Intervista a Fognini: "Sento di potermi togliere delle soddisfazioni" (Rossi), Nadal cerca rivali sul rosso Thiem si prepara all'assalto (Crivelli), Rafa a Monte Carlo insegue l'undicesimo trionfo (Mancuso)

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Intervista a Fognini: “Sento di potermi togliere delle soddisfazioni” (Rossi), Nadal cerca rivali sul rosso Thiem si prepara all’assalto (Crivelli), Rafa a Monte Carlo insegue l’undicesimo trionfo (Mancuso)

Daniele Flavi

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

 

Intervista a Fognini: “Sento di potermi togliere delle soddisfazioni”

 

Paolo Rossi, la repubblica del 16.04.2018

 

Il tempo della prima domanda, e nella hall dell’albergo spunta la signora Fognini, Flavia Pennetta, con il piccolo Federico che le sta frignando in braccio. Papà Fabio lo prende, se lo coccola, ed ecco che il piccolo smette di piangere: il tennista ha lasciato tutto lo spazio all’uomo. C’è sempre prima l’uomo, dello sportivo. «Assolutamente, senza ombra di dubbio. Diventare padre mi ha cambiato. Soprattutto sul come affrontare e vivere le cose. Federico mi fa digerire le sconfitte diversamente. Se lui è con me mi pesa meno. Ricordo invece come nel 2014 aver perso contro Tsonga mi stroncò l’intera stagione». Che padre è Fabio Fognini? «Come tutti gli altri: voglio che sia felice, gli dirò semplicemente di fare quello che gli piacerà. Il tennis? Se vuole, ma andrà bene anche l’hockey. Gli dirò di essere se stesso, lo cresceremo con i valori che i nonni – paterni e materni – ci hanno trasmesso». Ma casa Fognini dov’è, tra Mio figlio Federico mi ha cambiato. Allenerei solo Kyrgios, ma ho ancora un languorino in bocca da giocatore. Spero di essere ricordato come un tipo passionale. Brindisi, Arma di Taggia e Barcellona? «Brindisi è troppo lontana. Oggi anche Miami è un po’ casa. La risposta è: Barcellona, anche se ci manco da novembre. Federico è nato li. Ed è lì che io e Flavia ci siamo conosciuti, è lì che abbiamo meno problemi anche per la gestione dei rapporti con i nonni: se vogliono, vengono loro». La Spagna «Non so se fosse scritto essere il paese del destino. Io ci sono andato a 18 anni, anche Flavia c’è stata tanto, 8-10 anni. Ma non sono spagnolo. Sono italiano, mi ci sento e ne sono fiero. Certo, Barcellona è bellissima, mi ha dato l’amore, ma e stato un caso: non sapremmo descrivere come è nato tra me e Flavia… non so cosa faremo, dipenderà da quello che faro dopo». Dopo? Sta pensando al post tennis? «Beh, cose così mi saltano in testa. Se gioco male me lo chiedo. Avendo Federico la vedo in modo diverso, la mia maturazione è venuta più tardi. Comunque mi dicono che vengo bene in tv, non lo so. Certo è che allenerei uno e soltanto uno: Nick Kyrgios». Nicola Pietrangeli ha confidato di aver scoperto «un Fognini delizioso il giorno del suo matrimonio», tutt’altra persona da quella sul campo. «Beh, non fa testo, troppo facile: quello era un giorno speciale. Ma ripeto, sono un ragazzo che in compagnia ci sa stare e a cui piace starci». E allora ipotizzi che ci sia un microfono a totale disposizione e si racconti una volta per tutte… «Seee, sicuro che mi cadrà dalle mani». Ma perché tutta questa paura dei giornalisti? «Ma no, non è paura dei giornalisti. Certo, qualcuno di loro ha superato i limiti. Perché se è vero che ho spaccato le racchette, c’è modo e modo di scriverlo. Però devo dire che sin dall’inizio sono stato sotto pressione e non ho gestito bene questo aspetto, quello dei media». Paradossalmente lei, fuori dal campo, è tipo da profilo basso. «Non si tratta di nascondermi, è che io sono così. Sono un tipo che non gli piace essere esposto. Un tipo istintivo. Non avrò recriminazioni a fine carriera. Sono sempre stato me stesso al 100%, nel bene e nel male. Il fatto è un altro». E qual è? «Che molti miei colleghi si nascondono dietro una pallina gialla. Io invece no: non faccio nomi, ma questa cosa non la tollero. Fai finta di essere un altro perché hai vinto due partite, hai avuto successo? Allora sei stupido». Un ragazzo senza mezzi termini, per questo divide gli appassionati. «Quello è vero, ne sono consapevole. Col passare degli anni, diventato più grande, con gli anni in più posso capirlo: ho avuto atteggiamenti che non sono piaciuti, ma siamo esseri umani. Non sono uno cattivo, e chiunque può confermarlo». Pentito? «Certo, ma vorrei dire: sbaglio io, sbagli tu: qualcuno s’è mai chiesto cosa potesse essermi accaduto in precedenza, perla l’origine dei miei gesti? La verità è che in Italia siamo molto tifosi. Da una parte è un bene, ma dovremmo essere un po’ più aperti, riflettere prima di accusare. Vorrei fossimo più ‘open mind’». ä dispiaciuto di questo? «I fatti dicono che io, quando gioco in nazionale, mi sono fatto in 18 pezzi. Ecco, se fossi stato così anche nei tornei, in passato, avrei potuto avere risultati diversi. Ripeto, ho avuto atteggiamenti sbagliati, ma ho fatto anche delle cose belle, e spero di poter zittire i miei detrattori in questi ultimi annidi carriera, anche se non è che voglio, o posso, piacerea tutti». II suo tennis veloce piace però, soprattutto quel braccio con velocità da Formula 1. «Sì, me lo hanno detto qualche volta. Anche se a me piacciono di più le moto. Sì, il mio tennis tecnicamente non è mai stato un problema, le mie preoccupazioni riguardano la salute e la testa: stare bene, avere la lucidità di giocare certe partite, certi tornei». Settembre 2015: sta toccando la coppa degli US Open, vinta da sua moglie. Che sensazioni le diede? «La coppa… toccare uno Slam è stato inaspettato. Ci ho pensato, mentre la toccavo, ma bisogna essere realisti. Per me maschietto sarà più dura, i nostri tennis sono due sport diversi, e questo lo dico anche a Flavia. La punzecchio sempre, ma lei sa replicare bene». Soddisfatto della sua carriera? «Ni. Ora sono messo meglio rispetto al passato, ho la velocità, la forza. Sono migliorato sul veloce anche se la partita della vita me la giocherei sempre sulla terra rossa e poi vedo che la forbice è diminuita, i Fab Four non ci sono più….

