Nadal, strascichi polemici. Federer e 43 semi, Chung e Edmund le novità, ma Cilic…

Editoriali del Direttore

Nadal, strascichi polemici. Federer e 43 semi, Chung e Edmund le novità, ma Cilic…

MELBOURNE – Forse il croato che aveva messo in difficoltà Nadal potrebbe fare il bis dell’US Open, quando battè proprio Federer. Ma il record dello svizzero è… imbattibile

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Si discute ancora qui a Melbourne sulle dichiarazioni di Nadal a proposito del cemento killer e anche con alcuni apprezzabili commenti dei lettori del sito fra decine di “troll” che non avrei mai voluto leggere (e non ce la facciamo a cancellarli tutti, quando in mezzo a 4.000 post ce ne sono sparsi qua e là magari un centinaio: sarebbe un lavoro improbo che ci impedirebbe di fare altre cose più importanti e di qualità). Ho letto con interesse cosa ha scritto Gianni Clerici su Reppubblica (tramite la nostra rassegna stampa quotidiana), soprattutto il punto nel quale sottolinea come non ci sia altro sport nel quale si debba gareggiare su una superficie così dura. Mi pare un’osservazione significativa. Prima di perdermi in troppi commenti, senza avere il tempo di scorrerli tutti, mi sono copiato e incollato i primi che mi sono apparsi di un certo interesse, e siccome immagino che anche il 90 per cento dei lettori non abbiano avuto il tempo di leggerli, ve li rimetto qui sotto, prima di addentrarmi sulla giornata appena trascorsa (che è poi fatta di quanto accaduto nella notte con la disputa dei primi quarti di finale, i due a senso unico vinti da Halep su Pliskova e da Kerber su Keys, nonché quello vinto dal coreano Chung sull’americano Sandgren, tipo discusso e discutibile, ma certo un personaggio molto particolare.
“Traslando ad altri sport, sarebbe giusto avere solo campi da calcio della stessa misura in erba sintetica della stessa ditta produttrice? Sarebbe giusto avere lo stesso pendio e lo stesso percorso in diverse localita’ sciistiche? Sarebbe giusto fare gare di vela solo se il vento spira alla stessa velocita’ dalla stessa direzione? Sarebbe giusto fare gare di formula uno dove tutti hanno le stesse gomme e l’asfalto e’ sempre lo stesso (e’ gia’ piu’ o meno cosi’, ed infatti la F1 ha perso tutto il suo fascino)?”

“Si parla tanto di come l’omologazione delle superfici abbia cambiato (in peggio?) questo sport, e adesso si sta discutendo di… omologare le superfici? E su che base si sceglie il tipo di cemento? Saponetta o melma? Chi decide?”

“È giusto se metti la salute dei giocatori al primo posto. Già il cemento è duro (ahah), più è simile, più un giocatore si può preparare, trovare strategie e allenamenti. Questo, secondo me, diminuirebbe gli infortuni. Tutto qui, tanto le altre variabili (clima, altitudine, indoor…) rimarrebbero tali. In più, non è ciclismo né vela: non si stanno mettendo alla prova le doti atletiche contro la natura. É tennis, l’avversario dovrebbe essere solo quello dall’altra parte della rete.”

 

“Sicuramente mi sembra saggio ciò che suggerisce Marin (e non è il solo) un’omologazione non tanto dellle superfici, quanto DELLA superfice. Ovvero: complica di molto avere cementi dissimili in ogni parte del globo, senza considerare i fattori climatici e le palline.”

