Hall Of Fame: Andy Roddick e Kim Clijsters tra gli immortali

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Hall Of Fame: Andy Roddick e Kim Clijsters tra gli immortali

Nella cerimonia di Newport, ammessi alla Hall Of Fame anche il giornalista Steve Flink, vecchia conoscenza di Ubitennis, il maestro Vic Braden e la tennista in carrozzella Monique Kalkman van der Bosch

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Photogallery (Slideshow / Courtesy ITHF)

Full transcript conferenza stampa (in inglese)
Full transcript cerimonia di introduzione (in inglese)

Conferenza stampa Andy Roddick (video)
Conferenza stampa Kim Clijsters (video)
Conferenza stampa Steve Flink (video)
Conferenza stampa Monique Kalkman (video)

 

Nella suggestiva cornice dei suoi storici campi in erba, la International Hall of Fame of Tennis di Newport ha celebrato l’ingresso nel suo ristrettissimo club di cinque nuovi membri. La cerimonia annuale, che come tradizione si svolge il sabato del torneo ATP 250 di Newport, l’unico a disputarsi su campi erbivori al di fuori dall’Europa, quest’anno ha avuto un sapore speciale per Ubitennis: infatti uno dei membri della “Classe 2017” è il giornalista e storico del tennis Steve Flink, presenza costante sul canale YouTube di Ubitennis e sulle pagine inglesi del sito quando durante tutti i tornei dello Slam commenta i risultati con il direttore Scanagatta al termine di ogni giornata.


Flink ha iniziato a seguire i tornei dello Slam nel lontano 1972 a fianco di Bud Collins, il decano degli “scrittori” di tennis scomparso lo scorso anno, collaborando nel corso degli anni prima con la rivista World Tennis, poi con il settimanale Tennis Week, ed infine con Tennis Channel, il canale tematico statunitense per il quale è un apprezzato columnist. In tutto questo tempo ha anche mantenuto collaborazioni con i principali network televisivi statunitensi (ABC, NBC e CBS) ed è stato per anni il corrispondente radiofonico per la CBS dai principali tornei del circuito.

Oltre a Flink sono stati ammessi alla Hall of Fame anche Monique Kalkman van den Bosch (nella categoria tennis per disabili), quattro volte campionessa del mondo di tennis in carrozzella, alla quale si è dedicata dopo una breve carriera juniores interrotta da un cancro che l’ha lasciata paralizzata a soli 14 anni, e, postumamente, Vic Braden, uno dei più grandi innovatori nella disciplina dell’insegnamento del tennis, scomparso nel 2014 all’età di 85 anni. Ma è stata soprattutto la giornata di Kim Clijsters ed Andy Roddick, due ex n.1 del mondo e campioni di Slam, noti per la loro spiccata personalità fuori dal campo tanto quanto per la loro abilità con la racchetta in mano.

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(photo Ben Solomon/ITHF)

All’inizio delle celebrazioni, poco dopo le 10 del mattino, i nuovi membri (che invidia per gli anglosassoni che hanno la parola “inductee” che invece non si traduce in italiano…) hanno dato inizio alle cerimonie con una tradizionale conferenza stampa tenutasi all’interno del Museo della Hall of Fame, al riparo dalla calura e dall’umidità di luglio nel New England che già poco dopo le 8 del mattino vedeva la temperatura ben oltre i 25 gradi. La sala, adornata da alcuni pezzi unici della storia del tennis come le coppe Tiffany che ogni anno vengono consegnate ai vincitori degli US Open, ha visto i protagonisti entrare accompagnati da Stan Smith, Presidente della Hall of Fame dal 2001, che ha fatto da cerimoniere.

Visibilmente, e comprensibilmente, emozionati tutti i partecipanti, in particolare Roddick che ha dovuto ricorrere a tutta la sua determinazione per controllare le lacrime a metà conferenza stampa, mentre Kim Clijsters non ha saputo trattenere l’istinto materno, tenendo costantemente d’occhio il suo ultimogenito Blake (di 8 mesi) tenuto in braccio dalla sua primogenita Jada, 9 anni, sempre più somigliante alla madre.

Un assaggio di questa giornata lo si era già avuto a gennaio, quando durante gli Australian Open i protagonisti di oggi erano stati presentati agli appassionati della Rod Laver Arena (tutti tranne Kim che aveva dato alla luce il figlio Blake solo poche settimane prima). Roddick ha ribadito come non considerasse la sua ammissione come un fatto scontato, “tanto meno al primo tentativo. “Sono sei mesi che mi si chiede cosa significa per me essere qui oggi, ma non so se sono riuscito a trovare ancora le parole giuste per esprimere quello che sento. È davvero qualcosa di molto, molto speciale”. Talmente speciale che Andy ha voluto tutti i suoi parenti e conoscenti in questa giornata, creando qualche grattacapo logistico all’organizzazione. “Erano tutti talmente sorpresi che fossi stato ammesso che nessuno voleva mancare”. Il seguito di Roddick contava più di 50 persone, “tanto che Newport ha dovuto costruire un albergo nuovo apposta per loro” ha scherzato il Presidente Stan Smith.

