Il 2017 di del Potro: Palito è di nuovo fra i grandi

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Il 2017 di del Potro: Palito è di nuovo fra i grandi

Partito in sordina, il suo 2017 si è concluso con un crescendo rossiniano. Del Potro torna fra i grandi. E nel 2018 promette battaglia, salute permettendo

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Questa storia inizia dalla fine. Da quello sprint forsennato, perché tardivo, che ha portato Juan Martin del Porto a un passo dalla qualificazione alle ATP Finals. Se Ubitennis fosse un canale televisivo, il racconto assumerebbe forma filmica. E lo spettatore casuale, rientrato a casa sul tardi, porrebbe termine allo zapping non appena dovesse imbattersi nel sorriso triste di Palito. Negli ultimi anni, le vicende della vita lo hanno allontanato dalla passione di sempre, il tennis. Ma gli amici, quelli del circolo, ultimamente gli hanno parlato del ritorno del campione di Tandil, tanto strombazzato dal promo che è passato incessantemente per tutta la settimana. Purtroppo, il lavoro lo ha assorbito completamente, facendogli dimenticare il docufilm sul 2017 dell’argentino. E ora non resta che vederne solo la coda. Siamo a Bercy. Il protagonista, al termine del quarto di finale appena perso contro un ottimo John Isner, è certo di non poter andare alla O2 Arena. Stanco, tanto da rifiutare a priori il ruolo di alternate, e tutto sommato sollevato per aver concluso un’annata faticosa e proficua. Vista così, la stagione di del Potro parrebbe un’incompiuta, ma la serenità trasmessa dal vincitore dello US Open 2009 lascia il telespettatore, spiazzato come chiunque guardi un film già iniziato, incuriosito dalla genesi di questo sentimento. Per capire, non deve far altro che rivedere la pellicola dall’inizio.

LA BENZINA È POCA, NIENTE AUSTRALIA

L’inizio dell’anno non è di quelli esaltanti. Condivisibile quanto si voglia, la scelta di non partecipare al primo Slam dell’anno – perché a corto di fiato per il convulso finale del 2016 – sembra rappresentare l’ennesimo passo indietro per del Potro. Fra i tifosi più pessimisti comincia a serpeggiare la sensazione che i problemi fisici non lasceranno mai in pace il gigante argentino. L’esordio è rimandato di un paio di mesi. Durante i quali va curata la preparazione atletica.

 

Il battesimo agonistico avviene a Delray Beach, dove a fermarlo è Raonic, in semifinale. Ad Acapulco, ingaggia una bella battaglia con la wild card Djokovic negli ottavi. Vince il serbo, che vendica (parzialmente) la dolorosissima sconfitta di Rio 2016. Juan Martin, dimostra a tratti la cattiveria agonistica di un tempo, ma ancora manca di un po’ di cinismo nei momenti clou. Il Sunshine Double, gli ricorda quanto sia difficile risalire la china partendo da un seeding basso (è intorno alla 35esima posizione). Un pizzico di sfortuna nel sorteggio, ed eccolo nuovamente affrontare (e perdere di misura) il serbo al terzo turno di Indian Wells. Non va meglio a Miami, dove a fermarlo è l’incredibile Federer di inizio stagione.

SI SCRIVE ROMA, SI LEGGE AMOR

Una fiammata illumina lo swing di del Potro su terra battuta, altrimenti anonimo. Un abbraccio collettivo con il pubblico romano, che tocca il climax nell’incontro vittorioso contro Nishikori. L’atmosfera nasce dalla miscela fra l’audience più capace (nel migliore dei casi) di umanizzare il tennis (Bud Collins dixit) e il tennista che forse ancora più del Fedal riesce a toccare le corde dell’emotività. In bilico fra la potenza devastante del suo dritto e le fragilità del suo fisico. La prova del nove, purtroppo per lui e per i generosi sostenitori del Foro Italico, non viene superata. Ancora una volta, Palito è vittima della maledizione Djokovic nei quarti di finale.

