Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Crivelli). Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Crivelli). Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Viola). La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Rossi)

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Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Crivelli). Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Crivelli). Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Viola). La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Rossi)

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Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

L’errore ci dona l’opportunità di diventare migliori. E con umiltà vivere il rinascimento personale fino ad arrivare alla vittoria più importante in carriera, per di più contro un avversario che hai sempre preso ad esempio. Proprio così: l’altro idolo di Cecchinato, insieme a Marat Safin, è proprio Andreas Seppi, per professionalità e applicazione. E allora deve essere un segno del destino se la prima finale in carriera di Marco matura quando dall’altra parte della rete c’è un atleta che ammiri e che riesci a domare con le doti che per solito esaltano il rivale, cioè la lucidità e l’esperienza. Quando Seppi è avanti un set e un break (2-0), il derby di Budapest pare segnato e invece Marco lo ribalta con le armi che maneggia meglio, il servizio (8 ace) e il dritto, ma anche con il rovescio a una mano che gli offre soluzioni lungolinea quando l’altro gira intorno alla palla per colpire a sventaglio e che è l’emblema più fulgido della crescita di Marco: da colpo – per sua stessa ammissione – «sotto la sufficienza», è diventato un punto di forza. Ma il cammino di Cecchinato è caratterizzato soprattutto della personalità e della consapevolezza sgorgate dalla rabbia per un’ombra che aveva rischiato di stroncargli la carriera. A luglio 2016 viene squalificato 18 mesi per aver alterato, nell’ottobre 2015, un match contro il polacco Majchrzak al Challenger marocchino di Mohammedia e per aver passato altre informazioni riservate ad alcuni amici scommettitori. Se venisse riconosciuto l’illecito sportivo, sarebbe radiato, e invece gli viene contestata la violazione dei doveri di lealtà sportiva. La sospensione viene poi ridotta a 12 mesi e alla fine del 2016 è addirittura assolto per un vizio di procedura (Fit e Coni hanno presentato richiesta di squalifica troppo tardi). Uscito in qualche modo dal baratro, Cecchinato riparte. Lui, che tre giorni prima del fattaccio del 2015 era salito al n. 82 del mondo, cioè vicinissimo ad aver la possibilità di partecipare a tutti i tornei, ricomincia dai Challenger, dalle qualificazioni, dai viaggi massacranti in posti improbabili. E cambia allenatore, scegliendo Simone Vagnozzi, fino al 2011 giocatore di discreto livello: «E’ una persona molto intelligente: sfruttava alla grande i suoi punti di forza e te lo trasmette sul piano tattico. Inoltre mi ha fatto capire che per arrivare ad alti livelli bisogna trascorrere tanto tempo sul campo». La favola richiederebbe oggi una conclusione degna del percorso di redenzione (l’altra semifinale è stata intanto sospesa per oscurità), con Cecchinato già a casa una settimana fa e adesso in finale da lucky loser. Intanto, comunque vada, domani accanto al suo nome ci sarà (almeno) un bel 68 a descriverne la nuova classifica, accompagnato dal rimpianto per gli Internazionali di Roma incombenti: Marco è rimasto fuori di qualche posizione dalle qualificazioni (sul ranking del 2 aprile) e non avrà wild card. Per consolarsi, si godrà il nuovo status di big.

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Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nicholas Kalogeropoulos: chi era costui? Un annuario del tennis vi rammenterà che è stato l’unico greco a raggiungere una finale Atp, a Des Moines, nel lontanissimo 1973. Fino a ieri. Perché dopo una pletora di figli dell’Ellade emigrati (Sampras, Philippoussis e Kyrgios), a Barcellona il Next Gen Tsitsipas interrompe il lungo digiuno confermandosi teenager (compie vent’anni a agosto) di sopraffino talento e luminosissimo futuro. Il figlio di Apostolos, professore di educazione fisica che si è inventato suo allenatore (anche se adesso il ragazzo si è trasferito all’Accademia di Mouratoglou), e dell’ex giocatrice sovietica Julia Salnikova, l’anno scorso aveva vinto in tutto 4 partite Atp, ma in questa stagione è già a quota 11, di cui 6 sulla terra, malgrado la superficie prediletta sia l’erba e a inizio anno abbia raggiunto i primi quarti i carriera sul cemento di Doha. Grande appassionato fin da piccolo di tutti gli aspetti del suo sport, si era posto come obiettivo a fine 2018 l’ingresso nei primi 50: traguardo che taglierà già domani. Intanto è diventato il più giovane finalista in Catalogna dal 2005, sottraendo il primato a Nadal che quell’anno vinse il torneo per la prima volta. E oggi Nadal è a caccia dell’11° trionfo dopo la solita settimana in carrozza: non ha mai perso un set in 11 semifinali, è arrivato a 44 set consecutivi vinti sulla terra e soprattutto taglia il traguardo dei 400 successi sul rosso, raggiungendo un club esclusivo di cui fanno parte Vilas, Muster e Orantes. Ma ha trovato anche il tempo di dare un’occhiata al giovane rivale odierno: «Possiede tutte le doti per imporsi presto». Ha tutta l’aria di un’investitura.

