Tsitsipas, Zverev, Shapovalov, Rublev: il segreto è… la mamma!

Editoriali del Direttore

Tsitsipas, Zverev, Shapovalov, Rublev: il segreto è… la mamma!

Tsitsipas contro Dominic Thiem è il secondo round più affascinante del Roland Garros. Ma dietro a Stefanos c’è Julia Salnikova. Sampras e Federer geni ispiratori?

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da Parigi, il Direttore

Che cosa hanno in comune quattro dei giovani più interessanti in prospettiva della Next Gen? La risposta è: una madre russa che abbia giocato benino a tennis! La cosa poteva dirsi inevitabile per Andrey Rublev, classe ’97 e n.31, russo di nascita (Mosca) come mamma Marina. Ma era un po’ meno scontata per Denis Shapovalov, n.25 classe ’99, nato a Tel Aviv, figlio di Viktor e Tessa, russi d.o.c. prima che emigranti canadesi con residenza alle Bahamas. Idem per Sascha Zverev, classe ’97 e n.3, nato a Amburgo, residente a Montecarlo, ma Irina (come il marito Alexander) è nata in Russia. Il papà di Stefanos Tsitsipas (classe ’98), è greco e con un nome impegnativo, Apostolos, ma la mamma, Julia Salnikova, è russa, come le altre tre mamme.

 

Beh sarà un caso, ma forse non lo è. Per carità, non basta avere sangue russo per essere determinati e disposti a soffrire, però Tsitsipas lunedì dopo aver battuto lo spagnolo Carlos Taberner (7-5 6-7 6-4 6-3) ha tenuto a far presente che “l’essere uscito da due diverse culture, quella greca e quella russa, e due diversi modelli educativi, ha forse contribuito a darmi prospettive diverse rispetto al mio approccio alla vita e al tennis”.  Soltanto un anno fa era n.205 del mondo, questo ragazzone d’un metro e 93, oggi ribattezzato the “Greek Hope” e non solo perchè è per l’appunto nato il 12 agosto come il più forte tennista… greco di tutti i tempi, Pete Sampras. Oggi Stefanos è n.39, best ranking, grazie ad exploit abbastanza inattesi perché giunti sulla terra rossa che non si credeva fosse la sua miglior superficie. A Barcellona ha raggiunto la finale battendo tre top 20 (Schwartzman, Thiem e Carreno Busta) senza cedere un set. E qui a Parigi al secondo turno, il secondo round forse più atteso, proprio lo stesso Thiem (battuto 6-3 6-2  in Catalogna) sarà suo avversario. Temibile, certo, perché l’austriaco nelle ultime due edizioni di questo torneo ha raggiunto le semifinali e perché… beh, chiedetelo a Rafa Nadal.

Se Stefanos è stato n.1 del mondo junior (nonché due volte finalista all’Orange Bowl under 14 e under 16), mamma Julia Salnikova – figlia di un calciatore del team russo che conquistò la medaglia d’oro olimpica ai Giochi di Melbourne 1956, Sergey Salnikov, autore di due gol contro l’Indonesia nei quarti – era stata n.1 russa. Giocò anche in Fed Cup per il suo Paese, battendo fra le altre Virginia Wade (a 35 anni) nell’81, quattro anni dopo che Wade aveva trionfato a Wimbledon nell’anno del centenario. All’epoca Julia Salnikova pareva destinata a diventare una tennista fortissima. Ma erano tempi duri, in era comunista, per gli atleti russi che avevano necessità di giocare all’estero. Se poi non andavi d’accordo con i tecnici della federazione russa e… avevi magari un boyfriend jugoslavo era ancora peggio. “Tutti avevamo problemi, io più degli altri…”. Così lasciò il tennis per un anno, si iscrisse all’università di Mosca in giornalismo. “Fu un’esperienza assai frustrante, il mio tennis non decollò mai… forse non sono stata abbastanza saggia… cercai di fare tutto da sola e non puoi andare troppo lontano così’…” Dopo aver lasciato la Russia Julia arrivò soltanto a n.194 (1990) WTA.  “Oggi penso che non sia stato un brutto risultato, date le circostanze… ma allora ero delusa”.

