente della Hall of Fame dal 2001, che ha fatto da cerimoniere.

Visibilmente, e comprensibilmente, emozionati tutti i partecipanti, in particolare Roddick che ha dovuto ricorrere a tutta la sua determinazione per controllare le lacrime a metà conferenza stampa, mentre Kim Clijsters non ha saputo trattenere l’istinto materno, tenendo costantemente d’occhio il suo ultimogenito Blake (di 8 mesi) tenuto in braccio dalla sua primogenita Jada, 9 anni, sempre più somigliante alla madre.

Un assaggio di questa giornata lo si era già avuto a gennaio, quando durante gli Australian Open i protagonisti di oggi erano stati presentati agli appassionati della Rod Laver Arena (tutti tranne Kim che aveva dato alla luce il figlio Blake solo poche settimane prima). Roddick ha ribadito come non considerasse la sua ammissione come un fatto scontato, “tanto meno al primo tentativo. “Sono sei mesi che mi si chiede cosa significa per me essere qui oggi, ma non so se sono riuscito a trovare ancora le parole giuste per esprimere quello che sento. È davvero qualcosa di molto, molto speciale”. Talmente speciale che Andy ha voluto tutti i suoi parenti e conoscenti in questa giornata, creando qualche grattacapo logistico all’organizzazione. “Erano tutti talmente sorpresi che fossi stato ammesso che nessuno voleva mancare”. Il seguito di Roddick contava più di 50 persone, “tanto che Newport ha dovuto costruire un albergo nuovo apposta per loro” ha scherzato il Presidente Stan Smith.

07222017_Other_Solomon_0030

(photo Ben Solomon/ITHF)

Immancabile la domanda a “Rain Man” Flink sul più bel match cui abbia mai assistito: “Andy probabilmente sarai d’accordo con me, ma devo scegliere la finale di Wimbledon 2008 tra Federer e Nadal. Le condizioni ambientali, il freddo, il buio, l’ora tarda che mi ha permesso di raccontare la fine del match in diretta su Radio CBS durante il notiziario delle 4.15. Una serie di circostanze che hanno reso quel match il migliore che abbia mai visto”. Così come immancabile è stato il ricordo di Clijsters della vittoria agli US Open 2009 al terzo torneo dopo il rientro alle gare: “Non avevo alcuna aspettativa per quell’estate, e ad ogni match sentivo che giocavo sempre meglio. Durante uno Slam normalmente sono come in una bolla, non mi faccio condizionare dalle emozioni, ed alla fine di quell’evento le emozioni mi sono arrivate addosso tutte d’un tratto, lasciandomi travolta e confusa. Un’esperienza che porterò con me per tutta la mia vita”.

La nostra chiosa finale sulla curiosa camicia scelta da Roddick per la solenne occasione ha poi consentito ai più di preparare i fazzoletti per la cerimonia principale. “Ci puoi spiegare le ragioni della scelta di quella camicia?” abbiamo chiesto. “Prima tu” ha prontamente ribattuto Andy, per poi spiegare “ero a Los Angeles con mio figlio Hank, mia moglie stava lavorando, e mio figlio ha visto la camicia ‘Daddy, daddy, truck shirt’. La camicia per questa giornata l’ha scelta lui”.

Un’ora più tardi, allo scoccare del mezzogiorno e davanti alle telecamere di Tennis Channel, ha avuto inizio la cerimonia vera e propria. Ogni nuovo “hall of famer” ha diritto ad essere presentato da una persona di sua scelta, e Steve Flink ha scelto nientemeno che la 18-volte campionessa di Slam Chris Evert.Io e Steve ci conosciamo dal 1973, quando mi intervistò in occasione della mia prima finale ai French Open. A quei tempi il rapporto tra giocatori e reporter era molto meno formale e filtrato di oggi, e la nostra amicizia si è sviluppata nel corso degli anni, rafforzandosi ogni volta che Steve mi correggeva in conferenza stampa quando citavo record sbagliati a proposito della mia carriera. E per fortuna che sua moglie Frances non si è mai ingelosita per le innumerevoli volte che l’ho chiamato per chiedere consiglio su come scrivere un articolo o fare una telecronaca!
Nel suo discorso di accettazione, Flink con la consueta signorilità ha spiegato che lui ricordava tutti i record di Chris Evert “perché io sono lo storico, mentre lei è la campionessa che non si sofferma a pensare al passato, ma che si focalizza sempre sul prossimo grande torneo da vincere”, ed ha poi ringraziato tutti i membri della famiglia, compreso il padre 93enne Stanley, ex giornalista dei prestigiosi periodici Life e Time, che per primo lo aveva portato a Wimbledon nel 1965 e lo aveva poi presentato a Bud Collins, dando il via alla sua luminosa carriera.

Molto toccante l’introduzione di Monique Kalkman van der Bosch da parte di suo marito Marc: “Mo Mo, ti sei allenata tante ore, hai giocato tanti punti e vinto tanti incontri, grandi tornei e Paraolimpiadi, pianificando obiettivi e strategie. Una cosa non hai mai pianificato, perché probabilmente mai ti saresti aspettata di entrare nell’Hall of Fame. Oggi è quel giorno, un riconoscimento strameritato del tuo posto nella storia dello sport che ami così tanto. Congratulazioni, sono orgoglioso di far parte del tuo sogno”. E con le lacrime che ormai scendevano copiose sul viso dei due protagonisti, Monique gli ha risposto: “Todd Martin mi aveva detto che questa giornata sarebbe stata come un matrimonio. Quindi, Marc, nella buona e nella cattiva sorte, in salute o in malattia, sì, lo voglio giocare con te questo doppio misto, per il resto della mia vita”.

