Dimenticare Roger Federer

Editoriali del Direttore

Dimenticare Roger Federer

Forse sarebbe meglio ricominciare da capo. Per apprezzare davvero l’essenza del suo tennis e della sua persona

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Si è scritto e detto di tutto ormai. Quindi sarebbe il caso di non scrivere o dire nulla. Converrebbe non porre l’accento su alcun particolare, non evidenziare alcun dettaglio per non cadere nella tiritera di una celebrazione di Federer che sta paradossalmente diventando stucchevole, quanto più dovuta. Le cifre sono diventate come le tabelline a scuola, i record sono recitati a memoria, la biografia è un romanzo storico conosciuto da chiunque. Quindi basta.

C’è un posto che appartiene solo a lui, nella storia e nella realtà del tennis. Di cui si è appropriato con talento e cuore, dominando in modo imbarazzante, soffrendo, perdendo, tornando. Di cui si è impossessato grazie anche alle sue assenze, che hanno dato un sapore diverso ad ogni torneo importante che non lo vedesse tra i protagonisti. Un posto che ha il suo nome, più in alto di molti se non di tutti, non certo soltanto per i suoi venti Slam.

Forse l’unico vero modo per poter apprezzare Federer in maniera diversa, sarebbe non curarsene. Non accorgersi della straordinarietà dei suoi risultati e del suo stare in campo. Approcciarsi al suo tennis giocato, tutto, come se fosse la prima esperienza di tennis in assoluto, per poter godere di uno spettacolo sì bellissimo, ma senza metri di paragone, e di conseguenza meno prevenuto. Bisognerebbe forse dimenticare Federer.

 

È fisiologico, naturale comparare numeri e trofei con chi l’ha preceduto e chi gli è contemporaneo. E metteteci anche un po’ di sano tifo (sano davvero però, senza isterie ignoranti), che in fondo fa anche folklore. Lo farebbe di più se fosse spassionato e incondizionato per giocatori di seconda fascia, sebbene anche in quei casi si scadrebbe nella corsa a “io lo seguo da sempre”. Insomma si decanti la superiorità, ma non si trascuri il bello in senso stretto.

Sarebbe l’errore più grossolano e sciatto da compiere. Descrivere o immaginare Federer e il suo gioco, in funzione di quello che è pallettaro, di quell’altro che è noioso, di quell’altro ancora che è rotto. Ogni volta che si confrontano i suoi gesti con quelli altrui, si inquinano, semplicemente perché sono dimensioni, tipologie e perché no qualità diverse. Non può esistere un altro Federer, così come nessuno dei suoi contendenti più quotati troverà emuli, almeno a breve.

Al contrario, forse converrebbe fare tabula rasa. Accendere il televisore o sedersi sugli spalti con l’idea di guardare tennis per la prima volta in assoluto. Per assaporare in modo puro, quasi innocente, il suo tennis, e illudersi che sia quello l’unico possibile. È pacifico che sia uno dei migliori di sempre, a mani basse il migliore della sua epoca. Allora si provi a viverlo con la sensazione che non possa esistere altro.

Numero uno vuol dire anche, e per certi versi soprattutto, essere ambasciatore del tennis. Portare e promuovere lo sport sui suoi vari palcoscenici, elevandolo, difendendolo. Migliorandolo. E migliorarlo vuole dire anche aiutare ad alzare la qualità della percezione che ne ha il pubblico, che sia con atletismo, comunicazione, dedizione. Se anche il pubblico si prodiga per custodire e alimentare quella percezione, allora la missione dell’ambasciatore è compiuta.

Si provi a valutare Federer come esempio, prima ancora che come recordman e campione. Lo si ammiri come emblema, e il suo tennis come se fosse l’unico possibile. Non perché lo sia, ma perché sarebbe bello lo fosse, non alterato dalle interpretazioni che altri giocatori propongono, e che finirebbero per portare a una sterile sequela di “sì, però”. Federer non è il tennis: ma è il veicolo migliore per darci l’idea di come il tennis potrebbe essere al suo massimo splendore.

Vero che un modello è tale perché superiore o migliore ad altro. Ma allo stesso tempo, la presenza di altro vizia l’ideale stesso di modello, perché significa che esiste qualcosa di inferiore o peggiore. Per poter davvero dare un’accezione nuova a Federer, forse servirebbe dimenticare i suoi numeri e i suoi trionfi, come le sue sconfitte e i suoi avversari. Dimenticare che possa esistere altro, per elevare al massimo quello che è.

“La felicità, signorina, è fatta di attimi di dimenticanza” (cit.)