Dal boyfriend jugoslavo… al marito greco, anni dopo. Stefanos ha tre fratelli e Petros già ha esordito nel circuito ATP“Stefanos è sembrato subito super portato al tennis… Il dottore che mi ha aiutato a partorire mi ha raccontato che Stefanos è venuto alla luce con una mano levata al cielo, come un giocatore che ha vinto!” dice ridendo e sollevando il braccio come se dovesse tirar giù uno smash. Il coach di Stefanos non sarebbe stata lei “Non me la sentivo…”, ma papà Apostolos, così determinato da studiare tutto ciò che un coach dovrebbe sapere. Fin da quando Stefanos aveva 11 anni e Apostolos ha deciso di accompagnarlo ovunque. “C’era un po’ di pressione in tutti quei viaggi, ma era anche divertente viaggiare con papà…forse ora sono in grado di apprezzare di più, ora che stanno arrivando questi risultati, quel che abbiamo fatto per tanti anni”. Però anche Julia non ha mollato la presa: “Se gli allenamenti non sono fatti con la necessaria, dovuta serietà, mi arrabbio. In Russia crediamo molto all’importanza di curare certi dettagli. Non solo nel tennis; è la cultura che abbiamo dello sport”. “Mamma è stata importante con le sue idee a questo riguardo… in Grecia non siamo abituati ad avere la stessa disciplina – ammette Stefanos – Da una parte c’è la disciplina russa, dall’altra un approccio ottimista e positivo che discende da mio padre”.

Anche adesso Stefanos ha un atteggiamento piuttosto rilassato quando risponde alle domande in conferenza stampa. Non sembra che si sia montato la testa. È tranquillo, risponde sereno. Come si rilassa? Facendo il blogger: descrive le sue giornate di viaggio, di allenamenti, di turista (per esempio la visita al Vaticano fatta durante il torneo di Roma). “I video mi tolgono lo stress, mi consentono di affrontare serenamente gli alti e i bassi del tennis. È divertente far capire alla gente come funziona un torneo, qual è la vita di noi giocatori. Se fossimo in più a farlo la gente capirebbe molto di più il tennis e i suoi protagonisti”.

Tsitsipas sembra, senza essere né arrogante né presuntuoso,  sicuro di quel che dice e di quel che è come tennista. “Ho sempre giocato così, tutto nasce dalla fiducia che si ha nel proprio modo di giocare a tennis. Io sono così, sono cresciuto così”. Un tennista che gioca un tennis senza paura, rischioso al punto giusto, con un rovescio a una mano che vorrebbe essere simile a quello del suo idolo (“È sempre stato Roger Federer, come si fa a non restare affascinati dal suo gioco? Avevo 10 anni, 10 anni fa, e lui era già un fenomeno che faceva impazzire chiunque lo vedesse giocare…”), anche se poi la maggior parte dei punti li chiude con il dritto… come quasi tutti del resto. È il tennis moderno. E Stefanos Tsitsipas si appresta a diventarne uno dei protagonisti più popolari e apprezzati. Anche se battere per la seconda volta di fila Thiem, il solo ad aver domato Rafa Nadal sulla terra rossa quest’anno, oggi sarà tutt’altro che facile. Ma se non sarà oggi, sarà domani… direbbe papà Apostolos.

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Editoriali del Direttore

Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

La fortuna dell’uno è che c’è l’altro. E Matteo a fare da ombrello. Due tennisti precoci l’Italia non li ha mai avuti. Personalità e carattere da vendere. E se l’assenza del pubblico agli Internazionali di Roma aiutasse?