Se non altro la sua presenza al Roland Garros, dopo 5 anni, è un dato degno di nota. Meno la sconfitta con bagel finale subita da Andy Murray al terzo turno. La strada da percorrere sembra ancora lunga.

E QUANDO MENO TE LO ASPETTI…

La torre di Tandil vivacchia, come quelle squadre di metà classifica incapaci di picchi di rendimento. Sconfitto persino da Gulbis a Wimbledon, la situazione non migliora con i tornei di avvicinamento agli US Open. Shapovalov lo sorprende a Montréal, il futuro vincitore Dimitrov lo sconfigge a Cincinnati. Nulla sembra far presagire quello che sta per accadere. In un’edizione di Flushing Meadows martoriata dalle defezioni, Juan Martin esce dal torpore e infila, uno dietro l’altro, Bautista Agut, Thiem, rimontando uno svantaggio di due set e annullando due matchpoint, Federer per cedere a Nadal dopo aver vinto un primo set giocato in modo stellare. Prestazioni maiuscole in cui torna a farsi vedere il rovescio coperto, la vera arma in più di cui per troppo tempo il suo arsenale è stato privo. Segno che il polso non lo preoccupa più. Si tratta della prima semifinale in un major da Wimbledon 2013. Il punto di svolta della stagione.

 

UNA CORSA FOLLE ED ESALTANTE

Ora del Potro sembra averci preso gusto. Favorito anche dalle condizioni che probabilmente preferisce (cemento indoor), l’argentino affronta con piglio lo swing asiatico. A Pechino non supera gli ottavi. A fermarlo, Grigor Dimitrov, un altro giocatore molto caldo.  A Shanghai la sua corsa è interrotta solo da uno strepitoso Federer, costretto comunque al terzo set. La vittoria è nell’aria e arriva puntuale a Stoccolma, dove stavolta Dimitrov non riesce ad arginare la sua potenza. Anche la classifica comincia a riflettere il reale valore del tandilese. Non manca molto per approdare nei top 10. Addirittura, un ulteriore allungo consentirebbe a del Potro di qualificarsi per Londra. Un’altra finale a Basilea con Federer, un altro match perso di misura. Juan Martin, sembra un po’ appesantito. I suoi match sono caratterizzati da un’apparente pigrizia, che viene improvvisamente spazzata via da folate di vero e proprio raptus agonistico durante le quali fa i buchi nel cemento. Fatto sta che la lunghissima volata non può non farsi sentire. È a questo punto che il nostro telespettatore comincia a vedere il film. E qui le cose vengono inquadrate nella giusta prospettiva. Ora è chiaro il perché della serenità dell’argentino, nonostante la cocente sconfitta con Long John Isner. Per chi ha iniziato la stagione al numero 38, aver mancato di un niente le Finals non è così grave. Come conferma lo stesso protagonista, se “sto bene, il 2018 può essere un grandissimo anno per me”. Suerte, Palito. E salute. Tu meriti entrambe, il tennis merita te.

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ATP

Medvedev non si ferma più: a Shanghai la sesta finale consecutiva

Anche Tsitsipas si arrende alla legge di Medvedev. Altra prestazione impeccabile del russo. 58esima vittoria in stagione, la 21esima in un Masters 1000. In finale attende Zverev o Berrettini

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Daniil Medvedev - Shanghai 2019 (foto via Twitter, @atptour)

[3] D. Medvedev b. [6] S. Tsitsipas 7-6(5) 7-5

A Shanghai la muraglia cinese imbastita da Daniil Medvedev si innalza e si allunga sempre di più. Il russo vince il suo ottavo match consecutivo senza perdere un set e, per la quinta volta su cinque, batte Stefanos Tsitsipas con il punteggio di 7-6(5) 7-5. Il n. 4 del mondo si conferma il giocatore più in forma del circuito, come sottolineano le 28 vittorie nelle ultime 31 partite, e con questo risultato giocherà la terza finale dell’anno in un Masters 1000. Il russo rispetto al greco ha mostrato oggi una maggior solidità da fondo, ma ciò che ha colpito ancora di più è stata quella mentale. Gli screzi che si erano visti tra i due a Miami nella loro prima sfida datata 2018, sembrano ormai appartenere ad un’altra persona, come confermato anche dalla stretta di mano cordiale a fine match.

