Nadal ha vinto, ma non convinto. Non concordo su Zverev e coincidenze

Editoriali del Direttore

Nadal ha vinto, ma non convinto. Non concordo su Zverev e coincidenze

ROMA – Rafa mi provoca: “Se Zverev non vincerà qualche Slam nei prossimi due anni… potrai dirmi che non capisco di tennis”. In realtà lui non ha capito qualcos’altro

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Non è stata una gran finale.Non siamo venditori di tappeti” diceva sempre Rino Tommasi quando voleva far capire che un buon giornalista non è un imbonitore, ma dice le cose come stanno, senza magnificare per forza il prodotto che si sta commentando, o di cui si deve scrivere. Spesso i telecronisti di minor spessore oggi sprecano iperboli e gridolini di entusiasmo per match che non lo meritano. Ciò accade soprattutto quando il telecronista si trasforma in tifoso. Quando gioca un italiano su Supertennis c’è chi davvero esagera… ma non lo fanno tutti.

Allora, per dire la verità, Nadal-Zverev è stata decisamente una finale poco avvincente, proprio bruttina e priva di atmosfera. Ma soprattutto ha lasciato un dubbio: che cosa sarebbe accaduto se non avesse piovuto? Avrebbe vinto ugualmente Nadal? O piuttosto Zverev? Le interruzioni sono state due. Una di dieci minuti sul 3-1 del terzo set, un’altra poco successiva di quarantasei sul 3-2 per Zverev. Insomma il tedesco campione in carica era avanti di un break, 3-2, e sembrava on fire, in the zone, per dirla all’americana, quando è stato costretto a tornare negli spogliatoi a pensare quel che stava facendo e quel che avrebbe potuto accadere. I due vanno negli spogliatoi e Rafa, dal rientro in poi annulla subito il break, non perde neppure un game e lascia al tedesco appena otto punti.

Chissà cosa è balenato nella testa di Sascha prima di quel poker di game perduti, quando era negli spogliatoi. Avrà pensato forse: “Dopo 4 batoste con Rafa stavolta vinco io, mi mancano solo tre game, basta che tenga il servizio tre volte ed è fatta?”. Io nella sua testa non c’ero, ma sospetto di non essere lontano dal vero. E così ecco che al rientro in campo il servizio lo ha perso subito. E ha ridato fiato a Rafa che nella sua carriera avrà giocato chissà quanti match in due o tre atti – certo molti di più del giovane Sascha che ha 10 anni di meno – e ieri ne ha vinto un altro senza giocare neppure troppo bene. Dopo la partita Rafa lo ha ammesso, pur senza imputare la sua vittoria alla maggiore esperienza, in risposta a una mia domanda.

 

Congratulazioni. Mi piacerebbe sapere se credi che sia una questione mentale riuscire a vincere dopo due interruzioni per pioggia. L’esperienza aiuta in questi casi ed è più semplice, a 31 anni, affrontare una situazione che hai già affrontato altre volte?
NADAL: Grazie. Non lo so, per tutti è diverso. Quando c’è stata l’interruzione non ho avuto la sensazione che mi avrebbe aiutato (Nota di UBS: se lo avesse pensato forse sarebbe stato meno solido nel desiderio di recuperare). È vero, ora si può dire che – naturalmente – l’interruzione mi abbia aiutato. Ma in realtà quello che mi ha aiutato è il fatto che sono tornato sul campo con un’idea chiara di quegli aspetti tattici e quelle decisioni che avrei dovuto prendere, quel break dovuto alla pioggia… (Nota di UBS: è appunto quanto sostenevo nella mia domanda: Rafa ha potuto e saputo concentrarsi su quel che avrebbe dovuto fare al rientro, perché lui in quelle situazioni c’era passato mille volte e perché ha molto più esperienza, anche in termini di strategia, di Zverev). Ovviamente ho avuto anhce un po’ di fortuna nel riuscire a fare il break subito, è stato un grosso aiuto”.

Eh, ci credo. Ma la mia impressione è stata che Rafa avrebbe preferito che fosse attribuito il merito della sua vittoria a qualcos’altro, che non fosse la sua maggiore esperienza. Ma nel finale, ad un’altra mia domanda proprio a fine conferenza, a mio avviso la sua risposta è stata assolutamente superficiale, anche se qualche mio collega lì per lì ridacchiava per la risposta di Rafa che pareva quasi irridente. Tant’è che avrei voluto replicargli… come vedrete più in basso.

Alla fine, comunque sia, questa partita resterà comunque importante, non solo perché è l’ottavo trionfo di Rafa dal 2005 a oggi (non vinceva più dal 2013, perché poi si erano registrate due vittorie di Djokovic, una di Murray e un’altra di Zverev al suo primo Masters 1000). Ma anche perché riporta Rafa sul trono del tennis, scalzando l’eterno rivale Roger Federer. Allo svizzero basterà che Rafa non conquisti l’undicesimo Roland Garros per riprendersi il maltolto. Dopo di che a Rafa basterà che Roger non rivinca Wimbledon per ritornargli sopra. E Roger aspetterà che Nadal non vinca l’US Open per tornare re. ‘Andarono avanti così per anni’, narrerà la favola, e Roger&Rafa vissero felici e contenti, mentre i loro più sfegatati fans continuarono ad accapigliarsi con grande ardore.