A raccontare Kim Clijsters è poi arrivato il suo storico allenatore Carl Maes, che l’ha seguita dai 13 anni fino alla consacrazione sul circuito internazionale: “Kim è quella che si presenta agli sconosciuti senza alcun problema, andando da loro per dire ‘ciao, sono Kim’, ed è anche la giocatrice che scherza con il cane della sua avversaria [Arantxa Sanchez Vicario ai WTA Championships 2001] prima e dopo il loro match. Una specie diversa di ‘competitor’, un ‘competitor’ con la faccia umana. Non smettere mai di essere te stessa”. Kim non ha lesinato parole di grande stima per tutti i suoi ‘colleghi’ sul palco, specialmente per Andy Roddick, con cui ha condiviso anche il percorso junior: “Ho quasi sempre fatto il tifo per te, tranne quando uscivo con un altro giocatore ATP [Lleyton Hewitt, con cui Clijsters è stata anche fidanzata ufficialmente n.d.r.] e tu giocavi contro di lui… spero mi perdonerai”.
Il tennis mi ha dato molto – ha poi continuato Kim – mi ha insegnato tante lezioni, che voglio descrivere con otto parole: dedizione, cura [di ciò che si fa], ottimismo, pazienza, rispetto, sacrificio, tolleranza e passione. Tra queste ce ne sono tre che sono le più importanti. La prima è ottimismo, che serve per rimanere positivi durante i momenti difficili. La seconda è dedizione, che serve per lavorare a fondo e migliorare in tutti gli aspetti che servono per conseguire i risultati che ci si prefigge. La terza è passione, passione per ciò che si fa, senza la quale tutto il resto non serve”.

E dopo che il sole aveva fatto capolino un paio di volte da dietro le nubi, senza peraltro cambiare sensibilmente la temperatura torrida della giornata, è arrivato il turno tanto atteso del mattatore Andy Roddick, presentato dal preparatore fisico che l’ha seguito per tutta la sua carriera, Doug Spreen,che dopo aver passato con me 260 notti l’anno è passato da preparatore fisico ad amico, a miglior amico per arrivare preparatore-amico-analista” ha scherzato Roddick, nel primo di una lunghissima serie di ringraziamenti a tutte le persone significative della sua carriera. Da suo fratello John alla sua agente di viaggio Karen, da tutti i suoi allenatori ai suoi compagni di Davis, Andy non ha voluto dimenticare nessuno, dedicando parole speciali anche ai suoi ‘colleghi’ di Hall of Fame: Se avete un problema con Kim, è sicuramente colpa vostra” ha detto di Clijsters; ed a Flink ha ricordato il primo match di tennis che l’ha ispirato, quello tra Lendl e Chang al Roland Garros 1989, etichettandolo erroneamente come un quarto di finale quando invece era un ottavo, non si sa se per una svista oppure per testare la capacità di Flink nel trattenere una correzione.
Ma quando i presenti, sottoscritto compreso, che erano fino a quel momento riuscito a trattenere le lacrime pensavano di essere ormai giunti al traguardo, ecco che il solito Andy calava i carichi da ‘90’ ricordando i suoi genitori, la sua famiglia, e proclamando la sua immensa fortuna. “La mia è una famiglia di lavoratori in tutti i sensi del termine, che affonda le sue radici negli umili inizi nelle fattorie del Wisconsin. Il mio fratello maggiore Lawrence ha avuto una vita molto dura, John un po’ meno, io sono il ragazzino viziato che ha avuto tutte le opportunità. […] I miei genitori si sono fatti il mazzo per noi. Mia mamma Blanche si è alzata alle 5 quasi tutte le mattine, per fare tutto quello che c’era da fare, accompagnarci a destra e manca, lezioni di tennis, allenamenti, giostrando tutti i nostri impegni facendo in modo che i pasti fossero sempre pronti. Tutte cose che da bambini si danno per scontate. Mio padre è venuto a mancare l’8 agosto 2014 [incredibile come questa data ricorra nella storia del tennis n.d.r.], il giorno peggiore della mia vita. Ora che sono io stesso padre, mi ritrovo spesso a sorridere perché solo adesso capisco lo scopo dei suoi insegnamenti e dei suoi metodi”.
Vorrei tanto che avesse potuto incontrare mio figlio Hank. Non riesco ad esprimere quanto ami quella piccola creatura, che negli ultimi due anni mi ha fatto provare emozioni che non sapevo di avere”.
La mia metà Brooklyn, molti non sanno quando sei matta. Ciò che è iniziato con una mia persecuzione nei tuoi confronti è sfociata in un matrimonio e figli. Forse non era una persecuzione, io la chiamo ostinazione. Sei talmente incredibile da essere riuscita a farmi apparire quasi ordinario il tanto temuto passaggio di uno sportivo professionista dalla carriera alla fase successiva della vita. Hank si accorgerà di quanto è fortunato, e la nostra futura figlia capirà anche lei di avere la migliore madre del mondo. Grazie per essere ciò che sei”.

