Serena, Venus e Indian Wells: 17 anni dopo

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Serena, Venus e Indian Wells: 17 anni dopo

La (non) semifinale del marzo del 2001 e il boicottaggio, le difficoltà e i trionfi: nel mezzo ventitré sfide e ventisette Slam. Serena e Venus Williams di nuovo di fronte, a vent’anni dal primo incontro agli Australian Open

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Venus e Serena Williams (foto di Art Seitz)

La morte della sorella Yetunde, assassinata per errore a Compton da un proiettile esploso da un membro dei Crips e diretto al fidanzato, e la depressione e gli infortuni, e la sindrome di Sjogren e l’embolia polmonare, e le avventure imprenditoriali e lo Yetunde Price Resource Center in quella stessa Compton per assistere le famiglie vittime di violenze e traumi, e il matrimonio e il parto, travagliato, e l’incidente in auto. E ancora, ventisette titoli Slam in singolare e undici in doppio, e tre ori olimpici e novantasette titoli nel circuito, e più di trecento settimane al numero uno e altre ventitré partite l’una contro l’altra. E diciassette anni.

Tanto è passato nella vita di Serena e Venus Williams dalla non-partita del 2001 di Indian Wells, che ne determinò il boicottaggio per i successivi quattordici anni. E tanto è stato scritto e raccontato, che diventa un’impresa particolarmente ostica quella di dire qualcosa di nuovo, alla vigilia della ventinovesima sfida tra sorelle. E allora mi limiterò a toccare solo la storia più recente, oltre a quella avvenuta nel deserto californiano quasi vent’anni fa.

Le vicende di marzo 2001 restano tuttora delicate da ripercorrere perché toccano un nervo teso della società americana che, se all’epoca al lettore italiano o europeo poteva sembrare forse anacronistico, si è ora esteso anche al nostro continente: cosa è tacciabile di razzismo. Ripercorriamo i fatti: il quindici marzo è in programma la semifinale tra Serena e Venus. Le due hanno lasciato la miseria di tre giochi l’una alle avversarie nei quarti di finale: Dementieva per Venus e Davenport per Serena. Venus era all’epoca quella più di successo in famiglia: aveva già due Slam contro uno di Serena, aveva vinto l’oro olimpico ed era numero tre al mondo, quattro posti più su della sorella, e aveva prevalso in quattro dei cinque confronti diretti.

 

L’ingombrante presenza del padre Richard, che rappresentava una figura peculiare nel mondo prevalentemente posh tennistico, faceva storcere il naso a molti, certi che una sua parola decidesse l’esito degli incontri tra le figlie. Le accuse, nemmeno troppo velate e avallate da una parte della stampa, erano di combine: a decretare la vincitrice non era il campo ma Richard, in base a quale delle due ne avesse più bisogno, o avesse le maggiori possibilità di vittoria al turno successivo.

Il quattordici marzo, nella conferenza stampa successiva alla sconfitta con Venus, Elena Dementieva contribuisce a scaldare gli animi: “Chi vince domani? Non so che ne pensi Richard, ma credo sarà lui a decidere chi vincerà.” (Dementieva dirà poi la settimana seguente che la sua riposta fosse solo una battuta, e che non pensasse davvero che Richard giocasse a fare il burattinaio). Tanto bastò a far riaffacciare le accuse della stampa di partite-farsa tra sorelle.

Il giorno dopo accade l’irreparabile: tre minuti prima dell’inizio dell’incontro, l’organizzazione del torneo annuncia il ritiro di Venus per una tendinite. Serena è in finale senza giocare. Venus dichiarerà poi di aver notificato gli organizzatori del ritiro ben prima del comunicato data al pubblico, ma la furia si è già abbattuta sul clan Williams, reo di aver fatto simulare l’infortunio a Venus. Perché però, secondo la logica per cui i precedenti incontri fossero stati già comunque decisi a tavolino, questa volta avrebbero dovuto decidere di organizzare la combine in maniera così palese e goffa è difficile a capirsi.

Il diciassette marzo si gioca la finale: Serena contro un’altra giovane di belle speranze, Kim Clijsters. I quindicimila posti a sedere sono tutti occupati. L’entrata di Serena in campo è accompagnata da un coro di boo, così come quella sugli spalti di Venus e Richard, che di tutta risposta alzerà il pugno, in un gesto evocativo delle lotte razziali di qualche decennio prima. Il pubblico farà un tifo fanatico per Clijsters per tutta la durata dell’incontro, vinto da Serena in rimonta in tre set. I boo accompagnano Serena fino al punto finale: i suoi doppi falli sono accolti da applausi, così come i suoi errori gratuiti. L’allora diciannovenne Williams passerà le ore successive nello spogliatoio a piangere, descrivendo poi l’esperienza come “uno dei momenti più brutti della mia carriera”.