 

Nadal cerca rivali sul rosso Thiem si prepara all’assalto

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 16.04.2018

 

Quella volta, furono le avvisaglie di una rivoluzione. In un’epoca senza padroni, tre Masters 1000 consecutivi finirono a giocatori che li vincevano per la prima volta. Era il 2003: Mantilla a Roma, Coria a Amburgo e Roddick a Montreal. In mezzo, però, si era già aperta l’era beatlesiana del tennis, l’avvio della saga dorata dei Fab Four, con il successo a Wimbledon di Sua Divinità Federer.Adesso è accaduto di nuovo (Bercy a Sock, Indian Wells a Del Potro e Miami a Isner), e chissà se il 2018 aprirà d’improvviso le porte al futuro. Allora, si trattava di un poderoso ricambio generazionale, adesso i fenomeni vivono ancora tra noi ma sono la salute e la programmazione a scavare le speranze di chi arriva da dietro. Il vessillo dei dominatori si sta forse stingendo, ma il colore rosso della stagione europea risplende comunque sull’eterna bandiera di Nadal. Il guerriero è ammaccato da mille battaglie, in Davis è tornato a giocare dopo oltre due mesi dall’infortunio in Australia, ma sulla superficie d’elezione non si vedono ancora nemici pronti all’eversione. LA CACCIALa caccia al possibile rivale di Rafa è lo sport preferito di ogni appassionato di tennis, e se si tenessero le elezioni la maggioranza dei voti confluirebbe probabilmente su Thiem. Nel 2017 l’austriaco contro Nadal ha perso le finali di Barcellona e Madrid, ma lo ha battuto nei quarti a Roma prima di una sonora lezione subita in semifinale a Parigi: «Per ora mi basterebbe ripetere il cammino della scorsa stagione». Avverbio di tempo non casuale: Dominic è fermo dal 12 marzo, quando a Indian Wells si ritirò con una caviglia in fiamme. Si pensava di rivederlo addirittura per la campagna sull’erba, ma Thiem ha affrontato le cure con il piglio del connazionale più celebre, Terminator Schwarzenegger e aspetta solo le risposte dal campo: «Come condizione generale, comunque, sto meglio di un anno fa, perché mi sono dedicato con più calma a ogni dettaglio». È sempre stata la sua pecca: troppe partite a inizio stagione, con la conseguenza di arrivare bollito all’estate. A 24 anni, nel guado di una generazione compressa tra i Fab Four e i Next Gen incombenti, Dominic forse ha capito che è il momento di diventare grande.

