Hall Of Fame: Andy Roddick e Kim Clijsters tra gli immortali

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Hall Of Fame: Andy Roddick e Kim Clijsters tra gli immortali

Nella cerimonia di Newport, ammessi alla Hall Of Fame anche il giornalista Steve Flink, vecchia conoscenza di Ubitennis, il maestro Vic Braden e la tennista in carrozzella Monique Kalkman van der Bosch

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Photogallery (Slideshow / Courtesy ITHF)

Full transcript conferenza stampa (in inglese)
Full transcript cerimonia di introduzione (in inglese)

Conferenza stampa Andy Roddick (video)
Conferenza stampa Kim Clijsters (video)
Conferenza stampa Steve Flink (video)
Conferenza stampa Monique Kalkman (video)

 

Nella suggestiva cornice dei suoi storici campi in erba, la International Hall of Fame of Tennis di Newport ha celebrato l’ingresso nel suo ristrettissimo club di cinque nuovi membri. La cerimonia annuale, che come tradizione si svolge il sabato del torneo ATP 250 di Newport, l’unico a disputarsi su campi erbivori al di fuori dall’Europa, quest’anno ha avuto un sapore speciale per Ubitennis: infatti uno dei membri della “Classe 2017” è il giornalista e storico del tennis Steve Flink, presenza costante sul canale YouTube di Ubitennis e sulle pagine inglesi del sito quando durante tutti i tornei dello Slam commenta i risultati con il direttore Scanagatta al termine di ogni giornata.


Flink ha iniziato a seguire i tornei dello Slam nel lontano 1972 a fianco di Bud Collins, il decano degli “scrittori” di tennis scomparso lo scorso anno, collaborando nel corso degli anni prima con la rivista World Tennis, poi con il settimanale Tennis Week, ed infine con Tennis Channel, il canale tematico statunitense per il quale è un apprezzato columnist. In tutto questo tempo ha anche mantenuto collaborazioni con i principali network televisivi statunitensi (ABC, NBC e CBS) ed è stato per anni il corrispondente radiofonico per la CBS dai principali tornei del circuito.

Oltre a Flink sono stati ammessi alla Hall of Fame anche Monique Kalkman van den Bosch (nella categoria tennis per disabili), quattro volte campionessa del mondo di tennis in carrozzella, alla quale si è dedicata dopo una breve carriera juniores interrotta da un cancro che l’ha lasciata paralizzata a soli 14 anni, e, postumamente, Vic Braden, uno dei più grandi innovatori nella disciplina dell’insegnamento del tennis, scomparso nel 2014 all’età di 85 anni. Ma è stata soprattutto la giornata di Kim Clijsters ed Andy Roddick, due ex n.1 del mondo e campioni di Slam, noti per la loro spiccata personalità fuori dal campo tanto quanto per la loro abilità con la racchetta in mano.

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(photo Ben Solomon/ITHF)

All’inizio delle celebrazioni, poco dopo le 10 del mattino, i nuovi membri (che invidia per gli anglosassoni che hanno la parola “inductee” che invece non si traduce in italiano…) hanno dato inizio alle cerimonie con una tradizionale conferenza stampa tenutasi all’interno del Museo della Hall of Fame, al riparo dalla calura e dall’umidità di luglio nel New England che già poco dopo le 8 del mattino vedeva la temperatura ben oltre i 25 gradi. La sala, adornata da alcuni pezzi unici della storia del tennis come le coppe Tiffany che ogni anno vengono consegnate ai vincitori degli US Open, ha visto i protagonisti entrare accompagnati da Stan Smith, Presidente della Hall of Fame dal 2001, che ha fatto da cerimoniere.

Visibilmente, e comprensibilmente, emozionati tutti i partecipanti, in particolare Roddick che ha dovuto ricorrere a tutta la sua determinazione per controllare le lacrime a metà conferenza stampa, mentre Kim Clijsters non ha saputo trattenere l’istinto materno, tenendo costantemente d’occhio il suo ultimogenito Blake (di 8 mesi) tenuto in braccio dalla sua primogenita Jada, 9 anni, sempre più somigliante alla madre.

