Intervista a Fognini: "Sento di potermi togliere delle soddisfazioni" (Rossi), Nadal cerca rivali sul rosso Thiem si prepara all'assalto (Crivelli), Rafa a Monte Carlo insegue l'undicesimo trionfo (Mancuso)

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Intervista a Fognini: “Sento di potermi togliere delle soddisfazioni” (Rossi), Nadal cerca rivali sul rosso Thiem si prepara all’assalto (Crivelli), Rafa a Monte Carlo insegue l’undicesimo trionfo (Mancuso)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

 

Intervista a Fognini: “Sento di potermi togliere delle soddisfazioni”

 

Paolo Rossi, la repubblica del 16.04.2018

 

Il tempo della prima domanda, e nella hall dell’albergo spunta la signora Fognini, Flavia Pennetta, con il piccolo Federico che le sta frignando in braccio. Papà Fabio lo prende, se lo coccola, ed ecco che il piccolo smette di piangere: il tennista ha lasciato tutto lo spazio all’uomo. C’è sempre prima l’uomo, dello sportivo. «Assolutamente, senza ombra di dubbio. Diventare padre mi ha cambiato. Soprattutto sul come affrontare e vivere le cose. Federico mi fa digerire le sconfitte diversamente. Se lui è con me mi pesa meno. Ricordo invece come nel 2014 aver perso contro Tsonga mi stroncò l’intera stagione». Che padre è Fabio Fognini? «Come tutti gli altri: voglio che sia felice, gli dirò semplicemente di fare quello che gli piacerà. Il tennis? Se vuole, ma andrà bene anche l’hockey. Gli dirò di essere se stesso, lo cresceremo con i valori che i nonni – paterni e materni – ci hanno trasmesso». Ma casa Fognini dov’è, tra Mio figlio Federico mi ha cambiato. Allenerei solo Kyrgios, ma ho ancora un languorino in bocca da giocatore. Spero di essere ricordato come un tipo passionale. Brindisi, Arma di Taggia e Barcellona? «Brindisi è troppo lontana. Oggi anche Miami è un po’ casa. La risposta è: Barcellona, anche se ci manco da novembre. Federico è nato li. Ed è lì che io e Flavia ci siamo conosciuti, è lì che abbiamo meno problemi anche per la gestione dei rapporti con i nonni: se vogliono, vengono loro». La Spagna «Non so se fosse scritto essere il paese del destino. Io ci sono andato a 18 anni, anche Flavia c’è stata tanto, 8-10 anni. Ma non sono spagnolo. Sono italiano, mi ci sento e ne sono fiero. Certo, Barcellona è bellissima, mi ha dato l’amore, ma e stato un caso: non sapremmo descrivere come è nato tra me e Flavia… non so cosa faremo, dipenderà da quello che faro dopo». Dopo? Sta pensando al post tennis? «Beh, cose così mi saltano in testa. Se gioco male me lo chiedo. Avendo Federico la vedo in modo diverso, la mia maturazione è venuta più tardi. Comunque mi dicono che vengo bene in tv, non lo so. Certo è che allenerei uno e soltanto uno: Nick Kyrgios». Nicola Pietrangeli ha confidato di aver scoperto «un Fognini delizioso il giorno del suo matrimonio», tutt’altra persona da quella sul campo. «Beh, non fa testo, troppo facile: quello era un giorno speciale. Ma ripeto, sono un ragazzo che in compagnia ci sa stare e a cui piace starci». E allora ipotizzi che ci sia un microfono a totale disposizione e si racconti una volta per tutte… «Seee, sicuro che mi cadrà dalle mani». Ma perché tutta questa paura dei giornalisti? «Ma no, non è paura dei giornalisti. Certo, qualcuno di loro ha superato i limiti. Perché se è vero che ho spaccato le racchette, c’è modo e modo di scriverlo. Però devo dire che sin dall’inizio sono stato sotto pressione e non ho gestito bene questo aspetto, quello dei media». Paradossalmente lei, fuori dal campo, è tipo da profilo basso. «Non si tratta di nascondermi, è che io sono così. Sono un tipo che non gli piace essere esposto. Un tipo istintivo. Non avrò recriminazioni a fine carriera. Sono sempre stato me stesso al 100%, nel bene e nel male. Il fatto è un altro». E qual è? «Che molti miei colleghi si nascondono dietro una pallina gialla. Io invece no: non faccio nomi, ma questa cosa non la tollero. Fai finta di essere un altro perché hai vinto due partite, hai avuto successo? Allora sei stupido». Un ragazzo senza mezzi termini, per questo divide gli appassionati. «Quello è vero, ne sono consapevole. Col passare degli anni, diventato più grande, con gli anni in più posso capirlo: ho avuto atteggiamenti che non sono piaciuti, ma siamo esseri umani. Non sono uno cattivo, e chiunque può confermarlo». Pentito? «Certo, ma vorrei dire: sbaglio io, sbagli tu: qualcuno s’è mai chiesto cosa potesse essermi accaduto in precedenza, perla l’origine dei miei gesti? La verità è che in Italia siamo molto tifosi. Da una parte è un bene, ma dovremmo essere un po’ più aperti, riflettere prima di accusare. Vorrei fossimo più ‘open mind’». ä dispiaciuto di questo? «I fatti dicono che io, quando gioco in nazionale, mi sono fatto in 18 pezzi. Ecco, se fossi stato così anche nei tornei, in passato, avrei potuto avere risultati diversi. Ripeto, ho avuto atteggiamenti sbagliati, ma ho fatto anche delle cose belle, e spero di poter zittire i miei detrattori in questi ultimi annidi carriera, anche se non è che voglio, o posso, piacerea tutti». II suo tennis veloce piace però, soprattutto quel braccio con velocità da Formula 1. «Sì, me lo hanno detto qualche volta. Anche se a me piacciono di più le moto. Sì, il mio tennis tecnicamente non è mai stato un problema, le mie preoccupazioni riguardano la salute e la testa: stare bene, avere la lucidità di giocare certe partite, certi tornei». Settembre 2015: sta toccando la coppa degli US Open, vinta da sua moglie. Che sensazioni le diede? «La coppa… toccare uno Slam è stato inaspettato. Ci ho pensato, mentre la toccavo, ma bisogna essere realisti. Per me maschietto sarà più dura, i nostri tennis sono due sport diversi, e questo lo dico anche a Flavia. La punzecchio sempre, ma lei sa replicare bene». Soddisfatto della sua carriera? «Ni. Ora sono messo meglio rispetto al passato, ho la velocità, la forza. Sono migliorato sul veloce anche se la partita della vita me la giocherei sempre sulla terra rossa e poi vedo che la forbice è diminuita, i Fab Four non ci sono più….

 

Nadal cerca rivali sul rosso Thiem si prepara all’assalto

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 16.04.2018

 

Quella volta, furono le avvisaglie di una rivoluzione. In un’epoca senza padroni, tre Masters 1000 consecutivi finirono a giocatori che li vincevano per la prima volta. Era il 2003: Mantilla a Roma, Coria a Amburgo e Roddick a Montreal. In mezzo, però, si era già aperta l’era beatlesiana del tennis, l’avvio della saga dorata dei Fab Four, con il successo a Wimbledon di Sua Divinità Federer.Adesso è accaduto di nuovo (Bercy a Sock, Indian Wells a Del Potro e Miami a Isner), e chissà se il 2018 aprirà d’improvviso le porte al futuro. Allora, si trattava di un poderoso ricambio generazionale, adesso i fenomeni vivono ancora tra noi ma sono la salute e la programmazione a scavare le speranze di chi arriva da dietro. Il vessillo dei dominatori si sta forse stingendo, ma il colore rosso della stagione europea risplende comunque sull’eterna bandiera di Nadal. Il guerriero è ammaccato da mille battaglie, in Davis è tornato a giocare dopo oltre due mesi dall’infortunio in Australia, ma sulla superficie d’elezione non si vedono ancora nemici pronti all’eversione. LA CACCIALa caccia al possibile rivale di Rafa è lo sport preferito di ogni appassionato di tennis, e se si tenessero le elezioni la maggioranza dei voti confluirebbe probabilmente su Thiem. Nel 2017 l’austriaco contro Nadal ha perso le finali di Barcellona e Madrid, ma lo ha battuto nei quarti a Roma prima di una sonora lezione subita in semifinale a Parigi: «Per ora mi basterebbe ripetere il cammino della scorsa stagione». Avverbio di tempo non casuale: Dominic è fermo dal 12 marzo, quando a Indian Wells si ritirò con una caviglia in fiamme. Si pensava di rivederlo addirittura per la campagna sull’erba, ma Thiem ha affrontato le cure con il piglio del connazionale più celebre, Terminator Schwarzenegger e aspetta solo le risposte dal campo: «Come condizione generale, comunque, sto meglio di un anno fa, perché mi sono dedicato con più calma a ogni dettaglio». È sempre stata la sua pecca: troppe partite a inizio stagione, con la conseguenza di arrivare bollito all’estate. A 24 anni, nel guado di una generazione compressa tra i Fab Four e i Next Gen incombenti, Dominic forse ha capito che è il momento di diventare grande.

 

Rafa a Monte Carlo insegue l’undicesimo trionfo

 

Angelo Mancuso, il messaggero del 16.04.2018

 

Non si direbbe visto le piogge e le basse temperature, ma siamo in primavera. Stagione che nel tennis vuol dire terra rossa, la superficie sulla quale Nadal si trasforma in un cannibale. Il circuito questa settimana fa tappa a Monte Carlo, dove Rafa ha vinto già 10 volte, come a Barcellona e a Parigi. Dal 2005 sulla terra la fa da padrone e il dato più sorprendente è che 13 anni dopo parte ancora davanti a tutti. Anzi, il divario con il resto del gruppo sembra cresciuto. Federer, come nel 2017, ha deciso di saltare l’intera campagna sul rosso: va per i 37 e si può capirlo. Murray lo rivedremo a giugno, Djokovic è alla ricerca di se stesso. Si fa fatica a individuare un avversario capace di insidiare lo spagnolo e un’occhiata al tabellone del Masters 1000 nel Principato rafforza questa sensazione. Bedene o un qualificato come primo ostacolo, poi uno tra Mannarino, Simon o Khachanov. Tutti lontani anni luce. Il match clou nei quarti: il ranking suggerisce Thiem, la storia Djokovic. Mentre nella parte bassa ci sono Cilic, Carreno Busta e Zverev. Sulla terra il maiorchino (compirà 32 anni a giugno) ha vinto in carriera 389 partite e con ogni probabilità nelle prossime settimane abbatterà il muro dei 400 match. Da quando si è ritirato a Parigi nel 2016, vanta un bilancio di 24 vittorie e una sola sconfitta: l’unico a metterlo ko è stato Thiem lo scorso anno nei quarti al Foro Italico. SEGNALI CONFORTANTI Cinque tornei (Monte Carlo, Barcellona, Madrid, Roma e Roland Garros) e 5.500 punti a disposizione. I problemi fisici (le solite ginocchia) che lo hanno azzoppato facendogli saltare la trasferta sul cemento nordamericano sono alle spalle. Lo scorso week end di Davis ha spazzato via i dubbi: a Valencia ha trascinato la Spagna in semifinale travolgendo Kohlschreiber e soprattutto Zverev, l’unico capace di portargli via un torneo sulla terra nel 2017 trionfando a Roma. La conferma che il campione di Manacor è il favorito d’obbligo in ogni torneo che si gioca su questa superficie. Dovrà però gestirsi al meglio (non è più un ragazzino e il suo tennis è ben più usurante di quello di Federer) e non farsi condizionare dall’ansia di dover difendere la prima posizione mondiale. SPADA DI DAMOCLE Pur saltando Indian Wells e Miami, Nadal ha approfittato dei passi falsi di Federer in California e Florida ed è ritornato sul trono Atp. Nel 2017 si è imposto a Monte Carlo, Barcellona, Madrid e Roland Garros. Un exploit che nei prossimi due mesi rischia di diventare un boomerang perché lo condanna a vincere di nuovo tutti e quattro gli appuntamenti: perdendo anche solo una delle finali, svanirebbero quei risicati 100 punti di vantaggio su Federer e lo svizzero tornerebbe n.l nella graduatoria del computer pur non giocando. Il suo bonus può diventare Roma (12-20 maggio), dove nel 2017 si fermò nei quarti e difende solo 180 punti. Potrebbe incrementare quel bottino, recuperando così un’eventuale sconfitta negli altri suoi feudi sulla terra rossa. Anche se poi sull’erba, tra giugno e luglio, la storia delle cambiali si invertirebbe con King Roger che dovrà difendere i successi di Halle e Wimbledon (2.500 punti). ITALIANI NEL PRINCIPATO Sono in 4 al via: Fabio Fognini, testa di serie n.13, Paolo Lorenzi, Andreas Seppi e Marco Cecchinato (gli ultimi due hanno superato le qualificazioni). Oggi esordio per Lorenzi, opposto al francese Herbert.

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Thiem, un guerriero (Crivelli). Il tennis senza padroni (Semeraro). Il dirittone di Thiem spiega la resa di Federer (Clerici). Andreescu, l’alba di una campionessa (Garofalo). ATP finals, Torino diventa la grande favorita (La Stampa)

La rassegna stampa di martedì 19 marzo 2019

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Thiem, un guerriero. E adesso il tennis non ha più padroni (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

La democrazia non sarà perfetta, ma rimane il migliore dei mondi possibili. E dopo anni di strapotere dei soliti noti i Fab Four prenditutto – il tennis maschile si scopre improvvisamente a fine impero, regalando un avvio di stagione impensabile negli ultimi tre lustri: 19 tornei, 19 vincitori diversi (li abbiamo indicati a fianco con la classifica al momento del successo). All’elenco degli eversori del vecchio ordine costituito si è aggiunto Dominic Thiem a Indian Wells, dove non soltanto ha conquistato il primo Masters 1000 in carriera, a 22 anni di distanza dal Thomas Muster di Miami, fino a domenica ultima perla austriaca, ma ha zittito Roger Federer e la sua rincorsa al trionfo 101. Non una sorpresa in senso assoluto, perché Dominator è da tempo un solido top ten, ha già giocato una finale Slam (a Parigi l’anno scorso) e con Roger adesso ha un saldo addirittura attivo nei confronti diretti (3-2), ma certo imprevista per il modo in cui è maturata. Quel primo set travolgente del Divino svizzero lasciava infatti presagire una rapida conclusione e la festa celere per il Più Amato, ma l’allievo di Gunther Bresnik (che allo staff ha aggiunto anche Massu) si è ribellato finalmente al destino da sconfitto, andando a prendersi lui, con autorità, il successo, giocando meravigliosamente tutti i punti dal 5-4 0-30 del terzo set, quando il k.o. era a soli due 15 […] Euforia comprensibile, quella di Thiem, ma sono proprio i quattro tornei maggiori a marcare ancora la differenza nonostante la crescita dei protagonisti di contorno: degli ultimi 61, 52 sono finiti a Federer, Nadal e Djokovic e appena due giocatori nati negli anni 90 (appunto Thiem e Raonic a Wimbledon 2016) sono riusciti a raggiungere una finale. Perché i tre set su cinque e le due settimane di competizione sono in definitiva un altro sport, anche se la tendenza di questo avvio di 2019 è stimolante. Per popolarità e carisma, questo resta ancora saldamente il circuito di Nole, Rafa e Roger, ma le loro scelte di calendario, con la riduzione dell’attività per preservare i muscoli graffiati dall’età e da mille battaglie, ovviamente lasciano campo agli inseguitori. E anche quando si presentano nei tornei di una settimana o di dieci giorni, devono fare i conti con un tennis sempre più fisico e monocorde, dove la condizione atletica è determinante e i colpi di inizio gioco (servizio e primo colpo a rimbalzo) scavano la differenza, qualità che ormai si portano da casa quasi tutti i top 100, soprattutto nelle partite due su tre. Non a caso negli ultimi 14 Masters 1000, fino al 2017 giardino quasi esclusivo dei Fantastici Quattro, si sono avuti 7 vincitori per la prima volta. Inoltre, dei 19 tornei già conclusi quest’anno, 10 si sono giocati sul cemento, la superficie più equa nel livellare i valori e 5 sul veloce indoor, dove i grandi battitori possono essere letali nel match singolo. E poi il tennis si conferma sempre più sport universale (22 nazioni finaliste da gennaio a marzo), esteso ormai anche a Paesi senza tradizioni (si pensi a Grecia e Moldavia) […]

 

Thiem e il tennis senza padroni (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Ripetiamo da anni che Dominic Thiem sarà l’erede di Rafa Nadal sulla terra rossa e il ragazzo austriaco sembra aver copiato dal Cannibale anche la tattica giusta per infastidire Roger Federer. Sul cemento, per giunta. Nella finale di Indian Wells, vinta in tre set lottati (3-6 6-3 7-5) The Dominator ha applicato con efficacia la tattica che Nadal ha utilizzato per un decennio abbondante, ovvero spedire vagonate di top-spin – con il servizio kick e il rovescio incrociato – contro il rovescio a una mano di Federer: da quel lato, non a caso, sono arrivati i 18 errori dello svizzero che hanno indirizzato la partita. «Fisicamente sto bene e credo di aver giocato un buon tennis», ha aggiunto il Genio. «Ma mi sono scontrato contro qualcuno che stavolta ha giocato meglio quando contava di più»: altra specialità di Nadal […] Risultato: primo successo della carriera in un Masters 1000 e numero 4 del ranking mondiale agganciato scavalcando proprio Federer. «Ho giocato al massimo per tutta la partita – ha detto l’austriaco – ma ho dovuto adattarmi al tennis di Roger, che è diverso da quello di tutti gli altri». E che oggi, a quasi 38 anni, riesce ancora a imporre il suo ping-pong tennis ad alto rischio quando il match resta sotto le due ore, ma fatica (e si innervosisce) se deve prolungare gli incantesimi. Dominic così è diventato il 19esimo vincitore diverso nei primi 19 tornei Atp dell’anno. Anche aggiungendo alla lista i finalisti, sono appena quattro (Medvedev, Federer, Tstsipas e Pella) i nomi ripetuti nei due elenchi in questo avvio di stagione, segnato dall’equilibrio assoluto pure in campo femminile: 13 vincitrici diverse in 13 tornei. Il 2019 non era iniziato benissimo per Thiem, con il primo turno a Doha e l’eliminazione bruciante al secondo agli Australian Open contro il n.149 Atp Popyrin. la svolta è arrivata nella settimana di Coppa Davis. Dominic non ha giocato il match con il Cile, ma dopo essersi allenato a Vienna all’accademia del suo storico coach Gunther Bresnik, ha contattato il cileno Nicolas Massu, ex n.9 del mondo e oggi capitano di Coppa Davis del suo Paese. Cercava un coach aggiunto che potesse coprire i tornei ai quali Bresnik non può/vuole andare, e ha trovato quello giusto. I due hanno debuttato insieme a Buenos Aires, dove Thiem ha perso in semifinale. Dopo il passo falso di Rio (contro Djere al primo turno) è arrivato il boom nel deserto californiano, che a distanza di 22 anni completa per l’Austria la cosiddetta Sunshine Double, visto che nel 1997 Thomas Muster si era preso Miami, l’altro Masters 1000 americano che parte questa settimana […]

Federer, un ko che non brucia (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il primo Masters 1000 di stagione, quello di Indian Wells, è andato in archivio con la vittoria di Dominic Thiem nei confronti di Roger Federer al termine di un match dai due volti […] Alle porte, sono scattate ieri le qualificazioni, il secondo Masters 1000 del 2019, il Miami Open (20-31 marzo). Federer è pronto a rilanciare, forte dell’ottima condizione che l’ha portato in due settimane a vincere Dubai (Atp 500) e centrare la finale a Indian Wells. Non ha fatto drammi per la sconfitta in conferenza stampa post gara. «Puoi guardare ai dettagli e scavare, ma alla fine non ci capiresti nulla – ha detto il campione di Basilea -. È molto più corretto dire che lui ha giocato un po’ meglio quando ne aveva bisogno. Quando ti confronti con Dominic hai la sensazione che ogni suo colpo sia pesante e carico di rotazioni. Penso che per questo sia andato cosi bene a Indian Wells su campi che esaltano la pressione su ogni colpo e il servizio in kick. Forse non mi brucia tanto la sconfitta perché sento di essere in buona condizione e giocare bene. Quando invece tutto è difficile le battute d’arresto pesano di più». Intanto si sta entrando nei giorni decisivi per l’assegnazione delle Atp Finals 2021-2025, con Torino candidata. Ieri il Consiglio comunale ha approvato la delibera che stanzia 1,5 milioni all’anno per la candidatura, contando su la ricaduta economica e di immagine per la città (si prevedono 300 mila spettatori). E l’ulteriore spostamento della data della decisione Atp al 28 marzo (dal 15 e poi 18) potrebbe essere un segnale beneaugurante per Torino.

Il dirittone di Thiem spiega la resa di Federer (Gianni Clerici, Repubblica)

Esiste, in Canton Ticino, un caro amico che ritiene che Federer sia il tennista più forte mai esistito, e da anni mi telefona per dimostrarmelo. Per solito la dimostrazione gli riesce, ma adesso che la sua Divinità ha perduto 3-6, 6-3, 7-5 dall’austriaco Dominic Thiem nella finale di Indian Wells gli ho telefonato per primo, chiedendogli cosa mai fosse successo. «Quando il match supera le 2 ore Roger a volte diventa battibile per l’età», mi ha risposto. «Ma poteva vincere prima – ho interloquito – col suo tennis ping-pong, sul 5-4 nel terzo è andato a 2 punti dal match». «Lì – ha risposto l’amico – a Thiem è riuscito un passante di rovescio per lui insolito e, da quel momento, si è impossessato di 6 degli ultimi 8 punti». Ho allora nuovamente osservato: «Non sei ancora riuscito a spiegarmi la sconfitta, però». «Forse la ragione principale – ha risposto il ticinese – sta nel confronto tra i due diritti. Roger per solito domina il diritto avverso, quando non si tratta di Nadal, che poi batte sugli altri colpi. Oggi Thiem lo ha messo in difficoltà con il suo dirittone liftato, colpi a tutto braccio con una violenza non inferiore alla regolarità. Diritti che Roger non è riuscito a evitare con il rovescio che non è il suo colpo più istintivo, anche se, negli anni, lo ha molto migliorato, inventandosi un colpo tagliato, d’attacco». «Ma quando la lunghezza e la potenza dell’avversario non gli lasciano l’iniziativa, o non è in buona giornata, cosa accade?», ho chiesto. A questo punto la comunicazione si è interrotta. Ragioni tecniche, o disagio dell’amico? Sto ancora aspettando che mi richiami.

Andreescu, l’alba di una campionessa (Antonio Garofalo, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

Nel deserto californiano che ha visto Dominic Thiem fermare Roger Federer (3-6 6-3 7-5) a due punti dalla conquista del titolo n.101, forse è spuntata una nuova stella. Nessuno poteva immaginarsi che una ragazzina canadese di 18 anni, Bianca Andreescu, superasse (6-4 3-6 6-4) una 3-Slam winner come la tedesca Angelique Kerber, prima wild card di sempre a iscrivere il nome nell’albo d’oro di Indian Wells. Eppure da quelle parti non è una novità che sboccino talenti precoci: qui Serena Williams nel 1999 vinse il suo primo torneo importante (in finale su Graf, ma con la wild card prima era arrivata solo in semifinale) e un anno fa Naomi Osaka conquistò il suo primissimo titolo. Bianca Andreescu lo sapeva bene: «Sì, è stata un’ispirazione! Naomi prima ha vinto qui… e poi ha vinto due Slam di fila». Capito la ragazzina? L’esplosione di Bianca, di origini romene — infanzia e adolescenza trascorse tra Canada, dove è nata, e Romania da bambina perché lì lavoravano i genitori — pare sottolineare il momento magico del tennis canadese: Shapovalov (classe 1999), Auger-Aliassime (2000) sono già star tra gli uomini. Lei ha fatto balzi da gigante in 12 mesi: «Un anno fa stavo giocando un torneo minore in Giappone. E avevo molti problemi… È pazzesco cosa può cambiare in un anno». Il suo tennis, vario, creativo eppur solido nei fondamentali, si è rivelato un rebus per ogni avversaria, perfino per vecchie volpi come Kerber e Svitolina. Impressiona di Bianca la forza mentale. In finale ha sofferto per un problema al braccio destro, ma non si è per nulla scomposta. E neppure dopo i tre matchpoint falliti. Un misto di coraggio e incoscienza. Frutto della sua scelta per la mente? «Non guardo molto il telefono, ma mi prendo 15 minuti ogni mattina per fare della meditazione… con visualizzazione creativa (sic!). Cerco di far entrare in connessione il mio corpo e la mia mente. Lo so che molti privilegiano l’aspetto atletico, ma io invece credo che il fattore mentale sia il più importante». La ragazzina ha le idee chiare e, di sicuro, grande personalità. In questo strano 2019, caratterizzato da 19 vincitori diversi nel circuito maschile in 19 tornei e anche da 13 ragazze in 13 tornei, Bianca aspira a un clamoroso bis a Miami. Il sorteggio le ha riservato un quasi derby: la romena Begu. All’unica azzurra in gara, Camila Giorgi, toccherà la vincente di Schmiedlova-Maria (è un cognome). In campo maschile il fresco campione Thiem, n.4 ATP, si trova nella metà del n.1 Djokovic. Sotto, assente Rafa Nadal k.o. per il solito ginocchio (arrivederci a Montecarlo), ci sono Federer e Zverev. Gli azzurri dopo l’imbarazzante 0-4 di Indian Wells sono Fognini e Cecchinato (teste di serie e al secondo turno) mentre Berrettini, vittorioso nel ricco challenger di Phoenix, si imbatte in Hurkacz. Fabbiano sfida Ivashka.

ATP finals, Torino diventa la grande favorita (R.CRO., La Stampa)

È una partita così complicata che sarà chiusa soltanto quando l’Atp dirà la parola fine. Ma le notizie che arrivano da Miami, dove la decisione verrà presa nei prossimi giorni, danno Torino come grande favorita per l’assegnazione di cinque anni di finali del grande tennis dal 2021 fino al 2025. Per chiudere la pratica manca una comunicazione ufficiale dalla Federazione italiana tennis che confermi il sostegno economico del territorio. Una lettera destinata ad arrivare in tempi brevissimi a cui la Fit sta lavorando in collaborazione con il Comune di Torino dietro ovviamente la spinta quotidiana di Chiara Appendino che su questo possibile successo per la città ci ha puntato con forza considerandolo uno dei regali che la sua amministrazione vuole lasciare alla Torino di domani. Una battaglia su cui è riuscita ad ottenere anche il via libera da quella parte della sua maggioranza che spesso si è manifestata un po’ allergica ai grandi eventi sportivi. E proprio ieri con i voti favorevoli della maggioranza Cinque Stelle, e del capogruppo di Forza Italia Osvaldo Napoli, il Consiglio comunale di Torino ha approvato la delibera relativa all’impegno finanziario della Città. L’atto prevede «l’inserimento di apposito stanziamento nell’esercizio 2021 del Bilancio pluriennale 2019-2021 e l’adeguamento del Dup nel quale verranno definite le modalità gestionali per la realizzazione dell’evento qualora venga assegnato alla Città», per un importo di 1,5 milioni di euro l’anno per il quinquennio 2021-2025 […] Era però chiaro che per ottenere la manifestazione non si poteva attendere. Un dettaglio che ha ispirato il capogruppo di Forza Italia Osvaldo Napoli che ha deciso di dire sì nonostante tutto: «Ho votato a favore della delibera della giunta Appendino perché è un’occasione troppo importante ospitare a Torino le finali dell’Atp di tennis per votare contro. Dopo anni in cui la logica del No ha prevalso, questa è stata la prima occasione davvero positiva in cui la giunta grillina ha smentito se stessa. Come sempre ho detto, e fatto, la mia opposizione non è mai stata pregiudiziale. Ora si apre per la città un’occasione davvero utile e positiva e sarebbe delittuoso lasciarla cadere. Sono sicuro che la giunta saprà trovare anche le necessarie coperture contabili».

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Andreescu, che grinta (Cocchi). Marchese fu l’inventore del Villaggio Vip (Clerici). Addio a Cino Marchese (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 18 marzo 2019

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Andreescu, che grinta. La ragazzina terribile trionfa a Indian Wells, (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Chissà se durante la meditazione di ieri mattina, avrà visualizzato l’ultima palla a terra, o il momento in cui sollevava il trofeo. Chissà se ha visualizzato la rimonta quando sembrava spacciata […]. A 18 anni, la stellina di tennis Canada nata in Romania, ha conquistato il torneo di Indian Wells entrando nella storia come prima wild card a riuscirci. EROICA Non c’è stata fortuna, non ci sono stati ritiri a spianarle la strada, l’unico ingrediente è stata la spavalderia dei 18 anni, il gioco vario e destabilizzante per il metronomo tedesco alla 29esima finale in carriera: […]. E che battaglia è stata quella di ieri quando, dopo un primo set dominato, è crollata nel secondo, sfinita e dolorante. Nel terzo è stato ancora duello all’ultimo sangue con la Andreescu in calo e data per spacciata, ma rivitalizzata da un coaching illuminante: «Vai, combatti, a te piace la lotta». E da lì è ripartita, portandosi avanti tra break e controbreak e arrivando sul 5-4 e servizio a sprecare 3 match point che hanno rimesso in corsa una Kerber mai doma, arresasi solo nel game successivo. FILOTTO Nessuno potrà togliere a Bianca il ricordo di questa settimana incredibile in cui ha messo in fila Begu, poi Cibulkova, Voegele, Qiang Wang, quindi nei quarti ha concesso solo un game alla Muguruza e in semifinale si è sbarazzata della Svitolina: «È incredibile, uno dei miei obiettivi da quando gioco a tennis è scrivere la storia e l’ho già fatto», diceva la ragazzina dopo il match di venerdì. E dire che a gennaio navigava intorno al numero 150 del ranking: «Non riuscivo a dominare il mio tennis, a fare il mio gioco — raccontava —, ero in una brutta situazione e perdevo un sacco di match. Ma poi ho cambiato passo e ho fatto tesoro delle esperienze. Le visualizzazioni creative che faccio ogni mattina mi aiutano molto e anche la respirazione, mi aiuta a calmarmi e concentrarmi». Tra un respiro e l’altro intanto oggi Bianca diventa numero 24 al mondo. Baby boom.

 

Cino Marchese fu l’inventore del Villaggio Vip (Gianni Clerici, La Repubblica)

Cino mi aveva telefonato un paio di settimane fa, contento che mi ricordassi che la formula di un torneo australiano fosse stata inventata da lui, trent’anni addietro, a Milano. Si trattava di una vicenda a punti, ma tra le sue molte invenzioni, dai tempi di Martina Navratilova e di Monica Seles, la più importante era certo stata il Villaggio al Foro Italico. […]. il Villaggio è il luogo dove confluisce la pubblicità, si possono vedere da vicino i campioni, gli spettatori importanti. […]. Il primo Villaggio fu quello di Roma, fino ai tempi in cui Adriano Panatta dirigeva gli Internazionali. Nato a Valenza Po a fine 1937 da una famiglia di orafi, Cino si era avvicinato al tennis nell’epoca di dominio australiano, rivestendo quei campioni (negli anni Sessanta per la International Management Group di Mark Mc Cormack) per una ventina di anni e poi occupandosi di altre star extra tennis, come Tomba, Baggio, Deborah Compagnoni, dopo essersi allontanato dal mondo dei court.

Addio a Cino Marchese, manager dalle idee d’oro (Stefano Semeraro, La Stampa)

Cino Marchese, il manager che più di tutti ha saputo coniugare con genialità sport e marketing in Italia, se ne è andato ieri mattina a Roma, a 81 anni. Con la sua scomparsa si chiude un’epoca d’oro, inaugurata a cavallo fra anni ’70 e `80 con l’organizzazione di grandi eventi tennistici, dal torneo Atp di Milano, […] , agli Internazionali di Sicilia, che Cino aveva lanciato nel ’79 e portato avanti per un quarto di secolo. Nato a Valenza Po nel 1937, per vent’anni Marchese è stato anima e corpo della IMG in Italia. Nel 1985 ha organizzato i Mondiali di Sci di Bormio, nel tennis ha saputo importare dagli States i formati vincenti dello Shoot Out e del villaggio vip al Foro Italico, contribuendo a rilanciare gli Internazionali d’Italia. I campioni che l’hanno avuto a fianco come manager e amico sono tantissimi: da Adriano Panatta a Roberto Baggio, da Alberto Tomba a Deborah Compagnoni, da John Newcombe a Bjorn Borg, da Ion Tiriac a Martina Hingis, Monica Seles, Simona Halep. […]. Lo sport è stato il suo mestiere e la sua grande passione. Lo seguiva con avidità e competenza, spargendo ironia e decibel, con quella voce che sapeva raggiungerti da una parte all’altra di un palazzetto. Ieri si era alzato presto per vedere il Gran Premio di F.1, ed è una piccola consolazione sapere che ha salutato tutti, per prima l’amatissima moglie Lella, occupandosi ancora una volta di sport.

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Rassegna stampa

Nadal si arrende al dolore. Federer, la carica del 101 (Oriani). Bianca, la baby star canadese (Semeraro)

La rassegna stampa di domenica 17 marzo 2019

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Nadal si arrende al dolore. Federer, la carica del 101 (Massimo Oriani, La Gazzetta dello Sport)

Il superclàsico numero 39 dovrà attendere. A Indian Wells non c’è stata la tanto attesa semifinale tra Roger Federer e Rafa Nadal. Lo spagnolo è stato infatti costretto a dare forfait un paio d’ore prima dell’inizio del match con lo svizzero per problemi al ginocchio destro. Il maiorchino ha provato nella mattinata californiana, scaldandosi per una ventina di minuti prima di fermarsi e confabulare con il suo staff. E’ lì molto probabilmente che è stata presa la decisione di non scendere in campo per non rischiare di peggiorare la situazione. Già nel lungo match dei quarti, vinto contro il russo Karen Khachanov dopo due ore e 16 minuti, Rafa era stato costretto a ricorrere all’aiuto del medico per farsi fasciare l’arto dolente. «Mi sono scaldato e mi sono reso conto di non essere in grado di giocare a un livello che mi permettesse di essere competitivo – ha detto Nadal – Quindi ho deciso di ritirarmi. Ora torno a casa per prepararmi ai tornei sulla terra, sperando di poter essere al 100% per Montecarlo. Potete immaginarvi quanto duro e frustrante sia stato prendere questa decisione. Stavo giocando bene in questo torneo, che oltretutto adoro». Ufficiale quindi anche l’addio a Miami, dove Rafa non ha mai vinto. Federer vola quindi in finale senza sudare. Non il modo in cui il numero 4 al mondo voleva trovarsi a giocare per il suo 101° titolo in carriera (il 100° se l’era messo in tasca a Dubai 2 settimane fa) ma resta pur sempre la chance di incrementare il bottino, in vista di Miami, dove Federer vanta invece 3 vittorie (2005, `06 e `17). Tra King Roger e il 6° titolo a Indian Wells, ci sarà Thiem che ha piegato Raonic in 3 set. Come era prevedibile, è stato un incontro dominato dai servizi. Il 1° è andato al tiebreak, con il doppio fallo sul primo punto di Raonic che apriva la porta per un non troppo sofferto 7-3 dell’austriaco (che chiudeva col 90% di prime palle in campo e zero errori gratuiti). Fotocopia, o quasi, il tiebreak del 2° vinto sempre a 3, stavolta dal canadese. Nel 5° gioco del set decisivo, Dominic riusciva a mettere a segno il primo break dell’incontro. Raonic faticava a tenere il servizio sul 4-2 ma poi cedeva 6-4, dopo aver sprecato un paio di palle break. L’austriaco non parte battuto con Federer: nei 4 precedenti il bilancio è di 2-2. Anche se Roger arriva al match fresco fresco. Chissà se stavolta suderà.

 

Bianca, la baby star canadese (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il Canada è l’ultima frontiera, il passaggio a Nord-Ovest del tennis. A parte il vecchio (28 anni) Milos Raonic, che comunque a Indian Wells è approdato fra gli ultimi quattro, i ragazzini terribili che arrivano dal melting-pot del Grande Nord stanno stupendo il mondo. A 19 anni Denis Shapovalov, nato a Tèl Aviv da genitori russi è n.25 Atp, Felix Auger Aliassime, papa del Togo, mamma del Quebec, a 18 è arrivato al 58. E ora ecco Bianca Andreescu, nata nell’Ontario, da genitori romeni. In California, a forza di sbranare avversarie, a 18 anni e 9 mesi si è conquistata la finale, prima wild card nella storia dei torneo a riuscirci, e se la giocherà oggi contro l’ex n.1 Angelique Kerber. Senza paura, a giudicare da come ha messo in riga in tre set in semifinale anche Elena Svitolina, la n. 6 del mondo. Botte piatte, tagli perfidi, palle corte, un campionario completo. «Qui a Indian Wells pensavo di perdere al primo turno – dice Bianca – sono senza parole. Ma il mio obiettivo è fare la storia, e ci sono riuscita». Nel 2019 per ora ha vinto 27 match su 30: finale ad Auckland, lasciando per strada Venus Williams e la Woznicki, vittoria a Newport Beach, semifinali ad Acapulco dopo aver strapazzato anche le olandesi in Fed Cup. Da inizio anno ha scalato 119 posizioni (era 152, sarà minimo 33) e nella Race, che somma solo i punti dell’anno solare, è già numero 6. Che avesse stoffa si era capito già quando vinse il Petit As di Tarbes, il torneo u. 14 che sforna campioni e fra i suoi coach ha avuto la ex campionessa francese Nathalie Tauziat. Una predestinata, ma la sua crescita da novembre scorso – quando era n. 243 Wta – resta comunque impressionante. Merito della meditazione, sostiene lei, una pratica a cui sua madre l’ha iniziata a partire dai 14 anni. «Niente di strano, mi sveglio e la prima cosa che faccio è meditare. Si chiama visualizzazione creativa. Non guardo il telefono, non mi faccio distrarre, per 15 minuti cerco solo di entrare in contatto con il mio corpo e la mia mente. Molti tennisti curano il fisico, per me il fattore mentale è più importante perché è la mente che controlla il corpo». Capito, la ragazzina?

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