Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Crivelli). Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Crivelli). Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Viola). La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Rossi) – Ubitennis

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Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Crivelli). Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Crivelli). Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Viola). La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Rossi)

Alessia Gentile

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Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

L’errore ci dona l’opportunità di diventare migliori. E con umiltà vivere il rinascimento personale fino ad arrivare alla vittoria più importante in carriera, per di più contro un avversario che hai sempre preso ad esempio. Proprio così: l’altro idolo di Cecchinato, insieme a Marat Safin, è proprio Andreas Seppi, per professionalità e applicazione. E allora deve essere un segno del destino se la prima finale in carriera di Marco matura quando dall’altra parte della rete c’è un atleta che ammiri e che riesci a domare con le doti che per solito esaltano il rivale, cioè la lucidità e l’esperienza. Quando Seppi è avanti un set e un break (2-0), il derby di Budapest pare segnato e invece Marco lo ribalta con le armi che maneggia meglio, il servizio (8 ace) e il dritto, ma anche con il rovescio a una mano che gli offre soluzioni lungolinea quando l’altro gira intorno alla palla per colpire a sventaglio e che è l’emblema più fulgido della crescita di Marco: da colpo – per sua stessa ammissione – «sotto la sufficienza», è diventato un punto di forza. Ma il cammino di Cecchinato è caratterizzato soprattutto della personalità e della consapevolezza sgorgate dalla rabbia per un’ombra che aveva rischiato di stroncargli la carriera. A luglio 2016 viene squalificato 18 mesi per aver alterato, nell’ottobre 2015, un match contro il polacco Majchrzak al Challenger marocchino di Mohammedia e per aver passato altre informazioni riservate ad alcuni amici scommettitori. Se venisse riconosciuto l’illecito sportivo, sarebbe radiato, e invece gli viene contestata la violazione dei doveri di lealtà sportiva. La sospensione viene poi ridotta a 12 mesi e alla fine del 2016 è addirittura assolto per un vizio di procedura (Fit e Coni hanno presentato richiesta di squalifica troppo tardi). Uscito in qualche modo dal baratro, Cecchinato riparte. Lui, che tre giorni prima del fattaccio del 2015 era salito al n. 82 del mondo, cioè vicinissimo ad aver la possibilità di partecipare a tutti i tornei, ricomincia dai Challenger, dalle qualificazioni, dai viaggi massacranti in posti improbabili. E cambia allenatore, scegliendo Simone Vagnozzi, fino al 2011 giocatore di discreto livello: «E’ una persona molto intelligente: sfruttava alla grande i suoi punti di forza e te lo trasmette sul piano tattico. Inoltre mi ha fatto capire che per arrivare ad alti livelli bisogna trascorrere tanto tempo sul campo». La favola richiederebbe oggi una conclusione degna del percorso di redenzione (l’altra semifinale è stata intanto sospesa per oscurità), con Cecchinato già a casa una settimana fa e adesso in finale da lucky loser. Intanto, comunque vada, domani accanto al suo nome ci sarà (almeno) un bel 68 a descriverne la nuova classifica, accompagnato dal rimpianto per gli Internazionali di Roma incombenti: Marco è rimasto fuori di qualche posizione dalle qualificazioni (sul ranking del 2 aprile) e non avrà wild card. Per consolarsi, si godrà il nuovo status di big.

 

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Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nicholas Kalogeropoulos: chi era costui? Un annuario del tennis vi rammenterà che è stato l’unico greco a raggiungere una finale Atp, a Des Moines, nel lontanissimo 1973. Fino a ieri. Perché dopo una pletora di figli dell’Ellade emigrati (Sampras, Philippoussis e Kyrgios), a Barcellona il Next Gen Tsitsipas interrompe il lungo digiuno confermandosi teenager (compie vent’anni a agosto) di sopraffino talento e luminosissimo futuro. Il figlio di Apostolos, professore di educazione fisica che si è inventato suo allenatore (anche se adesso il ragazzo si è trasferito all’Accademia di Mouratoglou), e dell’ex giocatrice sovietica Julia Salnikova, l’anno scorso aveva vinto in tutto 4 partite Atp, ma in questa stagione è già a quota 11, di cui 6 sulla terra, malgrado la superficie prediletta sia l’erba e a inizio anno abbia raggiunto i primi quarti i carriera sul cemento di Doha. Grande appassionato fin da piccolo di tutti gli aspetti del suo sport, si era posto come obiettivo a fine 2018 l’ingresso nei primi 50: traguardo che taglierà già domani. Intanto è diventato il più giovane finalista in Catalogna dal 2005, sottraendo il primato a Nadal che quell’anno vinse il torneo per la prima volta. E oggi Nadal è a caccia dell’11° trionfo dopo la solita settimana in carrozza: non ha mai perso un set in 11 semifinali, è arrivato a 44 set consecutivi vinti sulla terra e soprattutto taglia il traguardo dei 400 successi sul rosso, raggiungendo un club esclusivo di cui fanno parte Vilas, Muster e Orantes. Ma ha trovato anche il tempo di dare un’occhiata al giovane rivale odierno: «Possiede tutte le doti per imporsi presto». Ha tutta l’aria di un’investitura.

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Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Rocco Viola, Corriere del Mezzogiorno)

Ci sono momenti che immagini da una vita. Poi non ci pensi più perché credi siano lontani, fino a quando non scopri che sono già lì. Cosi ha fatto Roberta Vinci, pensando al suo ultimo torneo, al suo ritiro. L’epilogo sarà a Roma, agli Internazionali (7-20 maggio), che faranno scorrere i titoli di coda su una carriera dove tutto, o quasi, è stato perfetto. Così, questi Internazionali in rampa di lancio hanno un sapore particolare.

Come li immagini?

Come una grande festa. Ho fatto questa scelta in maniera consapevole, perché con Roma ho un rapporto particolare. Certo, festa presume una vittoria finale, ma lo sarà comunque. Anche in caso di sconfitta. Sarei felice di avere al mio fianco la famiglia, il mio staff, i tifosi.

Contro chi vorresti giocare la tua ultima partita?

Ci ho pensato a lungo. Penso che sceglierei Serena Williams. Con lei ho giocato il match della vita agli Us Open.

Se quella con la Williams è stata la gara perfetta, qual è stata la partita che poteva finire diversamente da com’è andata?

Senza dubbio lo stesso torneo, la finale con Flavia. Dopo la semifinale sembrava tutto perfetto per il trionfo. Flavia era l’avversaria che conoscevo meglio di chiunque altra. E’ andata diversamente da come speravo. Peccato.

Hai qualche rimpianto?

Rimpianti in particolare non ce ne sono. Certo, se avessi vinto la medaglia olimpica sarei stata più felice. Sarebbe stato bello vincerla con Sara.