Un assaggio di questa giornata lo si era già avuto a gennaio, quando durante gli Australian Open i protagonisti di oggi erano stati presentati agli appassionati della Rod Laver Arena (tutti tranne Kim che aveva dato alla luce il figlio Blake solo poche settimane prima). Roddick ha ribadito come non considerasse la sua ammissione come un fatto scontato, “tanto meno al primo tentativo. “Sono sei mesi che mi si chiede cosa significa per me essere qui oggi, ma non so se sono riuscito a trovare ancora le parole giuste per esprimere quello che sento. È davvero qualcosa di molto, molto speciale”. Talmente speciale che Andy ha voluto tutti i suoi parenti e conoscenti in questa giornata, creando qualche grattacapo logistico all’organizzazione. “Erano tutti talmente sorpresi che fossi stato ammesso che nessuno voleva mancare”. Il seguito di Roddick contava più di 50 persone, “tanto che Newport ha dovuto costruire un albergo nuovo apposta per loro” ha scherzato il Presidente Stan Smith.

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(photo Ben Solomon/ITHF)

Immancabile la domanda a “Rain Man” Flink sul più bel match cui abbia mai assistito: “Andy probabilmente sarai d’accordo con me, ma devo scegliere la finale di Wimbledon 2008 tra Federer e Nadal. Le condizioni ambientali, il freddo, il buio, l’ora tarda che mi ha permesso di raccontare la fine del match in diretta su Radio CBS durante il notiziario delle 4.15. Una serie di circostanze che hanno reso quel match il migliore che abbia mai visto”. Così come immancabile è stato il ricordo di Clijsters della vittoria agli US Open 2009 al terzo torneo dopo il rientro alle gare: “Non avevo alcuna aspettativa per quell’estate, e ad ogni match sentivo che giocavo sempre meglio. Durante uno Slam normalmente sono come in una bolla, non mi faccio condizionare dalle emozioni, ed alla fine di quell’evento le emozioni mi sono arrivate addosso tutte d’un tratto, lasciandomi travolta e confusa. Un’esperienza che porterò con me per tutta la mia vita”.

La nostra chiosa finale sulla curiosa camicia scelta da Roddick per la solenne occasione ha poi consentito ai più di preparare i fazzoletti per la cerimonia principale. “Ci puoi spiegare le ragioni della scelta di quella camicia?” abbiamo chiesto. “Prima tu” ha prontamente ribattuto Andy, per poi spiegare “ero a Los Angeles con mio figlio Hank, mia moglie stava lavorando, e mio figlio ha visto la camicia ‘Daddy, daddy, truck shirt’. La camicia per questa giornata l’ha scelta lui”.

Un’ora più tardi, allo scoccare del mezzogiorno e davanti alle telecamere di Tennis Channel, ha avuto inizio la cerimonia vera e propria. Ogni nuovo “hall of famer” ha diritto ad essere presentato da una persona di sua scelta, e Steve Flink ha scelto nientemeno che la 18-volte campionessa di Slam Chris Evert.Io e Steve ci conosciamo dal 1973, quando mi intervistò in occasione della mia prima finale ai French Open. A quei tempi il rapporto tra giocatori e reporter era molto meno formale e filtrato di oggi, e la nostra amicizia si è sviluppata nel corso degli anni, rafforzandosi ogni volta che Steve mi correggeva in conferenza stampa quando citavo record sbagliati a proposito della mia carriera. E per fortuna che sua moglie Frances non si è mai ingelosita per le innumerevoli volte che l’ho chiamato per chiedere consiglio su come scrivere un articolo o fare una telecronaca!
Nel suo discorso di accettazione, Flink con la consueta signorilità ha spiegato che lui ricordava tutti i record di Chris Evert “perché io sono lo storico, mentre lei è la campionessa che non si sofferma a pensare al passato, ma che si focalizza sempre sul prossimo grande torneo da vincere”, ed ha poi ringraziato tutti i membri della famiglia, compreso il padre 93enne Stanley, ex giornalista dei prestigiosi periodici Life e Time, che per primo lo aveva portato a Wimbledon nel 1965 e lo aveva poi presentato a Bud Collins, dando il via alla sua luminosa carriera.