 

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Australian Open

Australian Open: Berrettini può battere Rafa Nadal, ma deve servire meglio che con Monfils. E non solo…

Perché ha battuto Monfils. Forse sono sfuggiti alcuni degli straordinari progressi di Matteo. Perché sono andato a letto sognando anche Sinner in semifinale

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Confesso che me l’ero vista brutta per Matteo Berrettini quando sembrava si fosse accesa la spia rossa della benzina in riserva a metà del quarto set e lo vedevo tirarsi la racchetta sulle gambe e lamentarsi con il proprio angolo: “Non ho gambe, non ho gambe…”.

L’inerzia della partita sembrava decisamente passata nelle mani di Monfils. Sennonchè, come per la verità ho visto tante volte accadere nel tennis in tutti questi anni, quando un giocatore che si crede spacciato riesce a rimontare 2 set di handicap, ecco che proprio nel momento in cui la rimonta è riuscita c’è quel momento di rilassamento che lo punisce. Basta poco, pochissimo, per ridare fiato ed energie all’avversario rimontato che sembrava in crisi.

È proprio quello che è successo nel primo game del quinto set quando Monfils, avanti 30-0, si è concesso un paio di errori gratuiti. Poi c’è stato quel gran lob di Matteo e Monfils che ha tentato il tweener che non ha sorpreso Matteo, felicemente vigile a rete. E da lì è cambiato tutto. 4-0 con due break addirittura e match in mano al nostro gladiatore.

 

Del gladiatore Matteo ha un po’ anche l’aspetto, almeno per come ce lo si può immaginare attraverso la cinematografia. Russel Crowe? Magari no anche se al paragone nell’enfasi del momento mi ci sono lasciato andare, nel mio quotidiano video di un minuto per Instagram. Però non trovate che un po’ il viso dell’antico romano Matteo lo abbia?

Matteo è parso per anni un guerrier fragile. Ha patito mille infortuni il nostro dacchè gioca a tennis, polso, caviglie, schiena, polpacci, muscoli addominali. Quel fisico, così alto e longilineo, non poteva non essere fragile. Per liberarsi da tanti, troppi infortuni, Matteo ha dovuto lavorare duro, molto duro, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Altrimenti non sarebbe arrivato dove è arrivato.

Oggi è n.6 virtuale del mondo e domani chissà. Ma chiuse il 2018 da n.54 del mondo! Sembra un secolo fa e invece non sono passati 4 anni. Eppure a me pareva che avesse qualità tennistiche e di temperamento straordinarie già allora e non ho mai mancato di sostenerlo (sia lui, sia le mie teorie su lui).

I risultati parlano per lui. Sette volte è arrivato a giocare cinque set: ebbene, in sei occasioni è stato lui a vincere. Ha perso solo quella strana partita con Sandgren due anni fa a Melbourne. Invece tanto con Alcaraz che con Monfils ha saputo vincere al quinto set dopo aver perso terzo e  quarto set. Reagendo da campione a una serie di momenti difficili.

Probabilmente – come mi ha detto Matteo in conferenza stampa e mi ha confermato anche il suo bravissimo allenatore Vincenzo Santopadre – il nostro eroe, primo azzurro di sempre in semifinale Down Undersi è reso conto non appena si è trovato sotto di un break a metà quarto set che non era il caso di spendere tutte le residue energie (poche) per cercare di recuperare quel set,.

Ha capito intelligentemente – quando si dice l’esperienza! – che era meglio tenere un po’ di riserva per il quinto e cominciarlo subito con grande attenzione. Proprio quell’attenzione – chissà se Matteo l’ha pensato – che Monfils sulle ali dell’entusiasmo forse non avrebbe saputo tenere. Monfils è stato tenerissimo quando nella sua conferenza stampa ha poi detto: “Nei momenti decisivi Matteo fa sempre la cosa giusta, io mai…ma non ho ancora perso la speranza di riuscirci un giorno anche in uno Slam

Negli Slam, che è il tennis vero, dove la qualità tecnica deve accompagnarsi anche alla tenuta atletica e alla sagacia tattica per tutte le circostanze che si possono verificare in match che superano sempre le due ore e mezzo e non di rado sfiorano (o superano) le tre e quattro ore, Matteo Berrettini ha imparato a gestirsi alla grande. Lo ha ormai dimostrato in parecchie occasioni.

Non a caso ha vinto dal gennaio 2021 qualcosa come venti partite contro tutti i diversi avversari che ha incontrato. E ne ha perse solo tre, tutte e tre con il solo Djokovic, al Roland Garros, a Wimbledon e all’US Open. Ma senza essere dominato dal n.1. Sempre in 4 set. Insomma, dopo aver battuto tutti gli altri che gli si erano parati contro sul suo cammino ha tenuto testa alla grande anche al n.1 del mondo, due volte strappandogli il primo set e un’altra il terzo (facendolo sudare freddo anche nel quarto).

