Mercoledì da leoni: Max Mirnyi a Stoccarda 2001

Focus

Mercoledì da leoni: Max Mirnyi a Stoccarda 2001

Le imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Questa volta siamo andati a vedere cosa successe al Super 9 di Stoccarda

Pubblicato

il

 
 

La Germania aveva perso le sue stelle e ben presto avrebbe perso anche il cielo. Per un intero decennio la nazione di Becker e Stich, rimanendo in ambito maschile, aveva pressoché monopolizzato il finale di stagione ospitando ben due “Masters” e un paio di finali di Coppa Davis. Per evitare di incorrere subito in disguidi, quando diciamo Masters intendiamo le attuali ATP World Tour Finals e la defunta Grand Slam Cup; le prime si svolsero tra Francoforte (1990-95) e Hannover (1996-99) mentre la seconda non si spostò mai da Monaco di Baviera, almeno finché la Federazione Internazionale ritenne giusto mantenerla in vita.

Adesso, nel nuovo millennio, i tedeschi non avevano nemmeno un top-10 e dovevano accontentarsi dei giovani Tommy Haas e Nicolas Kiefer, buoni prospetti ma ancora (e forse per sempre) sprovvisti della scintilla che li avrebbe potuti trasformare da ottimi giocatori in campioni. Il colpo al cuore di un impero, quello teutonico, già in declino era stata poi la decisione dell’Associazione Giocatori di riconsegnare al suo Masters quel connotato di nomadismo che ne aveva caratterizzato i primordi e così, nel 2000, i magnifici otto non si erano più dati convegno in Germania bensì a Lisbona e dodici mesi dopo l’avrebbero fatto in Australia, a Sydney. Tuttavia, nonostante l’evidente eclissi di luna, i tedeschi avevano conservato una piccola porzione di firmamento e nel 2001 gli appassionati di tennis potevano contare su due “Super 9” (gli antenati degli attuali 1000): Amburgo e Stoccarda. Il primo andava in scena in primavera sulla terra rossa del Rothenbaum, mentre il secondo aveva ereditato i quarti di nobiltà da Stoccolma, non prima di aver fatto tappa per una sola edizione (1995) alla Grugahalle di Essen su un tappeto così lento da regalare a Muster il suo unico trionfo indoor in carriera. L’anno dopo – e per i sei successivi – il circo si era trasferito alla Schleyer-Halle di Stoccarda ed è lì, nel 2001, che ha luogo la storia che abbiamo scelto di raccontarvi questo mercoledì.

Edificata nel 1983 nella zona del Neckar Park e intitolata al controverso Hanns Martin Schleyer – un ex-ufficiale delle SS divenuto personaggio politico di spicco nella Germania degli anni ’70 che venne sequestrato da un gruppo armato terrorista il 5 settembre 1977 e successivamente assassinato – la Schleyer-Halle aveva una naturale vocazione per le gare ciclistiche al coperto ma, due anni dopo l’inaugurazione, aveva ospitato gli europei di basket e il 14 giugno del 1985 si era consumata una delle più clamorose sorprese nella storia della competizione, quando la favoritissima Spagna di coach Diaz-Miguel e delle stelle San Epifanio e Sibilio era stata sconfitta dalla Cecoslovacchia. Le palle che interessano noi, però, non sono a spicchi, sono più piccole nonché rivestite di feltro e avrebbero rotolato sul fondo duro dell’arena di Stoccarda per l’ultima volta, in quanto il Council dell’ATP aveva già decretato il trasferimento del torneo a Madrid dall’ottobre successivo. Dei nove “figli di un Dio minore”, l’ottavo sembrava perfino illegittimo, tanto travagliata era (e sarebbe) stata la sua storia, con ben cinque cambiamenti di sede e il definitivo – per ora – trasferimento nella attuale Shanghai.

 

Nella capitale del Baden-Württemberg si erano scritte pagine importanti, come le tre finali consecutive di Richard Krajicek (di cui una sola chiusa in gloria) e i cinque diversi vincitori, piccolo elenco inaugurato manco a farlo apposta da Boris Becker e chiuso dal sudafricano Wayne Ferreira, che attendeva da oltre quattro anni di alzare nuovamente un trofeo e per farlo era stato costretto a quattro ore di durissima contesa dall’australiano Lleyton Hewitt, battuto 7-6, 3-6, 6-7, 7-6, 6-2. Il 2001 è dunque l’anno del congedo e nessuno vuole mancare all’ultimo buffet. Dei primi 16 del mondo, manca solo Pat Rafter; l’ex numero uno mondiale è alle prese con diverse fratture da stress e sta centellinando le sue presenze nei tornei con l’unico scopo di preservarsi per ciò che resta il suo sogno, ovvero vincere la Coppa Davis. Nel primo week-end di dicembre l’Australia ospiterà la Francia da favorita sull’erba stesa all’interno della Rod Laver Arena e fino ad allora Pat giocherà solo il Masters perché si disputa a Sydney. Il 28enne di Mount Isa ha fatto bene i suoi calcoli e si impone a Grosjean nel secondo singolare pareggiando il ko in apertura di Hewitt, che si è fatto rimontare da Escude.

Nel doppio del giorno dopo i tendini di Rafter iniziano a lamentarsi, Pioline e Santoro riportano avanti i galletti e alla fine saranno solo lacrime a bagnare l’erba posticcia di Flinders Park, quelle disperate e inconsolabili di Wayne Arthurs, chiamato ad affrontare Escude nell’ultimo e decisivo singolare (nel frattempo Hewitt ha strapazzato Grosjean). Incapace di sostenere la pressione al cospetto di un avversario che, al contrario, dalle difficoltà sembra trovare linfa vitale, il mancino resta in partita due tie-break poi cede alla distanza e la Francia, come già a Malmö cinque anni prima, rovescia il fronte e agguanta l’insalatiera. Non mancheranno le critiche al capitano John Fitzgerald, reo di aver schierato in doppio Rafter-Hewitt anziché gli specialisti Arthurs-Woodbridge, ma come al solito ci siamo allontanati dal sentiero e si sta facendo tardi; occorre rientrare.