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(photo Ben Solomon/ITHF)

Immancabile la domanda a “Rain Man” Flink sul più bel match cui abbia mai assistito: “Andy probabilmente sarai d’accordo con me, ma devo scegliere la finale di Wimbledon 2008 tra Federer e Nadal. Le condizioni ambientali, il freddo, il buio, l’ora tarda che mi ha permesso di raccontare la fine del match in diretta su Radio CBS durante il notiziario delle 4.15. Una serie di circostanze che hanno reso quel match il migliore che abbia mai visto”. Così come immancabile è stato il ricordo di Clijsters della vittoria agli US Open 2009 al terzo torneo dopo il rientro alle gare: “Non avevo alcuna aspettativa per quell’estate, e ad ogni match sentivo che giocavo sempre meglio. Durante uno Slam normalmente sono come in una bolla, non mi faccio condizionare dalle emozioni, ed alla fine di quell’evento le emozioni mi sono arrivate addosso tutte d’un tratto, lasciandomi travolta e confusa. Un’esperienza che porterò con me per tutta la mia vita”.

La nostra chiosa finale sulla curiosa camicia scelta da Roddick per la solenne occasione ha poi consentito ai più di preparare i fazzoletti per la cerimonia principale. “Ci puoi spiegare le ragioni della scelta di quella camicia?” abbiamo chiesto. “Prima tu” ha prontamente ribattuto Andy, per poi spiegare “ero a Los Angeles con mio figlio Hank, mia moglie stava lavorando, e mio figlio ha visto la camicia ‘Daddy, daddy, truck shirt’. La camicia per questa giornata l’ha scelta lui”.

Un’ora più tardi, allo scoccare del mezzogiorno e davanti alle telecamere di Tennis Channel, ha avuto inizio la cerimonia vera e propria. Ogni nuovo “hall of famer” ha diritto ad essere presentato da una persona di sua scelta, e Steve Flink ha scelto nientemeno che la 18-volte campionessa di Slam Chris Evert.Io e Steve ci conosciamo dal 1973, quando mi intervistò in occasione della mia prima finale ai French Open. A quei tempi il rapporto tra giocatori e reporter era molto meno formale e filtrato di oggi, e la nostra amicizia si è sviluppata nel corso degli anni, rafforzandosi ogni volta che Steve mi correggeva in conferenza stampa quando citavo record sbagliati a proposito della mia carriera. E per fortuna che sua moglie Frances non si è mai ingelosita per le innumerevoli volte che l’ho chiamato per chiedere consiglio su come scrivere un articolo o fare una telecronaca!
Nel suo discorso di accettazione, Flink con la consueta signorilità ha spiegato che lui ricordava tutti i record di Chris Evert “perché io sono lo storico, mentre lei è la campionessa che non si sofferma a pensare al passato, ma che si focalizza sempre sul prossimo grande torneo da vincere”, ed ha poi ringraziato tutti i membri della famiglia, compreso il padre 93enne Stanley, ex giornalista dei prestigiosi periodici Life e Time, che per primo lo aveva portato a Wimbledon nel 1965 e lo aveva poi presentato a Bud Collins, dando il via alla sua luminosa carriera.

Molto toccante l’introduzione di Monique Kalkman van der Bosch da parte di suo marito Marc: “Mo Mo, ti sei allenata tante ore, hai giocato tanti punti e vinto tanti incontri, grandi tornei e Paraolimpiadi, pianificando obiettivi e strategie. Una cosa non hai mai pianificato, perché probabilmente mai ti saresti aspettata di entrare nell’Hall of Fame. Oggi è quel giorno, un riconoscimento strameritato del tuo posto nella storia dello sport che ami così tanto. Congratulazioni, sono orgoglioso di far parte del tuo sogno”. E con le lacrime che ormai scendevano copiose sul viso dei due protagonisti, Monique gli ha risposto: “Todd Martin mi aveva detto che questa giornata sarebbe stata come un matrimonio. Quindi, Marc, nella buona e nella cattiva sorte, in salute o in malattia, sì, lo voglio giocare con te questo doppio misto, per il resto della mia vita”.

A raccontare Kim Clijsters è poi arrivato il suo storico allenatore Carl Maes, che l’ha seguita dai 13 anni fino alla consacrazione sul circuito internazionale: “Kim è quella che si presenta agli sconosciuti senza alcun problema, andando da loro per dire ‘ciao, sono Kim’, ed è anche la giocatrice che scherza con il cane della sua avversaria [Arantxa Sanchez Vicario ai WTA Championships 2001] prima e dopo il loro match. Una specie diversa di ‘competitor’, un ‘competitor’ con la faccia umana. Non smettere mai di essere te stessa”. Kim non ha lesinato parole di grande stima per tutti i suoi ‘colleghi’ sul palco, specialmente per Andy Roddick, con cui ha condiviso anche il percorso junior: “Ho quasi sempre fatto il tifo per te, tranne quando uscivo con un altro giocatore ATP [Lleyton Hewitt, con cui Clijsters è stata anche fidanzata ufficialmente n.d.r.] e tu giocavi contro di lui… spero mi perdonerai”.
Il tennis mi ha dato molto – ha poi continuato Kim – mi ha insegnato tante lezioni, che voglio descrivere con otto parole: dedizione, cura [di ciò che si fa], ottimismo, pazienza, rispetto, sacrificio, tolleranza e passione. Tra queste ce ne sono tre che sono le più importanti. La prima è ottimismo, che serve per rimanere positivi durante i momenti difficili. La seconda è dedizione, che serve per lavorare a fondo e migliorare in tutti gli aspetti che servono per conseguire i risultati che ci si prefigge. La terza è passione, passione per ciò che si fa, senza la quale tutto il resto non serve”.