Ha insomma dimostrato di essere un tennista completo con una continuità notevolissima – quattro quarti di finale consecutivi – su quattro superfici diverse. E, come ho ricordato nei giorni scorsi  il re dei tiebreak, ha mostrato una solidità mentale a prova di bomba, vincendo quasi sempre i tiebreak anche con quei giocatori con i quali ha perso. Ho già ricordato più volte che ne ha vinti due su due con ciascuno dei primi due del mondo, Djokovic e Medvedev, sebbene abbia perso 4 volte con Novak e 3 con Daniil.

Non sono andato a rivedere tutti i risultati con i tiebreak vinti, ma di sicuro, oltre a quelli contro i top-2, alcuni me li ricordo: Alcaraz, Aliassime, Carreno, Ivashka…

Potrà ripetersi contro Rafa Nadal? Per i corsi e ricorsi vichiani lo ritrova per l’appunto dopo avere battuto Monfils nei quarti all’US Open 2019. Due anni e mezzo fa.

Quel giorno Berrettini giocò un gran primo set, migliore di quanto molti lo considerassero allora capace. Berrettini è sempre stato un po’ sottovalutato…tranne che da Ubitennis. Matteo arrivò infatti al doppio setpoint, 6-4 nel tiebreak, ma non riuscì a sfruttarli. Sbagliò una volee e gioco una palla corta… troppo corta e  che non avrebbe dovuto tentare. Perse 8 punti a 6 il tiebreak…quando ancora li perdeva!  

Ma l’attuale Berrettini non è più quello, non è più un novizio. È un altro Berrettini. E anche Nadal è probabilmente – certezze non se ne possono nutrire – un altro Nadal. Solo che il romano è cresciuto in tutto, fiducia, colpi, testa, fisico e Nadal no. Rafa, anzi, forse è un tantino in calo. Anche se ha vinto 9 partite di fila in Australia dall’inizio dell’anno e dopo un break agonistico di oltre 4 mesi (dal torneo di Washington in poi). Ma a giugno avrà 36 anni e…un po’ umano è anche lui.

Matteo ha finito di giocare i suoi 5 set diverse ore dopo Nadal, ma anche se entrambi godranno di due giorni di riposo, i 10 anni che li separano potrebbero farsi sentire sulle articolazioni di Nadal che durante il suo match con Shapovalov non è stato nemmeno tanto bene.

Non credo insomma che possa essere quello stesso Nadal che battendo Roger Federer vinse l’Australian Open 2009 – il suo unico Australian Open – dopo aver lottato inesauribilmente per 5 ore e 14 minuti contro Verdasco in una semifinale che non dimenticherò mai. Anche se il punteggio sono andato a ricercarlo ora: 6-7,6-4,7-6,6-7,6-4.

Quella partita battè in durata il record di 18 anni prima, quel memorabile 14-12 al quinto con cui Boris Becker (che avrebbe poi vinto il torneo diventando n.1 del mondo) superò il nostro Omar Camporese nel 1991. Forse la miglior partita in assoluto che io abbia visto giocare a Omar.

Quell’extraterrestre d’allora, Rafa Nadal, contro ogni pronostico battè poi a distanza di 24 ore anche Roger Federer nonostante tutti pensassero che il maiorchino sarebbe stato semi-moribondo per via della maratona con Verdasco. Ma, il tempo passa per tutti, anche per il fenomeno Nadal, e avere quasi 36 anni non è come averne 23.

Se ci fosse stato un solo giorno di intervallo come allora -. Federe aveva goduto di un giorno di riposo in più, questo è il primo anno in cui le semifinali a Melbourne si giocano nello stesso anno – allora Matteo sarebbe stato secondo me addirittura favorito, oggi come oggi.

Con due giorni per recuperare forse però l’irriducibile Nadal si sarà ripreso. E per quanto Rafa continui a dire “Sono contento così, che io vinca uno Slam in più o in meno rispetto a Federer o Djokovic, non cambia nulla per me, sono contento comunque e mi considero comunque molto fortunatoad avere la vita che ho vissuto”, l’occasione di conquistare lo Slam n.21 staccando i rivali di sempre fino all’amato Roland Garros, sarà certamente per Rafa uno stimolo e una motivazione motivo in più per non arrendersi fino all’ultima palla. Non che ne abbia bisogno, almeno in genere.

