Perché Roma incasserà di meno, perché più tesserati non vuol dire più campioni…

Editoriali del Direttore

Perché Roma incasserà di meno, perché più tesserati non vuol dire più campioni…

E nemmeno più giocatori. Numeri “drogati” salvo uno: c’è un solo italiano (di 31 anni) fra i top 50, uomini e donne. Come si fa a dire che “il tennis italiano è in grande crescita”?  

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Accade per qualsiasi presentazione di un evento. È inevitabile, e in fondo giusto, celebrarlo. Questo è successo anche per la recente presentazione degli Internazionali d’Italia. Di fatto in quelle occasioni nessuno ha voglia di approfondire, tantomeno interesse. Senza approfondimenti di sorta non ha nemmeno senso sviluppare un minimo di senso critico. Tutti ascoltano qualunque cosa venga detta, da chiunque. E alla fine applaudono. È un rito. C’è l’oratore più spiritoso, quello incredibilmente e pervicacemente prolisso perché presume di dire cose interessanti, quello più carismatico, la solita inevitabile presenza “ufficiale” che si dichiara onorata di sedere a quel tavolo, quello che racconta quel che vuole spacciandole per assolute verità e bluffando senza che nessuno si azzardi a smascherarlo. Tutti ascoltano o fingono di farlo felici e contenti, poi c’è il buffet, si magna, e dopo ognuno se ne torna a casa.

Qualcuno però forse rifletterà su quanto è stato annunciato da Binaghi a proposito a) sulla retrocessione tecnica del tennis italiano che,  senza le wild card, avrebbe visto per la prima volta in 75 edizioni un solo italiano – Fognini, 31 anni, – presente nei due tabelloni. B) del calo degli incassi previsto per quest’edizione n.75 del torneo (il 6% al momento) e le motivazioni che il presidente ne ha dato. Sul punto A ho fatto una domanda, unica voce fuori dal coro, e la risposta di Binaghi è stata: “Mentre il processo quantitativo è un percorso che ha un legame diretto con le nostre attività, il percorso in termini di risultati agonistici lo è meno”. Poteva dire anche… molto meno! Rileggete la cronaca puntuale e ben scritta della presentazione di Raoul RubertiUn lettore più attento degli altri, il suo nick name è Virginio, ha poi scritto un condivisibile intervento sotto all’altro mio pezzo. Quel commento ho deciso, dopo averlo posto in evidenza, di copiarvi e incollarvi, perché mi è parso saggio. E perché, soprattutto  mi ha suggerito altre considerazioni che potrete leggere più giù.

 

Ubaldo, una curiosità: ma l’aumento quantitativo dei tennisti in Italia di cui parla il presidente federale è reale o si tratta di un semplice dato statistico, per cui si conteggiano come nuovi giocatori semplicemente i nuovi iscritti alla Fit, in forza del nuovo regolamento entrato in vigore qualche anno fa che tende a rendere obbligatoria l’iscrizione alla Federazione per chi vuole giocare a tennis? 
Qual è il criterio di rilevamento usato dalla Federazione per conteggiare gli effettivi giocatori di tennis? Non mi risulta che si facciano dei censimenti “tipo Istat”. 
Se non erro, tra gli iscritti alla Federazione figurano anche i giocatori di bridge che frequentano i circoli di tennis: sbaglio? Anche questi rientrano nel dato quantitativo citato dal presidente? Saresti infine in grado, con il tuo forte schieramento di “forze tennistatistiche”, di chiarirci qual è stata la reale evoluzione del dato quantitativo, non “figurativo”, della “forza tennistica” nazionale negli ultimi vent’anni?
Un’ultima considerazione: il presidente afferma che il numero di giocatori è aumentato significativamente negli ultimi anni in virtù della sapiente politica della Federazione. Benissimo. Ma a me sembra molto grave che a fronte di un aumento quantitativo non si rilevi, nell’arco di un periodo tanto lungo quanto quello cui si riferisce il presidente, anche un aumento qualitativo, soprattutto di punta. Di solito, più è grande il numero dei praticanti, più è probabile che tra essi emerga uno o più giocatori di qualità più elevata, in specie nel medio/lungo termine. Se la qualità in vetta resta costante, o addirittura peggiora, a fronte di un aumento dei praticanti, ciò può significare solo una cosa: che la gestione dei tennisti è peggiorata. Ma se è così, c’è molto poco di cui esseri fieri. A meno che il fine istituzionale della Federazione non sia quello di aumentare il “parco buoi” (senza offesa per nessuno). Non credo, tuttavia, che una Federazione possa esultare per avere milioni di praticanti e fra questi nessun campione di spicco. 
Ringrazio e mi complimento per il lodevole lavoro di tutta la redazione.

Non ho molto da aggiungere a quel che scrive Virginio (non ho idea di chi si nasconda dietro questo nick name, ma non è importante…). L’aumento dei tesserati che viene sbandierato di continuo, al primario scopo di strappare in avvenire richieste economiche sempre più pesanti al CONI – almeno fino a quando il presidente della Federnuoto non riuscirà a far tesserare chiunque nuoti al mare o in piscina (di certo con Malagò non la spunterà Barelli…) –  è dovuto ad una serie di operazioni border line, tramite le quali la FIT è riuscita a far tesserare anche tutti i giocatori di carte soci dei circoli (senza che abbiano mai preso una racchetta in mano), i bambini che partecipano ai trofei tipo Kinder e giocano ancora con le racchettine, e prossimamente – vedrete – anche quelli delle scuole elementari se si… fingerà di dimostrare che il tennis è entrato nelle scuole (anche quando le scuole non hanno il campo da tennis…ma hanno a malapena palestre decenti). Se il numero dei tennisti fosse in costante ascesa, come si professa, dovremmo avere in proporzione anche molti più giocatori buoni. Concordo con Virginio. Ma non mi pare sia il caso.

A contrario se il numero dei praticanti è fittizio, e la vera base è ristretta… ecco che al limite  si potrebbe arrivare a giustificare la… latitanza di campioni, di giocatori di vertice. Ma quale che possa essere stata la pratica in atto costante di “gonfiamento drogato” dei tesserati, è certo vero che oggi essi dovrebbero essere assai di più di 40 anni fa, quando avevamo 2 tennisti fra i primi 10 del mondo. Vero e indubbio  che è cresciuta di pari passo anche la concorrenza e che si gioca a tennis molto di più in tutto il mondo, ma vero anche che non stiamo parlando di una crisi in atto da un anno o due, o cinque, o dieci. Avere un solo tennista fra i primi 50 fra uomini e donne è un bel fallimento tecnico o mi sbaglio, o sono troppo severo io… per partito preso? Se in qualsiasi altro sport individuale olimpico anziché avere un atleta che si batte per salire sul podio, o raggiungere (nel nuoto, nell’atletica, scegliete voi la disciplina olimpica che più vi aggrada) una finale a otto, una semifinale a 16, potessimo…vantare un solo rappresentante azzurro fra il n.20 e il n.50 – e il podio visto con il binocolo –  che cosa mai diremmo e leggeremmo ovunque di quello sport se non che è uno sport in crisi profonda, che va malissimo, addirittura da commissariare? Guardate quel che è successo con il calcio perché non si è qualificato per i mondiali. I risultati contano. Anche se la federcalcio avesse raddoppiato o triplicato i suoi tesserati. E di certo il calcio predomina tutti gli spazi dello sport in tv, sui giornali. Quindi a livello quantitativo sta benissimo. A livello qualitativo meno. Ma sempre meglio del tennis no?

Chi fosse stato presente alla presentazione degli Internazionali l’altro giorno non avrebbe avuto minimo sentore di tutto ciò. Tutti felici, tutti contenti, pronti a celebrare un tennis italiano in crescita e in salute, come l’ha definito Binaghi accennando orgogliosamente  al crescente interesse delle aziende attorno al torneo. La cosa curiosa è proprio questa: il torneo cresce (anche se non con gli incassi, ma lo ha fatto peraltro negli ultimi dieci anni sia pur a seguito di costanti aumenti nel costo dei biglietti) e di questo va dato giusto merito a FIT e Coni Servizi. Ma il tennis italiano a livello tecnico di crescita proprio non se ne può parlare. I nostri primi tre tennisti hanno superato la trentina: Fognini 31 anni n.20, Lorenzi 36 anni n.57, Seppi 34 anni n.62;  poi abbiamo Cecchinato 25 anni n.100, Fabbiano 28 anni n.103, Berrettini 21 anni n.104, Travaglia 26 anni n.110, e poi nessun altro fino a Giannessi 27 anni e 157.  Sulla situazione donne meglio stendere un velo pietoso: il fatto stesso che due wild card siano concesse a due atlete di 31 e 35 anni, sia pure precedute da una carriera straordinaria come Errani e Vinci, la dice lunga. N.151 la Paolini, n.167 la Chiesa, sono le sole tenniste comprese prima della n. 200 fra i cosiddetti rincalzi giovani.

Riguardo al punto b), cioè la previsione di Binaghi che quest’anno non si batterà il record di incassi, le spiegazioni del presidente non mi hanno convinto. Non lo si batterà nonostante il costo dei biglietti sia aumentato – e sebbene sia il torneo di Montecarlo sia quello di Madrid avessero già prezzi ben più bassi rispetto a Roma – perché secondo Binaghi – in sintesi –i campioni della Old Generation sono sempre più spesso infortunati o convalescenti (vero) mentre quelli della nuova non hanno ancora lo stesso appeal (vero anche questo). Tutto vero, ma allora il problema dovrebbe riguardare tutti i tornei. E invece sappiamo che non è così. Quindi le cause devono essere (quantomeno anche) altre. I prezzi molto alti sono certamente una causa importante. Soprattutto perché una intera famiglia, che magari ha fatto tanti chilometri per raggiungere Roma (con le solite difficoltà di parcheggio…) possa permetterseli. Ma anche per una semplice coppia che voglia permettersi due sessioni di tennis nella stessa giornata o in due giornate successive. Troppa gente per pochi campi con i protagonisti sono un’altra. Binaghi ha parlato di oltre 200.000 spettatori per 8  giorni di gare. Quando ci sono stati 25.000 spettatori al Foro Italico, al massimo in 9.500 possono andare sul “Centrale”, altri 3.800 sul “Pietrangeli”. E tutti gli altri? Fanno tante code e non vedono quel che vorrebbero.  Sui servizi in giro per altri tornei c’è di meglio. E anche di peggio, naturalmente. Ma insomma la diffusa sensazione è che più che a promuovere il tennis fra le fasce meno abbienti, la Federazione si comporti come un’azienda privata che deve privilegiare gli incassi a dispetto di ogni altra cosa. Spremendo più che può gli appassionati.

Chiudo qui, curioso di leggere i vostri commenti. Non senza aver aggiunto che come ampiamente previsto e a dispetto di tante dichiarazioni reboanti del passato sul “sorpasso” che Roma avrebbe fatto ai danni di Madrid e sul prolungamento dei giorni del torneo tutto si è risolto in una gran bolla di sapone. Riprendo infine un commento di Raoul Ruberti che ha raccontato con le righe che seguono le sue impressioni comparate sui tre Masters 1000, Montecarlo, Madrid, Roma dove si è trovato  a lavorare: “I  tre Masters 1000 su terra nascono e vivono in situazioni inevitabilmente differenti. Madrid è quello che funziona di gran lunga meglio ma l’impianto, fatta eccezione per il “ponte” dei campi secondari sul laghetto artificiale, a mio modestissimo parere è veramente brutto. E il quartiere in cui è situato non è meglio. Montecarlo regala un colpo d’occhio splendido ma, in quanto non combined, non è paragonabile dal punto di vista della logistica (ha bisogno della metà degli spazi di Roma e Madrid). In ogni caso arrivare in auto al Country Club è un inferno, andarsene forse anche peggio. Definire il nostro Masters 1000 come il peggiore dei tre, o addirittura dei nove in assoluto, mi pare un’opinione forte e un po’ ingenerosa. Ci sono tantissimi aspetti da migliorare (alcuni possibili, alcuni meno) ma troppo spesso se ne parla come di un torneo tenuto in piedi da stuzzicadenti e malaffare. Io dei nove ne ho visti soltanto cinque dal vivo finora, quindi sospendo il giudizio per ora. Al momento mi limito a dire che la bellezza del Foro Italico, a parte quel cazzotto in un occhio che è il Grandstand, ce la invidia quasi tutto il mondo e che non vorrei mai vedere Roma fare la fine di Miami, trasportato dall’isola di Key Biscayne a uno stadione di metallo a chilometri dal centro cittadino”.

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Editoriali del Direttore

Cielo grigio, exploit azzurri. Sonego sul n.12 ATP, Cecchinato grande rimonta

L’ATP forgia il fisico dei giornalisti. Djokovic “prima” puntuale. Se Fognini battesse Simon avremmo per la prima volta 3 italiani in ottavi dal ’78

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Lorenzo Sonego - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Grazie all’ATP, che si preoccupa giustamente di preservare la condizione dei giocatori sempre a pezzi a fine stagione, a Montecarlo anche i giornalisti sono obbligati a fare un bel po’ di ginnastica, su e giù per le scalinate del Country Club. Dalla sala stampa alla sala conferenze ci sono un centinaio di scalini da fare – sono 98, li ha contati ansimando e soffiando come un mantice Chiara Gheza – e ogni giorno ci sono almeno 7 o 8 interviste da seguire… anche perché con le tv che mostrano tutto e di più dei match, sono i cosiddetti “parlati dagli spogliatoi” che consentono di dare ai lettori l’unico servizio che altrimenti non avrebbero con la stessa puntualità e precisione di chi li registra.

Via WhatsApp l’ATP segnala ai giornalisti gli orari delle interviste di ciascun giocatore. Il telefono trilla di continuo. Un incubo. Chi non ha il telefonino oggi è morto, può cambiare mestiere. E poi è tutto un correre. Anche se poi naturalmente c’è sempre chi arriva in ritardo. Parlo dei giocatori, ovviamente. Ma se per caso è il giornalista a essere in ritardo, anche perché oltre a farsi tutti quegli scalini c’è anche da fendere un brulichio di spettatori (e noi non abbiamo la scorta che proteggeva i tennisti ai quali si è voluto risparmiare una salita in ascensore ogni giorno o due perché sarebbe stata una sofferenza insopportabile…ma non dovrebbero essere loro i campioni giovani e aitanti anche nel fisico?), potete stare tranquilli che quella volta il giocatore sarà stato puntualissimo.

 

Avete presente quando ci si lamenta dei treni sempre in ritardo e quella maledetta volta che in ritardo è il passeggero ecco che il treno arriva e parte al minuto spaccato? È successo con Djokovic, famoso ritardatario cronico: conferenza stampa alle 19. Stavolta alle 19 e 2 minuti aveva già cominciato a parlare. Chi si è attardato di un minuto per seguire Wawrinka che sul centrale, il Ranier III, serviva per il 6-0 5-4 (dopo un avvio che lo aveva visto condurre 6-0 2-0!), beh… mal gliene incolse.

Djokovic aveva esordito – senza di me per i primi due minuti – parlando della strana partita vinta soffrendo con Kohlschreiber vendicando Indian Wells: “Patire quattro break consecutivi… non mi ricordo che mi sia successo spesso!”. E aggiunto – ma i dettagli li troverete nell’articolo di Ilvio Vidovich – “Essere stato in campo per 2 ore e 36 minuti mi avrà fatto comunque bene, dopo tutto questo tempo senza tennis agonistico sulla terra rossa”.

Poi invece ho ascoltato tutta una conferenza stampa che pareva l’intervista al presidente dei giocatori ATP, più che al tennista Djokovic. In estrema sintesi ha detto che “Non funziona proprio questa struttura dirigenziale con un board di sette persone, con tre giocatori a rappresentare i giocatori e tre direttori a rappresentare i tornei che sono costantemente di pareri opposti. Così il settimo, che è il presidente, deve continuamente cercare compromessi per non esprimere un voto altrimenti sempre decisivo. Non sarà facile ma va cambiata qualcosa”.

Ciò detto, mentre è stata una giornata da dimenticare per Tsonga, 34 anni mercoledì e ritiratosi con Fritz, e per Cilic che aveva raggiunto i quarti in 3 degli ultimi 4 anni nel Principato, invece si è trattata di una giornata memorabile per i tennisti italiani. Ne abbiamo due in ottavi, come 5 anni fa, ma qui c’è ancora Fognini che potrebbe diventare il terzo…e non è mai successo. Nel ’78 ne arrivarono cinque, ma all’epoca il torneo era di 32 giocatori e gli ottavi erano solo il secondo turno. Comunque onore al merito: i cinque erano Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti, Ocleppo e Panatta.

Non erano attesi i nostri due eroi agli ottavi, se si pensa che Sonego è n.96 e Khachanov n.12, e che Cecchinato – sebbene n.16 vs lo svizzero n.36 – era però sotto 6-0 2-0 con Wawrinka qui campione nel 2014. E lo svizzero ha servito sul 5-4 nel secondo. E poi ci si sorprende quando qualcuno dice che il tennis è lo sport del diavolo! Non avevo mai fatto una simile rimonta!” ha detto Ceck.

Sonego è una piacevolissima conferma. Reduce dai quarti a Marrakech, dove aveva perso da Tsonga, era arrivato qua a giocare le quali e temeva di essere stanco. Invece le ha superate e ora si trova negli ottavi. Il suo miglior risultato era stato battere Djere n.32 ATP, ora ha battuto il n.12. È maturato tardi, ma ora sta riguadagnando tempo. Per la prima volta dopo anni di giocatori privi di servizio ne abbiamo finalmente uno che invece ce l’ha. Lorenzo batte benissimo. Non bastano i 191 cm d’altezza. Batte bene perché ha una tecnica sopraffina ma anche perché ha la freddezza necessaria per servire bene quando serve.

È miglioratissimo di rovescio – che era il suo punto debole – e infatti nel precedente duello con Khachanov il russo lo aveva martellato lì, e poi è molto intelligente tatticamente. Se così non fosse non avrebbe, al di là dei 5 aces che sono punti ottenuti gratis e senza fatica (non è mai successo ai vari Volandri, Furlan, Fabbiano, Fognini, Lorenzi…), fatto 15 attacchi tutti coronati da successo, non avrebbe fatto correre un giocatore pesante di grande stazza e che preferirebbe camminare, non lo avrebbe massacrato di palle corte giocate con grande scelta di tempo e intelligenza.

Aveva battuto un giocatore ben più esperto come Seppi senza concedere una palla break (7-6 6-4). Ha concesso il bis con l’identico punteggio contro il russo Khachanov,  testa di serie n.8. Khachanov è un anno più giovane di Sonego e lo scorso anno a novembre – lo dico per chi non lo ricordasse – aveva vinto il suo primo Masters 1000 a Parigi Bercy.

Battuto Seppi Lorenzo era raggiante per aver centrato l’obiettivo del tabellone principale al Roland Garros. Battuto Khachanov con un ottavo di finale alle viste non impossibile – Fucsovics n.37 o Norris n.56, giocano questo mercoledì – Lorenzo ha ormai più di un piede anche nel tabellone di Wimbledon. Dove con quel servizio che si ritrova, e quel dritto a uscire che gli ha procurato un sacco di punti, potrebbe anche fare una bella strada se il sorteggio lo aiuterà un poco. Intanto sa che lunedì, nel peggiore dei casi si sarà arrampicato fra i top 80. Non male.

Su Cecchinato sotto 6-0 e 2-0 non avrei scommesso un euro alla roulette di Montecarlo. Anche perché la puntata minima al Casinò è cinque euro. Invece è negli ottavi anche lui. In modo quasi altrettanto incredibile di come lunedì Fognini era riuscito a rimontare il russo Rublev da 6-4 4-1 e 5 palle break per il 5-1. Anche nel 2014 avemmo due italiani negli ottavi, ma lì poi Seppi perse contro Nadal, Fognini contro Tsonga. Questa volta potremmo addirittura sognare tre italiani negli ottavi se a Fognini riuscisse l’impresa tutt’altro che impossibile di superare Gilles Simon che ha battuto il giovane australiano Popyrin 7-5 6-1 ma non è un vero specialista della terra rossa, pur essendo giocatore completo.

L’ultimo azzurro nei quarti qui fu Fognini, nel 2013. Fabio raggiunse poi le semifinali dove fu sconfitto da Djokovic. Dei match di Djokovic con Kohlscreiber, di Cecchinato con Wawrinka, di Sonego con Khachanov, avrete letto le esaurienti cronache, corredate da interviste, di Vidovich (che si è esibito anche in domande in serbo con Nole), di Chiara Gheza, di Laura Guidobaldi.

Mentre il mio collega belga Yves Simon – non è parente di Gilles – seguiva entusiasta la folle cavalcata del suo connazionale Victor Campenaerts che batteva il record dell’ora, 55,0429 km, detronizzando l’inglese Bradley Wiggins che si era fermato – si fa per dire – a 54,526 km, ma non con una bici che costasse 15.000 euro. A ognuno le sue soddisfazioni. Mentre scrivo non so ancora se il torinista Lorenzo Sonego ne avrà avuta un’altra, dopo aver detto in conferenza stampa nell’immediata vigilia del match di Champions fra Juve e Aiax: “Io tiferò per l’Ajax!”.

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Editoriali del Direttore

Tris italiano a Montecarlo. La pazza rimonta di Fognini, ma Cecchinato e Wawrinka giocheranno?

Meteo incerto al mattino. Sonego centra l’obiettivo Roland Garros ma ha Khachanov. Fognini potrebbe avere ancora…culo. Attesa per Djokovic che deve riscattare Indian Wells con Kohlschreiber

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Tre modi più diversi per vincere i tennisti italiani non potevano proprio trovare. Chi ha fatto meno fatica di tutti è stato certamente Cecchinato. Quattro game e Dzumhur se ne è andato via dal campo, preda di dolori addominali. Contro Stan Wawrinka non sarà la stessa cosa. Ma sarà un bel test per il nostro che aveva battuto proprio Dzumhur, un giocatore che evidentemente gli porta bene, perché da lì nacque la sua ascesa fino al memorabile Roland Garros coronato dalla prima semifinale azzurra in uno Slam in 40 anni.

Wawrinka, per chi non lo ricordasse, ha vinto questo torneo battendo un certo Federer in finale (2014)) e qui ha dato due set a zero, 75 63, al francese Pouille che non è uno che si batta da solo, soprattutto con tutto il pubblico che lo incoraggiava.

 

Un italiano doveva vincere per forza nel derby Sonego-Seppi e per il torinese aver vinto senza concedere mai neppure una pallabreak è un bel viatico, oltre che il passaporto all’obiettivo dichiarato di quest’inizio stagione: l’ingresso assicurato nel tabellone del Roland Garros. Un bel colpo per lui. Per Seppi onestamente un successo sarebbe stato meno importante. Gli americani avrebbero chiamato Sonego un “late bloomer”, perché a 23 anni e spiccioli non può essere considerato un “next Generation”, ma come ha detto lui “L’importante è arrivare, come e prima o poi non conta”. La carriera di Paolo Lorenzi lo certifica.

Lorenzo Sonego – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Manco a dirlo il match che ha fatto divertire di più il pubblico, anche quello dei palati fini come il grande coach ed ex capitano di Coppa Davis francese Jean Paul Loth (poi diventato telecronista) nonché Francis Truchi che giocò in Davis contro l’Italia per il Principato prima di diventare qui direttore del torneo tanti anni fa, è stato quello vinto in modo rocambolesco da Fognini.

Lo ha vinto contro un giocatore imprevedibile e pazzerello quanto lui. Non ho potuto seguire le quote oscillanti delle scommesse, ma mi chiedo quale potesse essere la quota di Fognini sul 6-4 e 4-1 per Rublev, n.90 del mondo ma con un best ranking di 31 dopo aver raggiunto i quarti giovanissimo due anni fa all’US Open. Soprattutto quando Rublev ha conquistato ben cinque palle-game per il 5-1 nel secondo. Fognini che aveva anche chiesto un MTO per un problema al gomito (“Ce l’ho da Indian Wells, da un mesetto… ma non mi pare un malanno importante anche se non so da dove mi provenga esattamente il dolore, mi pare sia l’osso ma non so spiegarlo al fisio”) deve fare i conti soprattutto con la solita caviglia, e forse pure con la non meno solita testa. Quest’ultima nella seconda parte del match non era certo la stessa usata nella prima.

Nihil novi sub sole. Quando si è messo a giocare bene, contro il russo che dava in isterismi come ha sempre fatto, Fabio ha dato spettacolo. La gente si è divertita un mondo.

Ma non chiedetemi di fare previsioni riguardo al suo prossimo match contro il vincente di Simon-Popyrin. Godrà di un giorno di riposo in più e non è poco, soprattutto se dovesse essere il più vecchietto Simon il suo avversario. “Ci vuole un po’ di culo” ha detto Fabio in campo e poi anche in conferenza stampa. Forse non è finito.

Sono andato alla sua conferenza stampa, anche per evitare che possa dire – come ha fatto in Australia – che io vado alle sue conferenze solo quando perde. Non è naturalmente vero, ma in un giorno di partite e di conferenze ce ne sono talmente tante che non si può andare a tutte. Anche Francesca Schiavone ci mise un bel po’ a capirlo. Non è che non si va per fare un dispetto. Dipende dagli orari, dalle radio che ti chiamano, da tante cose. È poi vero che quando un giocatore perde parte… e allora si fa uno sforzo maggiore per sentirlo perché si sa che non se ne avrà più occasione fino al prossimo torneo (che magari non è dietro l’angolo). Nel caso di Fognini poi, e qui chiudo l’inciso, c’è anche il fatto che andare ad ascoltarlo senza domandargli nulla per evitare tensioni inutili o eventuali risposte strafottenti non ha troppo senso. Almeno fino a quando possono andare altri collaboratori di Ubitennis che potranno sempre riferirmi. La giornata di domani prevede anche il doppio Fognini-Berrettini contro Fucsovics-Pella, due giocatori che hanno passato il primo turno in singolare.

Le interviste degli italiani le avete, quindi è inutile che qui ripeta quel che hanno detto. Ma mi piace molto l’atteggiamento di Sonego, ragazzo serio come pochi. Per nulla presuntuoso e spocchioso. Un bell’esempio.

Per il resto del torneo, avrete visto le interviste di Djokovic e Nadal, commentate fra le righe da Valerio Vignoli e dal sottoscritto, avrete notato che c’è qualche traduzione in più del solito, e che sono apparsi in sezione video le interviste dei top-players. Un discreto progresso direi. Spero che lo apprezziate.

Grandi sorprese questo lunedì non ci sono state. Hanno perso solo tre teste di serie di retroguardia, la n.12 Basilashvili da Fucsovics, la n.15 Shapovalov da Struff, la n.17 Edmund da Schwartzman. In campo sono scese sette teste di serie, le altre hanno vinto. Non mi paiono grosse sorprese – Edmund n.23 che gioca con Schwartzman n.24 non può mai essere considerato vero favorito sulla terra rossa –  anche se può dispiacere aver perso per strada un sicuro talento come Shapovalov – che brutto compleanno per il canadese perché il ragazzino ha un tennis che piace, anche se talvolta dà la sensazione di essere più fumo che arrosto. Struff piace molto meno, ma è il classico tedesco solido che non molla. Negli ultimi due anni Struff è sempre arrivato al terzo turno qui. Sono sicuro che, a parti invertite, Struff non avrebbe perso il terzo set 6-1.

Denis Shapovalov

Curiosi gli scherzi del tabellone (come già sottolineato nei giorni scorsi). Novak Djokovic, n.1 del mondo e vittorioso nel primo Slam dell’anno (in Australia), ma poi battuto malamente a Indian Wells affronta proprio oggi quel Kohlschreiber che l’aveva battuto. Mentre Nadal domani troverà Bautista Agut, 31 anni compiuti domenica e n.9 nella race.

Le previsioni meteo non sono incoraggianti per il mattino. Fino alle 13 è prevista pioggia. Vedremo. Per noi il match più importante (QUI il programma completo) è certamente Cecchinato-Wawrinka, oltre che Sonego-Khachanov che è un bel test per il torinese. Il problema è che Ceck-Stan è programmato per quarto sul centrale e se dovesse piovere al mattino potrebbe non essere disputato, a meno che si finisca con i riflettori (per i quali credo ci voglia l’accordo dei giocatori).

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Editoriali del Direttore

Rafa Nadal: “Mio zio Toni mi ha chiesto scusa. Quando si parla troppo…”

Dal suo ginocchio, a Roger Federer (“Con il talento che ha…”) e alla resurrezione di Tiger Woods. “Nessuna frustrazione per gli infortuni. Non posso che considerarmi fortunato”

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Rafa Nadal - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo che ieri Novak Djokovic aveva detto (qui il link all’intervista di Nole) che battere Rafa al Roland Garros è una delle sfide più grandi che puoi vincere in questo sport. Sarebbe il match dell’anno per me. Un po’ come battere Roger a Wimbledon. Mi è riuscito ed è una sensazione speciale. Perché loro sono stati così dominanti su queste superfici…”, invece Rafa Nadal, undici volte campione nel Principato, non mi ha dato la stessa soddisfazione quando gli ho chiesto dove e contro chi avrebbe voluto sognare il match della vita: “Io non sono uno che sogna molto… (e mi verrebbe da dire, beh peccato Rafa, è così bello sognare!). Vivo giorno per giorno, capisco la tua domanda, ma il mio sogno è continuare a giocare a tennis e cercare di divertirmi a competere quotidianamente. Non penso a battere Djokovic all’US Open o battere Federer a Wimbledon di nuovo. Ora il mio sogno è quello… di essere competitivo per mercoledì e giocare bene qui”.

Lo scorso anno Rafa ha perso un solo match sulla terra rossa, ma – come dice lui – l’ultimo anno e mezzo è stato duro per me. Ho vissuto troppi stop per poter dire come mi sento sulla terra rossa: non sono riuscito a giocare tre settimane di fila senza avere dei problemi! Quindi è normale che quando succedono queste cose anche l’aspetto mentale sale e scende su e giù. È un lavoro quotidiano, piccoli progressi dopo ogni allenamento, mi sono fermato dopo Indian Wells e dopo ho potuto ricominciare solo piano piano. Già il primo turno qui sarà duro (contro Bautista Agut)”.

 

Rafa ha ricominciato a giocare solo due settimane fa ed è arrivato qui venerdì. Un po’ di cautela è più che comprensibile. “È lo stesso problema che hai avuto al ginocchio negli States?”. E lui sorridendo: “Un centimetro più a sinistra, uno più a destra…”. Ma non vuole sentirsi dire che è una vittima, non vuole sentir parlare di frustrazione… La vita e il tennis mi hanno dato tanto, non mi pare sia il caso di lamentarsi, no? Ogni volta che ho giocato ero nella posizione di chi poteva vincere il torneo…certo d’altra parte è anche dura avere un problema dopo l’altro. Fa parte della mia carriera, anche se talvolta può essere difficile da accettare. Parlarne non serve. Occorre semmai restare forti mentalmente, mantenere la passione di sempre, perché se non ci riesci sei nei guai. Ma ogni volta che ho ripreso sono stato sempre molto competitivo. Cominciare bene la stagione sulla terra rossa è ovviamente molto importante per me”.

A proposito di ritorni e resurrezioni, come non chiedere a Rafa del suo idolo Tiger Woods (che andò a vedere giocare alle Bahamas), di nuovo re ad Augusta, undici anni dopo il suo ultimo Slam? Stupefacente! Sono un grande fan, forse è il mio campione prediletto, come ho detto centinaia di volte. Da sempre. Non potrei essere più felice per la sua vittoria. Se pensi a tutto quel che ha patito, il duro lavoro… e poi vincere proprio ad Augusta, forse il suo Slam preferito!”.

Ma come gli chiedono se il ritorno di Tiger sia per lui una fonte d’ispirazione, Rafa risponde un po’ come alla mia domanda sul sogno del match della vita. Non sogna e non si ispira! “Per essere onesto non ho mai avuto bisogno di ispirazione. Sono sempre riuscito a riprendermi e non c’è niente di nuovo per me, no? Sono tornato più volte di quando avrei amato di voler tornare… ma Tiger certo è un buon esempio di passione per lo sport. Disciplina… in termini di duro lavoro. E amore per il gioco”. È stata una brevissima pausa quella che ha fatto Rafa prima di aggiungere in termini di duro lavoro. Chissà se ha riflettuto in un nano secondo che Tiger è stato disciplinato sul campo quanto indisciplinato fuori del campo. “Però quella celebrazione con la sua famiglia dopo la vittoria… non la dimenticherò”.

Rafa Nadal e Carlos Moya – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Sulle previsioni per la stagione sul rosso Rafa non si sbilancia: “Non si può predire il futuro, spero che sarò fra i favoriti. C’è una nuova generazione che sta arrivando: Auger-Aliassime, Shapovalov, Tsitsipas giocano bene e a loro piace molto anche giocare sulla terra rossa. Naturalmente Thiem è uno dei candidati per tutto, soprattutto dopo aver vinto Indian Wells. E Roger anche è sempre un candidato. Vediamo se saprà adattare il suo gioco di nuovo alla terra rossa dopo questo tempo lontano… ma non credo che sarà un grosso problema per via del talento che ha. Aspettiamo qualche settimana e ne sapremo di più su tutto”.

Poi un collega gli ricorda una frase eccessivamente drammatica scappata dalle labbra di Toni Nadal: “Rafa non è un giocatore di tennis, è un atleta infortunato che gioca a tennis!”.Chiaro che a Rafa quella dichiarazione non poteva essere piaciuta. È o non è il n.2 del mondo? Ma la sua risposta è stata tranchant. Ha esordito dicendo: Mi ha chiesto scusa! Mi ha detto che era dispiaciuto. Lo voleva dire in modo positivo, per sottolineare che avevo avuto troppi infortuni e dire che nonostante quelli stavo facendo bene. Ma sapete… Toni ha conferenze ogni settimana. Così quando parli molto si fanno degli errori. È normale. Io faccio errori, tutti li fanno. E lui ha sbagliato. È venuto da me e ha detto che gli dispiaceva d’essere stato un po’ troppo drammatico. Naturalmente ho più problemi che i miei avversari, ma sono stato capace di gestirli durante tutta la mia vita.

Rivedremo Rafa contro Bautista Agut, uno dei pochi spagnoli che gioca meglio sul duro che sulla terra rossa. Ma chi oggi si trova ad affrontare Rafa ha forse minor timor reverenziale di un tempo.

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