Ed infine Andy si è dilungato (perché questo chiacchierone ha parlato per quasi mezz’ora) nel descrivere la sua fortuna di aver potuto aver a che fare con gli sportivi più grandi della sua epoca, se non di ogni epoca: “I Fab 4 mi hanno fatto arrabbiare spesso e volentieri, ma sono tremendamente orgoglioso di aver condiviso la mia vita e la mia carriera con persone di un tale spessore”. Durante la conferenza stampa della mattina, infatti, aveva ricordato come il primo messaggio di congratulazioni che avesse ricevuto appena svegliato provenisse da Roger Federer, la sua nemesi ed eterno rivale. “Mi sento come se fossi riuscito a portare Alì alla quindicesima ripresa, come se avessi difeso contro [Michael] Jordan, o lanciato contro Babe Ruth. Penso di sapere come ci si sente ad osservare Picasso che dipinge. Con loro qualche volta ho vinto, non spesso, ma un paio di volte sì”.

Non sono il migliore di tutti i tempi, non vincerò mai Wimbledon, non sono il migliore della mia generazione, o quello con il comportamento più inappuntabile. Non sono il più raffinato, e non darò mai l’onore che mi viene conferito oggi come scontato. Non dimenticherò mai quelli che hanno spianato la strada per noi e non dimenticherò gli aspetti innocenti di questo gioco che noi tutti amiamo”.

Ci sono tante cose che non sarò mai, ma da oggi in poi non sarò mai nulla di meno di un Hall of Famer, e di questo vi ringrazio dal profondo del mio cuore”.

Andy Roddick, il ragazzo ‘normale’ che ha vissuto il sogno fianco a fianco degli dei, toccando il cielo con un dito, e mantenendo sufficiente equilibrio per rendersi conto di ciò che gli è stato concesso. Anche e soprattutto per questo, si merita un posto tra gli immortali.

Continua a leggere
Commenti

ATP

ATP Cincinnati: Isner ha la meglio nella pioggia di ace contro Hurkacz, Murray abdica a Norrie, Shelton stupisce ancora

Dennis Shapovalov torna a vincere due match consecutivi dopo oltre tre mesi di astinenza. Nick Kyrgios, ci aveva avvisato, crolla contro uno straripante Fritz al servizio

Pubblicato

il

John Isner - Roma 2022 (foto Twitter @ATPTour_ES)

Il secondo match in programma sullo Stadium 3, nel Day 5 del Western & Southern Open di Cincinnati, vedeva andare in scena in Ohio uno degli incontri di giornata più interessanti per quanto riguarda la sessione diurna: si sfidavano per la terza volta in carriera la testa di serie n. 8 del tabellone Hubert Hurkacz e lo statunitense John Isner, l’ultimo scontro diretto si era consumato proprio in quel di Mason – nella contea di Warren, sede del torneo – due anni fa, quando ad avere la meglio fu il bombardiere a stelle e strisce per 7-5 6-4. Mentre il primo confronto in assoluto, tra i due protagonisti in questione, è datato stagione 2019: il risultato fu il medesimo del duello verificatosi un anno più tardi, sempre sul cemento nordamericano, a Washington, con affermazione del gigante di Greensboro attraverso un doppio 6-4. Oggi però arrivavano con tutt’altro stato di forma, il polacco era infatti reduce dalla splendida cavalcata della settimana scorsa in Canada, dove ha raggiunto la seconda finale in un Masters 1000 arrendendosi soltanto a Pablo Carreno Busta. Al contrario, il n. 50 ATP ha saltato la trasferta a Montreal, decidendo di rimanere in patria in seguito all’eliminazione nel primo turno del ‘250’ di Atlanta, subita per mano del futuro finalista dell’evento Jenson Brooksby.

HUBERT PAGA LE FATICHE DI MONTREAL – Ciò nonostante aleggiavano alcuni dubbi sulla tenuta fisica del n. 10 del ranking, considerando che Hubi aveva visto decidersi le sue ultime cinque partite tutte al set finale, alle quali poi andava aggiunto l’impegno extra richiesto dal percorso svolto in doppio: Hurkacz oltre all’ultimo atto in singolare, a Montreal, infatti si è spinto sino in semifinale anche nel main-draw di specialità assieme al connazionale Zielinski. Inoltre appurando le performance mostrate all’esordio da Carreno ed Evans, – anche lui è stato costretto agli straordinari nel ‘1000’ della foglia d’acero, con la semifinale raggiunta in singolare e la finale ottenuta in doppio, fra l’altro facendo fuori nel penultimo atto proprio il 25enne di Wroclaw – entrambi estromessi immediatamente dal torneo e apparsi molto prosciugati a livello di energie dalle fatiche canadesi; le perplessità sul come si sarebbe presentato in campo il talentuoso polacco erano più che fondate.