Molto toccante l’introduzione di Monique Kalkman van der Bosch da parte di suo marito Marc: “Mo Mo, ti sei allenata tante ore, hai giocato tanti punti e vinto tanti incontri, grandi tornei e Paraolimpiadi, pianificando obiettivi e strategie. Una cosa non hai mai pianificato, perché probabilmente mai ti saresti aspettata di entrare nell’Hall of Fame. Oggi è quel giorno, un riconoscimento strameritato del tuo posto nella storia dello sport che ami così tanto. Congratulazioni, sono orgoglioso di far parte del tuo sogno”. E con le lacrime che ormai scendevano copiose sul viso dei due protagonisti, Monique gli ha risposto: “Todd Martin mi aveva detto che questa giornata sarebbe stata come un matrimonio. Quindi, Marc, nella buona e nella cattiva sorte, in salute o in malattia, sì, lo voglio giocare con te questo doppio misto, per il resto della mia vita”.

A raccontare Kim Clijsters è poi arrivato il suo storico allenatore Carl Maes, che l’ha seguita dai 13 anni fino alla consacrazione sul circuito internazionale: “Kim è quella che si presenta agli sconosciuti senza alcun problema, andando da loro per dire ‘ciao, sono Kim’, ed è anche la giocatrice che scherza con il cane della sua avversaria [Arantxa Sanchez Vicario ai WTA Championships 2001] prima e dopo il loro match. Una specie diversa di ‘competitor’, un ‘competitor’ con la faccia umana. Non smettere mai di essere te stessa”. Kim non ha lesinato parole di grande stima per tutti i suoi ‘colleghi’ sul palco, specialmente per Andy Roddick, con cui ha condiviso anche il percorso junior: “Ho quasi sempre fatto il tifo per te, tranne quando uscivo con un altro giocatore ATP [Lleyton Hewitt, con cui Clijsters è stata anche fidanzata ufficialmente n.d.r.] e tu giocavi contro di lui… spero mi perdonerai”.
Il tennis mi ha dato molto – ha poi continuato Kim – mi ha insegnato tante lezioni, che voglio descrivere con otto parole: dedizione, cura [di ciò che si fa], ottimismo, pazienza, rispetto, sacrificio, tolleranza e passione. Tra queste ce ne sono tre che sono le più importanti. La prima è ottimismo, che serve per rimanere positivi durante i momenti difficili. La seconda è dedizione, che serve per lavorare a fondo e migliorare in tutti gli aspetti che servono per conseguire i risultati che ci si prefigge. La terza è passione, passione per ciò che si fa, senza la quale tutto il resto non serve”.