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Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Rocco Viola, Corriere del Mezzogiorno)

Ci sono momenti che immagini da una vita. Poi non ci pensi più perché credi siano lontani, fino a quando non scopri che sono già lì. Cosi ha fatto Roberta Vinci, pensando al suo ultimo torneo, al suo ritiro. L’epilogo sarà a Roma, agli Internazionali (7-20 maggio), che faranno scorrere i titoli di coda su una carriera dove tutto, o quasi, è stato perfetto. Così, questi Internazionali in rampa di lancio hanno un sapore particolare.

Come li immagini?

Come una grande festa. Ho fatto questa scelta in maniera consapevole, perché con Roma ho un rapporto particolare. Certo, festa presume una vittoria finale, ma lo sarà comunque. Anche in caso di sconfitta. Sarei felice di avere al mio fianco la famiglia, il mio staff, i tifosi.

Contro chi vorresti giocare la tua ultima partita?

Ci ho pensato a lungo. Penso che sceglierei Serena Williams. Con lei ho giocato il match della vita agli Us Open.

Se quella con la Williams è stata la gara perfetta, qual è stata la partita che poteva finire diversamente da com’è andata?

Senza dubbio lo stesso torneo, la finale con Flavia. Dopo la semifinale sembrava tutto perfetto per il trionfo. Flavia era l’avversaria che conoscevo meglio di chiunque altra. E’ andata diversamente da come speravo. Peccato.

Hai qualche rimpianto?

Rimpianti in particolare non ce ne sono. Certo, se avessi vinto la medaglia olimpica sarei stata più felice. Sarebbe stato bello vincerla con Sara.

500 vittorie, 25 titoli fra singolari e doppi, unica Italiana a vincere su tutte le superfici. Come si diventa Roberta Vinci?

Boh! Non lo so. Avevo la fortuna di avere un po’ di talento, ma tutto il resto l’ho costruito giorno dopo giorno con sacrificio, stanchezza, rinunce, passione.

Hai mai pensato: ma chi me lo fa fare?

Mica una volta sola. Ogni volta che hai un infortunio, che rimani al palo sfiancata mentre vedi che alle altre gira tutto bene…Poi arriva quel misto di adrenalina e paura che ti fa amare e odiare questo sport allo stesso tempo, e ritrovi la forza di tornare in campo.

Torniamo a Roma. Ci pensi all’ultima volta che preparerai la sacca?

Penso spesso all’ultima borsa preparata. Chiudendo quella cerniera entrerò in un’altra dimensione. Però va bene così. So che dopo quest’ultima partita non si torna indietro e guardo avanti, col desiderio di mangiare una pizza con le amiche, di andare a letto senza l’assillo che l’indomani all’alba avrò allenamento. Mi riprenderò la normalità della vita, che poi è ciò che mi è mancato in tutti questi anni, gli affetti, la casa. Il desiderio di respirare una quotidianità diversa rispetto al ritmo frenetico dei viaggi, tornei e allenamenti.

Dove ti ritroviamo fra un anno?

Non lo so. Mi piacerebbe rimanere nel mondo del tennis, ma ancora non ho progetti in cantiere. Voglio godermi queste settimane in maniera intensa. Poi si vedrà.

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La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Fabio Rossi, Il Messaggero)

In piazza del Popolo non ci saranno nemmeno i quattro mini-campi dimostrativi in erba sintetica, come era stato fatto in passato, per promuovere gli Internazionali di tennis, in programma dal 7 al 20 maggio. Per vedere match ufficiali del torneo bisognerà andare necessariamente al Foro Italico. I campi “cittadini”, che avrebbero dovuto ospitare alcuni incontri delle prequalificazioni, non si faranno. Per piazza del Popolo è arrivato il no del Tavolo tecnico congiunto fra le Soprintendenze – Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio Roma, Parco archeologico del Colosseo e Sovrintendenza capitolina – che non ha concesso il via libera alle modifiche presentate per la manifestazione “Tennis in città”, che occuperà l’emiciclo della storica piazza sul lato del Pincio. Lo stop imprevisto, considerato anche il frequente utilizzo dello spazio per eventi di diverso genere, cancellerà completamente il progetto che prevedeva di avvicinare il grande tennis al cuore della Città eterna. A rendere nota la brusca frenata è stato il Campidoglio rispondendo al Codacons, che aveva inviato una diffida a Palazzo Senatorio e un ricorso d’urgenza all’Unesco sostenendo che l’evento non sarebbe stato «compatibile con il carattere storico del bene e con gli obblighi di conservazione». Secondo i tecnici delle Soprintendenze, «le modifiche progettuali necessarie a consentire gli incontri di prequalificazione» renderebbero l’allestimento dei campi «eccessivamente impattante e inidoneo al carattere monumentale della piazza, vista anche la necessità di innalzare adeguatamente i livelli di sicurezza pubblica e di tutela degli elementi monumentali presenti». (…)

