Gli italiani maturano tardi. È storia. Mai avuto un enfant prodige

Editoriali del Direttore

Gli italiani maturano tardi. È storia. Mai avuto un enfant prodige

La mezza impresa di Seppi e la ritrovata (?) condizione di Giorgi suscitano discussioni. Ecco perché in Italia i giovani non hanno successo

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L’articolo che ho scritto ieri su Camila Giorgi ha scatenato un po’ di commenti, fra chi ritiene che non diventerà mai forte e chi invece pensa che abbia ancora chances… nonostante i 26 anni appena compiuti (il 30 dicembre). Ecco, al di là delle disamine tecniche sul suo gioco, sulla potenza dei colpi che tutti le riconoscono e sulla poco varietà degli stessi che quasi tutti le rimproverano, sulla disinvoltura che rasenta l’incoscienza con la quale affronta qualsiasi top-ten accompagnata però da certe carenze strategiche, sull’insistenza nel sostenere che non esiste un piano B e che del tipo di tennis praticato dall’avversaria non importa tener conto “perché tanto io faccio il mio gioco”, mi hanno fatto riflettere più di tutte queste osservazioni risapute, trite e ritrite, i commenti di molti che hanno sottolineato appunto i suoi 26 anni come un’età nella quale “chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto”.

  1. Ma davvero 26 anni sono tanti?
  2. E davvero dobbiamo ritenere che 26 anni siano meno in Italia, per un tennista italiano, piuttosto che altrove?
  3. E perché mai?

Al primo interrogativo la prima risposta è interlocutoria: dipende. Dipende da quale è lo sport di cui si stia parlando, dipende da che tipo di vita abbia vissuto il ventiseienne in questione. Per quanto concerne il tennis ormai non è più tempo di trionfi ottenuti da teen-agers. Come ho scritto nell’articolo su Giorgi – che tra parentesi in termini economici ha già vinto abbondantemente perché di soli premi la famiglia Giorgi ha incamerato 2,5 milioni di dollari – l’età media delle giocatrici top 100 è 26,5 anni, l’età media delle giocatrici top 50 è 27,4 anni, l’età media delle giocatrici top 20 è 26,6 anni. Di questi dati devo ringraziare un lettore di Ubitennis il cui nick-name al momento non ricordo. Quindi Camila è in perfetta linea con i tempi che non sono più quelli in cui una sedicenne Hingis, o le diciassettenni Sanchez, Graf e Seles, erano capaci di vincere Slam. Lo sport è cambiato, ci vuole più tempo per affermarsi, per gli uomini come per le donne. Qualche enfant-prodige può spuntare ancora – la Kostyuk? – e magari c’è una Ostapenko che sorprende il mondo vincendo il Roland Garros a 20 anni. Ma non più a 17 o 18.

 

Il secondo elemento cui alludevo è il tipo di vita vissuta dal soggetto di cui stiamo parlando. L’ambiente nel quale è cresciuta. Ebbene, la vita di Camila non è stata facile. Le è morta la sorella Antonella di 23 anni in un incidente stradale a Parigi nel 2011. Una vicenda traumatica ovviamente per tutta la famiglia e in particolare per la mamma (Claudia Fullone) è stato comprensibilmente un colpo durissimo. Il papà di Camila, Sergio, è certamente un uomo molto particolare, di notevole personalità, con un ruolo difficili da assolvere, sia padre sia coach, straordinariamente istintivo e certamente ingombrante. Il rischio che quel tipo di personalità esuberante rischiasse di schiacciare un figlio, una figlia, c’era tutto, obiettivamente. La famiglia Giorgi ha attraversato momenti economici difficili e Camila non può non aver risentito di quelli, dei continui trasferimenti da un Paese all’altro, quando neppure la nazionalità da scegliere era scontata, di certe traversie legali con presunti sponsor dagli accordi poco chiari in America con avvocati etecetera, ben prima delle liti giudiziarie con la Federtennis. Non il clima ideale per far  crescere uno sportivo che avrebbe bisogno di serenità, tranquillità, concentrazione.