E dopo che il sole aveva fatto capolino un paio di volte da dietro le nubi, senza peraltro cambiare sensibilmente la temperatura torrida della giornata, è arrivato il turno tanto atteso del mattatore Andy Roddick, presentato dal preparatore fisico che l’ha seguito per tutta la sua carriera, Doug Spreen,che dopo aver passato con me 260 notti l’anno è passato da preparatore fisico ad amico, a miglior amico per arrivare preparatore-amico-analista” ha scherzato Roddick, nel primo di una lunghissima serie di ringraziamenti a tutte le persone significative della sua carriera. Da suo fratello John alla sua agente di viaggio Karen, da tutti i suoi allenatori ai suoi compagni di Davis, Andy non ha voluto dimenticare nessuno, dedicando parole speciali anche ai suoi ‘colleghi’ di Hall of Fame: Se avete un problema con Kim, è sicuramente colpa vostra” ha detto di Clijsters; ed a Flink ha ricordato il primo match di tennis che l’ha ispirato, quello tra Lendl e Chang al Roland Garros 1989, etichettandolo erroneamente come un quarto di finale quando invece era un ottavo, non si sa se per una svista oppure per testare la capacità di Flink nel trattenere una correzione.
Ma quando i presenti, sottoscritto compreso, che erano fino a quel momento riuscito a trattenere le lacrime pensavano di essere ormai giunti al traguardo, ecco che il solito Andy calava i carichi da ‘90’ ricordando i suoi genitori, la sua famiglia, e proclamando la sua immensa fortuna. “La mia è una famiglia di lavoratori in tutti i sensi del termine, che affonda le sue radici negli umili inizi nelle fattorie del Wisconsin. Il mio fratello maggiore Lawrence ha avuto una vita molto dura, John un po’ meno, io sono il ragazzino viziato che ha avuto tutte le opportunità. […] I miei genitori si sono fatti il mazzo per noi. Mia mamma Blanche si è alzata alle 5 quasi tutte le mattine, per fare tutto quello che c’era da fare, accompagnarci a destra e manca, lezioni di tennis, allenamenti, giostrando tutti i nostri impegni facendo in modo che i pasti fossero sempre pronti. Tutte cose che da bambini si danno per scontate. Mio padre è venuto a mancare l’8 agosto 2014 [incredibile come questa data ricorra nella storia del tennis n.d.r.], il giorno peggiore della mia vita. Ora che sono io stesso padre, mi ritrovo spesso a sorridere perché solo adesso capisco lo scopo dei suoi insegnamenti e dei suoi metodi”.
Vorrei tanto che avesse potuto incontrare mio figlio Hank. Non riesco ad esprimere quanto ami quella piccola creatura, che negli ultimi due anni mi ha fatto provare emozioni che non sapevo di avere”.
La mia metà Brooklyn, molti non sanno quando sei matta. Ciò che è iniziato con una mia persecuzione nei tuoi confronti è sfociata in un matrimonio e figli. Forse non era una persecuzione, io la chiamo ostinazione. Sei talmente incredibile da essere riuscita a farmi apparire quasi ordinario il tanto temuto passaggio di uno sportivo professionista dalla carriera alla fase successiva della vita. Hank si accorgerà di quanto è fortunato, e la nostra futura figlia capirà anche lei di avere la migliore madre del mondo. Grazie per essere ciò che sei”.

Ed infine Andy si è dilungato (perché questo chiacchierone ha parlato per quasi mezz’ora) nel descrivere la sua fortuna di aver potuto aver a che fare con gli sportivi più grandi della sua epoca, se non di ogni epoca: “I Fab 4 mi hanno fatto arrabbiare spesso e volentieri, ma sono tremendamente orgoglioso di aver condiviso la mia vita e la mia carriera con persone di un tale spessore”. Durante la conferenza stampa della mattina, infatti, aveva ricordato come il primo messaggio di congratulazioni che avesse ricevuto appena svegliato provenisse da Roger Federer, la sua nemesi ed eterno rivale. “Mi sento come se fossi riuscito a portare Alì alla quindicesima ripresa, come se avessi difeso contro [Michael] Jordan, o lanciato contro Babe Ruth. Penso di sapere come ci si sente ad osservare Picasso che dipinge. Con loro qualche volta ho vinto, non spesso, ma un paio di volte sì”.

Non sono il migliore di tutti i tempi, non vincerò mai Wimbledon, non sono il migliore della mia generazione, o quello con il comportamento più inappuntabile. Non sono il più raffinato, e non darò mai l’onore che mi viene conferito oggi come scontato. Non dimenticherò mai quelli che hanno spianato la strada per noi e non dimenticherò gli aspetti innocenti di questo gioco che noi tutti amiamo”.

Ci sono tante cose che non sarò mai, ma da oggi in poi non sarò mai nulla di meno di un Hall of Famer, e di questo vi ringrazio dal profondo del mio cuore”.

Andy Roddick, il ragazzo ‘normale’ che ha vissuto il sogno fianco a fianco degli dei, toccando il cielo con un dito, e mantenendo sufficiente equilibrio per rendersi conto di ciò che gli è stato concesso. Anche e soprattutto per questo, si merita un posto tra gli immortali.

