Una finale incredibile per un anno incredibile

Editoriali del Direttore

Una finale incredibile per un anno incredibile

LONDRA – Tutta la stagione è andata così. Cilic in finale a Wimbledon, Anderson a New York. Due esordienti al Masters. Perché il mio favorito è Goffin

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da Londra, il Direttore

Alla vigilia di questo torneo, nessuno si sarebbe aspettato una finale tra Grigor Dimitrov e David Goffin. Tutti si attendevano una finale tra Roger Federer, vero favorito, e Rafael Nadal. Sullo spagnolo c’era qualche dubbio, sia perché si gioca indoor, sia perché aveva lamentato problemi fisici, tanto da essersi ritirato dall’ultimo torneo a Parigi Bercy.

 

È successo invece un po’ di tutto, come d’altronde durante l’intero 2017: a cominciare dagli Australian Open, ai quali Federer e Nadal non erano certo attesi ai livelli che hanno invece dimostrato. Nessuno si sarebbe aspettato una finale tra loro, e che finale. Anche il successo di Federer nei primi due Masters 1000, dominando per quanto con Kyrgios abbia poi dovuto annullare match point, francamente nessuno l’avrebbe mai detto.

Era invece prevedibile che Nadal facesse bene sulla terra rossa, data la condizione che aveva mostrato a inizio anno. Federer aveva rinunciato a tutta la stagione sul rosso, e si può capire il perché. A mio avviso ha fatto benissimo, e quando annunciò che stava pensando di partecipare solo al Roland Garros io ero certo, e l’ho anche scritto, che non lo avrebbe mai fatto. Poi la finale di Wimbledon, in cui Federer ha battuto Cilic, e quella di New York, con un finalista davvero a sorpresa: Kevin Anderson non si era mai spinto oltre i quarti in uno Slam.

Passano i mesi, con nuovi volti a vincere i Masters 1000: Zverev fa doppietta a Roma e Montrèal, Dimitrov fa sua Cincinnati. I giovani approfittano delle assenze di Murray, Djokovic e Wawrinka, ed era normale che qualcuno si affermasse. Tutt’altro che normale invece che alla finale del Masters (io continuo a chiamarlo così) arrivassero due esordienti assoluti: Goffin lo scorso anno aveva partecipato solo come alternate, sostituendo Monfils. Si qualifica Sock all’ultimo tuffo, approfittando del lasciapassare di Wawrinka che pur numero 7 rinuncia, ma giocando un gran tennis a Parigi-Bercy.

Goffin arriva in finale dopo aver superato il suo idolo Roger Federer: nei precedenti sei incontri, tutti persi, il belga aveva conquistato soltanto due set. Stavolta invece ribalta un set di handicap, dimostrando una forza mentale assente in passato. Anche in momenti difficili serve bene, addirittura inizia con un ace il game conclusivo. Ricordo bene quando nel 2012 raccontò di avere ancora in camera da letto il poster di Federer, al termine del loro primo incontro durante il quale non sfigurò affatto (quattro set, al Roland Garros).

Federer ha preso piuttosto bene la sconfitta, pur essendo sorpreso come siamo sorpresi noi. Forse perché Goffin è un ottimo amico, ci si allena spesso, una volta anche a Dubai. Ha dato un’altra dimostrazione di classe, devo dire, rimanendo a lungo a rilasciare interviste in tre lingue, anche alle televisioni. Spesso l’ho visto teso o seccato dopo una sconfitta: anche stavolta è arrivato tre minuti dopo il match in conferenza, ma sembrava disteso, non nervoso. La sua annata è stata particolare: solo cinque sconfitte, due delle quali con match point (Donskoy e Haas).

Il verdetto finale di questa giornata: Federer non potrà raggiungere Nadal in classifica, almeno non a breve. Ha migliaia di punti da difendere tra Australian Open e Sunshine Double a marzo. Fino alla stagione sul rosso, secondo me, quando Nadal avrà le prime cambiali importanti, sarà lui a rimanere numero uno del mondo. La cosa non sembra dispiacere a Federer, che a questo punto sembra avere meno rimorsi sulla programmazione, come ad esempio aver voluto giocare a casa propria a Basilea, rinunciando ai potenziali mille punti di Parigi-Bercy.

Goffin ha perso quattro volte su cinque con Dimitrov, ma il fatto di averci perso nel girone è quasi un vantaggio. Moltissime volte il risultato del round robin è stato sovvertito in finale. Goffin oggi ha finito di giocare molto presto, Dimitrov (salito al 3 ATP) invece alle 23.30 deve ancora fare conferenza stampa. Diversi segnali possono far sperare Goffin, per quanto nel match di girone abbia fatto solo due game. Il belga ha un leggerissimo margine, ma come si dice sempre, che vinca il migliore. Staremo a vedere.

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Editoriali del Direttore

All’Australian Open non hanno perso solo i nostri giovani. Il record di Federer dice che per Sinner c’è tempo

MELBOURNE – Non tutta la Next-Gen è pronta. Fognini ha salvato la giornata dell’Italia, delusa dai k.o. di Berrettini e Sinner cui si sta chiedendo troppo. I perché. Dominano Djokovic e Federer: lo svizzero ha una bella autostrada?

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Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il video del direttore in INGLESE

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da Melbourne, il direttore

Un irriducibile Fabio Fognini, vittorioso per la seconda volta consecutiva al tie-break del quinto set (“dopo 75 matchpoint!” ha detto lui scherzando lui:  se ne era visti annullare 2 sul 5-4 e altri due sul 6-5 da Thompson, prima di conquistarne sei di fila sul 9-4 del tie-break finale da 10 punti) ha salvato il tennis italiano da una triplice dolorosa disfatta. Se chi scrive gli dedica poche righe è perché Vanni Gibertini gliene ha dedicate tante e perché sono le 4 di notte quando scrivo.