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Jannik Sinner - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un giorno Musetti, un giorno Sinner, provano a farci dimenticare che il numero 1 del tennis italiano si chiama Matteo Berrettini e che è il tennista romano quello che ha nettamente più risultati, miglior classifica e più chances di andare avanti nel torneo al quale tutti i tennisti italiani tengono naturalmente e tradizionalmente tantissimo, in molti casi quanto e più che a uno Slam. Tant’è che in passato spesso alcuni tennisti italiani hanno avvertito una tale pressione da far registrare risultati deludenti, quando non veri e propri flop.

Tutto il mondo è Paese. Sam Stosur ha sempre giocato Australian Open disastrosi, idem Amelie Mauresmo al Roland Garros. Non era una questione di nemo propheta in patria. Era una questione di nervi fragili. Corrado Barazzutti, che pure è stato top-ten, era certo uno specialista della terra rossa e veniva considerato un duro a morire (anche se era un piangina, frignava sempre), a Roma ha perso quattro volte al primo turno, tre al secondo, cinque volte al terzo e due sole volte è arrivato nei quarti come miglior risultato. Anche Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Flavia Pennetta, come Corrado, hanno certamente giocato meglio altrove che a Roma.

Quest’anno, forse perché non c’è il pubblico sugli spalti, i tennisti italiani stanno facendo in gruppi risultati straordinari, sembrano esprimersi meglio. Sono più tranquilli. Anche se non cominciano bene reagiscono serenamente senza angosciarsi (Caruso con Sandgren, Berrettini con Coria), anche se non chiudono un set (Travaglia con Coric) o un match (Musetti nel secondo set con Wawrinka, Sinner nel secondo set con Tsitsipas) non perdono la testa, ma con calma vanno avanti per la loro strada, con personalità. E anche nei tiebreak, che una volta i “nostri”, da latini più emotivi, perdevano quasi sempre, adesso invece spesso li portano a casa. Che sia perché nessuno gli fa “buuhh” quando sbagliano una palla facile o mancano un’opportunità? Il dubbio c’è.

 

Che un tennista più esperto ci riesca è in fondo più normale. Che riescano a restare freddi anche i giovanissimi lo è meno. La componente emotiva, l’ambiente, ha sempre condizionato parecchio i nostri giocatori. I tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi anche per questo motivo. Farina, Schiavone, Pennetta, Vinci hanno giocato meglio e con maggior consapevolezza, quando erano più vicine alla trentina che a 20 anni. Ma anche fra gli uomini abbiamo avuto tanti casi di tennisti “sbocciati” in ritardo con il loro best ranking, quasi mai prima dei 23/24/25 anni ai loro migliori livelli: Pietrangeli, Panatta, Sanguinetti, Pozzi, Seppi, Starace, Fabbiano, Lorenzi, cito in ordine sparso. Altre nazioni hanno avuto enfant-prodige, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Russia, Australia, Serbia, Croazia, Svezia, Argentina. Noi fino a oggi no.

Quindi, tornando ab ovo, Berrettini è sì il nostro miglior giocatore, 65 posti virtuali davanti a Sinner (n.73 virtuale dopo la vittoria su Tsitsipas), 193 davanti a Musetti (che ha fatto un balzo di 48 posti nella classifica virtuale per aver battuto Wawrinka, da 249 a 201), ma avrete notato che tutti i titoli dei media per questi primi degli Internazionali d’Italia se li sono presi i due ragazzini, Musetti e Sinner. Ci sarebbe, in aggiunta a Berrettini, anche un Fabio Fognini, 33 anni e a ridosso dei top-ten, da non dimenticare per quanto ha fatto negli ultimi dieci anni, di certo il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Ma ora non sembra ancora pronto e nessuno si aspetta granché da lui, per via dell’operazione alle caviglie e forse non solo. Avrà voglia di mettersi sotto torchio?

Ma si sa che le novità, i giovanissimi, hanno un appeal tutto particolare presso l’opinione pubblica e noi media, un po’ troppo ruffianamente a volte, gli diamo corda. È stato chiesto ieri a Berrettini se lui si sentisse un leader di questa covata di giovani promesse e lui è stato onesto a non cavalcare l’onda, ma a ricordare che “il tennis è uno sport individuale, ognuno corre per sé, anche se poi sono molto contento se il tennis italiano va bene e conquista successi importanti con più giocatori”.