Dunque, a Stoccarda ci sono quindici delle prime sedici racchette al mondo. Il posto di Rafter è preso dal n°17 del ranking ATP, lo svedese Thomas Johansson, un buon giocatore già vincitore in stagione di due appuntamenti consecutivi sull’erba (Halle e Nottingham) che di lì a qualche mese salirà sull’Olimpo del tennis conquistando a sorpresa gli Australian Open. Le teste di serie, in un tabellone a 48 partecipanti, entrano in scena direttamente al secondo turno, quando cioè alcuni colleghi hanno già giocato mezzo torneo. In realtà, a quella fase dello Stuttgart Masters il gruppetto dei qualificati è già dimezzato ma non è certo una sorpresa; sono ancora in corsa il tedesco Axel Pretzsch, il francese Jerome Boutter e il bielorusso Max Mirnyi. Di questi, l’ultimo ha avuto la buona sorte di debuttare nel main-draw contro un altro qualificato, il talentuoso ma leggero Olivier Rochus, e l’ha battuto in due set con un primo tie-break chiuso 8-6 che ha finito per condizionare il resto del match. In precedenza, nel calderone di chi sgomita per un posto al sole – meglio, alla luce dei riflettori dell’arena sportiva di Stoccarda -, Mirnyi si era imposto prima al ceco Jan Vacek, poi al “quasi-connazionale” Mikhail Youzhny.

Già, bella storia questa delle ex Repubbliche Socialiste Sovietiche che pian piano si sono staccate dalla Grande Madre trasformando in parenti, più o meno alla lontana, quelli che prima erano fratelli di bandiera, se non di sangue. Quindi Mirnyi e Youzhny, alla nascita, erano entrambi sovietici e Berlino, naturalmente, era ancora divisa dal muro. Max, classe 1977, ha cinque anni in più del moscovita Mikhail; è nato a Minsk, la capitale di quella che per molti è la Russia Bianca, due mesi prima che, nella Vincenz-Statz-Strasse di Colonia, un commando della RAF – meglio conosciuta come Banda Baader-Meinhof – inaugurasse il triste autunno tedesco sequestrando Hanns Martin Schleyer, non prima di averne sterminato la scorta. Quando inizia il torneo, il 15 ottobre, Mirnyi è n°53 del mondo e ha ottenuto i suoi migliori risultati in doppio, specialità nella quale evidenzia notevole spirito di adattamento e in cui ha vinto nove titoli con otto compagni diversi; il più importante è lo slam di New York insieme a Hewitt, l’ultimo appena il giorno prima a Mosca con il nuovo partner, Sandon Stolle. Peraltro, il suo modo di interpretare il gioco, sempre alla ricerca della rete magari seguendo il micidiale servizio o il pregevole rovescio in back, mentre già incontra ostacoli significativi nella rapida estinzione dei tappeti sintetici a favore dei più lenti fondi duri, trova nel doppio il substrato fertile capace di regalargli soddisfazioni in serie.

Tuttavia il bielorusso – che un giorno un compagno di doppio, il californiano Alex Reichel, chiamerà “The Beast” e da allora sarà “La Bestia” per tutti – può vantare nella sua cintura già alcuni scalpi eccellenti avendo sconfitto cinque Top-10 di cui due volte il numero 1: Safin a Rotterdam e, soprattutto, Kuerten sulla terra rossa di Amburgo. Proprio a Kuerten è legato forse il peggiore tra i ricordi più recenti di Max, ovvero il match di terzo turno agli US Open, con Mirnyi avanti di due set e infine sconfitto dal brasiliano 6-2 al quinto a notte inoltrata, con quel che restava del pubblico dell’Arthur Ashe in completo delirio. Ma adesso il russo bianco ha l’occasione per rifarsi. In poco meno di un anno, Guga ha accumulato una quarantina di settimane in vetta al ranking. Dopo aver conquistato la corona trionfando nel Masters organizzato al Pavilhao Atlantico di Lisbona, l’uomo di Florianopolis è stato temporaneamente scalzato dalla vetta da Marat Safin in un paio di occasioni tra la fine di gennaio e aprile ma, in virtù degli ottimi risultati ottenuti sulla terra, sublimati con la conquista del terzo Roland Garros, si è ripreso il comando. Dopo aver saltato per intero il periodo dell’erba, Kuerten ha messo fieno in cascina vincendo a Stoccarda e disimpegnandosi brillantemente anche sul duro americano. Tuttavia, dopo i quarti agli US Open, in cui è stato preso a male palle da Kafelnikov, qualcosa si è inceppato. Costretto, anche per obblighi sentimentali nei confronti del suo paese, a volare a San Paolo subito dopo lo slam di New York, Gustavo ha perso al debutto con il connazionale Saretta e, dopo un mese di riposo, il rientro sul sintetico di Lione gli ha riservato all’esordio una polpetta avvelenata nelle vesti del giovane croato Ivan Ljubicic, assai poco comodo sui fondi veloci.

Kuerten non vuole concedere il tris e la sua volontà sembra sul punto di essere messa in pratica quando risale da 1-4 nel tie-break del secondo set e si procura due consecutive occasioni per chiudere. Mirnyi, che due match-point li aveva già annullati a Vacek qualche giorno prima e “sapevo che, se fossi rimato in controllo e avessi evitato di commettere troppi errori, avrei potuto batterlo”, approfitta di un errore di volo del sudamericano e poi ci mette del suo nel vincente del 6-6 che prelude ad un nuovo errore di Kuerten e dunque al riversare sul terzo segmento di gioco la responsabilità del giudizio finale. Qui Mirnyi ottiene il break nel quinto gioco ma tutta la pressione che fin lì ha saputo convogliare in sensazioni positive lo schiaccia improvvisamente quando deve servire per il terzo turno nel decimo gioco. Kuerten conquista tre palle-break (0-40) e in quel momento “non ho giocato con tranquillità, anche perché la lotta per mantenere il primo posto nel ranking mi sta logorando” ammette Guga che, dalla banchina della stazione, vede il treno sfilare e perdersi dietro la curva dell’ultimo ace di Mirnyi. “Questa partita mi infonde grande fiducia per il resto della settimana”. Con queste parole Mirnyi saluta la terza vittoria in carriera sul primo giocatore del mondo ma, in fondo, cos’altro potrebbe dire? La seconda e ultima volta che ha affrontato il suo prossimo avversario, questi era sul punto di prendere la racchetta e metterla nella stanza delle memorie. Era successo in Olanda, sull’erba di ‘s-Hertogenbosch, dove Goran Ivanisevic aveva ricevuto l’ennesima wild-card, più per il rispetto che si doveva a un ex-numero 2 del mondo comunque tre volte finalista ai Championships, che per la sua effettiva competitività.