LA PARTITA Dopo i primi game di studio erano subito chiare le strategie dei due giocatori: Tsitsipas ha iniziato cercando la rete ad ogni occasione utile, spesso addirittura subito dopo il servizio, mentre Medvedev, molto più a suo agio da fondo, ha preferito puntare sul rovescio del suo avversario per imbastire scambi lunghi e logoranti. Il greco dunque si è ritrovato ad essere il primo a prendersi dei rischi per accorciare gli scambi. Di comune c’è che entrambi hanno nella battuta un grosso serbatoio di punti dal quale attingere e non si sono risparmiati.

 

La fase di studio si è interrotta improvvisamente sul 4-4 quando Medvedev alla battuta si è ritrovato inspiegabilmente sotto 0-40, complici un paio di errori gratuiti tra cui un doppio fallo. Con la disinvoltura che a tratti caratterizza i suoi atteggiamenti in campo, Daniil è uscito da questa buca in un batter d’occhio: tra prime di servizio e dritti vincenti il greco ha avuto poco da recriminare. La sensazione comunque era che fosse il n. 4 del mondo ad essere, se non proprio quello in controllo del gioco, quanto meno quello più a suo agio in campo. Stefanos invece è stato spesso costretto a cercare le righe proprio per liberarsi dalle ragnatele dentro le quali lo chiudeva il russo.

Nell’inevitabile tie-break, dove l’equilibrio si è protratto fino al 5-5, tutte le difficoltà di Tsitsipas sono venute a galla e alla fine, con una stecca di dritto in uscita dal servizio – proprio il colpo che ieri aveva fatto soffrire Djokovic -, Tsitsipas ha concesso set point e poi consegnato il parziale nelle mani del russo con un altro errore, questa volta di rovescio. Dopo 53 minuti di equilibrio e di tennis rapido e godibile, Medvedev si è dunque portato avanti di un set.

Nel secondo parziale gli schemi non sono cambiati ma il livello dei contendenti sì, e l’equilibrio è durato poco, per l’esattezza due game. Già nel terzo gioco infatti Medvedev è arrivato a palla break grazie a qualche doppio fallo di troppo del suo avversario, ma il punto che lo ha mandato avanti nel punteggio è stato tutto merito suo. Con un passante in corsa di rovescio strepitoso, suo colpo prediletto, ha ottenuto il primo break dell’incontro e con questo piccolo tesoretto sottobraccio si è portato fino al 5-4. Il n. 7 del mondo non è comunque rimasto a guardare e mentre il russo cercava di addormentare un po’ gli animi lui cercava di riaccenderli chiedendo ripetutamente l’aiuto del pubblico.

A questo punto, forse avvertendo una mancanza di pathos, Medvedev ha mostrato la sua versione umana e sul più bello sono arrivati errori gratuiti e palle break. Del tutto inaspettatamente Tsitsipas è tornato in parità, ma è stato poi lui a perdere subito la testa e le misure del campo. Al servizio sul 5-5 non ha retto la pressione (i due anni di differenza in questa circostanza sono emersi eccome, seppur qui a Shanghai siano rimasti tutti under 23) e di lì a poco Medvedev ha potuto alzare le braccia al cielo per festeggiare la 58esima vittoria stagionale, la 21esima in un torneo di categoria 1000.

Ora il 23enne moscovita si potrà godere l’altra semifinale in programma oggi a Shanghai: quella tra l’italiano Matteo Berrettini e il tedesco Alexander Zverev, che si giocherà a partire dalle ore 14.

