Karolina Pliskova: tattiche e superfici

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Karolina Pliskova: tattiche e superfici

Il modo di stare in campo e il futuro tecnico-tattico della numero uno ceca dopo la separazione dall’allenatore David Kotyza

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Nella comunità di lettori di Ubitennis è un periodo in cui si sono spesso intrecciate discussioni su Karolina Pliskova. Il divorzio dall’allenatore (il secondo negli ultimi due anni), i risultati non sempre lineari e a volte di difficile interpretazione, le scelte tattiche durante le partite: sono tutti argomenti che tra i commentatori del tennis WTA hanno portato a ragionamenti e ipotesi diverse.
Le questioni principali sono: cosa dovrebbe fare in campo Pliskova dopo la separazione da David Kotyza, il coach con cui ha collaborato nel 2017, e quali sono le condizioni di gioco più adatte per lei. Dunque due temi da indagare: scelte tattiche e superfici. Comincio dal secondo tema, perché alcune argomentazioni saranno utili per approfondire l’altro.

Karolina Pliskova e le superfici
Occorre tornare indietro di qualche mese per spiegare la genesi della questione. Al Roland Garros 2017 Pliskova non è tra le primissime favorite per la vittoria; anche se l’incertezza “regna sovrana”, sono altri i nomi più citati, a partire da Halep, Svitolina e Muguruza. Invece a Parigi Karolina ottiene un ottimo risultato, arrivando in semifinale, dove la ferma proprio Simona Halep.
Nello Slam successivo sull’erba, Pliskova è considerata dai bookmaker la favorita numero uno, e di nuovo smentisce i pronostici, questa volta in negativo: il suo percorso a Wimbledon si interrompe al secondo turno per mano di Magdalena Rybarikova, che era entrata in tabellone grazie al ranking protetto.

Sono le prime avvisaglie dei dubbi che cominciano a formarsi: e se Pliskova si trovasse meglio su un terreno meno rapido, che le lasci più tempo per preparare i colpi? In fondo non è mai stata rapidissima negli spostamenti. Se il suo gioco assomigliasse a quello di Sharapova nella seconda parte di carriera? Ricordo che Maria negli ultimi anni ha vinto soprattutto sulla terra battuta: tra il 2011 e il 2015 10 tornei su 14 li ha vinti sul rosso, inclusi due Roland Garros.

 

Dopo la delusione di Wimbledon, Pliskova si sposta sul cemento. Nel 2016 agli US Open aveva perso solo in finale, ma questa volta cede nettamente a Vandeweghe; mentre in Cina (Wuhan e Pechino) gioca meno bene che al Masters di Singapore, dove i campi sono più lenti. Al Masters infatti arriva sino alle semifinali, sconfitta dalla futura vincitrice Wozniacki. Nuovi dubbi: forse ci siamo fatti ingannare dall’efficacia del suo servizio, e abbiamo ritenuto che questo la facesse automaticamente una giocatrice da campi rapidi? Avevamo un’idea sbagliata su quali siano i terreni a lei più congeniali?

Per rispondere con un un minimo di profondità, sono andato a vedere un po’ di numeri, utilizzando il sito tennisabstract.com che consente di confrontare il rendimento negli anni sulle diverse superfici. E per provare a individuare una eventuale evoluzione di Pliskova, ho diviso i risultati in tre periodi:

1) 2006 – 2013: periodo di crescita. Esordio tra le professioniste (primi ITF locali) e progressi fino all’ingresso nelle prime 100 del mondo
2) 2014 – 2016: periodo di affermazione. Nel 2014 entra nelle prime 30, nel 2015 nelle prime 10, nel 2016 nelle prime 5 del mondo
3) 2017: l’ultima stagione, con la conquista del primo posto del ranking. Per ognuno di questi tre periodi sono indicati i rendimenti sulle diverse superfici:

Direi che i numeri danno indicazioni assolutamente univoche. Nemmeno dove la percentuale si basa su pochi match (e quindi sarebbe statisticamente più facile uno scarto rispetto a valori più ampi) abbiamo indicazioni contraddittorie. Sostanzialmente i numeri ci dicono due cose:
– nel tempo Karolina ha vinto sempre più partite su qualsiasi terreno, come ci si aspetta da una giocatrice in costante crescita
le superfici predilette non sono cambiate: (carpet), erba, cemento, terra in ordine decrescente.
Aggiungo altri dati che vanno nella stessa direzione relativi ai picchi di rendimento, che ho identificato nei tornei vinti o quelli in cui è arrivata in finale. Di nuovo la terra è la superficie meno presente, e l’erba risulta molto importante, considerato quanto poco si giochi sui prati durante la stagione:

Rimane un’ultima tabella, che ci riporta allo spunto iniziale: lo scarto di risultati tra Roland Garros e Wimbledon nella stagione appena conclusa. Ecco il rendimento in carriera negli Slam:

Qui abbiano un dato in controtendenza che obbliga a riflettere sull’eccezione: il cattivo rendimento di Karolina sull’erba di Wimbledon. Sei partecipazioni al tabellone principale, una eliminazione all’esordio e cinque eliminazioni al secondo turno. Non solo peggio del cemento di Australia e Stati Uniti, ma anche della terra francese. Come mai? Mi vengono in mente due possibili motivazioni, che non sono in alternativa, ma che anzi andrebbero considerate insieme.

Prima, banale, spiegazione: sorteggi sfortunati. Dal 2011 Karolina a Wimbledon ha perso da queste avversarie: Sloane Stephens (59), Petra Martic (144), Sabine Lisicki (19), CoCo Vandeweghe (47), Misaki Doi (49) e Magdalena Rybarikova (84 pr). Tra parentesi è indicata la posizione nel ranking delle avversarie al momento del match. Effettivamente nelle prime stagioni Pliskova non è stata fortunata: Stephens, Martic, Lisicki e Vandeweghe sono giocatrici capaci di rendere più di quanto la loro posizione in classifica in quel momento potesse suggerire. Del resto anche per i bookmaker in quel momento Karolina non era favorita, ad esclusione del match contro Vandeweghe (che però poi in quell’anno è stata la sorpresa del torneo, battuta da Sharapova nei quarti).

Considero più gravi le sconfitte nelle ultime due stagioni. Soprattutto quella contro Misaki Doi nel 2016 che al momento del confronto era 32 posizioni dietro Karolina (numero 49 contro 17 del ranking). Evitabile, secondo me, anche l’ultima contro Magdalena Rybarikova (partita persa 3-6, 7-5, 6-2) anche perché nella prima parte di match Pliskova aveva la situazione sotto controllo: si era portata avanti 6-3, 3-2 e servizio, e fino a quel momento non solo non aveva mai perso la battuta, ma non aveva nemmeno concesso palle break.
Sappiamo che sull’erba Rybarikova ha un gioco molto “tricky” (è la definizione che utilizza Karolina nella conferenza stampa post-partita), con discese a rete e slice di rovescio difficili da gestire, soprattutto sull’erba. Ma secondo me c’è anche altro dietro le eliminazioni.

E qui arriva la seconda possibile spiegazione: penso che alcune sconfitte di Pliskova (a Wimbledon, ma non solo) siano legate alla difficoltà nell’affrontare le partite da favorita. Maggiori sono le aspettative, maggiori sono le difficoltà. E a Wimbledon tutti da lei si attendono ottime cose. La mia sensazione è che caratterialmente stia provando a costruirsi un atteggiamento in campo più forte e solido, ma che debba combattere con la sua natura di tennista non molto coraggiosa.
Dico questo perché l’ho seguita in molte occasioni nelle stagioni passate (prima che diventasse una top 30 e poi una top 10), e spesso Karolina aveva mostrato seri problemi a chiudere i match e anche a consolidare i vantaggi, specie nei tornei più importanti. Ma prima di approfondire questo aspetto è arrivato il momento di introdurre il secondo tema, perché le questioni si intrecciano.

a pagina 2: Karolina Pliskova e le scelte tattiche

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Tokyo 2020: le Olimpiadi delle giocatrici ritrovate, da Bencic a Vondrousova

Belinda Bencic e Marketa Vondrousova era reduci da un 2020 di crisi, ma ai Giochi di Tokyo hanno saputo riproporre il loro miglior tennis

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Belinda Bencic - Olimpiadi di Tokyo

Belinda Bencic ha vinto la medaglia d’oro nel tennis femminile alle Olimpiadi di Tokyo, al termine di una settimana ricchissima di spunti, tecnici ed extratecnici. E non si è discusso solo durante il torneo, ma anche prima. Procediamo con ordine, e cominciamo con il tema più interessante emerso alla vigilia.