Il croato non era nemmeno più in grado di superare i tabelloni di qualificazione (come a Roma poche settimane prima) e anche l’erba sembrava avergli voltato le spalle, con l’italiano Cristiano Caratti capace di infliggergli l’ultima, forse definitiva pena al primo turno del Queen’s. A Rosmalen però Goran aveva tamponato l’emorragia battendo Mirnyi in due tie-break prima di finire la sua breve esperienza, impallinato dalle risposte e dai passanti di Lleyton Hewitt. Ecco, ci sono ottime possibilità che, se gli organizzatori di Wimbledon non gli avessero fatto dono di una wild-card per il tabellone principale (perché no, le qualificazioni a Roehampton proprio non aveva nessuna intenzione di giocarle), quella sarebbe stata la sua ultima apparizione nel circuito, con i titoli di coda ad accompagnarne l’uscita dal campo. Invece tutti sappiamo come andò a finire e adesso Ivanisevic è un uomo a cui qualcuno lassù in alto ha allungato la vita e sta vivendo un’appendice piena di sana spensieratezza.

Beh insomma, non esageriamo. In realtà il croato ha smaltito in fretta la sbornia inglese e adesso è quello di sempre, litigioso con l’attrezzo (abusando del quale riceverà un warning) e con il giudice di sedia, alla cui scaletta si appenderà per contestare un paio di decisioni dei linesman tedeschi. Goran ha le redini dell’incontro sempre in mano, vince 6-4 il primo set e annulla quattro set-point a Mirnyi nel tie-break del secondo, ma questo non gli impedisce di trovarsi al terzo. La sfida è scarna, com’è logico tra due battitori di questo calibro, e la conclusione, inevitabile, al gioco decisivo. Qui il croato accarezza la vittoria per due volte ma ormai sembra che Max, quando è con le spalle al muro, trovi risorse inattese e i match-point annullati salgono a sei, prima di trovare una risposta fulminante di rovescio che lo porta sul 9-8 e il 14° ace che lo qualifica per i quarti di finale.

Pur avendo sconfitto due vincitori di slam, l’alta qualità complessiva del torneo gliene propone subito un terzo. Sampras non è più quello che ha chiuso sei anni consecutivi in vetta al ranking, dal 1993 al 1998. Non vince un torneo da un anno e mezzo, Pete, e anche se nel frattempo è andato due volte in finale a New York, proprio in quelle occasioni ha sbattuto contro la nuova generazione (Safin e Hewitt) e forse ha intuito di aver già fatto il suo tempo. Iniziata la stagione da n°3 ATP, adesso Sampras è sette posizioni più in basso. A Wimbledon ha perso da un ventenne svizzero che pare sia in grado di raccoglierne l’eredità sui prati ma troppo spesso si è fatto sorprendere da carneadi a cui ha regalato minuti di celebrità. Woodruff, Ilie, Levy, Calatrava e, forse nel giorno più buio, Galo Blanco al Roland Garros dopo aver rischiato l’eliminazione pure con il francese Kauffmann. Certo, la terra non è proprio il posto dove Pete si giocherebbe la vita e in fondo sul cemento americano ha raccolto tre finali e una brutta giornata (contro Alberto Martin a Cincinnati). Qui però Sampras gioca soprattutto per arraffare punti utili per partecipare alla Masters Cup di Sydney e, pur avendo rischiato grosso con Rios negli ottavi, è diventato il favorito della parte alta per un posto in finale.

C’è un solo precedente tra Sampras e Mirnyi e l’americano se lo è aggiudicato a Indianapolis, nel ’99, in due set. Questa volta le cose vanno diversamente. Il bielorusso è in grande fiducia mentre l’americano è alle prese con un problema al braccio destro che gli impedisce di servire come vorrebbe. “Non voglio togliere nulla alla grande prestazione di Max, che ha meritato la vittoria, ma in queste condizioni era impossibile fare meglio di così” dichiara Sampras alla stampa. A conferma di ciò, Pete rinuncia alla wild-card chiesta e ottenuta per Basilea e chiude il 2001 pur avendo ancora possibilità di qualificarsi per Sydney. Per non farsi mancare proprio nulla, Max Mirnyi trova in semifinale il quarto campione di major consecutivo. Yevgeny Kafelnikov è un amante delle arene al coperto. Sotto un tetto ha giocato in carriera 20 finali nel circuito e, anche se i suoi trofei più prestigiosi sono arrivati alla luce piena di Parigi (1996) e Melbourne (1999), il nativo di Sochi non nasconde di amare particolarmente queste condizioni.

Per essere un principe, Kafelnikov lavora fin troppo. Stoccarda è il suo 25° torneo stagionale e non è ancora finita. Sono assai rari i casi in cui un tennista riesce a coniugare quantità e qualità con risultati apprezzabili. Yevgeny non rientra tra questi e il suo 2001 ha lasciato parecchio a desiderare, nonostante il ranking sia rimasto pressoché invariato dall’inizio. Tuttavia, certe sconfitte non fanno onore a chi, come lui, è stato numero 1 e tra quelli che l’hanno battuto c’è anche Mirnyi, che gli ha inflitto un doppio 6-3 a Indianapolis. A vederlo giocare, nessuno direbbe che Mirnyi abbia affinato il suo tennis a Bradenton. Ancora oggi, dopo tanti anni, Max ricorda la notte insonne che precedette il provino al campo 40, quello personale di Bollettieri. Suo padre lavava piatti nei ristoranti di Brooklyn e lui stesso, partito per gli Stati Uniti insieme al coach sovietico Arkady Edelman e alla connazionale Tatiana Ignatieva, considerata una promessa, per mantenersi incordava racchette e metteva sotto il materasso ogni spicciolo che poteva. “Giocavamo nei campi pubblici di Neptune Street in estate e allo Starret City Club durante l’inverno” ricorda Mirnyi. “Quando Tatiana partì per il circuito americano e Arkady mi chiese se me la sentivo di seguirla, papà si precipitò a New York con l’intento di riportarmi a casa”. Non fosse stato per Sergey Leonyuk – un connazionale che ha vissuto il suo momento di gloria il 9 marzo del 1985 quando, in coppia con Aleksandr Zverev (sì, il padre di Mischa e Sasha) e difendendo i colori dell’URSS, ha recuperato due set di svantaggio in Coppa Davis ai cecoslovacchi Pimek e Smid, con Tomas che al tempo era n°1 della specialità – forse Max non sarebbe mai diventato un tennista professionista. Fu Sergey ad ospitare i Mirnyi nel suo appartamento da riadattare e verniciare e a consentire loro di resistere a Brooklyn in attesa di tempi migliori. Che arriveranno solo dopo lo stage in Florida.