 

Dio non voglia che il momento magico del tennis italiano non si sia già consumato. Sarebbe una beffa dopo tutte le speranze che il 2019 ha alimentato. Quel momento che vorremmo diventasse un periodo lo abbiamo atteso, il sottoscritto più di tanti altri, per oltre 45 anni. Nel 2019 ho goduto alla grande per l’escalation di Fognini, di Berrettini, di Sinner, dopo essermi strappato tutti i capelli (chi non ci crede osservi una mia foto) quando mi sono via via reso purtroppo conto che il mio primissimo Roland Garros del 1976 – coronato dal trionfo di Adriano Panatta – era stato poco più di una chimera. Irripetibile.

I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: “Mai una gioia!”. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore.

Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, molte ore prima che Fognini scendesse in campo contro Thompson e si complicasse maledettamente la vita come tante volte gli succede, ma riuscendo per la seconda volta di fila ad alzare le mani in segno di vittoria, non senza sfidare con le mani dietro le orecchie la folla che aveva naturalmente sostenuto in maniera assai intensa il proprio connazionale.

Thompson, n.66 del mondo, “ha giocato per più di un’ora sopra al suo livello” avrebbe detto un Fognini comprensibilmente abbastanza stravolto quando è dovuto venire in conferenza stampa alla presenza di tre soli giornalisti italiani (due di Ubitennis che non potevano fargli domande, più Dario Castaldo). Fabio ha ricordato che proprio contro il suo prossimo avversario Pella in Coppa Davis aveva vinto un match rimontando da due set sotto. “Tutto è cominciato lì…”. Questo Thompson, per chi non l’avesse visto su Eurosport, più che un tennista – anche se non è scarso, non fraintendete – a vederlo sembra più un caratterista che un giocatore. Ricordate il comico triste con i baffoni e con gli occhiali, Nichetti? Beh, Thompson, senza occhiali e con occhi spesso spiritati, il cappellino bianco calcato da ciclista a trattenere i capelli lunghi, è più allegro e più espressivo dell’attore nel quale ho creduto di scorgere una somiglianza. Però Thompson, esaltato oltre ogni dire dalla folla, incitato da Lleyton Hewitt ha giocato a tratti davvero bene, soprattutto sui match point.

Tornando a Sinner e Berrettini per noi che “emigranti di professione” è stata una piccola grande delusione. Certo ancora più per loro. Ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e  tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento. In quelle circostanze non bisognava prendere troppi rischi cercando le righe, soprattutto quelle di fondo. L’ungherese teneva botta, disposto a giocare anche centralmente, aspettava l’errore di Sinner oppure, se il ragazzo accorciava, affondava con il dritto. Ogni volta che Sinner gli ha fatto il break, glielo ha subito restituito.

Sinner ha commentato, come se fosse un fatto positivo, un aspetto che non mi ha troppo convinto: “Almeno ogni volta che ho sbagliato, quando giocavo contro vento, ho sbagliato in lunghezza”. Mah, sì, certo forse voleva significare – provo ad interpretare – ‘Ho avuto coraggio e non paura’. Ma magari invece occorreva ‘fare il Fucsovics’, prendere un tantino meno rischi. Oddio, è facile dirlo – con il senno di poi – fuori dal campo. Penso che se Piatti l’avesse pensata come me glielo avrebbe detto. Se non lo ha fatto, vuol dire che la pensava diversamente. Oppure, altra ipotesi, che non c’è stata troppa comunicazione.

Diverso il discorso che riguarda Berrettini, il primo e solo dei top-ten a uscire di scena fin qui. Ma anche lui ha le sue brave attenuanti. Si era allenato poco, per via della solita caviglia destra che già lo aveva fatto soffrire la scorsa estate prima del sorprendente US Open, “avevo rischiato addirittura di non venire qui – ha rivelato per la prima volta – dopo aver saltato l’ATP Cup in preparazione a questo Slam”.

E quel Tennys (con la ypsilon) Sandgren, a dispetto di quel modesto n.100 che si porta dietro sulle spalle, è un osso duro. E non solo perché due anni fa qui raggiunse i quarti di finale quando, inciso, fu certo più criticato per le sue esternazioni politiche che per il suo tennis. Riguardo al suo tennis potreste chiedere info a Fognini che lo scorso anno a Wimbledon ci perse in tre set e si infuriò talmente tanto che si lasciò andare a quelle infelici espressioniMaledetti inglesi ci vorrebbe una bomba su Wimbledon” che sollevarono un vero putiferio, richieste di sanzioni e squalifiche. Matteo ha mancato 3 palle break per il 5-3, dopo che sembrava fosse sul punto di ripetere l’exploit di rimonta di Fognini con Opelka, una in particolare tutt’altro che impossibile da trasformare. Gli sono costate care, carissime. Nella puntuale cronaca trovate tutti i dettagli. Comprensibilmente deluso Matteo, naturalmente, ma per fortuna non ha quasi cambiali in scadenza nei primi mesi dell’anno. Può recuperare tranquillamente e nei tre tornei sulla terra in Sud America mantenere il ranking di top-ten.

Piuttosto osservo che per gran parte dei Next-Gen e dei più giovani questo Australian Open sembra essere arrivato davvero troppo presto, nonostante la settimana di ritardo come conseguenza dell’Atp Cup. Infatti al terzo turno non sono approdati, oltre a De Minaur ritiratosi ancor prima di cominciare, Shapovalov e Aliassime, Humbert, Kecmanovic, Tiafoe…oltre ai nostri Sinner, Berrettini e Sonego. Insomma, sarà magra consolazione, ma i nostri non sono i soli giovani che hanno pagato lo scotto dell’inesperienza.