Lo scorso anno, dopo la vittoria di Sinner nel torneo ATP-Next-Gen di Milano sui media si era finito per dare più spazio al “fenomeno” Sinner che a Matteo semifinalista a New York, top-ten e uno dei Magnifici Otto al Masters ATP di Londra. Talvolta Matteo, pur sorridendo, con tatto e ironia, aveva finito per mostrare qualche piccolissimo segno di insofferenza a ritrovarsi messo sullo stesso piano di Jannik, il quale naturalmente non aveva nessuna colpa se una vittoria fra i Next-Gen e con quelle regole bislacche veniva paragonata ai successi di Matteo fra gli adulti del massimo circuito professionistico, nel tennis vero.

Non c’è dubbio che battere Wawrinka e Tsitsipas siano due ottimi risultati. Restano tali anche se né Wawrinka, inguardabile nel primo set e fino al 3-1 del secondo, né Tsitsipas, irriconoscibile nel primo set e nel terzo, si sono certo espressi al meglio. I due ragazzi sono entrambi avanti rispetto a tutti i loro coetanei, lo dice la classifica, lo dicono i risultati, hanno entrambi talento e soprattutto hanno personalità, intelligenza, voglia di arrivare e attorno a loro equipe professionali fatte di persone in gamba. Oltre a un background familiare impeccabile: genitori seri, modesti, lavoratori, di sani principi. Tutto ciò aiuta. Aiuta tanto.

I due ragazzi sono sufficientemente umili. Sanno di essere solo all’inizio, di dover mangiare ancora tante pagnotte per salire ai vertici. Hanno le spalle forti. Sanno che senza lavoro non si arriva da nessuna parte importante nemmeno se si sembra predestinati. Sono giustamente ambiziosi e pensano di potercela fare a salire in alto, anche molto in alto, ma sanno anche che ci vorrà tempo. Anni, non mesi. Quanti nessuno può saperlo.

Stanno facendo esperienza, sono ben assistiti, ben programmati. Forse se Sinner non fosse andato a Kitzbuhel per approcciare il tennis sulla terra rossa, anche se al secondo turno ha giocato malissimo e c’è chi gli ha subito gettato la croce addosso, non avrebbe battuto Tsitsipas ieri. Soprattutto dopo essersi lasciato sfuggire di mano il secondo set quando pareva vinto. E i due matchpoint mancati non hanno lasciato tracce nella sua testa. Chapeau. Così come non le avevano lasciate nella testa di Musetti la rimonta di Wawrinka nel secondo set, il ritrovarsi a giocare un tiebreak contro un campione di 17 anni più anziano e mille volte più esperto. Entrambi hanno superato, in questi giorni e alla loro giovanissima età, momenti psicologici tutt’altro che semplici. Come quello di una vittoria quasi raggiunta che rischia di scivolarti di mano. Quanto carattere, quanta personalità ci vuole in quei casi!

L’Italia è fortunata ad avere trovato un Berrettini, cresciuto come tennista e uomo al fianco di una persona perbene e in gamba, dedicata come Vincenzo Santopadre, ma anche ad aver torvato due ragazzi come Sinner e Musetti per tutto quanto ho scritto sopra. E so bene che dietro di loro ce ne sono altri. Zeppieri con Musetti ha perso di strettissima misura. Mi dicono bene di Gigante, ma non ricordo di averlo visto giocare.

Ma la gran fortuna di Sinner è di avere un Musetti alle sue spalle che incalza, e la gran fortuna di Musetti è di avere un Sinner che gli sta davanti. Ciascuno dei due sa che… la scimmia sulle spalle pesa meno quando si è in due a portarla. Adesso l’attenzione generale si sposterà da uno all’altro – ed entrambi coperti dall’”Ombrello Berrettini”, senza pesare troppo né sulle spalle dell’uno né su quelle dell’altro. È un vantaggio di cui, ad esempio, Fognini ha potuto godere assai poco. E forse ha pagato anche questo handicap, a parziale giustificazione di troppe sue altre carenze manifestatesi negli anni.

