ATP Finals, i segreti dietro il trionfo di Dimitrov

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ATP Finals, i segreti dietro il trionfo di Dimitrov

Così Grigor si è laureato Maestro

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Le statistiche nel tennis costituiscono un ausilio prezioso per poter interpretare esaurientemente le partite, e la finale del Masters londinese vinta da Grigor Dimitrov contro David Goffin costituisce un’ottima prova in tale senso. Basandoci esclusivamente sulle impressioni visive e sulla memoria potremmo di primo acchito pensare che Goffin abbia perso l’incontro per non essere riuscito a convertire una delle quattro palle break (di cui due consecutive) procuratesi nel primo gioco del set finale. In questa affermazione c’è sicuramente del vero. Ma è altrettanto vero che, anche vincendo quel game, la meta sarebbe rimasta ancora lontana per un giocatore giunto visibilmente provato a quel punto della partita, oltre che per la durezza dei primi due set, per la semifinale vinta il giorno precedente contro Federer.

Più verosimilmente Goffin ha mancato l’appuntamento con la più prestigiosa vittoria della sua carriera quando non è riuscito a conquistare il primo durissimo set (durato un’ora esatta), pur essendo stato per due volte avanti di un break contro un avversario che faticava a entrare in partita. Ecco le statistiche più significative del primo parziale:

 

Nella sfida del girone di qualificazione contro Dimitrov persa 6-0 6-2, Goffin aveva conquistato un misero 63% di punti con il primo servizio e un miserrimo 20% con il secondo. Nel primo set della finale queste percentuali sono sensibilmente migliorate – come si legge nella tabella – e questo gli ha consentito di fare quasi partita pari con Dimitrov. Ma il modesto 42% di prime in campo (58% la sua media stagionale) contro l’ottimo 69% del bulgaro (63% per lui nel 2017) costituisce il “quasi”, ovvero il fattore che gli è probabilmente risultato fatale (insieme a due sciagurati errori di volée commessi nel dodicesimo game seguiti da un doppio fallo). Nel secondo set la performance di Goffin al servizio è migliorata ulteriormente e il belga ha così potuto pareggiare i conti:

Eccellente, in particolare, il dato relativo ai punti vinti con la prima battuta (14 su 15). Nonostante ciò Dimitrov – pur pessimo in risposta a eccezione del sesto game in cui ha conquistato tre dei cinque punti vinti – ha ceduto solo di misura grazie in particolare all’ottimo rendimento ottenuto con la seconda di servizio: 60% di punti vinti contro il 25% del primo set. Il bulgaro è stato addirittura molto vicino alla vittoria quando nel citato sesto game si è conquistato una palla break. Il modo in cui Goffin l’ha cancellata dimostra la grandezza caratteriale e tecnica di questo giocatore, tutt’altro che grande fisicamente.

Nel terzo set la superiorità fisica di Dimitrov – non disgiunta da una grande solidità nervosa che talvolta in passato gli è mancata – è diventata un fattore decisivo e, superato lo spavento del primo game di cui abbiamo parlato in apertura, la partita per lui è andata in relativa discesa, seppure Goffin sino all’ultimo punto dell’ultimo game gli abbia generosamente dato filo da torcere.

Bene Grigor con la prima palla e benissimo con la seconda; così così David con la prima e con la seconda e la finale è in gran parte tutta qui. Nessuna statistica, però, potrà mai rendere l’idea della bellezza di alcuni colpi ammirati nel corso di questa finale oggettivamente non bellissima quali, ad esempio, il diritto in spaccata di Dimitrov nel nono game del primo set o il rovescio di Goffin nel sesto game del secondo, entrambi in situazioni di punteggio molto delicate: vedere per credere. Appuntamento al 2018.

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US Open, tutti i numeri e le curiosità dei primi turni

Sapete chi è la più giovane singolarista in gara? Quanti vincitori Slam ci sono nel secondo turno? Chi ha scagliato il servizio più veloce? Leggete qui

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Passati i primi due giorni di torneo, possiamo tirare le somme del primo round dello US Open 2020. Con l’aiuto dei dati ufficiali pubblicati dal torneo, eccovi una carrellata di tutte le curiosità e dei numeri più interessanti emersi nel day 1 e nel day 2 dello Slam newyorchese.

7 – il numero di rimonte da due set a zero sotto dei primi turni (Garin, Coria, Ruud, Norrie, Cilic, Murray e Khachanov).

10le rimonte da 0-2 nella carriera di Andy Murray, quattro allo US Open (Melzer nel 2008, Haase nel 2011, Mannarino nel 2015 e Nishioka nel 2020). Non ne collezionava una da Parigi 2016. Andy è primo nella classifica delle rimonte alla pari con Federer, Boris Becker e Aaron Krickstein.