La pioggia non è stata mia amica oggi – avrebbe detto Sasha – la prossima volta dovrò fare in modo di partire in modo diverso dopo una sospensione, lui l’ha fatto, è stato subito aggressivo, io no”. E lì è cambiato qualcosa tecnicamente o mentalmente? È cambiato il momentum. E se non lo hai dalla tua parte, non batti Rafa. Parigi? Beh vedremo, Rafa sarà sicuramente il favorito, nessun dubbio su questo, intanto saremo dalle parti opposte nel tabellone e questo non è male!” (sorridendo).

Ma veniamo alla mia ultima domanda a Rafa sul conto di Zverev, fortissimo nei tornei ATP, ma deludentissimo finora negli Slam. Aveva cercato di avere una risposta sull’argomento già Ben Rothenberg del New York Times, ma Rafa non gli aveva dato soddisfazione:

(la domanda di Ben) Abbiamo visto Sascha giocare un tennis incredibile a Madrid e qui, in parte anche in finale; ma non ha ancora ottenuto grandi risultati negli Slam. Cosa pensi di questo? Pensi che sia pronto per portare tutto questo sui palcoscenici più importanti?
NADAL: Il tennis è tennis negli Slam, nei Masters 1000 o in altri eventi. Quando sei in grado di vincere un Masters 1000 e sei in grado di competere in tutti gli eventi come lui ha già fatto, il fatto che non abbia ottenuto grandi risultati negli Slam è solo una coincidenza. È impossibile non ottenere grandi risultati in uno Slam quando hai questo livello di gioco. Sto rispondendo alla domanda ma allo stesso tempo credo che sia solo questione di tempo.

Così nel finale io ho provato a riproporla con una diversa angolazione, e cioè la differenza tra i due set su tre e i tre su cinque.

(la mia domanda) Hai appena detto che è solo una coincidenza il fatto che Zverev non abbia fatto bene negli Slam. Ma vorrei sapere da te se è diverso un incontro al meglio dei cinque set o al meglio dei tre, se c’è qualcosa che devi aggiungere sotto l’aspetto mentale, di concentrazione o di resistenza.
NADAL: Una cosa, se non farà bene nei tornei dello Slam nei prossimi due anni potrai tornare da me e dirmi che non so nulla di tennis. Ma credo che sarà una storia diversa, questa è la mia sensazione. Il tennis è tennis, non conta se si gioca al meglio dei tre o dei cinque. Giocare al meglio dei cinque è un vantaggio per i migliori giocatori e Sascha ne fa parte. Quindi è un grande vantaggio anche per lui, questa è la mia opinione. (ripete il concetto…) Se Sascha non otterrà grandi risultati nei prossimi Slam potrai venire da me e dirmi che mi sbagliavo, ma non succederà.

Beh a quel punto non avevo più il microfono in mano per replicare. Se lo avessi avuto avrei detto a Rafa: “Non credo che se Sasha ha giocato male tutti gli Slam gli ultimi due anni pur essendo già forte (un primo turno, un secondo e due terzi nel 2016, un primo, un secondo, un terzo e gli ottavi solo a Wimbledon lo scorso anno) sia una coincidenza. Per me è infatti abbastanza chiaro che si è trattato invece di una mancanza di esperienza e il frutto di una tensione esagerata per una pressione che lui si era messo addosso con il sovraccarico di quello che gli avevano messo addosso i media tedeschi”. Ed avrei aggiunto: “Vero che i tre su cinque espongono a minori rischi chi è più forte, pur tuttavia i tre su cinque e i due su tre sono quasi un altro sport. Lo sono sempre stati nelle considerazioni di tutti i grandi campioni del tennis. Nei tre set su cinque occorre avere non solo tennis e tecnica, ma una forza mentale e una capacità di concentrazione particolari che il due set su tre non richiede (oltre che una resistenza non banale allorquando un match valichi le tre, le quattro ore di gioco: ricordo bene dei 21-19 al quinto, dei 16-14, ma anche dei 9-7 e giocatori sfiniti sebbene fossero ottimi atleti. C’è anche lo stress mentale che man mano che si va avanti paga dazio).

E avrei concluso dicendogli anche: “Certo che mi aspetto anch’io che Zverev, approfittando del fatto che Roger avrà 37 o 38 anni, tu 32 o 33, Murray  e Wawrinka sono due incognite non più imberbi, Djokovic è ancora nel limbo, beh sì queste sì che sono coincidenze (favorevoli)…e così Zverev vincerà uno o più Slam, ma grazie anche ad una serie di circostanze che lo aiuteranno, compresa soprattutto l’acquisizione di una maturità che fino all’anno scorso proprio non aveva e che è stata la vera causa delle sue sconfitte premature negli Slam. Non è stata quindi, caro Rafa, un discorso di coincidenze.  Semplicemente per vincere 7 incontri tre su cinque in due settimane Sasha fino a un anno fa non era pronto. Altro che coincidenze! Pian piano crescerà e vincerà anche quelli…

Dubito che il suo manager Benito leggerà mai queste righe e soprattutto che gliele riferirà… però non mi dispiacerebbe. Perché Rafa che è uno dei tennisti più intelligenti del circuito forse capirebbe quel che ieri ha mostrato di capire solo per metà.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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