Nole, dimentica Daniel e Paire ma ricorda le tue parole

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Nole, dimentica Daniel e Paire ma ricorda le tue parole

A Indian Wells e Miami abbiamo visto uno dei peggiori Novak Djokovic di sempre, ma ciò che gli ha fatto anticipare inopinatamente il rientro è essenziale per tornare dov’era

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Il presente di Novak Djokovic è quello del n.12 ATP, di sei match giocati dall’inizio dell’anno con tre vittorie agli Australian Open contro Young, Monfils e Ramos Vinolas, e tre sconfitte, quella lottata contro Chung e quelle, durissime per come sono arrivate, all’esordio a Indian Wells e Miami contro Taro Daniel e Benoit Paire. Per analizzare il suo peggiore inizio di stagione (nel suo orribile 2017 aveva comunque cominciato con la vittoria a Doha in finale su Murray), vale la pena soffermarsi su due frasi, molto eloquenti, con le quali il campione serbo, già dopo la prima sconfitta, ha al contempo suggerito da dove ripartire e fotografato i suoi problemi attuali con una ferocia verso se stesso tipica dei fuoriclasse.

NON AVREI DOVUTO ESSERE QUI

Contro il n.109 ATP, abbiamo assistito a un Djokovic estremamente falloso e fisicamente impreparato. Dopo due set tirati, l’ex tiranno di Belgrado si è praticamente sciolto nel terzo parziale. In quell’occasione, quando lo scambio si protraeva oltre i 6 o 7 colpi, si concludeva in un modo tanto insolito quanto avvilente: la sbiadita copia del n.1 del mondo prima arrancava, poi lasciava scorrere, immobile e impotente, il colpo a chiudere dell’avversario giapponese. Un epilogo davvero sbalorditivo per chi ci aveva abituato a recuperi impossibili, permessi da quella elasticità stupefacente che gli è valsa l’epiteto di tiramolla e che è semplicemente un extra rispetto a un atletismo di base su cui Djokovic ha costruito una parte non indifferente dei suoi successi. Meno di una settimana dopo, sull’altra costa degli States, le cose sono andate anche peggio: 67 miseri minuti e tanti saluti a pubblico e torneo. Come è possibile che quel giocatore sia arrivato così spompato all’appuntamento col Sunshine Double? Novak ha spiegato, sia prima che dopo il match con Daniel, che voleva vedere in quali condizioni era e soprattutto verificare in partita se finalmente poteva giocare senza il dolore che si trascinava negli ultimi due anni. Dopo il match con Paire, ha ribadito il concetto. Balle, caro Nole. Il vero motivo della sua scarsa forma fisica è un altro, ben più rassicurante, paradossalmente, per chi lo sostiene.

 

Anche nell’epoca del professionismo esasperato, fatto di equipe mediche, fisioterapisti, psicologi e quant’altro, capita persino ai più grandi di farsi tradire dalla voglia matta di tornare a competere. Dopo sei mesi lontano dal suo mondo e un ritorno deludente agli Australian Open, l’ex n.1 del mondo ha anche dovuto affrontare l’operazione al gomito destro. Al termine di un recupero molto (troppo) rapido, Novak non vedeva l’ora di tornare a incrociare la racchetta sui palcoscenici che gli spettano. Il fuoco sacro che contraddistingue il tennista, che l’ha pervaso da quando aveva pochi anni di vita, non l’ha mai abbandonato. Dopo una complessa fase della sua esistenza, caratterizzata dal cambio di prospettive a seguito dell’arrivo del primo e poi del secondo figlio, il tennis aveva naturalmente abbandonato il ruolo di priorità numero 1. Tutto quanto è avvenuto in campo dalla sconfitta con Sam Querrey a Wimbledon 2016 in avanti, compresi il lungo stop dalla scorsa estate e poi l’operazione al gomito dopo Melbourne, ha però completamente ravvivato il fuoco della passione per il tennis e la competizione. Nel rientro affrettato a Indian Wells – e nella ripetizione dell’errore a Miami – quella formidabile spinta istintiva ha prevalso sulla programmazione scientifica.