28-0 – il record di Nole Djokovic nei primi due turni dello US Open. Vincendo contro Edmund potrebbe arrivare a 29. Sia lui, che Nadal, Federer e Murray non hanno mai perso al primo turno allo US Open.

225 – la velocità del servizio di Matteo Berrettini in chilometri orari, per il momento il più veloce del torneo. Tra le donne sono da battere i 200 di Serena Williams.

11 – il numero di campioni e campionesse Slam che hanno raggiunto il secondo turno: Serena, Azarenka, Kenin, Stephens, Kerber, Kvitova, Osaka, Muguruza, Murray, Cilic e Djokovic.

73 – il numero di Slam giocati consecutivamente da Feliciano Lopez (record). La primatista tra le donne in attività è Alizé Cornet (54).

16 – le tenniste americane al secondo turno, il numero più alto dal 1995. Dieci sono invece, gli uomini (dal 2012 non se ne vedevano così tanti).

6 – le mamme che hanno raggiunto il secondo turno: Serena, Azarenka, Bondarenko, Tig, Govortsova e Pironkova, tornata a vincere una partita dopo oltre tre anni

(se non visualizzi il post Instagram, CLICCA QUI)

8 – le wild card ancora in gara: Scott, Bellis e Vickery tra le donne, Mmoh, Krueger, Cressy, Nakashima e Wolf tra gli uomini.

102 – le vittorie di Serena Williams allo US Open. Con il successo su Ahn ha staccato Chris Evert, ferma al secondo posto con 101.

22 – le apparizioni nel tabellone principale a Flushing Meadows di Venus Williams. Prima di perdere contro Muchova martedì sera, non era mai uscita all’esordio (21 volte su 21 al secondo turno).

637 – il ranking della giocatrice più giovane nel secondo turno dei tabelloni di singolare, la wildcard Katrina Scott (16 anni).

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Focus

Numeri da numero uno: contro i Fab Four è tutto più difficile

Dal 2015 a oggi, di fronte a Djokovic, Nadal, Murray e Federer, qualsiasi situazione di punteggio è risultata più svantaggiosa rispetto a quanto è accaduto contro avversari”normali”

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Quanto è complicato battere un numero uno del mondo (chiunque egli sia)? Prova a spiegarcelo – almeno con i numeri – Infosys, che gestisce il servizio statistico dell’ATP. Il periodo preso in esame nello studio di Craig O’Shannessy parte dal primo gennaio 2015, cinque anni che hanno visto alternarsi in vetta al ranking i Fab Four, con una netta prevalenza di Djokovic nel conteggio delle settimane (155) davanti a Nadal (68), Murray (41) e Federer (8). Il “resto del circuito”, termine di confronto, è rappresentato dai giocatori che da gennaio 2015 a marzo 2020 – quando sono state congelate le classifiche – sono scesi in campo almeno 50 volte nel tour. I dati riguardano le sfide tra questi giocatori e i quattro big, disputate nel momento in cui Djokovic, Nadal, Murray e Federer comandavano il ranking.

Lo sviluppo delle situazioni di punteggio ci racconta che, contro un numero uno del mondo, in meno della metà dei casi (45% di media, 43% se parliamo di Nadal) si riesce a difendere il servizio da 15-30. Contro tutti gli altri, il break viene invece evitato 58 volte su 100. Spostandoci dall’altra parte del campo: strappare il servizio a uno dei fenomeni da 15-30 è meno probabile dell’11% rispetto al farlo contro chiunque altro. La differenza si evidenzia anche nel primo punto del game: da 0-15, contro un numero uno, la rimonta è avvenuta solo nel 52% dei casi, addirittura nel 45,1% quando al comando c’era Andy Murray.

L’incrocio dei dati sullo scozzese produce uno scenario ancor più netto: nelle sue 41 settimane in vetta alla classifica, da 0-15, su campi veloci, solo 22 volte su 53 l’avversario “normale” ha difeso il turno di battuta (41.5%). La tendenza è riscontrabile: vincere il primo punto sul servizio di chiunque apre una buona strada verso il break (38%), ma le cose cambiano se hai di fronte uno dei quattro Fab (25%) e ancor di più, nello specifico, contro Djokovic (23%). Da 15-30, invece, chi ha recuperato più volte è Federer (contro lo svizzero il break avversario si concretizza solo nel 27.8% dei casi, dato che sale al 34% contro gli altri numero uno e al 45% contro il resto del circuito).

 

La tabella aiuta a ricostruire tutte le combinazioni.

2015-2020: % contro il N. 1 / % contro il “resto del tour”

Situazione di punteggiovs. Resto del Tourvs. ATP N. 1
Tenere il servizio da 15/3058%45%
Tenere il servizio da 0/1565%52%
Tenere il servizio da 30/3075%66%
Tenere il servizio da 40/3091%84%
Tenere il servizio da 0/3043%31%
Break da 0/1538%25%
Break da 15/3045%34%
Break da 30/3027%20%
Break da 40/3011%7%
Break da 0/3059%39%
Breaking after being broken20%14%

La tendenza che i big data vogliono sottolineare è che, alla resa dei conti, le classifiche non mentono. Due esempi. O’Shannessy – specialista di questo genere di lavori – di recente aveva evidenziato come da 0-30 solo 18 giocatori, nel 2018, fossero riusciti a mantenere il servizio in più della metà dei casi. Di questi ben otto erano top 10 del momento.