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A Miami è tennis-show nel tempio del football (Crivelli). Jannik, l’elogio della semplicità cresciuto sotto il segno di Federer (Bertellino). «Torino, chance enorme» (Bertellino)

La rassegna stampa di mercoledì 20 marzo 2019

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A Miami è tennis-show nel tempio del football (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Esordio bagnato, esordio fortunato. La pioggia rinvia di un giorno il via ufficiale del combined event di Miami, rinviando la scintillante apertura del sipario sulla location da sogno della ripartenza dopo 32 edizioni a Key Biscayne: l’Hard Rock Stadium, la casa dei Miami Dolphins nella Nfl. L’idea di usufruire di uno dei templi del football americano risale al 2017, quando la ricchissima famiglia Matheson, proprietaria dell’area, decise di non concedere l’autorizzazione all’ampliamento da 40 milioni di euro di Crandon Park, dove il torneo veniva svolto dal 1987. L’evento, che negli anni 90 era il più vicino agli Slam per valore tecnico e montepremi, che ha tenuto a battesimo la prima sfida Federer-Nadal nel 2004 e la prima chiamata arbitrale con l’Occhio di Falco nel 2006, rischiava seriamente di scomparire e allora Stephen Ross, proprietario dei Dolphins, offre a quelli dell’IMG la lussuosa casa del suo team, ricevendo un milione e mezzo di euro dalla contea di Miami-Dade per aver tenuto l’appuntamento in città e riuscendo così a realizzare il sogno di fare dell’Hard Rock una location per eventi tutto l’anno. La sinergia produce una riconversione dell’area che moltiplica la qualità delle strutture, riportando il Masters 1000 di Miami ai fasti del passato. Innanzitutto, il Centrale da 14.000 posti viene ricavato all’interno dello stadio, appoggiandosi alla tribuna Sud, mentre sugli altri tre lati vengono innalzate tribune modulari e smontabili. I lavori per il Centrale iniziano ogni anno subito dopo l’ultima partita dei Dolphins. Tuttavia è il contorno che può davvero definirsi spaziale: Grandstand permanente da 5000 posti, Campo 1 e Campo 2 da 3000 e 1500 posti su tribune rimuovibili. Ci saranno 29 campi permanenti (più il Centrale temporaneo), 20 con l’illuminazione, due palestre, una all’aperto e una indoor, gli spogliatoi saranno più grandi del 70%, e l’area dedicata alla players lounge triplicherà. Non ci saranno il mare e le palme, è vero, ma sembra davvero un dettaglio.

 

Jannik, l’elogio della semplicità cresciuto sotto il segno di Federer (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il segreto di colui sul quale il tennis italiano, e non solo, sta volgendo lo sguardo, ovvero il non ancora diciottenne Jannik Sinner (numero 322 Atp), è la semplicità. Lo conferma Riccardo Piatti, coach che ne segue con Andrea Volpini la crescita da quando quattro stagioni fa è arrivato a Bordighera. «Jannik ha una grande propensione al lavoro e ha tutte le caratteristiche per diventare un giocatore di alto livello – assicura Piatti -. Stiamo operando in tal senso e l’obiettivo oggi non sono i risultati, ma la verifica della sua crescita e del superamento degli step che stiamo affrontando. E’ determinato, consapevole e fa le cose in assoluta semplicità. Cosi è facile programmare. Anche le sue risposte non sono mai banali, sia in campo che fuori. Ora stiamo preparando la stagione sul rosso che non è ancora definita». Jannik ha appena terminato un allenamento e con grande disponibilità si racconta. «Inizialmente ho provato molti sport, spinto da mio padre, e il tennis era un puro divertimento – la parole dell’altoatesino di San Candido -. Facevo sci, vista la mia origine, e non andavo male. Il tennis però mi dava e dà maggiore soddisfazione perché appaga di più il mio desiderio di gioco. Il fatto che una partita sia molto più lunga di una discesa sugli sci è più motivante. Ed anche meno pericoloso, perché con gli sci è un attimo farsi male e perdere l’intera stagione». Così, a soli 14 anni, ecco il trasferimento dalle montagne altoatesine alle atmosfere marittime. «In principio un po’ di difficoltà l’ho provata perché sei lontano da casa, dalla famiglia, dagli amici. Mi sono adattato però velocemente perché ho trovato un ambiente ideale per crescere. Cosi il tennis è diventato la mia quotidianità. A Bordighera l’impegno è di 5-6 ore quotidiane tra campo e preparazione atletica». In stagione due vittorie hanno portato Jannik sotto la luce dei riflettori: quella nel Challenger di Bergamo e nel future di Trento. «Sono solo due step nel mio percorso di crescita, anche se fa piacere vincere. La prima è stata in un certo senso più semplice perché è arrivata dal nulla e dopo un inizio di stagione non eccezionale. La tensione è salita nel corso del torneo ma l’ho saputa gestire. La seconda è stata un po’ più ostica, anche se dopo il primo turno difficile mi sono sciolto. Gli occhi di tutti erano puntati su di me, ma è ovvio che man mano che si cresce questo succeda». Tra i segreti del giovane campione, anche la tranquillità trasmessa dalla famiglia. «Un serbatoio di certezze – prosegue Sinner – perché i miei genitori mi seguono ma senza crearmi assilli e pressioni. Soprattutto in questa fase della carriera lo ritengo un atteggiamento fondamentale, almeno per me. Per altri casi magari è diverso ma io lo apprezzo e ne traggo beneficio». Sinner non si tira indietro quando gli si chiede di indicare un campione tra i campioni. «In assoluto Federer, perché il suo stile e la sua naturalezza di gioco sono esemplari. Al pari del suo comportamento in campo». Tecnicamente Jannik si sente più adatto al veloce: «E’ la superficie sulla quale ad oggi mi esprimo meglio ma occorre saper essere competitivi su tutte e anche in tale chiave stiamo lavorando. La terra rossa mi piace molto perché permette di scivolare e compiere recuperi a volte impensabili». Logico il paragone con un altro tennista che proviene dalla sua terra, Andreas Seppi. «Ci conosciamo e a volte ci incrociamo al centro di allenamento. Non ci siamo confrontati molto e non abbiamo un dialogo continuo, ma penso che ognuno debba trovare la propria strada indipendentemente dai percorsi altrui. Andreas è un modello di professionalità».