Nonostante i piedi enormi e la stazza considerevole (90 chili distribuiti in 196 centimetri), Max è rapido negli spostamenti e quel rovescio a una mano, così insolito alla scuola di Nick, lo sospinge verso la rete ad ogni buona occasione. In fondo il suo è un tennis semplice come concezione e assai complicato come realizzazione. Sciabola e fioretto, potenza e ricami, grande sensibilità in mani enormi; Mirnyi è un australiano mancato e fa di tutto per tenere alto il ritmo, renderlo soffocante. Kafelnikov tiene bene fino al tie-break del primo set, dove un paio di errori lo condannano, e inizia meglio il secondo (3-1) ma da quel momento non intascherà più un gioco. Per Mirnyi, che in doppio ha già vinto diversi slam, è la prima finale importante da singolarista e la gioca contro un avversario che ha imparato a conoscere a Bradenton: Tommy Haas. Max, finalista anche in doppio, è stato in campo complessivamente più di 22 ore e le emozioni della settimana lo hanno provato ma Haas, che comunque ha risolto i suoi quattro match sempre al terzo set, gioca una finale perfetta. Il tedesco ha la mano calda in risposta e nei suoi turni di servizio non concede nulla. Lo score è impietoso (un triplo 6-2) ma non ridimensiona la portata dell’impresa del bielorusso che finalmente vede ricompensati i suoi sacrifici anche sotto il profilo economico.

In tutto Mirnyi giocherà quattro finali nel circuito e vincerà solo quella di Rotterdam 2003 contro Sluiter, il giorno dopo aver sconfitto Federer in semifinale. Nell’agosto dello stesso anno raggiunge il suo best-ranking (18) ma, se è vero che il tennis allunga la vita, il doppio la raddoppia e Max, stanco di farsi impallinare a rete in una lotta che ormai è diventata impari tra gli attaccanti e i difensori, arricchisce il suo palmares facendo coppia prevalentemente con Bhupathi, Bjorkman e Nestor.

Qualche settimana fa, a Mosca, ha collezionato il 50° titolo e alla specialità è legato il suo maggiore rimpianto: “Giocare il doppio con John McEnroe. Quando lui rientrò nel circuito nel 2006 avrei potuto farlo ma io ero a Minsk per la Davis e lui a San Josè”. Se gli chiedete qual è l’incontro più importante della sua vita, non ha dubbi. La vittoria su Safin in Coppa Davis nel 2004. Quattro ore indimenticabili, anche perché alla fine battemmo la Russia 3-2 e il tennis diventò sport nazionale dopo quella sfida”. Quando di mezzo c’è la patria, Max – pur essendo statunitense d’adozione – non si tira mai indietro ed è, inevitabilmente, il recordman di presenze in Coppa Davis (94), competizione nella quale continua a dare il suo contributo in doppio. Con qualcuno al fianco, Mirnyi ha iniziato presto a sorridere. Aveva 21 anni quando il padre ebbe la bella idea di proporlo a una ragazzona di colore ancora minorenne per giocarci insieme il torneo di Wimbledon. “Luis (Lobo, ndr) non era venuto a Londra e così accettai” ricorda Serena Williams. Entrambi amanti del reggae e di Bob Marley, Max e Serena vinsero il titolo e si ripeterono a New York. Sempre a Church Road, ma quattordici anni più tardi, Mirnyi conquistò insieme a Vika Azarenka la medaglia d’oro. Per loro e per la Bielorussia.

Solo per sé, e per papà Nikolai, rimarrà sempre la settimana magica della Schleyer-Halle. A chi gli chiede se in cuor suo sentiva che prima o poi il suo momento sarebbe arrivato, Max risponde senza esitazioni. “Non ho mai avuto dubbi sul mio tennis. Poteva essere un anno fa, o questa settimana o l’anno prossimo, in fondo non ha molta importanza. Mi piace quello che faccio e il modo in cui lo faccio. Non concepisco un altro modo di intendere il tennis. Quando il servizio, le volée e l’aggressività mi permettono di metterlo in pratica, so che per chiunque sarà un problema battermi”. Parola di Max Mirnyi, colui che ha fatto convivere il bello (gioco) e la Bestia.

Continua a leggere
Commenti

Flash

WTA Toronto: Gauff vince lo scontro tra neo finaliste Slam con Rybakina, Pliskova domina Anisimova

Karolina si prende la rivincita dopo la sconfitta subita a San José pochi giorni fa. Le difese di Cori prevalgono sulle staffilate di Elena

Pubblicato

il

Cori Gauff - Berlino 2022 (Twitter - @wtatour)
Cori Gauff - Berlino 2022 (Twitter - @wtatour)

Il National Bank Open di Toronto entra nel vivo con la quinta giornata di gare, oggi mercoledì 10 agosto era la volta dei match di secondo turno valevoli per un posto negli ottavi di finale del “1000” canadese.

Gli organizzatori del torneo hanno deciso di non mutare l’ora d’inizio del programma, inizialmente prevista per le 12:00 – ora locale – ma poi modificata dopo la giornata di lunedì funestata dalla pioggia con la decisione di anticipare di un’ora l’avvio della sessione diurna. Dunque il menù tennistico odierno, del Canadian Open al femminile, ha visto aprire i battenti alle 17:00 italiane considerando le sei ore di fuso orario che ci sono rispetto al Bel Paese.

