Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Crivelli). Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Crivelli). Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Viola). La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Rossi)

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Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Crivelli). Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Crivelli). Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Viola). La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Rossi)

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Che impresa Cecchinato. L’estasi dopo gli errori (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

L’errore ci dona l’opportunità di diventare migliori. E con umiltà vivere il rinascimento personale fino ad arrivare alla vittoria più importante in carriera, per di più contro un avversario che hai sempre preso ad esempio. Proprio così: l’altro idolo di Cecchinato, insieme a Marat Safin, è proprio Andreas Seppi, per professionalità e applicazione. E allora deve essere un segno del destino se la prima finale in carriera di Marco matura quando dall’altra parte della rete c’è un atleta che ammiri e che riesci a domare con le doti che per solito esaltano il rivale, cioè la lucidità e l’esperienza. Quando Seppi è avanti un set e un break (2-0), il derby di Budapest pare segnato e invece Marco lo ribalta con le armi che maneggia meglio, il servizio (8 ace) e il dritto, ma anche con il rovescio a una mano che gli offre soluzioni lungolinea quando l’altro gira intorno alla palla per colpire a sventaglio e che è l’emblema più fulgido della crescita di Marco: da colpo – per sua stessa ammissione – «sotto la sufficienza», è diventato un punto di forza. Ma il cammino di Cecchinato è caratterizzato soprattutto della personalità e della consapevolezza sgorgate dalla rabbia per un’ombra che aveva rischiato di stroncargli la carriera. A luglio 2016 viene squalificato 18 mesi per aver alterato, nell’ottobre 2015, un match contro il polacco Majchrzak al Challenger marocchino di Mohammedia e per aver passato altre informazioni riservate ad alcuni amici scommettitori. Se venisse riconosciuto l’illecito sportivo, sarebbe radiato, e invece gli viene contestata la violazione dei doveri di lealtà sportiva. La sospensione viene poi ridotta a 12 mesi e alla fine del 2016 è addirittura assolto per un vizio di procedura (Fit e Coni hanno presentato richiesta di squalifica troppo tardi). Uscito in qualche modo dal baratro, Cecchinato riparte. Lui, che tre giorni prima del fattaccio del 2015 era salito al n. 82 del mondo, cioè vicinissimo ad aver la possibilità di partecipare a tutti i tornei, ricomincia dai Challenger, dalle qualificazioni, dai viaggi massacranti in posti improbabili. E cambia allenatore, scegliendo Simone Vagnozzi, fino al 2011 giocatore di discreto livello: «E’ una persona molto intelligente: sfruttava alla grande i suoi punti di forza e te lo trasmette sul piano tattico. Inoltre mi ha fatto capire che per arrivare ad alti livelli bisogna trascorrere tanto tempo sul campo». La favola richiederebbe oggi una conclusione degna del percorso di redenzione (l’altra semifinale è stata intanto sospesa per oscurità), con Cecchinato già a casa una settimana fa e adesso in finale da lucky loser. Intanto, comunque vada, domani accanto al suo nome ci sarà (almeno) un bel 68 a descriverne la nuova classifica, accompagnato dal rimpianto per gli Internazionali di Roma incombenti: Marco è rimasto fuori di qualche posizione dalle qualificazioni (sul ranking del 2 aprile) e non avrà wild card. Per consolarsi, si godrà il nuovo status di big.

 

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Sorpresa Tsitsipas. C’è un eroe greco a sfidare Nadal (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nicholas Kalogeropoulos: chi era costui? Un annuario del tennis vi rammenterà che è stato l’unico greco a raggiungere una finale Atp, a Des Moines, nel lontanissimo 1973. Fino a ieri. Perché dopo una pletora di figli dell’Ellade emigrati (Sampras, Philippoussis e Kyrgios), a Barcellona il Next Gen Tsitsipas interrompe il lungo digiuno confermandosi teenager (compie vent’anni a agosto) di sopraffino talento e luminosissimo futuro. Il figlio di Apostolos, professore di educazione fisica che si è inventato suo allenatore (anche se adesso il ragazzo si è trasferito all’Accademia di Mouratoglou), e dell’ex giocatrice sovietica Julia Salnikova, l’anno scorso aveva vinto in tutto 4 partite Atp, ma in questa stagione è già a quota 11, di cui 6 sulla terra, malgrado la superficie prediletta sia l’erba e a inizio anno abbia raggiunto i primi quarti i carriera sul cemento di Doha. Grande appassionato fin da piccolo di tutti gli aspetti del suo sport, si era posto come obiettivo a fine 2018 l’ingresso nei primi 50: traguardo che taglierà già domani. Intanto è diventato il più giovane finalista in Catalogna dal 2005, sottraendo il primato a Nadal che quell’anno vinse il torneo per la prima volta. E oggi Nadal è a caccia dell’11° trionfo dopo la solita settimana in carrozza: non ha mai perso un set in 11 semifinali, è arrivato a 44 set consecutivi vinti sulla terra e soprattutto taglia il traguardo dei 400 successi sul rosso, raggiungendo un club esclusivo di cui fanno parte Vilas, Muster e Orantes. Ma ha trovato anche il tempo di dare un’occhiata al giovane rivale odierno: «Possiede tutte le doti per imporsi presto». Ha tutta l’aria di un’investitura.