Tenete presente che Sinner, ad esempio, è per precocità il quarto vincitore di una partita in uno Slam dacchè è cominciata la cosiddetta era Federer-Nadal. Insomma, se togliete i due fenomeni Nadal e Federer, vedete che Zverev ad esempio deve ancora “sfondare” in uno Slam, pur avendo vinto da giovanissimo il primo match. Quindi, come si affanna a raccomandare Riccardo Piatti, date il tempo al tempo. Date a Sinner – di cui ha detto un gran bene “Diventerà una superstar” perfino l’ungherese Fucsovics che gli ha dato comunque tre set – modo di crescere senza pretendere subito miracoli non dovuti. Ecco l’elenco dei primi cinque tennisti più giovani ad aver vinto un match in uno Slam (da quando è cominciata l’era dei Fab):

  • Nadal 17 anni e 0 mesi
  • Djokovic 18 anni e 0 mesi
  • Zverev 18 anni e 2 mesi
  • Sinner 18 anni e 5 mesi
  • Federer 18 anni e 5 mesi

Perfino il grande e inimitabile Roger Federer – sia o non sia the Greatest nessuno può negarne la grandezza – perse i suoi primi due Slam al primo turno nel ’99. E nel 2000, anno in cui avrebbe compiuto i 19 anni, eccolo finire k.o. al terzo turno in Australia, agli ottavi a Parigi, di nuovo al primo turno a Wimbledon, al terzo turno all’US Open. Nel 2001, l’anno in cui sorprende Sampras stupendo il mondo, si accontenta di un terzo turno, due quarti di finale, un ottavo. Nel 2002 fa peggio: un ottavo, due primi turni, un altro ottavo. Nel 2003, dopo un ottavo e un altri primo turno che fanno dubitare i più scettici ecco invece arrivare il primo Slam, a Wimbledon, seguito però da un ottavo all’US open. Il vero grande Federer esplode nel 2004, quando ad agosto compierà 23 anni e quando vince 3 Slam su 4. Ecco perché Piatti ha ragione quando raccomanda la calma. E ha torto marcio chi pretenda subito da Sinner quel che non ha saputo fare nemmeno Roger Federer.

IL PERCORSO DI FEDERER – Già che ci sono a parlare dello svizzero, beh nei primi due turni ha passeggiato. Il malcapitato Krajinovic ha servito anche il 90 per cento di prime in più di un set eppure ha perso 6-1 6-4 6-1. Adesso Federer ha l’australiano Millman, l’uomo del mulino! Lui più ancora di Federer dovrebbe essere sponsorizzato da Barilla! E dall’uomo del mulino Roger ha perso all’US open due anni fa quando rischiò di svenire sul campo per il caldo umido insopportabile  che fece addirittura sospendere tante partite. “Ma stavo per perderci anche a Brisbane pochi mesi dopo…” ha ricordato Roger, poco prima di ringraziarmi per una bottiglia di vino che gli ho regalato dopo essere stato a pranzo in una famosa trattoria fiorentina sulla via Senese che si chiama Ruggero e il cui titolare ha battezzato il proprio vino Roger, senza minimamente pensare che esistesse un tennista di tal nome. Trovai la cosa casuale e curiosa e gliene ho portato una bottiglia.

Non era il caso di sottolineare a Roger che sulla sua strada, una volta superato Millman in un match in cui sono curioso di vedere come si dividerà il tifo del pubblico – Roger gioca in casa anche contro gli australiani? – avrebbe il vincitore di Paul-Fucsovics. Se avessero vinto i favoriti avrebbe dovuto fronteggiare invece Shapovalov o Dimitrov. Ma se gli avessi chiesto di commentare una strada che pare abbastanza in discesa, beh mi avrebbe dato la classica risposta: “Io devo battere Millman, poi si parla del resto”.  

Anche Djokovic ha vinto facile. E mi ha detto di riservarsi un altro “not too bad “ –qualcuno che ricorda il famoso video capirà – per la fine del torneo. Intanto ho saputo che giocherà in verde Lacoste per tutto il torneo. Ma non è una scelta politica, né ecologica, a quanto so. Ha vinto la sua partita n.901, ha colto la vittoria n.70 all’Australian Open – pensate quanta strada debba fare Sinner prima di arrivare a questi numeri – e di sicuro secondo me passerà almeno quota 80 nel numero dei tornei vinti: è già a 77.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La giornata superventosa non ha scoraggiato l’affluenza, anche se la qualità del tennis ne ha fortemente risentito: 55.440 spettatori durante il giorno, 24.335 la sera, totale quasi 80.000 in un giorno: 79.775. Quanti tornei pagherebbero per avere un’affluenza simile in tutta una settimana!

Berrettini 8, Dimitrov 18, Paire 21 (che però ha perso dall’outsider Cilic…bella mina vagante il croato che qui ha fatto una finale come a Wimbledon dopo aver vinto un  US open!), Evans sono le teste di serie smarritesi, mentre fra le donne sono Sabalenka n.11 (k.o. con Suarez Navarro), Martic n.13 (ma perdere con la Goerges è quasi normale), e Yastremska arresasi alla Wozniacki.

Già a trionfare sono state due ragazze, non più ragazzine, ormai decise a ritirarsi: la prima è Caroline Wozniacki che ha già annunciato il ritiro per la fine di questo torneo che lei vinse due anni fa scongiurando l’incubo di essere stata a lungo n.1 del mondo senza aver mai vinto uno slam. Le veniva rinfacciato ogni piè sospinto. Per assistere al suo canto del cigno sono arrivati qui a Melbourne ben cinque giornalisti danesi. Di solito ce n’era uno solo, massimo due. La seconda è la ragazza delle Canarie, Carla Suarez Navarro che invece chiuderà l’anno. Se le due veterane pronte alla pensione hanno eliminato due teste di serie è perché forse non avendo più nulla da dimostrare e da perdere giocano più libere. Così Wozniacki ha rimontato il primo set da 1-5 e il secondo da 1-3 all’ucraina Yastremska n.23 per conquistare il doppio 7-5. E alla fine ha voluto dare anche una lezioncina di fairplay all’ucraina che aveva chiesto un ridicolo medical time out sul 5-6 del secondo set. Suarez Navarro invece ha vinto 7-6 7-6 sulla bielorussa Sabalenka testa di serie n.11.