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Focus

A Shanghai va in scena la rivoluzione degli under 23

Quattro semifinalisti di età inferiore ai 23 anni, in un torneo di questa categoria non accadeva da Amburgo 1999. Alle 10:30 Tsitsipas contro Medvedev, alle 14 Berrettini sfida Zverev

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

L’edizione 2019 del Masters 1000 di Shanghaisembra già potersi rivelare un piccolo spartiacque della storia recente del tennis. Non accadeva infatti da ben vent’anni che un torneo di questa categoria – transitata attraverso le denominazioni di Super 9 e Masters Seriesaccogliesse quattro semifinalisti di età inferiore ai 23 anni. Se il German Open di Amburgo del 1999, vinto dall’allora 23enne Marcelo Rios, vide spingersi in finale Mariano Zabaleta (21 anni) e in semifinale Nicolás Lapentti (22) e Carlos Moya (22), i quattro moschettieri di Shanghai sono il 21enne Tsitsipas, il 22enne Zverev e i 23enni Medvedev e Berrettini.

In un certo senso, questo evento sembra completare un primo ciclo di rottura cominciato a metà 2017. Battendo in finale prima Djokovic a Roma e poi Federer a Montreal, Sascha Zverev finì per infondere una certa dose di coraggio a un paio di signorotti di quella generazione di mezzo – identificabile con i nati tra il 1990 e il 1995 – che aveva raccolto pochissimo fino a quel momento. Approfittando di big acciaccati o assenti, Dimitrov vinse a Cincinnati e Sock s’aggiudicò una versione del torneo di Bercy ben fornita di parvenue fin nelle giornate conclusive (Benneteau in semifinale e addirittura Krajinovic in finale).

Tre nuovi campioni si sono visti anche nel 2018 grazie ai successi di Khachanov a Bercy, dove ormai da un paio d’anni ogni gerarchia sembra smarrita, del Potro a Indian Wells e Isner a Miami, questi ultimi due più premi alla carriera che veri germogli di rivoluzione. Altri tre scossoni, la torre d’avorio dove si annidano i soliti fenomeni, li ha accusati anche in questo 2019: Thiem ha rovesciato Federer a Indian Wells, Fognini s’è riscoperto campione a Montecarlo battendo Nadal sul suo cammino e Medvedev ha fatto lo stesso con Djokovic incedendo verso il titolo di Cincinnati.

Non era però mai successo che quattro virgulti in odore di piani alti, o già ivi risiedenti, si ritrovassero tutti insieme a brandire il ramoscello del semifinalista. È con un pizzico di emozione che ci ritroviamo a commentare il primo tra i grandi tornei che già dal sabato si rivela un affare di pertinenza dei soli nati nel 1990. Eh sì, non era mai successo, e qualcosa vorrà pur dire. I casi sono due, e non è detto che la soluzione stia per forza tutta da una parte. O la succitata generazione perduta (i 90-95, per capirci) ha effettivamente qualcosa in meno di quella appena emersa, o il tempo che avanza ha semplicemente aumentato le defaillance dei soliti noti.

C’è sicuramente un po’ di verità nelle accuse ai vari Nishikori, Dimitrov, Raonic e Goffin, che dispiace ogni volta utilizzare come metro di paragone (mentre ci sentiamo di escludere Thiem, che il suo lo ha fatto e continua a farlo). L’idea è che i nuovi abbiano assaltato la diligenza con molta più convinzione, anche ammesso – come è persino facile da dimostrare – che questo potere sia oggi più vulnerabile, semplicemente perché più anziano. In sintesi: oggi è un po’ più facile di ieri, ma quelli di oggi ci stanno provando meglio di quelli di ieri.

Ci saremmo semplicemente goduti lo spettacolo, tra questi ragazzi, se non ci fosse stato Matteo che purtroppo è stato seccamente sconfitto da Zverev. Ogni volta che lo diciamo l’istinto è di toccare ferro, ma anche la vittoria contro Thiem ha il sottotesto ‘è così che vincono quelli forti‘. Non giocando meglio per tutta la partita, giocando meglio quando serve con un pizzico di aiuto della dea bendata che non guasta mai. La sfida contro il tedesco ha invece dimostrato che per arrivare a quel livello c’è ancora della strada da fare, ma del resto il curriculum di Berrettini paga un gap rispetto agli altri tre semifinalisti.