Alla fine, il campione di Miami 2018 si è imposto 6-2 al terzo dopo 2h30 di battaglia senza quartiere, con il primo set vinto da Isner per 7-6(5) chiuso al quarto set ball, stesso risultato ma con ruoli opposti nel secondo parziale; prima che Hubert implodesse per le energie fisiche e mentali spese in Canada. Entrambi hanno scagliato ace a spron battuto: 18 Long John, contro i 14 di Hubi, percentuale praticamente identica di prime in campo ma a fare la differenza è stato l’83% di realizzazione con la prima dell’americano contro il 74% del polacco. Inoltre ad indirizzare realmente la sfida, nei momenti clou dell’incontro, la maggiore intraprendenza di Big John: riscontrabile grazie ai 41 vincenti messi a referto a fronte di 30 unforced. Dall’altra parte sì meno errori, 20, ma anche 13 winner in meno (28), sintomo del braccino avuto dal polacco quando bisognava spingere e la palla pesava di più, forse conseguenza della poca lucidità derivante dalle energie oramai al lumicino.

 

Infine a mettere ulteriore pepe su questa sfida, c’era la grande amicizia che lega i due tennisti, un rapporto di stima reciproca sviluppato a tal punto che spesso giocano in coppia nel Tour. E quando l’hanno fatto, hanno conquistato traguardi prestigiosi – su tutti il trionfo di qualche mese fa a Miami – in realtà gli avremmo dovuti rivedere insieme proprio in Quebec, ma il forfait di Isner ha impedito che il duo si riformasse.

NORRIE COME A WIMBLEDON, E’ LUI L’EREDE DI ANDY – Tuttavia, certamente, la partita maggiormente suggestiva di questa prima parte di tennis odierno presso il Lidner Family Tennis Center era il derby britannico che ha aperto il programma del Centrale alle 11:00 locali (le 17:00 in Italia): Cameron Norrie contrapposto a sua Maestà Andy Murray. Il sovrano indiscusso degli ultimi decenni della racchetta british, a riprova di come il tempo continui incessantemente il proprio viaggio, è stato però deposto dall’usurpatore gira mondo – ricordiamo che Cam ha origini sia scozzesi che gallesi per via dei genitori, ma è nato in Sudafrica ed è cresciuto in Nuova Zelanda fino ad approdare in Texas, dove si è formato tennisticamente – in rimonta, con lo score di 3-6 6-3 6-4 in oltre due ore e mezza di grande lotta.

Per ciò che concerne l’andamento dell’incontro, pesantissime, per indirizzare l’esito del match, sono state le tre palle break sventate da Norrie nel sesto game della frazione finale in un gioco infinito da 16 punti. Questa tripla chance mancata, di mettere la freccia per il sorpasso definitivo, da parte dell’ex n. 1 al mondo ha chiaramente rivestito un ruolo cruciale nello svolgimento della contesa, permettendo successivamente al campione dell’edizione autunnale d’Indian Wells di piazzare la zampata dirimente nella volata conclusiva. Sir Andy si deve arrendere, nonostante una più che ottima prestazione al servizio in termini di efficacia: addirittura doppia cifra di ace (12) e un eccezionale 83% di realizzazione con la prima. Purtroppo, però, per il tre volte vincitore Major, non è stata altrettanto all’altezza la corposità della propria battuta, avendo messo in campo solamente in 54% di prime e raccogliendo un assolutamente insufficiente 34% di trasformazione con la seconda.

Numeri abbastanza similari anche per quanto riguarda il n. 11 della classifica, che si fa preferire come il più esperto connazionale più per produttività che per costanza con il fondamentale d’inizio gioco – 7 ace, 49% di prime di cui il 74% concretizzate -. Pure la resa della seconda (48%), vede il mancino nativo di Johannesburg assestarsi su una prolificità alquanto misera, quasi speculari anche le percentuali in risposta seppur con un leggero vantaggio di Andy sulla ribattuta alla prima (26 contro 17) e un’opposta minima capacità in più di Norrie nel rispondere al secondo servizio (66 contro 52). Ma se vogliamo realmente scovare il dato che ha fatto la differenza, questo sicuramente è rappresentato dall’abilità di sfruttare i break point avuti: Cameron ha portato a casa un buon 50% (3/6), mentre Murray ne ha convertiti solo 2 degli undici che si è costruito.

Ma se si vuole riscontrare la grande notizia di giornata, allora bisogna citare il secondo match andato in scena sul Grandtstand, nel quale Denis Shapovalov ha ritrovato due vittorie consecutive in Tour che mancavano da oltre tre mesi: correva il mese di maggio e il mancino canadese superò in sequenza Sonego, Basilashvii ed un menomato Nadal per volare ai quarti degli Internazionali d’Italia. Dà lì, il buio pesto più totale con una crisi di risultati e di prestazioni difficilmente invertibile: 9 sconfitte in 10 partite, con una striscia infausta di sei match persi consecutivamente tra l’ultima parte della stagione sul rosso europeo culminata con il Roland Garros e l’intero swing erbivoro; l’unica gioia è arrivata al primo turno di SW19 ai danni di Rinderknech. Un momento no che sembrava non voler lasciare in pace il n. 21 del ranking, neanche sul cemento nordamericano con altre due eliminazioni al debutto a Washington e Montreal per mano di Wolf e De Minaur. Poi il ritorno al sapore della vittoria, che però spezzava solamente una serie di tre KO in fila a partire da Church Road, ed inoltre materializzatosi contro un avversario come Dimitrov – un altro dotato di straordinario talento, ma sempre in perenne ricerca di continuità e che invece deve accontentarsi dei suoi caratteristici alti e bassi. Tuttavia la vittoria di oggi ha un significato certamente diverso e che forse ci comunica come il periodo negativo sia oramai e finalmente alle spalle per Shapo: Il 23enne di Tel Aviv ha infatti avuto la meglio in rimonta su uno dei giocatori più caldi, Tommy Paul, superandolo per 3-6 6-4 6-3 in quasi due ore di gioco.