Richard dichiarò di aver ricevuto epiteti razzisti nei suoi confronti e minacce di morte: “Se fossimo ancora negli anni ’70, ti scorticheremmo vivo”. Il torneo però non registrò nessuna di queste accuse, né alcuno degli spettatori si fece avanti per denunciare atti razzisti. È qui quindi che si divide l’opinione pubblica tra chi crede che i boo fossero motivati dal colore della pelle delle Williams, e chi invece sostiene che derivassero dalla frustrazione nel ritardo nell’annuncio dell’infortunio di Venus e nella convinzione che la partite fossero controllate da Richard.

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Al femminile

Quanto vale Sofia Kenin?

I sorprendenti cambiamenti tecnico-tattici di una giocatrice in continua ascesa e con un ruolo nel circuito WTA ancora tutto da definire

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Sofia Kenin - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ci avviciniamo alla fine della stagione, e stanno per arrivare le classiche votazioni organizzate da WTA per celebrare le maggiori protagoniste del Tour. Da alcuni anni, ormai, le categorie dei WTA Awards sono definite: “Giocatrice dell’anno”, “Giocatrice più migliorata”, “Esordiente dell’anno”, etc. Magari sbaglio, ma penso che Sofia Kenin non vincerà in alcuna categoria, sopravanzata da qualche altro nome in ogni votazione. Come togliere a Gauff il titolo di esordiente dell’anno? O ad Andreescu (oppure ad Anisimova) quello di giocatrice più migliorata?

Ragionavo su questo dopo aver considerato l’ultima classifica WTA: Kenin questa settimana è numero 15. Davvero una posizione ragguardevole. Eppure Sofia non è ancora riuscita a sfondare in pieno nell’immaginario di media e appassionati. Nata nel novembre 1998, finora ha sempre trovato qualche altra nuova giocatrice che, per una ragione o per l’altra, è sembrata più meritevole di starle davanti in termini di considerazione.

Se per esempio ci limitiamo alle sue connazionali, troviamo nomi statunitensi più precoci di lei (Gauff, Anisimova). Se invece ci concentriamo sull’età, fra le coetanee del 1998 spicca Aryna Sabalenka che è già stata Top 10 e propone un gioco più di impatto rispetto al suo. Ecco perché, probabilmente, Kenin non ha finora ricevuto una attenzione proporzionata a quanto è riuscita a compiere di recente nel circuito.

 

Eppure nel 2019 ha lasciato una traccia da non sottovalutare. Ce lo dicono i dati. Tre tornei vinti in stagione (Hobart, Maiorca, Guanzhou), due Numero 1 del mondo sconfitte (Barty a Toronto, Osaka a Cincinnati), e una progressione nel ranking significativa. Questa la sua posizione in classifica dal 2015 in poi: 620, 212, 113, 52, 15.

Tenendo presenti questi risultati, forse è venuto il momento di provare a considerarla con più interesse. Riavvolgiamo il nastro, e cominciamo dal suo periodo da junior, perché ci sono aspetti che meritano di essere ricordati.

Gli inizi di Sofia Kenin
Prima di parlare di tennis, un paio di notazioni famigliari. Kenin è statunitense, ma è nata a Mosca, figlia di genitori russi emigrati negli USA. Il padre Alexander ha raccontato al New York Times il non semplice periodo di spostamento fra i due continenti: in Russia Alexander studia informatica di giorno e di notte fa l’autista, mentre la moglie Svetlana è infermiera.

Decidono di cercare fortuna in America alla fine degli anni ’80. Aspettano il visto per alcuni anni, prima di intraprendere un viaggio a tappe, che passa anche da Austria e Italia. Arrivano nel 1987 a New York (prima a Brooklyn e poi nel Queens), e gli inizi non sono facili. Per questo, quando sta per nascere la figlia tornano in patria, in modo che la famiglia di origine possa aiutarli ad allevare la nuova arrivata. (Scelta insolita, visto che la legge dello ius soli attira molte partorienti negli USA). Passano alcuni mesi e i Kenin si trasferiscono definitivamente negli USA, tanto che oggi Sofia ha solo il passaporto americano. Rimane però, come lascito europeo, la lingua, dato che in famiglia si parla russo.