In una giornata che avrebbe potuto essere quasi tragica – sportivamente parlando s’intende – per il tennis italiano non fosse arrivato a notte inoltrata l’orgoglioso Fognini a salvarla, l’open d’Australia ha celebrato l’Italian Partner Day.Che cos’era? Beh una promozione che, con alcuni cantanti d’opera lirica, Tennis Australia ha voluto dedicare ai suoi tre partner italiani, Lavazza, Barilla e Aperol che occupano in tre quasi più spazi di tutti gli altri sponsor messi assieme. Lavazza ha offerto fino all’esaurimento di una certa scorta caffè e cannoli, Aperol dei VIP upgrade tramite sorteggio fra chi entrava nei loro stand. Barilla, confesso, non lo so.

Purtroppo ci sono rimasti solo tre azzurri e due giocano nella notte. Seppi contro Wawrinka, un trentacinquenne contro un trentaquattrenne, tanti piccoli grandi acciacchi alle spalle. Insieme a un match che qui lo svizzero vinse 7-6 7-6 7-6 e che lasciò a Andreas qualche rimpianto. Kuznetsova pensa al non c’è due senza tre nell’affrontare Camila Giorgi, la quale dal canto suo sostiene di a) non intendersi di tennis femminile, b) essere al corrente che la russa è però destra e non mancina c) che la sua modesta classifica attuale, n.102, ora che il polso non le farebbe più male, non significa quasi nulla d) l’importante è riuscire a fare il suo gioco. e) e poi chi vivrà vedrà. F) non ha battuto 9 top-ten in carriera? Perché non dovrebbe poter battere anche Kuznetsova i cui ultimi Slam vinti risalgono al 2009, 11 anni fa?

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Editoriali del Direttore

Australian Open: cinque italiani su tredici al secondo turno

MELBOURNE – In cosa sono diversi Fognini, Berrettini, Sinner e Seppi. Il ritratto di Matteo, “dipinto” da un maestro della penna. Sharapova giù a precipizio. Il tonfo di Aliassime segue quello di Shapovalov. Gulbis fenomenale. Camila Giorgi ineffabile

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Nei primi due giorni di uno Slam, se non si verificano clamorose sorprese, è consuetudine occuparsi primariamente del tennis italiano e, per solito, segnalare il cammino dei big, quasi sempre simil-passeggiate per i vari Nadal – a caccia del 20esimo Slam e del record di 2 Slam vinti per ciascuno dei 4 Majors che nessuno può vantare dai tempi di Rod Laver (Federer e Djokovic hanno vinto un solo Roland Garros…) – Federer e Djokovic, anche se il serbo superfavorito verso l’ottavo Australian Open un set lo ha già lasciato per strada. Le sorprese sono state modeste e hanno riguardato soprattutto, in senso purtroppo negativo, il Canada che ha visto uscire di scena al primo turno i suoi due migliori prospect, la testa di serie n.13 Shapovalov (k.o. lunedì con Fucsovics) e la n.20 Auger-Aliassime (battuto questo martedì dal redivivo Gulbis risorto dalle quali e dal n.256). Il lettone è un fenomeno. Questo link lo spiega.

Nel femminile è “saltata” per mano dell’immarcescibile Svetlana Kuznetsova, 34 anni, con due Slam in bacheca e un indimenticabile ricordo di una maratona combattuta con Francesca Schiavone (“Come potrei dimenticare quel 16-14… salutami Francesca, ho saputo che ha sconfitto la malattia vero? Le ho mandato un Instagram di incoraggiamento quando ho saputo della malattia, l’avrà visto…”), la finalista dell’ultimo Roland Garros, la ceca Marketa Vondrousova, n.15 WTA, mentre non fanno notizie le sconfitte di Johanna Konta, n.12, afflitta da un assillante problema a un ginocchio e battuta dalla tunisina Jabeur abilissima con il suo tennis classico ed elegante a muovere le avversarie, e ormai nemmeno più quella di Maria Sharapova, battuta 6-3 6-4 da Donna Vekic n.19, dopo aver dilapidato un vantaggio di 4-1 nel secondo set.

Per Maria, che aveva raggiunto il terzo turno un anno fa, c’è una terrificante discesa agli Inferi: sarà n.369, sì, avete letto bene, a fine Australian Open. Se vorrà continuare a restare nel grande tennis potrà farlo soltanto grazie a wild card. Tanti tornei gliele offriranno, questo è poco ma sicuro. Di certo non riesco ad immaginarla a giocare tornei dei circuiti minori. E con quel ranking non potrà nemmeno entrare, se mai lo volesse, nelle qualificazioni. Di sicuro Palermo l’avvicinerà. Ma lei, che mi ha detto di essere comunque soddisfatta dei suoi due mesi in Italia e della sua esperienza con Riccardo Piatti a prescindere dai risultati fin qui ottenuti – “Ma la classifica mi preoccupa poco, lo scorso anno ho giocato solo otto tornei, i punti non potevano essere tanti” e tuttavia avrebbero potuto essere di più, se non avesse sofferto di continuo dei problemi alla spalla e avesse giocato un po’ meglio -, dovrà cercare comunque di programmarsi al meglio per tentare di risalire la corrente dopo esser così malamente sprofondata.