1. Il valore del tennis alle Olimpiadi e le polemiche nella Repubblica Ceca
Un primo tema, che regolarmente aleggia sul torneo olimpico ogni volta che va in scena, è stabilire il suo peso rispetto agli altri classici appuntamenti del tennis. Quanto vale la vittoria olimpica rispetto a uno Slam? E rispetto al Masters? Di più o di meno?

Per quanto mi riguarda ho una idea piuttosto drastica sul rapporto tra i diversi sport e le Olimpiadi: secondo me gli sport per i quali la competizione olimpica non risulta la più importante per un atleta, semplicemente non dovrebbero far parte delle Olimpiadi. Per esempio, alle Olimpiadi sarebbe meglio non avere il calcio (nel calcio i Mondiali valgono più delle Olimpiadi); e per la stessa ragione nemmeno il tennis. Perché non penso che una tennista baratterebbe un titolo a Wimbledon con una vittoria alle Olimpiadi.

 

Ma questa è la mia posizione del tutto personale, che conta zero. Fra le tenniste le sfumature sono diverse e variegate, in parte determinate dalla cultura sportiva di provenienza. Infatti ci sono nazioni dove le Olimpiadi sono considerate il massimo dello sport, sempre e comunque, con notevoli conseguenze sul modo di pensare. Per esempio Li Na, giocatrice che ha avuto un ruolo epocale per lo sviluppo del tennis in Cina, raccontava che nel suo paese il tennis aveva ricevuto un grande impulso dopo che ad Atene 2004 Li Ting e Sun Tiantian avevano vinto il titolo del doppio femminile. Li Ting e Sun Tiantian: alzi la mano, tra gli appassionati di tennis italiani, chi si ricorda di loro.

La testimonianza di Li Na ci conferma che in alcune nazioni l’Olimpiade ha un fascino e un valore che travalica il puro aspetto tecnico. E penso che qualcosa di simile non si avverta solo in Cina, ma anche nell’Europa dell’Est (diciamo oltre la vecchia cortina di ferro). Una grande giocatrice come Elena Dementieva ha sempre considerato la vittoria alle Olimpiadi di Pechino 2008 come una impresa sufficiente a dare senso a tutta la sua carriera, che pure si è conclusa senza Slam.

Però anche nell’Est Europa le posizioni non sono tutte unanimi, e oggi ci sono tenniste con una scala di valori differenti. Per capirlo, racconto come sono andate le cose quest’anno in Repubblica Ceca, la nazione che al momento ha più giocatrici ai vertici della classifica mondiale (quattro nelle prime 23 del ranking: Pliskova, Kvitova, Krejcikova, Muchova).

Sino a qualche mese fa, sembrava che i quattro posti (il massimo consentito) per le Olimpiadi fossero assegnati: come singolariste, in base al ranking sarebbero andate in Giappone Pliskova, Kvitova, Muchova e Vondrousova. Sempre che nessuna avesse deciso di rinunciare, perché Pliskova non sembrava particolarmente entusiasta per l’impegno. Sin dall’inizio del 2020, quando ancora non si sapeva che le Olimpiadi sarebbero state rinviate, aveva espresso dubbi sulla partecipazione.

Ricordo che Pliskova aveva rinunciato a Rio 2016, ufficialmente per non correre il rischio di contrarre il virus Zika. In quell’agosto di cinque anni fa, evitando la trasferta in Brasile, Karolina si era preparata al meglio per lo US Open 2016, nel quale avrebbe raggiunto la finale, punto di partenza fondamentale per diventare qualche mese dopo numero 1 del mondo. Invece Kvitova, medaglia di bronzo a Rio, non aveva mai espresso dubbi sulla trasferta in Giappone, malgrado a Tokyo fosse previsto un clima ancora più caldo della edizione brasiliana.

Questo sino a giugno 2021. Ma proprio in extremis le cose cambiano. La prepotente salita in classifica di Krejcikova (vincitrice a sorpresa del Roland Garros), e i punti in scadenza della edizione Slam del 2019 rimescolano le carte: di fatto, Krejcikova scalza Vondrousova. Dunque in vista di Tokyo, la classifica WTA recita: Pliskova 10, Kvitova 11, Krejcikova 15 e Muchova 22. Escluse dal singolare Vondrousova 41, Bouzkova 50 e Siniakova 75. L’articolo di Ubitennis uscito il 16 giugno, fotografa alla perfezione lo stato delle cose.

Tutto appare ormai definito, quando arriva il colpo di scena: il 21 giugno si scopre che Marketa Vondrousova ha deciso di fare ricorso al ranking protetto (previsto per chi ha subito lunghi stop per infortuni), e grazie a questo “jolly” è ammessa di diritto nel quartetto ceco. Un ranking protetto che fa riferimento a due stagioni prima, quando a causa di un infortunio al polso non aveva giocato da luglio a dicembre 2019. Il diritto non è ancora scaduto, e ITF lo conferma. Al momento dell’infortunio, Vondrousova era numero 14 WTA (reduce dalla finale persa al Roland Garros contro Barty). Marketa aveva custodito quella virtuale posizione numero 14 in attesa del torneo con l’entry list più severa, il torneo che davvero le stava a cuore: le Olimpiadi.

Con Pliskova, Kvitova e Krejcikova che decidono di partire per il Giappone, la scelta di Vondrousova ha una conseguenza automatica: a Tokyo non potrà andare Karolina Muchova. Numero 22 del mondo, eppure fuori dai Giochi. Nella Repubblica Ceca la decisione di Vondrousova viene aspramente criticata: è accusata di essere egoista, di avere utilizzato un escamotage per far fuori una compagna ben più avanti di lei in classifica. E di sicuro l’esito di Wimbledon non aiuta a calmare le acque: Muchova raggiunge i quarti di finale, mentre Vondrusova perde malamente al secondo turno contro una wild card locale, la numero 338 Emma Raducanu.

Volete sapere cosa ne penso? A me, un utilizzo così posticipato del ranking protetto, suona un po’ contro lo spirito della norma. Ma in punta di diritto nessuno può accusare Marketa: le regole glielo consentono. E così a Muchova non rimane che pubblicare un tweet di rammarico: “Sono delusa dal fatto di non poter giocare alle Olimpiadi di Tokyo. Non vedevo l’ora. Ma devo rispettare le regole ITF e tiferò da casa per la squadra ceca”.

Dopo questa vigilia avvelenata, arriva il momento del torneo. E i risultati ribaltano completamente la situazione. Al secondo turno Kvitova si dissolve nel caldo-umido di Tokyo, subendo contro Van Uytvanck un parziale conclusivo di dieci game a zero (5-7, 6-3, 6-0). Al terzo turno Pliskova perde contro Camila Giorgi (6-4, 6-2), come già accaduto a Eastbourne. Anche Krejcikova si ferma al terzo turno, sconfitta dalla futura vincitrice Bencic (1-6, 6-2, 6-3). Mentre Vondrousova, la reietta Vondrousova, diventa eroina nazionale regalando a se stessa e al proprio paese la medaglia d’argento; dopo avere battuto, fra le altre, Naomi Osaka.

Evidentemente Marketa teneva moltissimo a partecipare alle Olimpiadi, altrimenti non avrebbe speso il “jolly” per un evento che non distribuisce punti WTA e nemmeno montepremi, oltre tutto mettendo a rischio i rapporti interpersonali della squadra ceca (il team che ha vinto più volte la Fed Cup negli ultimi anni).

Se associamo questa vicenda alle lacrime inconsolabili della polacca Iga Swiatek (eliminata al secondo turno), che per il 2021 aveva dichiarato di puntare innanzitutto alle Olimpiadi, abbiamo un quadro più variegato su come venga considerato questo evento dalle protagoniste. In sostanza c’è chi ha rinunciato a Tokyo pur avendo diritto di esserci (Kenin, Andreescu, Azarenka, Serena, Kerber, Keys, etc.) e chi, come Vondrousova, non ha lasciato nulla di intentato pur di essere presente.

a pagina 2: Le condizioni di gioco e l’esempio di Camila Giorgi

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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