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Intervista a Roberta Vinci: «Il mio ultimo match? Lo vorrei con Serena» (Rocco Viola, Corriere del Mezzogiorno)

Ci sono momenti che immagini da una vita. Poi non ci pensi più perché credi siano lontani, fino a quando non scopri che sono già lì. Cosi ha fatto Roberta Vinci, pensando al suo ultimo torneo, al suo ritiro. L’epilogo sarà a Roma, agli Internazionali (7-20 maggio), che faranno scorrere i titoli di coda su una carriera dove tutto, o quasi, è stato perfetto. Così, questi Internazionali in rampa di lancio hanno un sapore particolare.

Come li immagini?

Come una grande festa. Ho fatto questa scelta in maniera consapevole, perché con Roma ho un rapporto particolare. Certo, festa presume una vittoria finale, ma lo sarà comunque. Anche in caso di sconfitta. Sarei felice di avere al mio fianco la famiglia, il mio staff, i tifosi.

Contro chi vorresti giocare la tua ultima partita?

Ci ho pensato a lungo. Penso che sceglierei Serena Williams. Con lei ho giocato il match della vita agli Us Open.

Se quella con la Williams è stata la gara perfetta, qual è stata la partita che poteva finire diversamente da com’è andata?

Senza dubbio lo stesso torneo, la finale con Flavia. Dopo la semifinale sembrava tutto perfetto per il trionfo. Flavia era l’avversaria che conoscevo meglio di chiunque altra. E’ andata diversamente da come speravo. Peccato.

Hai qualche rimpianto?

Rimpianti in particolare non ce ne sono. Certo, se avessi vinto la medaglia olimpica sarei stata più felice. Sarebbe stato bello vincerla con Sara.

500 vittorie, 25 titoli fra singolari e doppi, unica Italiana a vincere su tutte le superfici. Come si diventa Roberta Vinci?

Boh! Non lo so. Avevo la fortuna di avere un po’ di talento, ma tutto il resto l’ho costruito giorno dopo giorno con sacrificio, stanchezza, rinunce, passione.

Hai mai pensato: ma chi me lo fa fare?

Mica una volta sola. Ogni volta che hai un infortunio, che rimani al palo sfiancata mentre vedi che alle altre gira tutto bene…Poi arriva quel misto di adrenalina e paura che ti fa amare e odiare questo sport allo stesso tempo, e ritrovi la forza di tornare in campo.

Torniamo a Roma. Ci pensi all’ultima volta che preparerai la sacca?

Penso spesso all’ultima borsa preparata. Chiudendo quella cerniera entrerò in un’altra dimensione. Però va bene così. So che dopo quest’ultima partita non si torna indietro e guardo avanti, col desiderio di mangiare una pizza con le amiche, di andare a letto senza l’assillo che l’indomani all’alba avrò allenamento. Mi riprenderò la normalità della vita, che poi è ciò che mi è mancato in tutti questi anni, gli affetti, la casa. Il desiderio di respirare una quotidianità diversa rispetto al ritmo frenetico dei viaggi, tornei e allenamenti.

Dove ti ritroviamo fra un anno?

Non lo so. Mi piacerebbe rimanere nel mondo del tennis, ma ancora non ho progetti in cantiere. Voglio godermi queste settimane in maniera intensa. Poi si vedrà.

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La Soprintendenza nega il centrale del tennis a Piazza del Popolo (Fabio Rossi, Il Messaggero)

In piazza del Popolo non ci saranno nemmeno i quattro mini-campi dimostrativi in erba sintetica, come era stato fatto in passato, per promuovere gli Internazionali di tennis, in programma dal 7 al 20 maggio. Per vedere match ufficiali del torneo bisognerà andare necessariamente al Foro Italico. I campi “cittadini”, che avrebbero dovuto ospitare alcuni incontri delle prequalificazioni, non si faranno. Per piazza del Popolo è arrivato il no del Tavolo tecnico congiunto fra le Soprintendenze – Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio Roma, Parco archeologico del Colosseo e Sovrintendenza capitolina – che non ha concesso il via libera alle modifiche presentate per la manifestazione “Tennis in città”, che occuperà l’emiciclo della storica piazza sul lato del Pincio. Lo stop imprevisto, considerato anche il frequente utilizzo dello spazio per eventi di diverso genere, cancellerà completamente il progetto che prevedeva di avvicinare il grande tennis al cuore della Città eterna. A rendere nota la brusca frenata è stato il Campidoglio rispondendo al Codacons, che aveva inviato una diffida a Palazzo Senatorio e un ricorso d’urgenza all’Unesco sostenendo che l’evento non sarebbe stato «compatibile con il carattere storico del bene e con gli obblighi di conservazione». Secondo i tecnici delle Soprintendenze, «le modifiche progettuali necessarie a consentire gli incontri di prequalificazione» renderebbero l’allestimento dei campi «eccessivamente impattante e inidoneo al carattere monumentale della piazza, vista anche la necessità di innalzare adeguatamente i livelli di sicurezza pubblica e di tutela degli elementi monumentali presenti». (…)