Da anni e per anni è stato lui il n.1, quindi gioie e dolori, trionfi e disastri come ammonisce Rudyard Kipling fin dall’ingresso della club house dell’All England Club, applausi e fischi lo hanno regolarmente inseguito, anche perché per quel suo carattere spesso indisponente in campo quanto magari apprezzabile fuori (non con tutti, non con me), ha finito sempre per relegare al ruolo di comprimari quasi tutti i suoi connazionali e compagni di Davis. Il talento tennistico di Fognini non lo avevano altri che potessero aspirare ai suoi stessi traguardi. O lui o nessuno, si è detto per anni, poteva approdare fra i top-ten. E lui alla fine ce l’ha fatta, anche se ci ha messo una vita e ha centrato quel traguardo soltanto a 32 anni.

Per Sinner e Musetti, invece, tutti pensano che le possibilità ci siano per entrambi. Il potenziale però è una parola vuota. Quanti sembrava che ce l’avessero e non hanno combinato un bel nulla? E nel frattempo c’è un Matteo Berrettini che è n.8 del mondo e permette ai due giovani rampolli d’umile famiglia (molto meglio non essere ricchi e presuntuosi per arrivare) di percorrere la loro strada con maggior pazienza, senza ansie, senza che siano in troppi a pretendere subito miracoli a ripetizione. Quelli, per ora, vengono richiesti a Matteo. E troppe volte, lui per primo lo sa, si esagera.


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Editoriali del Direttore

Internazionali di Roma: a una giornata memorabile per gli azzurri, ne seguirà un’altra?

Sei italiani si sono aggiunti alle due teste di serie al secondo turno. Non un record, ma quasi. Musetti formidabile con un Wawrinka così così. Ma attenti a non ripetere l’errore di Sinner. Cecchinato e Caruso che guerrieri. Con chi qui scrive… nuova figuraccia FIT!

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Lorenzo Musetti - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Che meraviglia sarebbe stata per gli spettatori del martedì al Foro Italico… se avessero potuto esserci. Chissà quando mai succederà di nuovo che tre italiani raggiungano i tre che si erano qualificati per il secondo turno lunedì pur avendo, tutti e sei, giocato contro classifica e forse anche contro pronostico.

Di certo nessuno poteva pronosticare Lorenzo Musetti vittorioso contro Stan Wawrinka, anche se si poteva dubitare un po’ sullo stato di forma dello svizzero che aveva preferito evitare la trasferta americana. Ma Lorenzo, uscito dalle qualificazioni dopo una aspra battaglia con l’amico Zeppieri, sembrava alla vigilia un po’ troppo tenero per impensierire un giocatore dal CV (tre Slam) e dalla personalità di Stan The Man. Invece, dopo avergli rifilato un 6-0 al primo set che per i bookmakers non avrebbe avuto quota, Musetti ha dimostrato una freddezza e una tranquillità inaspettata anche nella gestione del secondo set, quando Wawrinka si è rifatto sotto e ha cacciato anche qualche urlo guerriero non appena ha recuperato il break e raggiunto il 3 pari.

Ma non solo quelle sono le qualità espresse dal tennista di Carrara che io vidi vincere il torneo junior di Pasqua alle Cascine di Firenze nel 2018, 20 anni dopo Roger Federer che lo aveva vinto anche lui prima di compiere i 17 anni. Potete rivederlo qua sotto con quel trofeo in mano prima della mia intervista.

 

Lorenzo, ex campione junior poi all’Australian Open, nel conquistare la prima vittoria di un 2002 in un Masters 1000 sotto gli occhi del suo mentore Simone Tartarini che lo ha seguito ovunque con l’affetto di un secondo padre, ha messo in mostra anche un grande talento: eh sì, la naturalezza con la quale ha duettato contro Wawrinka anche sulla diagonale dei rovesci, a una mano il suo come quello di Stan The Man che gode fama di essere uno dei primissimi al mondo, è stata non solo spesso vincente, ma davvero impressionante. Ha giocato anche un passante di rovescio stretto e incrociato da… spellarsi le mani per gli applausi.