E dopo che il sole aveva fatto capolino un paio di volte da dietro le nubi, senza peraltro cambiare sensibilmente la temperatura torrida della giornata, è arrivato il turno tanto atteso del mattatore Andy Roddick, presentato dal preparatore fisico che l’ha seguito per tutta la sua carriera, Doug Spreen,che dopo aver passato con me 260 notti l’anno è passato da preparatore fisico ad amico, a miglior amico per arrivare preparatore-amico-analista” ha scherzato Roddick, nel primo di una lunghissima serie di ringraziamenti a tutte le persone significative della sua carriera. Da suo fratello John alla sua agente di viaggio Karen, da tutti i suoi allenatori ai suoi compagni di Davis, Andy non ha voluto dimenticare nessuno, dedicando parole speciali anche ai suoi ‘colleghi’ di Hall of Fame: Se avete un problema con Kim, è sicuramente colpa vostra” ha detto di Clijsters; ed a Flink ha ricordato il primo match di tennis che l’ha ispirato, quello tra Lendl e Chang al Roland Garros 1989, etichettandolo erroneamente come un quarto di finale quando invece era un ottavo, non si sa se per una svista oppure per testare la capacità di Flink nel trattenere una correzione.
Ma quando i presenti, sottoscritto compreso, che erano fino a quel momento riuscito a trattenere le lacrime pensavano di essere ormai giunti al traguardo, ecco che il solito Andy calava i carichi da ‘90’ ricordando i suoi genitori, la sua famiglia, e proclamando la sua immensa fortuna. “La mia è una famiglia di lavoratori in tutti i sensi del termine, che affonda le sue radici negli umili inizi nelle fattorie del Wisconsin. Il mio fratello maggiore Lawrence ha avuto una vita molto dura, John un po’ meno, io sono il ragazzino viziato che ha avuto tutte le opportunità. […] I miei genitori si sono fatti il mazzo per noi. Mia mamma Blanche si è alzata alle 5 quasi tutte le mattine, per fare tutto quello che c’era da fare, accompagnarci a destra e manca, lezioni di tennis, allenamenti, giostrando tutti i nostri impegni facendo in modo che i pasti fossero sempre pronti. Tutte cose che da bambini si danno per scontate. Mio padre è venuto a mancare l’8 agosto 2014 [incredibile come questa data ricorra nella storia del tennis n.d.r.], il giorno peggiore della mia vita. Ora che sono io stesso padre, mi ritrovo spesso a sorridere perché solo adesso capisco lo scopo dei suoi insegnamenti e dei suoi metodi”.
Vorrei tanto che avesse potuto incontrare mio figlio Hank. Non riesco ad esprimere quanto ami quella piccola creatura, che negli ultimi due anni mi ha fatto provare emozioni che non sapevo di avere”.
La mia metà Brooklyn, molti non sanno quando sei matta. Ciò che è iniziato con una mia persecuzione nei tuoi confronti è sfociata in un matrimonio e figli. Forse non era una persecuzione, io la chiamo ostinazione. Sei talmente incredibile da essere riuscita a farmi apparire quasi ordinario il tanto temuto passaggio di uno sportivo professionista dalla carriera alla fase successiva della vita. Hank si accorgerà di quanto è fortunato, e la nostra futura figlia capirà anche lei di avere la migliore madre del mondo. Grazie per essere ciò che sei”.

Ed infine Andy si è dilungato (perché questo chiacchierone ha parlato per quasi mezz’ora) nel descrivere la sua fortuna di aver potuto aver a che fare con gli sportivi più grandi della sua epoca, se non di ogni epoca: “I Fab 4 mi hanno fatto arrabbiare spesso e volentieri, ma sono tremendamente orgoglioso di aver condiviso la mia vita e la mia carriera con persone di un tale spessore”. Durante la conferenza stampa della mattina, infatti, aveva ricordato come il primo messaggio di congratulazioni che avesse ricevuto appena svegliato provenisse da Roger Federer, la sua nemesi ed eterno rivale. “Mi sento come se fossi riuscito a portare Alì alla quindicesima ripresa, come se avessi difeso contro [Michael] Jordan, o lanciato contro Babe Ruth. Penso di sapere come ci si sente ad osservare Picasso che dipinge. Con loro qualche volta ho vinto, non spesso, ma un paio di volte sì”.

Non sono il migliore di tutti i tempi, non vincerò mai Wimbledon, non sono il migliore della mia generazione, o quello con il comportamento più inappuntabile. Non sono il più raffinato, e non darò mai l’onore che mi viene conferito oggi come scontato. Non dimenticherò mai quelli che hanno spianato la strada per noi e non dimenticherò gli aspetti innocenti di questo gioco che noi tutti amiamo”.

Ci sono tante cose che non sarò mai, ma da oggi in poi non sarò mai nulla di meno di un Hall of Famer, e di questo vi ringrazio dal profondo del mio cuore”.

Andy Roddick, il ragazzo ‘normale’ che ha vissuto il sogno fianco a fianco degli dei, toccando il cielo con un dito, e mantenendo sufficiente equilibrio per rendersi conto di ciò che gli è stato concesso. Anche e soprattutto per questo, si merita un posto tra gli immortali.

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Coppa Davis

Fine anno da dimenticare per Djokovic. Fiducia incrinata per l’incerto 2022?

Tutti falliti, dopo agosto, i 4 obiettivi che voleva centrare. Ma… “Non rimpiango di aver giocato i tornei dopo Wimbledon”. Australia sì o no? Ogni decisione provocherà pesantissime critiche

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Repetita iuvant, anche se possono annoiare. La Croazia di Gojo, di Mektic e Pavic – sì, più di loro tre che del n.1 Marin Cilic – è in finale dopo aver battuto la Serbia del n.1 del mondo Novak Djokovic che da solo non è riuscito a rimediare alle insufficienti prestazioni del n.2 Lajovic nonché a quelle del partner di doppio improvvisato, Krajinovic, mostratosi nell’occasione decisamente modesto e di gran lunga il peggiore dei quattro scesi in campo nel doppio decisivo fra croati e serbi. Davanti a 6.854 spettatori paganti – non pochi per un match fra serbi e croati giocato nella Madrid Arena di Casa de Campo capace di contenerne 12.000 – Mektic e un superbo Pavic hanno concesso una sola palla-break a Djokovic e Krajnovic, una più di quante ne avevano concesso a Fognini e Sinner. In diverse occasioni Djokovic è stato letteralmente preso a pallate.

Repetita iuvant, dicevo sopra, perché ricopio pari pari una delle frasi iniziali, se non proprio il… “comincio”, di quel che scrissi la sera in cui Novak perse a Torino nelle semifinali ATP con Sascha Zverev (che l’indomani avrebbe battuto anche Medvedev) ora che ha perso anche la chance di conquistare un’altra Coppa Davis. Per Djokovic che è n.1 a fine anno per 7 degli ultimi 10 anni!, questo resta un anno fantastico, campione di tre Slam con una finale raggiunta nel quarto. Non c’è tennista al mondo che non sognerebbe un’annata così, perfino Federer e Nadal che sono abituati a sognare in grande.

Tuttavia tutti i grandi traguardi che Novak aveva dichiarato di voler raggiungere dopo aver trionfato a Wimbledon sono clamorosamente sfumati, proprio falliti anzi: 1) l’oro olimpico a Tokyo (che mai più potrà essere da lui raggiunto: a Parigi per i Giochi 2024 avrà 37 anni… d’altra parte non ce l’ha fatta neppure Federer a conquistare l’oro in singolare, mentre il Ringo Starr dei Beatles della racchetta, Andy Murray si è preso una gran rivincita vincendone due! Nadal si è accontentato di un oro in singolo e un altro in doppio, alla faccia di chi non lo considera eccellente volleador), 2) il Grande Slam 3) il sesto Masters ATP per eguagliare i sei successi di Federer 4) la Coppa Davis per la sua amata Serbia e… a seguito di una sconfitta patita proprio con i rivali… più rivali, i croati!

 

In Serbia, anche se Novak che ha per coach il croato Goran Ivanisevic, è una sconfitta che brucia più che se fosse venuta con tennisti di qualsiasi altro Paese. E per tutte queste vicende di record sfiorati ma mancati, chi conosce bene Novak Djokovic se lo immagina più dispiaciuto del finale d’anno che contento di tutto il resto della stagione. Una situazione, forse, assimilabile – sia pur un poco alla lontana – con quella del tennis italiano che ha sì vissuto un’annata straordinaria a conclusione di un epico miniciclo di 11 tornei vinti dall’aprile 2019 con 13 finali raggiunte da più azzurri, ma proprio alla fine si ritrova però un po’ la bocca amara per l’infortunio di Matteo Berrettini che ci ha privato di un grande protagonista nelle prime finali ATP “torinesi” e poi per la successiva evitabilissima sconfitta con la Croazia di Gojo e soci.

Vedere la Croazia capace di battere anche la Serbia, e più o meno con lo stesso doloroso andamento che avevamo sofferto noi italiani a Torino quando credevamo che della Croazia avremmo fatto un solo boccone, ci ha fatto doppiamente male. Gojo ha battuto anche Lajovic dopo essere stato ben indietro all’inizio. Con Lorenzo era stato indietro 4-1 e palla del 5-1. Con Lajovic è stato indietro di un set. I nostri rimpianti per quel che poteva essere e non è stato sono cresciuti a dismisura. Temo che a Lorenzo Sonego fischieranno le orecchie per un bel po’ anche se Gojo battendo uno dopo l’altro il n.63 Popyrin, lui n.27 e poi Lajovic n.33, lo ha forse consolato un po’ e contribuito a cicatrizzare in parte una ferita difficile da rimarginare.

Ho tentato in tutti i modi di far dire a Novak Djokovic quali fossero le sue prossime intenzioni, dopo che aveva anticipato: “Userò i prossimi giorni per recuperare e dimenticare il tennis. Sono davvero stanco per questa stagione, preferisco restare un po’ in famiglia nel modo migliore e poi vedremo che cosa porterà il futuro”.

Non rassegnato a lasciar perdere allora io gli ho detto: “Beh, Novak sappiamo che non ti vedremo più quest’anno… e allora ci piacerebbe sapere almeno quando ti rivedremo l’anno prossimo. Intuisco che non lo dirai stasera, ma almeno potresti dirci se esista una dead line, e quando sarebbe. Così ci prepariamo…”

Tutto ciò l’ho detto sapendo benissimo che era un tentativo destinato a fallire. Quelle risposte non le avrei mai avute. Riuscire a farlo sorridere, nel momento immediatamente successivo a una sconfitta con i croati, era già qualcosa. Ha sorriso e, sorridendo comprensivo: “Ubaldo…verrai informato. Lo so che cosa vuoi, ma non ti darò una risposta questa notte. So che cosa mi vuoi chiedere. Ma te lo dirò. Questa è la sola cosa che posso dirti e non posso darti alcuna data. Naturalmente l’Australia è dietro l’angolo, quindi lo saprai molto presto…”

E io: “Magari prima di Natale…” ridendo. E lui per tutta risposta: ”Merry Christmas!”.

Un paio di minuti prima gli avevo chiesto se, per quanto tutti i giocatori del mondo avrebbero voluto essere al posto suo, con 3 vittorie in altrettanti Slam nel primo semestre dell’anno – l’avevo premesso per addolcirgli la pillola e metterlo in buona… sono vecchie tecniche pre-interviste – non avrebbe desiderato chiudere il suo magnifico 2021 a agosto, cioè prima delle Olimpiadi, dell’US Open, delle Finali ATP, della Coppa Davis. “Paradossalmente un grande anno è finito male… ma questo è lo sport, capisco che non è un bel momento questo per ricordatelo… ma come reagisci?”

Djokovic: “La stagione finisce oggi e quindi non rimpiango di aver giocato alcun torneo dopo le date che hai ricordato. Ho dato il mio massimo per la mia nazionale. Per me è importante e anche per tutti noi. Una vittoria in singolare non basta. Questa competizione è crudele perché devi vincere ogni match che giochi e anche ogni set perché conta. Ci siamo qualificati come secondo team del gruppo, abbiamo giocato i quarti, le semifinali… non mi pento di nulla. Si cerca di imparare delle lezioni da momenti come questi. Anche se fanno male a me personalmente e alla squadra. Sono comunque le migliori opportunità per diventare più forti, per crescere a svilupparsi anche per diventare persone e giocatori migliori. Ci sono molte cose che possiamo fare per migliorare individualmente e come squadra. Ma l’obiettivo è sempre andare avanti in Coppa Davis perché tutti ci teniamo a giocare per questa squadra e il nostro Paese”.

Riferito alcune delle frasi dette da Nole – e altre le leggerete a parte – resta valido il discorso accennato dopo Torino e la sua sconfitta, anzi la serie delle sue sofferte sconfitte che hanno bocciato tutti i suoi obiettivi dichiarati dacché aveva vinto Wimbledon e il 20mo Slam. Non c’è stato neppure l’atteso sorpasso a Federer e Nadal, sebbene loro si fossero fermati. Avrebbe potuto essere una situazione ideale. Ma Novak a New York è stato bloccato dall’eccesso di tensione e… dalla gran giornata di Medvedev. Adesso, se Nole non andasse in Australia – davvero non c’è stato verso di capire qui a Madrid se pensa di andarci alla fine oppure no; forse Ubitennis nei prossimi giorni potrebbe organizzare un sondaggio fra voi lettori: Djokovic andrà in Australia o no? Che ne dite? – il rischio di vedersi sorpassare da Rafa Nadal nel conto degli Slam, potrebbe essere realistico. Vero che Djokovic ha vinto l’ultimo Roland Garros, ma secondo voi è facile considerare Rafa sfavorito a Parigi dopo 13 Roland Garros trionfali solo perché ha perso l’ultimo?

L’altro quesito che mi pongo e vi pongo è di natura psicologica. Checché possa dire oggi Novak, queste ultime sono state brutte e pesanti botte alla sua innata fiducia. Prima Medvedev a New York e poi Zverev a Torino confermando quella che poteva essere stata una giornata di straordinaria follia giapponese – a Tokyo Nole vinceva 6-1 3-2 con break prima di perdere 10 game dei successivi 11; dai non fu normale! Non fu solo merito di Zverev, Nole divenne improvvisamente l’ombra di se stesso – lo hanno messo alla frusta, lo hanno dominato come non gli era capitato da tempo e gli hanno certamente insinuato dei gran dubbi: “Sono ancora o non sono più il più forte tennista del mondo? Non starò mica improvvisamente accusando anch’io il peso degli anni, che sono 34 e mezzo e non così pochi anche se ho un fisico bestiale, come è accaduto prima a Roger e poi a Rafa?”.

Questi dubbi all’interno della sua testa sono certamente più importanti di quelli che magari aleggiano nella testa di quella parte dell’opinione pubblica che attribuisce questi falliti obiettivi della seconda metà della stagione di Novak alla crescita competitiva dei suoi più giovani rivali. In particolare Medvedev e Zverev, senza dimenticare Tsitsipas che aveva vinto i primi due set nella finale del Roland Garros. Ma ho già sentito dire a diversi addetti ai lavori che Novak sarebbe vittima anche di un calo fisico. Non solo non ha fatto che dire, ultimamente, di essere molto stanco, sebbene dopo l’US Open si fosse preso un lungo break per ritemprarsi. Ma negli scambi più prolungati sia con Medvedev a New York sia con Zverev a Torino, è stato visto perderne la maggior parte e addirittura boccheggiare. Poi è insorto pure il discorso mentale. Forse, per un tipo come Novak, l’aspetto mentale è preponderante.

Di sicuro, se queste appena accennate fossero solo supposizioni, c’è che i suoi migliori inseguitori non lo temono più. Lo affrontano spavaldi, convinti di poterlo battere. E anche questo atteggiamento pesa. Ha pesato e ancor più inciderà sui possibili suoi risultati futuri. Ciò detto, mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, ma i primi mesi del 2022 saranno tosti per Djokovic. Più di sempre.

Intanto perché vada o non vada in Australia qualunque sua decisione solleverà un mare di polemiche. Se andrà sottoponendosi pubblicamente al vaccino verrà probabilmente accusato o di essersi piegato ai diktat del Governo dello Stato di Victoria o, chissà, di mancata coerenza con le sue dichiarazioni di… indipendenza. Per i no vax sarà un brutto colpo. Soprattutto in Serbia sono tanti che non si sono vaccinati, persuasi dall’atteggiamento del carismatico Novak. Se invece non andrà forse gli altri tennisti non si dispiaceranno troppo – anzi, avranno un forte concorrente in meno – ma potrebbero mettere in discussione le sue pretese di leadership, con o senza PTPA, quando il 90% di tutti i tennisti ritiene invece giusto vaccinarsi e giocare regolarmente a Melbourne (e, per chi può, anche in ATP Cup).

E che farebbe poi Novak per Indian Wells e Miami se anche per giocare in California e Florida valessero le stesse regole dello stato di Vittoria? Giorni fa Nole aveva detto: “Wait and see”. Aspettiamo e vediamo. Ma ora mi sa che il tempo dell’attesa sia quasi scaduto.

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Coppa Davis

Coppa Davis, semifinale: Croazia-Serbia, un ‘derby’ per conquistare la finale (ore 16)

Djokovic nettamente favorito contro Cilic, ma se si arrivasse sull’1-1 il doppio croato potrebbe fare la differenza. Decisivo il primo singolare? Chi schiereranno i due capitani? Gojo o Serdarusic? Lajovic, Krajinovic o Kecmanovic?

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Marin Cilic - Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

A Madrid (ore 16, diretta Supertennis) va in scena la prima semifinale della Coppa Davis edizione 2020/2021 (visto che l’anno scorso causa Covid non si giocarono le Finals). Di fronte Croazia e Serbia, in una sorta di derby della ex Jugoslavia intriso di tanti significati, soprattutto politici.

Da una parte il numero 1 del mondo Novak Djokovic, con al suo fianco un buon doppista, Nicola Cacic (nr.36 della specialità) e tre buoni singolaristi: Dusan Lajovic (nr. 33 ATP), Filip Krajinovic (nr. 42) e Miomir Kecmanovic (nr. 69), oltretutto schierati tutti e 3 da capitan Troicki nelle tre sfide sini qui giocate dalla Serbia. Dall’altra parte invece la Croazia ha in Marin Cilic il suo leader, due singolaristi di mediocre valore (sulla carta) quali Nino Serdarusic e Borna Gojo (una delle sorprese di queste Finals) posizionati ben oltre la posizione nr.200 del ranking, e poi la migliore coppia di doppio possibile, i numeri 1 del mondo Nikola Mektic e Mate Pavic.

È chiaro che se dovessimo ragionare sulla base dei valori assoluti e tenendo conto dei precedenti tra i tennisti che scenderanno in campo, la Serbia la dovrebbe chiudere dopo i due singolari. Perché uno dei tre singolaristi serbi dovrebbe facilmente avere la meglio su Gojo o Serdarusic e perché Djokovic ha battuto 17 volte su 19 Cilic e non si vede perché non dovrebbe farlo a Madrid dove oltretutto il numero 1 croato non è che abbia convinto più di tanto, portato al terzo set da De Minaur nella sfida con l’Australia e battuto poi dal giovane ungherese Piros e dal nostro Jannik Sinner.

 

Ma non ci stancheremo mai di dirlo, la Davis (al di là del format) è sempre la Davis e i valori della classifica non contano niente. Basti pensare a ciò che ha fatto Borna Gojo, sfrontato quanto mai una volta in campo, che non solo ha battuto l’australiano Alexei Popyrin, ma si è poi ripetuto contro il nostro Lorenzo Sonego, che giocava in casa e quindi aveva anche il tifo dalla sua. È abbastanza scontato che laddove nel primo singolare (quello tra i numero 2) avesse la meglio la Croazia la sfida assumerebbe tutt’altra storia, perché, come detto, con Metkic/Pavic in campo i croati diventerebbero favoriti per la conquista della finale.

La Croazia ha vinto due volte la Coppa Davis, nel 2005 battendo in finale in trasferta la Slovacchia (eroi di quell’impresa un quasi perfetto Ljubicic che perse solo l’ultimo singolare della finale in quell’edizione, e Mario Ancic, con Goran Ivanisevic convocato per la storia proprio nella finale da Niki Pilic) e nel 2018 battendo la Francia anche in quell’occasione a domicilio (Marin Cilic sugli scudi). La Croazia ha invece perso in casa la finale del 2016, quando Juan Martin del Potro e Federico Delbonis rimontarono dall’1-2 nell’ultima giornata battendo rispettivamente proprio Marin Cilic e il redivivo (per la Davis croata) Ivo Karlovic che però si sciolse come neve al sole sul 2-2.

La Serbia invece va alla ricerca della terza finale della sua storia. La prima coincise con l’unica vittoria serba quando nel 2010 Djokovic e Troicki rimontarono in un ambiente caldissimo la Francia a Belgrado che era avanti 2-1 dopo il doppio. I serbi vinsero gli ultimi due singolari senza perdere nemmeno un set. Fu invece un’amara sconfitta quella del 2013, quando contro la Repubblica Ceca di Stepanek e Berdych sul punteggio di 1-1 il capitano serbo Bogdan Obradovic preferì tenere a riposo Novak Djokovic per schierare Bozoljiac e Zimonjic andando incontro a una sconfitta netta contro la coppia ceca Stepanek/Berdyck. E chiaramente il risultato del doppio pesò sulla sfida perché nell’ultimo singolare Radek Stepanek umiliò letteralmente Dusan Lajovic per il 3-2 finale. Famosa in quell’occasione la battuta di Tomaz Berdych nella conferenza stampa post-doppio, “i serbi hanno tenuto la Ferrari nel garage” riferendosi alla mancata presenza di Nole nel doppio.

Tra Croazia e Serbia i precedenti sono due e sono stati vinti entrambi dalla Serbia. Il primo nel 2010 fu giocato a Spalato, valevole per i quarti di finale e vinto dalla Serbia 4-1. Si giocò sul veloce in un ambiente infuocato. Nel primo singolare, tra Ljubicic al passo d’addio e Novak Djokovic, nei primi scambi successe di tutto e ci pensò proprio il tennista croato a placare gli animi prendendo il microfono dal giudice di sedia ed invitando il pubblico a non disturbare oltremodo il gioco. Nole vinse nettamente ma alla fine i due tennisti si scambiarono la maglietta compiendo un gesto davvero ammirevole. Cilic siglò l’1-1 battendo Troicki, ma la vittoria del doppio serbo composto da Zimonjic e Tipsarevic spianò la strada ai serbi che con Djokovic il giorno dopo chiusero subito la pratica.

Nel 2015 invece si giocò a Kraljievo ed era il primo turno della manifestazione. La vittoria serba fu netta (5-0) anche perché Cilic era assente e il solo Borna Coric potè ben poco, sconfitto in 5 set da Viktor Troicki che rimontò da uno svantaggio di due set a zero e sancì praticamente la sconfitta croata vista la vittoria di Djokovic su Amer Delic nel primo singolare.

La Croazia è arrivata a questa semifinale da imbattuta nonostante i colpi a vuoto di Marin Cilic, forte come detto di un doppio di assoluto valore. La Serbia invece è risultata una delle migliori seconde, dopo essere stata sconfitta dalla Germania nel girone eliminatorio e aver sofferto non poco contro il Kazakistan nei quarti, dove Djokovic e Cacic l’hanno spuntata solo al terzo set nel doppio decisivo sull’1-1.

I due numeri 1 si sono affrontati come detto ben 19 volte con Nole in vantaggio nei precedenti 17-2. Cilic ha battuto Nole due volte di seguito, a Parigi-Bercy nel 2016 e sull’erba del Queen’s nel 2018. Non si affrontano dal 2019. Gojo e Serdarusic non hanno mai incontrato Lajovic, Kecmanovic o Krajinovic. Quindi l’effetto sorpresa croato potrebbe manifestarsi tranquillamente. In stagione Gojo e Serdarusic non hanno alcun risultato di rilievo nel circuito mentre tra i 3 potenziali numeri 2 serbi il migliore è stato Krajinovic che ha fatto finale ad Amburgo e semifinale a Sofia. Inutile parlare dei successi di Pavic e Mektic che oltre a vincere 8 titoli nell’anno si sono anche laureati campioni olimpici a Tokyo. Per Cacic dall’altra parte solo un titolo, vinto a Buenos Aires in coppia con il bosniaco Tomislav Brkic con il quale fa coppia fissa nel circuito. Inoltre insieme hanno anche perso 4 finali nel corso del 2021.

A conti fatti la Serbia è favorita ma il margine d’errore è minimo, perché fallire la vittoria nel singolare tra i numeri 2 equivarrebbe a giocarsi tutto nel doppio e farlo contro Mektic e Pavic sarà impresa davvero improba (noi ne sappiamo qualcosa).

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Coppa Davis

Coppa Davis, Rublev e Medvedev non brillano, ma portano la Russia in semifinale contro la Germania

Rublev, a un passo da vincere in due set, spegne la luce e si fa trascinare al terzo. Medvedev fa il minimo indispensabile e sigla il 2-0 definitivo

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Daniil Medvedev - Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Russia b. Svezia 2-0

Sarà la RTF ad affrontare la Germania in semifinale. Né Andrey Rublev, né Daniil Medvedev hanno offerto prestazioni brillanti, ma le loro versioni pur appannate sono state sufficienti per regolare le velleità dei due fratelli Ymer, Elias e Mikael, ed eliminare la Svezia di capitan Robin Soderling.

A. Rublev b. E. Ymer 6-2 5-7 7-6(3)

 

Balbettando, senza brillare affatto, ma Andrey Rublev porta il primo punto alla Russia sconfiggendo Elias Ymer in tre set. Il russo si è fatto trascinare al parziale decisivo dopo essere stato a due punti dal vincere in meno di un’ora. Rublev è apparso discontinuo e nervoso per tutta la partita, ma ha avuto il pregio di gestire bene il tiebreak decisivo, limitando gli errori e giocando in sostanza come imporrebbe il suo ranking e il suo status di giocatore affermato. Dato il suo rendimento altalenante delle ultime settimane e in particolare in queste Davis Cup Finals non è improbabile che in un’eventuale semifinale Tarpishchev decida di schierare Aslan Karatsev al suo posto.

IL MATCH – Nel primo set, dopo aver fronteggiato una palla break nel quarto game, Rublev cambia marcia e Ymer non riesce a stargli dietro. Il parziale si chiude con un netto 6-2 dopo appena ventisei minuti. Nel secondo set si intravedono subito alcuni segnali negativi da parte del russo, che si mette nei guai da solo e si trova a fronteggiare tre palle break di fila. Rublev le annulla tutte con grande freddezza e ottiene a sua volta una palla dell’1-1, ma poi vanifica tutto con un attacco sbagliato (seguito una volée timida) e poi completa la frittata con due drittacci sbagliati. Ymer non ha il tempo di tirare un sospiro di sollievo che subito il suo avversario piazza un parziale di otto punti a uno, ristabilendo subito la parità. Rublev va a fiammate ma queste sembrano bastare perché Ymer non pare in grado di reggere il ritmo del russo da fondo e cede il turno di battuta. Al momento di servire per il match sul 5-4 però Rublev commette due errori gravi col dritto e concede una palla break, che Ymer si prende con grande coraggio al termine di uno scambio condotto alla perfezione. Lo svedese tiene a zero il servizio e poi accoglie benevolmente gli ulteriori gratuiti del russo che lo traghettano verso un insperato terzo set. Rublev lascia sfogare tutta la propria frustrazione e tira una violenta pallata verso il tabellone luminoso a fondocampo danneggiandolo (rimarrà un rettangolino verde appena sotto il nome dello sponsor Rakuten).

Andrey Rublev – Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Nel parziale decisivo, Rublev gioca in maniera ancora più confusa e oscillante, mentre Ymer sembra carico e galvanizzato dall’inaspettato ribaltamento di fronte. Tuttavia i valori tecnici in campo sono nettamente su livelli diversi e quando il russo riesce a non farsi prendere dalla frenesia, Ymer fa fatica. Sul 3-3, Rublev ottiene tre palle break di fila, ma Ymer risale a suon di vincenti (si segnalano in particolare due pregevolissime soluzioni col rovescio lungolinea). Lo svedese annulla con un ace anche una quarta chance, figlia di un gran rovescio di Rublev, e sale 4-3. Il russo si procura altre tre chance sul 4-4, ma anche queste scivolano via una dopo l’altra. Si approda dunque al tiebreak, nel quale però il numero cinque del mondo riesce a mettere in ordine i frammenti sparsi del proprio gioco. Il primo minibreak arriva già nel terzo punto al termine di uno scambio durissimo, il secondo sul 5-3 su un rovescio largo di poco di Ymer. Stavolta Rublev non trema e chiude al primo match point, consegnando a Medvedev la chance di mettere in cassaforte la vittoria del tie.

D. Medvedev b. M. Ymer 6-4 6-4

Daniil Medvedev si prende il punto decisivo e garantisce alla RTF il passaggio alle semifinali, superando in due set Mikael Ymer. Il russo ha servito male (ben nove doppi falli, più degli ace che sono stati otto) e in generale ha gigioneggiato un po’ troppo, forse tradito dalla consapevolezza di avere un discreto margine tecnico e d’esperienza sull’avversario. Tuttavia a differenza di Rublev è riuscito a evitare le insidie del terzo set, archiviando la pratica con un doppio 6-4 in settantacinque minuti di gioco.

IL MATCH – L’incontro inizia come ci si poteva aspettare con Medvedev a controllare lo scambio e Ymer a inseguire. Il russo manca una palla break nel primo game, ma realizza lo strappo nel terzo, salendo 3-1. Forse conscio della propria superiorità, Medvedev comincia a avventurarsi a rete, spesso senza avere grandi carte in mano, e mette l’avversario nelle migliori condizioni per il passante. Ymer ne approfitta per centrare il controbreak e rientrare in partita. Il russo continua a essere tutt’altro che impeccabile, ma ci pensa Ymer ad aiutarlo a uscire dal torpore, regalandogli di fatto il break prima sbagliando un dritto da metà campo e poi steccandone un secondo nel palleggio. Medvedev prova a complicarsi la vita nuovamente con due doppi falli, ma alla fine tiene il servizio e incamera il primo set.

In avvio di secondo parziale, un Medvedev molto più sciolto si procura abbastanza rapidamente due break di vantaggio, involandosi sul 3-0. Qui il russo ha un altro passaggio a vuoto, cedendo otto punti di fila e restituendo uno dei due break senza che Ymer abbia dovuto fare un granché. A Medvedev però basta premere leggermente sull’acceleratore per ricreare un ampio solco tra sé e l’avversario, che contribuisce non poco con un paio di disastri sotto rete. Sopra 5-2, il russo commette altri due doppi falli (il numero otto e nove della sua partita) e si mastica la palla con la volée, ritrovandosi sotto 0-40 e permettendo nuovamente a Ymer di dimezzare lo svantaggio. Daniil non la prende bene e come il collega Rublev se la prende con le apparecchiature, distruggendo un microfono con una racchettata. Il russo lascia di fatto scorrere via il successivo turno di risposta per concentrarsi sul secondo tentativo di servire per il match: stavolta tutto fila via liscio e la Russia può festeggiare l’approdo in semifinale.

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