«Torino, chance enorme» (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Riccardo Piatti conosce bene Torino perché alle Pleiadi di Moncalieri, circolo collocato nella prima cintura del capoluogo, ha costruito a fine anni ’80 e inizio anni ’90 parte della sua professionalità allenando tutti i migliori azzurri del epoca, da Caratti a Furlan, da Camporese a Pescosolido. Oggi è un coach di riconosciuta fama internazionale e così parla delle Atp Finals che Torino sogna: «Si tratta del torneo dei tornei. Arrivano a giocarlo i migliori otto della classifica mondiale, dopo un anno di sfide su ogni tipo di campo, atmosfera, condizione. Il meglio del meglio nel quale ognuno è motivato e cerca di dare il massimo. Le ho vissute in cinque occasioni e sono stato a Londra da coach due volte con Raonic e una con Gasquet. Se arrivassero a Torino sarebbe una cosa enorme, per il movimento del tennis in Italia e per tutti noi che ne facciamo parte». Difficile raggiungere gli standard organizzativi di Londra? «Sono molto alti – risponde Piatti – ma ritengo che Torino abbia dimostrato nel recente passato di saper organizzare bene anche i grandi eventi, vedi l’Olimpiade del 2006, e credo saprà ripetersi qualora ottenga l’assegnazione. E’ un’occasione irripetibile. Personalmente credo che mantenere l’appuntamento in Europa sia fondamentale per la sua riuscita, soprattutto sotto il profilo dell’interesse. A Torino arriverebbero appassionati da tutto il mondo. Quando sono state organizzate in Cina c’erano solo i cinesi o quasi. L’Atp conosce bene tale aspetto e penso sia la prima a non voler spostare le Finals dall’Europa». [segue]

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Thiem, un guerriero (Crivelli). Il tennis senza padroni (Semeraro). Il dirittone di Thiem spiega la resa di Federer (Clerici). Andreescu, l’alba di una campionessa (Garofalo). ATP finals, Torino diventa la grande favorita (La Stampa)

La rassegna stampa di martedì 19 marzo 2019

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Thiem, un guerriero. E adesso il tennis non ha più padroni (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