Oltre a questi complicati andirivieni, a rendere le cose un po’ più difficili c’è la questione del nome di battesimo di Sofia: non utilizzato da parenti e amici più intimi, che in realtà la chiamano Sonya. In sostanza Kenin va aggiunta a quella schiera di tenniste che compaiono all’anagrafe con un nome, ma che sono abituate a identificarsi in un altro modo; ecco allora Jelena “Aljona” Ostapenko, Cori “Coco” Gauff, Sofia “Sonya” Kenin.

Sofia comincia a giocare a tennis a cinque anni, e spicca subito per le sue qualità. Stupisce vedere una bambina così piccola e così dotata, tanto che diventa rapidamente una mini-star, suscitando l’interesse di giornali, riviste e televisioni. E per questo viene fotografata insieme a Clijsters e Kournikova. A sette anni gioca tre ore al giorno, convinta di poter diventare la futura numero uno del mondo:

Per assecondare le sue qualità la famiglia si trasferisce in Florida, dove la allena il padre; ma Sofia è seguita anche da Rick Macci, che la ricorda così: “Era una piccola e spaventosa creatura. Era speciale per la coordinazione occhio-mano e per la capacità di colpire la palla di controbalzo. L’unica che ho visto così era Martina Hingis”.

Macci non è un signore qualsiasi visto che gestisce una Academy dove sono passate le sorelle Williams, Andy Roddick, Jennifer Capriati. Va però ricordato che dichiarazioni del genere le aveva rilasciate anche per Monique Viele, passata alla storia per essere stata descritta come una straordinaria enfant prodige, e che invece non ha mai sfondato a livello professionistico.

Kenin però dalla sua non ha solo gli elogi, ma anche i risultati, visto che è sempre fra le migliori per classi di età negli USA. A livello internazionale arriva in finale in un torneo importante come l‘Eddie Herr under 14: in quella occasione domina tutta la concorrenza (6/0 6/0; 6/3 6/1; 6/2 6/2; 6/3 6/0; 6/3 6/2), ma poi in finale perde in tre set dopo essere stata in vantaggio per 6-1, 5-2. Avversaria di quel giorno è l’ungherese Fanny Stollar, nata anche lei nel novembre 1998 (e best ranking 114 WTA), che finisce per prevalere 1-6, 7-5, 6-3.

Una grande amarezza, ma Kenin non è certo il tipo da farsi abbattere; del resto nelle interviste, quando le chiedono quale è la sua miglior qualità, non indica uno specifico colpo o una dote fisica, ma risponde sempre: “La combattività”. Lo spirito indomito aiuta molto nel tennis, ed è praticamente indispensabile in quei primi anni da ragazzina, visto che fatica a crescere in altezza: piccola e minuta, deve spesso misurarsi contro avversarie più alte e potenti di lei, e per questo è obbligata a mettere in campo superiori doti di resistenza e sagacia tattica.

Allungare gli scambi, variare le parabole, pungere con le smorzate: queste sono le armi a cui fa ricorso per sopperire al deficit fisico. Sotto questo aspetto ricorda gli inizi di Daria Kasatkina, che da giovanissima aveva lo stesso handicap di potenza rispetto alle coetanee, e per questo doveva affidarsi a un tipo di tennis molto simile per avere la meglio.

Poi con gli anni Kenin cresce di statura, sino all’attuale 1,70 e comincia a spiccare nei risultati da junior. Vince l’Orange Bowl 2014 e arriva in finale agli US Open 2015 dove perde da Dalma Galfi, ma dopo essersi presa la rivincita in semifinale contro Stollar. Il best ranking di Kenin da junior è numero 2, raggiunto nel novembre dello stesso anno.

a pagina 2: Il professionismo, il 2018 e l’esperienza di Fed Cup

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Italiani

Mosca e Lussemburgo: Giorgi fuori dopo mille occasioni, Petkovic vince al terzo

Camila spreca l’impossibile contro Andrea Petkovic e finisce per perdere un match che avrebbe potuto vincere in due set in Lussemburgo

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Camila Giorgi - Osaka 2019 (foto via Twitter, @torayppo)

LUSSEMBURGO – Sconfitta al limite dell’incredibile quella di Camila Giorgi contro Andrea Petkovic all’esordio nel torneo lussemburghese: la nostra N.1 vince il primo set con un perentorio 6-0. Poi ha avuto la palla break per andare a servire per il match sul 4-4 del secondo, salvo poi perderlo per 6-4. Nel terzo set si porta avanti 4-3 e servizio finendo per perdere 3 giochi consecutivi e l’incontro. Una sintesi perfetta di un 2019 non proprio memorabile per Camila tra infortuni e risultati deludenti.

