Sara Errani: Parigi, Suzhou o Chieti non cambia nulla

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Sara Errani: Parigi, Suzhou o Chieti non cambia nulla

Dalla finale del Roland Garros a quella di un ITF cinese e a continui turni di qualificazione, Paolo Maldini da 5 Champions League vinte a una Coppa UEFA da comparsa: perché?

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Parigi, 7 giugno 2012. Sara Errani conquista la finale del Roland Garros superando in tre set (7-5 1-6 6-3) Samantha Stosur. Suzhou (Cina), 22 ottobre 2017Sarita alza al cielo un trofeo, ma il successo è di tutt’altro spessore. Si tratta dell’ITF da 60.000 dollari che si gioca a poco più di 100 km da Shanghai. Un successo giunto verso la fine di una stagione che ha visto la tennista romagnola partire al n.49 del mondo, vincere al massimo una partita sia negli Slam che nei Premier, uscire rapidamente dalle prime 100, battere due sole top-50 (sulla terra marocchina di Rabat, contro la n.40 Alison Riske e la n.26 Daria Gavrilova) e ritrovarsi dopo la squalifica per assunzione di letrozolo al n.280 del ranking. Arrivare a un passo dalla vittoria del Roland Garros e poi, nella fase finale della carriera, vincere un torneo sperduto dove la testa di serie n.1 è la n.97 WTA Nao Hibino, sembra fotografare fedelmente il declino di una grande giocatrice, che trascina la sua carriera verso un finale malinconico, con una piccola vittoria che non può nascondere un’uscita di scena poco più che anonima. Tanto più che dopo quel torneino sono arrivate tre tristissime sconfitte in altri tre posti sperduti contro giocatrici oltre il n.130 del mondo (a Liuzhou, Cina, contro la n.244 Robson, a Taipei contro la n.139 Cabrera e ad Honolulu contro la n.147 Boserup).

Così parlerebbe chi si ferma alle vittorie più importanti, relegando i successi e le sfide non di primo livello a partite che fanno solo volume. Non è così e i paragoni con i campioni di altri sport lo dimostrano. Paolo Maldini ha terminato la sua grande carriera con una stagione incolore: uno dei terzini più forti di sempre ha concluso la sua avventura nel Milan con un 3° posto nel campionato 2008-09 e un’apparizione in Coppa UEFA – allora si chiamava ancora così – quasi inverosimile per uno che ha sollevato al cielo cinque Coppe dei Campioni. Che ci faceva Maldini ai sedicesimi dell’attuale Europa League (eliminato dal Werder Brema)? Che ci faceva Sara Errani all’ITF di Suzhou? Non potevano fermarsi prima invece di chiudere accompagnati dalla malinconia di chi li ha visti sui palcoscenici più grandi?

No, per nessuna ragione al mondo. La grandezza dei due sta proprio qui: la gioia di chi ama il proprio sport non sta nel successo, ma nel conseguirlo. Scendendo in campo. Si chiama passione: facile trovare le motivazioni per allenarsi e sgobbare quando devi sfidare Maria Sharapova o il Barcellona di Romario e Stoichkov. Impossibile senza il sacro fuoco quando di fronte hai Hanyu Guo (l’avversaria in finale di Sara all’ITF di Suzhou, n.328 WTA) o gli olandesi dell’Heerenveen.

 

La vicenda del tortellino dopato non c’entra nulla. Che Errani sia colpevole o vittima di una disattenzione -peraltro imperdonabile per una professionista – non è per una questione di riscatto che ha deciso di continuare. Non è vincendo in un ITF in Cina che dimostri di essere ancora al livello di una top ten. Sara è andata avanti perché ama il tennis, la competizione, quegli occhi che da blu come il mare sereno diventano rossi di rabbia agonistica al momento di colpire la palla. Non scendi in campo nelle qualificazioni del WTA International di Tianjin se non ne sei intimamente convinta. Altrimenti, non c’è finale del Roland Garros che tenga: le avversarie carneadi ti sbranano. Per evitare una fase finale della carriera davvero triste, sovrastata fisicamente da ragazzine che lottano per arrivare, devi avere grandi motivazioni.