 

Rafa a Monte Carlo insegue l’undicesimo trionfo

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 16.04.2018

 

Non si direbbe visto le piogge e le basse temperature, ma siamo in primavera. Stagione che nel tennis vuol dire terra rossa, la superficie sulla quale Nadal si trasforma in un cannibale. Il circuito questa settimana fa tappa a Monte Carlo, dove Rafa ha vinto già 10 volte, come a Barcellona e a Parigi. Dal 2005 sulla terra la fa da padrone e il dato più sorprendente è che 13 anni dopo parte ancora davanti a tutti. Anzi, il divario con il resto del gruppo sembra cresciuto. Federer, come nel 2017, ha deciso di saltare l’intera campagna sul rosso: va per i 37 e si può capirlo. Murray lo rivedremo a giugno, Djokovic è alla ricerca di se stesso. Si fa fatica a individuare un avversario capace di insidiare lo spagnolo e un’occhiata al tabellone del Masters 1000 nel Principato rafforza questa sensazione. Bedene o un qualificato come primo ostacolo, poi uno tra Mannarino, Simon o Khachanov. Tutti lontani anni luce. Il match clou nei quarti: il ranking suggerisce Thiem, la storia Djokovic. Mentre nella parte bassa ci sono Cilic, Carreno Busta e Zverev. Sulla terra il maiorchino (compirà 32 anni a giugno) ha vinto in carriera 389 partite e con ogni probabilità nelle prossime settimane abbatterà il muro dei 400 match. Da quando si è ritirato a Parigi nel 2016, vanta un bilancio di 24 vittorie e una sola sconfitta: l’unico a metterlo ko è stato Thiem lo scorso anno nei quarti al Foro Italico. SEGNALI CONFORTANTI Cinque tornei (Monte Carlo, Barcellona, Madrid, Roma e Roland Garros) e 5.500 punti a disposizione. I problemi fisici (le solite ginocchia) che lo hanno azzoppato facendogli saltare la trasferta sul cemento nordamericano sono alle spalle. Lo scorso week end di Davis ha spazzato via i dubbi: a Valencia ha trascinato la Spagna in semifinale travolgendo Kohlschreiber e soprattutto Zverev, l’unico capace di portargli via un torneo sulla terra nel 2017 trionfando a Roma. La conferma che il campione di Manacor è il favorito d’obbligo in ogni torneo che si gioca su questa superficie. Dovrà però gestirsi al meglio (non è più un ragazzino e il suo tennis è ben più usurante di quello di Federer) e non farsi condizionare dall’ansia di dover difendere la prima posizione mondiale. SPADA DI DAMOCLE Pur saltando Indian Wells e Miami, Nadal ha approfittato dei passi falsi di Federer in California e Florida ed è ritornato sul trono Atp. Nel 2017 si è imposto a Monte Carlo, Barcellona, Madrid e Roland Garros. Un exploit che nei prossimi due mesi rischia di diventare un boomerang perché lo condanna a vincere di nuovo tutti e quattro gli appuntamenti: perdendo anche solo una delle finali, svanirebbero quei risicati 100 punti di vantaggio su Federer e lo svizzero tornerebbe n.l nella graduatoria del computer pur non giocando. Il suo bonus può diventare Roma (12-20 maggio), dove nel 2017 si fermò nei quarti e difende solo 180 punti. Potrebbe incrementare quel bottino, recuperando così un’eventuale sconfitta negli altri suoi feudi sulla terra rossa. Anche se poi sull’erba, tra giugno e luglio, la storia delle cambiali si invertirebbe con King Roger che dovrà difendere i successi di Halle e Wimbledon (2.500 punti). ITALIANI NEL PRINCIPATO Sono in 4 al via: Fabio Fognini, testa di serie n.13, Paolo Lorenzi, Andreas Seppi e Marco Cecchinato (gli ultimi due hanno superato le qualificazioni). Oggi esordio per Lorenzi, opposto al francese Herbert.