SHAPOLAVOV SI RITROVA NELLA PROVA PIU’ DIFFICILE – E’ chiaro che il ritrovare due vittorie consecutive fa acquistare enorme fiducia a Dennis per il prosieguo dell’anno; ma ovviamente ci vuole ben altra crescita per sperare di tornare a disputare un appuntamento del circuito da protagonista, upgrade da compiere specialmente al servizio: il talentuoso e imprevedibile candese è stato difatti autore di 10 doppi, ha messo in campo un poco più che sufficiente 59% di prime raccogliendo un 35% con la seconda non all’altezza delle sue curve mancine, si possono anche offrire meno opportunità di break (7, di cui solo 3 annullate). Ciò nonostante può sorridere Shapovalov, visto che comunque aveva perso i due precedenti: peraltro sempre al terzo e soprattutto nel primo risiedeva un certo magone per il nativo israeliano, la finale del 2021 persa a Stoccolma; mentre l’ultimo quest’anno al Queens faceva parte di quei match infestati di negatività e di sconfitte che hanno contraddistinto la sua stagione erbivora.

SHELTON ANNICHILISCE RUUD, E SORPRENDE GIÀ PER FISICITÀ – Continua dirompente la favola della wc locale Ben Shelton, numero 229 ATP, di fronte all’inossidabile roccia che è normalmente il n. 5 del seeding Casper Ruud. Il fantasmino norvegese, stavolta si è sciolto davanti alla frizzantezza del campione in carica NCAA impostosi con un doppio 6-3 in 1h9′ di gioco. Il 19enne di Atlanta meno di 15 mesi fa non era nemmeno classificato a livello ATP, ma ha avuto una crescita esponenziale nell’ultimo periodo a tal punto da poter vantare un record assolutamente invidiabile nel Tour professionistico: 19 vittore e 6 sconfitte. Dopo aver centrato il primo successo nel circuito maggiore contro l’indiano Ramanathan nel ‘250’ della sua città natia, ha – purtroppo a spese azzurre – ottenuto il primo sigillo in un Masters 1000 e la prima vittoria con un “primi cento”.

Contro il finalista del Roland Garros non aveva niente da perdere, in più poteva godere di grandissima fiducia dopo la prima finale Challenger raggiunta lo scorso weekend a Chicago e persa da Saffiulin; e così è stato travolgendo e non lasciando scampo Ruud, il quale era voglioso di riscatto dopo comunque l’ottimo torneo giocato a Montreal ma che gli ha lasciato l’amaro in bocca per l’occasione mancata e forse anche qualche strascico psicologico. Ben può dirsi soddisfatto per il livello espresso, ma soprattutto il suo sogno può continuare. Ciò che balza maggiormente all’occhio è il suo stato fisico, è già tutt’ora una bestia di grandissimo spessore. Ricordiamo che i giocatori iscritti ai College, che partecipano ai tornei professionistici sono tenuti a restituire il prize money tuttavia siamo certi che anche solo la potenziale scalata in classifica possa rappresentare uno stimolo eccezionale per il resto del torneo.

LE PILE DI KYRGIOS SI SONO ESAURITE – Chi invece ci aveva avvertito che ormai dal serbatoio si era raschiato il fondo, e che quindi da un momento all’altro sarebbe potuto crollare, avvisandoci di non rimanere sorpresi quando quelle ultime gocce sarebbero state sprecate è Nick Kyrgios. L’australiano non aveva veramente più e ha dovuto cedere il passo alla tds n. 11 Taylor Fritz per 6-3 6-2 in meno di un’ora (51 minuti). Ha provato ad accorciare gli scambi, come fatto sovente ultimamente il 27enne di Canberra, e pur scagliando 7 ace per una volta è lui a doversi piegare al sevizio “bomba” altrui: il campione d’Indian Wells ha infatti mostrato una performance d’antologia della battuta, 70% di prime in campo, straripante 86% di conversione e uno sconvolgente 60% di punti vinti con la seconda. A mettere la ciliegina, la bellezza di 16 ace. Semplicemente inattaccabile oggi con il fondamentale d’inizio gioco, il nativo di San Diego, che proverà a dimenticare l’incubo Evans – lo ha estromesso agli ottavi negli ultimi due tornei – al prossimo round contro Rublev (n. 6).