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Alcune cose su Djokovic che potrebbero esservi sfuggite

Curiosità note e meno note sul fresco vincitore dell’Australian Open: Novak Djokovic

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Novak Djokovic si apre come un libro in tantissime lingue, imperversa nelle conferenze stampa e quindi sappiamo tutto sul nuovo (si fa per dire) numero 1 del mondo. Qui segnaliamo alcune curiosità, alcune conusciute, altre meno; amenità ma anche cose serie, sul vincitore dell’ultimo Australian Open.

1. Il cambio di alimentazione: Novak, dopo essersi reso conto di non riuscire a rendere come avrebbe voluto sul campo, ha deciso di evitare i prodotti contenenti glutine. Il cambio di alimentazione gli permise di reagire al meglio al problema e lo portò alla svolta del 2011, che lo vide vincere tre Slam e perdere solo in semifinale da Federer a Parigi. Con la moglie Jelena – come da noi riportato nell’aprile del 2016 – ha trasferito la sua passione per la cucina come supporto primario ad una vita sana nel ristorante “Eqvita”, situato nel Principato di Monaco.

2. L’infanzia difficile, Djokovic bambino ha conosciuto la guerra: ha dovuto fare la coda per ricevere del cibo, e ha giocato su campi martoriati dai bombardamenti. “Cose come queste ti fanno crescere più forte” ha dichiarato in merito.

 

3. Il recordman di Melbourne gradisce molto poco le altitudini; all’aereo preferisce il pavimento di casa! Per fortuna del tennis ha reagito alla ritrosia ai grandi spostamenti in maniera differente rispetto al calciatore olandese Dennis Bergkamp, che ha preferito sempre organizzarsi via terra.

4. Rimanendo sul terreno calcistico, Nole ama lo sport più bello del mondo (almeno così lo definiscono i suoi appassionati); simpatizza per il Milan ed è amico di Zlatan Ibrahimovic, totem rossonero e icona sportiva mondiale. I due hanno in comune un rapporto speciale con il nostro paese, e lo svedese lo ha supportato pubblicamente ai tempi della scelta di non vaccinarsi.

5. Appare in una scena tagliata del film “Mercenari 2”, in cui combatte dei nemici con una racchetta. In questo caso però meglio di lui ha fatto il sessantanovenne ex collega Vijay Amritraj, che nel 1983 è apparso in diverse scene del film di 007 “Octopussy”; in una in particolare si difende con una racchetta, ma di legno, e appassiona gli astanti del mercato indiano di Udaipur con i suoi movimenti elegantissimi.

6. A diciotto anni, fresco di qualificazione allo Slam francese e di un primo turno passato in tre set con Robby Ginepri, Nole è costretto al ritiro sul punteggio di un set pari contro il numero otto del seeding Guillermo Coria. Inoltre, l’anno successivo sviene durante il torneo di Umag. Da allora ha preso la decisione di iniziare una terapia per tenere sotto controllo il problema: pare sia allergico all’argilla, così almeno riporta su Twitter “Histoporte”.

Se fosse vero, sembra quindi che la ragione dei soli due successi sul rosso di Parigi non sia minimamente da imputare alla presenza di Rafa Nadal ogni anno, ma alla fastidiosa reazione allergica alla superficie lenta per antonomasia. A questo punto bisognerebbe verificare una analoga sensibilità di Rafa, solo due miseri successi, ai prati, all’ambrosia e in generale alla flora che attecchisce nei dintorni di Church Road. Altro che Roger o Novak…

Danilo Gori

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ATP

Challenger: Goffin vince a Ottignies, Barrere a Quimper, Coria a Concepcion

Il belga torna al successo nel Challenger di casa mentre gli italiani deludono e Benoit Paire sembra sempre più avvitato nella sua spirale di negatività

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David Goffin, United Cup 2023 - Credit: Tennis Australia/Trevor Collens