500 vittorie, 25 titoli fra singolari e doppi, unica Italiana a vincere su tutte le superfici. Come si diventa Roberta Vinci?

Boh! Non lo so. Avevo la fortuna di avere un po’ di talento, ma tutto il resto l’ho costruito giorno dopo giorno con sacrificio, stanchezza, rinunce, passione.

Hai mai pensato: ma chi me lo fa fare?

Mica una volta sola. Ogni volta che hai un infortunio, che rimani al palo sfiancata mentre vedi che alle altre gira tutto bene…Poi arriva quel misto di adrenalina e paura che ti fa amare e odiare questo sport allo stesso tempo, e ritrovi la forza di tornare in campo.

Torniamo a Roma. Ci pensi all’ultima volta che preparerai la sacca?

Penso spesso all’ultima borsa preparata. Chiudendo quella cerniera entrerò in un’altra dimensione. Però va bene così. So che dopo quest’ultima partita non si torna indietro e guardo avanti, col desiderio di mangiare una pizza con le amiche, di andare a letto senza l’assillo che l’indomani all’alba avrò allenamento. Mi riprenderò la normalità della vita, che poi è ciò che mi è mancato in tutti questi anni, gli affetti, la casa. Il desiderio di respirare una quotidianità diversa rispetto al ritmo frenetico dei viaggi, tornei e allenamenti.

Dove ti ritroviamo fra un anno?

Non lo so. Mi piacerebbe rimanere nel mondo del tennis, ma ancora non ho progetti in cantiere. Voglio godermi queste settimane in maniera intensa. Poi si vedrà.

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La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Fabio Rossi, Il Messaggero)

In piazza del Popolo non ci saranno nemmeno i quattro mini-campi dimostrativi in erba sintetica, come era stato fatto in passato, per promuovere gli Internazionali di tennis, in programma dal 7 al 20 maggio. Per vedere match ufficiali del torneo bisognerà andare necessariamente al Foro Italico. I campi “cittadini”, che avrebbero dovuto ospitare alcuni incontri delle prequalificazioni, non si faranno. Per piazza del Popolo è arrivato il no del Tavolo tecnico congiunto fra le Soprintendenze – Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio Roma, Parco archeologico del Colosseo e Sovrintendenza capitolina – che non ha concesso il via libera alle modifiche presentate per la manifestazione “Tennis in città”, che occuperà l’emiciclo della storica piazza sul lato del Pincio. Lo stop imprevisto, considerato anche il frequente utilizzo dello spazio per eventi di diverso genere, cancellerà completamente il progetto che prevedeva di avvicinare il grande tennis al cuore della Città eterna. A rendere nota la brusca frenata è stato il Campidoglio rispondendo al Codacons, che aveva inviato una diffida a Palazzo Senatorio e un ricorso d’urgenza all’Unesco sostenendo che l’evento non sarebbe stato «compatibile con il carattere storico del bene e con gli obblighi di conservazione». Secondo i tecnici delle Soprintendenze, «le modifiche progettuali necessarie a consentire gli incontri di prequalificazione» renderebbero l’allestimento dei campi «eccessivamente impattante e inidoneo al carattere monumentale della piazza, vista anche la necessità di innalzare adeguatamente i livelli di sicurezza pubblica e di tutela degli elementi monumentali presenti». (…)

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Zverev fuori a sorpresa (Baldissera). Mamma Serena pantera per sempre (Semeraro). Superman Tiafoe: il sogno coltivato con i cetrioli (Cocchi). La vera n.1 è Serena (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 22 gennaio 2019

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Zverev fuori a sorpresa. Serena in verde elimina Halep (Luca Baldissera, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

Alla sconfitta choc di Roger Federer ha fatto seguito il tonfo del tedesco n. 4 del mondo Sascha Zverev, dominato in modo quasi imbarazzante dal canadese del Montenegro Milos Raonic 61 61 76. Zverev, che ricorderete vittorioso nelle World ATP Finals di Londra lo scorso novembre (battè Federer e Djokovic uno dopo l’altro), era letteralmente furibondo. Verrà certamente multato per aver frantumato una racchetta sbattendolo furiosamente a terra 8 volte, fino a farla accartocciare. Il video della sua rabbia incontenibile è diventato virale come quello di Marcos Baghdatis che diversi anni fa brutalizzò la propria racchetta sbattendola 4 volte. Zverev le ha… raddoppiate. Djokovic ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie, (64 67 62 63, ma il match è stato molto più equilibrato, 3h e 15m), per aver ragione del giovane russo Medvedev. Nella metà alta, ai quarti, sono approdati dall’alto in basso, Djokovic, il “Giap” Nishikori, Raonic e l’imbucato Pouille che ha sorpreso il pupillo di Riccardo Piatti, Borna Coric. Fra le donne il clou era Serena Williams-Halep. In un completo verde Nike di discutibile gusto e talmente aderente che pareva sul punto di far scoppiare ad ogni rincorsa, mamma Serena ha rispedito a casa (64 46 64) la n.1 del mondo.


Solito Rafa: passione e rispetto. “È temibile” (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

 

Cosa facevi dieci anni fa? Asciugavo le lacrime al mio più grande avversario. Se Nadal, seguendo la moda social di questi giorni, dovesse cadere nella tentazione del #tenyearschallenge, avrebbe la foto bell’e pronta: finale degli Australian Open 2009, il successo su Federer in una delle partite più emozionanti di sempre e, alla premiazione, il pianto a dirotto di Roger, consapevole che il satanasso maiorchino ormai gli era entrato sottopelle nella più straordinaria rivalità della storia dello sport. Rimane, fino a qui, l’unico trionfo nello Slam degli antipodi di Rafa, quasi che la magia di quella notte, la certificazione che nel cielo del tennis ormai brillavano due stelle parimenti brillanti, fosse un dono irripetibile. Solo che dieci anni dopo, ammaccato da mille battaglie ma certo non piegato nello spirito, Nadal si è messo nella condizione migliore per tentare di nuovo l’ascensione al cielo di Melbourne, provando a diventare il primo giocatore dell’Era Open a vincere almeno due volte tutti gli Slam. Sta viaggiando sotto traccia, lontano dalla ribalta, una situazione che lo stimola da sempre. E sta trovando la condizione nel modo più concreto per un agonista come lui, attraverso le partite. Fermo dal 7 settembre, quando si ritirò dalla semifinale di New York contro Del Potro con il ginocchio scricchiolante, operato poi alla caviglia destra a fine novembre, il numero due del mondo è arrivato down under senza neppure un match ufficiale alle spalle. Ma con una novità importante e una costante sempre preziosa. La prima è il servizio modificato: nuovo lancio di palla, una posizione più compatta e meno caricata per sfruttare meglio l’altezza e un movimento in avanti del piede destro. La seconda è la passione, compagna di infinite avventure e infinite vittorie: «Io so che il tennis non sarà per sempre, ci sono stati momenti in cui non vedevo la luce, ma finché potrò cercherò di dare a me stesso tutte le possibilità per combattere al massimo e fare le cose che mi piacciono di più». E allora stamattina, incrociandolo negli spogliatoi, Nadal avrà senz’altro un moto di ammirazione per Tiafoe, un ragazzo che per la storia personale mette nel tennis carne, sangue e lacrime. Come lui. Intanto, lo spagnolo lo ha già benedetto tecnicamente: «Quando si affacciano giocatori giovani, è giusto seguirli con attenzione. Frances ha tutto: serve bene, è veloce, con un gran dritto. È aggressivo e dinamico, dunque è pericoloso e mi aspetto una partita dura e difficile» […]