Nel Djokovic voglioso fino alla morte di tornare subito in campo è facile scorgere una similitudine con uno dei nostri sportivi più amati, Marco Pantani. Il pirata di Cesenatico era adorato dal pubblico proprio per la sua naturale attitudine a scattare quando se lo sentiva, senza badare troppo alla tattica o al fisico ma facendosi guidare esclusivamente dal suo istinto di campione. Il trionfo al Tour de France del 1998 fu l’apoteosi del campione umano e passionale che vince sull’atleta professionista e quasi robotico. Il povero Jan Ullrich, favorito alla vigilia, venne all’epoca dipinto fin troppo come il cattivo di turno, non perché fosse antipatico o presuntuoso (tutt’altro), ma perché costituiva il prototipo del ciclista moderno, figlio di una preparazione scientifica e iperprofessionistica. La contrapposizione tra lui e Pantani era letterariamente perfetta per costruirci sopra fiumi di articoli ed entusiasmare i tifosi italiani. Ebbene, l’iperprofessionista Djokovic, tornato a casa dall’intervento al gomito, ha lasciato spazio all’istintivo Nole, che non stava nella pelle all’idea di rientrare nel circuito. Questo fuoco sacro in California e in Florida l’ha tradito, perché il suo fisico richiedeva maggiore allenamento, così come tradì l’ultimo vero Pantani, quello che nel 2000 fece un buon Tour ma in più di una tappa pagò a caro prezzo contro Lance Armstrong gli scatti in salita dettati dall’istinto. Si tratta però di una componente fondamentale, una conditio sine qua non per dare al campione di 12 Slam e ai suoi tifosi la speranza di tornare davvero. Con la differenza che dopo queste due docce gelate, al fuoco sacro tornerà ad affiancarsi la programmazione scientifica. Non stiamo scoprendo nulla, è tutto certificato dalle ultime parole di Djokovic nell’intervista dopo il match con Daniel: “Il tennis mi manca. In un certo senso mi manca competere. Mi manca essere là fuori, è una parte molto grande della mia vita. Ma allo stesso tempo, devo parlare con il mio team e creare la miglior strategia possibile per il futuro”.

Segue a pag. 2 con l’altra frase chiave di Djokovic

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Rublev ha trovato la luce in fondo al tunnel

Ubitennis torna a occuparsi del rapporto fra tennis e depressione, stavolta con l’esempio positivo del russo Andrey Rublev, protagonista di una splendida cavalcata fino alla finale di Amburgo dopo oltre un anno di difficoltà

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Andrey Rublev - Twitter @hamburgopen by Witters Sportfotografie

L’account di Instagram Behind the Racquet”, creato dall’americano Noah Rubin, ex-vincitore di Wimbledon juniores, si è fatto rapidamente strada per aver scoperchiato il vaso di Pandora dell’infelicità provata da molti giocatori, spesso travolti dalle aspettative, dall’insoddisfazione, e, perché no, dai debiti, in uno sport che si fonda sulla solitudine e sull’impossibilità di comunicare con il proprio team durante le partite. L’aspetto gladiatorio del tennis, che tanto veneriamo, ha il rovescio della medaglia di non garantire salvagente durante la tempesta, e Rubin sta giustamente tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica in questo senso – un trend peraltro in crescita in molte discipline.

Fortunatamente, c’è anche chi riemerge con più tempra dalle avversità, e fra questi c’è il russo Andrey Rublev, casualmente autore dell’ultimo post della pagina e fresco finalista all’ATP 500 di Amburgo, dove si è garantito il ritorno in top 50 da domani (sarà quarantanovesimo), dopo un anno infernale passato a mangiare il pane duro delle qualificazioni a causa di uno stop prolungato dovuto ad una frattura da stress alla schiena.