Accenno qui al fatto che ieri avevo scritto che non sarei stato per nulla sorpreso se Fognini, che aveva giocato benino pur finendo sotto di due set con Opelka, fosse riuscito a rimontare. Ci speravo proprio e sono contento che ce l’abbia fatta. Fabio c’è infatti riuscito. Bravo, perché ha servito sempre benissimo, per i suoi standard, e ha risposto bene anche sulle “seconde” di Opelka, ingiocabile o quasi quando metteva la “prima”. Si è beccato con Bernardes dopo un penalty point che è arrivato poco dopo che aveva vinto terzo e quarto set? Beh, il lupo perde il pelo ma non il vizio. “Non mi piaci, non so più come dirtelo. Quando dico che non ti voglio più sulla sedia è perché fai pena. Ma solo quando parla Nadal venite cambiati. Fabio è così, prendere o lasciare. Fa vedere cose stupende con la racchetta in mano e poi… è capace tafazzianamente di farsi male prendendo quella stessa racchetta a pugni, fino a farsi diventare la mano così rossa, tutte le nocche che paiono esplose, che io ho creduto che se la fosse bruciata e mi chiedevo come fosse riuscito a portare a termine la partita in quelle condizioni. Spero che quello stato non pregiudichi la sua partita di domattina alle nove italiane, dopo questa splendida rimonta.

Bell’impresa la sua, oltretutto non nuova: Fabio ha vinto otto volte rimontando da uno svantaggio di due set, e c’è riuscito in tutti i quattro Slam, anche se certo la rimonta più prestigiosa e memorabile, resterà sempre quella fatta ai danni di Nadal a New York. “È un record migliore di quelli di Federer ha scherzato”, ma qualcuno ha ribattuto: “No, Federer ha anche questo”. Non so se sia vero però, e non ho tempo di verificare. Intanto Luca Brancher, che Ubitennis ha ritwittato, ha individuato gli altri otto tennisti che hanno vinto rimontando da sotto due set in tutti i Majors. Chi non segue Ubitennis su Twitter, sulla pagina di Facebook, su Instagram (ci volete aiutare a superare il muro dei 10.000, sì o no?)… peggio per lui!

Qui a Melbourne quest’anno eravamo presenti con il contingente più numeroso di sempre, 13 azzurri, 9 uomini e 4 donne. C’erano stati anni in cui le donne erano state anche parecchie, ma gli uomini sempre pochini. Del resto mai avevamo chiuso un anno con otto uomini nei primi 100 e quindi qualificati nel main draw senza dover passare per le forche caudine delle qualificazioni. A fine primo turno la pattuglia azzurra si è parecchio assottigliata: da 13 a 5, una donna, Camila Giorgi a dispetto del suo n.102 nel ranking WTA e nelle sue ormai non più sorprendenti affermazioni (“Cosa so dire di Kuznetsova o Vondrousova? So che una è mancina e l’altra è destra. Non mi intendo di tennis femminile… Io mi devo preoccupare solo di fare il mio gioco”) e quattro uomini. Cioè la metà di quelli all’avvio, ma in quella sono compresi i tre più attesi, Berrettini, Fognini e Sinner e poi l’irriducibile Seppi con i suoi 35 anni lui n.85, capace di conquistare l’ennesima vittoria contro pronostico su Kecmanovic (n.54) serbo di stanza a Bradenton da Bollettieri, sulla prediletta superficie australiana.

Ricordo di aver conosciuto Seppi la prima volta qui in Australia 14 anni fa, parlava un italiano stentato, si capiva che in casa sua a Caldaro si parlava soltanto tedesco. È incredibilmente cambiato da allora. Mi direte che è normale, ma quando ieri – ora che da tre anni passa un paio di mesi all’ano nella sua casa in Colorado con la moglie che gli darà una figlia fra un mese – ha detto: “In fondo la vita in Colorado, lassù su montagne più alte, non è poi così radicalmente diversa da quella in Alto Adige, solo che gli americano sono più aperti, più pronti ad aiutarti, sì più simpatici degli altoatesini…, beh, mi ha un po’ stupito, ma mostra quanto sia davvero cambiato dacché pareva un ragazzo introverso, quasi musone. Oggi è un ragazzo delizioso, simpatico, spiritoso, allegro, maturo, certamente intelligente e beneducato, sempre iperdisponibile. Avercene di ragazzi così.

Chissà se anche Sinner, che rispetto a Andreas ha fatto prima le sue scelte di vita trasferendosi alla corte di Piatti già a 13 anni ed è già oggi molto più disinvolto di quanto fosse Andreas alla sua età, passerà attraverso una simile evoluzione. Intanto tutti i grandi che l’hanno conosciuto e ci si sono allenati si dicono impressionati dalla sua umiltà, la sua seria determinazione e anche altre sue qualità umane al di là di quelle tennistiche che lo mettono già oggi su un piano di assoluta e precoce eccellenza.

Più di due parole meriterebbero anche due degli azzurri sconfitti: sia Sonego contro un super Kyrgios, ingiocabile al servizio al punto da non concedere una pallabreak in tre set e tuttavia vittorioso solo grazie ai due tiebreak finali, sia Cecchinato che è stato avanti di un break in tutti e tre i set persi con Zverev – il siciliano ha condotto 4-2 nel primo, 5-3 nel secondo, 1-0 nel terzo, ma si è subito fatto ribreakkare – hanno giocato ottimi match. Semmai quel che mi ha lasciato un tantino perplesso è la sensazione che entrambi fossero tutto sommato contenti della partita giocata, dell’esperienza vissuta. “Sono match come questi che mi aiutano a migliorare, magari ne giocassi tanti così contro un avversario che serve come Kyrgios – diceva Sonego – di sicuro imparerei a rispondere sempre meglio…”.

Simile soddisfazione, perché forse temeva di far peggior figura Cecchinato, che ancora sul cemento non ha troppa fiducia in se stesso e l’aver giocato alla pari con Zverev gli pare un buon segno. Hanno ragione entrambi, però io ricordo come era imbufalito Sinner a New York quando perse – giocando un gran match alla pari – in 4 set da Wawrinka. “Potevo vincere tutti i set, non solo il terzo!”, diceva l’altoatesino dai capelli rossi. Forse non si dovrebbe mai accettare nessuna sconfitta con il sorriso, se si aspira ad essere campioni. Sinner sogna di diventare n.1, forse Sonego, peraltro ragazzo stupendo, e Cecchinato – che conosco meno – si accontenterebbero anche di molto meno. Non è una piccola differenza, alla fine. Nell’ambizione a volte si deve essere anche un tantino presuntuosi.

Marco Cecchinato – Australian Open 2020

Peraltro dopo un anno e mezzo non sempre brillante, Cecchinato va capito. Mentre Sonego è più giovane, più inesperto, ha cominciato davvero tardi ad affermarsi, quindi ci sta che si sia messo in testa di fare un passo alla volta. In fondo Sinner, da quando ha 13 anni, ha ben chiaro dove vuole arrivare. Le sue scelte, ai danni anche dello sci in cui eccelleva, le ha fatte già allora. Il coraggio di lasciare la propria famiglia già a quell’età, la dice lunga sulla visione e la determinazione di Jannik. Lorenzo e Marco sono cresciuti in un modo più… normale, più tradizionale, hanno cominciato a lavorare sognandosi seri professionisti di tennis un bel po’ più tardi.

Ma fra stanotte e domattina dei cinque superstiti azzurri giocano soltanto tre. Sulla carta Berrettini contro l’americano n.100 Sandgren (che raggiunse qui i quarti due anni fa), terzo match a partire dall’una sul campo 1573 Arena (dopo Suarez Navarro-Sabalenka e Mertens-Kovinic) e Fognini alle 9 del mattino contro l’australiano Thompson n.66 ATP, sembrano avere il compito meno difficile. Per Sinner il solido ungherese Fucsovics, n.67 e 28 anni l’8 febbraio, con un best ranking di n.31 rappresenta invece un osso duro. Un anno fa qui raggiunse gli ottavi e batté Querrey. Lunedì ha sorpreso Shapovalov, il che dovrebbe bastare a far capire che davvero Sinner non parte favorito. Incrociamo le dita. Intanto, mentre Jannik è il primo ragazzo di 18 anni e 5 mesi a superare un turno in uno Slam dal tempo di Nargiso al Roland Garros nel 1988, leggete quel che mi ha detto Rafa Nadal al suo riguardo.

Di Berrettini, di cui mi permetto di apprezzare insieme alle tante qualità umane e tennistiche anche la grande simpatia della bella Ajla Tomljanovic – c’è stato uno scambio divertente fra lei e il sottoscritto in sala stampa, con Ajla certo di buon umore per aver dominato 6-1 6-1 la lettone Sevastova, testa di serie n.31… lei ha cominciato a sorridere ancor prima che io le rivolgessi la mia domanda, certo si aspettava qualcosa che concernesse Matteo Berrettini e aveva intuito bene – vorrei segnalare un brillante pezzo che scrisse pochi mesi fa Massimo Gramellini nella sua nota ed apprezzatissima rubrica quotidiana che esce sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Prima di riprenderlo voglio solo dire ai lettori di Ubitennis che una volta, 25 anni fa, Massimo fu inviato da La Stampa a seguire un match di Coppa Davis. Non poteva considerarsi un esperto di tennis, anche se gli piaceva molto, mi assicurò. E la sua penna era già brillante, brillantissima, anche se era giovanissimo. Ricordo che Rino Tommasi lo capì subito. “Ubaldo vedrai che Massimo diventerà un grande giornalista”. Massimo e io seguimmo quel match seduti accanto. Ricordo che gli spiegai il mio metodo per segnare i punti di un match. Complicato a prima vista, ma lui lo afferrò subito. E anche anni dopo me lo ricorda. Leggete qui il Gramellini ormai affermato anche come personaggio televisivo.

“Se dico Matteo, probabilmente penserete a un prete in bicicletta o a un paio di politici che avevano l’Italia in mano e l’hanno persa davanti allo specchio. Invece all’estero il Matteo più famoso è Berrettini, che si è issato definitivamente nel gotha del tennis mondiale. Berrettini ha qualcosa che lo rende interessante anche agli occhi di chi non segue lo sport: contraddice l’immagine dell’italiano di successo. Siamo tutti cresciuti con lo stereotipo rinascimentale del talento estroso e collerico, imprevedibile e però inaffidabile. Simpatico e volgare, romantico e spietato, smanioso di piacere e felice di apparire. Ci disegnano così e certe volte sembra che solo assecondando questo modello ci si possa ritagliare un posto nel mondo. Berrettini non ha la scintilla di un Federer e nemmeno di un Fognini (lui sì, fedele al clichè). Ma ha altre doti. Sa mantenere la calma e imparare dagli errori, detesta piangersi addosso e rifugge la ribalta mondana. Se questo Paese rimane in piedi nonostante tutto, non dipenderà dal fatto che, dietro la prima linea dei piacioni, si muove un esercito silenzioso di Berrettini? Viva il Matteo diverso, una sorta di svedese nato a Roma, ma con residenza fiscale a Montecarlo. Perché anche un italiano atipico, quando si tratta di tasse, resta pur sempre un italiano”.

Chapeau Massimo, non so se ricordi ancora come si segna il punteggio di un match di tennis, ma se sei stato per tale sciocchezza un grande allievo, per il resto ho l’impressione di trovarmi davanti a un gran bel maestro di scrittura. E non mi pare il caso di aggiungere una sola riga in più.

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Australian Open

Perde Shapovalov e vorreste miracoli da Sinner. Ma Federer è già in love con Jannik

MELBOURNE – Se nella notte Jannik avrà vinto anche un terzo set contro Purcell dovrà battersi contro Fucsovics, il giustiziere di Shapovalov. Meno talentuoso del canadese, ma più esperto e diversamente solido. Federer…

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da Melbourne, il direttore

Tutti a preoccuparsi del fuoco che ha bruciato e devastato gran parte dell’Australia, seminando morte e distruzione fra gli esseri umani e le loro civili abitazioni, migliaia di animali (inclusi i simpatici koala che quando sono spaventati si arrampicano sugli alberi, non sapendo di correre incontro a morte sicura), poi tutti, australiani e non australiani, ad angosciarsi legittimamente dell’aria irrespirabile e corrosiva, con conseguenze non facilmente prevedibili per i polmoni di tanti, troppi.

