Spunti tecnici, on court: Adelchi Virgili, la facilità di accelerazione

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Spunti tecnici, on court: Adelchi Virgili, la facilità di accelerazione

Il talento del fiorentino nel far scorrere la palla è di livello assoluto. La sfortuna con gli infortuni patiti in carriera è stata terribile. La speranza è avere finalmente la possibilità di giocarsela senza intoppi, e vedere come va

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Ventisette anni, quasi ventotto (li compirà il 10 marzo), nel tennis di oggi non sono poi tanti, in particolare se molti di questi anni, senza colpa alcuna, non sono stati passati in campo. La storia del talento di Firenze Adelchi Virgili, a tratti, è stata più simile a un calvario, iniziato da adolescente con un grave infortunio alla schiena, e proseguito con uno stillicidio di guai fisici di ogni genere che ne hanno enormemente limitato le opportunità di emergere ad alto livello professionistico. Ma non voglio parlare di questo, raccontando il giocatore Adelchi. Nella speranza che serva anche a esorcizzare un passato tanto travagliato, preferisco focalizzarmi sugli aspetti positivi, e sul futuro.

Da tecnico, la curiosità che ho provato in una fredda mattinata di fine anno, al Tennis Club Oasi 2000 di Padova, dove oltre a Virgili si allena anche la promettente giovane Melania Delai, era tanta. Adelchi, seguito dal padre Alessandro, è uno di cui professionisti preparatissimi ed esperti come Fabrizio Fanucci, Riccardo Piatti e molti di coloro che lo hanno affrontato tra cui Viktor Troicki (best ranking 12 ATP) e Blaz Kavcic (best ranking 68 ATP), hanno detto meraviglie. “Mai visto nessuno con dritto e rovescio come lui“, “velocità di braccio da top-10“, affermazioni importanti. Se uniamo a questo il fatto che già a 14-15 anni Adelchi si allenava a Montecarlo con gente come Marat Safin e Rafa Nadal, venendo anche invitato in cabina di commento da Rino Tommasi e Gianni Clerici, insomma, la voglia di verificare di persona era come detto notevole.

L’unico modo migliore per capire e valutare i tennisti rispetto allo stare a bordocampo, di fianco e molto vicino, è giocarci contro direttamente. Più di così, direi che non è possibile fare. Incurante dei vent’anni, e soprattutto delle dieci categorie di differenza, ho fatto un’oretta di allenamento con Adelchi, e dire che ne è valsa la pena è poco. A mio avviso, e in tanto tempo passato negli anni a due metri dai migliori del mondo un po’ di occhio spero di essermelo fatto, come velocità di braccio pura ma soprattutto facilità di accelerazione della palla siamo ai livelli di un Fabio Fognini, per intenderci (e per rimanere nei confini del tennis di casa nostra). Ma andiamo a vedercelo insieme.

 

Qui sopra, qualche minuto di palleggi sulle diagonali maggiori e sul lungolinea. Da notare la fluidità dei movimenti di approccio alla palla di Adelchi, che proprio come Fognini (tanto per continuare con il paragone precedente) dà l’impressione di caricare meno del consueto con le gambe, e di muoversi con una semplicità ingannevole. Ingannevole perchè in realtà Virgili è un fulmine in campo, anticipa costantemente le traiettorie, e sale talmente tanto sopra i colpi da far sembrare che usi poco il busto spalle e la flessione delle ginocchia. Ma per l’appunto, è solo un’impressione visiva. Posso assicurarvi, per esperienza diretta, che qualsiasi cosa gli arrivi, topponi in recupero difensivo (cioè la maggior parte dei miei colpi, ovviamente) o palle spinte, o tagliate, Adelchi in due passi va in aggressione sugli impatti, tirando giù delle fucilate semipiatte spaventose. Senza perdere mai leggerezza negli appoggi e nel footwork, che come sempre quando si parla di tecnica a questo livello è l’aspetto che più si nota se confrontato con il cosiddetto “tennis di tutti i giorni”.

Qui sopra lo vediamo meglio ancora, di fianco e con qualche immagine in slow motion. Penso che rispetto alle immagini in campo lungo, che come è noto rallentano moltissimo l’effetto della velocità di palla, si possa capire meglio che razza di bombardamento sia in grado di produrre Adelchi con i fondamentali. La cosa interessante tecnicamente è il modo lineare con cui Virgili va attraverso i colpi in orizzontale, quello che ne deriva – e che credo si possa ben vedere dal primo video più su – è che il rimbalzo schizza via rapidissimo. Eravamo in un campo coperto di terra rossa, d’inverno a Padova l’umidità non scherza, le condizioni erano assolutamente da classificare come molto lente. Ma l’impressione nettissima che ho avuto, affrontando le pallate di Adelchi, era di star giocando su carpet o erba sintetica. Posso solo immaginare quanto dura possa essere reggere uno scambio con Virgili sul rapido vero, o addirittura sull’erba naturale, le potenzialità sono devastanti. Il servizio viaggia bene, oltre i 200 kmh, al volo è ottimo, e considerando anche la splendida manualità nel tocco di palla, e la capacità di mascherare i drop-shot sia di dritto che di rovescio, non manca davvero nulla.

Qui sopra, tanto per chiudere in modo divertente, e prego i nostri lettori di non essere troppo severi con chi scrive, qualche punto di match-play, in cui Adelchi, giustamente, si diverte a infliggermi accelerazioni assortite, palle corte illeggibili, e un lob liftato francamente umiliante ma meritato, vista la volée agricola (cit. Tommasi) precedente. Detto che una partitella (per la cronaca, almeno un game di servizio per l’onore di Ubitennis l’ho portato a casa) a ritmi controllati non significa nulla, una cosa da notare è comunque la capacità di Virgili di entrare aggressivo con le risposte. Nel mio piccolo (e legnosissimo di schiena nonchè caricamento delle ginocchia, maledetti gli acciacchi dell’età), la prima palla sui 180 kmh e oltre la tiro ancora, ho avuto occasione di verificarlo a Indian Wells giocando nei campi coperti dai sistemi di rilevazione elettronica, ma come potete vedere, il modo in cui Adelchi mi risponde due volte vincente diretto di rovescio è imbarazzante. Poco da fare, il ragazzo ha un istinto per il timing e una naturalezza di esecuzione che non si trovano spesso.

Finalmente, dopo un 2017 che lo ha visto entrare nei primi 400 del mondo, speriamo di potercelo godere qualche stagione intera senza più guai fisici, e se pensiamo a uno come Paolo Lorenzi, che è arrivato al suo miglior rendimento a 35 anni e oltre, o agli exploit “tardivi” di un tipo come Luca Vanni, perchè non provarci? I programmi sono di salire rispetto ai futures, e di giocare challenger e possibilmente qualificazioni ATP. Personalmente, ritengo che il livello di Virgili lo possa tranquillamente portare verso la top-100, poi la possibilità di crescere ancora ovviamente dipenderà da tanti fattori, ma l’approccio giusto e la voglia ci sono eccome. E soprattutto, c’è tanto, tanto talento e bel tennis, che sarebbe un vero peccato non vedere espresso fino in fondo.

Mi sento come uno che sta andando all’università senza aver fatto le superiori“, racconta Virgili, “e il tempo perduto è difficile da recuperare. Ma voglio ritrovare anche le sensazioni e le splendide esperienze che ho avuto in passato, perchè sono tutte cose che mi hanno portato a quello che sono adesso. Come nel caso di Stefano (Travaglia, n.d.r.), le avversità possono portarti a essere più forte. Se te hai la forza e la passione per superare certi ostacoli, puoi ottenere cose che forse, se fosse andato tutto liscio, non saresti riuscito a raggiungere. Ora inizio a sentirmi davvero bene, sicuramente meglio di quando avevo vent’anni. Come approccio al gioco, anche se so che a volte non è sbagliato tatticamente, non riesco ad attendere solo l’errore dell’avversario, cerco sempre di creare situazioni per metterlo in difficoltà. Ma non esagero più con le palle corte come una volta! Il supervisore tecnico, da sempre, per me è mio padre, e ringrazio il cielo che ci sia lui accanto a me. Mi ha sempre capito, anche quando ero un po’ ribelle…

In bocca al lupo per il 2018, caro Adelchi (che per inciso, è un ragazzo di una simpatia e disponibilità uniche), non vediamo l’ora di poterti ammirare nel circuito che conta, dove un braccio d’oro come il tuo meriterebbe di stare senz’altro.

(si ringraziano Paolo Di Giovanni e Francesca Padoin per le immagini)

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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