[14] K. Pliskova b. A. Anisimova 6-1 6-1

 

Sul Court 1, terzo campo per importanza, hanno dato il via alla mattinata nordamericana la tds n. 14 Karolina Pliskova e la statunitense Amanda Anisimova. La 20enne del New Jersey dista in classifica dall’esperta ceca ben 8 posizioni, essendo attualmente situata al n. 22 del ranking. Lo scontro sembra stia diventando una “classica” del tennis femminile contemporaneo, dato che quello in terra canadese è stato il sesto confronto diretto tra le due giocatrici nonché il quinto nelle ultime due stagioni. Il ricordo dell’ultima volta che si sono date battaglia sul campo è freschissimo, è accaduto esattamente una settimana fa: agli ottavi del cinquecento californiano di San José, la giocatrice di origini russe si è imposta in rimonta per 6-1 al terzo.

UNA PLISKOVA INCONTENIBILE – Anche oggi il medesimo punteggio del set conclusivo, nel loro più recente duello, si è manifestato a più riprese ma con al differenza che in questo caso a goderne è stata Karolina. La due volte finalista Slam ha infatti fatto sua la partita con un netto doppio 6-1 in neanche un’ora di gioco, accedendo così al round successivo e vendicandosi della sconfitta subita pochi giorni fa. Un successo che rimarca la distanza nel computo totale degli H2H, ora la finalista uscente del torneo guida 5-1. A rompere l’equilibrio del match, segnandolo in modo irreversibile, è stato il parziale della ceca di 8 game consecutivi, che dal 1-1 del set inaugurale hanno condotto la 30enne di Louny sino al 4-0 “pesante” del secondo. Pur non potendo usufruire di una percentuale di rilievo con la prima palla di servizio, Plsikova si è mostrata molto abile nel saperla rendere efficacie con 7 ace e il 71% di punti vinti. Anche la seconda non è stata da meno: un ottimo 65% di realizzazione, che è stato di grande aiuto nel far sì che la n. 14 WTA superasse indenne le uniche due palle break concesse nell’incontro.

[10] C. Gauff b. E. Rybakina 6-4 (8)6-7 7-6(3)

DUE ASTRI NASCENTI PRONTI A DARE INIZIO AD UNA SAGA – La National Bank Granstand è stata invece inaugurata dall’interessante incrocio tra due delle maggiori novità presentate dai primi sei mesi di stagione. Due nuove stelle, che hanno dimostrato di essere competitive per i massimi livelli raggiungendo la prima finale Slam della carriera. La prima, n. 11 del ranking, ha solamente diciotto anni ma è oramai sulla bocca di tutti da diverse stagioni con l’appellativo di predestinata; dall’altro canto se batti una certa Venus Williams sui prati londinesi di uno “sconosciuto” Centre Court quando le tue coetanee sono unicamente assillate dal complesso passaggio dall’infanzia all’età adolescenziale, è fisiologico che si scateni su di te a più non posso l’attenzione dei media. Nel mese di giugno ha ottenuto la qualificazione all’ultimo atto del Major rosso, dando anche un dispiacere al tennis italiano con l’estromissione in semifinale di Trevisan, arrendendosi soltanto dinanzi allo strapotere polacco – al tempo ancora in versione rullo compressore.

L’altra, in questo momento posizionata alla 27esima piazza della classifica – ma avrebbe dovuto essere molto più su – è una 23enne kazaka scartata dalla madre patria Russia e quindi costretta a cercare fortuna e sostegno dalle parti di Nur Sultan. Un ripiego non così disdicevole, tenendo presente l’enorme possibilità economica della federazione kazaka, ma certamente molto più all’oscuro dalla notorietà del grande tennis di quanto non lo fosse la giovincella d’oltreoceano già delineata futura campionessa Slam. Si pensava di lei, che fosse sicuramente una giocatrice di buon livello: moderna, grandi servizi, staffilate piatte da fondo che fanno male. Però obbiettivamente quasi nessuno avrebbe scommesso, neppure un penny, che la bella Elena si sarebbe addirittura spinta fino al trionfo nell’evento di tennis più importante da quando l’uomo ha memoria. Una cavalcata così sorprendente, che persino la protagonista dell’impresa è stata sopraffatta dalla comprensibile emozione di chi è totalmente spaesata – e non a proprio agio in quel tipo di situazione – nell’ambiente in cui si trova. Stiamo ovviamente parlando della finalista del Roland Garros Cori Gauff e della campionessa in carica di Wimbledon Elena Rybakina.

L’incontro andato in scena è stato al cardiopalma, quasi tre ore di struggente contesa la kazaka è abituata alle lotte prolungate. Le due protagoniste era come se volessero dimostrare, che il loro approdo all’atto conclusivo di un torneo del Grande Slam non sia stato un acuto senza possibilità di nuova verifica, inoltre avevano la necessità di far vedere di possedere qualcosa in più rispetto all’avversaria, autrice dello stesso percorso. E’ probabilmente quel lumicino in più a favore di Coco, che non ha ancora raggiunto il grande traguardo, può aver delineato la minima differenza che ha deciso la sfida. Dal canto suo Rybakina ha lottato fino alla fine, ma si è dovuta arrendere per 6-4 (8)6-7 7-6(3).

