Next Gen Finals: Rublev cede alla distanza. È Chung il campione

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Next Gen Finals: Rublev cede alla distanza. È Chung il campione

Hyeon e Andrey erano pronti ad una finale equilibrata. Ma Chung è stato semplicemente troppo forte per il russo, che a lungo andare ha ceduto di testa

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dal nostro inviato a Milano

[6] H. Chung b. [1] A. Rublev 3-4(5) 4-3(2) 4-2 4-2

Il campo centrale è gremito di spettatori quando entrano in campo Andrey Rublev e Hyeon Chung, i due finalisti che dopo i precedenti quattro giorni di battaglia sono ora pronti a sfidarsi per vincere quello che forse è il torneo più importante della loro carriera fin qui.

 

La partita comincia in maniera molto tranquilla, entrambi tengono facilmente i propri turni di servizio e, sebbene il gioco fin qui non sia un granché, il pubblico applaude e si fa sentite e cominciano già ora i cori a favore dell’uno o dell’altro giocatore. È il tie-break a decidere il primo set, come spesso è accaduto fin qui nel torneo. Il livello del tennis ancora non è eccelso e ad un vincente spesso segue un errore da parte dello stesso giocatore. Rublev però fin qui è apparso il più positivo, e un paio di accelerazioni delle sue fiaccano Chung, che è costretto a cedere il set al russo, che si incita con un urlo quasi pauroso.

Rublev appare nello stesso stato di forma che gli aveva permesso di mettere al tappeto Coric, ed infatti parte forte anche nel secondo parziale, centrando subito il break grazie anche a due errori consecutivi di Chung, che al contrario del suo avversario non sembra lui, manca di cattiveria, arriva in ritardo, sbaglia scelta. La buona notizia per il sud coreano è che Rublev non è in grado di tenere lo stesso livello per più di una ventina di minuti e sul 3-2, quando va a servire per il match, ha un enorme passaggio a vuoto in cui commette due errori gratuiti e due doppi falli. Chung ringrazia e con il break vince anche il tie-break, che il russo getta via malamente con un gratuito di rovescio.

Il calo di Rublev prosegue anche nel terzo parziale, che potrebbe essere già decisivo, subendo il break subito al primo game commettendo un grave errore di dritto affossando la palla in rete. Chung dovrebbe ora solamente tenere la palla in campo e scambiare lasciando che sia Rublev a commettere l’errore, ma incredibilmente il russo riesce comunque a recuperare il break approfittando di un brutto errore di Chung col rovescio, con cui cerca un angolo improbabile mandando invece la palla in quello che sarebbe il corridoio se ci fosse anche il doppio. Questo set riserva però ancora delle sorprese, Rublev e Chung ora sembrano fare a gara a chi commette più errori, e nel quinto game è ancora una volta il russo a perdere le misure finendo col restituire al sud coreano il break e la possibilità di servire per andare due set a uno. Opportunità che Chung coglie al secondo set point.

C’è da dire che per quanto la partita non sia fin qui memorabile, il pubblico è molto tranquillo ed educato, quasi come non esistesse la possibilità di muoversi e parlare. Un rispetto che per quanto ammirevole non sembra avere su Rublev lo stesso effetto calmante che ha invece su Chung. Il russo va in difficoltà anche all’inizio del quarto set, e dopo uno scambio massacrante commette un altro errore di fatto regalando il break al sud coreano. Rublev è nervosissimo e alcuni colpi sono talmente potenti che nemmeno lui riesce a controllarli, tant’è vero che pure il cameraman rimane colpito da un suo smash. Chung ha due match point sul 1-3, ma deve andare al servizio per chiudere definitivamente partita e torneo.

Hyeon Chung è il primo vincitore di queste Next Gen ATP Finals, e lo diventa con una statistica incredibile, da imbattuto. Un torneo sensazionale per lui, che chiude una settimana fantastica in cui ha dimostrato come possa essere lui il nuovo nome del 2018, il giovane e timido sud coreano pronto a prendersi i più grandi palcoscenici mondiali, a cominciare da questo di Milano.

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Il nostro sport è davvero straordinario

Riflessioni sugli aspetti pedagogici del tennis e sui valori educativi che permette di trasmettere. Con un focus sul wheelchair tennis

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Questa è l’epoca in cui non ci si riesce a fermare un solo attimo a riflettere sugli aspetti pedagogici e sui valori che trasmette il tennis. La grande scommessa pedagogica è quella di far socializzare, insegnare a condividere e promuovere il benessere ed i valori educativi, elementi indispensabili per la crescita generazionale.