Segue a pag. 2 con le recenti salite e cadute di Sara e l’attesa della sentenza del TAS

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evidenza

Schiavone: “Vinta la battaglia più dura, ho sconfitto un tumore”

La grande campionessa italiana ha annunciato sul suo profilo Instagram di aver lottato contro l’avversario più difficile. Pochi giorni fa ha avuto la buona notizia

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Dopo averne giocate e vinte tante sul campo da tennis, Francesca Schiavone ha superato un’altra battaglia, la più importante. A poco più di un anno dalla sua scelta di lasciare il tennis professionistico, comunicata in una conferenza stampa durante lo US Open 2018, la prima tennista italiana a vincere uno Slam ha superato un periodo molto difficile a causa di un tumore maligno che ha sconfitto dopo sette mesi di battaglia con annessa chemioterapia. L’annuncio su Instagram è arrivato oggi venerdì 13 dicembre.

In collegamento video dalla sua abitazione durante la serata conclusiva del Festival dello Sport che si è tenuto a Trento dal 10 al 13 ottobre, Francesca già era apparsa senza capelli come risultato della terapia a cui si sta sottoponendo per combattere una forma di cancro. La notizia aveva raggiunto la redazione di Ubitennis già nelle scorse settimane, ma per rispettare la privacy di Francesca abbiamo scelto di non divulgarla fino a un’eventuale apparizione o dichiarazione pubblica.

L’immagine di Schiavone è stata riportata su Instagram da alcuni spettatori presenti al Teatro Sociale di Trento, ma l’ex tennista non ha fatto alcuna menzione del suo problema di salute. Con la consueta energia ha invece partecipato a un dibattito a distanza con Flavia Pennetta, che sul palco di Trento ha fatto da madrina all’evento di chiusura del festival, Game, set and Slam.

Lo scambio più divertente tra le due campionesse Slam è stato certamente quello in cui Flavia ha chiesto esplicitamente a Francesca di allenare suo marito Fognini.

Insieme sareste perfetti“, ha suggerito Flavia, ma la replica di Francesca non si è fatta attendere: “Tuo marito è quello che ha il vero talento in famiglia. Può vincere anche più di te!“. Respinta al mittente la battuta con un sorriso carico d’orgoglio – ‘Non credo proprio‘, ha detto Flavia – la tennista pugliese ha poi contestualizzato la sua proposta: “Fabio e Francesca sono molto simili, si chiudono a riccio e tengono tutti lontano, ma fuori sono dolcissimi. Per questo dico che lei sarebbe perfetta come suo coach“. Su Instagram è arrivata anche una risposta semiseria di Fognini, che in una storia ha scritto ‘Io ci sto’ in riferimento alla proposta formulata da sua moglie a Francesca.

Che sia per raccogliere davvero la sfida di allenare Fognini, dopo la breve parentesi con Wozniacki a Charleston, o semplicemente per proseguire nel suo progetto milanese di scovare i campioni del futuro, l’augurio della redazione di Ubitennis è che Francesca possa guardare alle sue prossime sfide. Per vincerne ancora altre.

Rassegna stampa: Schiavone, incubo finito. “La mia vittoria. Ho sconfitto il cancro, adesso torno a sognare”

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Focus

Fognini riparte bene a Diriyah, ma l’ATP Cup sembra in dubbio

DIRIYAH – Fabio batte Isner per la prima volta in carriera, sebbene in via ‘ufficiosa’, e domani sfiderà Monfils in semifinale. La gravidanza di Flavia, ormai quasi a termine, deciderà quali saranno i suoi impegni nelle prossime settimane

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Pouille, Wawrinka, Fognini e Goffin - Diriyah Tennis Cup (via Twitter, @DiriyahCup)

da Diriyah, il nostro inviato

Non si capisce bene se è più l’escursione termica tra giorno e notte o quel modo tutto saudita di seguire il tennis, ovvero con shisha al seguito, a caratterizzare di più l’esordio del tennis in Arabia. Il primo match della storia del paese lo vince Fognini, gli altri tre li stravincono Monfils – che domani affronterà l’italiano – Medvedev e Goffin, che si sfideranno nell’altra semifinale. I quattro giocatori sconfitti, che poi sono anche quelli privi di testa di serie, genereranno invece un tabellone di consolazione, tanto per allontanare ancora di più la competizione da i crismi di un vero torneo.