IL TABELLONE DEL MASTERS 1000 DI CINCINNATI

Continua a leggere

Flash

WTA Cincinnati: Raducanu si conferma, dopo Serena tramortita anche Azarenka. Jabuer annulla un match point a McNally e trova Kvitova

Dopo la semifinale a Toronto e il successo su Venus Williams, Pliskova torna a vedere i fantasmi e crolla sotto i colpi di una grande Mertens. Pegula rimonta Kostyuk, Rybakina facile su Muguruza

Pubblicato

il

Emma Raducanu - Cincinnati 2022 (foto Twitter @the_LTA)

Il programma del WTA 1000 di Cincinnati, in questo mercoledì 17 agosto, ha visto nella fase embrionale della sua sessione diurna, impiegare le proverbiali sette camicie di sudore alla quinta forza del seeding Ons Jabeur. La tunisina, impegnata in apertura di giornata sul Grandstand – secondo campo per importanza – ha dovuto faticare la bellezza di quasi due ore e mezza per superare la tenace giocatrice di casa (nel vero senso della parola, essendo nata il 20 novembre 2001 proprio a Cincinnati) Caty McNally, attualmente situata alla posizione n. 179 WTA, dopo aver anche lasciato per strada il secondo parziale e qualificandosi agli ottavi con il punteggio complessivo di 6-3 4-6 7-6(7).

JABEUR IN VOLATA Una vittoria tutt’altro che scontata e banale, visto che la finalista di Wimbledon veniva dal ritiro di Toronto contro Zheng e per di più incontrava una tennista già rodata oltre che in fiducia: Caty aveva vinto lunedì all’esordio contro la n. 36 del mondo Sansnovich. Per i meno avvezzi al circuito femminile, la 20enne McNally ha avuto una recentissima grande carriera da junior, raggiungendo e perdendo per mano dell’amica Cori Gauff la finale del Roland Garros 2018 di categoria. Ha poi ottenuto due successi in doppio, sempre a livello Slam, con compagne d’eccezione, trionfando nella stessa stagione in coppia con Swiatek a Parigi e a New York al fianco dell’inseparabile Coco.

Il match è stato caratterizzato da un finale a dir poco thriller, con la n. 5 delle classifiche che è uscita indenne dalle forche caudine di un tie-break decisivo perennemente al cardiopalma. Ons ha prima gettato alle ortiche due match point consecutivi sul 6-4, per poi essere lei ad un passo dalla sconfitta; ma sul 6-7 non si è persa d’animo frantumando la palla match a favore dell’americana e riuscendo infine a chiudere l’incontro al terzo match ball, nel sedicesimo punto del deciding game. Molto bene al servizio, quest’oggi, la tennista araba, che ha scagliato ben 9 ace e fatto fruttare la sua prima il 75% delle volte. Diametralmente opposta la prestazione in battuta di Chaterine, almeno per ciò che concerne i punti diretti, autrice di 8 sanguinosi doppi falli. Al prossimo turno ad attendere la 27enne di Ksar Hellal, ci sarà la due volte vincitrice di Wimbledon Petra Kvitova.

 

PEGULA ALLA DISTANZA SU KOSTYUK – Un’altra sfida conclusasi al terzo set, che ha visto protagonista tra l’altro proprio colei che Jabeur sconfisse nella finale di Madrid, è stata quella di scena a partire dalle 11:00 locali sul Porsche Court – 4° stadio per importanza dell’impianto dell’Ohio -tra la n. 7 del tabellone Jessica Pegula e l’ucraina Marta Kostyuk. A spuntarla è stata la giocatrice statunitense, recente semifinalista al torneo di Toronto, rimontando per (5)6-7 6-1 6-2 in 2h7′ di gioco. Questa volta le corse inesauribili della n. 74 WTA, dopo essere state letali per la nostra Giorgi, accompagnate dalle sue inespugnabili difese si sono rivelate efficaci soltanto nel corso della frazione inaugurale, in cui comunque Marta ha cancellato un set point in battuta nel decimo game che avrebbe potuto rendere ancora più rotondo il risultato in favore della figlia d’arte – per così dire, essendo figlia di Terence Pegula, noto uomo d’affari nonché proprietario dei Buffalo Bills e dei Buffalo Sabres, squadre americane di Football e Hockey e quindi a tutti gli effetti appartenente al mondo sportivo -. Score che tuttavia, ad ogni modo, si è fatto massacrante per la 20enne di Kiev, dato che Pegula in versione rullo compressore ha concesso in seguito la pochezza di tre soli game all’avversaria.

La n. 8 del ranking mondiale alla fine, si è dimostrata nettamente più solida e concreta; attitudini che si desumono perfettamente dalla capacità nel concretizzare il proprio servizio, sia con la prima – con la quale ha portato a casa il 64% dei punti contro il 59% di Kotsyuk – che con la seconda, dove ha superato l’ucraina per ben 20 punti percentuali (67 a fronte di 47). Da par suo la giovane tennista di Kiev ha sì raccolto tanti punti diretti, 6 ace, che però sono stati totalmente azzerati dai 7 doppi errori commessi. Jessica si conferma dunque imbattibile all’esordio, con l’ultimo KO giunto in un primo turno che risale addirittura ad Indian Wells, e che ha raccolto ben 16 successi negli ultimi sei eventi disputati. Contrariamente Kostyuk dà seguito ad una tendenza negativa, avendo perso con quella odierna l’ottava partita su altrettanti scontri al cospetto di Top 10, l’ultima prima di oggi a Strasburgo con Plsikova.