Al Challenger 125 di Ottignies (Belgio, cemento indoor) finale di rango tra la prima testa di serie, il belga David Goffin (n.41 ATP) e lo svedese Mikael Ymer (n.69 ATP) che hanno giocato davanti ad un foltissimo pubblico, davvero inusuale a questi livelli. Ha vinto il primo in maniera fin troppo netta per 6-4 6-1 e per lui è l’ottavo successo Challenger, circuito in cui non vinceva dal lontano 2014, avendo nel frattempo frequentato ben altri palcoscenici. Il 32enne ex n.7 ATP continua così, dopo un paio di anni di buio, la sua rincorsa ai bei tempi andati. Tempi che difficilmente torneranno ma comunque vederlo giocare è sempre un piacere e poi può sempre capitare che tiri fuori dal cilindro un bel coniglio come successe lo scorso luglio sui prati di Wimbledon con quegli inaspettati quarti di finale. Per lo svedese nuovo best alla posizione n.60 ATP.

Nell’altro Challenger 125 che si giocava a Quimper (Bretagna, cemento indoor) finale tra due francesi, forse non i più attesi: Gregoire Barrere e Arthur Fils. Il vecchio contro il nuovo, volendo fare una sommaria sintesi giornalistica. Ed è il vecchio a prevalere in maniera molto netta col punteggio di 6-1 6-4. Il 28enne Barrere (n.83 ATP e seconda testa di serie del torneo) conferma così di essere in chiara ripresa dopo che il 2022 non gli aveva regalato molte gioie, se non in autunno con le due vittorie di Orleans e Brest. Un po’ di delusione invece per Arthur Fils, di 10 anni più giovane, che sembrava navigare col vento in poppa sulle ali della recentissima vittoria al Challenger di Oeiras 2 che l’aveva proiettato in top 200. Per il vincitore è il sesto successo Challenger e il nuovo best ranking alla posizione n.76 ATP, ottavo miglior giocatore francese. Nuovo best anche per Fils che sale al n.164. Comunque, nonostante la partita abbia regalato poche emozioni, è stata la miglior finale possibile, persi prematuramente per strada gli italiani, ed eliminato a sorpresa Luca Van Assche che, dopo aver battuto il nostro Nardi, è inciampato nel connazionale Geoffrey Blancaneaux. Tra quelli che si sono persi per strada una citazione la merita di diritto Benoit Paire, il disperso per antonomasia, che all’esordio ha raggranellato solo cinque giochi contro l’ucraino Illya Marchenko e sembra ben avviato al quarto anno consecutivo di saldo negativo vittorie/sconfitte.

Si giocava anche in Cile a Concepcion (Challenger 100, terra battuta outdoor) dove in finale sono arrivati Federico Coria (n.76 ATP) e il kazako Timofey Skatov (n.144 ATP). E nemmeno in questo caso l’ultimo atto ha dispensato grandi emozioni. Facile infatti la vittoria dell’argentino che porta a casa il titolo 6-4 6-3 in poco meno di due ore di gioco. E non c’è bisogno che vi spieghi perché sono servite quasi due ore per definire un punteggio in fin dei conti piuttosto netto. Il combinato disposto giocatore argentino più terra battuta ha imposto la sua legge anche questa volta. Per l’ormai 30enne Coria è il quinto Challenger in bacheca mentre il kazako si consola con il nuovo best ranking al n.129 ATP, secondo miglior giocatore del suo paese dopo Alexander Bublik.

 

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ATP

Pagelle Australian Open: Nole 10 e gode

Novak Djokovic torna in Australia e torna a vincere. Primo trionfo per Sabalenka mentre Berrettini si consola

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (foto: twitter @AustralianOpen)

Diciamo la verità, è stato un Australian Open agghiacciante che non ha offerto alcuno spunto interessante, se non fosse stato per le imprese di Srdjan Djokovic, un uomo che ha un livello di autocontrollo, eleganza e opportunità nei comportamenti pari al numero di vocali nel nome. 
È stato un torneo povero, nel quale non c’era il numero 1 Carlos Alcaraz,  non c’era di fatto Rafa Nadal e chissà se ci sarà più, non c’era Roger Federer e qui mi sa che bisognerà arrendersi all’idea di vederlo sfilare alla Fashion Week di Parigi, non c’era praticamente Danil Medvedev (4) rimasto ai primi due set della finale dell’anno scorso. Per fortuna ci ha pensato Andy Murray (8) a riscaldare i cuori degli aficionados nottambuli ma capirete che se per emozionarci dobbiamo affidarci ad un quasi ex con un’anca di metallo, siamo messi malaccio. 