L’allenamento sportivo è un processo pedagogico multilaterale, pertanto lo sport è un laboratorio permanente, un apprendere facendo, che sia contesto e metodo di co-costruzione di specifiche intelligenze che si intrecciano, si specificano, per potersi di nuovo intrecciare dinamicamente. Ciò permette alle idee innovative e ai progetti educativi di crescere e di fare scuola; la diversità personale e culturale, come risorsa, le abilità per apprendere, l’affettività come sostegno per l’intelligenza, e la produttività dell’intelligenza, la resilienza, concorrono per far acquisire alle new gen le basi su cui applicarsi.

Il tennis cos’è, se non il riassunto di tutti questi elementi? Occorre un confronto introspettivo quando si passa dal momento in cui si teorizza al momento in cui ci si cala nella realtà, esattamente come quando ci si trova sul campo pronti ad affrontare una partita di tennis o un avversario che mette in difficoltà e si cerca la giusta strategia di gioco e mentale. L’obiettivo è quello di dimostrare ai lettori che cosa si riesce a fare con delle palline da tennis ed una racchetta. Il tennis è uno sport coinvolgente e può diventare molto appassionante per chi lo pratica, in quanto, a differenza di altri sport, permette di rinforzare fisico e mente, consentendoci di scaricare stress e nervosismo e di trasformare quest’ultimo in sana competizione con l’avversario e con se stessi. Lo farò riferendomi all’ambito del wheelchair tennis.

Joachim Gerard/Stefan Olsson – Wimbledon 2019 (foto AELTC/Chloe Knott)

Partiamo dalla doverosa premessa che si tratta di una disciplina alla quale gli atleti si avvicinano partendo da una situazione critica e dolorosa anche a livello mentale – come l’incidente stradale che ti porta a passare il resto della tua vita su una sedia a rotelle – e attraverso la quale si raggiunge un obiettivo principale: continuare a credere in qualcosa e soprattutto credere in sé stessi. Affinché ciò avvenga è fondamentale, in base alla mia esperienza di allenatore, che si instauri un buon rapporto con il coach, che in questo contesto deve lavorare attraverso fasi diverse.

 
  • Prima fase: scelta dell’attrezzo di gioco. La scelta dipende da diverse variabili come il livello di abilità nel gioco, la forza e la struttura fisica, l’età, ma può essere determinante anche la disabilità.
  • Seconda fase: l’apprendimento motorio. Può essere definito come l’insieme di processi associati con l’esercizio o l’esperienza che conduce a cambiamenti nella capacità di azione e che non può essere osservato direttamente ma che può essere riferito solamente in base a trasformazioni nel comportamento manifesto determinando un miglioramento relativamente permanente nella prestazione o nelle potenzialità di comportamento (tecnico).
  • Terza fase: organizzazione dell’attività psicomotoria, per esperienza personale anche attraverso la pratica della bioenergetica che può essere applicata ma che può far parte del metodo di lavoro del singolo allenatore. La bioenergetica è una tecnica psico-corporea che si serve di tecniche respiratorie, di esercizi fisici, di posizioni e contatti corporei, associati a un’analisi psicologica e del carattere. La formazione e l’esperienza del coach agisce sull’interpretazione di quelle che vengono chiamate tecniche relazionali che ricadono nella collettività, nel mondo dello sport.

Se l’attività è legittimata da me coach, che so anche enfatizzarla, allora sarà legittimata dagli atleti poiché c’è da dire anche che l’unione di tre fattori (giudizio positivo, fiducia e concentrazione) favoriscono una sostanziale armonia interiore. Si tratta di prendere in esame quali siano le relazioni della teoria della mente, che fanno perno nel cercare di comprendere “io che cosa penso che tu pensi”, che è poi la base di quelle che sono le relazioni umane. Sono state studiate nell’autismo, e si è visto che comunque esistono dei canali di attivazione in questo senso anche nello sport. Vi sono atleti e coach (molti di essi sono spesso anche abili preparatori mentali) che fanno già uso della teoria dei neuroni specchio, sia quando propongono esercizi corporei e di concentrazione, sia quando osservano i movimenti dei compagni e avversari e questo in particolare nel tennis in carrozzina, dove bisogna muoversi in tempo utile per controbattere la palla dell’avversario con grande coraggio e straordinaria forza di carattere.

Ritengo di avere, come allenatore e come mental coach, ancora bisogno di evitare una teorizzazione schematica; preferisco portare alla riflessione, alla discussione e alla critica questo materiale che indica, a parer mio, quanto il rapporto con l’allenatore sembri suscitare un processo di sviluppo autonomo e quindi di quanto sia importante la relazione. Quando vedo qualcuno esprimere col proprio volto un’emozione, ne comprendo il significato (è questa la ratio dei neuroni specchio, ndr): l’emozione dell’altro è assorbita dall’osservatore e compresa grazie a un meccanismo di simulazione che produce nell’osservatore uno stato corporeo condiviso con l’attore di quella espressione. È per l’appunto la condivisione dello stesso stato corporeo tra osservatore e osservato a consentire questa forma diretta di comprensione, che potremmo definire “empatica”.

Per Darwin è a causa di questa generale utilità che alcuni stimoli sono in grado di attivare il sistema nervoso ed indurre espressioni facciali, posture e mimiche simili in tutti i membri di una stessa specie che abbiano un antenato comune. Pertanto, Darwin ritiene che le espressioni facciali siano universali e quindi decifrabili dagli individui, indipendentemente dalla loro cultura o etnia di appartenenza e a tale proposito riporto qui uno studio sull’universalità delle espressioni facciali eseguito alla popolazione dei Fore in Nuova Guinea. I Fore furono sottoposti a una prova di associazione di volti esprimenti emozioni e storie riuscendo ad associare pur completamente ignari della cultura occidentale, le foto con le storie appropriate: paura, felicità, rabbia.

Questo è anche ciò che ci succede quando manteniamo il discorso in ambito sportivo, da quando assistiamo ad una partita di tennis a quando invece ne diventiamo gli attori principali. Tutto ciò si traduce in una delle caratteristiche peculiari dell’essere vitali e quindi attori principali ed è la capacità di essere in contatto con le proprie emozioni, in contatto con tutto ciò che si trova nel raggio della propria campana o bolla vitale (spazio vitale), ed anche oltre, ed alla portata delle percezioni sensoriali. Essere in contatto vuol dire diventare consapevoli di ciò che accade dentro ed intorno a sé stessi. L’atleta capace di sentirsi, è avvantaggiato rispetto a colui che esegue il gesto senza percepirsi, senza stare in contatto con tutto il proprio corpo. E questo perché la percezione del Sé corporeo è la chiave per aprire la “porta” che dà sul mondo esterno, che investe il corpo ed i sensi.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Pertanto, più vitali si è più diventano acute le percezioni. Perciò, per aumentare le capacità percettive bisogna accrescere la vitalità. Ed arriviamo così a quello che – dal mio punto di vista – dovrebbe essere l’obiettivo finale di un allenamento mentale nel wheelchair tennis. Nello specifico, ritengo perciò che un programma di allenamento mentale per un gruppo  di tennisti è tale se prevede una  combinazione adeguata di esercizi di stress, esercizi di contatto ed esercizi di rilassamento. Il tutto al fine, appunto, di rispettare e addirittura accrescere la propria energia corporea. 

Fulvio Consoli

Fulvio Consoli è dottore in Scienze Sociali, coach GPTCA e preparatore mentale ISMCA.. Direttore tecnico e sportivo del Progetto “Fiori di Wimbledon” dove si allenano diversi ragazzi con problemi di disabilità fisica e relazionale, Consoli ha scritto “Un mondo in movimento” (2012), libro rivolto a coloro che intendono affrontare con serenità i problemi connessi al decadimento cognitivo e comportamentale, ai professionisti del settore socio-culturale e a chi vuole approfondire la conoscenza dei sistemi riabilitativi con gli sportivi.


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ATP

Fognini si ritira a Umago: Travaglia, prima volta ai quarti. Fuori Lorenzi

Un problema fisico costringe Fabio al ritiro nel derby. Stefano si giocherà un posto in semi con Balazs. Djere elimina Lorenzi dopo quasi tre ore di battaglia

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Fabio Fognini - Umago 2019 (foto Felice Calabrò)

dai nostri inviati ad Umago, Michelangelo Sottili e Ilvio Vidovich

FABIO OUT, STETO IN – Dura 37 minuti il torneo di Umago per Fabio Fognini: perso rapidamente il primo set, si ritira dopo tre giochi del secondo nel derby contro Stefano Travaglia a causa di un guaio fisico. Dopo l’incontro, dispiaciuto per il torneo e per il pubblico anche perché prima testa di serie, dirà che il problema parte dalla caviglia per estendersi al tendine: quale? “Entrambi i tendini”. Spiega poi che “ho fatto un’infiltrazione domenica pomeriggio. Sono venuto qui, ma la reazione è stata davvero brutta. Non chiedetemi come e perché, perché non lo so. Sono stato male lunedì, mi sono allenato male, avevo dolore. Ieri mattina mi sono sentito meglio, poi in doppio male. Questa mattina il fisioterapista mi ha consigliato di non venire, di non scaldarmi, ma di fare tutto vicino alla partita. Ho finito il riscaldamento che erano 6-4 al tie-break (Krajinovic e Balazs, ndr). Io ho provato a fare del mio meglio; purtroppo, il mio corpo ha reagito in maniera che neanch’io mi aspettavo”.

Per quanto riguarda Travaglia, si tratta del primo quarto di finale ATP in carriera e di un avanzamento, per ora solo virtuale, di due posizioni rispetto al suo best ranking (n. 100). Dell’incontro, c’è poco da dire. Un solo precedente fra i due, quello famigerato dello US Open 2017 vinto da “Steto”. Flavia, deliziosa in un vestitino elegante, scompare in un momento imprecisato, segnale ben peggiore del brutto inizio di Fabio (che, poi, non è né una novità né un indicatore di come sarà il suo match). Preoccupa invece che Fognini si ritrovi sotto 0-4 senza dare il minimo cenno di nervosismo nonostante i troppi errori, soprattutto con il dritto, lato sul quale in più di un’occasione è parso arrivare in ritardo negli spostamenti. Travaglia fa quello che deve, vale a dire rimettere in campo più palle possibili; peraltro, serve anche bene. Fabio muove il punteggio al quinto gioco, l’unico che metterà a referto nel primo parziale. Un consulto con il fisioterapista durante la pausa e, sul 2-1 per il ventisettenne di Ascoli, Fognini dice che può bastare così.

 

Se per Travaglia è il primo quarto di finale nel Tour, il suo avversario (altra sorpresa) si giocherà per la terza volta l’accesso in semifinale. Infatti, il derby azzurro è iniziato in ritardo perché Filip Krajinovic ci ha messo quasi due ore e mezza per guadagnarsi la possibilità di servire per il match; a quel punto, però, il n. 207 ATP Attila Balazs ha impiegato dieci minuti per vincere. Un solo precedente fra i due, a livello Futures, vinto in tre set dall’ungherese.

LORENZI, CUORE E TESTA NON BASTANO – Sul Grandstand di Umago fa il suo esordio nel torneo croato la tds n. 3 Laslo Djere, opposto all’azzurro Paolo Lorenzi. Ottava sfida tra i due tra circuito maggiore e Challenger (4-3 Djere), che si sono incontrati l’ultima volta lo scorso anno a Wimbledon, dove si impose Paolo in quattro set. L’ultima sul rosso risale ad un paio di mesi prima, a Istanbul, dove invece ebbe la meglio Djere per 7-6 al terzo. Curiosamente, quello è stato l’ultimo torneo del circuito maggiore in cui Lorenzi si è spinto sino al terzo turno.

L’inizio del match è tutto di marca serba con Djere che in un attimo vola 3-0 pressando con efficacia da fondo. Lorenzi, reduce dalla maratona di oltre tre ore vinta 7-6 al terzo sul tedesco Torebko (con l’aggiunta del doppio con Fabbiano, perso 10-8 al supertiebreak contro l’altra coppia tutta italiana Bolelli/Fognini), capisce subito che a fare a braccio di ferro da fondo ci rimette lui. Ed allora ecco che il 37enne senese inizia a mettere i consueti granellini di sabbia negli ingranaggi del gioco avversario: si mette a tre metri dalla riga di fondo e comincia a variare velocità ed altezza dei colpi, inserendo qualche variazione tattica fatta di palle corte e attacchi a rete. Djere ha un attimo di sbandamento che gli costa il break al quinto gioco, che però si riprende subito dopo e poi senza ulteriori scossoni il serbo incamera il primo set per 6-3.

In realtà però il match è cambiato, perché la pressione da fondo del n. 32 del mondo non è più così efficace come nella prima mezz’ora di gioco. Insomma, i granellini di sabbia azzurri a partire dal secondo parziale iniziano a fare il loro effetto. Lorenzi ora tiene agevolmente i suoi turni di battuta, grazie ad una ritrovata efficacia del servizio, mentre invece il 24enne residente a Novi Sad fa una fatica enorme, invischiato dalle variazioni di Paolo ed anche visibilmente insoddisfatto dell’incordatura delle sue racchette. Ne cambia addirittura due nei primi game del secondo set, per poi comunque continuare a scrollare la testa sconsolato nel sentire la tensione dell’ennesima racchetta che prende dal borsone (“Sono cambiate le condizioni di gioco, è scesa la sera, è aumentata l’umidità” ci spiegherà nel dopo partita). Djere lotta, sbuffa, salva tre balle break nel quarto gioco e poi addirittura sei (di cui tre consecutive) nel sesto, prima di capitolare due game dopo e consegnare di fatto il set a Lorenzi, che chiude meritamente 6-3 nel gioco successivo.

L’inizio del terzo set è ancora a tinte azzurre con il break in apertura a favore del n. 114 del ranking. Tra il pubblico in tribuna notiamo Jannik Sinner da un parte e Simone Bolelli dall’altra, quest’ultimo subito sotto di noi. Rimarranno fino alla fine del match, mentre invece Dusan Lajovic e Thomas Fabbiano si fermeranno qualche minuto, in piedi sulle scale che portano agli spogliatoi sotto il Centrale, a metà del parziale decisivo. Paolo va sul 2-0 e sembra avere il controllo del match. Ma qui è bravo Djere a cambiare registro (“Lui aveva rallentato il gioco ed era evidente che essere aggressivo come avevo fatto fino a quel momento non pagava, allora ho cambiato un po’ anch’io”): ora anche lui ha iniziato a variare altezza, profondità e velocità dei colpi.

Insomma, il match diventa “ugly”, come direbbe Brad Gilbert. E ad avere la meglio in questa nuova situazione tattica è il tennista serbo, che si riprende il break al quarto gioco, annulla due palle break nel game successivo, strappa nuovamente il servizio a Lorenzi alla quinta occasione e sale poi 5-2. Ora, pur lottando sempre in maniera commovente su ogni palla, Paolo paga un leggero calo fisico e soprattutto un calo alla battuta, colpo che l’aveva supportato alla grande nel set precedente: in entrambi i giochi in cui ha perso il servizio ha avuto la palla del game, ma non ha avuto l’aiuto sperato dalla prima di servizio.  Tutto sembra finito quando Djere si appresta a servire il match point sul 5-3, poco dopo le due ore e mezza di gioco.

Invece c’è un ultimo colpo di scena: due doppi falli consecutivi con conseguente imprecazione in serbo e sguardo d’odio verso le tribune del Centrale affacciate dietro il Grandstand (“Qualcuno mi ha disturbato, vabbè niente di grave” glisserà a fine match), fanno da anticamera all’ennesimo break della partita. Ma a Lorenzi non riesce l’aggancio, nonostante abbia ancora la forza di annullare due match point consecutivi prima di capitolare per 6-4 dopo 2h43′.

Per Djere ora la sfida contro la tds n. 8 Leonardo Mayer, che ha superato in rimonta in tre set Jiri Vesely, in una parte alta del tabellone che ha perso le altre due teste di serie, la n. 1 Fognini e la n. 6 Krajinovic. Insomma, una buona occasione per il serbo di puntare alla finale, che vorrebbe dire rientrare nella top 30, che dista solo poche posizioni e qualche decina di punti. Certo dovrà alzare il livello rispetto al match di oggi.

Risultati:

[Q] A. Balazs b. [6] F. Krajinovic 6-3 6-7(1) 7-6(5)
S. Travaglia b. [1] F. Fognini 6-1 2-1 rit.
[8] L. Mayer b. J. Vesely 3-6 6-4 6-4
[3] L. Djere b. P. Lorenzi 6-3 3-6 6-4

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Italiani

Il ricordo di Beppe Merlo: la finale del 1955. Sceneggiate, crampi e match point

Oggi è venuto a mancare Beppe Merlo, ex tennista e grande amico. Vi farà piacere scoprire la storia della finale del 1955, persa la quale disse al rivale Gardini: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto”

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Per commemorare Beppe Merlo, grande tennista italiano degli anni ’50 e ’60 e scomparso oggi all’età di 91 anni, mi piacerebbe condividere con voi lettori questo articolo che ho scritto anni fa e lo riguarda molto da vicino. Beppe giocò una finale incredibile agli Internazionali d’Italia del 1955, perdendola contro il rivale Fausto Gardini. Ci furono polemiche, grandi colpi, match point falliti e alla fine un clamoroso ritiro per crampi. Che la terra ti sia lieve, Beppino.

Io avevo sei anni e avevo pianto calde lacrime quando al mio amato CT Firenze della Cascine (dove avrei fatto raccattapalle, giudice di linea, segnapunti al tabellone, arbitro, ufficio stampa e direttore di torneo) pochi giorni prima degli Internazionali d’Italia mi era stato detto che ero troppo piccolo per fare il raccattapalle di quella finale fiorentina. La stessa che si sarebbe giocata poi a Roma e che avrebbe avuto analoga conclusione: Merlo si era ritirato per crampi anche a Firenze, ma al quinto set, non al quarto. C’era chi sosteneva che fossero crampi psicosomatici, più che di pura fatica. Beppe Merlo mi aveva insegnato il rovescio a due mani, quando mio padre che era suo amico lo aveva accompagnato al muro del circolo, dove io passavo ore e ore a cercare di far passare la palla sopra la riga bianca segnata sul muro rosa-marrone all’altezza della rete. Merlo venne insieme a un tenniste svedese, Johansson… e vide che giocavo solo di dritto, perchè la Maxima era troppo pesante. Mi spiegò allora come impugnare il rovescio con una presa a due mani e ricordo bene – di quando si è bambini si ricordano le cose più incredibili – che mi disse: “Ubaldino, non fare il mio stesso errore! Metti la mano destra sotto la sinistra, se non vuoi perdere centimetri preziosi nel giocare il dritto…“.

Io non ho mai capito perchè avesse fatto quell’errore fino a che ho visto immagini di John Bromwich , l’australiano dello Stato di Victoria, formidabile soprattutto in doppio (finalista in 39 finali di Slam, fra singolare, doppio maschile quasi sempre con Quist e misto), ma comunque anche capace di vincere 2 Australian Open in singolare nel ’39 e nel ’46 e l’ultimo giocatore ad aver perso una finale di Wimbledon con il matchpoint (3) prima di Roger Federer con Novak Djokovic: ne ebbe tre contro Falkenburg sul 5-3 al quinto nel 1948. Ebbene Bromwich, classe 1918, quindi 9 anni più anziano di Beppe Merlo, era mancino, anche se batteva con la destra. E giocava il rovescio a due mani, il primo fra quelli che abbiano giocato una finale a Wimbledon dal 1877. Per lui, mancino, era normale tenere la mano sinistra sotto. Per Merlo non avrebbe dovuto esserlo. Io sospetto che ne fosse rimasto influenzato.

Un altro tennista australiano ancora più anziano, Vivian McGrath , classe 1916, viene ricordato per il suo rovescio a due mani. Era 11 anni più anziano di Merlo, vinse il campionati d’Australia nel ’37 battendo in finale proprio Bromwich, fu classificato n.8 del mondo da Wallys Myers che in quei tempi senza computer era il più autorevole compilatore di classifiche mondiali. Leggerete da molte parti nei primi resoconti di cronisti, titolisti o agenzie superficiali che Beppe Merlo era stato l’inventore del rovescio a due mani. Non è così. L’ecuadoriano Pancho Segura, che sarebbe diventato il coach e il guru di Jimbo Connors, giocava invece il dritto a due mani. Poi ci sono stati anche giocatori, e non solo Monica Seles o Marion Bartoli _ o la nostra Antonella Rosa, genovese che giocava il misto con Enzo Vattuone, altro genovese DOC (e mi ricordo un tennista romano, Maurizio Aracri che giocando contro la Rosa si lamentò così: “Aho, me pare de gioca’ contro a’dea Kalì con tutte quelle mani!”) – che giocavano dritto e rovescio a due mani. Vediamo chi di voi li ricorda… uno aveva per soprannome “Hollywood” perché pareva un attore.

Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi “Tennis Club”:  “Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio”. Mai visto uno che anticipasse la palla più di lui.

Quando vent’anni dopo vidi Andre Agassi rispondere di rovescio a due mani con quell’anticipo, mi tornò in mente Beppe Merlo. Che con un servizio modesto, ma stranamente difficilissimo da attaccare – era un movimento che lui aveva preso dal ping-pong, la palla schizzava via verso il basso con uno strano effetto e anche grandi campioni non riuscivano a dominarla – un dritto piatto che non era nulla di che, eppure batteva campioni attrezzatissimi.
Saltava sulla racchetta accordata di fresco – le accordava lui stesso – per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. “Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti” scherzava.

Di campioni di Wimbledon ne aveva battuti ben sei: Jaroslav Drobny, Vic Seixas, Budge Patty, Roy Emerson (che di Slam ne ha vinti 12), Neale Fraser e Chuck McKinley. Me lo raccontò lui stesso, con grande orgoglio, perché un po’ c’era rimasto male che la Federtennis non gli avesse mai garantito un lavoro una volta che aveva smesso di giocare da professionista. Quante volte i nostri dirigenti federali, di tutte le epoche, hanno mostrato poca riconoscenza nei confronti dei loro più grandi campioni: in questo va detto che Binaghi almeno con Pietrangeli e Pericoli si è ben comportato, anche se per la sua mancata conoscenza delle lingue era necessario che si dotasse di qualche “ambasciatore” che le parlasse. Peraltro “sposando” Barazzutti a vita, e avendo litigato aspramente con Panatta, ha poi ignorato Bertolucci, Zugarelli e altri . Tornando a Beppe Merlo io credo che se c’era un altro italiano che avrebbe meritato di essere incluso nella Hall of fame, questi era proprio Beppino Merlo. Non aveva vinto due Roland Garros come Pietrangeli, ma aveva vinto pur sempre 22 tornei internazionali. Battendo ovunque supercampioni.

Questa che leggerete ora, però, è la storia di una sua sconfitta.

 

A Gardini il titolo per un nuovo ritiro di Merlo

L’incontro deciso al quarto set dopo quasi tre ore di gioco, con il ‘bolognese’ colto dai crampi. Lo storico match ricostruito attraverso le cronache e le testimonianze dell’epoca

ROMA – Era dal 1934, quando l’ex raccattapalle divenuto ‘maestro’ Giovannino Palmieri aveva sconfitto il nobiluomo dai due dritti, l’ambidestro Giorgio De Stefani, che gli Internazionali non avevano più avuto una finale tutta italiana. Per arrivare a disputarla, certo contro pronostico, il ‘leone’ del Porro Lambertenghi Fausto Gardini aveva battuto l’americano Herbie Flam nei quarti e l’argentino Enrique Morea in semifinale, mentre il ‘virtussino’ di Merano, pupillo prediletto di Giorgio Neri, aveva compiuto exploit ancora più inattesi irretendo nelle sue trame imbastite su un’anticipatissima spazzolata bimane di rovescio – in tempi in cui a giocare con due mani c’erano soltanto lui e Pancho Segura, ma Segura giocava il dritto e non il rovescio con le due mani – e un dritto apparentemente debole, impugnato a metà manico eppur stranamente difficile da ‘contrare’, primo lo svedese Sven Davidson (poi re a Parigi nel ’57) e poi l’americano Budge Patty (campione in carica e vincitore d’un Roland Garros nel 1950).

Si erano incontrati due volte, quell’anno, i due rivali e avevano vinto una volta ciascuno. Del match di Firenze vi ho già accennato .Ma Gardini, n.1 d’Italia, era il favorito. Stavolta i due grandi rivali hanno dato vita ad un incontro memorabile, con un finale drammatico, perfino crudele, dopo una maratona incredibile alla fine della quale si registra perfino l’intervento dei carabinieri. Fausto, appoggiandosi a quel dritto poco elegante ma poderoso ed efficace, tutto di spalla, aveva vinto il primo set spendendo moltissimo e con un punteggio, 6-1, molto più netto di quanto fosse apparso il divario di gioco. Difatti aveva impiegato 25 minuti, un’infinità (nota dell’autore: a quei tempi non ci si fermava ai cambi di campo, non esistevano neppure le sedie. Rod Laver vinse anni più tardi una finale di Wimbledon, 3 set su 5, in 57 minuti).

Aveva speso molto il lungo, allampanato, magrissimo Gardini, e nel secondo set Beppino Merlo gli restituì la pariglia, con lo stesso identico punteggio, ma dopo scambi ancora più lunghi, tant’è che il set richiede mezz’ora. Merlo anticipava (anche se poi a rete seguiva di rado), Gardini preferiva rifugiarsi in una gara di corsa, affidandosi più alle gambe che al dritto e tentando di abbassare il ritmo con palle alte e lunghe, pur di sottrarsi a quei micidiali anticipi del suo avversario. Anche perché quando si avventurava a rete veniva inesorabilmente infilzato. Scambi sempre più interminabili, paziente gioco di scacchi fra due avversari che si conoscono troppo bene per darsi vantaggi, ma anche per dare uno spettacolo che, fra due incontristi naturali come Fausto e Beppe, non può essere all’altezza di quello offerto nei giorni precedenti.

Più passa il tempo e più Gardini si dispera. Merlo, che continua a non sbagliare mai, ed è infallibile soprattutto nel passante, sale sul 3-0. Ma nel quarto game ecco il primo incidente: Gardini protesta vivacemente perché Merlo, aduso a far cadere la palla subito dopo il servizio perché con la presa bimane non potrebbe altrimenti tirare il rovescio, in quell’azione – a suo dire – lo distrae non poco. L’arbitro gli dà ragione, fa ripetere un punto vinto da Merlo e Beppino si innervosisce fino a commettere un doppio fallo. Gardini non riesce però ad approfittare dell’incidente, né della piccola crisi del meranese che, vinto il terzo set (6-3) dalla durata record – un’ora! – mentre cresce spasmodica la tensione sia sul campo sia sugli spalti.

Dopo il terzo set c’è il riposo. Per raggiungere gli spogliatoi Merlo viene portato addirittura a braccia. Gardini, gli occhi spiritati nel volto ancor più ossuto, non pensa minimamente a mollare. Digrignando i denti, anzi, si rivolge ad arbitro e dirigenti FIT: “Guardate l’orologio! Dieci minuti, non di più… attenzione!” ha l’aria di minacciare. Intanto Merlo, su una panca, piange. Ripensa, chissà perché, alla decisione contraria dell’arbitro per quella palla vagante. Quasi non avesse vinto il set. Una reazione quasi isterica da parte di uno che non controlla più i nervi. Invece Gardini, nel cambiarsi i calzini, continua a lamentare: “Questo set non dovevo proprio perderlo“.

Il melodramma continua alla ripresa del gioco. Merlo rientra in campo addirittura sorretto da due infermieri. “Come un’eroina da melodramma dopo che il tenore è stato ucciso” scrive sulla Gazzetta dello Sport Luigino Gianoli. Il marchese Ferrante Cavriani scuote la testa: “Il prossimo weekend c’è il match di Coppa Davis contro la Germania…“. E raccomanda fermezze, energia e risolutezza all’arbitro Carlo Gatti. “Svelti, suvvia, siamo pronti?” incalza Gardini. Subito strappa il servizio a Merlo, che però non è per nulla finito. Controbreak. È soltanto al cambio di campo che Merlo è lentissimo. E Gardini freme. Tutti e due fanno a gara a chi perde più servizi. E nel mezzo qualche errore arbitrale, parecchie contestazioni a rendere sempre più incandescente il clima già torrido. 5-4 per Merlo che piagnucola ma dentro di sé probabilmente vede la vittoria vicina, soprattutto sul 30 pari, quando sbaglia invece una palla facile facile dopo due prodezze. Così è 5 pari e il pubblico è più schierato dalla parte di Gardini, sentendolo più ‘vero’ del suo rivale che accentua forse le sue sofferenze.

C’è un silenzio irreale all’undicesimo game, 6-5 per Merlo, quando Gardini si ritrova, sul 15-40, a fronteggiare due matchpoint. Ma proprio in quel momento il colpo di scena: Merlo cade a terra, rigido, con le gambe di legno, in preda a crampi spaventosi. Sembra proprio paralizzato. I fotografi si precipitano in campo, e così i raccattapalle a tirar su Merlo che non ce la fa. I carabinieri irrompono ad allontanare i fotografi. “Un Merlo di terracotta si avvia con le gambe rigide al posto di combattimento. Sembra un uomo meccanico che abbia perduto i contrappesi per mantenersi in equilibrio” scrive ancora Gianoli. Gardini annulla i matchpoint. Sul secondo Merlo è a rete, gioca una volée smorzata sul dritto di Gardini. Sembra imprendibile, la folla già grida, ma Gardini con un ultimo scatto la prende e passa Merlo che, nell’allungarsi si ‘incrampa’ e resta lungo disteso.

Questo non è giocare!” grida Gardini. Il Foro gli dà ragione, gli spettatori pensano alla commedia, fischiano sonoramente. Terzo matchpoint però per Merlo. Gardini annulla anche quello mentre Merlo cade di nuovo. Gardini è furibondo, la folla è inferocita. Finché il giudice arbitro Onorati decreta la vittoria di Gardini per ritiro di Merlo. L’annuncio si perde nel clamore, i fotografi non sanno se fotografare il viso ancora scuro del vincitore o quello disperato del vinto. Negli spogliatoi l’abbraccio tra i finalisti. Più disteso Gardini concede: “Beppe, sei stato sfortunato“. E Merlo: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto.

Gardini b. Merlo 6-1 1-6 3-6 6-6 rit (dopo 2h e 52m)

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