Fognini batte per la prima volta in carriera Isner, sebbene in via ufficiosa, e torna a breakkarlo sette anni dopo l’ormai vetusta sfida di Valencia 2012 (nell’altro precedente di Cincinnati 2016 non aveva saputo infrangere il servizio di Long John). Si tratta anche della seconda vittoria consecutiva contro un gigante statunitense, dacché nell’ultimo incontro ufficiale del 2019 Fognini ha sconfitto Opelka, scagliando quella volta più di 15 ace come gli è riuscito solo cinque volte in carriera. Oggi al servizio ha cominciato malino, servendo proprio piano nei primi game, forse nel tentativo di rodare gli ingranaggi di Hawk-Eye Live che qui sostituisce i giudice di linea (come alle Next Gen di Milano). Più che altro si è fatto notare con quattro o cinque ottimi passanti di rovescio, segno che le gambe girano già piuttosto bene e la caviglia per ora non da fastidio.

 

Sono rilassato, mi sento bene” ha detto Fabio – non precisamente a noi, ché ancora ci risponde a monosillabi, ma ai colleghi seduti al nostro fianco – “anche se non mi sono goduto del tutto le vacanze perché Flavia è incinta, e ho fatto la spola tra Roma e Barcellona perché lei è a casa lì. Siamo quasi al termine della gravidanza: questa e la prossima settimana, poi tornerò a casa e rimarrò fino alla fine“.

Che detta così sembra mettere a rischio la sua partecipazione all’ATP Cup, che comincerà tra meno di un mese, ma a domanda diretta Fognini risponde ‘forse‘. Appare ovvio come la priorità adesso debba essere la gravidanza di Flavia, pronta a regalargli il secondo erede dopo la nascita di Federico. Quando comincerà la sua campagna australiana, probabilmente, dipenderà da quanta fretta di nascere avrà la sua secondogenita.

IL RE DELLE ESIBIZIONI – E chi se non il giocatore più tricky mica solo tra questi otto, ma più o meno in tutto il circuito? Gael Monfils domina una versione parecchio abbacchiata di Stan Wawrinka dopo un primo set quantomeno allegro – e dire che qui bere alcolici è proibito – per via dei cinque break su otto giochi disputati, e si presenta in sala stampa col solito piglio di intrattenitore. Proprio sala stampa, non sala conferenze, perché qui gli organizzatori hanno scelto di farci parlare con i tennisti comodamente seduti sui divani dell’area media.

Gael Monfils – Diriyah Tennis Cup (via Twitter, @DiriyahCup)

Prima dice che il 2019 non è ancora finito ed è presto per parlare del 2020, poi si lascia coinvolgere dall’atmosfera che definire informale è un eufemismo – aria fresca dopo undici mesi di conferenze seriose-omologate-domanicercheròdidareilmassimo – e dice in modo piuttosto convinto che vuole salire più su del numero 6 raggiunto ormai tre anni fa, da cui non è neanche troppo lontano occupando adesso la decima posizione.

Gli chiediamo se esista un giocatore che gli somiglia, in qualche parte nel mondo, e acchittando il teatrino di giornata risponde: “Non vorrei sembrarti presuntuoso e risponderti di no, ma ti rispondo di no!” prima di coinvolgere la cricca dei sofà bianchi in una fragorosa risata collettiva (volete il video? Ve lo cuccate scartabellando le nostre storie su Instagram: seguiteci!). Di fronte alla domanda relativa a chi dei giovani virgulti lo convinca di più, si mette a riflettere in modo molto teatrale e poi risponde che è una domanda difficile, anche perché quei tre ‘sono leggende e non mollano‘ e tutto sommato sporcano il giudizio.