Andrey l’ha descritto così:

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“It was last year when I sadly had a stress fracture in my lower back. It kept me out of competition for three months. It was an incredibly tough time for me which led to some depression. Since the injury was in my back I wasn’t allowed to do anything for the first two months. I had more free time than I ever had and I didn’t know what to do with it all. I missed the sport so much and all I wanted to do was compete. I clearly remember nothing else at the time was making me happy. It truly was one of the toughest moments of my career. I was born to compete and now I couldn’t and that’s where moments of depression came from. I would try to not keep up with any results from tournaments. Any time I did, by accident, it would make me really upset to see other players doing something I couldn’t at the time. I am here at home doing nothing while they are doing their best and improving. I had to continue to wait for the bone to heal to do even a little rehab. I just wanted to do a little fitness but it was killing me that there was absolutely nothing I could do. While I began to watch matches I almost got that same feeling of competition that I would get from playing, but then it would be overtaken by sadness when I knew it would be some time until I could do it again. There were definitely moments when I would be doing minor rehab and forget all these problems but it would always come back. I would watch a match and realize just how long the road to recovery is and how much longer until I am back on court. It made me want to be back on court more than anything.”

 

A post shared by Behind The Racquet (@behindtheracquet) on

“Sfortunatamente, lo scorso anno mi sono procurato una frattura da stress nella parte bassa della schiena che mi ha tenuto fuori dalla competizioni per tre mesi. È stato un periodo veramente duro per me, infatti ho iniziato a sentirmi un po’ depresso. Dato che l’infortunio era alla schiena non mi era consentito fare niente per i primi due mesi. Mi sono ritrovato con molto più tempo libero di quanto ne avessi mai avuto e non avevo idea di come usarlo. Mi mancava terribilmente il gioco, tutto quello che volevo era poter competere. Ricordo chiaramente che in quel momento nient’altro mi rendeva felice. È stato davvero uno dei momenti più duri della mia carriera. Sono nato per la competizione ma in quel momento mi era stata portata via, ed è da lì che sono arrivati i momenti di depressione. Provavo a non aggiornarmi sull’andamento dei tornei. Ogniqualvolta, per sbaglio, mi capitasse sotto gli occhi una partita, mi infuriavo nel vedere altri giocatori che facevano quello che io non potevo fare. Pensavo: “Sono qui a casa a far niente mentre loro stanno migliorando e dando il massimo”.

Anche solo per poter fare un po’ di riabilitazione, dovevo continuare ad aspettare che l’osso guarisse. Volevo soltanto fare un po’ di preparazione fisica, ma non potevo fare neanche quella, non potevo fare assolutamente niente. Quando iniziavo a guardare delle partite riprendevo quasi lo stesso stimolo competitivo che ho quando gioco, ma poi questo veniva sostituito dalla tristezza, perché sapevo che ci sarebbe voluto un po’ prima di poter ricominciare per davvero. Di sicuro c’erano dei momenti in cui la riabilitazione mi faceva dimenticare i miei problemi, ma la tristezza tornava sempre. Guardavo una partita e mi rendevo conto di quanto sia lunga la strada verso la guarigione, e di quanto ci sarebbe voluto prima di tornare in campo. Quella sensazione mi faceva desiderare di tornare a giocare più di qualunque altra cosa”.


Molti tifosi italiani l’avranno visto giocare alle NextGen ATP Finals di Milano, dove è stato protagonista di entrambe le edizioni finora disputate, con un secondo e un terzo posto. Ma anche per chi l’avesse visto solo in televisione, il giovane russo, che compirà 22 anni a ottobre, è un tennista inequivocabilmente distintivo: ha l’aria di un bambino triste e malnutrito (pesa 70 chili spalmati ingenerosamente su 188 centimetri), è pallido e provvisto di due borsoni da spiaggia sotto gli occhi, ma quando inizia a giocare diventa una belva.

Molti dei giovani contemporanei sembrano essere impostati su un tennis allergico ai ritmi sincopati e alla fase difensiva, e Rublev non fa eccezione, ma c’è qualcosa di romantico nel vedere un ragazzo che sarebbe dato per sfavorito in un braccio di ferro con Kate Moss tirare dei dritti di una pesantezza ‘Delpotresca’ da ogni parte del campo, frutto di una flessibilità datagli dalla grande passione per il pugilato, sport praticato in gioventù dal padre. Infatti il suo amico Denis Shapovalov, altro esemplare di anarchico benedetto, ha affermato in un’intervista che Rublev è persino più elastico di lui, aggiungendo scherzosamente che con ogni probabilità da bambino camminava sulle mani.