Che peccato che al Foro ci fossero solo quattro gatti ad ammirarlo. Chi stava davanti alla tv come me – al sottoscritto la FIT ha ritenuto di non dare un accredito di presenza al Foro, ma solo uno virtuale, a differenza di 48 colleghi evidentemente… più simpatici a Binaghi e soci – non poteva trasmettergli tutto l’entusiasmo e la partecipazione che certamente avrebbero comunicato gli appassionati italiani.

GUAI A PARLARE ORA DI MUSETTI COME È STATO FATTO PER SINNER

Non illudiamoci ora. Se Piatti ha sempre detto che per Sinner occorreva aver pazienza, anche per Musetti occorre averla. Incontra Nishikori adesso. Il giapponese ha saltato il fake Cincinnati e New York, ma se a Roma ha battuto al primo turno Ramos-Vinolas che sulla terra rossa non è l’ultimo arrivato, beh non sarà un avversario tenero. Quindi non sovraccarichiamo le spalle (pur assai rafforzate: serve sopra i 200 km l’ora! E con mille variazioni di effetti e angoli) del giovanissimo Musetti pretendendo che si ripeta in omaggio alla famosa prova del nove. Speriamo che giochi un’altra bella partita, senza timori reverenziali, questo sì. Non innalziamo per Musetti i cori innalzati troppo presto al pur bravissimo Jannik Sinner, che secondo troppi avrebbe dovuto giocare da top ten già quest’anno per diventare numero 1 l’anno prossimo.

Se Musetti ha fatto il colpo del boom, grande ammirazione si deve agli altri due azzurri protagonisti di giornata. Non so dire chi dei due avesse l’avversario più tosto. Tennys Sandgren, l’abituale giustiziere degli italiani (Cecchinato, due volte Fognini, Berrettini, Sonego) nelle occasioni importanti, oppure Kyle Edmund, il bombardiere del Regno Unito che una volta lottava con Quinzi e poi ha raggiunto le semifinali dell’Australian Open?

Caruso ha lottato con un cuore ammirevole in una giornata caldissima ed è riuscito a battere uno che – a differenza di Paire e tanti altri – non molla un punto che è uno. Sandgren in Australia aveva avuto sette matchpoint con Federer. Non avrebbe certo mollato il matchpoint ieri al Foro, se Salvo non fosse stato bravo a lottare senza paura. Quando al ragazzo di Avola scappava… un doppio fallo, rimediava subito con un servizio vincente. Che grande prova di carattere. Idem dicasi per Cecchinato che, battuto nove volte di fila al primo turno nel suo annus horribilis, non aveva troppi motivi per aver fiducia in se stesso, sebbene per la verità avesse detto il contrario pochi giorni fa, ispirato dalla nascita del primogenito e rasserenato dalla maestria al suo fianco di Max Sartori, un nome che è una garanzia di serietà e professionalità ai massimi livelli.

Cosa sia successo fra Piatti e Sartori perché Max si sia allontanato da Bordighera –magari nulla, so che voleva avvicinarsi all’anziana madre a Vicenza – non lo so, ma diciamo che prendersi cura di un cavallo un po’ imbizzarrito come Cecchinato non era affar semplice e banale, ma il duo ha lavorato sodo ed è arrivato questo risultato importante in un torneo importante… che certo restituirà fiducia a un tennista che era salito addirittura al n.16 del mondo nel 2018 e che se anche non valesse quel livello è certo che vale molto di più del suo ranking attuale. Sulla terra rossa Marco può stare tranquillamente fra i primi 30. E aspirare anche a qualcosa di più. Anche senza battere Djokovic in un altro Slam.