“Gli infortuni ci sono sempre stati e sempre ci saranno, non mi sembra che 15-20 anni fa ci fossero meno infortuni , anzi ricordo parecchi grandi giocatori fermi a lungo o finire la carriera prima dei 30-32 anni ( Safin, Philippoussis, Rusedski,Rios, Coria ,Norman , Kuerten,Ivanisevic, Rafter i primi che mi vengono in mente). Solo che una volta verso i 29-30-32 anni ci si ritirava o comunque diciamo che se avevi un infortunio serio in quell’età smettevi. Ora , grazie anche alla medicina che è migliorata e con la maggior attenzione al corpo, a 30-32-35 anni si continua . Quindi si chiede molto di più al fisico e molto più a lungo. Poi gli infortuni sono di tutti i tipi (spalla, anche, gomito,polso, muscolari,schiena ) e colpiscono tutte le tipologie di giocatori e direi anche a tutte le età . Anche i più giovani hanno avuto infortuni seri e penso a Coric, CHung, Kokkinakis, Kyrgios ecc ecc. Chiaro che il recupero da infortunio a 20-22 è una cosa mentre a 32-33 è un altra. Trovo molto superficiale dire che uno si fa male perchè gioca in maniera più “fisica” perchè il discorso è molto più complesso e singolare (nel senso che ognuno ha una sua struttura fisica,muscoli,fibre, articolazioni ecc). Io capisco cosa dice Nadal e si può anche condividere, ma poi alla fine ognuno deve fare le sue scelte e lui giustamente l’anno scorso ha giocato tantissimo e vinto tantissimo. Forse quest’anno giocherà meno e probabilmente sarebbe meglio per lui.”

“Il fatto e’ che i pipponi sono tutti quelli dalla terza posizione in giu’… Federer se ne e’ fregato (piu’ o meno) lo scorso anno e ha giocato dove voleva. Nadal magari puo’ fare lo stesso. Ma giocatori come Cilic, Dimitrov, ma anche tanti altri che arrivano con continuita’ ai quarti devono farsi le loro 60-70 partite se vogliono restare a quei livelli. Per Dimitrov, numero 3 del mondo, 49-19 su 23 tornei l’anno scorso. Numero 3 Del Mondo. 68 partite. Ma e’ un circolo vizioso, pero’. Se giochi poco, non fai punti, se non fai punti, non sei in alto in classifica. Se non sei in alto in classifica, hai un tabellone potenzialmente orribile. Se esci presto, perdi ancora piu’ punti. I criteri dell’ATP li conosco, ma purtroppo i meccanismi non ti permettono di saltare tornei. Per quello dico di abolire i tornei obbligatori del tutto. Non vedo perche’ bisogna concederlo solo ai 30enni con 600 partite. Gli infortuni vanno evitati prima dei 30, non dopo. Rafa ha giocato 17 tornei + Finals lo scorso anno. Per dire, sembra che abbia giocato tantissimo, ma ha giocato quello che richiede l’ATP. E’ arrivato sempre in fondo, 78 partite sono troppe. 18 (?) tornei vanno fatti, e 18 tornei sono tante partite per un top 10.

Il discorso è semplice…
si rompono 10 Top Player viene evidenziato il problema da tantissima gente a differenza se si rompessero 10 giocatore dalla 50 alla 100 questo è il primo punto che ha evidenziato lo stesso Federer dicendo che gli infortuni in realtà sono calati rispetto all’anno precedente. Basti vedere in questo AO… 2-3 giorni con un caldo pazzesco… nessuna lamentela tranne indovinate quando?! nella partita di Djokovic – Monfils, degli altri potevano pure schiattare tutti! Altro punto bisogna capire la causa degli infortuni… A Federer è capitato uno dopo una vita… non c’entra nulla con il circuito. Stessa cosa Wawrinka. Del Potro si è rotto fin da giovane al polso e operato per 3 volte… pure li è solo sfortuna. Vogliamo poi parlare dei vari Nishikori, Raonic… questi si rompo ogni anno dopo 3 tornei… non fanno testo! Ma se iniziamo a parlare di Nadal, Djokovic o Murray… questi hanno tirato per anni… con partite disumane di 5 e pure 6 ore… ok non sempre ma molte volte… tutto questo prima o poi il conto arriva. Qualcuno si ricorda di partite oltre le 4 ore di Federer?! forse le conti sulle dita di una mano in una intera carriera, oltre al fatto che quasi sempre la partita dopo era completamente cotto! Io tutte queste differenze le vedo eccome in questi 15 anni… poi se si vuole cercare colpe che in realtà non esistono allora… non lamentatevi se tra poco sparirà il 3 su 5 e stravolto tutto il regolamento.”

Vabbè, mi fermo qui, ma insomma alcune di queste considerazioni mi sono apparse calzanti. E da sviluppare. Per quanto riguarda quanto accaduto nella decima giornata dell’Australian Open, osservo che la sola donna che non ha perso un set per raggiungere le semifinali è quella meno titolata e l’unica che non è mai stata n.1 del mondo: Elise Mertens. Non è buffo? Le altre non hanno solo perso set, ma sono state a un passo dalle sconfitte. Halep ha cancellato 3 match point consecutivi all’americana Davis, Wozniacki perdeva 5-1 al terzo e 40-15 con la  croata Fett e Kerber è stata a tre punti dalla sconfitta con la cinese di Taipei Hsieh. Kerber ha dominato in tal modo la Keys che è sembrata la più forte di tutte. È anche l’unica delle quattro superstiti ad aver già vinto uno Slam, anzi due, e il primo lo vinse proprio qui. Io sarei abbastanza sorpreso se non si ripetesse. Ma con le donne è davvero difficile indovinare quel che può succedere.

Per quanto concerne il torneo maschile Chung mi piace molto. Sono curioso di vedere che farà con Federer. Non sembra tipo da emozionarsi. Ma è imperscrutabile. Magari dentro, come Ice-Borg un tempo, arde e non lo fa vedere. Stanotte si è preoccupato nell’ultimo game, distraendosi con Sandgren, per le cose che avrebbe dovuto dire a Jim Courier nella rituale intervista al vincitore. Era preoccupato per l’inglese! Lui e Edmund si trovano in semifinale per la prima volta. Proprio come Roger Federer a Wimbledon nel 2003. Da allora Roger ha centrato altre 42 volte il traguardo delle semifinali, spingendosi oltre 29 volte, per vincere 19 Slam e cedere in 10 finali. Un record pazzesco. Dubito che Edmund e Chung possano arrivare a metà di quelle semifinali. Però non mi stupirebbe che sia Chung sia Edmund, approfittando del ricambio generazionale, facessero prima o poi l’ingresso fra i top-ten. Che poi riescano a restarci a lungo è un altro paio di maniche.

Edmund ha colpi più esplosivi, servizio e dritto (questo davvero formidabile) e come scrivevo ieri mi pare il Courier del terzo millennio per un sacco di analogie fisiche e tecniche, mentre Chung mi pare più agile, più atleta, più muro alla Djokovic. A entrambi non manca davvero la grinta. La tigna. Edmund ha rimontato Anderson e due volte sotto da due set a uno, prima di regolare in quattro set sia Seppi sia Dimitrov… mentre Chung non ha tremato né quando ha fatto fuori gli Zverev, né quando ha affrontato il suo idolo Djokovic del quale Federer ha detto: “Non avrà giocato al suo 110 per cento, ma batterlo qui in Australia dove ha vinto sei volte è un po’ come battere Nadal a Parigi, è tutt’altro che semplice”. Chiaro che Federer sia considerato, anche per come ha giocato contro un ottimo Berdych dal secondo set in poi – o se volete dacchè ha annullato il primo dei due setpoint nel primo, sul 3-5, quando ha giocato una risposta di rovescio stupefacente – il grande favorito del torneo. E chiaro che le novità Chung e Edmund abbiano attirato sui loro exploit (anche per via di un ranking modesto, n.49 e 58) grande curiosità e attenzione, però alla fin fine il rivale più temibile per Roger è lo stesso che è arrivato in finale all’ultimo Wimbledon e non ha potuto difendere al meglio le proprie chances: Marin Cilic.

Le dichiarazioni post-match di Nadal hanno finito per sacrificare un po’ i meriti di Cilic che aveva giocato benissimo per tutti i primi tre set e mezzo, cioè anche prima che Rafa si facesse male. Cilic aveva mostrato personalità contro un avversario che gli aveva sempre lasciato briciole. E ora ce lo ritroviamo per la quinta volta in semifinale d’uno Slam. E ha fatto già due finali, quando vinse l’US Open 2014, dominando proprio Federer in semifinale (e poi Nishikori) e appunto a Wimbledon sei mesi fa. La finale Federer-Cilic è dunque la più probabile, ma si può escludere del tutto una finale fra i due “newcomers” Edmund e Chung? Mmm, non mi ci scommetterei la casa. Troppe volte, e non solo nel 2001 e nel 2003 a Wimbledon  o nel ’97 e nel 2005 a Parigi è accaduto che la rivelazione del torneo sulle ali dell’entusiasmo mettesse tutti d’accordo.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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