Dopo aver perso il primo set, nonostante avesse avuto lei a disposizione le prime palle break della partita nel quarto game, in cui ha pagato lo strappo dell’americana sul 3-3, la nativa di Mosca si è trovata ad un passo dalla resa definitiva nel tie-break del secondo. La n. 27 WTA, ha visto infatti la tds n. 10 involarsi sul 6-3 nel gioco decisivo, ma è stata freddissima Elena ha scovare dentro di sé la forza necessaria per cancellare tre match point consecutivi – i primi due in risposta – più un quarto ancora in ribattuta nel quindicesimo punto del deciding game, per poi sfruttare il secondo set point e rimandare il verdetto al terzo. La frazione finale è stata condizionata pesantemente dall’instabilità dei servizi: girandola di strappi e cuciture, dal terzo gioco ce ne sono stati ben 6 nei successivi 7 turni di battuta. Inevitabile perciò che l’esito venisse redatto nuovamente al jeu décisif, se il set regolare era stato teatro di break a ripetizione, il game finale ha fatto anche peggio: 3 mini-break a testa, più un settimo in favore di Gauff che ha chiuso il match. Cori è riuscita ad avere la meglio nonostante 13 doppi falli commessi e un insufficiente 46% di trasformazione con la seconda. Sul piano tattico la strabiliante abilità difensiva della classe 2004 di Atlanta, si è dimostrata alla lunga superiore alle bordate offensive della kazaka da fondocampo.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI TORONTO

Continua a leggere

ATP

ATP Montreal: Il magic moment di Kyrgios, battuto Medvedev in rimonta. Alcaraz piegato da Paul, gli avversari di Carlos si esaltano

L’australiano centra la seconda vittoria contro un n. 1 della classifica mondiale: ci riuscì nel 2014 contro Nadal a Wimbledon. Le due partite sembrano segnare altrettante fasi della carriera di Nick

Pubblicato

il

Nick Kyrgios - Washington 2022 (Twitter - @atptour)
Nick Kyrgios - Washington 2022 (Twitter - @atptour)

Erano 21 anni che le prime due teste di serie di un torneo di categoria “1000”, oggi denominati ufficialmente Masters 1000, non venivano eliminate contemporaneamente al primo turno, che nel loro caso potendo godere di un bye è il secondo round. Infatti a succedere alle cocenti sconfitte di Guga Kuerten (n. 1) e Andre Agassi (n. 2) a Stoccarda 2001 per mano rispettivamente del bielorusso Max Mirnyi e del marocchino Hicham Arazi, ci sono i ko di Daniil Medvedev e Carlos Alcaraz al Omnium Banque Nationale presented by Rogers. Una situazione, che andando ad approfondire per gli amanti dei numeri, non si verificava all’Open del Canada addirittura dal 1996, quando Thomas Muster e Goran Ivanisevic abbandonarono l’evento nordamericano sotto i colpi del padrone di casa Daniel Nestor e dello svedese Mikael Tillstrom.

N. Kyrgios b. [1] D. Medvedev (2)6-7 6-4 6-2

Il match del torneo, quello che tutti fremevano di ammirare appena dopo l’esito dell’urna del sorteggio, è andato a Nick Kyrgios. Continua l’incredibile annata del rilancio per l’australiano, che sta approdando finalmente verso i lidi del tennis mondiale che competono al suo magnifico talento. Oggi ne ha dato l’ennesima riprova, mostrando crescenti progressi sul piano psicologico: ha saputo andare oltre la fatica e la stanchezza, con fine abilità nel perseguire una partita impostata sul serve&volley. Il 27enne di Canberra ha prevalso in rimonta sul n. 1 del tabellone Daniil Medvedev per (2)6-7 6-4 6-2 in due esatte di gioco. Un confronto tra due giocatori in ottima forma, considerando che entrambi avevano vinto un titolo la scorsa settimana – a Washington e Los Cabos – ma allo stesso tempo molto provati fisicamente visto anche i due trofei back-to-back in doppio da un lato e l’inattività prolungata, che potrebbe far risentire maggiormente la cavalcata in un torneo, dall’altra.

 

Con questa affermazione Nick può vendicarsi della sconfitta subita in quattro set all’inizio dell’anno, a casa sua, in Australia portandosi sul 3-1 nel computo degli H2H, avendo anche vinto nel 2019 a Roma e nella finale di Washington. Ma probabilmente il dato più rilevante è che per Kyrgios, si tratta della seconda vittoria della carriera contro il n. 1 del ranking ATP, ci era riuscito soltanto nel 2014 agli ottavi di Wimbledon contro Nadal. Quella fu la partita che fece conoscere Nick al grande pubblico, ma soprattutto fu la dichiarazione di cosa era capace di fare. Il talento ce sempre stato, la continuità mentale pare averla raggiunta adesso. Perciò sono due match epocali, che fanno da spartiacque segnando, per certi versi, un prima e un dopo nella sua carriera: dal successo ad appena 19 anni sul campo più importante del mondo contro uno dei più grandi agonisti della storia sportiva, con il proprio nome sulla cresta dell’onda ma che invece di dare inizio ad una epopea imperiale di dominio e di trionfi Slam a raffica, fu solo uno dei tanti exploit – dei successivi 8 anni – privi di stabilità per raggiungere grandi risultati; al trionfo della maturità raggiunta, a 27 anni, e che potrebbe regalare a Nick nell’ultima parte della sua vita da atleta le vittorie che il suo braccio merita.

IL MATCH – Il primo game della partita è già indicativo in merito allo stato delle condizioni fisiche dell’australiano, Kyrgios si proietta costantemente verso la rete mostrando chiaramente la sua strategia tattica per la sfida odierna: ha intenzione di utilizzare frequentemente il serve&volley per sprecare il meno possibile a livello di energie ed evitare d’invischiarsi nel terreno di caccia preferito dal russo, quello del palleggio da fondocampo. Ovviamente è facile intuire che se Nick vorrà perseguire uno schema di gioco estremamente aggressivo, sarà fondamentale per lui avere una resa al servizio inossidabile e continua.

La prima parte del set ci dice che la battuta, come del resto sta avvenendo nell’ultimo periodo, funziona a meraviglia. S’intravedono alcuni scambi soltanto durante i turni di servizio di Medvedev, ma anche il n. 1 del mondo è molto solido con il fondamentale d’inizio gioco. In particolar modo Daniil sta brillando nel primo colpo in uscita dal servizio, giocando la prima esecuzione con eccezionale precisione. Questo gli permette di comandare immediatamente il punto, per poi sfiancare il giocatore di Canberra sulla diagonale sinistra. Nel sesto gioco si vedono le prime variazioni con il back del n. 37 ATP e la smorzata dell’orso di Mosca, ma l’equilibrio regna sovrano.