TONFO PER PLISKOVA, CHIURGICA MERTENS – Ebbene proprio l’amazzone ceca è la prossima tennista di cui trattiamo. Sembrava infatti che la “Regina di Ghiaccio” avesse finalmente ritrovato sé stessa, probabilmente il caldo estivo del Nord America era stato propedeutico allo scongelamento dell’integerrima Karolina dal torpore di mediocrità nel quale si era incanalata. Lo stupefacente e travolgente cammino al Canada Open, interrottosi solo in semifinale contro la tennista del momento Haddad Maia, ha restituito pur a sprazzi l’ex n. 1 che abbiamo ammirato negli anni di splendore, in particolar modo il servizio è sembrato quello delle grandi occasioni. Ma la due volte finalista Slam, dopo una prima parte di stagione alquanto deludente tra cocenti sconfitte e svariati problemi fisici, non era minimante sazia e sperava di continuare il suo periodo di rinascita al Western & Southern Open. Se poi si vanno a spulciare i piazzamenti passati in questo torneo, con il trionfo del 2016 e il raggiungimento dei quarti in quattro delle ultime cinque edizioni, l’obbiettivo di disputare un’altra grande settimana non era per nulla un miraggio per la testa di serie n. 14.

Eppure quando tutto il vento soffiava a favore, è bastato poco per farla ripiombare nel baratro: è bastata la sfavillante Elise Mertens che con il doppio 6-1 inflitto a Kalinina nel match precedente, in cui ha mostrato un livello di gioco estremamente alto, appare in improvvisa ripresa successivamente ad un periodo molto grigio. Così è come se la magia che aveva fatto ritornare ai fasti del passato la n 17 WTA, ora sia passata di testimone alla belga. La n. 33 del mondo si è infatti imposta per 7-6(3) 6-3 in poco più di un’ora e mezza, facendo leva sugli 8 ace messi a referto oltre che sul 72% di resa con la prima ed il 69% con la seconda.

A testimonianza del manifestarsi di nuovo dei soliti problemi della 30enne ceca, ci sono i 7 doppi falli: una battuta che tanto gli aveva dato la settimana scorsa e che adesso invece torna a palesare i consueti limiti dell’ultimo periodo. Perciò l’affermazione prestigiosa su Venus, rimane un unicum in questa sua campagna in Ohio, che si chiude nonostante anche gli H2H la vedevano avanti 2-0: vittorie a Eastbourne 2019 e Roma 2020. Due successi che conferiscono ulteriore rammarico a Pliskova, dato che in quei tornei avrebbe poi alzato il trofeo – in Inghilterra – e perso in finale.

EMMA STA RITROVANDO LA PROPRIA TENUTA MENTALE – Tuttavia il vero blockbuster di giornata, che era la diretta conseguenza di quello di più atteso del torneo dove si era consumato l’ultimo ballo in Ohio di Serena Williams, era rappresentato dallo scontro generazionale fra Viktoria Azarenka e la nuova stella del tennis femminile d’oltremanica Emma Raducanu. Tredici anni di differenza tra le due giocatrici, classe ’89 l’una, nata nel 2002 l’altra. Un altro crash test per la tenuta mentale dell’inglesina di origini cinesi e rumene, che dopo lo scalpo che vale una carriera contro la dominatrice dell’ultimo ventennio, non sbaglia la prova del nove e si conferma incrociando la racchetta contro un’altra ex n. 1 mondiale e campionessa Slam.

Come si era già detto a più riprese anche in seguito all’affermazione su Serena, la vera sfida per Emma stava nel reggere la pressione delle aspettative di essere la favorita al confronto con due leggende del tennis contemporaneo; poiché sul piano fisico e del tennis giocato in senso stretto non poteva che essere superiore – se fosse stata quella vera, e non quella opaca osservata per gran parte della stagione – considerando le poche apparizioni degli ultimi anni nel circuito di Vika e Serena, sebbene il successo sulla 33enne di Minsk abbia molta più rilevanza considerando che il bronzo olimpico di Londra 2012 sia tutt’ora vicina alla Top 20. Ebbene, la testa di serie n. 10 non ha tradito e dopo aver battuto nettamente la Regina al giro di boa, ha fatto altrettanto con la bielorussa: infliggendo un bagel anche a lei, ma concedendole complessivamente addirittura soltanto due giochi in 1h3 di esibizione più che di partita. Statistiche disarmanti alla battuta: la britannica con il 70% di punti vinti sul primo servizio ed il 62% sul secondo, la n. 22 del mondo invece ha fatto registrare rispettivamente degli insufficienti 42% e 29%. Numeri che hanno influenzato anche il seguente dato: Vika ha salvato solo una delle 6 palle break offerte, Emma ha frantumato tutte e tre quelle concesse. Doppio scalpo per Emma, che rappresenta un ottimo viatico in vista della difesa del titolo a Flushing Meadows. Mentre si conferma un momento non felice per la bielorussa, – due volte vincitrice del torneo, nel 2013 quando battè tre ex n. 1 e nel 2020 con sede a New York per via della pandemia – dopo il ritardo del visto per il Canada che le ha impedito di volare a Toronto.

In chiusura di sessione pomeridiana, facile affermazione della campionessa di Wimbledon Elena Rybakina, vittoriosa comodamente per 6-3 6-1 in 1h15 sulla ormai irriconoscibile Garbine Muguruza. La nobile decaduta spagnola, tds n. 8, sta recitando nell’arco del 2022 il proprio De Profundis avendo vinto solo 9 partite in 13 tornei disputati e non riuscendo a vincere due match di fila da febbraio. La 28enne di Caracas vinse qui a Cincinnati nell’edizione 2017, ma i ricordi di quel successo oramai si affievoliscono sempre più.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI CINCINNATI

Continua a leggere

ATP

Sinner gioca un match ordinato e raggiunge per la prima volta in carriera il terzo turno a Cincinnati

L’altoatesino limita gli errori approfittando di una versione di Kecmanovic particolarmente fallosa

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Montreal 2022 (foto Ubitennis)

[11] J. Sinner b. M. Kecmanovic 7-5 3-1 rit. (da Cincinnati, il nostro inviato)

Jannik Sinner sconfigge Miomir Kecmanovic che sotto di un set e un break è costretto a ritirarsi per un malessere non specificato. Così Sinner raggiunge per la prima volta in carriera gli ottavi a Cincinnati dove domani affronterà Felix Auger Aliassime che ha sconfitto nettamente, in mattinata, Alex De Minaur. L’altoatesino ha giocato una partita ordinata soprattutto in risposta dove è riuscito costantemente a mettere sotto pressione Kecmanovic. Rispetto alla partita contro Kokkinakis, Jannik ha tenuto meglio la diagonale sinistra anche aiutato da una versione del serbo particolarmente fallosa e imprecisa. Era un match che nascondeva delle insidie, sia a livello fisico perchè Sinner veniva da una battaglia di più di tre ore, sia a livello tattico perchè Kecmanovic è un giocatore completo che ama giocare di ritmo. La superficie prediletta del serbo infatti è proprio il cemento dove in questa stagione ha raggiunto i quarti di finale sia ad Indian Wells che a Miami. Ora per Jannik la sfida contro il giovane canadese contro il quale ha perso nettamente l’unico precedente disputato lo scorso maggio sulla terra veloce di Madrid.

PRIMO SET

 

La partita si gioca sul “Court 4” dopo la battaglia tra Rublev e Fognini che ha quasi raggiunto le tre ore di gioco. Dopo la vittoria il russo si è intrattenuto con i fan mentre Fabio all’uscita dal campo ha ringraziato gli spettatori che si complimentavano per la partita. Sinner esce meglio dai blocchi, impatta bene la risposta e trova sempre una buona profondità da fondo campo. Il serbo sembra contratto e già nel quarto game si trova a dover annullare tre palle break consecutive dopo un vincente di Sinner con il rovescio incrociato. “La risposta” dice Vagnozzi che si fa sentire maggiormente rispetto alla partita di ieri. Kecmanovic annulla le prime due palle break ma nulla può su un’accelerazione incrociata di dritto di Sinner a tutto braccio. Nel momento in cui si deve confermare il break anche l’altoatesino accusa un passaggio a vuoto e con due errori gratuiti restituisce immediatamente il break. La partita non decolla, esagerano nel cercare di spingere ogni palla. In questo momento entrambi dovrebbero riguardare i tre pallonetti in recupero messi a segno da Schwartzman contro Karatsev quando si trovava in una situazione di difesa. I due giocatori riescono a trovare continuità al servizio e senza particolari scossoni Kecmanovic si trova a servire sul 5-6 per restare nel set.Stai basso in risposta” ripete Vagnozzi dopo ogni punto, un gratuito di dritto del serbo in uscita dal servizio porta Sinner ad avere due set point. “ Sulla seconda di servizio fai un passo indietro” dice Vagnozzi, con una risposta vincente Sinner si porta nuovamente a set point. Un urlo liberatorio di Sinner accompagna il rovescio lungolinea in rete di Kecmanovic. Jannik ha avuto bisogno di sei set point ma alla fine è riuscito a vincere il primo parziale.

SECONDO SET

Sinner prende fiducia all’inizio del secondo set mentre dall’altra parte Kecmanovic continua a commettere molti errori gratuiti. L’altoatesino va immediatamente in vantaggio di un break anche nel secondo parziale e nel quinto gioco improvvisamente il serbo si avvicina all’arbitro e si ritira. “ Riprenditi Miomir” urla qualcuno dal pubblico, Vagnozzi e Darren Cahill lasciano velocemente il Court 4 per incontrare Sinner fuori dalla player lounge dove discuteranno della partita prima che Jannik si presenti in zona mista.
Una partita difficile da interpretare anche per le condizioni dell’avversario, domani lo aspetta un giocatore che fa della discontinuità il suo marchio di fabbrica. Una cosa da aggiustare per Jannik è sicuramente la resa sulle palle break, nelle due partite giocate fino ad oggi ha ottenuto strappato cinque volte la battuta su ben ventidue palle break a disposizione. Tatticamente sarà una partita più simile a oggi rispetto a quella con Kokkinakis, sicuramente il canadese serve meglio rispetto a Kecmanovic ma gioca bene con entrambi i fondamentali senza avere però nessun colpo particolarmente incisivo. Rispetto a oggi potrebbe essere importante riuscire a rispondere con i piedi dentro al campo per togliere tempo ad Aliassime. Match che si preannuncia quindi difficile ma alla portata per Sinner che andrà a caccia del quinto quarto di finale 1000 in carriera.

Il tabellone completo dell’ATP di Cincinnati

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement