La Laver Cup non ha suggerito nulla? Come modificare la Davis

Editoriali del Direttore

La Laver Cup non ha suggerito nulla? Come modificare la Davis

Due progetti di riforma a confronto, pro e contro. Maggior “tutela” per chi la vince e il recupero dei top-player. Semifinali e finale in sede unica in una settimana di “mondiale in tv”?

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2015: La Coppa Davis non deve diventare la Coppa del Nonno! La mia proposta (Ubaldo Scanagatta)
2017: Parla Ubaldo: Coppa Davis, 117 anni e li dimostra. I big disertano, e i lettori… (Ubaldo Scanagatta)

Laver Cup e Coppa Davis non hanno nulla in comune salvo il fatto di essere due manifestazioni che anziché esaltare il tennis individuale puntano sul concetto di squadra. Non c’è alcun dubbio che sotto svariati profili la Laver Cup è stato un successo – sebbene nessuno possa garantirne un successo centenario come è accaduto per la Coppa Davis dal 1900 al terzo millennio – come non c’è alcun dubbio sul fatto che la Coppa Davis stia soffrendo la progressiva disaffezione dei grandi campioni i quali, una volta conquistata, spesso se ne allontano con svariate motivazioni, condivisibili talvolta sì (ad esempio per l’incongruità del calendario) e talvolta no. Fatto sta che un po’ di maquillage ad una Coppa che nel ‘900 andava certo bene e oggi certo meno bene, ha davvero le rughe, andrebbe quantomeno pensato e forse fatto.

Perché ad esempio il fatto che un Paese sia… campione del mondo (titolo onestamente improprio se si pensa che basta un giocatore e mezzo a vincerla, come è successo alla Svezia di Borg e alla Gran Bretagna di Murray per citare i due esempi forse più eclatanti…comunque quelli che prima mi vengono a mente) a dicembre e a febbraio possa essere già detronizzato – dopo aver giocato sia la finale sia il primo turno in trasferta – non giova all’immagine della Coppa, prima ancora che dei supposti campioni del mondo “oscurati” perfino ai tifosi di casa. Non c’è poi dubbio alcuno, anche, sul fatto che purtroppo le finali della Davis finiscano per interessare quasi sempre soltanto i due Paesi coinvolti, e i loro media. Mentre in tutte le altre discipline più popolari (calcio, rugby, volley, basket) – certamente anche perché nascono come sport di squadra – non è così.

 

Ma già la Laver Cup, al di là del fatto che le denominazioni Europa e World (o Resto del Mondo) non sono per nulla coinvolgenti, ha il pregio di riunire una dozzina di giocatori che teoricamente possono coinvolgere una dozzina di Paesi e, di riflesso, i loro fans, i loro media, le varie tv. Ad offrire alle tv del… Resto del Mondo, una finale di Davis Slovacchia-Croazia come è accaduto nel 2005 – anche questo è il primo esempio eclatante che mi viene in mente – oppure anche quella di quest’anno Francia-Belgio e potete immaginare l’interesse spasmodico che può suscitare al di fuori dei due Paesi confinanti. La Ryder Cup di golf, spesso è stata citata da chi ha voluto (Federer e il suo agente Godsick) lanciare la Laver Cup – attenzione però: nella Ryder Cup ogni vittoria vale un punto! Sempre… – ha successo anche perché si disputa ogni due anni.

La Davis continua a essere disputata ogni anno perché in almeno 160 Paesi su 200, è forse l’unica manifestazione che “promuove” localmente il tennis. E quei 160 Paesi non vorrebbero rinunciare alla cadenza annuale. Nessun top10 – solitamente – rappresenta uno di quei 160 Paesi. Ed è l’assenza e lo scarso interesse dei top-10 il vero problema che oggi minaccia il prestigio (declinante) della Coppa Davis. Mi pare assolutamente necessario, pragmatico, al di là dei gusti di noi appassionati, pensare a qualche modifica della Coppa Davis per cercare di recuperare l’interesse e la presenza dei migliori tennisti delle classifiche mondiali. Dando per quasi scontato che con la presenza dei migliori, le loro nazioni d’appartenenza, sarebbero al 90% presenti nel World Group, le modifiche essenziali al calendario e al format dovrebbero riguardare principalmente il World Group, individuando però un sistema di retrocessioni e promozioni in qualche modo collegato ad uno svolgimento biennale della Davis a livello di World Group.

Il primo punto è stabilire quante nazioni dovrebbero far parte di questo World Group. Qualche tempo fa io scrissi un articolo che proponeva un World Group di 29 nazioni, con il team campione esentato dalla disputa di uno o due turni e obbligatorio padrone di casa al primo impegno. Parlando a Praga nel corso della Laver Cup con il collega Mike Dickson, veterano del Daily Mail, ho saputo di un suo progetto per una modifica alla Davis. Lo ha fatto conoscere, prima che a me, al presidente della Federazione Internazionale David Haggarty. Riassumo qui, per sottoporli alla vostra attenzione e ai vostri commenti insieme all’articolo che scrissi io, i principi espressi da Mike che si ispiravano a tre criteri da salvaguardare primariamente: a) assicurare la partecipazione dei top-player b) mantenere almeno in gran parte la formula dei match casalinghi e in trasferta (fondamentale soprattutto per quei Paesi che non ospitano grandi eventi tennistici) c) mantenere prestigio e credibilità alla competizione. Ci sono poi (prima?) gli aspetti commerciali (sponsors, diritti tv) che vanno anch’essi tenuti nella debita considerazione (sia per il World Group che forse anche per i gruppi sottostanti).

LA MODIFICA DEL FORMATO: I campioni in carica non giocano fino alle semifinali che dureranno una settimana e saranno loro a ospitare. Le semifinali saranno giocate nella prima parte della settimana, la finale nella seconda. Ciò consente alla nazione ospitante avere un anno intero per trovare la sede migliore e commercializzare al meglio l’evento. 12 nazioni giocano il primo turno, 6 il secondo. Tre vanno in semifinale insieme ai campione in carica. La Davis viene giocata 3 anni su 4. Non la si gioca nell’anno delle Olimpiadi, il cui calendario è già congestionato. Si può anche imporre una regola che impedisca ad una Nazione di ospitare la settimana finale per più di tre anni consecutivi.

I VANTAGGI DI QUESTO FORMATO:

1) Nessun top-player sarebbe tenuto a dare la propria disponibilità per più di nove settimane di Coppa Davis nell’arco di 4 anni. Non avrebbe, insomma, più scuse per declinare la partecipazione. Se non accettano neppure un impegno del genere per mantenere credibilità alla Davis, beh… non ci faranno una gran bella figura anche all’interno del loro Paese e fra i loro tifosi, che oggi invece possono arrivare a giustificare la loro assenza.

2) Ci sarà più intervallo fra gli incontri. I benefici sono diversi. Prima di tutto quello di avere più tempo per trovare sedi decenti (che possono produrre maggiori introiti). Quei Paesi che perdono soldi ospitando la Davis forse non li perderebbero più (o ne perderebbero meno).

3) Allo stesso modo trovare uno stadio ad hoc per semifinali e finale diventerebbe molto più facile. Volendo mantenere il principio di una semifinale (quella non includente i detentori della Coppa) giocata secondo il principio dei match giocati in casa e fuori, quella potrebbe essere giocata in casa di una delle due semifinaliste come è stato fino ad oggi.

4) Questo formato verrebbe incontro all’idea (finora sostenuta dall’ITF anche se non approvata con il 75% dai votanti in Vietnam all’inizio di agosto… e di certo non approvata dal sottoscritto! Ma l’ITF sembra persuasa di dover portare avanti il progetto…) di giocare la finale in sede neutra per motivi di marketing e perché la sede verrebbe “messa all’asta da chi offre di più” (come sarebbe stato il caso se Ginevra fosse stata prescelta) fra quattro diversi “mercati”, cioè quelli delle quattro squadre semifinaliste.

Aumenterebbero così le chances della città ospitante, avendo quella del proprio Paese certamente fra le 4 semifinaliste e con il vantaggio del fattore campo e della superficie. Negli ultimi 12 anni, 31 delle 44 nazioni che hanno raggiunto le semifinali sono state nazioni europee e solo 15 dal resto del mondo. Nei prossimi 10 anni, osservando da dove i migliori giovani stanno emergendo (Canada, USA, Australia), forse si raggiungerà un maggior equilibrio che nell’ultimo decennio. Ciò riduce le chances di una città europea che ospiti una finale fra due Paesi di altri continenti. Inoltre con 4 nazioni invece di due concentrate in una stessa settimana finale di Davis, si dovrebbe raggiungere un equilibrio maggiore dei profitti ITF fra le nazioni affiliate.

Infine alleggerire la pressione sul calendario… potrebbe essere operazione “diplomatica” ben vista dall’ATP che avrebbe più spazio per i suoi tornei (e desideri dei giocatori) e potrebbe portare a una negoziazione con la stessa ATP su altri argomenti, sia per ottenere date più favorevoli nel calendario per quei turni (meno di prima) da programmare, sia eventualmente per cercare di reintrodurre punti ATP (incentivi quindi…) a chi giochi la Davis e le Olimpiadi.

LA CONCLUSIONE (e la vostra discussione): È chiaro che non esiste formato che soddisfi tutti all’unanimità. In teoria questo potrebbe essere allargato per la fase finale anche alla Fed Cup (che da sola non potrebbe mai “reggere” una sede neutrale). Avere la Davis tre anni ogni quattro è un… passo più accettabile per i tradizionalisti (e quei Paesi che la vorrebbero ogni anno) che non passare subito a una Davis ogni due anni. Anche se negli altri sport funziona così (mondiali di calcio e europei si alternano ogni due anni, e così anche in altri sport). Ma non fare assolutamente nulla rischia di far morire la Davis. Se poi la si debba giocare due set su tre o tre su cinque è un altro discorso. La Laver Cup, nella quale addirittura si giocava un long-tiebreak dopo due set, ha dimostrato che si possono vedere eccellenti partite, tutte intorno alle due ore quando equilibrate (e se non sono equilibrate perché prolungarle?) anche se non durano quattro ore. Le quattro ore, per contro, ammazzano le audience televisive e la possibilità di grandi network generalisti di ospitare la Davis, costretta a sbarcare su canali tipo Supertennis in Italia et similia all’estero. È questo quello che auspica la ITF?

Personalmente sarei curioso di sapere se vi piace più la proposta di cui scrissi tempo fa o quella di quest’oggi. Pregherei di attenersi, nei commenti, al tema in  discussione. Così li raccoglierò e ci torneremo sopra. Magari inviandoli anche all’ITF.

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Editoriali del Direttore

Se io fossi il presidente FIT ma… non Binaghi

Pregi e difetti del presidente sardo, bravo imprenditore pronto a salire sul carro dei vincitori: Schiavone, Pennetta, Errani… Le mie diverse priorità. Dal Country Club di Palermo un esempio organizzativo da imitare. Una proposta per i Challenger

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Negli anni mi è stato chiesto tante volte: “Ma perché non ti candidi alla presidenza della FIT?”. E la risposta è sempre stata la stessa: “Perché non è il mio mestiere”. Non mi piacerebbe quanto fare il giornalista. Inoltre non penso proprio che ne sarei adatto. Non ne sarei all’altezza. Avrei difficoltà a rapportarmi con alcuni interlocutori con i quali invece è necessario farlo. E non alludo soltanto ai procuratori di voti delle varie regioni d’Italia, quelli adusi a raccogliere le deleghe dei votanti. Binaghi è certo più bravo di me. Lo penso davvero: a Binaghi, che non mi piace come persona, riconosco diverse qualità che io so di non avere, e anche diversi meriti, come – primo fra tutti – quello di un grande e indiscutibile impegno.

È decisamente più imprenditore di quanto lo fosse Galgani, che peraltro aveva l’alibi di essere un avvocato e di avere poca voglia di trasferirsi a Roma dalla sua amata Firenze, come invece ha praticamente fatto per gran parte dell’anno Binaghi lasciando Cagliari per la Capitale. Forse anche perché poteva permetterselo, rampollo di una famiglia superbenestante. E poi anche perché oggi un presidente federale ha anche le sue entrate. Al giorno d’oggi non si può più fare il dirigente volontario e dilettante di un’attività manageriale importante, con fatturati da azienda di tutto rispetto.

Che quindi Binaghi guadagni dei soldi, soprattutto quando li fa guadagnare alla sua federazione – e mi pare ci stia riuscendo bene anche se magari i circoli si sentono un po’ tartassati in rapporti ai servizi che ricevono – mi pare più che legittimo. Sul come li gestisca spesso non sono stato d’accordo. Si è trattato troppe volte – secondo me – di una gestione provinciale, e politicamente soprattutto utile a garantirsi il consenso (vedi la tv Supertennis gestita anche in modo assai strumentale), ma d’altra parte lui è proprio espressione di una realtà di provincia, quindi la cosa non deve stupire. Spesso dice cose poco credibili, ma d’altra parte quale politico invece dice spesso cose credibili?

Nello sport preferiremmo, o almeno io preferirei, personaggi un tantino più puri, più onesti intellettualmente, ma bisogna rassegnarsi a quel che ci tocca. I politici sono sempre usi a salire sul carro dei vincitori, anche se per quei vincitori – fino a quando non sono diventati tali – avevano fatto poco o nulla. Il caso delle quattro top-ten azzurre è emblematico. Si sono tutte, o quasi, autogestite in maniera autonoma e indipendente, più in Spagna che in Italia…. Fino a che, diventate forti, ecco che Binaghi ha avuto l’intelligenza politica di affiancarle, di metter loro a disposizione servizi e mezzi (anche finanziari) a sostegno. Conquistandosene la riconoscenza e… l’oblio del primitivo disinteresse. Stessa cosa è successa agli inizi per tanti giocatori, incluso Fognini, di cui ricordo bene – una dozzina d’anni fa – non poche lamentele, poi passate nel dimenticatoio quando le cose sono cambiate insieme all’atteggiamento federale.

Binaghi è stato bravo a recuperare tante situazioni, oltre che a gestire economicamente assai meglio di come avessero fatto in passato i suoi predecessori gli Internazionali d’Italia. Un torneo di cui all’inizio lui aveva sottovalutato l’importanza politico-strategico-finanziaria, almeno a dar retta al presidente ITF Francesco Ricci Bitti che mi ha ricordato più volte di essere stato lui a persuadere il primo riluttante Binaghi a non cedere la gestione del torneo ad un’organizzazione professionistica autonoma quando pensava che “questi Internazionali comportano troppe grane e fastidi”.

Con la Coni Servizi Binaghi si è inventato un bel partner che gli ha consentito margini di manovra che altrimenti come federazione non avrebbe potuto permettersi.

Riguardo ai tanti che, riconoscendomi un amore sviscerato per il tennis e il mio eterno desiderio a che quello italiano uscisse da quasi 40 anni di inspiegabile e comunque insopportabile crisi tecnica – e a 15 anni di fallimento federale a Tirrenia (neppure un top-100 è uscito da lì… sola breve eccezione Giannessi, giunto a n.87 nel luglio 2017, ma rimasto lassù poco tempo) –, mi chiedevano se non avrei dovuto sentire una sorta di impegno morale a candidarmi per la FIT, ho sempre detto che proprio non me la sentivo, che non ero adatto a quel mestiere anche se avrei certamente privilegiato più di Binaghi gli investimenti sul profilo tecnico e organizzativo. Per me quella sarebbe stata la vera priorità assoluta.

Niente avrebbe promosso il movimento tennistico in Italia quanto la fioritura di qualche campione. O quantomeno di uno, due top-ten. Binaghi per molti anni non lo ha fatto come avrebbe potuto.

Avrei puntato sull’ingaggio di coach anche stranieri più qualificati, anche se dispendiosi, oppure avrei incentivato maggiormente quelli più bravi fra gli italiani che sono ed erano pochi fra gli esperti disposti a viaggiare in continuazione; chi vuol fare il coach standosene in famiglia a casina sua, non serve alla bisogna. Soprattutto avrei smesso di fare la guerra a coach e team privati come è stata fatta per anni – e per fortuna ora non più, o almeno non in quella misura, ma sapeste quanto c’è voluto! – quando i ragazzi del clan federale venivano aiutati in un certo modo e invece in tutto un altro quelli che preferivano rimanere con i loro coach, i loro circoli, le loro città natie. Spesso questi venivano addirittura osteggiati. E il tutto accresceva la pressione sulle spalle dei ragazzi supportati dalla FIT, con conseguenze disastrose.

Da un lato è giusto che l’insegnamento federale costituisca una corsia preferenziale, perché è compito primario di una federazione incentivare la pratica sportiva e dunque contribuire attivamente alla costruzione di una ‘scuola’ tennistica che abbia una sua identità (come quella ceca, o spagnola) e quindi un profilo d’insegnamento riconoscibile. Dall’altro, questo obiettivo non deve essere ottenuto a scapito delle eventuali realtà private o comunque non federali, sia perché questa diversità – tramite aumento della competitività degli insegnamenti – può risultare virtuosa e sia perché, come abbiamo detto, Tirrenia finora non ha certo prodotto meraviglie.

Mi rendo anche conto, però, che una Federazione – e chi se ne occupa – ha anche mille altre questioni che non può trascurare. Compresi i contenziosi legali avviati con decine e decine di interlocutori, dipendenti e… critici poco apprezzati. E quasi certamente nel gestire tutte quelle questioni, compresi i contentini che Binaghi deve dare a tanti dirigenti, sotto le forme più svariate (viaggi, trasferte, convocazioni in luoghi più o meno ameni per riunioni di vario tipo, rimborsi, onorificenze ed oneri), così come ai circoli più amici, lui è certamente più bravo e preparato – soprattutto dopo 19 anni di leadership e di esperienze – del sottoscritto.

Ricordo che Rino Tommasi fu letteralmente tirato per la giacchetta a presentarsi come candidato nel 2000 da un gruppo di appassionati e di comitati regionali preoccupati perché si era presentato un solo candidato alle elezioni FIT, Angelo Binaghi, dopo più di un ventennio “Galgani”, due commissari straordinari (Tronchetti Provera e Sacchi Morsiani) e una breve reggenza di Francesco Ricci Bitti che abbandonò la FIT per fare la scalata alla presidenza della federazione internazionale (ITF).

Tommasi, dopo non poche titubanze espresse al nostro comune tavolo di lavoro nella sala stampa di Lisbona durante le finali ATP, finì per accettare ponendo due strane, anomale condizioni: “La prima è che io non debba fare neppure una telefonata per sollecitare un voto (e difatti non la fece). La seconda è che io non abbia vere chances di vincere, perché non ho nessuna intenzione di abbandonare il mio lavoro di giornalista. Accetto solo perché non fa mai bene allo sviluppo di uno sport che ci sia un candidato unico, uno che non debba preoccuparsi di garantire certe modifiche per un sistema che necessita di parecchi miglioramenti, compreso quello di evitare che possa ripetersi un ventennio di leadership dirigenziale, come è invece avvenuto per Paolo Galgani.

Tommasi si divertiva a professarsi “uomo di destra, per il quale i liberali sono extraparlamentari di sinistra”, ma in realtà le sue suonavano più come battute alle quali si era affezionato e amava ripetere ad ogni occasione che reali convinzioni. Anche se ribadite anche in altre esternazioni cui si lasciava andare più per riderci su che per persuadere i suoi interlocutori – “Ma ti pare che il voto di quell’analfabeta debba valere come quello di Rino Tommasi?!”, o anche “il sistema democratico della FIT che quasi impone di avere in consiglio consiglieri del maggior numero possibile di regioni… per cui se uno potesse contare teoricamente su tre straordinari dirigenti di una stessa regione, dovrebbe sacrificarne due per avere in consiglio al loro posto un idiota e un incapace di altre due regioni, è un sistema che parte con l’handicap in partenza e se lo porta dietro per tutto un mandato. Se poi chi sta al potere e logora chi non ce l’ha ci sta per tre o quattro mandati, ecco che l’handicap resta tale per tutto quel tempo!”.

Senza fare una sola telefonata Tommasi, senza arruffianarsi alcun comitato regionale né gli abituali procacciatori di voti, conquistò il 36% dei voti. Tanto bastò per “spaventare” Binaghi, all’epoca sponsorizzato da Adriano Panatta (che aveva dato la spinta decisiva a far precipitare Paolo Galgani…), che da quel momento in poi mise Tommasi nel suo libro nero dei “nemici”. Fu però sotto la spinta di quella inattesa competizione elettorale, con Tommasi che ribadiva ogni piè sospinto come i presidenti dell’USTA, la federtennis americana, restassero in carica solo 4 anni e poi venissero sostituiti dal vice, che Binaghi si sentì stimolato a inserire nella sua campagna elettorale che nessun presidente federale avrebbe dovuto restare sulla prima poltrona FIT per più di due mandati. Otto anni.

In una recente intervista a Sky lo stesso Binaghi ha dichiarato: “Le regole te le fanno gli altri. Anche in questo caso, ad esempio, noi stiamo facendo una variazione statutaria che ci impone il Coni. Il governo, a sua volta, l’ha imposto al Coni. Quindi le regole sono fatte dagli enti e poi sono approvate dall’assemblea. Probabilmente Stefano Meloccaro che lo intervistava e gli aveva chiesto dei suoi 19 anni sulla poltrona di presidente, non ricordava che nel 2009 proprio Binaghi aveva proposto una modifica statutaria, approvata da una assemblea stanca per alzata di mano dopo oltre 4 ore di modifiche assai meno importanti, che di fatto gli assicurava l’impossibilità pratica per qualunque altro concorrente di proporsi come candidato in alternativa a lui.

Questi, a seguito della modifica dell’articolo 55 per candidarsi avrebbe dovuto passare sotto queste forche caudine. Le candidature devono essere sottoscritte: a) per la carica di Presidente federale, 1) da almeno trecento rappresentanti degli Affiliati aventi diritto al voto (leggi: i circoli), appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione; 2) da almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione; 3) da almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Io scrissi allora, inimicandomi per sempre il presidente Binaghi, che nemmeno facendo per un paio di anni una campagna di investimenti degna di Obama – oggi scriverei Trump – un candidato alternativo avrebbe immaginato di poterla spuntare. Quando mai 300 circoli (con tutte quelle limitazioni…) avrebbero rischiato di inimicarsi un presidente in carica, in possesso di tutta una serie incredibile di poteri gestionali (contributi compresi, assegnazione di incarichi, di tornei), esponendosi al sostegno di un candidato alternativo senza alcun potere?

Com’era facilmente prevedibile Binaghi ha vinto con maggioranze bulgare tutte le successive elezioni in assenza di un qualsiasi altro candidato. Se poi con Meloccaro a Sky il presidente sardo ha avuto la faccia tosta di sostenere che “le regole te le fanno gli altri”, beh gli è andata bene che Meloccaro non gli ha potuto ricordare quella che aveva fatto lui. L’aveva fatta approvare sotto i miei occhi, il 12 dicembre 2009 dall’assemblea straordinaria n.56, la più stanca che si potesse immaginare quando tutti, nella sala conferenze dello stadio Olimpico, Curva Sud, non vedevano l’ora di andare via. Machiavellico.

A Binaghi riconosco indubbi meriti per avere prima capito che l’attività organizzativa era importante. A tutti i livelli. Tornei dilettantistici o semidilettantistici (anche se il costo delle iscrizioni è talvolta eccessivo), professionistici come i tornei Open e i tanti challenger che da una parte aiutano i giocatori italiani a fare punti ATP senza dover affrontare trasferte troppo onerose, dall’altra fanno parlare di tennis, e vedere tennis, in tante città italiane cui non può bastare il solo tennis visto in tv (più da un pubblico anziano che giovanile) a promuovere il tennis.

In questa nuova ottica, credo che Binaghi abbia fatto bene anche a richiedere l’organizzazione delle NextGen ATP Finals a Milano, anche se sono costate un subisso e rappresentano ancora oggi una perdita finanziaria notevole: intorno ai 5 milioni annui. Ma è forse anche grazie a quelle che l’Italia e la FIT hanno conquistato le finali ATP 2021-2025 a Torino. Non ci sarà più, probabilmente, Federer e forse neppure Nadal a far da traino spettacolare, ma rappresenteranno certamente un bell’impulso alla promozione del tennis in Italia anche se non dovessero risultare un business sotto il profilo economico. Se poi avessimo la fortuna di avere fra i protagonisti un giocatore italiano (Berrettini?), beh Binaghi e il tennis italiano avrebbero fatto Bingo.

Di certo tutto quanto sopra descritto – pur con la pecca sempiterna di un campionato di serie A ancora organizzato di peste e con modestissimi ritorni d’immagine per i circoli che investono soldi pesanti per parteciparvi; quanto ci vorrà perché qualcuno ci metta finalmente mano? È un evento in termini di comunicazione abbandonato dalla FIT, ogni circolo, come il TC Prato e il TC Park Genova, è costretto ad arrangiarsi da sé – testimonia un deciso cambiamento “politico” rispetto ai tempi in cui una FIT inerte si è fatta sfuggire tutte le date del circuito maggiore ATP che diversi circoli italiani erano stati capaci di conquistarsi in epoche diverse. Da 7 tornei ATP in uno stesso anno, ci siamo ritrovati a zero senza che la nostra federazione, ante era Binaghi e Binaghiana, battesse ciglio.

I lettori più affezionati di Ubitennis conosceranno anche la vicenda del Tennis Country Club di Palermo che fu costretto ad “affittare” per 6 anni a Kuala Lumpur in Malesia il proprio torneo femminile gestito per 29 anni – unica prova del circuito WTA in Italia – perché la FIT (pur tempestivamente sollecitata) non era stata altrettanto sollecita nel dare le stesse garanzie economiche dei malesi nei tempi dovuti e necessari. Da quella conseguente e inevitabile decisione presa dai due soci proprietari e responsabili del Tennis Country Club, Giorgio Cammarata e Oliviero Palma, era nata una frizione che solamente in tempi recenti sembra essersi finalmente attenuata.

Lo scorso anno i due soci del Tennis Country palermitano si sono coraggiosamente esposti a riprendere in mano un torneo per il 2019 che, con un montepremi di 250.000 euro, richiedeva un rischio d’impresa pari a tre volte quel montepremi: 750.000 euro. Non facile reperirli, vero? Ma i due ce l’hanno fatta. 120.000 euro di sola biglietteria a Palermo, per un torneo che inizialmente non poteva contare su una partecipazione italiana qualificata, è stato un mezzo miracolo. Ma non un frutto del caso, così come non è stato frutto del caso, il contributo totale garantito dagli sponsor principali, Peugeot, Napapijri, Tag Heuer, Ricola, senza il quale anche garantirsi l’ingaggio di una top-5 come l’olandese Kiki Bertens non sarebbe stato possibile.

Ma quegli sponsor il direttore del torneo Palma non li ha trovati chiedendo beneficenza. Li ha trovati dimostrando una capacità organizzativa, fin dalla prima conferenza stampa organizzata alla Rinascente di Milano e poi con la seconda a Palazzo Chigi coinvolgendo il nuovo sottosegretario allo sport Giancarlo Giorgetti, fuori al comune. Non avevo seguito di persona prove del circuito femminile al di fuori degli Slam e delle finali WTA e sono rimasto francamente stupito di quante e quali cose lì sono riusciti ad organizzare a Palermo per il Ladies Open appena vinto dalla mancina svizzera Jil Teichmann su Bertens, senza perdere un set e vincendo 3 tiebreak su 3, a dimostrazione di una notevolissima personalità.

 
Jil Teichmann – Palermo 2019 (foto Nino Randazzo)

Ogni giorno in un villaggio insolitamente ricco e vario anche di presenze extratennistiche, era tutto un susseguirsi di eventi interessanti con “apericena” a base di vini Cusumano e Grana Padana, presentazioni letterarie, incontri con personaggi dello sport, premiazioni USSI dei migliori atleti siciliani di varie discipline sportive (premiato anche il maestro di giornalismo Italo Cucci, da anni residente nell’isola di Pantelleria e cittadino siciliano quasi onorario), cene preparate da master chef stellate, tutti eventi dei quali l’eccellente coordinamento della comunicazione assicurato dal capufficio stampa Nino Randazzo, con la collaborazione di Giovanni Mazzola ed altri giovani in gamba che lavoravano fino alle due di notte anche per predisporre l’uscita del giornale quotidiano distribuito, ha dato ottimamente conto. In parte lo ha fatto anche Ubitennis, attraverso servizi miei e della nostra redazione.

Supertennis ha trasmesso i match serali e si è lasciata sfuggire l’invio di un redattore per coprire magari con qualche salotto tutto quel che succedeva, forse perché non ci si immaginava la presenza di sette tenniste italiane in tabellone, né i quarti di finale di Paolini (che ha portato al terzo set Bertens, giocando alla pari per i primi due). Peccato che a Palermo non si sia visto neppure il presidente Binaghi – salvo che con un articolo nel programma del torneo – né qualcuno dei suoi vice: per l’unico torneo WTA organizzato in Italia credo che sarebbe stato giusto, anche per mettere definitivamente una pietra sopra ai vecchi dissapori. Ma forse ancor più che Binaghi avrebbe fatto bene a fare una visitina Sergio Palmieri. Tante idee di quelle messe in atto, quasi freneticamente eppur brillantemente da Oliviero Palma avrebbero potuto essere intelligentemente mutuate.

E se qualcuno mi chiedesse – non me lo si chiederà mai, lo so – un paio di consigli per migliorare l’attività organizzativa dei tornei italiani (challenger in particolare) che secondo me è fondamentale per farli crescere e assicurarsi un intervento più massiccio degli sponsor ai singoli eventi, io se fossi il presidente della Federtennis non avrei dubbi: per prima cosa organizzerei una giornata di riunione fra tutti i direttori dei tornei challenger e fra i relatori di quel giorno chiamerei Oliviero Palma, la cui competenza, passione, lungimiranza imprenditoriale non può essere messa in dubbio. Lui potrebbe raccontare tutto quello che è stato in grado di mettere in piedi in 10 giorni, come ha fatto a recuperare 750.000 euro, a chiudere in pareggio un torneo super-impegnativo senza avere nomi di grandissima cassetta, a sapere già oggi che in grandissima parte gli sponsor che ha avuto quest’anno erano talmente soddisfatti che saranno quasi certamente sponsor anche l’anno prossimo.

Questo è quello che tutti i direttori dei tornei challenger in Italia sognerebbero e vorrebbero poter dire. Soltanto lo scambio di esperienze fatto da ciascuno di loro costituirebbe un bagaglio importante per affrontare il loro prossimo torneo. Io credo sinceramente che una FIT avrebbe tutto l’interesse a che questo accadesse. Perché maggiore sarò il numero dei tornei con un montepremi più alto – ma che non dissangui e scoraggi chi l’organizza – e migliore sarà la partecipazione dei tennisti, l’esperienza dei tennisti italiani, l’interesse del pubblico, la promozione del tennis.

Quando ho scritto queste cose che penso, mi sono anche detto, lì per lì: non farò mica male a scriverle, perché così facendo, per partito preso Binaghi non le farà? Beh, mi sono poi risposto: io non credo che Binaghi sia stupido. Non lo è per nulla, anche se ogni tanto gli scappano frasi inopportune su Federer, oppure ha dato retta a chi (Giancarlo Baccini e Piero Valesio per non fare nomi) gli ha fatto fare clamorosi autogol, come ad esempio il ritiro del mio accredito agli ultimi Internazionali d’Italia. Per quell’incredibile episodio si sono pronunciate tutte le associazioni giornalistiche italiane e internazionali diffidando la FIT e la direzione della comunicazione FIT dal ripetere simili assurdi atteggiamenti nei confronti di chicchessia. Binaghi, ripeto, non è stupido. I suoi difetti sono altri. Basta dire nobody is perfect?

P.S. Evitateci commenti men che civili. Nei miei confronti come di altri. I redattori hanno ben altro da fare che passare ore e ore a moderare post inopportuni. Purtroppo quando si scrive di argomenti federali accade spesso che qualcuno trascenda. Grazie.

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Editoriali del Direttore

Gli alibi di Roger Federer, gli attributi di Novak Djokovic

LONDRA – Wimbledon 2019. Se annulli non uno, ma due matchpoint consecutivi, una volta, due volte, tre volte, non è più fortuna. Ma diversa saldezza di nervi da parte di Djokovic. Che emerge anche in 3 tiebreak, vinti contro un grande Federer e tutto uno stadio

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Djokovic e Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

da Londra, l’ultimo editoriale del direttore

Se se e se. Dei se son pien le fosse. Se Federer avesse approfittato dell’unica palla break disputata nel primo set (sul 2-1 per lui). Se Federer avesse vinto il tie-break di quel set in cui è stato avanti 5-3 e non avesse sbagliato il dritto del 6-3. Se nel terzo avesse trasformato il set point conquistata con quella prodigiosa volée ma fosse riuscito a togliersi dall’ombelico il servizio a 191 km orari sparatogli da Novak. Beh, sarebbe stato tre set a zero. Oppure… se, sull’8-7 al quinto, avesse messo una prima sul primo match point, oppure se avesse evitato di presentarsi a rete dietro un attacco poco deciso sul dritto di Djokovic per farsi infilare da quel cross… se, tutti questi se, ora saremmo a celebrare il nono Wimbledon di un campione infinito e un gap di 3 Slam fra lui e Rafa, fra Rafa e Nole..

Ma invece siamo qui a celebrare, con non meno enfasi perché i meriti sono forse perfino maggiori – e dirò perché – il quinto Wimbledon di un campione davvero irriducibile, Novak Djokovic, capace di annullare con il coraggio del miglior Jimbo Connors tutte quelle situazioni di handicap sopra descritte. Lo ha fatto nonostante una giornata per lui decisamente mediocre alla risposta, eppure incredibilmente epica per tutto quanto è successo. Per le 4h e 56 minuti di straordinaria maratona con quel 13-12 finale assolutamente unico (in singolare). Per i due match point annullati per la terza volta allo stesso avversario in uno Slam. Per esser riuscito a fare tutto ciò nonostante 14.800 spettatori tifassero in modo quasi ossessivo per il suo avversario, in modo francamente esagerato in barba ad ogni fair-play, (“Let’s Go Roger, let’s go!”). Lui ne aveva forse 79, qualche serbo, compresi i genitori, il figlio Stefan, i due coach Vajda e Ivanisevic, gli agenti Dodo e Elena Artaldi, qualche suo ospite riconoscente.

 

Certo che Federer avrebbe potuto vincere. Ma certo anche che alla fine il tennis sarà pure lo sport del diavolo, ma non perdona chi non sfrutta le occasioni che uno si crea. Come è abbastanza giusto che sia. E premia invece chi non molla mai e conquista i punti più importanti, quelli che contano di più. Soprattutto l’ultimo, ovviamente. Ma anche quelli che si giocano nei tie-break quando, più che negli altri momenti, devi avere nervi saldi, freddezza e lucidità, mentalità vincente.

Djokovic, e non è la prima volta che lo dimostra, ha tutto ciò. In misura disumana, anormale. Lui non trema. Gli altri, anche Federer, forse sì, se è vero che questa è la ventiduesima partita che perde con il matchpoint a favore e che perfino i suoi stessi tifosi si ritrovano spesso a sottolineare quante palle break lui perda per strada in tanti, troppi match importanti. Petit bra, braccino, dicono i francesi.

È chiaro che anche questo mio editoriale è frutto del… senno del poi, perché se, se, se e ancora se… bastava un punto in più a Roger nel momento giusto (quale più giusto del match point), e ora faremmo tutt’altri discorsi.

Allora, ciò ammesso… cercando invece per un attimo di dimenticare chi ha vinto e chi ha perso, parliamo della partita. Ma che partita è stata?! Incredibile. Indimenticabile…anche se, come ha subito detto sul campo, Roger non sognerà altro che dimenticarla. Idem i suoi tifosi più sfegatati. Il biglietto del centre court, a media altezza degli stand, costava 225 sterline. Euro più euro meno, 250 euro. Per quasi 5 ore di tennis spettacolare, scambi formidabili, recuperi incredibili, volée scavate dall’erba, riflessi paurosi, dropshot accarezzati con infinita soave levità, servizi micidiali e mai uguali, rovesci a una mano come a due, diversamente mirabolanti. Il tutto al prezzo di 50 euro l’ora. Regalato.

Djokovic e Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Qualche giorno fa avevo scritto che su internet un biglietto si poteva trovare a 9.000 sterline per il Fedal, e circa alla metà per la finale, quando ancora non si sapeva chi ci sarebbe approdato. E non si poteva escludere che ci arrivasse, con tutto il grande rispetto che merita, anche Bautista Agut per una finale che avrebbe potuto essere anche tutta spagnola se Nadal avesse battuto Federer come “quotavano” i bookmaker. Beh, erano apparse cifre assolutamente eccessive, esagerate, sproporzionate, immorali. Eppure stasera c’è che mi ha scritto: “Quasi quasi sono pentito di non averle spese, uno spettacolo così non lo vedrò mai più!”. Vero che a tutto c’è un limite, anche per le tasche degli appassionati più abbienti e appassionati, però è vero che – potendoselo permettere – lo show è stato assolutamente di primissimo livello. Probabilmente irripetibile.

Per reggere a quei ritmi – ma come fanno a 38 e 32 anni? Un mistero – si deve avere una attenzione, una capacità di concentrazione assolutamente disumana, mentre attorno a te la gente grida di tutto, chi a favor tuo, chi del tuo avversario, a seconda delle prospettive.

In quasi cinque ore di maratona elettrizzante, di un’intensità spaventosa, è chiaro ed inevitabile che ci fossero sia alti sia bassi, in termini di qualità. Il secondo set di Djokovic è stato quasi raccapricciante. Molto diverso – anche se nato sulla scia di un primo set vinto – da quello con lo stesso punteggio (6-1) con cui Nadal aveva dominato il secondo set con Federer venerdì. Lì era stato Rafa a giocare in modo fantastico, Roger aveva avuto ben poco da rimproverarsi. Invece nel 6-1 di Roger a Djokovic è stato il serbo a fare e disfare quasi tutto. In 17 minuti era finito sott’acqua, 0-4, facendo due 15 in due turni di servizio, 6 punti in tutto contro 16. Certo Federer lo aiutava, ma tutto sommato nemmeno poi tanto.

E quando Novak si è trovato sotto 5-1 il settimo game non l’ha neppur lottato, ma l’ha perso a zero in un battibaleno. Lì per lì ho pensato avesse fatto una gran cavolata. Perché se avesse tenuto quel servizio avrebbe poi cominciato lui a servire nel terzo e sarebbe stato un discreto vantaggio. Basti pensare che quando c’è stato il sorteggio e Federer lo ha vinto… lo svizzero, che ama far le gare di testa, ha subito scelto di battere per primo. Stessa cosa aveva fatto anche contro Nadal.

E infatti avete visto che cosa è successo nel terzo set fino al tie-break? Su Twitter e Instagram – a proposito, chi non è ancora follower… cosa aspetta a diventarlo? – ho pubblicato copia dei miei ‘geroglifici’ sul canonico taccuino da Slam. E da quello potrete constatare come nel terzo set, facendo gara di testa, Federer abbia tenuto il primo e il terzo game a 15, il secondo, il quarto e il sesto a zero, il quinto a 30: totale 4 punti persi.

Djokovic ha vissuto il momento più difficile quando ha concesso la già ricordata palla break sul 4-5, che era quindi un set point ma si è aggrappato al servizio ed è arrivato al tie-break. E questo è cominciato con una stecca iniziale di Roger e mini-break: Nole è salito sul 5-1 e buonanotte Federer (7 punti a 4). Insomma Novak era stato decisamente peggiore rispetto a Roger, complessivamente nei tre set, ma conduceva 2 set a uno. Il tennis non è una scienza esatta. A fine partita si registreranno 14 punti in più per Federer che ha perso. Ma, è storia vecchia anche se è raro che uno sconfitto ne faccia così tanti di più, non tutti i punti hanno lo stesso peso.

Inutile che io faccia ancora cronaca del resto. L’abbiamo fatta già in diversi qui su Ubitennis, Vanni Gibertini prima degli altri (chiudendo la cronaca in tempo reale) ma ne abbiamo dissertato a lungo con Steve Flink nel video in inglese e anche nel video in italiano che spero abbiate avuto la pazienza di aprire e guardare fino in fondo (per registrare l’ultimo abbiamo dovuto ‘sopravvivere’ a una telecamera bizzosa e a una serie infinita di disturbatori in Somerset road!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Lasciatemi ora concludere riprendendo alcuni concetti del commento che ho scritto per i miei giornali (La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino), osservando come in tutti questi anni Roger sia stato davvero parecchio … viziato dal pubblico che si schiera sempre in massa dalla sua parte. Per carità, lui mica li ha pagati, però è un bel vantaggio.

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche se lui ne soffre, farebbe qualsiasi cosa, e la fa, per procurarsi la simpatia e il sostegno della gente. Certo è vero che il suo tennis, pur assolutamente straordinario – soprattutto in difesa – è purtroppo meno originale, riconoscibile di quello degli altri due. Il corri e tira, il rovescio a due mani (sebbene proprio con quel rovescio recuperi palle davvero incredibili) le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, sono tutte qualità che hanno del miracoloso… ma chi lo guarda non si entusiasma come potrebbe e forse dovrebbe, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi poderosi mancini, brutal, fenomenal, animal di Rafa Nadal.

Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi gli altri due rivali nel conto degli Slam, approfittando dei sei anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciargli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal. Rafa quasi ogni anno è stato costretto a fermarsi per mesi perché le ginocchia o le braccia si sfilacciano.

Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. È quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

Avevo previsto questo scenario, sapevo che avrei avuto tutti contro, perché è sempre così quando si gioca contro Federer, perché lui è una leggenda…ha detto Novak dopo il match. Sì, però un conto è aspettarselo, un altro è dover fronteggiare, punto dopo punto, minuto dopo minuto, decine di migliaia di persona che applaudono i colpi del tuo avversario e non i tuoi.

È un grande e sarà sempre più grande, Novak. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché Novak è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @ATP_tour)

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Editoriali del Direttore

Non sarà che Federer vince perché è felice mentre Nadal è triste?

LONDRA – Nell’eterna sfida fra i due rivali, un grande Federer e un Nadal poco brillante. Da tempo, fuorché sul “rosso”, Rafa perde con i due Fab. La chiave del successo? I due rovesci. Djokovic resta il favorito numero 1

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Spazio sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Tutta la storia di Federer-Nadal in 40 foto

 

È stato un grande spettacolo e una bella partita, ma non una partita paragonabile a quella del 2008 che è stata ed è ancora in lizza con alcune altre per il titolo “simbolico” e certo soggettivo per la “partita più bella di sempre”. Ma è stata comunque notevole, emozionante soprattutto nel finale, con scambi di straordinaria intensità e grande bellezza, nonché ricchi di suspense quando Roger Federer non riusciva a chiudere il match e Rafa Nadal non pareva disposto ad arrendersi. Formidabile atmosfera.

Hai voglia a negarlo, a sostenere che Wimbledon è un torneo anacronistico perché è l’unico torneo che davvero conta sull’erba in una stagione che dura un mese, ma l’atmosfera che si vive qui non la si vive da nessun altra parte e giustifica le code, l’irreperibilità dei biglietti, i prezzi esosi di quelli e del resto. Chi è stato a Wimbledon lo sa, lo ha percepito, non farebbe a cambio con nessun biglietto di nessun altro torneo. Vi sfido a trovare chi sostenga il contrario. È il tempio del tennis e spettacoli come quelli visti ieri, anche il match Djokovic-Bautista Agut per due set e mezzo, ti lasciano senza fiato.

Roger sarebbe riuscito a fare suo il match e a conquistare la dodicesima finale qui (!) soltanto al quinto matchpoint dopo che Rafa Nadal si era conquistato una palla per il 5 pari che, se trasformata, avrebbe forse potuto riaprire un duello nel quale il miglior duellante fino a quel punto era stato certo Federer. È finita in modo diverso rispetto al 2008, quando Nadal aveva vinto 9-7 al quinto, dopo aver perso le finali delle due precedenti edizioni, in quattro e in cinque set, smentendo le previsioni e le quote dei bookmakers che pagavano la vittoria di Rafa a 1,72 e quella di Roger a 2,10.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Così saranno Federer e Djokovic a contendersi il titolo più prestigioso e agognato. Sarebbe il nono per Roger (e lo Slam n.21) e il quinto per Novak (e lo Slam n.16). Se sarà il primo a centrare l’obiettivo eguaglierà i nove trionfi di Martina Navratilova. Intanto, per quel che conta, è il finalista più anziano con i suoi 37 anni e 11 mesi, dal 1974 – l’anno del mio primo Wimbledon – quando Jimbo Connors demolì la debole resistenza del trentanovenne Ken Rosewall. Se sarà invece il secondo eguaglierà quelli di Borg, anche se i suoi non saranno consecutivi come quelli dello svedese. Ma lo svedese poi smise praticamente di giocare, mentre Novak Djokovic non ne ha la minima intenzione.

Fra i due finalisti ci sono più head to head, 47, che in ogni altra rivalità maschile ad eccezione di Djokovic-Nadal (54 sfide). Il record all time però appartiene a Martina Navratilova e Chris Evert, che si sono sfidate ben 80 volte! E 43 a 37 è il bilancio favorevole a Martina. Novak ha battuto Roger 25 volte, ci ha perso dunque 22, ma forse è più significativo ricordare che Federer non ha più sconfitto Novak dal 2015 e che ci ha perso due dei tre duelli qui a Wimbledon, cioè le finali del 2014 e del 2015. Insomma il favorito dei bookmaker sarà Djokovic. Ma, come constatato, anche i bookmaker sbagliano.

Il Federer visto ieri è stato però uno dei più brillanti visti negli ultimi anni, secondo me migliore perfino di quello che vinse qui nel 2017, dopo cinque anni di digiuno. D’altra parte anche un Nadal meno vivo e reattivo dei giorni precedenti e delle sue migliori giornate, soprattutto con rovescio e servizio, è comunque capace di costringere Federer a giocare meglio di quanto potesse fare due anni fa un Cilic che ebbe anche problemi di natura fisica.

Rafa aveva annullato, sul 3-5 del quarto, due matchpoint con due grandi servizi, ma il modo in cui ha annullato terzo e quarto sul 4-5 e servizio Federer è stato da supercampione qual è e resta a dispetto della sconfitta: il primo dopo uno scambio pazzesco di 24 punti al termine del quale è riuscito a prendere l’iniziativa e chiudere il punto con un dritto lungolinea, il secondo con un coraggiosissimo rovescio incrociato vincente. Uno dei pochi, per la verità.

Poi Rafa ha avuto quella pallabreak per il 5 pari cui ho già accennato dopo che Federer aveva steccato clamorosamente un “pallonetto campanile” per nulla facile da “smecciare” – avevo pronosticato al mio vicino Steve Flink che era più facile sbagliarlo che chiuderlo – dopo uno straordinario recupero difensivo di Nadal. Ma Federer ha scampato la pericolosissima pallabreak con una rasoiata di rovescio che Rafa non è riuscito a tirar su per oltrepassare la rete.

Quel punto, con un diverso esito, avrebbe potuto avere notevoli ripercussioni psicologiche dopo i 4 matchpoint non trasformati. Il miglior Rafa avrebbe potuto farlo difendersi meglio. Ma come già detto – e senza nulla togliere ai meriti di Roger che ha giocato benissimo sia in risposta, sia di rovescio, sia al servizio – quello di ieri non era il miglior Rafa. Anche sul quinto matchpoint, quello decisivo, l’errore di rovescio – lungo – di Rafa è stato sì provocato da Roger, ma fin dalla risposta Rafa non era stato impeccabile.