La democrazia non sarà perfetta, ma rimane il migliore dei mondi possibili. E dopo anni di strapotere dei soliti noti i Fab Four prenditutto – il tennis maschile si scopre improvvisamente a fine impero, regalando un avvio di stagione impensabile negli ultimi tre lustri: 19 tornei, 19 vincitori diversi (li abbiamo indicati a fianco con la classifica al momento del successo). All’elenco degli eversori del vecchio ordine costituito si è aggiunto Dominic Thiem a Indian Wells, dove non soltanto ha conquistato il primo Masters 1000 in carriera, a 22 anni di distanza dal Thomas Muster di Miami, fino a domenica ultima perla austriaca, ma ha zittito Roger Federer e la sua rincorsa al trionfo 101. Non una sorpresa in senso assoluto, perché Dominator è da tempo un solido top ten, ha già giocato una finale Slam (a Parigi l’anno scorso) e con Roger adesso ha un saldo addirittura attivo nei confronti diretti (3-2), ma certo imprevista per il modo in cui è maturata. Quel primo set travolgente del Divino svizzero lasciava infatti presagire una rapida conclusione e la festa celere per il Più Amato, ma l’allievo di Gunther Bresnik (che allo staff ha aggiunto anche Massu) si è ribellato finalmente al destino da sconfitto, andando a prendersi lui, con autorità, il successo, giocando meravigliosamente tutti i punti dal 5-4 0-30 del terzo set, quando il k.o. era a soli due 15 […] Euforia comprensibile, quella di Thiem, ma sono proprio i quattro tornei maggiori a marcare ancora la differenza nonostante la crescita dei protagonisti di contorno: degli ultimi 61, 52 sono finiti a Federer, Nadal e Djokovic e appena due giocatori nati negli anni 90 (appunto Thiem e Raonic a Wimbledon 2016) sono riusciti a raggiungere una finale. Perché i tre set su cinque e le due settimane di competizione sono in definitiva un altro sport, anche se la tendenza di questo avvio di 2019 è stimolante. Per popolarità e carisma, questo resta ancora saldamente il circuito di Nole, Rafa e Roger, ma le loro scelte di calendario, con la riduzione dell’attività per preservare i muscoli graffiati dall’età e da mille battaglie, ovviamente lasciano campo agli inseguitori. E anche quando si presentano nei tornei di una settimana o di dieci giorni, devono fare i conti con un tennis sempre più fisico e monocorde, dove la condizione atletica è determinante e i colpi di inizio gioco (servizio e primo colpo a rimbalzo) scavano la differenza, qualità che ormai si portano da casa quasi tutti i top 100, soprattutto nelle partite due su tre. Non a caso negli ultimi 14 Masters 1000, fino al 2017 giardino quasi esclusivo dei Fantastici Quattro, si sono avuti 7 vincitori per la prima volta. Inoltre, dei 19 tornei già conclusi quest’anno, 10 si sono giocati sul cemento, la superficie più equa nel livellare i valori e 5 sul veloce indoor, dove i grandi battitori possono essere letali nel match singolo. E poi il tennis si conferma sempre più sport universale (22 nazioni finaliste da gennaio a marzo), esteso ormai anche a Paesi senza tradizioni (si pensi a Grecia e Moldavia) […]

 

Thiem e il tennis senza padroni (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Ripetiamo da anni che Dominic Thiem sarà l’erede di Rafa Nadal sulla terra rossa e il ragazzo austriaco sembra aver copiato dal Cannibale anche la tattica giusta per infastidire Roger Federer. Sul cemento, per giunta. Nella finale di Indian Wells, vinta in tre set lottati (3-6 6-3 7-5) The Dominator ha applicato con efficacia la tattica che Nadal ha utilizzato per un decennio abbondante, ovvero spedire vagonate di top-spin – con il servizio kick e il rovescio incrociato – contro il rovescio a una mano di Federer: da quel lato, non a caso, sono arrivati i 18 errori dello svizzero che hanno indirizzato la partita. «Fisicamente sto bene e credo di aver giocato un buon tennis», ha aggiunto il Genio. «Ma mi sono scontrato contro qualcuno che stavolta ha giocato meglio quando contava di più»: altra specialità di Nadal […] Risultato: primo successo della carriera in un Masters 1000 e numero 4 del ranking mondiale agganciato scavalcando proprio Federer. «Ho giocato al massimo per tutta la partita – ha detto l’austriaco – ma ho dovuto adattarmi al tennis di Roger, che è diverso da quello di tutti gli altri». E che oggi, a quasi 38 anni, riesce ancora a imporre il suo ping-pong tennis ad alto rischio quando il match resta sotto le due ore, ma fatica (e si innervosisce) se deve prolungare gli incantesimi. Dominic così è diventato il 19esimo vincitore diverso nei primi 19 tornei Atp dell’anno. Anche aggiungendo alla lista i finalisti, sono appena quattro (Medvedev, Federer, Tstsipas e Pella) i nomi ripetuti nei due elenchi in questo avvio di stagione, segnato dall’equilibrio assoluto pure in campo femminile: 13 vincitrici diverse in 13 tornei. Il 2019 non era iniziato benissimo per Thiem, con il primo turno a Doha e l’eliminazione bruciante al secondo agli Australian Open contro il n.149 Atp Popyrin. la svolta è arrivata nella settimana di Coppa Davis. Dominic non ha giocato il match con il Cile, ma dopo essersi allenato a Vienna all’accademia del suo storico coach Gunther Bresnik, ha contattato il cileno Nicolas Massu, ex n.9 del mondo e oggi capitano di Coppa Davis del suo Paese. Cercava un coach aggiunto che potesse coprire i tornei ai quali Bresnik non può/vuole andare, e ha trovato quello giusto. I due hanno debuttato insieme a Buenos Aires, dove Thiem ha perso in semifinale. Dopo il passo falso di Rio (contro Djere al primo turno) è arrivato il boom nel deserto californiano, che a distanza di 22 anni completa per l’Austria la cosiddetta Sunshine Double, visto che nel 1997 Thomas Muster si era preso Miami, l’altro Masters 1000 americano che parte questa settimana […]

Federer, un ko che non brucia (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il primo Masters 1000 di stagione, quello di Indian Wells, è andato in archivio con la vittoria di Dominic Thiem nei confronti di Roger Federer al termine di un match dai due volti […] Alle porte, sono scattate ieri le qualificazioni, il secondo Masters 1000 del 2019, il Miami Open (20-31 marzo). Federer è pronto a rilanciare, forte dell’ottima condizione che l’ha portato in due settimane a vincere Dubai (Atp 500) e centrare la finale a Indian Wells. Non ha fatto drammi per la sconfitta in conferenza stampa post gara. «Puoi guardare ai dettagli e scavare, ma alla fine non ci capiresti nulla – ha detto il campione di Basilea -. È molto più corretto dire che lui ha giocato un po’ meglio quando ne aveva bisogno. Quando ti confronti con Dominic hai la sensazione che ogni suo colpo sia pesante e carico di rotazioni. Penso che per questo sia andato cosi bene a Indian Wells su campi che esaltano la pressione su ogni colpo e il servizio in kick. Forse non mi brucia tanto la sconfitta perché sento di essere in buona condizione e giocare bene. Quando invece tutto è difficile le battute d’arresto pesano di più». Intanto si sta entrando nei giorni decisivi per l’assegnazione delle Atp Finals 2021-2025, con Torino candidata. Ieri il Consiglio comunale ha approvato la delibera che stanzia 1,5 milioni all’anno per la candidatura, contando su la ricaduta economica e di immagine per la città (si prevedono 300 mila spettatori). E l’ulteriore spostamento della data della decisione Atp al 28 marzo (dal 15 e poi 18) potrebbe essere un segnale beneaugurante per Torino.

Il dirittone di Thiem spiega la resa di Federer (Gianni Clerici, Repubblica)

Esiste, in Canton Ticino, un caro amico che ritiene che Federer sia il tennista più forte mai esistito, e da anni mi telefona per dimostrarmelo. Per solito la dimostrazione gli riesce, ma adesso che la sua Divinità ha perduto 3-6, 6-3, 7-5 dall’austriaco Dominic Thiem nella finale di Indian Wells gli ho telefonato per primo, chiedendogli cosa mai fosse successo. «Quando il match supera le 2 ore Roger a volte diventa battibile per l’età», mi ha risposto. «Ma poteva vincere prima – ho interloquito – col suo tennis ping-pong, sul 5-4 nel terzo è andato a 2 punti dal match». «Lì – ha risposto l’amico – a Thiem è riuscito un passante di rovescio per lui insolito e, da quel momento, si è impossessato di 6 degli ultimi 8 punti». Ho allora nuovamente osservato: «Non sei ancora riuscito a spiegarmi la sconfitta, però». «Forse la ragione principale – ha risposto il ticinese – sta nel confronto tra i due diritti. Roger per solito domina il diritto avverso, quando non si tratta di Nadal, che poi batte sugli altri colpi. Oggi Thiem lo ha messo in difficoltà con il suo dirittone liftato, colpi a tutto braccio con una violenza non inferiore alla regolarità. Diritti che Roger non è riuscito a evitare con il rovescio che non è il suo colpo più istintivo, anche se, negli anni, lo ha molto migliorato, inventandosi un colpo tagliato, d’attacco». «Ma quando la lunghezza e la potenza dell’avversario non gli lasciano l’iniziativa, o non è in buona giornata, cosa accade?», ho chiesto. A questo punto la comunicazione si è interrotta. Ragioni tecniche, o disagio dell’amico? Sto ancora aspettando che mi richiami.

Andreescu, l’alba di una campionessa (Antonio Garofalo, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