Si giunge sul 4-4, con le ribattute che hanno raccolto solamente 5 punti complessivi. Nick è invalicabile alla battuta, sostanzialmente non parte mai lo scambio nei suoi turni: il massimo a cui si può assistere è un tentativo di passante del moscovita quando la prima o la volée non si rivelano definitive. Questa totale assenza di pericolosità in risposta innervosisce e non poco il campione dello Us Open, perché sa perfettamente che se il finalista di Wimbledon non calasse sarebbe dura per lui impensierirlo. Più passano i minuti e più si consolida la sensazione di maggiore insidia per la battuta di Medvedev. La percezione diventa realtà nel decimo game, dove Daniil chiamato a prolungare il set inciampa in due doppi falli ma soprattutto Nick trova un paio di soluzioni da cineteca: prima una rispostona in allungo vincente di dritto, all’incrocio delle righe, poi il capolavoro con lo slice a rallentare e l’uscita bimane folgorante in lungolinea. Arrivano così le prime due palle break del match, che dunque sono anche set point: sono opportunità che pesano come un macigno, ma Medvedev è inappuntabile con il servizio scagliando una prima vincente e un ace.

In realtà il 26enne deve soffrire ancora, prima di preservare il proprio turno di battuta, a causa di qualche imprecisione nelle esecuzioni eppure senza rischiare ulteriormente si salva. L’ex n. 13 a questo punto deve affrontate le prime reali difficoltà della sua partita, con il primo game ai vantaggi al servizio per via di qualche seconda di troppo, che lo costringe a fare gli straordinari al volo. Tuttavia ancora una volta facendo leva sul proprio repertorio da doppista, peraltro in scia di un doppio trionfo nella specialità tra Atlanta e Washington, Nick non concede nessuna concreta chance. Si arriva così al prevedibile tie-break, dove si deciderà tutto ai punti e nel quale anche la più piccola disattenzione potrebbe costare il parziale: il primo a sbagliare è Kyrgios, tra il terzo ed il quarto punto ricerca un angolo troppo pronunciato con la volée di rovescio e poi sempre nello stesso lato del corridoio manda largo uno schiaffo al volo, regalando due mini fughe al russo. Così Daniil senza fare nulla di trascendentale si ritrova sul 6-1, Nick allora perde le staffe e scaraventa una pallata fuori dall’impianto, inevitabile il warning. Infine altro gratuito a rete, che chiude il set 7 punti a 2.

L’australiano però non demorde, parte forte nel secondo set e grazie ad un bellissimo cross di dritto breakka immediatamente per poi consolidare l’allungo, nonostante vada sotto 0-30, e salire 2-0 con anche un pericoloso 30-30 che non riesce a trasformare in una possibilità di doppio break. Continua l’ex n. 1 a non patire il bimane moscovita, reggendo alla grande quella direttrice oltre a mostrare un’eccezionale capacità di anticipo sulla palla per prendere campo e togliere tempo all’avversario. In questo secondo set si scambia decisamente di più, Daniil mette ancora pressione con un altro 30-30 nel quarto gioco ma il n. 37 non se vuole sapere di cedere il servizio. I fondamentali d’inizio gioco a questo punto non lasciano neanche le briciole e Nick vince 6-4 il secondo set, durato 36 minuti.

La grande battaglia dei servizi continua nella frazione finale, anche se l’equilibrio rischia di rompersi già in apertura come accaduto ad inizio secondo parziale. Il 27enne di Canberra adesso infatti accusa la stanchezza, essendo perciò costretto a diminuire la velocità del suo servizio per prediligere soluzioni più lavorate in slice affinché possa ricercare maggiormente gli angoli e avere di conseguenza più tempo per scendere a rete. Nick oggi è perfetto nelle sistematiche discese in avanti, di vecchia scuola; tuttavia qualche errore in più per via dell’appannamento fisico è fisiologico. Dall’altra parte inoltre è molto concentrato e attento Medvedev, pronto a sfruttare il minimo passaggio a vuoto dell’avversario: ecco quindi materializzarsi due pericolosissimi break point, l’ex vincitore dell’Australian Open 2013 allora decide di mostrare tutti i progressi fatti sul piano mentale quest’anno, con l’ace numero dieci e undici pareggia (1-1). Questo salvataggio si rivelerà decisivo e propedeutico per lo strappo finale, nel quinto gioco infatti anche se le energie stanno venendo meno il talento trascina l’australiano, che mette in fila una serie di risposte sensazionali con spettacolare anticipo. Break sigillato da un passante bimane incrociato tirato da posizione invereconda, con Nick ormai incontenibile che consolida a 0. Il match si conclude qui, Medvedev si spegne: commette un doppio fallo e due marchiani errori di rovescio. Anche il nastro gli è sfavorevole, doppio break (5-2) e Kyrgios al servizio certifica il suo approdo agli ottavi.

T. Paul b. [2] C. Alcaraz (4)6-7 7-6(7) 6-3

ALCARAZ MOSTRA I PRIMI SCRICCHIOLII – Dopo due finali consecutive, seppur perse per mano degli azzurri Musetti e Sinner, Carlos Alcaraz non mantiene fede al suo status di seconda testa di serie e all’esordio nel Canada Open viene estromesso immediatamente da Tommy Paul (n. 34 ATP) subendo la rimonta dell’americano per (4)6-7 7-6(7) 6-3, questo lo score finale a conclusione di una battaglia infernale di quasi tre ore e mezza di gioco (3h24). Una versione dell’allievo di Ferrero, che comincia a mostrare i primi scricchiolii e le prime crepe del suo tennis, dopo la devastante prima parte di stagione. Sapevamo che un giocatore con le sue caratteristiche, non potesse reggere quel livello per 12 mesi, ma la sensazione sempre più incalzante è che in un certo senso porti gli avversari ad innalzare il loro livello massimone avevamo già parlato dopo Miami.

Un match pazzesco, che lo statunitense avrebbe potuto perdere anche in due set se solo il 19enne murciano non avesse mancato un match point sul proprio servizio al tie-break, gioco decisivo al quale si è giunti dopo che lo stesso campione junior del Roland Garros 2015 ha gettato al vento l’opportunità di servire per il parziale sul 5-4. Ma l’intero set ha avuto un andamento abbastanza ondivago: Carlos va avanti 3-0 salvo poi farsi recuperare e vedere sfumare in volata la vittoria, con l’avversario che ha rischiato seriamente di finire nel burrone. Infine l’apoteosi del parziale finale, con Tommy a frantumare due break point in apertura e a rompere gli indugi con il break del quarto game. Per completare, l’ultimi scampoli in versione thriller: Alcaraz annulla altri 4 match point (dopo quello sprecato da lui), due di fila, e dopo 12 punti rimane in scia. Questo sforzo gli garantisce un’opportunità per riaprire tutto, ma Paul supera brillantemente l’ultima curva e vince al quinto match ball. Per lui 42 vincenti e 32 non forzati, Alcaraz da questo punto di vista in perfetto equilibrio (36/36), ma paga la poca efficienza della seconda.