Quindi che cosa poteva accadere di diverso da quello che accade di solito? Novak Djokovic (10), una volta sicuro di poter tornare ad entrare in Australia, ha ripreso a fare quello che ha sempre fatto da queste parti, e non solo: dominare. Al punto che ai suoi avversari e detrattori non resterà che augurarsi l’esplosione di una nuova pandemia.


Stefanos Tsitsipas (8,5) sognava il primo slam ed il numero 1 del mondo: “sarà per la prossima volta”, ovvero la frase che i giovani , i quasi giovani e gli ex giovani del circuito degli ultimi 20 anni si sono sentiti ripetere in continuazione. Comunque Stefanos l’ha presa con filosofia e con la consueta dose di umiltà: “È scritto, sono nato campione, sono andato a soli tre set dall’essere campione slam,  numero 1 del mondo, Papa, Presidente degli Stati Uniti e presentatore del Festival di Sanremo”.

 

A proposito, per evitare le polemiche legate all’invito al presidente ucraino Zelensky, pare che Amadeus abbia deciso di mandare un forte messaggio di pace ospitando nella serata dei duetti Srdjan Djokovic e Apostolos Tsitsipas che si esibiranno prima in “Sei forte papà” e poi, tenendosi per mano in “Allora ti chiamerò trottolino amoroso dududadadà”


E lo so, dovremmo essere politically correct e tessere le lodi dei semifinalisti Tommy Paul (8), emblema del rinascimento del tennis a stelle e strisce, e Karen Khachanov (8), che ha tenuto alta la bandiera invisibile dell’armata russa…ma insomma i russi i russi gli americani, no lacrime non fermarti fino a domani…e invece diciamo che un torneo dello slam con Paul e Khachanov in semifinale non possiamo sopportarlo. Lo sappiamo, direte,  intanto loro fin lì ci sono arrivati (e infatti gli abbiamo dato dei bei voti, che volete, anche se Struff, Davidovich Fokina, Brooksby, Bautista Agut e Shelton  per arrivare in semifinale non è male come percorso eh?) e invece i membri dello squadrone italico che fine hanno fatto? 


Beh, da questo punto di vista il torneo è stato pressoché drammatico. Jannik Sinner (6,5) ha almeno piantato la bandierina nella seconda settimana, ha peggiorato di un turno il risultato dello scorso anno, ma in compenso ha portato al quinto il finalista del torneo ed è tornato a casa in buona salute e non ha rivoluzionato il suo box: insomma si cresce.


Matteo Berrettini (4,5) in realtà non ha tradito le attese: l’obiettivo era occupare le pagine dei quotidiani italiani durante la seconda settimana del torneo grazie alle imprese realizzate verso le 04.30 del mattino ora italiana. Ebbene, game, Satta and match, Matteo! Sei tutti noi! Applausi!

Lorenzo Musetti (4) invece ha perso male al primo turno, tradendo le attese degli esteti del tennis. Per fortuna ci sono le donne (a prescindere, come direbbe Totó). Rybakina (9)  e Sabalenka  (10) hanno dato vita ad una grande finale e il timore che Iga Swiatek (5) potesse soggiogare l’intero circuito femminile è stato subito fugato. Certo a vedere Aryna Sabalenka campionessa slam e ricordandoci di quando appena otto mesi fa veniva presa a pallate da Camila Giorgi (6) al Roland Garros, viene un po’ di magone.


Suvvia tifosi, la stagione è appena iniziata, grandi novità si intravedono all’orizzonte, non avete idea di quante sorprese ci sono in…serbo!

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