La lucky loser olandese Bibiane Schoofs è entrata al posto di Voegele che aveva sostituito Bonaventure (rispettivamente, dolore addominale e infortunio alla spalla sinistra), ma la fortuna finisce lì perché si trova di fronte la prima testa di serie Elise Mertens. Un bagel nel primo set e la scontata distrazione belga all’inizio del secondo, poi Elise può chiudere 6-3.

Il tabellone completo e aggiornato

 

MOSCA – Kiki Bertens e Belinda Bencic si giocano l’accesso al Masters di Shenzen. Entrambe sorteggiate nella metà bassa del tabellone e omaggiate di un bye, conoscono finalmente i nomi delle prime avversarie. Belinda, terza testa di serie, troverà la slovena Polona Hercog, facile vinctrice di Katerina Siniakova, mentre la seconda favorita del seeding Kiki affronterà la qualificata Kaia Kanepi che ha regolato 6-1 6-3 Timea Babos. Con il posto garantito alla Finals, Elina Svitolina se ne sta tranquilla sulla prima riga del main draw in attesa del suo incontro con Veronika Kudermetova che ha rifilato un doppio 6-3 a Ons Jabeur.

Grazie alla vittoria in tre set (l’unica della giornata) contro Yulia Putintseva, Kristina Mladenovic diventa numero uno di Francia a pari punti con Caroline Garcia. Esordio sul velluto per Dayana Yastremska che supera 6-1 6-4 Daria Kasatkina. La ventiduenne russa n. 37 WTA era campionessa uscente, quindi perderà oltre trenta posizioni in classifica.

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ATP

Sinner brillantissimo, ad Anversa arriva la quarta vittoria nel tour. OK Murray

La rivincita su Majchrzak vale a Jannik il secondo turno contro Monfils. Murray non brilla ma vince

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Jannik Sinner - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

CHE SINNER! – In finale al Challenger di Ostrava il 5 maggio scorso, Kamil Majchrzak lo aveva annichilito. In quell’occasione autore di un match perfetto, al primo turno di Anversa il qualificato polacco non ritrova però lo stesso avversario un po’ a corto di energie, bensì la versione migliore di Jannik Sinner che onora la wild card superandolo in due set. Il sipario si apre su un Sinner davvero centrato e reattivo che comanda lo scambio, nel palleggio a ritmo sostenuto si dimostra più solido e capace di muovere il gioco, oltre che di chiudere con accelerazioni puntuali. Majchrzak, nei primi 100 dallo scorso luglio, è stordito da una partenza tanto aggressiva e muove finalmente il punteggio tenendo la battuta al quinto game.

Jannik concede qualche errore con il dritto, ma i suoi piedi sono sempre vicinissimi al campo e si guadagna un set point in risposta sul 5-1. Kamil però lo annulla, prende fiducia e brekka al gioco successivo approfittando di un paio di imprecisioni a rete del giovane azzurro che, viceversa, si irrigidisce un po’ e regala qualche errore di troppo. Di nuovo con la battuta a disposizione, al quarto set point Sinner riesce mettere al sicuro un parziale che si stava complicando.

L’essere arrivato così vicino a girare una partita dalla quale non vedeva via d’uscita fa perdere un po’ di grinta a Majchrzak, quanto basta perché praticamente regali il turno di battuta in apertura a uno Jannik che ritrova invece la tranquillità necessaria e delle percentuali con il servizio migliori rispetto a quelle del primo set. Con una splendida chiusura lungolinea di rovescio, Sinner si prende un altro break al settimo game e, stavolta senza affanni, vola al secondo turno dove lo attende la prima testa di serie, Gael Monfils. Dopo la semifinale Challenger della scorsa settimana, arriva la quarta vittoria nel circuito maggiore per Jannik che ha dominato l’incontro, con solo una piccola flessione nella seconda parte del primo parziale in cui era peraltro ampiamente in vantaggio. Una vittoria che, almeno virtualmente, gli vale un altro piccolo passo verso la top 100 (per ora, sarebbe n. 114) e al cut off dell’Australian Open.