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Sky Italia rinnova con Eurosport (Plazzotta). Racchette e cognac (Mancuso)

La rassegna stampa di giovedì 13 dicembre 2018

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Sky Italia rinnova con Eurosport (Claudio Plazzotta, Italia Oggi)

I diritti tv delle manifestazioni sportive sono la leva più importante per una piattaforma televisiva a pagamento. E l’alleanza, pur non esclusiva, tra Sky ed Eurosport appena rinnovata per il satellite e la fibra fino a tutto il 2021 costituisce proprio uno degli esempi più interessanti in questo senso. Sky sta puntando moltissimo sull’ambiente Sky Q, che già ora ha oltre 500 mila abbonati, e sulla possibilità di ospitare, in questo ambiente, le app più importanti sul mercato: ci sono già Vevo, Spotify, Dazn, in primavera arriverà quella di Netflix, e pure Eurosport Player, che è una app ben sviluppata e di successo sul target di sportivi appassionati, dovrebbe sbarcare sul nuovo decoder di Sky. Il contratto tra Rai ed Rcs sport per i diritti tv in chiaro del Giro d’Italia di ciclismo (e di altre gare importanti come la MilanoSanremo o il Giro di Lombardia) è scaduto nel 2018: costava 12 milioni di euro all’anno, e per il prossimo rinnovo Urbano Cairo chiede almeno 18 milioni di euro annui. Rai sta valutando l’investimento e se ci sono i presupposti per un incremento del 50% dei costi anno su anno. Ma, a dire il vero, non c’è grande concorrenza in Italia […]. Discovery Italia ha già i diritti del Giro d’Italia attraverso Eurosport, e non ha interesse a fare investimenti di quella entità per trasmettere il ciclismo in chiaro su Nove o Dmax. E Sky, proprio grazie alla intesa con Eurosport, assicura già ai suoi abbonati il Giro d’Italia (come il grande golf, il grande tennis, il grande ciclismo, il basket, gli sport invernali, il nuoto, l’atletica leggera, lo snooker, ecc), e quindi si toglie dalla contesa, avendo pure meno interessi nel ciclismo poiché da fine 2019 non sponsorizzerà più alcun team. Tornando all’alleanza Sky-Eurosport, infine, dopo aver firmato l’intesa triennale con Discovery, il gruppo Sky sta discutendo con i vertici del broadcaster americano circa un accordo per rilevare anche la raccolta pubblicitaria dei canali Eurosport, che quindi, nel 2019, passeranno da Discovery Media a Sky Media. Resterà in capo a Eurosport, ovviamente, tutta la pianificazione pubblicitaria derivante dal network internazionale, mentre le campagne nazionali saranno invece a cura di Sky Media. Il contratto quadro firmato tra Discovery Italia e Sky Italia è ovviamente complessivo, e riguarda anche altri canali: finora Discovery forniva a Sky in esclusiva i quattro canali Discovery Channel, Discovery Science, Discovery Travel e living e Animal planet, e poi, non in esclusiva, i due canali di Eurosport. Col nuovo accordo si rinnova l’intesa satellitare e via fibra sui canali Eurosport, sempre non in esclusiva, e su Discovery Channel e Science, anche questi non in esclusiva. Gli altri due canali, Travel e living e Animal planet, usciranno invece dalla piattaforma Sky il prossimo 31 gennaio, e verranno distribuiti solo attraverso la app Dplay. Eurosport, quindi, per ora non sarà compreso negli abbonamenti a Sky sottoscrivibili per il digitale terrestre […]