Come per ogni eroe romantico, però, la sua forza è anche stata il principale motivo delle sue pene: come affermato dal suo coach, Fernando Vicente, un fisico tanto gracile soffre l’equivalente di un colpo di frusta, però full body, per la violenza dei suoi colpi, e questa è stata la causa del suo infortunio. Inoltre, è abbastanza evidente che un tennis di violento e cieco abbandono richieda certezze mentali, certezze che con l’infortunio sono venute a mancare per mesi, facendolo precipitare in meno di un anno dal N. 31 al N. 115.

Andrey Rublev – Australian Open 2018 (@RDO foto)

Rublev, che fa base in Spagna, era assurto alle cronache quando, da lucky loser, era andato a vincere ad Umago nel 2017, battendo tra gli altri Fognini e Lorenzi. Aveva poi confermato la propria ascesa diventando il primo NextGen a fare i quarti in uno Slam a New York, dove, prima di essere annichilito da Nadal, aveva battuto nettamente Dimitrov e Goffin, poi finalisti al Master di pochi mesi dopo. L’inizio del 2018 era stato altresì promettente, con la finale raggiunta a Doha contro Monfils, un combattuto terzo turno a Melbourne (di nuovo contro Dimitrov) e altri due quarti di finale a Montpellier e Rotterdam, prima che iniziassero i problemi fisici, e con loro la depressione e la frustrazione nel vedere i suoi gemelli Medvedev e Khachanov che lo superavano nel ranking e raggiungevano la top 10.

La finale di Amburgo, seppur persa contro Basilashvili, dall’attitudine per certi versi pure più integralista, è arrivata in tandem con lo scalpo più prestigioso della carriera, quello di Dominic Thiem, quarto miglior giocatore del mondo (ma secondo sulla terra), battuto al suo stesso gioco di pulizia delle righe. Un tale risultato non potrà che ridargli fiducia, magari portandolo alle vette che molti, dopo la vittoria al Roland Garros juniores del 2014, vaticinavano per lui. Il suo gioco necessita di qualche miglioria (vedi una seconda più affidabile e qualche variazione in più, specie con la risposta bloccata, questa sconosciuta), ma il talento, paragonabile se non superiore a quello dei suoi compatrioti, non è mai stato in discussione, e soprattutto, dopo quello che ha passato, Andrey Rublev potrà sentirsi ancora più fortunato per ogni minuto passato a competere sul campo, dove vuole essere e dove, salvo imprevisti, avrà la possibilità di rimanere per molto tempo.

Tommaso Villa

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Dusan Lajovic, il serbo che non ti aspetti

A Montecarlo ha raggiunto la sua prima semifinale in un Masters 1000 a 28 anni. “Meglio tardi che mai” ha detto in conferenza stampa. Tutto grazie alla costanza e all’aiuto dell’ex coach di Fognini

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Dusan Lajovic - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ormai da una decina di anni il tennis è diventato uno sport molto popolare in Serbia. Il merito naturalmente è stato soprattutto di Novak Djokovic, 15 volte campione Slam e attuale n.1 del mondo. Ma non solo. Inizialmente Nole era circondato da una serie di compagni di ottimo livello, ovvero Janko Tipsarevic, Viktor Troicki e il doppista Nenad Zijmonic, con i quali ha conquistato la prima e unica coppa Davis nella storia del tennis serbo nel 2010, alimentando l’interesse per questo sport in patria e la sua leggenda. E quando Djokovic è entrato nell’olimpo dei migliori giocatori della storia di questo sport è partita la naturale caccia all’erede. Prima Filip Krajinovic e poi Laslo Djere si sono ritrovati addosso quest’etichetta da adolescenti. 

Mentre il fenomeno di Belgrado continuava a fare incetta di trofei, i suoi compagni di Davis subivano l’inevitabile avanzare dell’età e gli eredi facevano fatica a reggere il peso delle aspettative. Dusan Lajovic, belgradese classe 1990, zitto zitto, cominciava ad affacciarsi al tennis che conta. I suoi progressi nel ranking raccontano di una crescita lenta ma inesorabile: vicino ai primi 400 nel 2010, dentro i primi 200 nel 2011, sfonda il muro dei top 100 nel 2014. Grazie agli ottavi di finale del Roland Garros, in quello che rimane ancora il suo miglior risultato a livello Slam. Battè Federico Delbonis, Jurgen Zopp e Jack Sock, tre avversari ostici ma non di certo dei fenomeni, e poi rimediò quattro giochi contro Rafa Nadal.