MURRAY SENZA LODE – Rispetto alle ultime incoraggianti apparizioni, è una versione di Andy Murray decisamente sottotono quella che supera 6-4 7-6 la wild card Kimmer Coppejans. Andy arriva ad Anversa forte di una condizione in costante crescita e, per batterlo, ormai c’è bisogno di mettere in campo una prestazione di alto livello, come hanno recentemente dovuto fare Dominic Thiem e Fabio Fognini. Ecco, allora, che la sfida inedita contro il n. 158 ATP rischia di diventare quasi un allenamento per l’ex numero uno del mondo. Un rischio che sembra concretizzarsi dopo il 3-0 iniziale, ma tre doppi falli scozzesi rimettono subito in corsa l’avversario e diventa chiaro in fretta che non assisteremo a un incontro entusiasmante.

Coppejans mette in campo oltre l’80% di prime battute su cui però perde quasi la metà dei punti, il contrario di quello che avviene sul servizio di Andy, prefetto con la prima tranne la parte in cui ne mette dentro una ogni cinque minuti (sarà il 44% alla fine del primo set, per essere più precisi). Concede anche qualche errore di troppo nel palleggio con il dritto, ma resta comunque il più solido e, senza particolari emozioni, incamera il parziale brekkando al decimo gioco.

 

Il secondo set si apre con Kimmer che inizia a fare punti rispondendo al primo servizio e piazza vincenti tra dritto, rovescio e drop shot; insomma, non ci sono più certezze e arriva anche il doppio fallo di Murray sulla palla break. Il venticinquenne di Ostenda rientra in fretta nell’uniforme da Challenger cedendo subito il vantaggio; Andy non sa approfittarne per portare definitivamente l’inerzia dalla propria parte e, anzi, subendo nove punti di fila, deve ricorrere al servizio per evitare di finire sotto un 1-4 pesante. Tanti errori da parte di entrambi, pochi scambi tesi e qualche bella smorzata a catturare temporaneamente l’attenzione.

Il belga non ha le armi per fare davvero male e il suo gioco mal si sposa con quello di Murray che, in una serata tutt’altro che brillante, riesce ad alzare il livello quanto basta per arrivare al tie-break. Lì, un bel punto per uno e il resto sono errori, compreso lo smash finale di Coppejans su una difesa di Andy degna del suo nome. In ogni caso, per l’uomo dall’anca artificialmente rivestita si trattava come sempre di mettere nelle gambe un altro match e guadagnarsi l’opportunità di giocare ancora: missione compiuta. Un giorno di riposo e giovedì gli toccherà il vincente fra Pablo Cuevas e Hugo Dellien, non due assidui frequentatori del duro indoor.

GLI ALTRI MATCH – Passo falso di Richard Gasquet che si fa rimontare il 6-1 iniziale da Soonwoo Kwon, n. 88 ATP in rapida ascesa (era fuori dai 200 a febbraio). L’esperienza non mette Richard al riparo dalla classica reazione di inizio secondo set, ma il francese recupera sul 2 pari. Il ventunenne coreano ha però trovato il tempo sulla risposta e il suo rovescio bimane, piuttosto compatto, è solido ed efficace, come in occasione della palla break che gli permette poi di chiudere con il servizio. Gasquet perde la battuta all’inizio della partita decisiva aprendo con un doppio fallo – come se l’altro non fosse già abbastanza in fiducia – e Kwon mantiene senza problemi il vantaggio fino alla stretta di mano.

Feliciano Lopez torna in campo dopo il match teso con Daniil Medvedev allo US Open. Il trentottenne di Toledo salva tutte le sei palle break concesse e supera 7-6 6-4 Cameron Norrie, pareggiando così il risultato della sfida a Los Cabos dello scorsa anno. Al prossimo turno, se la vedrà con Stan Wawrinka, anch’egli al rientro dopo la sconfitta newyorchese patita dal russo del momento. Dopo quattro sconfitte consecutive, torna alla vittoria Jan-Lennard Struff; a pagare la voglia di riscatto tedesca è il qualificato Gregoire Barrere che raccoglie tre giochi.

Risultati:

[WC] J. Sinner b. [Q] K. Majchrzak 6-4 6-2
[7] J.L. Struff b. [Q] G. Barrere 6-2 6-1
F. Lopez b. C. NOrrie 7-6(2) 6-4
G. Simon b. S. Darcis 6-1 6-2
A. Murray b. [WC] K. Copejans 6-4 7-6(4)
[Q] M. Copil b. F. Delbonis 6-4 7-6(3)
S. Kwon b. R. Gasquet 1-6 6-3 6-4
U. Humbert b. J. Kovalik 6-4 7-5

Il tabellone di Anversa completo e aggiornato

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