Nel deserto californiano che ha visto Dominic Thiem fermare Roger Federer (3-6 6-3 7-5) a due punti dalla conquista del titolo n.101, forse è spuntata una nuova stella. Nessuno poteva immaginarsi che una ragazzina canadese di 18 anni, Bianca Andreescu, superasse (6-4 3-6 6-4) una 3-Slam winner come la tedesca Angelique Kerber, prima wild card di sempre a iscrivere il nome nell’albo d’oro di Indian Wells. Eppure da quelle parti non è una novità che sboccino talenti precoci: qui Serena Williams nel 1999 vinse il suo primo torneo importante (in finale su Graf, ma con la wild card prima era arrivata solo in semifinale) e un anno fa Naomi Osaka conquistò il suo primissimo titolo. Bianca Andreescu lo sapeva bene: «Sì, è stata un’ispirazione! Naomi prima ha vinto qui… e poi ha vinto due Slam di fila». Capito la ragazzina? L’esplosione di Bianca, di origini romene — infanzia e adolescenza trascorse tra Canada, dove è nata, e Romania da bambina perché lì lavoravano i genitori — pare sottolineare il momento magico del tennis canadese: Shapovalov (classe 1999), Auger-Aliassime (2000) sono già star tra gli uomini. Lei ha fatto balzi da gigante in 12 mesi: «Un anno fa stavo giocando un torneo minore in Giappone. E avevo molti problemi… È pazzesco cosa può cambiare in un anno». Il suo tennis, vario, creativo eppur solido nei fondamentali, si è rivelato un rebus per ogni avversaria, perfino per vecchie volpi come Kerber e Svitolina. Impressiona di Bianca la forza mentale. In finale ha sofferto per un problema al braccio destro, ma non si è per nulla scomposta. E neppure dopo i tre matchpoint falliti. Un misto di coraggio e incoscienza. Frutto della sua scelta per la mente? «Non guardo molto il telefono, ma mi prendo 15 minuti ogni mattina per fare della meditazione… con visualizzazione creativa (sic!). Cerco di far entrare in connessione il mio corpo e la mia mente. Lo so che molti privilegiano l’aspetto atletico, ma io invece credo che il fattore mentale sia il più importante». La ragazzina ha le idee chiare e, di sicuro, grande personalità. In questo strano 2019, caratterizzato da 19 vincitori diversi nel circuito maschile in 19 tornei e anche da 13 ragazze in 13 tornei, Bianca aspira a un clamoroso bis a Miami. Il sorteggio le ha riservato un quasi derby: la romena Begu. All’unica azzurra in gara, Camila Giorgi, toccherà la vincente di Schmiedlova-Maria (è un cognome). In campo maschile il fresco campione Thiem, n.4 ATP, si trova nella metà del n.1 Djokovic. Sotto, assente Rafa Nadal k.o. per il solito ginocchio (arrivederci a Montecarlo), ci sono Federer e Zverev. Gli azzurri dopo l’imbarazzante 0-4 di Indian Wells sono Fognini e Cecchinato (teste di serie e al secondo turno) mentre Berrettini, vittorioso nel ricco challenger di Phoenix, si imbatte in Hurkacz. Fabbiano sfida Ivashka.

ATP finals, Torino diventa la grande favorita (R.CRO., La Stampa)

È una partita così complicata che sarà chiusa soltanto quando l’Atp dirà la parola fine. Ma le notizie che arrivano da Miami, dove la decisione verrà presa nei prossimi giorni, danno Torino come grande favorita per l’assegnazione di cinque anni di finali del grande tennis dal 2021 fino al 2025. Per chiudere la pratica manca una comunicazione ufficiale dalla Federazione italiana tennis che confermi il sostegno economico del territorio. Una lettera destinata ad arrivare in tempi brevissimi a cui la Fit sta lavorando in collaborazione con il Comune di Torino dietro ovviamente la spinta quotidiana di Chiara Appendino che su questo possibile successo per la città ci ha puntato con forza considerandolo uno dei regali che la sua amministrazione vuole lasciare alla Torino di domani. Una battaglia su cui è riuscita ad ottenere anche il via libera da quella parte della sua maggioranza che spesso si è manifestata un po’ allergica ai grandi eventi sportivi. E proprio ieri con i voti favorevoli della maggioranza Cinque Stelle, e del capogruppo di Forza Italia Osvaldo Napoli, il Consiglio comunale di Torino ha approvato la delibera relativa all’impegno finanziario della Città. L’atto prevede «l’inserimento di apposito stanziamento nell’esercizio 2021 del Bilancio pluriennale 2019-2021 e l’adeguamento del Dup nel quale verranno definite le modalità gestionali per la realizzazione dell’evento qualora venga assegnato alla Città», per un importo di 1,5 milioni di euro l’anno per il quinquennio 2021-2025 […] Era però chiaro che per ottenere la manifestazione non si poteva attendere. Un dettaglio che ha ispirato il capogruppo di Forza Italia Osvaldo Napoli che ha deciso di dire sì nonostante tutto: «Ho votato a favore della delibera della giunta Appendino perché è un’occasione troppo importante ospitare a Torino le finali dell’Atp di tennis per votare contro. Dopo anni in cui la logica del No ha prevalso, questa è stata la prima occasione davvero positiva in cui la giunta grillina ha smentito se stessa. Come sempre ho detto, e fatto, la mia opposizione non è mai stata pregiudiziale. Ora si apre per la città un’occasione davvero utile e positiva e sarebbe delittuoso lasciarla cadere. Sono sicuro che la giunta saprà trovare anche le necessarie coperture contabili».