Non solo quindi di giocatori con palla e racchetta, raccattapalle, spettatori di un torneo che ha un peso economico sempre più importante, per Melbourne e lo stato di Victoria.

 

Era quindi più che giusto che la disputa dell’Australian Open fosse argomento del tutto secondario, anche se era lecito sospettare che con tutte le centinaia di milioni di fatturato e di utile che procura ormai anche questo Slam – una volta “the limping leg of the Slams table”, la gamba zoppa dei 4 Slam – ci fosse anche chi cinicamente avrebbe negato qualsiasi minaccia, qualsiasi pericolo all’insegna del “the show must go on”.

Però alla fine magari Lassù qualcuno dei vecchi scomparsi campioni di tennis deve aver brigato perché l’Australian Open potesse avere il via nelle date previste.

Solo che se non fosse stato per i tre stadi coperti, avremmo parlato soltanto della pioggia e dei pochi match che si sarebbero potuto condurre a termine. Grazie a quei tre tetti straordinari si sono potuti concludere 15 match sugli show court, in aggiunta ad altri 17 finiti miracolosamente fuori. Il totale dei campi utilizzati sono stati 17. E per la seconda giornata dell’AO (che non è un’interiezione romanesca e che prevede 96 incontri) l’inizio delle ostilità è stato anticipato di una mezzora: il via è a mezzanotte e mezzo ora italiana. Ma per vedere su Eurosport – sui canali del pacchetto SKY come sul Player – i 4 incontri sospesi di Sinner, Travaglia, Fognini e Giustino, occorrerà la pazienza di attendere una partita giocata da altri tennisti.

I punteggi dei 4 match interrotti li conoscete, teoricamente Sinner è molto vicino al secondo round dove affronterebbe l’ungherese Fucsovics anziché Shapovalov, la “testa coronata” (n.13) più illustre fra quelle già rotolate. “Ero troppo teso, ho cominciato perdendo subito il servizio, avevo tante aspettative per questo primo Slam dell’anno anche perché ultimamente stavo giocando così bene… ma mi era successo anche a Wimbledon, sono tutte “’learning experiences’”. Processi di maturazione inevitabili. Per questo chi pensava che Sinner nei suoi primi tornei del 2020 dovesse immediatamente fare sfracelli farà bene a darsi una calmata, a dar retta quel dice Riccardo Piatti “Il ragazzo è ancora giovane, di strada da fare ce n’è ancora tanta, magari fra due o tre anni si vedrà…”. Non lo dice, il tecnico comasco che pure ho visto piuttosto teso ieri, per togliere pressione a Jannik, lo dice perché lo pensa.

Ma è curioso che ovunque in sala stampa si parli di Jannik si sentono anche colleghi per solito prudenti esporsi in maniera perfino esagerata. Non so se influenzati dalle recenti dichiarazioni di John McEnroe. Ma ad esempio un vecchio lupo di mare delle sale stampa, il canadese Tom Tebbutt che ha perfino più anni del vostro cronista, ha dichiarato ieri papale papale nel bel mezzo di un gruppetto di colleghi britannici che o annuivano o parevano condividere: “Sinner vincerà più Slam di tutti i giocatori attualmente in attività, tolti i Fab 3…”.

Mah, spero proprio che il vecchio Tom abbia ragione, ma tutti sappiamo quanto sia difficile fare pronostici del genere. Troppe sono le incognite per azzardare pronostici che vanno oltre pochi mesi, un anno, diversi anni. Oltretutto è vero che i tempi in cui i diciassettenni potevano vincere gli Slam (Wilander a Parigi 1982, Becker a Wimbledon 1985, Chang a Parigi 1989) appartengono ad un’altra epoca, ma dai tempi di Nadal non c’è più stato uno meglio classificato di Sinner nel ranking ATP a 18 anni e spiccioli, mentre Djokovic era addirittura dietro di 5 posti al Pel di Carota altoatesino. Per trovare un altro diciottenne in classifica bisogna arrivare ai piedi dei primi 300, al 299esimo posto del taiwanese Tseng.

Mi è parso poco determinato Fabio Fognini. La pioggia però potrebbe averlo salvato. Uno che sul cemento ha rimontato due set a Nadal in uno Slam (US Open) non può rimontare Opelka e vincere tre set? Secondo me può riuscirci benissimo, solo che ci creda e davvero lo voglia. Ogni tanto ieri, come quando ha chiesto il MTO all’inizio del terzo set, rivolgeva dei sorrisi verso il suo nuovo coach Barazzutti che non capivo se volessero tranquillizzare Corrado o invece dare l’impressione di un certo disinteresse allo sviluppo del match. Era rassegnazione? Era fiducia invece nella possibilità di una rimonta? Vattelapesca, con Fognini non lo sai mai. Forse non lo sa neppure lui. Ma quando ci si chiede se l’interruzione dovuta alla pioggia abbia magari favorito un giocatore oppure l’altro, beh di solito chi è in vantaggio è scontento (e in taluni casi furibondo) per la sospensione. Tutto dipende dal carattere del tennista. Secondo me un tipo alla Sinner non se ne fa né in qua né in là.

Fosse stato Fognini al posto di Opelka avrebbe smoccolato. E magari pure Opelka lo ha fatto, perché non mi pare un tipo iper-controllato. Certo bisogna strappargli una volta il servizio per vederlo incresparsi.

Giustino, purtroppo, non può neppure più sperare che Raonic possa rompersi come spesso gli accade: la partita è troppo compromessa perché possa recuperare. Già Travaglia qualche speranziella può nutrirla, anche se Garin pare più giocatore. Non è n.32 del mondo per un caso. E Travaglia ha conquistato punti preziosi grazie a quella ATP Cup che li distribuisce in una misura un tantino discutibile.