 

Racchette e cognac (Mariarosa Mancuso, Foglio)

[…] In questo caso, partendo da un mucchietto di fotografie ritrovate da Matteo Codignola nella valigia di un collezionista. Immagini di tennisti anni Cinquanta, punto di partenza per altrettante storie da ricostruire frugando tra archivi e giornali. Quando il tennis non era ancora entrato nella fase adulta e professionale che conosciamo oggi. Quando le conferenze stampa e le vite dei campioni svoltavano verso lo spettacolo d’arte varia, affascinante quanto le partite. Racconta Matteo Codignola, tennista in proprio e maniacale conoscitore di ogni risvolto del magnifico sport, che alla prima edizione di Wimbledon, anno 1877, parteciparono 22 giocatori “con un outfit vagamente ispirato al cricket, una racchetta personalizzata, e una concezione delle regole, o perfino delle finalità del gioco, del tutto idiosincratica”. Da qui discendono tennisti come Torben Ulrich, fissato con il suono perfetto della palla sulle corde. O giocatrici come Suzanne Lenglen: al cambio campo beveva cognac dalla fiaschetta d’argento e girava accompagnata da mamma e papà, ossessionato più della figlia dal match perfetto. Oppure, per fare un nome che ricorda qualcosa anche a chi conosce Roger Federer solo per via di David Foster Wallace “Il tennis come esperienza religiosa”, Ilie Nastase. A uno spettatore che, stufo dei fuori programma sotto forma di monologhi, lo accusava di “faire du cinéma”, il tennista rumeno piccato precisò: “Je fais du théâtre”. Ogni fotografia d’epoca ha la sua ricca didascalia, e ogni dettaglio è impreziosito da divagazioni alla Tristram Shandy. Una è dedicata alla colazione dei campioni, che farebbe stramazzare i nutrizionisti d’oggi. Bistecche tre volte al giorno, se non erano spaghetti-patatine-uova strapazzate in quantità, annaffiate da birra e succo d’arancia (a mezzogiorno, poi sei ore di tennis e a cena il bis). Un altro divorava tutto quel che che gli mettevano davanti, i pasti erano apparecchiati in un locale separato per tenere lontani i curiosi. Altra divagazione, sulle fotografie: gli scatti Muybridge, che scompongono il movimento, e gli scatti Lartigue, che mostrano i tennisti con i piedi staccati da terra. Osservazioni tecniche, match mandati a memoria, “Vesciche eccetera”, sconfinamenti a Hollywood, scandali e isterie. Inframmezzati da gustosi siparietti autobiografici che si intrecciano con “la passione predominante”. Matteo Codignola ricorda quando da piccolo, vestito elegante e con l’inseparabile Pinocchio di gomma fu presentato a Ludwig Binswanger (Codignola padre lavorava nella clinica svizzera fondata dallo psichiatra). Da luminare aveva scritto un saggio intitolato “Tre forme di esistenza mancata – Esaltazione fissata, stramberia, manierismo”: l’occasione per chiedersi se la vita dei tennisti, o magari degli appassionati di tennis, rientra in quel modello. (La risposta, nel caso ve lo stiate chiedendo, è un deciso “no”). Matteo Codignola confessa di aver pensato, di sfuggita, a questo libro come un tentativo di liberarsi dal vizio. “Vite brevi di tennisti eminenti” riesce solo a contagiare il lettore, che vorrebbe altre storie di palline e di racchette.