Dopo quel risultato, Lajovic si è fermato nel limbo dei giocatori che sono troppo forti per il circuito challenger (6 i titoli in carriera al piano di sotto) ma non abbastanza forti per sfondare in quello ATP, dove infatti non ha mai raggiunto una finale. La qualità di gioco c’era sicuramente, con un dritto abbastanza incisivo e un rovescio ad una mano che dal punto di vista stilistico si lascia apprezzare. Ma mancava qualcosa. Forse un po’ di pesantezza di palla, con quella corporatura da normotipo (1,83 di altezza) che di certo non aiuta. Forse un po’ di personalità che quell’aria da giocatore di circolo capitato lì per caso.

 
Dusan Lajovic – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Che stesse qualcosa si stesse muovendo lo si poteva già intuire. Nella scorsa stagione ha ottenuto risultati di rilievo: quarti al Masters 1000 di Madrid, quarti a Pechino e semifinale a Lione e ancora. Aveva anche messo alle strette Alexander Zverev al secondo turno del Roland Garros, andando in vantaggio di due set a uno. “Sono cresciuto tanto mentalmente in questo ultimo anno. Grazie soprattutto al mio allenatore Javier Perlas (ex coach di Fognini, ndr), ha raccontato. E i suoi progressi si sono visti tutti questa settimana a Montecarlo, dove finalmente è balzato all’onore delle cronache, con la sua prima semifinale in un Masters 1000, conquistata peraltro senza perde un set.

La sua avventura monegasca è cominciata con un duplice 6-4 all’esordio sul tunisino Malek Jaziri. Ma dal secondo turno, Lajovic ha messo il turbo. Prima ha battuto comodamente David Goffin e, nel turno successivo, è riuscito nell’impresa di eliminare Dominic Thiem, vincitore del titolo ad Indian Wells e secondo tanti esperti il miglior giocatore su terra rossa al mondo dopo Nadal. Per il belgradese si è trattata della prima affermazione contro un giocatore classificato tra i primi cinque del mondo in carriera. Ottenuta con una prova a dir poco perfetta.  

Poi, ahinoi, è arrivato il successo nei quarti finale contro il nostro Lorenzo Sonego, anche lui protagonista di un grande torneo, col punteggio di 6-4 7-5. Lajovic è stato più bravo nella gestione del forte vento che spirava forte sul campo centrale del Country Club del Principato. “Le condizioni erano difficili per entrambi. Era difficile trovare il timing sulla palla. Alla fine, ha pagato la strategia di insistere sul suo rovescio, con il quale lui andava ancora più in difficoltà”, ha sottolineato il serbo a fine match. Nonostante un piccolo passaggio a vuoto nel secondo parziale, in cui Sonego ha avuto anche un set point. Ma alla fine è riuscito a portare a casa l’incontro. “A metà del secondo set ho perso il focus per tre game. Un po’ troppo. Lui è anche salito di livello. D’altronde ha giocato bene per tutta la settimana. Sono stato bravo a riprendermi subito e a chiudere con il servizio”, ha affermato.

E ora dovrà scendere in campo per la sua prima semifinale in un Masters 1000, a 28 anni, e dopo 12 da professionista. “Meglio tardi che mai”, ha commentato il serbo. Affronterà il lanciassimo 23enne russo Daniil Medvedev, n.14 del ranking ATP, giustiziere proprio di Djokovic ai quarti. Tra le mura amiche di Mosca sul finire della scorsa stagione, nel loro primo e unico scontro diretto, Medvedev aveva lasciato appena tre game a Lajovic. “Cercherò di farne quattro”, ha ironizzato il serbo. Ma anche lui sa di avere molte più chance di fare partita pari sulla lenta terra rossa monegasca rispetto a quell’incontro sul tappeto indoor. Inoltre, anche il russo è alla prima semifinale in un appuntamento così prestigioso e potrebbe pagare la tensione. Insomma, Lajovic parte sfavorito ma non battuto.

Dusan Lajovic – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A prescindere da come vada a finire, dalla prossima settimana ritoccherà considerevolmente il suo best ranking, diventando il secondo giocatore serbo nel ranking ATP. E tutto ciò non potrà di certo passare per inosservato, finalmente.

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Alla scoperta di Bianca Andreescu: travolgente in campo, meditativa fuori

La 18enne canadese diventa la più giovane semifinalista degli ultimi 10 anni a Indian Wells. Affronterà una Svitolina che continua a resistere a tutti gli urti

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Bianca Andreescu (foto via Twitter, @OracleChallngrs)

Ho avuto la sensazione che ad ogni mio tentativo di fare qualcosa di diverso lei rispondesse con colpi ancora migliori. Non mi ha lasciato avvicinarmi abbastanza nel punteggio“. Le parole di una Garbiñe Muguruza più rassegnata che realmente delusa fotografano alla perfezione quanto e come Bianca Andreescu stia giocando sulle nuvole in questi giorni.

C’è davvero poco da raccontare nel 6-0 6-1 che la 18enne canadese – la più giovane a raggiungere la semifinale qui a Indian Wells da quando Pavlyuchenkova ci riuscì nel 2009 – ha rifilato alla spagnola, e al contempo c’è tutto da raccontare. Controllo totale del gioco, la netta sensazione che fosse in grado di prevedere ogni soluzione di Muguruza, una personalità dirompente che viene fuori anche di fronte ai giornalisti. “Ricevere così tante attenzioni dalla stampa è un’esperienza nuova, ma penso sia bello per i tifosi sapere qualcosa in più sui tennisti. Poi (andare in conferenza stampa, ndr) è obbligatorio, insomma devo farlo per forza!”, dice Bianca con un sorriso smagliante.

Parla tanto, senza imbarazzi. E non le manca l’ambizione. Per una top 50 conquistata ieri e una top 40 raggiunta oggi, cosa può riservarle il domani? Top 25?, suggerisce la canadese, equa nel dividere i suoi meriti dai demeriti dell’avversaria. “Non mi sono concentrata su chi avevo di fronte. Io ho avuto una grande giornata, lei no. L’ho vista molto contratta così ho continuato a spingere e lei ha continuato a sbagliare”. Detta così sembra la cosa più facile del mondo, ma da inizio stagione Andreescu riesce a imporre il suo gioco sulle avversarie più disparate. Viene da chiedersi se ci sia una preparazione dietro, o piuttosto si tratti di un talento istintivo. “Cerco di valutare durante la partita, sicuramente. Magari il rovescio della mia avversaria può non essere quello delle giornate migliori, o il suo dritto può essere traballante. Oggi mi sono attenuta al mio piano che era quello di metterle pressione sul dritto, farla muovere e cambiare il ritmo come faccio sempre“.

Fiumi di parole sul suo tennis, come giocasse nel circuito professionistico da dieci anni, e appena una mezza battuta sull’eventualità di percepire una certa emozione calcando un palcoscenico così prestigioso come il centrale dell’Indian Wells Tennis Garden. Eventualità che lei ritiene piuttosto remota: “Mi sono allenata lì questa mattina e ho familiarizzato con il campo. Ho giocato il primo match sullo Stadium 2, non era poi così diverso”. Anche qui, deve esserci un segreto, qualcosa che le permette di affrontare la 26esima partita tra i pro – contro una bi-campionessa Slam – come fosse un pic-nic primaverile tra amici.

Continua ad ammetterne l’esistenza senza volerlo svelare, se non lasciandosi sfuggire che riguarda l’annusare qualcosa. Aromaterapia, azzarda un cronista? “Non dirò nulla!“, prosegue Bianca nella sua guerra di trincea. Cede però alla curiosità dei presenti riguardo alla pratica della meditazione, cui ha ammesso di fare ricorso. “Lo faccio tutti i giorni da quando ho 14 anni. Nulla di complicato: mi sveglio e la prima cosa che faccio è meditare. Credo mi aiuti davvero a cominciare al meglio la giornata. Non guardo il telefono, non mi lascio sopraffare dagli stimoli: è semplicemente (meditazione con) visualizzazione creativa. Mi prendo 15 minuti ogni mattina per entrare in connessione con il mio corpo e la mia mente. Molte persone lavorano sul fattore atletico, ma credo che il fattore mentale sia il più importante perché la mente controlla il corpo“.