Mentre Matteo ha fatto addirittura il suo esordio in una semifinale 1000, Zverev ne ha già vinti tre, Medvedev è arrivato qui con un titolo appena vinto a Cincinnati (e ha fatto il bis) e Tsitsipas vantava comunque due finali. Per motivi diversi Tsitsipas, Medvedev e Zverev propongono tre candidature forti per rimanere in top 10 a lungo, ed è bello, assai bello, che non costituisca scandalo associare a questo discorso (finalmente) anche un tennista italiano.

 

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ATP

Berrettini opaco, Zverev intoccabile al servizio: è lui il finalista di Shanghai

Il tedesco gioca un incontro praticamente perfetto e non lascia scampo a Matteo. Sesta finale in un Masters 1000 per lui

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Alexander Zverev - ATP Shanghai 2019 foto da Twitter @ATPTour

[5] A. Zverev b. [11] M. Berrettini 6-3 6-4

Niente da fare per Matteo Berrettini che si è trovato di fronte oggi, nella semifinale del Masters 1000 di Shanghai, una versione semplicemente ingiocabile di Alexander Zverev. Il tedesco ha dimostrato di aver definitivamente superato i problemi al servizio che lo attanagliavano fino a poche settimane fa chiudendo il match con percentuali e dati stratosferici: 81% di prime in campo, 218 km/h di media e appena sette punti persi nell’intero match. Numeri che sorprendenti anche per un Isner o un Karlovic. Insomma Matteo ha avuto ben poche occasioni e tutto sommato poco da recriminare. Forse ha commesso qualche errore di troppo col dritto nel primo set, ma nel complesso l’impressione è che oggi ci fosse ben poco da fare. Sfuma dunque per il momento la prima finale in un Masters 1000 per l’italiano, ma si può consolare con il best ranking (numero 11 del mondo e numero uno d’Italia davanti a Fabio Fognini) e con l’ottavo posto nella Race to London. Zverev invece giocherà il suo sesto ultimo atto a questo livello (tre vittorie e due sconfitte il bilancio). Il suo avversario in finale sarà l’uomo del momento, Daniil Medvedev, in una sfida che si preannuncia davvero molto molto interessante (4-0 i precedenti in favore del tedesco).

IL MATCH – Zverev parte molto sciolto, mentre Berrettini sembra un po’ contratto. L’azzurro tiene il primo turno di battuta ai vantaggi, ma nel quarto gioco commette tre errori di dritto che regalano il break all’avversario. Proprio il dritto, ovvero il colpo che dovrebbe supportarlo di più insieme al servizio, lo sta tradendo oggi e il rovescio non può garantirgli alcun vantaggio sulla diagonale sinistra contro Zverev. Il tedesco incassa il vantaggio e continua ad essere intoccabile al servizio (82% di prime in campo e velocità media attorno ai 220 km/h). Berrettini non riesce nemmeno ad avvicinarsi in risposta (due soli punti vinti di cui uno grazie ad un doppio fallo di Zverev) e il set si chiude in 31 minuti col punteggio di 6-3.

 

Nel secondo parziale il canovaccio cambia poco e Zverev appare in netto vantaggio sia al servizio che nello scambio da fondo. Dal canto suo però Berrettini si concentra sul servizio e lima notevolmente gli errori, fatto che già di per sé gli permette di mantenersi in scia nel punteggio, in attesa magari di un calo al servizio del tedesco. Il calo invece non arriva, anzi è Berrettini a incappare in un brutto game sul 4-4. Sotto 0-40, l’azzurro viene graziato due volte da Zverev nello scambio e una volta si salva con una prima potente. Con uno slice affossato a rete, Matteo offre un’altra palla break al tedesco e si consegna nel punto successivo con una brutta combinazione smorzata-volée. Zverev non trema minimamente nel game di chiusura e sigilla la vittoria con l’undicesimo ace.

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