Federer tanto per cambiare ha “passeggiato” al primo turno. E chi l’ammazza quello?, è stato il commento un po’ becero ma detto in simpatia da un amico super-spontaneo.

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non hai mai perso al primo turno dacchè vincesti il tuo primo Slam? – è stata la prima domanda rivolta allo svizzero in conferenza. E lui, coscienzioso come sempre nel riflettere sul tipo di risposta ha detto: “Prima di tutto qualche primo turno è stato “close” (combattuto, equilibrato). Poi sono migliorato. Quindi il sistema con 32 teste di serie ha aiutato. Quando venni sul circuito le teste di serie erano 16…Poi sì, mi sono costruito un tipo di gioco che mi consente di gestirmi con un po’ tutti i vari tipi di giocatori classificati al di fuori dei top 30. Ecco perché i Masters 1000 sono duri a volte. Puoi affrontare un top 20 già al primo turno”. Federer ha anche parlato di Sinner, tessendone peraltro le lodi.

CHI VINCE IL TORNEO?

Ma il favorito del torneo chi è? Il vincitore sarà uno che non ha mai vinto uno Slam.  

Beh, su, Novak Djokovic ha vinto questo Slam australiano già 7 volte ed è il grande favorito anche alla luce della recente Atp Cup in cui ha battuto Nadal per l’ennesima volta di fila sul cemento – le ultime nove; non ci ha più perso dall’US Open 2013! –  ma secondo me resta più probabile che un nuovo campione di Slam sia laureato da questo torneo che non a Parigi (salvo che Nadal sia infortunato) o a Wimbledon (dove dovrebbero essere infortunati almeno 2 dei 3 Fab Three).

Questo è lo Slam n.469 della storia, dal n.1 di Wimbledon 1877 a oggi. E fino a oggi, come scrive il mio grande amico e collaboratore (fin quando non è passato a Gazzetta dello Sport) Luca Marianantoni nel suo interessantissimo libro edito da Pendragon “150 volte Slam”, i vincitori sono stati in tutto 149, da Spencer Gore in poi. Il sottotitolo è “le imprese dei campioni che hanno trionfato nei quattro tornei più prestigiosi del mondo, storie del grande tennis”. Il 150° in realtà ancora non c’è stato. Ma un titolo “149 Slam” sarebbe stato meno accattivante. E, appunto, il vincitore di Slam n.150 potrebbe venire fuori da Melbourne 2020. Tsitsipas? Medvedev? Zverev? Thiem? Berrettini? In quel caso sarebbe l’unica biografia mancante al libro di Luca, che degli altri 149 campioni ha scritto di tutto e di più. In casa di un vero appassionato è un libro che non dovrebbe mancare.

Chiudo perché mi sono dilungato fin troppo pur avendo scritto nulla o quasi di Matteo Berrettini, ma il suo avversario era davvero troppo debole e semmai ci si potrebbe forse rallegrare che dal suo settore sia uscita di scena la testa di serie Coric – in crisi profonda: l’aver lasciato Piatti per una crisi di…comprensibile gelosia, trascurato fra Maria Sharapova e Jannik Sinner, ha un po’ destabilizzato il giovane croato – ma non è che Querrey sia un osso così morbido. Premesso che prima Matteo potrebbe affrontare quel Sandgren che proprio qui due anni fa giunse nei quarti (seminando scompiglio anche con alcune sue dichiarazioni poco politically correct…) e guai a sottovalutarlo. È un pesciaccio. Mille volte meglio affrontare Trungelliti, il…nemico dei tennisti argentini che lo accusano di aver messo in piazza rivelando agli investigatori della TIU i malaffari di suoi connazionali inclini a scommesse scorrette.

Dico che l’impatto con l’Australian Open è stato complesso per un errore fatto con il mio pass, mi ha costretto a due code prolungate e un acquazzone che mi ha travolto nonostante l’ombrello. Sono tornato in sala stampa bagnato fradicio da capo a piedi, assai poco piacevole. Ma quando ho incontrato già alla tenda dell’ufficio accrediti Paul McNamee che aveva il pass per un solo giorno, mi sono detto che non bisognerebbe prendersela. La ragazza degli accrediti non aveva la minima idea di chi fosse McNamee. Allora io le ho detto: “Guardi che questo signore ha vinto tre volte Wimbledon”. Paul ha sorriso e sottovoce mi ha sussurrato: “Well, sono stato anche direttore di questo Slam per diversi anni…”. Ma non c’è stato nulla da fare, per il docile Paul, se non di farsi dall’esterno tutto il giro dell’immenso impianto per andare farsi cambiare il tipo di accredito.

Avrete letto della mise di Dimitrov. E io che credevo che la maglietta Nike di Sinner fosse di pessimo gusto! Beh Dimitrov però è troppo simpatico. Può indossare quel che vuole. Vabbè, gli stilisti di Nike all’ultimo Pitti Uomo di Firenze che mi ha visto invece ospite non c’erano. Magari l’anno prossimo spedisco loro un invito. Poi però, ripensandoci, Maria Sharapova sulle mise di Dimitrov e Sinner non ha mai espresso un giudizio negativo. E non credo che sia soltanto perché veste Nike anche lei. Una ventata, nella giornata di pioggia, l’ha portata ancora Coco Gauff. Nella sua intervista si legge perché lei si consideri una quindicenne come tante altre quando si tratta di dire che cosa le piace di più. Di certo era di miglior umore di Venus Williams, ancora una volta, come già a Wimbledon, battuta da una ragazzina di 25 anni più giovane. Sono batoste che lasciano il segno anche – o forse soprattutto – su una giocatrice che è stata n.1 del mondo e quasi nessuno pare ricordarlo perché la sua stella è stata oscurata per prima dalla sorella più giovane, più forte e più completa. E, già che ci siamo, pure più simpatica e più… mamma.

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