Mamma Serena pantera per sempre (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

«Ed ecco a voi la numero 1 del mondo…». Dal tunnel della Rod Laver Arena esce Serena Williams, il pubblico si produce nel consueto boato. «… Simona Halep!», continua però lo speaker, e la Williams, imbarazzata, torna sui suoi passi. Ora, l’errore non è di Serena, visto che in campo entra sempre per prima la giocatrice peggio classificata, e l’americana oggi è numero 16. La gaffe però la dice lunga su chi, nonostante tutto, resta la vera padrona del tennis. O se preferite la numero 1 del mondo “percepita”. Persino dalla Halep, che ha sorriso dell’infortunio. Anche perché poi la partita l’ha vinta lei, la Pantera eterna, rispedendo a casa in tre set la supplente romena e guadagnandosi il 50° quarto di finale in uno Slam, che giocherà domani contro Karolina Pliskova. La Halep non ha tenuto un servizio fino all’inizio del secondo set, nel secondo è riuscita a sfruttare la limitata mobilità dell’avversaria e nel terzo si è anche procurata tre palle break, sul 3-2 a suo favore. Ma quando la Williams ha deciso di tirare tutto per ammazzare la partita, la luce si è spenta. «Ho dovuto alzare il livello, perché Simona è la numero 1», ha concesso, sovrana. «Ho dovuto giocare di più come sapevo che avrei potuto fare, e quella è stata la chiave. Amo il tennis, sono una lottatrice, non mi arrendo mai. Credo sia qualcosa di innato». Una qualità inossidabile. Serena ha 37 anni, come Federer. A Melbourne punta a vincere il suo 24° Slam eguagliando così il record assoluto – ma sopravvalutato – di Margaret Court. Il 23° se l’era preso proprio a Melbourne, due anni fa, quando era già incinta di Alexis Olympia; nel 2018, da neo mamma, ha strappato due finali, a Wimbledon e agli US Open, perdendole contro Kerber e la ragazza Osaka anche per colpa degli strascichi fisiologici del parto. Ed è Serena stessa a riconoscere, nonostante le tutine aderentissime e la falsa coscienza degli osservatori anche eccellenti (Chris Evert), che temono la tagliola del politically correct, di non essere ancora al meglio. «Credi di essere in forma – ha postato due giorni fa su Instagram – poi ti siedi vicino a Olympia e scopri di avere tre pance…». Con l’erede, dopo la faticata («Ma è il mio mestiere, gioco per voi»), ha passato la serata guardando per l’ennesima volta i film preferiti della baby: «Avrò visto quattromila volte “Frozen”, e tremila “La Bella e la Bestia”, ormai so tutti i dialoghi della Dysney a memoria…». Genitori di tutto il mondo, empatizzate. Sui social del resto è la regina incontrastata, l’eroina (autoproclamatasi) delle mamme lavoratrici di tutto il mondo, di quelle che non riescono a smaltire i chili in eccesso dopo il parto, e negli States neo-conservatori di Trump faticano a mettere insieme maternità e lavoro. Sul campo è lenta, certo, macchinosa; ma quando fionda diritto e servizio le avversarie continuano a sbattersi da un parte all’altra del campo. Per disinnescarla servirebbe fisico, tecnica, personalità. Qualità che non abbondano oggi nel Tour in rosa […] Non è un caso se gli ultimi otto Slam sono finiti a otto diverse vincitrici e la multitasking Serena è sempre il punto di riferimento, la roccia, anche se gli algoritmi dicono di no. «Devo accettare di non essere sempre al massimo, fa parte del mio viaggio. Anche alla mia età posso imparare nuove cose». Eccola, la differenza, fra la numero 1 e la più forte di tutte.


Superman Tiafoe: il sogno coltivato con i cetrioli (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

La salamoia dei cetrioli tra un cambio campo e l’altro per evitare i crampi. La mossa da macho mostrando i muscoli dopo aver battuto Grigor Dimitrov e poi il discorso dopo la vittoria. Frances Tiafoe ha toccato il cielo con un dito, guadagnandosi un quarto illustre contro Nadal, proprio nel giorno del 21° compleanno, suo e del gemello Franklin. Frances è cresciuto tirando la palla contro il muro del circolo tennis di Hyattswille, in Maryland, dove il padre, immigrato della Sierra Leone, faceva il custode grazie a una benedetta greencard. Lui, il gemello e la mamma, infermiera, vivevano in un bilocale al centro sportivo dove lavorava il papà, così si è ritrovato prestissimo con la racchetta in mano: «Diciamo che quella racchetta era la mia babysitter», ha raccontato appena due mesi fa a Milano, dove Tiafoe ha giocato le Next Gen Finals. Insomma, Frances che sbarca ai quarti di finale di uno Slam è la più classica incarnazione del sogno americano. Che a ben guardare diventa anche sogno tennistico dell’America ancora a caccia di un erede di Agassi, Sampras e compagnia vincente. Tiafoe è il «simpatico» del circuito, sempre pronto a scherzare, a fare una battuta. Solo con la collega e connazionale Anisimova non ha funzionato: «Niente, lei non ride mai. Ci ho provato eh, ma forse non è proprio capace di ridere». In compenso lui si è divertito in Hopman Cup, dove insieme a Serena Williams ha rappresentato gli Usa. Un antipasto di stagione che gli ha fatto bene e lo ha preparato al grande pubblico di Melbourne. «Incredibile, non ci posso credere», continuava a ripetere Frances dopo il successo contro Dimitrov: «Quando avevo 10 anni ho fatto una promessa ai miei genitori. Ho detto loro che sarei diventato un professionista e avrei cambiato la loro vita e la mia». Ora questa promessa è realtà, papà e mamma hanno i loro appartamenti, e lui può finalmente rilassarsi: «Finora tutto quello che ho fatto l’ho fatto per loro, da adesso posso cominciare a pensare a me stesso». Partire dal nulla è stato probabilmente decisivo. Ha aumentato la sua fame di rivalsa sociale: «Nel club dove lavorava mio padre c’erano ragazzi della mia età ricchissimi. Gente che aveva l’autista anche per il gatto… Non voglio dire che partire dal nulla sia meglio, ma di sicuro è stata una bella spinta». Un bravo ragazzo Frances, che si emoziona al pensiero che LeBron James sappia di lui: «Ha visto l’imitazione che ho fatto della sua esultanza e ha risposto su Twitter. Vi rendete conto? LeBron sa chi sono!». Lo conoscerà ancora meglio se farà qualcosa di buono stamattina con Rafa Nadal, uno che di Slam ne ha vinti 17 e che non ha intenzione di lasciare il posto nell’Olimpo: «Mi farà correre come un pazzo […]