IL TABELLONE DEL MASTERS 1000 DI MONTREAL

Continua a leggere

ATP

ATP Montreal: Sinner batte in rimonta Mannarino e raggiunge Carreno Busta agli ottavi

Jannik Sinner parte male ma esce alla distanza contro Mannarino anche grazie all’aiuto del servizio. Agli ottavi sfida con Pablo Carreno Busta

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Montreal 2022 (foto Ubitennis)

[7] J. Sinner b. [Q] A. Mannarino 2-6 6-4 6-2 (da Montreal, il nostro inviato)

Esordio non semplice per Jannik Sinner, che ha faticato più di quanto ci si potesse aspettare a entrare in partita contro Adrian Mannarino, cedendo nettamente nel primo set per poi uscire molto bene alla distanza, aiutato anche dal servizio in netto miglioramento. “Ci ho messo un po’ di tempo per capire come giocava, perché sapevo che veniva da tre vittorie e quindi era sicuramente in condizione – ci ha detto Sinner dopo il match – ho provato a trovare una soluzione, perché lui all’inizio stava giocando bene e sbagliava poco. Ho cominciato a servire meglio, poi lui ha fatto un paio di errori nei momenti importanti quando sono riuscito a fargli il break e poi da lì in poi sono riuscito ad alzare il livello”.

IL MATCH – Che non sarebbe stata una giornata facile per Sinner si era capito subito dal secondo game, quando sulla prima palla break in favore di Mannarino il francese si vedeva regalare il punto da un nastro vincente micidiale che lo mandava subito avanti 2-0. Passato attraverso le qualificazioni, il transalpino è una vecchia volpe dei campi e si trova certamente a suo agio nei palleggi ad alta velocità sui quali solitamente Sinner imposta le sue partite.

 

Il servizio dell’altoatesino è sicuramente un’arma più letale, ma grazie alla rotazione mancina e ai movimenti molto puliti anche Mannarino sa farsi rispettare. Il primo set è volato via in 38 minuti senza che Sinner ci abbia capito un gran ché: un po’ troppi errori da parte sua negli scambi da fondocampo, e pochi punti gratuiti ottenuti con il servizio nonostante ottime velocità di punta ottenute con la prima, comparabile a quelle di Berrettini del giorno precedente.

Il secondo set non iniziava meglio del primo: Mannarino continuava a giocare da fermo dando l’impressione di non essere minimamente in difficoltà sugli scambi da fondo e Sinner, nonostante la decisione di aumentare la “net clearance” e aggiungere un po’ più di “curva” ai suoi colpi continuava a commettere errori per lui piuttosto inusuali.

A metà set cambiava qualcosa: Sinner iniziava a far correre l’avversario, muovendo di più il gioco e togliendosi dalle solite diagonali. Con l’assistenza del servizio che consentiva di rilassarsi un poco nei propri turni di battuta, trovava la chiave per iniziare a girare la partita quando, sul 4-4, riusciva a ottenere il break per la prima volta nel match chiudendo con uno splendido passante di rovescio lungolinea. Nel game successivo riaffioravano due errori gratuiti che inguaiavano Sinner sullo 0-30, ma con quattro punti consecutivi l’azzurro in 46 minuti chiudeva il secondo parziale e trascinava il match al terzo.

Mentre il sole vinceva definitivamente la sua battaglia sulle nuvole e il livello superiore del Court Rogers veniva riempito dagli spettatori reduci dalla sconfitta di Alcaraz sul Centrale, Sinner iniziava il set decisivo con il piglio giusto: aiutato anche da un doppio fallo sanguinoso di Mannarino sul 30-30 nel game d’apertura, Jannik prendeva subito un break di vantaggio passando per la prima volta nel match a condurre. Il francese appariva visibilmente contrariato e continuava a toccarsi il ginocchio destro, per il quale finiva poi per chiedere il medical time-out al primo cambio di campo del set.

La fasciatura ottenuta dal medico durava solo un paio di giochi, ma la nave era già salpata per Mannarino: Sinner aveva trovato il suo assetto ideale negli scambi da fondo e riusciva a martellare tenendo saldamente il pallino del gioco in mano sua. Un secondo break sul 4-2 e quattro servizi nel game seguente hanno chiuso il match dopo due ore e 5 minuti di lotta mandando Sinner al terzo turno dove dovrà affrontare Pablo Carreno Busta (precedenti in parità sull’1-1, con l’ultimo incontro disputatosi a Miami la primavera scorsa).

“Dovrò giocare bene contro di lui, che ha battuto Berrettini e Rune in questo torneo. Mi devo preparare bene e vediamo come andrà domani”.

Sinner è arrivato a questo torneo avendo giocato fino a 10 giorni fa sulla terra battuta, per cui ha dovuto gestire il cambiamento di superficie, oltre al repentino abbassamento della temperatura che ha interessato Montreal da lunedì in poi. “Quando si cambia superficie è necessario colpire tante più palle possibili per capire il rimbalzo, la velocità del campo e anche come rispondono le palline. Qui ci siamo allenati molto e abbiamo fatto anche qualche piccola modifica sulla tensione delle corde. La prima volta che abbiamo provato a cambiare la tensione delle corde, mezzo chilo in più, mezzo chilo in meno, è stato a Umago due settimane fa: Simone [Vagnozzi] mi aveva detto che la palla era un po’ lenta, quindi abbiamo provato a modificare la tensione. Qui invece siamo rimasti con un chilo in più, perché spesso la palla tende a volare. Da questo punto di vista mi è molto utile avere Darren [Cahill] e Simone [Vagnozzi] che mi stanno aiutando a migliorare anche da questo punto di vista”.

Il tabellone completo dell’ATP di Montreal

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement