Da Murray a Nadal, da Djokovic a Zverev. Verso Montecarlo, un anno dopo

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Da Murray a Nadal, da Djokovic a Zverev. Verso Montecarlo, un anno dopo

È tutto pronto per l’inizio del primo Masters 1000 su terra. Rispetto alla vigilia dell’edizione 2017 niente è rimasto uguale. Murray e Wawrinka non ci saranno, Djokovic è un’incognita. L’unico punto fermo? Nadal indiscusso favorito

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Il torneo di Montecarlo è indiscutibilmente uno dei più affascinanti del circuito. Sarà per la splendida cornice di cui dispone il Montecarlo Country Club o per il fatto che dopo quattro mesi di cemento si inizia a fare sul serio anche sulla terra, nel lungo percorso che culmina poi con il Roland Garros. Inoltre, come in qualsiasi primo torneo su una nuova superficie, le incognite sono tante e se i giocatori che hanno iniziato bene la stagione cercano conferme, quelli che hanno deluso tentano di invertire la rotta.

Per l’edizione 2018, un dettaglio salta subito all’occhio: facendo il confronto con la vigilia dello scorso anno, molti scenari sono cambiati. E da un certo punto di vista, data la continua ricerca di nuovi giovani talenti che possano sostituire o quanto meno contrastare il dominio dei fab four, questa nuova incertezza può essere accolta in maniera positiva. Riavvolgiamo allora il nastro ed andiamo a vedere com’era la situazione lo scorso anno, quando ci apprestavamo ad assistere al primo Masters 1000 sulla terra battuta.

 

L’inizio del 2017 aveva visto l’incredibile ritorno di Roger Federer, capace di piazzare un “triplete” con le vittorie degli Australian Open, di Indian Wells e di Miami. Anche Rafael Nadal dopo un 2016 non eccezionale stava tornando a convincere, mentre i primi due giocatori del mondo Andy Murray e Novak Djokovic erano chiamati al riscatto dopo un avvio di stagione deludente. Dietro di loro intanto, cominciavano ad ottenere buoni risultati le nuove leve: Alexander Zverev e, soprattutto, Nick Kyrgios avevano dimostrato sul cemento americano di essere i giocatori più pronti per insidiare gli extraterrestri. Anche un altro baldanzoso principe arrivò in salute a Montecarlo: Grigor Dimitrov: il bulgaro stava  riuscendo a staccarsi la fastidiosa etichetta di baby-Federer e l’ottima prestazione contro Nadal nella semifinale degli Australian Open faceva ben sperare alla vigilia della stagione sul rosso, considerando la sua capacità di adattarsi a qualsiasi superficie. Tra gli specialisti del mattone tritato spiccavano Dominic Thiem, Roberto Bautista Agut e Pablo Cuevas (sembra essere passata un’eternità ma solamente 365 giorni fa il tennista uruguaiano era uno dei più tennisti più forti e temuti sulla terra): inseguiti da altri due spagnoli, Pablo Carreno Busta e Albert Ramos, che da gregari stavano gradualmente avanzando tra le prime linee come testimoniava la semifinale raggiunta da Carreno ad Indian Wells.

Come era abbastanza prevedibile, il torneo fu vinto agevolmente da Rafael Nadal che trionfò a Montecarlo per la decima volta, perdendo un solo set nell’incontro di esordio contro il britannico Kyle Edmund. Il match più significativo per far comprendere il dominio del toro di Manacor fu quello contro Alexander Zverev, nella rivincita dell’incontro fantastico vinto in cinque set da Nadal pochi mesi prima in Australia. Zverev subì una delle sconfitte più dure della sua giovane carriera, conquistando appena due giochi in una partita che  ridimensionava almeno per il momento le sue ambizioni. Il declino dei primi due giocatori del ranking mondiale, Andy Murray e Novak Djokovic, continuò anche a Montecarlo. Se nel 2016 lo scozzese aveva tanto stupito sulla terra con le vittorie di Madrid, Roma e la finale di Parigi, non riuscì a confermarsi, uscendo al terzo turno contro il futuro finalista e rivelazione del torneo Albert Ramos. Andò leggermente meglio a Novak Djokovic, superato nei quarti di finale dal belga David Goffin dopo una maratona conclusasi 7-5 al terzo. Un altro dei favoriti per la vittoria finale era Stan Wawrinka, che come Murray e Djokovic avrebbe poi vissuto una stagione tremenda, tra infortuni e sconfitte premature. Lo svizzero venne superato abbastanza agevolmente da Pablo Cuevas, con un duplice 6-4. Assente giustificato Roger Federer, che dopo le fatiche della prima parte di stagione scelse di saltare la stagione su terra per preparare al meglio Wimbledon; se quest’anno la decisione è stata contestata dalla maggior parte degli addetti ai lavori, nel 2017 si dimostrò sicuramente una scelta azzeccata visto il successivo trionfo ai Championships.

Dopo questo tuffo nel passato, torniamo ai giorni nostri con il torneo di Montecarlo alle porte. Come anticipato tante cose sono cambiate. È assente la testa di serie numero 1 della scorsa edizione Andy Murray. Novak Djokovic da numero 2 del seeding è retrocesso al numero 9 e se lo scorso anno poteva essere annoverato tra i favoriti del torneo, questa volta dopo le deludenti prestazioni nei due Masters 1000 americani e le rotture con Agassi e Stepanek, sarebbe una sorpresa vederlo arrivare in fondo. Il tabellone, uscito nella giornata di ieri, vede ai nastri di partenza nuovi protagonisti in cerca di conferma dopo un buon avvio di stagione. È il caso di Borna Coric, che in dodici mesi è passato dallo status di eterna promessa, a giocatore rivelazione della prima parte di stagione e si presenta nel torneo del Principato da possibile outsider; Pablo Carreno Busta, tennista oramai ostico su qualsiasi superficie, trova nella terra la superficie dove poter esprimere al meglio le sue qualità. E se nella prima parte della scorsa stagione Alexander Zverev era uno degli outsider nei tornei più importanti del circuito, adesso c’è sempre molta attesa e pressione nei suoi confronti. Nonostante il match perso in Davis contro Rafael Nadal, Sascha arriva comunque a Montecarlo in ottima forma, come testimonia la severa lezione impartita ad un vecchio specialista del rosso come David Ferrer. Da non sottovalutare anche Dominic Thiem; l’austriaco è uno dei più forti giocatori del mondo sul lento e, dopo qualche problemino fisico nella prima parte della stagione, la speranza è che sia in ottima condizione per poter competere al meglio.

E gli italiani? Se tra il 2017 e il 2018 sono cambiate tante cose, tutto è rimasto invariato nel tennis azzurro, con solo due giocatori italiani presenti nel Main Draw. Fabio Fognini quest’anno è accreditato della tredicesima testa di serie, mentre nel 2017 fu costretto ad affrontare subito Pablo Carreno Busta. Non si presenta invece nel migliore dei modi l’altro azzurro in tabellone Paolo Lorenzi, proveniente da 4 uscite al primo turno e che affronterà all’esordio un cliente non semplice come Filip Krajinovic. La speranza è che Fognini e Lorenzi siano raggiunti da almeno uno dei due giocatori rimasti nelle qualificazioni: Andreas Seppi (tds n.1), e Marco Cecchinato.

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Pagelle

Pagelle: Crudelia Thiem, Bianca da favola

Indian Wells incorona Bianca Andreescu che sogna di emulare il 2018 di Osaka. Thiem spezza il sogno di Federer e vince il suo primo 1000. La vacanza di Nole, i dolori di Rafa e il disastro italiano

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Sembrava tutto scritto. Il ginocchio di Crudelia Nadal (7) che si blocca prima del trentanovesimo duello, Crudelia Nole (5)che si eclissa sin dalle prime battute, e Roger Federer (7,5) pronto alla carica del 101 nel deserto della California.

E invece, quando meno te l’aspetti l’ammazza-Dalmata ha assunto le vesti di Dominator Thiem (10) che dopo anni da Stakhanov e qualche scricchiolio ha finalmente capito che giocare tutti i tornei del circuito non è una grande idea. Sarà il tempo a dire se Massu sia uno stratega o solo un portafortuna ma certo immaginare Thiem vincente in un 1000 sul cemento, appena 2-3 settimane fa sembrava follia. 

 

Bravissimo Dominic ad approfittare del Federer modalità sciupone (e forse anche Milos Raonic, 6,5 avrà qualche rimpianto) che la vecchiaia sta proponendo sempre più spesso e chissà che questo non sia l’anno buono per fare il solletico a Nadal anche al Roland Garros. 
A proposito di Rafa, l’ennesima amarezza fisica sul duro forse dovrebbe indurlo a più miti consigli in termini di programmazione, ma pare che il tour de force sul rosso non sia in discussione. Mah.

Djokovic invece si è preso due settimane di vacanza, dedicandosi a tempo pieno alla politica tanto da non trovare tempo per un caffè con gli amici Rafa e Roger. Onore comunque a Kholschreiber (7) che ha messo in fila il numero 1 vero e quello che lo è quando ha voglia, Kyrgios (4,5) al quale dopo i terribili sforzi di Acapulco non si poteva certo chiedere di più. 

Nole si è divertito in doppio con l’amico Fognini (4) il quale avrà pensato di adottare la strategia di Peter Fleming (“Qual è la coppia più forte del mondo? McEnroe e chiunque”) scegliendosi il compagno giusto. Purtroppo per Fabio però in singolare continua la stagione da RT che non sta per retweet ma per rottura prolungata. Per fortuna ci ha pensato il derby a risollevare l’umore del nostro e adesso arriva Miami con l’amico Bobo Vieri pronto ad accoglierlo e magari rivedremo sprazzi del vecchio Fognini.

Comunque se un serbo fa cilecca, ce n’è subito in serbo un altro Kecmanovic (7,5) che approfitta dell’occasione e si regala un torneo da sogno. Se Zverev (SV) e Tsitsipas (5) arrancano, si rilancia Khachanov (7), irrompe Auger-Aliassime (7 ed esplode Hurkacz (8), mentre Cilic (4) affonda, segno che i tempi piano piano stanno cambiando.

Non è stato un torneo indimenticabile per i nostri colori: quattro partite, quattro sconfitte, un solo set vinto da Berrettini (6,5) che si è rifatto nel ricco Challenger di Phoenix. Cecchinato (4,5) e il cemento continuano a detestarsi, Seppi (5) ha perso troppo male per i suoi standard. Aggiungiamoci che nel torneo vinto da Flavia Pennetta cinque anni fa non compariva proprio il tricolore nel tabellone femminile e il disastro è totale.  

Lo scorso anno Indian Wells scoprì Naomi Osaka (5) – qui spazzata via da una strepitosa e finalmente sana Bencic (8) – quest’anno è sbocciata una rosa Bianca come Andreescu (10), che da wildcard ha coronato un’impresa stratosferica resistendo anche ai brividi della finale contro la ritrovata Kerber (8,5). Naomi partì dalla California per arrivare a New York, chissà che anche Bianca non riesca a mangiarsi la grande mela…senza avvelenarsi, sia chiaro.

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ATP

Indian Wells: finalmente Thiem, di forza e coraggio. Primo 1000 per lui

Niente da fare per Roger Federer, Dominic si prende il trofeo a furia di gran botte. Primo titolo 1000 dopo tre grandi finali perse

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IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

[7] D. Thiem b. [4] R. Federer 3-6 6-3 7-5

da Indian Wells, il nostro inviato

Eravamo tutti pronti a parlare della carica dei 101 titoli di Federer, e invece ce ne andiamo dal deserto con un nuovo campione del BNP Paribas Open. Esordiente tra i campioni dei Masters 1000 (dopo aver perso due finali, Madrid 2017 e 2018, oltre a quella del Roland garros sempre l’anno scorso), Thiem era arrivato a Indian Wells con sole tre vittorie al suo attivo nel 2019 ed ha rigirato come un guanto la sua stagione finora mettendo in campo i progressi tecnico/tattici su cui ha lavorato con il suo nuovo allenatore Nicolas Massu con il quale è probabile che la collaborazione andrà oltre i due tornei del Sunshine Double come era stato inizialmente previsto. Più capace di dettare gli scambi stando vicino al campo e facendo leva sulla sua straordinaria forza fisica nelle risposte eseguite “dal parcheggio”, ha saputo togliere il tempo a Roger Federer di eseguire le sue abituali magie e alla fine lo ha superato di forza bruta.

È piuttosto raro che l’atmosfera sia dimessa e distratta quando Roger Federer inizia a giocare una partita, men che meno una finale, ma il lungo e combattuto incontro precedente e il veloce turnaround richiesto dalle esigenze televisive (era passata ormai da 40 minuti l’orario previsto d’inizio) ha fatto si che al momento del primo servizio del campione svizzero gli spalti fossero pieni solo per due terzi. Thiem capiva che sarebbe stata una partita molto diversa dalla semifinale quando subito al suo primo turno di battuta si trovava 0-40 dopo che nel match precedente contro Raonic aveva dovuto affrontare solamente una palla break. Impostando gli scambi molto rapidi sulla diagonale “rovescia”, l’austriaco riusciva a rimontare sul 40-40, ma i rovesci molto aggressivi in risposta di Federer sui suoi servizi a uscire da sinistra in combinazione con un paio di palle corte riuscivano a stanarlo dalla sua posizione preferita e Federer partiva subito con un break di vantaggio.

Thiem si trovava quindi sotto di un break senza aver fatto molto di sbagliato: i suo top spin di rovescio costringevano lo svizzero a giocare sempre in anticipo per evitare che la palla salisse sopra la sua spalla e, risposte a parte, la posizione di Dominic in campo era sempre vicina alla linea di fondo. Il controbreak arrivava sul 2-4 grazie ad un paio di belle accelerazioni, ma era solo un passaggio temporaneo: Federer innestava la “trazione anteriore” e mettendo sempre più pressione in fase di risposta e nel game immediatamente successivo riprendeva il break di vantaggio alla quarta occasione per poi chiudere il primo parziale sul 6-3 in 36 minuti.

Il campione svizzero continuava le sue sortite offensive e si lasciava tentare più volte da serve and volley sulla seconda di servizio suggerite dalla posizione ora più arretrata di Thiem in risposta, ma le ribattute dell’austriaco erano macigni e quando al quarto game Federer veniva abbandonato dalla battuta, ecco che arrivava il break. La sua percentuale di conversione sulle palle break rimaneva molto bassa (2 su 10) e gli errori iniziavano ad aumentare, anche perché il palleggio di Thiem rimaneva profondo e pesante. Il break al quarto gioco si dimostrava decisivo e in 38 minuti Dominic pareggiava i conti portando l’atto finale del torneo al set decisivo.

Nel terzo set i servizi tornavano padroni: sei punti per il ribattitore nei primi sette giochi. Federer teneva alta la percentuale di prime di servizio, ma faticava molto a provare le sue variazioni da fondo contro la potenza dei colpi di Thiem. Sul 4-3 Federer non convertiva un affondo di diritto per lo 0-40, si procurava comunque una chance del 5-3 ma Thiem la cancellava con grande autorità. Due game più tardi, sul 5-4 30-30, lo svizzero a due punti dal match si buttava a rete sul rovescio di Thiem ma veniva passato di prepotenza. Sul 5-5 30-15 follia di Federer che giocava due palle corte consecutive, su cui Thiem esegue dure rincorse vincenti, e finisce per perdere il servizio e, un gioco più tardi, la partita.

Sfuma quindi il sesto titolo nel deserto californiano per Roger Federer, protagonista di un purtroppo abituale per lui 2 su 11 nella conversione delle palle break, statistica che alla fine lo ha condotto alla sconfitta.

Con questa affermazione Dominic Thiem conquista anche il suo miglior ranking in carriera al n.4, facendo scalare proprio Roger Federer che da lunedì prossimo occuperà la quinta posizione.

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Editoriali

Cino Marchese, il ricordo del Direttore. “Per un amico scomparso. Le sue storie più belle”

Dall’inimicizia fra Lendl e McEnroe a Borg e i morti sulla strada di Palermo. Dai trucchi per aiutare Panatta alla scoperta di Jennifer Capriati. Lui a Tiriac: “Ivanisevic l’ho visto io per primo…”

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Cino Marchese con Ubaldo Scanagatta durante la presentazione del suo libro sulla storia del torneo di Roma insieme ai dati statistici di Luca Marianantoni (sullo sfondo Paolo Bertolucci e Francesco Ricci Bitti)

In ricordo di un amico scomparso, del caro Cino Marchese (81 anni, era nato il 2 novembre 1937), Silver Fox, la Volpe d’Argento, come lo chiamavano gli americani per via di quella sua chioma bianca argentea che gli ho sempre visto incorniciare il viso fin da quando aveva poco più di 30 anni e veniva a vedere il tennis da super-appassionato alla Canottieri Tanaro Alessandria, perfino quando giocavo io i tornei junior con Robertino Lombardi e quelli di seconda categoria con Ciccio Gorla, Nicola Migone, Francesco d’Alessio, Mantelli, i fratelli De Ambrogio e tanti altri prima dei più giovani Fontana e Canessa. Potrei raccontare mille aneddoti, ma nessuno sarebbe bello come quelli che scriveva lui.

Quelli che mi chiese lui stesso di scrivere, con grande entusiasmo, nei primi mesi di esistenza del mio blog.

 

Li scriveva di getto, un po’ come gli venivano. Io che li leggevo, li trovavo fantastici, godibilissimi ed ero talmente impaziente, avevo talmente tanta voglia di metterli subito in pagina sull’appena nato “Servizi Vincenti”, il mio blog nato a fine 2006 che all’inizio curavo quasi da solo scrivendo anche 5 articoli al giorno, che non di rado mi sfuggivano correzioni che avrei dovuto invece fare… perché lui scriveva come quando parlava, a volte anche con periodi perfino più contorti dei miei, tanto che mi pareva quasi di udire, nella lettura, la sua voce stentorea, un fiume in piena, sempre incontenibile. E quasi sempre, in quei momenti di… piena, guai a contraddirlo! Di certo non era il tipo che ti mandava a dirle dietro le spalle. E aveva sempre un’opinione, mai da sussurrare. Ma quasi sempre originale, sua.

Nella notizia flash che abbiamo pubblicato ieri, sgomenti alla notizia della sua morte talmente improvvisa se si pensa che appena lunedì scorso era stato a Viareggio a presenziare l’apertura del torneo internazionale di calcio di cui era stato consulente per anni, abbiamo messo poche scarne notizie sulla sua attività di grande manager. E oggi nella nostra quotidiana rassegna stampa – non dimenticate di consultarla solo perché si trova un po’ più in basso! – ne troverete altre scritte da esimi colleghi.

Sotto a quell’articolo ho postato un mio primo commento-ricordo. Scritto in fretta, purtroppo, perché della sua scomparsa sono stato informato dal figlio di Rino Tommasi – di cui Cino era affezionatissimo amico: era una tradizione ritrovarsi a casa di Rino per il festival di Sanremo e fare i pronostici scritti sui vincitori come una sorta di mercante in fiera – in un momento in cui non avevo la possibilità di scrivere.

Rientrato a casa a notte fonda sono ancora in difficoltà, ma io credo che nessun aneddoto che io potrei raccontare sia bello e interessante quanto quelli che aveva cominciato a scrivere lui. E che ho riportato qui sotto, perché sono sempre attuali: si va da Lendl e McEnroe a Roger Federer quando era sembrato entrare in crisi… perché si era affacciato sulla sua strada Rafa Nadal.

Perché ha poi smesso di scrivere Cino, nonostante io lo pregassi invece di continuare? Perché non sopportava i cosiddetti ”leoni da tastiera”, i famosi “web-eti” che neppure Umberto Eco riusciva a mandar giù, quelli che scrivevano commenti impropri, o magari anche offensivi a quel che scriveva o alle opinioni che esprimeva, talvolta non politically correct. Ma Cino non guardava in faccia a nessuno. Io avrei dovuto, allora, trovare il modo di impedire i commenti ai suoi articoli, perché se anche ce n’erano su 20 elogiativi anche due soli ipercritici e secondo lui impreparati e privi di “onestà intellettuale”, lui si infuriava terribilmente. Poi qualche “federale” – che non si firmava – lo aveva preso di mira. Io avrei dovuto fare miglior guardia, individuare i commenti in malafede ( o che lui giudicava tali), ma la natura di un blog non consente interventi censori se non quando si offende in maniera smaccata. E quando il blog cominciò a ricevere centinaia e centinaia di commenti in un giorno divenne pian piano praticamente impossibile anche leggerli tutti dalla prima riga all’ultima.

Inciso: uno dei risultati più incresciosi di questa situazione, oltre alla cessazione degli interessanti aneddoti scritti da Cino, furono un paio di querele – fortunatamente respinte con perdite – del mal consigliato presidente FIT nei confronti di Ubitennis per alcuni commenti scritti non da me ma da alcuni lettori. E ciò sebbene io avessi incaricato di leggere e “moderare” tutti i commenti di natura “politico-federale” scritti dai lettori, dal più filofederale dei miei collaboratori, uno che sarebbe diventato addirittura un dirigente FIT, sia pure a livello locale. Uno scrupolo che si rivelò vano, perché mi si imputò comunque una premeditazione nel filtro ai commenti che assolutamente non c’era. Per mia fortuna, e grazie al mio ottimo avvocato, i giudici mi dettero ragione.

Tuttavia non c’è dubbio che il fastidio che possono determinare, a vari livelli, i commenti dei lettori più cafoni e maleducati, è un problema serissimo e fastidiosissimo per chiunque sia editore di un sito. E per me aver perso gli scritti di Cino Marchese rappresentò un gravissimo dispiacere e un sicuro danno. Ma abbiamo sempre continuato a sentirci. Con grande affetto. Adesso lo piango, mentre abbraccio da lontano l’adorabile compagna di tutta la sua vita, la carissima e dolcissima Lella. E pubblico qui di seguito uno dei suoi aneddoti impareggiabili, scritto ormai una dozzina di anni fa, che riguarda l’acredine e l’antipatia tra Ivan Lendl e John McEnroe. Ma ne ho raccolti tanti altri, e li pubblicheremo nelle prossime settimane: il secondo che abbiamo selezionato ha per titolo “Quando Borg venne a Palermo. I due morti che Bjorn vide sulla strada. “E io che gli avevo promesso che…“.


Lendl – McEnroe: la sfida infinita (di Cino Marchese)

Ho chiesto ad Ubaldo se avrebbe potuto crearmi uno spazio dove io possa raccontare tante storie da me vissute in tanti anni spesi ad occuparmi di tennis e come io debba fare per avere un mio angolo tenendo presente l’attualità del blog e quello che lui crede opportuno fare. Con discrezione chiedo a chi mi legge se la cosa possa essergli gradita. (Troverete tutti gli splendidi aneddoti di Cino in Storia e Storie, ubs)

Incomincio oggi con una storia che ricorda la grande antipatia che regnava tra Ivan Lendl e John Mc Enroe. Io ero abbastanza amico di tutti e due e per Lendl in quei tempi lavoravo essendo diventato cliente IMG, John lo conoscevo bene, ma come molti sanno era molto amico di Sergio Palmieri che storicamente non è stato mai molto amico mio anche se abbiamo fatto molte cose insieme o contro e ci conosciamo molto bene.

Spezzone della mitica finale del Roland Garros 1984. E altri cinque incontri fra Mac, Ivan E Connors

Eravamo alla fine degli anni 80 ed in quel periodo le esibizioni o special event erano molto diffusi ed appunto Sergio ed io avevamo organizzato una serie di esibizioni tra cui ce ne era una a Verona, in una piazza che tennisticamente non era mai rientrata nel grande giro e pertanto c’era grande attesa per questo Lendl-Mc Enroe che la settimana prima avevano giocato ad Anversa nel famoso evento della Racchetta di Diamanti. Se non mi ricordo male l’evento era previsto per il martedì successivo ad Anversa e Mc Enroe, che viaggiava in quella occasione con la moglie Tatum O’Neil i due figli ed una nurse, aveva preteso nel suo contratto anche un aereo privato per il trasferimento da Anversa a Verona.

Mi telefona da Cleveland il manager di Lendl e mi chiede che, dal momento che Ivan era venuto a sapere dell’aereo e gli aveva fatto una scenata perché lui non lo aveva in contratto, se con molta diplomazia io avessi chiesto a Sergio se avesse potuto intercedere su John per fargli avere due posti uno per lui e uno per il suo allenatore che in quell’occasione era il neozelandese Jeff Simpson. Sergio che lavorava per i nostri concorrenti di Proserv mi dice che avrebbe provato, ma che dati i rapporti fra i due, era molto scettico. Eravamo in un periodo molto diverso da oggi, i telefonini non esistevano e quindi riuscire a parlare con chi dovevi era molto complicato ed era solo possibile attraverso l’albergo o qualcuno del torneo. Pertanto inizia una vicenda non certo semplice tra Cleveland, Sergio che era a Bologna, io che ero a Milano e Anversa dove erano i due che però rifiutavano di parlarsi, il tutto in mezzo al week-end che complicava ulteriormente le cose.

Dopo alcune telefonate andate a vuoto finalmente arriva la risposta di John che molto poco volentieri era disposto a dare un posto a Lendl, ma si rifiutava categoricamente di caricare anche l’allenatore. Comunico tutto a Peter Johnson, il manager di Lendl, che mi ringrazia del semi-successo e mi dice che mi avrebbe fatto sapere i dettagli per il viaggio. Passano alcune ore e Peter mi telefona sconsolato che Ivan pretendeva anche il trasferimento del suo allenatore ed era stato categorico. A mia volta chiamo Sergio e gli riferisco il tutto e a sua volta dopo avere consultato McEnroe mi dice che lo era stato altrettanto categorico e se continuava a rompere lo avrebbe mandato al diavolo, che gli faceva piacere anche!! A questo punto richiamo Cleveland e riferisco il tutto ed anche che Jeff Simpson, l’allenatore, fratello di Russel che era stato un buon giocatore, mi aveva chiamato e mi aveva detto che per lui era uguale prendere un aereo di linea e se lo andavo a prendere ed insieme saremmo andati a Verona. Il manager di Lendl era esasperato e mi aveva detto che Lendl si era impuntato e lui aveva molte difficoltà nel gestire la cosa. Da parte mia gli dico che aveva la nostra simpatia, anche di Sergio, ma che non potevamo farci nulla. Finisce che Lendl senza dire una parola (e quasi prendendolo per un diritto) sale sull’aereo di Mc Enroe ed arrivano insieme a Verona immaginatevi come.

Lendl veniva da un brutto infortunio ad una spalla ed era la prima apparizione che faceva e ad Anversa non aveva fatto granché, ma le vicende dell’aereo lo avevano talmente caricato che non vedeva l’ora di giocare contro il suo grande rivale e John se avesse potuto lo avrebbe triturato tanto lo odiava. Finalmente arriva il match e i due rivali si scambiano sguardi di vero odio ed inizia uno dei più bei set che io abbia mai visto. Il pubblico di Verona penso che ancora ricordi quella partita ed i due dandosele di santa ragione arrivano al tie-break del primo set. Sulla sedia dell’arbitro c’è Vincenzo Bottone letteralmente terrorizzato do così tanto agonismo e cerca di non sbagliare mai e sul 3 a 2 per Mc Enroe giocano un punto pazzesco che finisce con una volée di Lendl molto vicino alla riga. Il palazzo dello sport esplode in un applauso che dura alcuni minuti, i due giocatori cambiano campo e Bottone finalmente annuncia il punteggio 4 a 2 Mc Enroe. Lendl a quel punto impazzisce! Sicuro di avere vinto il punto aspettava l’annuncio del 3 pari e quando sente quello che Bottone aveva detto si scaglia letteralmente contro la sedia e scrolla il malcapitato Bottone che pensa di cadere da un momento all’altro e cerca nel suo stentato inglese di calmare Lendl che schiumava rabbia ed aveva rischiato in quel set di farsi male un altra volta pur di non cedere all’odiato avversario ed alla fine però si deve arrendere ma quella sera grazie a noi il pubblico di Verona aveva assistito in una cosa che non contava niente ad uno spettacolo degno della finale di un grande torneo.

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