Insomma onore a Roger che è sembrato in possesso di una condizione fisica invidiabile, da 25enne e non quasi 38enne, in un match che ha oltrepassato di 3 minuti le tre ore. Ma, forse anche perché un tantino influenzato dal mio vicino di tribuna stampa e hall of famer Steve Flink – il celebre collega americano con il quale ripercorro quotidianamente le giornate degli Slam nel sito inglese www.ubitennis.net (a mio avviso sono riassunti e puntualizzazioni migliori giornalisticamente di quelli che faccio in italiano per lo più da solo) – ho notato troppe volte un Nadal che giocava corto, che rispondeva poco, che subiva anziché aggredire come di consueto per aprirsi il campo.

Alla fine tutti e due hanno fatte circa 3 km di corsa (3046 metri Roger e 2994 Rafa), e Rafa di solito ne fa più del suo avversario perchè tende a coprire la maggior parte del campo con il dritto, ma il maiorchino avrebbe dovuto far correre ancora di più lo svizzero che invece lo ha sorpreso non arretrando mai, giocando sempre con i piedi sulla riga di fondo per anticipare tutti i colpi, arrivando a giocare stupendi rovesci coperti da fondo come fossero demivolée. Fluide a vedersi, difficilissime a farsi e anche a pensarle. Prodigi che possono riuscire soltanto a campioni del suo calibro.

E di nuovo, per la millesima volta, va dato atto a Ivan Ljubicic di averlo spinto a migliorare fin dalla risposta il rovescio, rendendolo aggressivo. Quando a Federer funziona il rovescio, per gli avversari, tutti gli avversari, sono dolori. E in semifinale ha funzionato alla grande. Non ha sofferto minimamente i servizi a uscire di Rafa, né quelle roncolate di dritto che anni fa lo facevano tanto tribolare. Ha risposto invece colpo su colpo, rovescio contro dritto, tagliandoli il minimo indispensabile, giusto per variare effetti e rimbalzi, e giocandoli a tutto braccio senza mai dare la sensazione di vivere gli antichi affanni, le vecchie angosce. Formidabile. Se sarà in grado di replicare tutto ciò anche contro Djokovic assisteremo ad una grande finale. Ma non garantisce che la vincerà.

Di fatto Roger ha risposto quasi sempre alla battuta di Rafa, dopo un primo set di assaggio in cui i due hanno ingaggiato una inconsueta battaglia di servizi. Niente a che vedere con il duello del 2008, che era stato soprattutto un duello di grandi scambi, di lunghi palleggi. Fino al tiebreak che lo ha deciso, infatti, non c’era stata che una sola palla break, quella salvata sul 4-3 per Federer da Nadal al termine di un fantastico scambio simil-match 2008.

Federer aveva perso solo 5 punti in 6 turni di servizio, e Nadal 9. Perché, come dicevo, Federer rispondeva meglio. L’aspetto abbastanza curioso del tiebreak è stato che nei primi 7 punti del tiebreak ci sono stati 6 minibreak. Rafa era avanti 3-2 con minibreak, poi ha perso 5 punti di fila: in tutto il tiebreak ha fatto un solo punto sul proprio servizio. Bravo Roger, ma non tanto bravo lui. Giusto il tempo di osservare a quel punto che su 7 tiebreak giocati su quel centre court dai due grandi rivali, ben sei se li era aggiudicati Federer.

Poi c’è stato, a confondere le idee, quell’ingannevole 6-1 per Nadal, dopo che sull’1 a 1, Federer si era conquistato due pallebreak consecutive. La seconda se la poteva giocare decisamente meglio. Dopo un’ora e 28 minuti, ma soprattutto dopo che Roger aveva perso 5 games di fila e 18 degli ultimi 21 punti, attorno a me non vedevo nessuno convinto che Federer si sarebbe ripreso come ha invece fatto.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Rafa ha subito una mazzata psicologica non da poco quando, subito il break nel quarto gioco a 30 dopo due punti strepitosi di Federer che da soli sarebbero valsi il prezzo del biglietto (magari non quello da 9.000 sterline che si poteva acquistare via Internet, ma quello da 185 face value direi anche di sì), ha avuto 3 pallebreak per il controbreak, ma lì Federer ha servito tre volte benissimo e c’è stato poco da fare per lui. Negli ultimi due turni di battuta Roger ha perso un punto, quindi dopo 2h e 06 minuti, era avanti due set a uno e in gran fiducia. Cosa che Rafa invece non mostrava avere più.

Sembrava Roger il più giovane e Rafa il più stanco. Lo sguardo era semi-spento, negativo. Sentiva che la partita non era nelle sue mani. Non riusciva a cambiarne il corso. Federer, salvo che in quel game in cui aveva concesso le 3 pallebreak, aveva dominato tutti i suoi servizi: 3 a zero e uno a 15. Rafa aveva dovuto soffrire su tutti gli ultimi tre turni di battuta su quattro. Come poteva essere ottimista? E l’inizio del quarto ha confermato il terzo. Nei primi 4 turni di servizio Roger ha ceduto 4 punti, uno solo nei primi due, mentre Rafa ha subito il break che non sarebbe più riuscito a recuperare, l’unico del quarto set, sull’1 a 1. A 30. E, come detto all’inizio, avrebbe salvato due breakpoint che erano anche due matchpoint sul 3-5. Il resto lo sapete.

Insomma, super Roger, ma Rafa sotto tono. Non ne ha fatto mistero a fine partita, se avete letto la sua intervista (qui invece trovate quella di di Federer) cui si è presentato con la stessa faccia scura di quando è uscito dal campo. La mia sensazione è che Rafa soffra di più il suo stato di campione di tennis che deve vincere e forza per dare un senso alla sua vita, rispetto a Roger che invece fra moglie, gemellini e tutto il resto, sembra più sereno, meno angosciato. Se vinco bene, se perdo pazienza, ho vinto talmente tanto e sto bene lo stesso, non devo dimostrare più niente a nessuno, nemmeno a me stesso, tanto più che ho già quasi 38 anni e secondo molti avrei dovuto già ritirarmi da un pezzo.

Rafa, anche se ha 5 anni di meno, potrebbe fare esattamente gli stessi discorsi, e ogni tanto anche qui a Wimbledon, li ha pure fatti. Ma a me talvolta – che non ho l’opportunità di vederlo mentre va a pesca nella sua Maiorca, né ho mai capito perchè abbia prolungato così tanto il suo fidanzamento con la sua eterna girlfriend che sposerà finalmente quest’annopare invece un ragazzo un po’ triste. Non mi aspetto che ce lo dica, anzi so che se glielo chiedessi direbbe che non è vero, però sul campo l’attitudine di Roger è talmente diversa che a me pare si veda.

Rafa invece ricorda un pochino il Djokovic di un annetto fa, quello che non sorrideva più. Sulla terra rossa è talmente più forte di tutti gli altri che può permettersi di non sorridere più. Sulle altre superfici, se si va a vedere i suoi risultati da 3 anni a questa parte con i due rivali più agguerriti, Djokovic e Federer, si vedrà che di motivi per sorridere sul campo non ne ha avuti. Battere tutti gli altri non gli basta. Non gli è mai bastato.

Rafa, Roger e Nole, campioni anche nelle gag

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