Contro Monfils Matteo ha servito meno bene che contro Carreno Busta. Con lo spagnolo aveva messo il 77% di prime palle, con il francese  appena il 61%. E ciò sebbene in molte occasioni Matteo abbia preferito mettere la prima a velocità più basse per scegliere semmai l’angolo piuttosto che l’ace. Oppure anche per seguire la battuta a rete approfittando della lontananza dalla riga di fondo di Monfils.  Ha fatto serve&volley 7 volte (più del solito) e ha fatto 5 punti. Cercando meno gli ace ne ha fatti molto meno, 12 ace invece dei 28 nei tre set con Carreno.

 E soltanto un terzo delle volte che ha servito è riuscito a non far rispondere Monfils. Mentre Carreno Busta non aveva risposto due volte su tre (o 49%).

Curioso il fatto che contro Alcaraz, nell’altro match di 5 set, Matteo avesse vinto 159 punti (come lo spagnolo) e questa volta contro Monfils 156, tre di meno (ma sei più di Monfils). In entrambi i match l’equilibrio è stato notevolissimo, nonostante il 6-2 dell’ultimo set con Monfils.

Ma quel che volevo significare è che stavolta ha dovuto impegnarsi e soffrire molto più da fondocampo, sia per le caratteristiche tecniche di Monfils, ma soprattutto perché il servizio di Matteo è stato inferiore al solito.

Se vuol battere Nadal – è qui dove volevo arrivare –  Matteo dovrà servire meglio. Anche Nadal a volte decide di rispondere da molto dietro la riga di fondo. Quindi anche con lui Matteo potrebbe tentare la carta del serve&volley, sia per togliergli la tranquillità nella risposta, sia per sottrarsi ad estenuanti palleggi che in linea di principio favoriscono Rafa. Solo che il serve&volley dovrà farlo negli angoli opposti a quelli usati per Monfils.

La traiettoria esterna in kick seguita dal serve&volley dovrà essere usata nei punti pari, anziché nei vantaggi. Con Monfils Matteo l’ha usata su un paio di pallebreak. Contro Rafa non funzionerebbe con altrettante probabilità. Sul 15-40 allora? Beh, meglio non ritrovarcisi però, perché anche se annullasse la prima pallabreak ci sarebbe comunque la seconda.

Nadal non ha mai avuto alcun problema quando doveva affrontare i giocatori che basano il loro tennis sul ritmo, sui palleggi. Ma quelli che battono bene come il miglior Berrettini – quello visto con Carreno – li soffre. Per questa ragione penso che quella di Matteo non sia una “mission impossible anche  se il dritto mancino pesantissimo e arrotato di Rafa che ha fatto sempre patire Roger Federer certamente raccoglierà decine e decine di puntia spese del rovescio di Matteo. Inevitabilmente. Il rovescio di Matteo è ancora oggi, nonostante gli indubbi progressi, assai inferiore a quello dello svizzero nei suoi panni. L’unica differenza a suo favore nei confronti di Federer sono quegli 11 centimetri in più d’altezza: il dritto di Nadal, pesante com’è, gli piegherà spesso la racchetta impegnata disperatamente a reggere quei topponi con lo slice, ma la palla di Rafa non supererà la spalla di Matteo come invece accadeva con la spalla di Roger.

Per finire quest’articolo ribadisco la sensazione che Sinner possa battere Tsitsipas, anche se quando leggerete questo articolo pubblicato non molto prima della mezzanotte, probabilmente saprete già il risultato e magari sarò stato smentito. Ma i pronostici, come diceva il grande Rino Tommasi che penso sempre, li sbaglia solo chi li azzarda.

I precedenti, come ricordiamo nell’articolo di presentazione scritto da Tommaso Mangiapane dicono che l’ateniese ha vinto 2 incontri su 3 e che tutti e tre si sono giocati sulla terra rossa, due con esito opposto proprio a Roma.

Beh, intanto, così come per Berrettini contro Nadal, Sinner negli ultimi 12 mesi ha certamente fatto più progressi piuttosto che Tsitsipas. Il greco poi è reduce da una lotta di 5 duri set con Fritz che dopo la recente operazione al gomito non si sa che riflessi possa aver comportato, sebbene lui abbia detto l’altro giorno di non avvertire più alcun dolore. E glielo auguro. Ma poi, almeno secondo me, Sinner è certamente più forte su questi campi in cemento piuttosto che sulla terra rossa, anche se il suo primo quarto di finale in uno Slam lo conquisto al Roland Garros e questo sarà soltanto il secondo.

Vedremo. Certo anche solo poter andare a letto sognando di avere due italiani in semifinale ad uno Slam come quell’unica volta nel 1960 a Parigi quando i nostri eroi furono Nicola Pietrangeli (battè Haillet e poi Ayala) e Orlando Sirola (perse da Ayala) mi farà dormire benissimo fino a dopo le cinque quando Sinner scenderà in campo. Aggiungo però una postilla che vi prego di non riferire – resti tra noi! – a Nicola Pietrangeli. Nel ’60 i professionisti erano banditi dal circuito dei dilettanti, Alcuni di loro, penso a Rosewall, Hoad, Gonzales, Sedgman, erano assai più forti di quasi tutti i dilettanti..che poi, anche queto resti tra noi, tanto dilettanti non erano. Erano semmai professionisti di Stato.

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Editoriali del Direttore

Australian Open- L’Italtennis ha scoperto un campione che tutto il mondo ci invidia: Berrettinner!

A Melbourne nella Rod Laver Arena l’Italia sarà rappresentata alla grande, prima nei quarti di finale e poi – io credo – anche in semifinale. Monfils e Tsitsipas non fanno paura al nostro n.1

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Jannik Sinner - Matteo Berrettini (foto Facebook/Twitter @atpcup)

Era l’ora. L’Italia ha finalmente il più forte tennista del mondo. Si chiama Mattjannik Berrettinner. Di nickname, o diminutivi, ne ha due, Matt e Jann. Berrettinner ha una personalità complessa. Ha decisamente qualcosa del tennista robot. Con lui dall’altra parte della rete gli avversari subiscono il carisma, restano disorientati, non sanno come affrontarlo perché non ha alcun punto debole. Che attacchi o si difenda, il risultato non cambia, lui ne esce vincente. E’ come se in sé Berrettinner avesse meccanicamente concentrato ed assemblato almeno le carratteristiche di due essere umano. Diversissimi tra loro, ma vincenti, irresistibili.

Il suo cognome tradisce in evidenza le origini internazionali, i genitori si sono adeguati ai costumi angloamericani al momento di battezzarlo, Matteo sarebbe in realtà il primo name e Jannick il middle name, ma lui non se ne dà per inteso, è comunque italiano purosangue anche se parla il tedesco e l’inglese come l’italiano, tanto da sembrare quasi… trimadrelingua.

Dall’Alto-Alto Adige alla capitale del Lazio, scendendo giù fino al più profondo Sud, dalle nostre parti non era proprio mai nato un simile fenomeno con una racchetta in pugno. L’Italia ne è entusiasta, i tricolori sventolano ovunque, perfino sui giornali color rosa il tennis spazza via il calcio… dalle ultime pagine.

 

Il destino è segnato, il futuro è suo e Angelo Binaghi, fortunato presidente della nostra Federtennis gode come un picchio, sognando di restare su quella amata poltrona per almeno un altro ventennio, in modo da organizzare le finali ATP e di Coppa Davis – via via – in tutte le città della Sardegna. Ma, in alternativa ove mancassero sedi sufficientemente attrezzate nell’isola, anche nel resto della Penisola.

Il nostro fenomeno ce lo stanno già invidiando in tanti. Ne parlano tutti da Melbourne a Sydney e non solo. Perché dal ’73, 49 anni fa quando a Parigi ci fece far bella figura Panattucci non avevamo più vissuto questi stessi momenti di gloria, chariots of fire, che stiamo provando in questi giorni. Quarti di finale per ora, ma tutti parlano già di semifinali. E ne hanno più d’un motivo. Se lo dicono i bookmakers…

Oggi come oggi c’è un solo rivale che può temere il nostro Berrettinner. E’ nato in Canada, è più o meno un coetaneo in progresso come lo è lui, ma è un cittadino del mondo: si chiama Shapolassime e non teme di competere con il nostro supercampione. Forse perché è il solo tennista capace di impugnare con successo la racchetta sia con la mano destra che con la mancina. Quelle non sono doti che hanno tutti, anche se si è sempre saputo che Toni Nadal si piccò di impostare il nipotino da mancino sebbene Rafa fosse destro. Aveva visto lungo zio Toni. Era come se avesse immaginato che un campione svizzero del futuro quel dritto mancino non lo avrebbe mai digerito e assorbito.

Ma, torniamo a noi e  state tranquilli cari lettori di tennis e Ubitennis: per 8/10 anni sentiremo parlare di lui, di Berrettinner, dei suoi trionfi, un’infinità di volte, fin dai primi quarti di finale aussies del 2022…Vedrete se il mondo non lo vedrà protagonista anche delle prime semifinali, tramite Discovery (e dove altro sennò?) con le immagini provenienti live dalla terra dei canguri, laggiù Down Under. Io mi sento di scommetterci, anche se non potrei. L’ho detto anche nel mio quotidiano lancio d’ogni pomeriggio su Instagram …A proposito, volete decidervi a diventare Ubitennis follower se vorrete saperne di più su Berrettinner? Ne parlerò quasi ogni giorno. Per anni.

Berrettinner è il tennista più completo che sia mai esistito, tant’è che si è proposto di allenarlo perfino John McEnroe insieme a Boris Becker – mica male come accoppiata! –  e sembra assolutamente in grado di oscurare la fama e i risultati di Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic. Non c’è mai stato tennista più completo di lui.

Roger Federer ha sempre servito bene, ma insomma di rovesci ne abbiamo visti anche di migliori. Tant’è che riconoscevi le sue grandi giornate proprio da quanto fosse centrato il suo colpo decisamente più debole.

Se non fosse mai arrivato coach Ljubicic a insegnargli il rovescio coperto anziché quello pervicacemente bloccato con il taglio sotto alla palla su cui andava nozze quel terribile mancinaccio maiorchino, Roger avrebbe smesso di vincere poco dopo i 30 anni, con Wimbledon 2012.

Rafa Nadal come serviva e come volleava prima di diventare un over 30 pure lui? Per carità bravo, anzi bravissimo sulla terra rossa – e chi lo discute? – ma insomma gli altri suoi Slam around the world in bacheca sono stati solo 7, proprio come un McEnroe qualsiasi. Bravo Rafa a centrare 14 quarti di finale in Australia, certo, ma un solo Slam a Melbourne dice che ‘sto gran fenomeno ovunque e dovunque non è poi stato’.

Novak Djokovic? Mah,  insomma, di partite, tornei, Slam, ne ha vinti anche lui – mi pare 20 come gli altri due – ma uno che abbraccia gli alberi per farsi forza dove vuoi che vada, soprattutto se è così testone da non vaccinarsi quando il 97% degli altri tennisti lo fa e finisce per pagar cara la sua gran testardaggine? Contento lui…

In attesa che Luca Baldissera proponga qui la sua celeberrima rubrica lanciata da Ubitennis e felicemente intitolata gli “Spunti Tecnici”, ecco che da International Coach quale sono e mi onoro d’essere, mi accingo a spiegare quelle caratteristiche tecniche, atletiche e mentali di Berrettinner che ne fanno un assoluto fenomeno.

Berrettinner è un tipo molto particolare, estroso, parrebbe quasi che avesse due personalità, anche nel modo di vestire, di acconciarsi, di truccarsi. Un giorno si tinge i capelli di rosso, si veste con i completini orribili della Nike e si fa chiamare Jann. Un altro giorno se li tinge di nero, si mette la roba più classica tutta bianca oppure tutta nera della Boss e preferisce che lo si chiami Matt, quasi che gli desse fastidio quel nome assai più originale, meno banale con cui lo battezzarono i genitori: Mattjannick. Un nome che sa di matto…o di extraterrestre?

Rispetterò, senza capire ma adeguandomi, questa debolezza del nostro SuperEroe Berrettinner, per addentrarmi nell’analisi tecnica del suo tennis assolutamente irresistibile.

A pagina 2 Berrettinner al microscopio, colpo per colpo

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Australian Open

Australian Open: Ora chi discute più Matteo Berrettini? [Video-commento]

Colpo per colpo lo confronto con i top-player. Sul servizio non c’è gara. Sul dritto è top-3

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Lunedì 31 gennaio Matteo Berrettini sarà n.6 del mondo in caso di vittoria nei quarti contro Monfils (a patto che nessuno dei due teenager Sinner e Auger-Aliassime vinca il torneo). Un posto più su del best ranking di Corrado Barazzutti. 2 posti più sotto del best ranking di Adriano Panatta che però fra i top 10 non c’è stato così a lungo come Matteo, il quale ha ovviamente tutte le migliori intenzioni di restarci ancora a lungo.

Ma sono sicuro che non gli basterà aver raggiunto quel traguardo, così come non si accontenterà di essere il primo tennista italiano di sempre ad aver raggiunto i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam. Nemmeno quando riuscisse a essere il primo a raggiungere anche le semifinali in tutte e quattro si accontenterebbe.

Eppure potrebbe accadere già quest’anno…visto che lo scorso anno ha avuto la sfortuna di imbattersi in Djokovic nei quarti a Parigi e a New York.

Fra i tennisti in attività (considerando anche Roger Federer e del Potro) sono stati capaci di raggiungere i quarti in tutti i 4 Slam soltanto 10 tennisti, incluso lui: Djokovic, Murray, Nadal, Wawrinka, Cilic, Nishikori e Tsonga.

Come vedete non ci sono né Medvedev, né Zverev, né Tsitsipas, che lo precedono in classifica, né Thiem e né Rublev che lo hanno preceduto fino a oggi.

Io credo che Matteo debba essere considerato il favorito nel match con Monfils, e stavolta anche dei bookmakers che avevano clamorosamente ciccato il pronostico alla vigilia del suo duello con Alcaraz.

 Vincerebbe di sicuro se riuscisse a servire nuovamente come contro Carreno Busta: 28 aces quando uno mette anche il 77% per cento di prime a una media di 197 km orari per quanto concerne la prima (ma ha servito anche a 218 km) è una roba pazzesca. Su 71 prime ha fatto 62 punti, l’87% dei punti. Nessuno al mondo secondo me è in grado di fare così.

Il malcapitato Carreno – oggi sfortunato anche nei suoi rapporti con il net – non è riuscito neppure a rispondere ben 43 volte su 97 servizi, fra prime e seconde, il 47% delle volte. In pratica, circa una volta sì e una no. Eppure Carreno è un tennista completo che sa fare tutto benino, servizio, risposte anche se la sua forza primaria la palesa nel corso di uno scambio quando e’ capace di far muovere parecchio l’avversario.

Lo stesso Matteo sembrava quasi sorpreso di questi numeri, delle percentuali più che degli ace.

“Una delle prestazioni migliori al servizio della mia carriera” ha commentato nel venirne a conoscenza.

Nessuno può ovviamente garantire che lui possa servire due volte di seguito così, però la sua solidità a prova di bomba è fuori di dubbio nelle situazioni più importanti. Ha concesso una sola pallabreak a Carreno e boom non si è nemmeno giocato il punto.

Anche nei tiebreak naturalmente, come ho avuto modo di ricordargli, citando i tiebreak vinti con Djokovic, Medvedev, Monfils, Alcaraz, Aliassime e ora Carreno… Matteo si è dimostrato di una solidità impareggiabile, ingiocabile“Se perdo il prossimo tiebreak vengo a prenderti a casa tua!” mi ha minacciato sorridendo e toccando legno.

Per quanto mi potrebbe far piacere che venisse a trovarmi per un’esclusiva! il legno lo tocco anch’io. Non si sa mai.

Se Matteo riuscisse a battere nuovamente Monfils, come già 3 anni fa a Flushing Meadows nei quarti, 7-6 al quinto, Matteo avrebbe all’attivo 3 semifinali su 4 negli Slam: US Open 2019, Wimbledon 2021 (dove poi ha fatto finale, sempre meglio precisare per i lettori più smemorati o pignoli) e appunto Australian Open.

Gli mancherebbe la semifinale sullo Slam, il Roland Garros, della superficie sulla quale è nato tennisticamente e che lui fino a non molto tempo fa considerava la più adatta alle sue caratteristiche.

Lui che a 18/19 anni non aveva ancora punti ATP, come ha ricordato parlando di Alcaraz. Chissà se la pensa ancora così. Glielo voglio chiedere, la prossima volta…dopo una vittoria (non certo dopo una sconfitta!). Perché è chiaro che il suo servizio è più efficace ovunque, piuttosto che sulla terra che è più lenta. E anche i suoi missili di dritto idem Però, allo stesso tempo rovescio slice, smorzata e tempi di recupero in difesa, ecco che sulla terra battuta sarebbero avvantaggiati.

 Oggi su Eurosport Mats Wilander, dopo aver prima del duello con Carreno profetizzato che Matteo avrebbe potuto pagare la fatica delle oltre 4 ore di tennis lottate con Alcaraz – ora tutti diranno “per forza è Gufander!” però suvvia, quel timore lo avvertivano in tanti, non solo Wilander – si è complimentato con lui perché…: “Sappiamo che il rovescio è il tuo punto debole e tuttavia anche sull’erba riesci a a trovare modo di aggirare quella debolezza…bravo davvero”.

E Matteo gli ha risposto: “Sono cresciuto sulla terra rossa e mi piace, ma quando avevo 18 anni il mio coach mi ha detto che dovevamo allenarci sul cemento perché è lì che si gioca il maggior numero di tornei importanti e devi sentirti a tuo agio. Quanto all’erba alla mia prima stagione da junior e andai a Wimbledon all’inizio l’ho odiata. Ora sono contento di riuscire a fare bei risultati su tutte le superfici”.

Ovviamente, anche se sogna di fare ancora meglio il nostro primo tennista che ha giocato una finale a Wimbledon – ed era stato il secondo dopo Barazzutti (1977, si gioco sulla terra verde) a fare semifinale all’US Open – e il quarto in Australia 31 anni dopo Cristiano Carattigià i quarti raggiunti consecutivamente negli ultimi 4 Slam non possono non essere una grande soddisfazione per lui e per tutti coloro che hanno sempre creduto in lui.

Fra questi ultimi, permettete e guardate questi link di miei editoriali passati, modestamente ci sono anch’io. Ora è facile, troppo facile salire sul carro del vincitore Berrettini. Ora dicono di crederci tutti e magari dicono anche di averci sempre creduto. In tutta onestà non è davvero così.

Ero stato subissato di critiche quando, dopo aver visto Berrettini giocare alla pari con Thiem, batterlo una volta e perderci di misura un’altra con Thiem che fu sospinto in modo incredibile a Vienna dal pubblico di casa, osservai nel 2019 che secondo me Berrettini, più giovane di un paio d’anni, non era in prospettiva inferiore a Thiem anche se l’austriaco aveva fin lì – soprattutto a Parigi prima degli exploit a New York e in Australia del 2020– fatto risultati migliori.

Oggi dopo un 2020 stellare, sono ancora oggettivamente migliori i risultati del desaparecido Thiem rispetto a Berrettini, dal momento che ha giocato 4 finali di Slam (2 Roland Garros perse, 1 Australian Open persa, un US open vinto su Zverev), però le doti di Matteo mi erano parse potenzialmente e in prospettiva altrettanto straordinarie.

E ad ogni modo oggi finalmente si può ammettere che non era un confronto assolutamente privo di senso, da tifoso accecato per amor di patria. Se ne poteva quantomeno discutere, secondo me. Invece ci fu chi si prese beffe di me, secondo il costume dell’epoca e del web. I cosiddetti leoni da tastiera. Che poi qualche volta possa capitare di forzare un po’ i paragoni ci sta. Anche quest’articolo probabilmente susciterà reazioni…scomposte.

Ma resta il fatto che colui che fino a un anno fa, prima di 4 quarti di finale consecutivi negli Slam, di una finale a Wimbledon, per molti era un usurpatore di un posto tra i top-ten, un tennista che ne sarebbe uscito quanto prima. A suon di risultati sta smentendo tutti. Bravo lui.

Gli è facile smentirli perchè il suo servizio è il migliore del mondo fra i giocatori che non hanno solo servizio dall’alto degli oltre 2 metri e 6 cm, cioè Isner e Opelka.

Matteo ha una battuta più solida e continua di quelle, pure eccellenti, di Zverev (non parliamo della seconda palla…) e di Medvedev che non di rado qualche doppio fallo se lo concedono. I doppi falli di Matteo sono invece rarissimi e la percentuale di prime, come abbiamo visto, spaventose.

Lo smash non lo sbaglia mai. Né al rimbalzo né al volo. Djokovic dovrebbe andare a lezione da lui. Forse anche Medvedev.

E il dritto? Di quale altro tennista vorreste avere il dritto a confronto di quello di Matteo? Del Potro sì, però l’argentino a furia di tirarlo a quel modo si è rotto il polso nel 2010. Poi naturalmente Nadal dalla potenza deflagrante e agli angoli pazzeschi, ci aggiunge il fatto di quelle traiettorie mancine che Federer si sveglia di notte con gli incubi. Anche Federer dai, ha un dritto che levati, però ormai di Federer si può parlare come di Gonzalez mano de piedra, Lendl, Cash, Newcombe e… Tilden! Solo che Roger non è mica più un tennista in attività, purtroppo. Mi sembra comunque altrettanto efficace, pesante, quello di Alcaraz, seppur certo meno elegante di tanti.

Poi per carità anche i dritti di Medvedev, Tsitsipas, fanno male. Ma non mi pare quanto quello di Matteo.

Per la miglior smorzata mmmm… non saprei: dei top-top-players Djokovic, Nadal, un paio di gradini più sotto Fognini, con lui se la battono.

A rete Matteo può ancora fare progressi. Ma non è malvagio, mi pare. Ieri ne ha sbagliate un paio. Potrebbe andare a rete un po’ più spesso, ma servizio e dritto già vincenti spesso non gli danno il tempo di avvicinarla.

Ok resta il punto debole del rovescio, obiettivamente inferiore di gran lunga rispetto a Djokovic, Medvedev, Zverev e parecchi altri. Però è indubbio che sia miglioratissimo.

Con Carreno Busta, più che con Alcaraz che lo metteva sotto una diversa pressione, un diverso peso di palla, ne ha giocati almeno sette o otto vincenti. Lungolinea più che incrociati. E il suo slice – per tirare il quale deve essere perfettamente sulle gambe però, perché sennò gli va sempre in rete – non è per nulla facile da tirar suo e da attaccare, se non si ha lo schiocco di polso e l’esplosività del dritto di Alcaraz.

Mi fermo qui, per il momento. Lasciamo che Berrettini vada avanti per la sua strada, assai ben imboccata, e poi ne riparleremo. Credo, come ci crede lui, che le occasioni non mancheranno.

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