Il più vicino a vincere uno Slam finora è stato Medvedev” dando una risposta implicita e anticipando così l’arrivo del successivo ‘cliente’, proprio il russo, a cui guardandolo giocare daresti massimo due o tre ore di vacanze complessive per quanto sembra ancora (o già?) in forma campionato. Le tre sconfitte alle Finals – quattro consecutive se consideriamo Chardy a Bercy – devono averlo incattivito parecchio se continua a dire che da adesso in poi vuole vincere sempre, esibizioni, allenamenti o tornei di rubamazzo che siano, neanche avesse vinto poco lo scorso anno.

Se la metti così, caro Daniil, allora cosa prendi per il 2020 Da dove (ri)partiamo? “Beh, ovviamente uno Slam, e se proprio devo sceglierne soltanto uno dico l’Australian Open. Mi trovo piuttosto bene lì, anche se i risultati dicono che lo Slam che mi calza meglio è lo US Open...”. Pare che lì abbia giocato persino una finale di cinque ore, ma potremmo sbagliarci.

Il principe russo

Risultati:

[4] F. Fognini b. J. Isner 7-6(4) 6-4
[2] G. Monfils b. S. Wawrinka 6-3 6-3
[1] D. Medvedev b. J-L. Struff 6-3 6-1
[3] D. Goffin b. L. Pouille 6-2 6-4

Semifinali

[4] F. Fognini vs [2] G. Monfils
[1] D. Medvedev vs [3] D. Goffin

Tabellone di consolazione

J. Isner vs S. Wawrinka
J-L. Struff vs L- Pouille

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Flash

ATP Awards 2019, Santopadre in corsa per diventare coach dell’anno

Il tecnico romano, regista dell’ascesa di Matteo Berrettini, potrà essere votato dai colleghi. Nomination anche per Moya, Apostolos Tsitsipas, Cervara e Massu

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Vincenzo Santopadre - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

C’è anche Vincenzo Santopadre nelle nomination per il coach dell’anno, una delle categorie degli ATP Awards 2019. A votare saranno gli stessi allenatori del circuito. Il tecnico romano si è guadagnato l’ingresso nella prestigiosa cinquina avendo accompagnato la scalata di Matteo Berrettini fino alla top 10. Una stagione, quella dell’attuale numero uno azzurro, iniziata oltre la cinquantesima posizione del ranking e conclusa da ottavo del mondo, con la soddisfazione di aver centrato la prima storica vittoria di un italiano in un match delle ATP Finals. La candidatura di Santopadre viaggia in parallelo con quella dello stesso Berrettini come “Most improved player of the year“, certificazione degli enormi progressi nel corso dei mesi che l’hanno portato fino al picco della semifinale dello US Open.

Vincenzo Santopadre e Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

CONCORRENZA GRECA – A contendere il riconoscimento al tecnico romano saranno Apostolos Tsitsipas (papà e coach di Stefanos), Carlos Moya (al fianco Nadal), Gilles Cervara (regista dell’ascesa di Medvedev) e Nicolas Massu (da marzo nell’angolo di Dominic Thiem). Santopadre e Tsitsipas senior – i principali candidati al premio, stando a quel che filtra – condividono l’esperienza avviata al fianco di giocatori poco più che adolescenti, portati in pochi anni a diventare campioni di dimensione globale. Il greco, dopo il successo al Masters, si candida per un 2020 da protagonista anche a livello Slam senza mai aver messo in discussione il delicato e affascinante binomio con il padre allenatore.

GLI ALTRI Moya è al fianco di Nadal dal 2016, quando ha rappresentato la successione dolce allo zio Toni. Tra i due, separati da dieci anni, c’è una consolidata amicizia che ha contribuito a rendere ancor più proficua la relazione professionale. Di Cervara, francese, si è parlato di recente per l’approccio fortemente tecnologico che ha voluto dare all’allenamento del suo assistito. L’ascesa di Medvedev è stata infatti accompagnata dalla costruzione del servizio al laboratorio, come raccontato di recente in un’interessante intervista rilasciata a L’Equipe. L’arrivo di Massu nell’angolo di Thiem è invece estremamente recente: quella che sembrava una collaborazione limitata al Sunshine Double, si è cementificata dopo il successo dell’austriaco a Indian Wells (primo Masters 1000 in carriera). Portando altri quattro trofei in una stagione conclusa da numero quattro del mondo.

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