2) La storia del tennis italiano dice che un fenomeno teenager non lo abbiamo mai avuto. Pietrangeli cominciò a vincere sul serio intorno ai 24 anni, Panatta a 20 anni ebbe le prime vittorie importanti (Graebner, Orantes, Pietrangeli che aveva 17 anni di più) ma furono sporadiche per un bel po’ e il suo miglior anno lo ebbe a 26 anni, nel 1976. Bertolucci è stato n.12 del mondo nel ’73 perché aveva vinto Amburgo a 22, Barazzutti (classe ’53) ha fatto bene nel ’77-’78, quindi sui 24-25 anni. Forse Andrea Gaudenzi che vinse il torneo junior del Roland Garros a 17 anni – se non vogliamo sopravvalutare Diego Nargiso che vinse Wimbledon junior ma non è mai stato un singolarista da primi 60 – poteva essere considerato un giovane piuttosto precoce, però perse poi un anno per una malagestione federale con il sudafricano Bob Hewitt che non era davvero il coach adatto per un ragazzino. Omar Camporese, classe 1968, ebbe i suo anni migliori, Rotterdam, Milano, le battaglie del ’91 qui in Australia con Becker dal quale perse 14-12 al quinto, ma poi battè Stich a Dortmund, nel ’91. Ma gente come Sanguinetti e Pozzi hanno fatto i loro migliori exploit quando erano vicini ai 30. Paolo Lorenzi e lo stesso Seppi, autore di una prestazione maiuscola e di una bella impresa, 9-7 al quinto su Karlovic. E mi perdonerà se non lo citerò abbastanza.

Idem anche Silvia Farina, e tutte le nostre ragazze che salvo la Errani che ha fatto finale a Parigi a 25 anni, sono state più forti intorno ai 30 che ai 25. La Schiavone ha vinto il suo Roland Garros a 30 anni, la Pennetta l’US Open a 33 contro una Vinci che ne aveva 32. A conclusione del punto B va quindi sottolineato che noi enfant prodiges non ne abbiamo mai avuti, né maschi né femmine, diversamente da quasi tutte le altre nazioni europee (solo i primi esempi che in un nano secondo mi vengono a mente sono: Svezia con i vari Borg, Wilander, Edberg, Germania con i Becker, Graf, Huber, Francia con  Noah, Gasquet, Mauresmo, Repubblica Ceca con Lendl, Navratilova, Spagna con Bruguera, Nadal, Sanchez, Croazia con Ivanisevic, Belgio Henin, Clijsters, Serbia Djokovic, Seles) e non europee (Australia Hoad e Rosewall, USA McEnroe, Sampras, Agassi, Chang, Courier, Cile Rios, Russia Medvedev, Kafelnikov, Safin, Brasile Kuerten etcetera). Non state a sottolineare tutti quelli che non ho messo. Bastano questi nomi a spiegare che quella dell’Italia nel tennis è una situazione molto particolare. Purtroppo.

c) Perché non li abbiamo mai avuti allora? È un caso? No, non è un caso. È un discorso legato alla educazione, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni e anche alla nostra disorganizzazione. La nostra educazione dice che in una famiglia sana e nella quale i genitori sono piuttosto uniti e rendono l’atmosfera di casa piacevole, si sta bene. Non c’è nessun motivo particolare per dover fuggire da loro, per andarsene via. Da noi non ci si sono i colleges, les ecoles de cadre, lontane da casa dove fino dall’età delle scuole medie inferiori i ragazzini e le ragazzine inglesi e tedesche vengono spediti a studiare e maturare. Da noi si cerca la scuola pubblica, o anche privata, il più vicino possibile a casa, così si torna a mangiare a casa dove c’è la mamma, o anche la nonna, che prepara da mangiare e che stira le  camicie (e il resto) sempre che non si stia così bene da potersi permettere anche un aiuto domestico. Inutile qui riaprire la polemica che si scatenò addietro sugli italiani mammoni. Ma è abbastanza così. Salvo che per gli abitanti dei piccoli centri, non solo le scuole medie superiori e licei vari ma anche l’università – per chi la fa – la stragrande maggioranza degli italiani la fa sotto casa, dietro l’angolo. Perché… costa meno, perché è meno impegnativo, perché è terribilmente più comodo. Per i ragazzi, figurarsi per le ragazze dalle quali le nostre mamme italiane ancor meno vorrebbero distaccarsi. Una mamma che vedesse il proprio figlio diciottenne, la propria figlia ventenne, che si allontana da casa, dalla cuccia materna, per sei mesi l’anno… soffre come un cane (nella maggior parte dei casi eh… sto generalizzando, e insomma prendete un po’ quel che scrivo con beneficio d’inventario perché ovviamente la casistica è infinita).

Ma tutto ciò, in tutti quei casi che rientrano nella descrizione così sommariamente accennata, rallenta terribilmente il nostro processo di crescita, di maturità, di autonomia, di indipendenza, di sviluppo della personalità. Nella vita – a causa anche di un sistema scolastico che ci costringe a cinque anni di scuole superiori quando invece altrove sono quattro quando non tre, per non parlare di quei corsi di studi universitari che richiedono cinque anni più o anche più di specialistica – si avanza in ritardo rispetto a francesi, americani, spagnoli, tedeschi. Nello sport idem. Il tennista nasce di solito in un ambiente familiar-sociale borghese, spesso di alta borghesia dove non si fa la fame come in certe realtà dell’Est Europeo, non si hanno gli stessi stimoli che spingono a “dover” arrivare per non vanificare gli sforzi dei genitori. E si ha tutto a portata di mano, il circolo, il maestro, perfino il torneo. Si possono giocare tanti tornei spostandosi il giusto. Oggi anche i Futures e i Challenger una volta esaurita l’epoca dei primi tornei giovanili. I secondi tornei giovanili già possono cominciare a coincidere con l’attività semiprofessionistica. Che si continua a fare con il minor dispendio possibile di energie, inclusi i minimi spostamenti.

Qui c’entra la cultura di una società, ovviamente. All’estero una mamma… due genitori che bloccano i figli dal prendere rischi, dall’uscire di casa a cercare fortuna, dal fare studi precoci all’estero, vengono considerati cattivi genitori, sono motivo di imbarazzo. In Italia no. Più facilmente si plaude invece alla loro volontà di tenere il più unita possibile la famiglia, alla capacità di fare sentire in forma permanente e presente il calore degli affetti. Sulla cultura si è permeata una tradizione che è dura a morire, anche se le necessità di costruirsi una formazione adeguata per trovare lavoro e la crescente difficoltà di trovarlo in un mondo sempre più duro e competitivo, sta pian piano allentandosi. La mentalità di genitori e ragazzi sta cambiando. Saranno magari meno spensierati i ragazzi di domani, ma matureranno prima.

Ma c’è anche un problema di disorganizzazione. Disorganizzazione della scuola, della famiglia, del mondo dello sport con gli enti preposti a promuoverlo, facilitandone l’accesso, organizzandone lo sviluppo, formando le strutture tecniche e gli uomini più preparati a trasmettere le proprie conoscenze. Quest’ultima parte – per quanto concerne il tennis – dovrebbe essere svolta, coperta, da una Federtennis diretta da persone in gamba fortemente appassionate e motivate. Allargare la base dei tennisti in maniera scientifica, istruirla, selezionare con i tempi giusti la parte migliore, concentrarla in uno o più centri diretti e seguiti dai migliori tecnici in circolazione. E per migliori intendo che quei “tecnici” debbano essere i  migliori possibili anche come persone, come maestri di vita con caratteristiche non improvvisate, perché “maneggiando” senza cura ragazzini dai 12 anni in su si possono fare danni anche assolutamente non trascurabili e semi-permanenti. Ci sono federazioni poverissime, in Sud America e altrove, ma non è il caso della nostra. Il punto è che i nostri “tesoretti” sono gestiti malissimo. Evitando di segnalare per l’ennesima volta il fallimento del centro tecnico federale di Tirrenia, incapace di tirar su in quindici anni qualche buon elemento per presumibili incompetenze di alcuni “educatori” altrimenti non si capirebbe come sia possibile che da un centinaio di ragazzi convocati in tutti questi anni non sia uscito fuori un solo buon tennista, l’unica speranza di avere qualche tennista in grado di arrivare fra i primi 30 giocatori del mondo è affidata a qualche gruppo privato che andrebbe allora finanziato – senza regolette vessatorie di sorte – dalla ricca federazione. La quale però, in tutt’altre opre affaccendata, si batte per tutt’altri obiettivi.

Concludo perché l’ho fatta anche troppo lunga. Chi è stato bravo a farsi strada nel professionismo, anche le nostre ragazze di Fed Cup, lo ha fatto sulle spalle dei genitori e dei propri coach (magari anche il papà come nel caso di Camila Giorgi). Trovando aiuti e supporto di vario tipo soltanto quando ormai il più era fatto. Solo che per fare quel… più, i ragazzi e le ragazze sono maturati tardi. Ovunque. Camila Giorgi è una di quelle. Ha 26 anni ma è come se ne avesse 22 in termini di esperienza, di know how. Date gli strumenti adatti a questi ragazzi e date loro fiducia e forse anziché a 26 matureranno a 22. Ma chi dice che un tennista italiano a 26 anni è ormai vecchio e poco credibile non ha capito granchè. Gli anni migliori di Camila devono ancora venire. E anche quelli dei ventiduenni di oggi. Per questo motivo ho scritto che io credo ancora in lei

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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