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Roma come uno Slam. Gli Internazionali promossi dall’Atp (Rossi). Federer fissa l’obiettivo: «Voglio giocare la Laver Cup» (Schito)

La rassegna stampa di mercoledì 22 settembre 2021

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Roma come uno Slam. Gli Internazionali promossi dall’Atp (Paolo Rossi, La Repubblica)

Come uno Slam. La tanto auspicata promozione degli Internazionali Bnl d’Italia è in dirittura d’arrivo. Il Board dell’Atp ha votato una prima risoluzione nell’ambito del processo di restyling del calendario mondiale di tennis: dal 2023 il Masters 1000 di Roma passerà da otto a dodici giorni di torneo. «La notizia che aspettavamo, e per la quale abbiamo lavorato da dieci anni» commenta Angelo Binaghi, presidente della Federtennis. È la classica novità che dovrebbe far felici tutti: i giocatori, gli organizzatori, gli appassionati. Per ragioni anche ovvie: significa che tutto avrà un upgrade, un miglioramento: dal montepremi per i tennisti agli incassi per il torneo, e più di giorni di spettacolo per il pubblico. «Significherà che i top player entreranno in campo la prima settimana» spiega Sergio Palmieri, direttore tecnico della kermesse. «Significa che il tabellone sarà portato a 96 giocatori, quasi come uno Slam. Un mini Slam, anche se la dicitura non mi piace». Attenzione, però: non è ancora ufficiale. Perché l’Atp ha votato per l’aumento dei giorni (tranne che per Montecarlo e Bercy, che resteranno su 7 giorni) ma ha subordinato la decisione a un’ultima votazione, che avverrà entro i primi di ottobre, e riguarderà l’aggregazione della vendita dei diritti di tutti i tornei: oltre ai Masters 1000, anche gli Atp 500 e Atp 250. Non dovrebbero esserci sorprese, e Roma dovrebbe vedersi garantito lo status per trent’anni (oggi sono dieci). Il Foro Italico non avrà bisogno di lavori di ristrutturazione. «Possiamo solo auspicare, a questo punto, che ci sia un salto di qualità verso la copertura del campo principale» conclude Angelo Binaghi. La soluzione che consentirebbe in caso di pioggia i match principali e renderebbe felici anche le televisioni. Come dire, la ciliegina sulla torta. Mentre a Roma se ne parla da sempre ma la pallina rimbalza da un’istituzione all’altra, a Wimbledon e Roland Garros hanno completato tetti ben più complessi.

Federer fissa l’obiettivo: «Voglio giocare la Laver Cup» (Francesca Schito, Il Tempo)

 

Roger Federer mette in ordine i pensieri e fissa gli obiettivi. Durante un evento organizzato dai suoi sponsor, l’ex numero uno del mondo ha parlato alla radio Srfsport facendo il punto sul suo recupero: «Sto molto bene e il peggio è ormai alle spalle. Quando torni da un infortunio, ogni giorno è un giorno migliore. Spero di poter tornare presto ad allenarmi, ma so che devo avere ancora pazienza». Lo svizzero non rinuncia al tennis e ammette: «Vorrei giocare la Laver Cup 2022 a Londra, spero di poter essere in campo». Poi spende parole di sincera ammirazione nei confronti di Djokovic uscito sconfitto da Medvedev dalla finale degli Us Open: «Novak merita tutta la nostra considerazione, ha fatto una stagione da fuoriclasse assoluto». Nei confronti di Medvedev è arrivata una stilettata da Tsitsipas che di certo non usa toni concilianti: «Non dico che il suo gioco sia brutto o noioso, ma sicuramente è a una sola dimensione. Resta il miglior giocatore del momento. Comunque non mi sento inferiore a lui né a Zverev, devo soltanto migliorare sulle altre superfici e non concentrarmi solo sul rosso come ho fatto quest’anno». Intanto Nadal, che ha annunciato che non prenderà parte ad alcun torneo nei mesi conclusivi del 2021 per recuperare da un infortunio, ha rifiutato le offerte per partecipare a due tornei di golf in Spagna (il National Open e il Maiorca Open) perché sta ancora recuperando dal problema al piede. Lo spagnolo è un appassionato di questo sport e ha un handicap di -1.2 che gli consentirebbe di giocare alcuni tornei pro.

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Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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