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I signori del tennis promuovono Torino: “È pronta alla sfida delle ATP Finals” (Semeraro). La lezione di Pilic su cosa è il talento (Rossi)

La rassegna stampa di mercoledì 12 dicembre 2018

Alessia Gentile

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I signori del tennis promuovono Torino: “È pronta alla sfida delle ATP Finals” (Stefano Semeraro, La Stampa)

L’esame è stato sostenuto, la candidata era preparata, ora si attende l’esito. Lunedì e martedì una delegazione dell’Atp ha visitato Torino per «scoprire» la città e valutare impianti, logistica, accoglienza in vista dell’assegnazione delle Atp Finals, il torneo di fine anno fra gli 8 migliori giocatori del mondo che dal 2021, e per cinque anni, potrebbe lasciare Londra. Circa 40 città in tutto il mondo hanno manifestato interesse, sabato prossimo verrà annunciata la lista ristretta di 3-4 candidate finali in cui Torino punta a rientrare, per poi giocarsi le ultime carte in vista dell’assegnazione che avverrà a marzo. Le candidate, tra cui la stessa Londra, Tokyo, Singapore, Abu Dhabi che avrebbe messo sul piatto 70 milioni di dollari, e sicuramente un’altra capitale europea, sono agguerritissime. Ma Torino conta sulle sue armi e sul desiderio dell’Atp di trovare una sede europea e credibile al di là del puro conto economico. Il progetto torinese ruota attorno all’idea di una cittadella del tennis attorno al PalaAlpitour, sede degli incontri, con la players lounge dedicata ai giocatori all’interno delle piscine e il Circolo Stampa Sporting pronto a fornire i campi di allenamento. Russ Hutchins, braccio destro del Ceo dell’Atp Chris Kermode, il vice-presidente David Massey e il responsabile marketing George Ciz sono saliti sulla Mole, hanno incontrato Evelina Christillin al Museo Egizio, visitato lo Sporting e il PalaAlpitour, cenato lunedì sera con la sindaca Appendino. Ieri alla Nuvola Lavazza hanno incontrato dirigenti dell’azienda che nel tennis investe da anni: un segnale importante. Bocche cucite, ma sguardi interessati. «Torino ha fatto una gran bella figura», spiega Sergio Palmieri, il direttore degli Internazionali d’Italia che ha fatto da padrone di casa. «L’Atp non conosceva la città, ma è ripartita con una ottima impressione senza più dubbi riguardo agli impianti e all’offerta complessiva. Ora tocca a loro decidere». Il governo, rappresentato da Lorenzo Marzoli, uomo di fiducia di Giancarlo Giorgetti, ha ribadito il suo appoggio: «Gli eventi sportivi per noi sono molto importanti». «Torino in questi due giorni ha offerto il meglio», dichiara Diego Nepi Molineris, responsabile marketing del Coni, «molte realtà economiche a partire dalla Confindustria locale sono molto interessate, anche perché si tratta di un evento perfetto per mettere la città al centro del palcoscenico mondiale, visto che occuperebbe 5 anni con un indotto importante. Londra, certo, è una metropoli e può offrire un impianto straordinario come la 02 Arena, che però resta isolato. Torino offre tutta una città» […].

 

La lezione di Pilic su cosa è il talento (Massimo Rossi, Libero)

C’è un grande ex giocatore di tennis croato che si chiama Nikola (detto Nikki) Pilic. In uno sport individuale e individualista come il tennis, Nikki riuscì nell’impresa di trovare la solidarietà di ben 81 giocatori, su 128 iscritti al tabellone, che si ritirarono nientepopodimeno che dal torneo di Wimbledon per protestare contro l’ingiusta squalifica del loro collega da parte della federazione jugoslava. Correva l’anno 1973 e la Jugoslavia era ancora unita sotto il governo forte del maresciallo Tito, quindi non si scherzava per niente, nemmeno nello sport. Pilic è stato un ottimo giocatore, sei del mondo nel 1968, però è nel ruolo di coach che gli va riconosciuta una marcia in più, e non solo per essere stato il primo allenatore di Novak Djokovic, cui ha quindi dato l’impronta da numero uno del mondo, bensì e soprattutto per essere stato l’unico coach di Coppa Davis a vincere ben quattro insalatiere con due nazionali diverse: tre con la Germania (1988 – 1989 – 1993) e una con la Croazia (2005) a 66 anni suonati. Tutto questo preambolo per affrontare una domanda comune a molte discipline sportive: che cos’è il talento? Pilic, in occasione di un Simposio internazionale sul tennis di qualche anno fa, a questa domanda rispose senza esitazione: «Talento è fare quello che dice tuo allenatore». Fulminante. Parole che dovrebbero essere scolpite all’ingresso di qualunque scuola di sport, e che mi sono venute in mente quando, qualche sera fa, sono stato invitato alla serata intitolata “Il volo dei talenti”, una bellissima manifestazione organizzata tutti gli anni dal CUS Milano per premiare gli atleti che più si sono distinti a livello nazionale […].

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Cilic: “Mi prendo Roma” (Lobasso). Panatta si scusa: “Niente contro Sau, era una battuta” (Piras). “Così ho sconfitto il tumore e sono tornato a vincere” (Lobasso)

La rassegna stampa di martedì 11 dicembre 2018

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Cilic: “Mi prendo Roma” (Marco Lobasso, Leggo)

Campione del mondo in Coppa Davis con la sua Croazia, Marin Cilic riparte dal clamoroso successo contro la Francia per lanciare la sfida nel 2019 ai tre grandi del tennis mondiale: Federer, Nadal e Djokovic, tutti già battuti almeno una volta. Intanto, è venuto in Italia, a Napoli, per essere protagonista del “Cilic Day” organizzato da Capri Watch del Ceo Silvio Staiano, sui campi del TC Napoli del presidente Riccardo Villari. Un clamoroso successo con mille bambini tutti per lui. Poi, tanto allenamento fino agli Australian Open di gennaio, dove è stato finalista a gennaio scorso. Il 2019 sarà l’anno dell’aggancio di Cilic ai tre grandi del tennis mondiale? «Lo sogno, ci credo. Io sono pronto. Ho 30 anni e sono al massimo, ma posso ancora migliorare. Loro sono grandissimi ma a me manca poco per raggiungere». Serve vincere tornei del Grande Slam. «L’ho fatto una volta e poi due finali. Ci posso riuscire ancora». Tra I sogni di Cilic c’è anche Roma dove è stato semifinalista quest’anno? «Certo che c’è. L’anno prossimo giocherò gli Internazionali d’Italia e voglio vincerli. Perché no? Posso farlo, ci sono andato già così vicino; sarò pronto anche sulla terra». Che tennis mondiale vivremo il prossimo anno? «I talenti diventeranno ancora più forti. Faccio un solo nome, il mio giovane compagno di squadra Borna Coric, 22 anni. Io vi dico che lui anche solo in un anno può diventare il più forte del mondo. E oggi è già n. 12». Come è messa l’Italia a livello internazionale? «Fognini è fortissimo e non calerà; ho molto rispetto per lui. E poi c’è Cecchinato che sulla terra battuta è un fenomeno e si ripeterà». E la grande speranza azzurra Matteo Berrettini? «Ha un gran fisico e un grande servizio. Fidatevi di lui: arriverà al top» […].

 

Panatta si scusa: “Niente contro Sau, era una battuta” (Lorenzo Piras, Unione Sarda)

«Se qualcuno si è risentito per quel che ho detto mi scuso, ma la mia era solo una battuta in romanesco». Adriano Panatta, ex fuoriclasse del tennis tricolore, non fa marcia indietro sul caso del “sorcio nero”. Ma ci tiene a precisare il senso della frase che ha usato per descrivere il gol del 2-2 di Marco Sau con la Roma a “Quelli che il calcio” su Rai Due: «La mia è solo ironia romana», spiega a L’Unione Sarda. «L’intenzione era quella di elogiare la furbizia dell’attaccante del Cagliari che, come un topolino, è riuscito a far breccia nella difesa giallorossa». Panatta “abbraccia” virtualmente Marco Sau: «È un ottimo calciatore. E il Cagliari non me ne voglia: la Sardegna, dove ho tanti amici, è sempre nel mio cuore». Ammetterà però che la sua battuta può prestarsi a fraintendimenti. «Chiamavo sorcio anche Harold Solomon. Perché se ti giravi un secondo, ti fregava. Era l’avversario che ho sconfitto nella finale del Roland Garros nel 1976, ma di lui avevo assoluto rispetto». Tutto qua? «I social ingigantiscono anche le virgole. Credo che i veri problemi siano altri». Traduca dal romanesco che cosa ha detto durante “Quelli che il calcio”. «C’erano tre marcantoni della Roma in difesa. Sau li ha beffati. Sorcio nero – lo ripeto – è sinonimo di furbizia. A Roma dare del sorcio significa attribuire a qualcuno la dote della scaltrezza». Posto che lei ce l’avesse con i giallorossi e non con Sau, non trova che il suo tono abbia tratto un po’ tutti in inganno? «Ho un sacro rispetto degli sportivi. Sau sabato ha compiuto un’impresa incredibile e con lui il Cagliari». Si stava rivolgendo a una platea nazionale, non solo romana e romanista. «So di essere stato frainteso. Mi dispiace». Quale insegnamento trae da questa vicenda? «Il calcio è una materia su cui non si può scherzare. Eppure, in fondo, è un gioco» […]. Come replica al Cagliari, che non ha preso benissimo le sue parole? «Non volevo offendere nessuno». Lei è pro o contro Di Francesco? «È un bravo allenatore. Ha una squadra che può stare tra le prime quattro-cinque del campionato, ma non si capisce perché la Roma perda concentrazione. Per la Champions penso però che i discorsi siano chiusi» […].


“Così ho sconfitto il tumore e sono tornato a vincere” (Marco Lobasso, Mattino)

L’ultimo punto è stato il suo, poi la pazza gioia di 500 tifosi in campo a festeggiare la promozione del Tennis Vomero nella serie A1 del tennis. Mariano Esposito è l’eroe del club, non solo perché in doppio con Gianmarco Cacace ha firmato la storica vittoria che vale una carriera, ma perché da meno di un anno sta vivendo la sua seconda vita. Nel dicembre 2016 gli avevano diagnosticato un cancro all’addome: sembrava impossibile per un ragazzone di 22 anni di 185 centimetri come lui, campione italiano di tennis (in Terza categoria), un talento giovanile di livello nazionale, primi punti in classifica mondiale ATP di singolo e doppio. L’immagine della forza fisica e della gioventù. «Sarà una lotteria» gli aveva detto senza mezzi termini la dottoressa che lo aveva in cura all’Istituto Pascale: il cancro era già di dimensioni notevoli. L’intervento di urgenza, quattro mesi di chemio, una lunghissima riabilitazione, muscoli e chili persi (circa venti) e solo per tornare a una vita normale. E il tennis? «Sembrava impossibile tornare a giocare ai miei livelli migliori e anche se ora sto bene. So che non sono ancora al meglio ma lo volevo più di ogni altra cosa. Ho lottato, ho battuto un brutto male e adesso vivo la mia seconda vita con più ironia e con uno spirito zen che prima non avevo». Mese dopo mese si è ripreso, aiutato dal suo circolo, il Tc Vomero, dagli amici delll’Accademia Tennis Napoli, la sua seconda casa, poi anche dal Tennis Petrarca. Ha ripreso gli studi in filosofia all’Università Suor Orsola e, soprattutto, ha ripreso a tirare forte a tennis. «Ci è voluto un anno. Ho curato fisico e morale, volevo tornare utile al Tennis Vomero e riprendermi un posto nella squadra di serie A2. Mi ha aiutato la mia famiglia a cui dedico la promozione, la mia fidanzata Giorgia, i miei compagni di squadra, mio cognato Geppino. Devo fare controlli per altri cinque anni. Sono uscito dal tunnel ma non definitivamente; però ora è tutto diverso». La seconda vita da tennista di Mariano regala speranze a tutti quei giovani colpiti come lui da un male terribile a vent’anni. «È dura, lo so. Ci vuole fortuna ma si può vincere. Bisogna crederci fino in fondo e io l’ho fatto. Il destino mi ha regalato una seconda chance e io l’ho sfruttata» […]. Il premio è la serie A1 e adesso si continua. Ancora un passo in avanti, giorno dopo giorno. La sua seconda vita è diventata la più bella.

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