Bianca Andreescu – Acapulco 2019 (foto via Facebook, @AbiertoMexicanoDeTenis)

Tutto ciò che Bianca rivela di se stessa, dimostrando grande disinvoltura nell’eloquio, suggerisce un background piuttosto complesso che riflette l’infanzia e l’adolescenza trascorse a cavallo tra Canada, dove è nata, e Romania, dove ha vissuto nei primi anni di vita per via degli impegni lavorativi dei genitori, entrambi di origine rumena. Né papà né mamma giocavano a tennis, eppure lei ha cominciato a 7 anni quando era ancora in Europa.

Ho cominciato a fare sul serio quando sono tornata in Canada, sono entrata in orbita Tennis Canada e a 15 anni ho cominciato a lavorare con Nathalie Tauziat (la sua ex allenatrice, oggi è seguita da Sylvain Bruneau, ndr). Lei è stata in top 3 e in finale a Wimbledon, un’esperienza pazzesca per me. Avevamo un gran rapporto dentro e fuori dal campo. Mi ha insegnato tanto perché essendo stata una giocatrice sapeva tutto, mi ha dato molti consigli su cosa fare prima, durante e dopo le partite. Credo sia stato il modo ideale di cominciare la mia carriera professionistica, devo ringraziarla tantissimo“. Di parole al miele ce ne sono anche per il suo attuale coach. “Lavoriamo insieme a tempo pieno dallo scorso anno, dopo l’Australian Open, anche se prima avevo già avuto dei contatti con lui per la Fed Cup. È un allenatore incredibile, ha grande esperienza. Anche con lui ho un gran rapporto fuori dal campo“.

Toccherà a Elina Svitolina, un’altra che pare essere parecchio ‘in the zone‘, tentare di frapporsi tra il sogno lucido di Bianca Andreescu e la sua effettiva realizzazione. L’ucraina ha dato un saggio ulteriore delle sue qualità atletiche: battuta Barty agli ottavi in oltre tre ore di gioco, ne ha impiegate due abbondanti per rimontare una Marketa Vondrousova per nulla arrendevole, anzi, pienamente in partita fino al break decisivo sul 5-4 del terzo set. La differenza l’ha fatta ancora una volta l’inesauribile energia nelle gambe di Elina, pure messe a dura prova dai continui cambi di rotazione della ceca, dalle palle corte, da certi dritti mancini tanto stretti da dover essere intercettati oltre il corridoio. “Non ho giocato un match perfetto, ma ho lottato per mandare di là sempre una palla in più. Ho cercato di dare tutto perché sapevo che poi avrei avuto un giorno di riposo”ha raccontato una Svitolina più raggiante che esausta. “Contro di lei è complicato perché usa tante rotazioni, soprattutto con il dritto. Devi muoverti benissimo. Credo poi che il suo gioco tragga beneficio da queste condizioni, la palla rimbalza molto“.

Brava Marketa, che si farà, ancor più brava Elina che mai come questa settimana sembra poter puntare al bersaglio grosso. Per farlo, dovrà riuscire a fiaccare anche la ragazzina canadese. So che ha vinto la maggior parte delle partite quest’anno“, dice sorridendo a proposito di Andreescu. “Gioca un gran tennis, si muove molto bene. Ma non voglio pensarci adesso, ho un giorno per recuperare. Parlerò con Andy (Bettles, il suo coach, ndr) del suo gioco. L’abbiamo vista giocare poche volte perché ha solo 18 anni“. La sensazione è che continuando a giocare così, il tennis di Bianca Andreescu diventerà presto un affare noto a tutti.

Risultati, quarti di finale:

 

[WC] B. Andreescu b. [20] G. Muguruza 6-0 6-1
[6] E. Svitolina b. M. Vondrousova 4-6 6-4 6-4

Il tabellone completo

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