Tra i Fab 3 (qui Murray non è considerato) il servizio di Nadal (48.7%) è risultato quello meno adatto a togliere le castagne dal fuoco a partire dal doppio svantaggio (52.5% Federer, 53.9% Djokovic). Diversi gli equilibri in parità: nel 2019, è stato evidenziato come sul 30-30 proprio Federer e Nadal siano stati i più costanti nel mantenere il servizio, seguiti al terzo posto della speciale classifica da Matteo Berrettini. A proposito del maiorchino: se nello specifico non è forse quello più in grado di aggrapparsi al servizio quando è spalle al muro, risulta fuori discussione la sua capacità di uscire vincente dai momenti di pressione (indice derivante dalla media tra le percentuali di palle break convertite, palle break salvate, tie-break vinti, e set decisivi – terzi o quinti a seconda del format – portati a casa). In questa particolare classifica ha primeggiato nel 2019 davanti a Federer e Thiem. Con una serie di argomentazioni tecniche e statistiche che comunque non possono prescindere da una straordinaria forza mentale.

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Focus

La carta vincente di Medvedev: la profondità

Attraverso i dati raccolti da Craig O’Shannessy durante l’ultima edizione del torneo di Cincinnati, analizziamo un altro aspetto vincente del gioco del russo

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Daniil Medvedev allo US Open 2019 (foto Luigi Serra)

Guardando una partita di Daniil Medvedev la prima cosa che balza all’occhio è lo stile dinoccolato, per alcuni sgraziato, ma certamente ipnotico dei suoi colpi da fondo. La seconda cosa che si nota subito però è anche la costanza con cui le traiettorie del russo non solo atterrino in campo, ma spesso e volentieri mantengano una profondità tale da mettere in crisi qualsiasi avversario.

Nella seconda metà del 2019, Daniil ha raggiunto picchi di prestazione davvero sorprendenti arrivando a giocare ben sei finali consecutive di cui tre vinte. Il solito Craig O’Shannessy, che aveva già analizzato il gioco da fondo del russo sulla base della resa negli scambi corti, medi e lunghi, ha recentemente pubblicato alcuni dati raccolti durante lo scorso torneo di Cincinnati che testimoniano come la profondità dei colpi sia una delle chiavi del successo di Medvedev.

In Ohio, nel corso delle sei partite vinte, i colpi del russo sono atterrati oltre la linea del servizio in media nell’85% dei casi. Solo Kyle Edmund nel primo match è riuscito a pareggiare i dati di Medvedev, che in tutti gli altri incontri ha sempre giocato più profondo dei suoi avversari. Qui sotto potete trovare uno specchietto riassuntivo match per match:

 
TurnoAvversario% colpi “profondi” dell’avversario % colpi “profondi” di Medvedv 
FinaleDavid Goffin83%88%
SemifinaleNovak Djokovic80%82%
QuartiAndrey Rublev86%91%
OttaviJan-Lennard Struff77%86%
Secondo turnoBenoit Paire62%79%
Primo turnoKyle Edmund85%85%
Media79%85%

*con colpi ‘profondi’ si intendono quelli che rimbalzano oltre la linea del servizio

Sarebbe interessante poter osservare il piazzamento preciso dei vari colpi in modo da poter toccare più da vicino l’effettiva profondità del gioco del russo. Tuttavia anche la generica dicitura “oltre la linea del servizio” permette di farsi un’idea delle preziose armi di Medvedev. Le medie più basse degli avversari sono infatti molto probabilmente influenzate dal gioco di Daniil che, colpendo spesso e volentieri vicino alle righe, costringe gli avversari a indietreggiare o ad accorciare volgendo gli scambi in suo favore.

Questa esasperata ricerca della profondità potrebbe legittimamente lasciar ipotizzare che Medvedev rischi di commettere più errori non forzati dei propri avversari, ma i dati del torneo di Cincinnati smentiscono questa impressione. Il russo ha infatti commesso più gratuiti dell’avversario solo nella semifinale contro Djokovic (24 contro 19), segno che alla profondità e all’aggressività si associa una precisione non comune.

Medvedev ripartirà, come gran parte del circuito ATP, proprio dal torneo di Cincinnati (anche se quest’anno, com’è ormai noto, si terrà a New York) per cercare di difendere il titolo conquistato nella passata stagione. Se i suoi numeri rimarranno questi, nessuno sarà felice di averlo dalla propria parte di tabellone.

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