Guarda chi si rivede: Pouille. “Mauresmo, la scelta giusta” (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Dice che non si divertiva più. «A fine anno avevo perso fiducia, non mi sentivo felice sul campo e mi pesava viaggiare nel circuito. Non avevo proprio voglia di giocare a tennis». A ridargliela è stata una donna, ma state sbagliando se pensate ad una moglie o a una fidanzata. Lucas Pouille, adesso, è nei quarti degli Australian Open, i suoi terzi in carriera in uno Slam. Dopo aver battuto Kukushkhin si è infilato nel buco lasciato libero dal ritiro di Thiem e ha seccato una fetta della Next Gen internazionale, Popyrin e Coric, ora gli tocca il maturo Milos Raonic. Nello scorso maggio era entrato fra i primi dieci, ma a novembre, infilata una serie di batoste, era sceso al 32 rassegnandosi al divorzio con il suo coach Emmanuelle Planque. Dopo la finale di Coppa Davis, persa dalla Croazia a Lille, la scintilla rosa. «Ci siamo seduti e abbiamo parlato per due ore – dice Amelie Mauresmo, che sarebbe dovuto diventare la nuova capitana francese dopo l’addio di Yannick Noah, e invece oggi è la coach del biondo di Grande Synthe. «Ho capito che è ambizioso, e pronto a fare di tutto per tornare al vertice». Pouille e altri suoi colleghi avevano già annunciato che non avrebbero giocato quest’anno la Davis “riformata”, e del resto per lei, ex n. 1 del mondo, vincitrice di Wimbledon e degli Australian Open nel 2006, allenare un maschio non era una novità dopo i due anni passati a fianco del più femminista dei tennisti, Andy Murray. Oggi, come Serena, è una mamma lavoratrice e deve badare ai due figli che ha partorito dopo essersi sposata con Sylvie Bourdon, Aaron e Ayla, ma quando Lucas le ha chiesto di dargli una mano si è trovata davanti ad una offerta difficile da rifiutare. Anche se i pregiudizi nei confronti delle allenatrici donne sono difficili a morire. «A me non importa se si tratta di un uomo, di una donna, di un nonna o di un nonno – dice Lucas, l’unico nei Top 100 ad avere una coach dell’altro sesso – Alla fine dobbiamo confrontarci con gli stessi problemi. Mentalmente non cambia nulla, tecnicamente Amelie ne capisce. Sa quello che devo fare in campo, e a me quello interessa». Quando fra il 2014 e il 2016 allenava Murray, ha spiegato la Mauresmo al New York Times, «la pressione era enorme, sapevo che tutti si sarebbero chiesti se avevo lavorato bene o no. E ho lavorato un sacco». Esercizi, allenamenti, suggerimenti azzeccati. Zero tempo perso. L’obiettivo con Pouille è di ritrovare la strada per la Top Ten. «La gente mi chiede: ma Amelie può entrare negli spogliatoi? Io rispondo che quello che conta è la preparazione e l’analisi del match. Basta guardarla sul campo, Amelie, e capisci che è una campionessa» […]


La vera n.1 è Serena (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Vincere, e sentirsi numero uno, ancora una volta. L’ennesima, direte, ma non ce n’è una che sia uguale all’altra, così come non esiste un unico modo di sentirsi appagata, o acquietata, o sazia. Di che cosa, poi? Nei due anni vissuti a ritroso nella sua vita da atleta, mentre tutto il resto andava avanti e altre urgenze premevano e riempivano le giornate, perché c’era da diventare mamma, da imparare a esserlo, da mettere su casa e famiglia, Serena Williams ha visto scomparire tutto ciò che di tennistico aveva intorno a sé. Le racchette, le mise che non piacciono a nessuno tranne che a lei, il Catsuit, il tutù sui glutei grandi come panettoni, le avversarie che vogliono batterla a tutti i costi. E la classifica? Numero uno per l’ultima volta l’8 maggio del 2017. Poi 15 a luglio, 24 a ottobre, e di colpo numero 491 a marzo 2018, dopo essere stata due mesi senza ranking. I tre turni vinti al Roland Garros, prima del forfait contro Maria Sharapova, l’hanno restituita ai primi 200 posti. La finale di Wiimbledon, persa contro la Kerber, l’ha tirata su fino al numero 27. Quella degli Us Open al numero 16, con cui si è presentata a Melbourne, vestita di verde stavolta, un abitino dei suoi stretto stretto intorno alle rotondità mammose che gli allenamenti non hanno del tutto cancellato. Vincere e sentirsi numero uno, senza esserlo davvero e senza che arrivare lassù sia ancora una priorità, l’ha però inebriata. La riscoperta di sensazioni ormai lontane le ha dato gli stimoli che cercava. Continua a inseguire il primo Slam da mamma. È una donna in missione speciale, Serena. E continuerà a esserlo da qui in avanti. Ma c’è un’altra numero uno, ed è quella vera. Simona Halep lo sa di essere lassù perché l’altra ha smesso di fare la tennista a tempo pieno. E sa che il confronto fra lei e Serena è stato improponibile, 9 volte su 10 finora. Ma anche lei ha dato un frego su una vita di sole gallate e risultati da conteggiare. Ora che si gestisce da sola, e il suo coach-amico Darren Cahill ha ripreso la strada perla famiglia, vuole provare a prendere il meglio dal tennis, senza troppe angosce. «Se sto in testa, voglio sentire che me lo merito», dice. «Se Serena è più forte, e lo è, voglio sentirmi in grado di darle battaglia». E lo fa con grande orgoglio, in questi ottavi che tutti dicono “da prendere o lasciare”, e lei trasforma in una contesa in cui entrambe finiscono per prendere qualcosa. Serena la sua inebriante vittoria, Simona la sua orgogliosa ribellione, che fa sentire tutti un po’ più dalla sua parte, perché la disubbidienza non è più di questo mondo, e invece – quel po’ che serve – dovremmo riscoprirla […] «Merita di essere lassù, Simona», dirà Serena, che nei quarti andrà ad affrontare la Pliskova. «È ancora la più forte, la ammiro», è il pensiero di Simona. E il tennis femminile, per una volta, sembra davvero avere due numero uno […]

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Fognini e Giorgi out, l’Italia saluta l’Open (Baldissera). Giorgi vede la luce di una vita da top player (Clerici). È uno Slam da quota 100 (Semeraro). Simona balla da sola (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 20 gennaio 2019

Alessia Gentile

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Fognini e Giorgi out, l’Italia saluta l’Open (Luca Baldissera, La Nazione)

Non abbiamo più italiani in gara all’Open di Australia. Erano otto all’avvio, sette uomini e una donna, tre di quei sette più Camila sono arrivati al terzo turno, pero poi agli ottavi e alla seconda settimana non c’è arrivato nessuno. Hanno perso infatti tutti e due gli ultimi superstiti, i nostri numeri uno, Fabio Fognini e Camila Giorgi. Ma anche se Fabio ha perso per la sesta volta su sei dalla sua bestia nera, lo spagnolo Carreno Busta, e Camila per la quinta su sei dalla ceca Pliskova, le due sconfitte sono state nolto diverse. La prima è arrivata a seguito di una partita sconfortante, la seconda di una esaltante. Carreno Busta non ha fatto niente di straordinario per battere un Fognini spento, piatto, vivo soltanto nel terzo set e nella prima parte del quarto. Alla fine Fognini ha perso 62 64 26 64 in 2,30, giocando come sa soltanto per mezz’ora. Karolina Pliskova invece si è esibita all’altezza della sua miglior fama, da ex n.1 del mondo solo due anni fa. E Camila ha fatto match pari con lei giocando alla grande. Purtroppo, dopo aver perso il primo set che avrebbe potuto magari vincere e vinto il secondo che avrebbe potuto perdere, nel terzo ha perduto un game interminabile, 13 minuti, alla quarta pallabreak. E lì la Pliskova si è involata fino alla vittoria (64 36 62 in 2h e 11 il punteggio finale). «Sono molto contenta di esserne venuta fuori vincendo», ha detto la ceca. Per il resto la “old generation” ha fin qui retto benissimo il confronto con la “Next”. I vari Djokovic, Raonic e Nishikori sono giunti agli ottavi per sfidare rispettivamente Medvedev, Zverev e Carreno Busta, dopo che nella notte Nadal avrà giocato con Berdych, Tiafoe con Dimitrov, Cilic con Bautista Agut. Stamattina alle 9 italiane Federer affronta Tsitsipas, primo test serio per lo svizzero — sei volte vincitore in Australia — che incredibilmente ieri è stato bloccato da un addetto alla sicurezza della Rod Laver Arena perché non aveva il pass per accedere agli spogliatoi. Giocheranno invece 24 ore dopo  la n.1 del mondo Halep e Serena Williams. Un sorteggio maligno le ha messe di fronte già negli ottavi.


Camila Giorgi vede la luce di una vita da top player (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Hanno perso sia Camila Giorgi sia Fabio Fognini. Essendo lontano dall’Australia, mi chiedo quel che gli avrei domandato, perché Camila incontrava la Pliskova, oggi numero quattro ma già numero uno nel 2017, e Fognini giocava la sua sesta partita contro Carreno Busta, avendo perso le prime cinque. Questo Carreno Busta è uno spagnolo anomalo che pare trovarsi meglio sul cemento che sul rosso, dov’è nato. Possiede sicuramente armi che mettono più che in difficoltà Fabio, e quindi mi riservo di chiedere a Fognini – la prossima volta – che cosa non funziona contro di lui, essendone stato vittima 6-2, 6-4, 2-6, 6-4. Ho invece visto le difficoltà della Giorgi contro la Pliskova, difficoltà più che previste, tra una numero quattro e una numero ventotto, che però Camila stava, per due set e mezzo, eguagliando. Quando si crede di conoscere una persona, ci si domanda spesso se la nostra vita ha avuto modo di influire sulla sua. Non ho fatto il coach, salvo con Vitas Gerulaitis, perché eravamo i due che rientravano per ultimi all’hotel ma, insieme al mio concittadino Riccardo Piatti, abbiamo in qualche modo influito sulla vita di Camila il giorno che suo padre Sergio chiese al presidente di un club di Como se potesse sponsorizzare una bambina e la sua famiglia, permettendo così alla piccola di diventare una professionista del gioco del tennis. Vistala giocare, dicemmo di sì. E di lì la bambina finì per ritrovarsi, oggi, sulla Rod Laver Arena di Melbourne, contro Karolina Pliskova. Non vi sommergo di notizie sulla vita di Camila, estremamente congiunta con quella del padre, che ha avuto i suoi fastidi, dapprima con un tribunale di Miami, in seguito con la federazione, e che Camila chiama tuttora «il mio coach», sebbene di un vero coach immagino avrebbe bisogno per evitare rapporti familiari sul campo. Sia come sia, oggi Camila non è stata da meno di una top player mondiale, ribattendo vincente su vincente alla boema sino al quarto game del terzo set. Perduto il primo set e vinto il secondo – nel 4° game del terzo ha avuto 4 vantaggi per raggiungere il 2 pari – Camila si è poi lasciata sommergere per il definitivo score di 6-4, 3-6, 6-2. Penso che a 27 anni potrebbe iniziare una nuova vita, dopo averne passata una prima complessa sui campi e, forse, fuori.


La carica dei ventenni. Ora tocca a Tsitsipas contro Maestro Federer (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nell’antica Grecia la chiamavano Sofia: il possesso di conoscenze e la connessa abilità nel metterle in pratica. Basta traslarla nell’epoca moderna e applicarla al tennis di oggi per scovarne l’interprete più sublime: Roger Federer, non a caso detto il Maestro. Con leggerezza, modulando gli sforzi e il livello del gioco, il Divino è approdato per la 17^ volta (e senza perdere un set) alla seconda settimana dello Slam down under, la posizione ideale per il campione in carica che mira al terzo successo di fila e al settimo in assoluto a Melbourne, così da salutare Emerson e Djokovic nel club dei plurivincitori australi e rimanere un uomo solo al comando. Ormai i numeri e i traguardi di Federer non appartengono alla storia terrena: il 21° Slam, il 100° torneo in carriera, la possibilità di diventare il primo a conquistare 5 Major dopo i trent’anni rappresentano solo il corollario a un ventennio da fenomeno mai visto. Stamattina, alle nove italiane, Roger giocherà la sua partita 101 nella Rod Laver Arena. Praticamente casa sua. Davanti a lui, un ragazzo ateniese dotato senz’altro di sapienza tennistica, ma senza alcuna esperienza sul Centrale australiano. Sarà la sua prima volta. E infatti il vecchio saggio, che lo ha appena battuto a inizio anno nell’esibizione di lusso della Hopman Cup, dispensa esperienza: «Qui cambia tutto, la partita è tre su cinque, è un ottavo di uno Slam e ognuno reagisce in modo diverso al feeling con il campo. Ma sono felice che sia ancora nel torneo, sta giocando bene ormai da tempo, sarà una bella partita. Lui è molto bravo a variare, sa scendere anche a rete. Penso che vedremo un bel tennis d’attacco». […] Tsitsi, all’apparenza, non trema: «La partita in Hopman Cup è stata importante per provare a capire le sue armi, il suo dominio comincia dal servizio e perciò dovrò essere molto aggressivo alla risposta. Certo, sono consapevole di giocare contro una leggenda». Nell’empireo, però, non tutti conoscono la santità dello svizzero: ieri, quando è arrivato a Melbourne Park per allenarsi, Federer si è accorto di non avere il pass e un addetto della security, ligio al dovere, gli ha impedito di entrare negli spogliatoi. Senza fare polemiche Roger ha aspettato dieci minuti che lo raggiungesse coach Ljubicic con annesso accredito. Si chiama umiltà. Meditate, aspiranti campioni, meditate.


È uno Slam da quota 100 (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Stamattina ci proverà Stefanos Tsitsipas, il lato ellenico della Next Gen, e magari contro mastro Federer se la giocherà meglio degli altri suoi colleghi ragazzini di lusso. Ma per ora gli Australian Open sono il trionfo del vecchio che avanza, dell’usato sicuro che dopo la resa di Andy Murray – all’ortopedia, non certo alla concorrenza – è rappresentato sempre dai soliti tre: Roger Federer; anni 37, Rafa Nadal, 32, e Novak Djokovic, 31. Sommate e otterrete la quota 100 dell’eccellenza. Distantissima da ogni ipotesi di scivolo pensionistico. Al terzo turno Federer ha concesso una lezioncina a Taylor Fritz, 21 anni e tanti hamburger ancora da mangiare. Senza badge allo stadio non entra neppure lui – ieri un addetto lo ha bloccato – ma possiede il lasciapassare per l’eternità. Nadal lo ha imitato pasteggiando con la polpa tenera di Alex De Minaur, anni 19, Demone ancora troppo acerbo per spaventare lo spagnolo, e ieri Djokovic ha completato il tris contro Denis Shapovalov, 20 anni, il talento mancino che piace a tutti. «Se ripensiamo alle ultime due stagioni», ha detto a “Marca” Patrick Mouratoglou, pigmalione di Tsitsipas e storico coach di Serena Wlliams, «vediamo che la vecchia guardia è sempre forte. Se sono al meglio, non vedo chi possa batterli». Secondo il guru francese non dobbiamo aspettarci un exploit della linea verde nemmeno stavolta. «Per battere i più forti in uno Slam i più giovani dovrebbero prima riuscirci in uno dei tornei minori, ma non sta accadendo. Federer ha vinto gli ultimi due Australian Open, a Perth si è confermato ad alto livello, e non credo che l’età lo stia rallentando più di tanto, almeno a giudicare da come si muove in campo in questi giorni. Tsitsipas? Dobbiamo essere pazienti. L’anno scorso ha vinto il suo primo titolo a Stoccolma, è arrivato in finale a Barcellona e Toronto. Ha molti margini di miglioramento, ma la strada da fare è ancora tanta». Un segreto dell’eterna gioventù del trio Medusa, oltre che nel talento naturale sta nella loro capacità di adattarsi, mentalmente, tecnicamente e tatticamente, al tempo che cambia, alle sfide che si rinnovano. I giovani, certo, migliorano di giorno in giorno. Ma Roger, Rafa e Nole nel frattempo si sono spostati già un passo avanti. «Sono contento di giocare contro di loro», ha spiegato Federer ragionando proprio sul match con Tsitsipas. «I giovani non hanno nulla da perdere. Io non conosco bene i loro punti di forza, ma d’altra parte non lo sanno bene neppure loro, stanno ancora scoprendo il loro gioco». Roger l’ha detto usando i guanti bianchi, Nadal dopo di lui lo ha spiegato senza tanti giri di parole: «Volevo che che in campo Alex si sentisse a disagio, che non riuscisse ad avere il controllo dello scambio. Ci divertiamo ancora a giocare», aggiunge Rafa. «La nuova generazione sta crescendo, i match fra vecchi e giovani piacciono a tutti, e non si devono preoccupare: prima o poi toccherà a loro». Appunto, Rafa: prima o poi?


Attacchi e coraggio, le armi di Stefanos (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

La Next Gen, in questo Australian Open, ha provato ad alzare la voce per legittimare un cambio al vertice. Fino a questo momento, però, i tre fenomeni hanno retto con disinvoltura ai tentativi delle giovani leve di disarcionarli. Fritz, De Minaur e Shapovalov hanno raccolto le briciole contro Federer, Nadal e Djokovic e demandano a Stefanos Tsitsipas la possibilità di essere vendicati. Impresa ardua ma non impossibile per il ventenne greco. Per superare Roger Federer dovrà sciorinare un tennis impulsivo alla continua ricerca dell’affondo vincente. I tentativi di Stefanos poggiano su solide basi costituite da consistenti colpi di rimbalzo dove all’elegante rovescio si affianca una ficcante esecuzione del dritto a sventaglio. Per scardinare la concreta versione sin qui esibita da Roger dovrà mettere in campo una tattica impregnata di coraggio senza cadere nell’incoscienza. Sarà uno scontro generazionale da ammirare con gli occhi e da gustare con una lunga e appagante colazione.


Simona balla da sola (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Balla da sola, Simona Halep, senza il coach che l’ha condotta a credere un po’ di più in se stessa, senza una voce che le indichi la strada in un tennis che lei, piccolina contro le molte grandi, è sempre stata costretta a interpretare anima e corpo, gettandosi a capofitto nelle partite. Balla da sola, Simona, fra i tanti amici che la seguono, con il capitano rumeno della Fed Cup, Florin Segarceanu, che prova a farle da supporto, perché nessuno potrebbe sostituire Darren Cahill nel cuore della Halep. Ma Darren, ormai, è una voce al telefono. Ha lasciato la sua piccola creazione a fine anno,  obbligato a un ritorno in famiglia da problemi che non riusciva più a gestire in giro per il mondo. Si sentono, si parlano, e lui sa ancora cosa dirle, ma Simona in campo ci va da sola, perché questa è la sua nuova condizione mentale. E ora che la stagione nuova è cominciata, tutto sommato non le dispiace. «Farcela con le mie forze, scegliere la strada giusta tenendo conto di tutto ciò che ho imparato in questi anni, confrontarmi con Darren dopo che ho preso la mia decisione, mi rende felice». Numero uno di un tennis al femminile che non ha mai supposto possa esistere qualcuna migliore di Serena Williams, e dunque in grado di farne le veci. Anche lei, all’inizio. Ma ora meno: «Non mi sento più una numero uno al condizionale, con i “se” e con i “ma”. Serena è la più grande fra tutte noi, inarrivabile per le vittorie conquistate, e per quello che ha dato al movimento del tennis femminile. l’ammirazione nei suoi confronti è profonda. Ma ora che lei gioca meno di una volta, io ho i punti per stare là in cima. E non vedo perché non dovrei sentirmi numero uno a pieno titolo». In fondo, Simona è l’unica che abbia provato a spezzare quella condizione di eterna sottomissione all’aliena Serena. Non ha nemmeno le caratteristiche fisiche per interpretare un tennis “come quello della Williams”. Lei è la più piccola del gruppo, e lo è da sempre. È stata costretta a farsi largo dando di più: più anticipo, più corsa, più aggressività, più voglia di farcela. E’ da quattro anni fra le prime dieci, e numero uno a fine anno da due stagioni consecutive. Quattro anni che le hanno messo addosso quel po’ di sicurezza che andava cercando, lei nata piccola piccola e con il seno grosso grosso, del quale un po’ si vergognava, fino a decidere di farselo ridurre – da una sesta a una terza – per poter giocare a tennis più liberamente. E oggi finalmente disposta ad accettarsi per quello che è. Così, il prossimo confronto con Serena, assume contorni particolari e un valore di molto superiore a un qualsiasi match degli ottavi di finale. «Non mi intimidisce più battermi contro Serena. Sarà che ci ho perso così tante volte. Forse lei non è più quella di una volta, non saprei dirlo con sicurezza, certo gioca meno di prima e ha tante altre cose per la testa. È una mamma. Ma io la capisco, anche per me è stato importante uscire dal tennis come unico scopo della mia vita, fare altro, divertirmi di più. Mi ha alleggerito la vita, e mi ha dato una mano a combattere i problemi fisici che mi porto dietro, quelli alla schiena soprattutto che so che mi potrebbero bloccare da un momento all’altro. Non avessi compiuto questi passi, sarei rimasta da sola con i miei guai, e sarebbe stato peggio. Invece, mi concedo un po’ di più, vivo un po’ di più, esco con gli amici. E se perdo, so che posso cercare di fare meglio la volta successiva». Ieri Simona ha eliminato Venus, la sister trentanovenne (quasi), e Venus le ha fatto i complimenti. Più tardi, Serena ha preso a pallate la 18enne Dajana Yastremska, ucraina che prima o poi vedremo in Top Ten. Il problema, semmai, è proprio questo: Serena è tornata a prendere a pallate tutte quante, in tre partite ha lasciato appena nove game. Simona lo sa. Ma ha imparato a non preoccuparsene più.

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Rassegna stampa

È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Semeraro). Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Bertolucci). Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero). La Zarina e l’erede (Crivelli)

La rassegna stampa di sabato 19 gennaio 2019

Stefano Tarantino

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Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero, La Gazzetta dello Sport)

Non è una sorpresa, ma una piacevole riscoperta. Tomas Berdych è tornato: la schiena non fa più male, il lungo stop è dimenticato. A Doha il ceco aveva mandato un messaggio (finale), a Melbourne ha chiarito il concetto. Riecco Tomas con quel suo tennis pulito e potente che in Australia ha lasciato pochi game a Edmund e Haase e un set, il primo, a Schwartzman, che poi è stato travolto. Adesso l’asticella si alza, sul percorso di Berdych c’è Rafa Nadal, che finora ha passeggiato. «Ma sarà una partita tosta — profetizza Simone Vagnozzi, coach di Cecchinato, battuto in semifinale a Doha dal ceco —. Tomas si era presentato in Qatar in buone condizioni fisiche, in Australia i campi sono più veloci e quindi si trova ancor più a suo agio». C’è anche un po’ di Italia nella rinascita di Berdych, che si è legato a Hydrogen e prima dell’inizio della stagione aveva partecipato a Milano alla presentazione del nuovo team del marchio veneto. Nell’occasione aveva pronunciato parole che oggi sembrano profetiche: «È stato inusuale stare fuori per infortunio così a lungo. Adesso voglio solo divertirmi. Non importa la classifica (dopo gli incontri di ieri è virtualmente n.79, n.d.r.), ma voglio sfidare i più forti e fare buoni risultati». Come tante volte in passato e soprattutto nel 2010: «Quell’edizione di Wimbledon resta nel mio cuore: sconfissi Federer nei quarti e Djokovic in semifinale, poi persi con Nadal in finale. Ho grande rispetto per loro tre: ammiro la determinazione che li ha fatti tornare al top dopo i guai fisici. Il loro segreto non è solo la testa, c’è una combinazione di fattori: esperienza, tecnica, voglia di vincere». Tutte qualità che, in misura minore, non mancano nemmeno a Berdych che tra tanti incontri ne ricorda uno «italiano»: «A Roma nel 2015 vinsi con Fognini sul Pietrangeli una partita fantastica. Fabio ha fatto il definitivo salto di qualità, è pronto per entrare nei top ten. E anche Cecchinato è un tennista che mi piace: è grintoso e preparato». Intanto Berdych a 33 anni si gode l’ottimo stato di forma del momento: «Sono felice e mi concentro sul mio tennis. Quando smetterò mi dedicherò completamente a mia moglie e allargheremo la famiglia. Ma per adesso mi diverto ancora moltissimo a giocare» […]


La Zarina e l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La Russia. La Florida. Il padre allenatore. La sfacciataggine della giovinezza sbattuta in faccia alle avversarie, unita a un’inestinguibile sete di vittoria coltivata fin dalla culla. Manco fossero uscite dalla stesso film. A dicembre, la zarina e l’erede si sono addirittura trovate sedute insieme al ricevimento per il matrimonio di Max Eisenbud, il potente agente di entrambe. Adesso, sono tutte e due al tavolo degli ottavi di finale degli Australian Open, ed è incredibile come le storie di Maria Sharapova e Amanda Anisimova siano sovrapponibili, in attesa che lo divengano anche i risultati in carriera. A dividerle, per il momento, ci sono solo i natali (Masha è siberiana e Amanda è nata in New Jersey e ha nazionalità americana) e l’età: 31 a 17. Ma il viaggio della speranza negli States dei genitori, la scelta di Miami e dintorni per assecondare le ambizioni delle figlie, l’iniziale coaching in famiglia e la forza mentale già sviluppata da teenager su un campo da tennis raccontano la medesima storia. A Melbourne, una risorge e l’altra sorge come un nuovo sole. Da quando è rientrata dopo il pasticciaccio del Meldonium, aprile 2017, la Sharapova non aveva mai fatto sua una partita così intensa e di qualità come la battaglia in tre set contro la Wozniacki, campionessa uscente dello Slam down under. Un trionfo condito da 37 vincenti e dal pepe di una rivalità ferocissima, ai limiti dell’insopportabilità: la danese, che da ottobre ha rivelato di giocare con l’artrite reumatoide, ha sempre sposato la linea dura verso i condannati per doping, criticando le wild card assegnate alla russa reintegrata; e poi è la miglior amica di Serena Williams. Certo, Masha come sempre non fa nulla per piacere alle colleghe, ma è la più amata dai tifosi con oltre 27 milioni di followers sui social e sembra ricandidarsi a contendente per il successo in un torneo vinto 11 anni fa e di cui è stata tre volte finalista: «È per match come questi che continuo ad allenarmi, è una ricompensa molto bella» […] Intanto la figlia di Kostantin, ex dirigente di banca inventatosi allenatore come ormai accade spesso, diventa la prima giocatrice nata dopo il 2000 (compirà 18 anni il 31 agosto) a raggiungere gli ottavi di un Major e la più giovane americana ad arrivare così lontano in Australia da Jennifer Capriati (1993) e Serena Williams (1998). Una discreta compagnia. La ragazzina (si fa per dire: è alta 1.80, tira comodini con tutti i fondamentali e conosce perfino l’arte ormai perduta del rovescio lungolinea) si prende il lusso di annichilire una delle possibili favorite, la valchiria bielorussa Sabalenka, 11 del mondo, che non trova mai le armi per opporsi all’intelligente bombardamento della numero 87 (è la top 100 più giovane), capace di fulminarla con 21 vincenti e con il colpo dell’anno, un passante in corsa praticamente in braccio alla prima fila dopo tre salvataggi miracolosi: «Ho sicuramente giocato qualche buon scambio, in questo momento ho un feeling eccezionale con il torneo». In tre partite, Amanda ha lasciato per strada appena 17 game mostrando la qualità principale dei campioni, la freddezza nei momenti caldi, senza lasciarsi impressionare dal blasone delle rivali. In carriera, del resto, ha vinto 7 partite su 11 quando l’avversaria era testa di serie del torneo, e anche se potrebbe giocare tra le juniores ancora nei 2019, ormai appartiene a un livello ben più alto […] Ma la sbarbatella ha le idee chiare: «Semplicemente, voglio vincere il torneo». L’ultima teenager a conquistare uno Slam fu la Sharapova a New York nei 2006. E poi dite che la storia non si ripete.


È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Nel 2009 Nadal ha vinto il suo (per ora) unico Australian Open: semifinale mancina e stracciamuscoli con l’amico Verdasco, finale strappalacrime – quelle di Federer, ricorderete… – contro l’avversario di sempre. All’hashtag #tenyearschallenge, che in questi giorni infuria sui social all’insegna del “come eravamo, come siamo” metteteci pure quella di un Rafa migliorato. Almeno nel servizio. In tre turni vinti a Melbourne per ora il Cannibale gentile si è divorato mezza Australia, e non solo quella minore: Duckworth, Ebden e ieri l’aspirante demone Alex De Minaur; derubricato a povero diavoletto in tre set facili facili. Grazie anche, ma non solo, all’aiutino di un nuovo movimento del servizio. «Il cambiamento lo abbiamo deciso dopo la sconfitta per ritiro agli US Open dello scorso anno contro Del Potro», ha spiegato il suo coach Charly Moya, finalista in Australia nel 1997. «Rafa voleva cambiare qualcosa, era convinto che il servizio fosse il suo lato debole. Il problema agli addominali e l’operazione alla caviglia destra hanno ritardato un po’ i tempi, dopo la riabilitazione ci siamo finalmente messi al lavoro e ora si trova bene con il nuovo movimento». Più fluido, più penetrante. Più adatto al Rafa 32enne di oggi, che non si può più permettere di ramazzare palline in ogni angolo del campo per cinque ore, come gli riusciva dieci anni fa, ma deve provare ad aggredire di più, e più in fretta, scambio e avversari. «Il nuovo servizio si basa tu tre pilastri fondamentali», ha spiegato Francisco Roig, l’ex pro’ spagnolo che lo segue da sempre, affiancato da Moya dopo l’addio di Zio Toni. «Il primo consiste nel liberare prima la mano durante il lancio di palla. Il secondo prevede che Rafa mantenga una posizione più composta, senza torcersi e piegarsi troppo nel caricamento, per usare tutta la sua altezza. Il terzo è focalizzato sul piede destro, che deve entrare in campo quando Rafa ricade sul terreno». Risultato: più spinta orizzontale, grazie ad un lancio di palla più spuntato in avanti, e la pallina che schizza più veloce dopo il rimbalzo. Anche con la seconda palla, più spesso tagliata esterna, in slice. «In questo modo gli avversari non possono limitarsi ad una rimessa in gioco, ma devono affrontare un rimbalzo sempre diverso». Un intervento che da fuori può sembrare minimo, ma che ha richiesto lunghi allenamenti […] Non è la prima volta che Nadal ritocca il suo meccanismo biomeccanico. In passato ha provato a ricalibrare (di poco) il diritto, aggiungendo anche qualche grammo di peso alla racchetta, intervenendo sul bilanciamento e variando il “drilling”, la spaziatura fra le corde, per ottenere più potenza. Ai tempi del suo primo successo a New York aveva poi già “irrobustito il servizio”, e da qualche tempo cerca di chiudere prima gli scambi, come del resto anche Federer: campione è chi campione sa rimanere, accettando di adeguarsi al tempo che passa. Nadal non sarà mai un Karlovic o un Isner sia contro Duckworth sia contro De Minaur ha picchiato sei ace; ma ieri ha servito il 75% di prime palle, vincendoci l’84% di punti. Un buon rendimento alla battuta gli servirà di sicuro negli ottavi contro un altro veterano “rigenerato”, Tomas Berdych […]


Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Puoi non conoscerne il nome ma il tennis lineare, semplice e stilisticamente corretto che esprime ti rimanda per forza di cose alla mitica scuola ceca. Karolina Pliskova, odierna avversaria nell’ultimo match di giornata della nostra Camila Giorgi, è dotata infatti di fisico longilineo e lunghe leve, che la ragazza è in grado di gestire con equilibrio. Per certi versi ricorda un’indossatrice più che una tennista e non rinuncia, anche sotto sforzo, all’elegante postura, ai passi leggeri e alla grazia negli appoggi. L’ampiezza dello swing, favorito dalle lunghe leve le consente di trovare migliori angoli nella battuta, un maggior allungo laterale e potenzialità di spinta sulla palla. Nonostante le gambe da fenicottero e i piedi poco reattivi, riesce a essere precisa e ordinata negli appoggi grazie al perfetto timing e alla ineccepibile tecnica esecutiva. La classifica e gli scontri diretti vedono la Giorgi sfavorita, ma non battuta in partenza. Il tennis ad alto rischio, ma rapido e veloce dell’italiana può contenerla, facendola muovere lateralmente e con poco tempo a disposizione per impattare la palla […]

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