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Rassegna stampa

Andreescu, che grinta (Cocchi). Marchese fu l’inventore del Villaggio Vip (Clerici). Addio a Cino Marchese (Semeraro)

La rassegna stampa di lunedì 18 marzo 2019

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Andreescu, che grinta. La ragazzina terribile trionfa a Indian Wells, (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Chissà se durante la meditazione di ieri mattina, avrà visualizzato l’ultima palla a terra, o il momento in cui sollevava il trofeo. Chissà se ha visualizzato la rimonta quando sembrava spacciata […]. A 18 anni, la stellina di tennis Canada nata in Romania, ha conquistato il torneo di Indian Wells entrando nella storia come prima wild card a riuscirci. EROICA Non c’è stata fortuna, non ci sono stati ritiri a spianarle la strada, l’unico ingrediente è stata la spavalderia dei 18 anni, il gioco vario e destabilizzante per il metronomo tedesco alla 29esima finale in carriera: […]. E che battaglia è stata quella di ieri quando, dopo un primo set dominato, è crollata nel secondo, sfinita e dolorante. Nel terzo è stato ancora duello all’ultimo sangue con la Andreescu in calo e data per spacciata, ma rivitalizzata da un coaching illuminante: «Vai, combatti, a te piace la lotta». E da lì è ripartita, portandosi avanti tra break e controbreak e arrivando sul 5-4 e servizio a sprecare 3 match point che hanno rimesso in corsa una Kerber mai doma, arresasi solo nel game successivo. FILOTTO Nessuno potrà togliere a Bianca il ricordo di questa settimana incredibile in cui ha messo in fila Begu, poi Cibulkova, Voegele, Qiang Wang, quindi nei quarti ha concesso solo un game alla Muguruza e in semifinale si è sbarazzata della Svitolina: «È incredibile, uno dei miei obiettivi da quando gioco a tennis è scrivere la storia e l’ho già fatto», diceva la ragazzina dopo il match di venerdì. E dire che a gennaio navigava intorno al numero 150 del ranking: «Non riuscivo a dominare il mio tennis, a fare il mio gioco — raccontava —, ero in una brutta situazione e perdevo un sacco di match. Ma poi ho cambiato passo e ho fatto tesoro delle esperienze. Le visualizzazioni creative che faccio ogni mattina mi aiutano molto e anche la respirazione, mi aiuta a calmarmi e concentrarmi». Tra un respiro e l’altro intanto oggi Bianca diventa numero 24 al mondo. Baby boom.

 

Cino Marchese fu l’inventore del Villaggio Vip (Gianni Clerici, La Repubblica)

Cino mi aveva telefonato un paio di settimane fa, contento che mi ricordassi che la formula di un torneo australiano fosse stata inventata da lui, trent’anni addietro, a Milano. Si trattava di una vicenda a punti, ma tra le sue molte invenzioni, dai tempi di Martina Navratilova e di Monica Seles, la più importante era certo stata il Villaggio al Foro Italico. […]. il Villaggio è il luogo dove confluisce la pubblicità, si possono vedere da vicino i campioni, gli spettatori importanti. […]. Il primo Villaggio fu quello di Roma, fino ai tempi in cui Adriano Panatta dirigeva gli Internazionali. Nato a Valenza Po a fine 1937 da una famiglia di orafi, Cino si era avvicinato al tennis nell’epoca di dominio australiano, rivestendo quei campioni (negli anni Sessanta per la International Management Group di Mark Mc Cormack) per una ventina di anni e poi occupandosi di altre star extra tennis, come Tomba, Baggio, Deborah Compagnoni, dopo essersi allontanato dal mondo dei court.

Addio a Cino Marchese, manager dalle idee d’oro (Stefano Semeraro, La Stampa)

Cino Marchese, il manager che più di tutti ha saputo coniugare con genialità sport e marketing in Italia, se ne è andato ieri mattina a Roma, a 81 anni. Con la sua scomparsa si chiude un’epoca d’oro, inaugurata a cavallo fra anni ’70 e `80 con l’organizzazione di grandi eventi tennistici, dal torneo Atp di Milano, […] , agli Internazionali di Sicilia, che Cino aveva lanciato nel ’79 e portato avanti per un quarto di secolo. Nato a Valenza Po nel 1937, per vent’anni Marchese è stato anima e corpo della IMG in Italia. Nel 1985 ha organizzato i Mondiali di Sci di Bormio, nel tennis ha saputo importare dagli States i formati vincenti dello Shoot Out e del villaggio vip al Foro Italico, contribuendo a rilanciare gli Internazionali d’Italia. I campioni che l’hanno avuto a fianco come manager e amico sono tantissimi: da Adriano Panatta a Roberto Baggio, da Alberto Tomba a Deborah Compagnoni, da John Newcombe a Bjorn Borg, da Ion Tiriac a Martina Hingis, Monica Seles, Simona Halep. […]. Lo sport è stato il suo mestiere e la sua grande passione. Lo seguiva con avidità e competenza, spargendo ironia e decibel, con quella voce che sapeva raggiungerti da una parte all’altra di un palazzetto. Ieri si era alzato presto per vedere il Gran Premio di F.1, ed è una piccola consolazione sapere che ha salutato tutti, per prima l’amatissima moglie Lella, occupandosi ancora una volta di sport.

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