Poichè avevano vinto lunedì altri tre azzurri, ne contiamo adesso sei lì, più i due teste di serie, Berrettini n.4 e Fognini n.7. Non è un record averne 8: anche nel ’69 ne avemmo 8 e nel 1973 addirittura 10. Un gran bel segnale anche agli scettici che dicessero: “L’importante è vedere quanti andranno in fondo”. Ok per calma e gesso, però Sinner ha 19 anni, Musetti 18, Zeppieri tre mesi in più, Berrettini 24 e Sonego 25…vengono quasi trattati come veterani! E Cecchinato a 28, fresco padre, è un nonno, così come Travaglia, anche lui 28?

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Ora finalmente sento dire da tutti – con una quindicina di anni di ritardo rispetto a quando invece non era sciocca competizione ma vera guerra aperta – che la collaborazione fra FIT e team privati ha segnato la svolta ed è all’origine di questi progressi del tennis italiano. Ce n’è voluto per capirlo, meglio tardi che mai. Era il segreto di Pulcinella. Probabilmente sono state le vittime del vecchio sistema che, finalmente coinvolte nella più recente gestione federale, hanno fatto in modo che gli errori del passato non si ripetessero.

Ma perché ciò accadesse era necessario che, appunto, i vecchi giocatori d’esperienza internazionale – come aveva sempre fatto la Federtennis francese che sapeva di potersi affidare a giocatori di un certo spessore anche intellettuale e culturale (Dominguez, Moretton, Bedel, Portes, Haillet, Caujolle, Forget) – la mettessero al servizio del loro Paese. Da noi invece perfino per tre componenti su quattro della squadra che ha vinto la nostra unica Coppa Davis si è messa in mostra più ostilità che spirito di collaborazione. E anche i vari Pozzi, Pescosolido, Sanguinetti (i primi che mi vengono in mente) non sono stati ritenuti capaci di apportare contributi validi e interessanti. Forse non erano abbastanza pronti a stendere tappeti rossi.

OGGI PROSEGUIREMO SU QUESTA STRADA?

Ora speriamo soltanto che il torneo prosegua, almeno in parte, sulla strada intrapresa. Chiaramente Berrettini è quello che sembra avere più possibilità di riuscirci. Altrimenti non avrebbe la classifica che ha e non sarebbe testa di serie n.4. Ma la classifica, lo abbiamo visto ieri, conta fino a un certo punto. E il fattore campo avrebbe aiutato, se ci fosse stato. Per Cecchinato c’è Krajinovic, suo coetaneo di vecchia data nei challenger: lo ha battuto tre volte su sette. L’unico duello nel circuito maggiore è avvenuto in Australia a gennaio: aveva vinto i primi due set, ci ha perso al quinto.

Caruso con Djokovic onestamente non può aspirare che a cercare di fare una buna partita, anche se il n.1 del mondo di solito non è incline a far fare bella figura ai suoi avversari. Almeno Salvo giocherà libero. Sono curioso di vedere Sinner con Tsitsipas. Giocarono contro anche un anno fa. Chi ha fatto più progressi dei due? È la risposta che proveremo a darci stasera. Anche se un solo match in realtà non la può dare. Sono pessimista sul conto di Fognini dopo aver seguito la sua prova a Kitzbuhel. E mi è sembrato pessimista anche lui. Travaglia con Coric non può illudersi, ma ci può provare perché Coric non gioca sempre bene. Ci proverà anche Sonego con Ruud, brutto pesce norvegese (non son tutti salmoni). Ma se ieri, oltre agli exploit degli azzurri, Koepfer ha battuto De Minaur e Coria Struff, quasi nessun risultato è davvero scontato. Come dicon tutti: si parte sempre dallo 0 a 0.

UN SOTTOZERO PER L’ULTIMA FIGURACCIA FIT

Sotto zero invece mi sembra, ancora una volta, il comportamento della FIT che mi ha negato un accredito stampa al Foro Italico, commettendo un’altra clamorosa gaffe se non un abuso. Ho un accredito virtuale, cioè posso seguire e partecipare alle conferenze stampa – bontà loro – ma al contrario di 48 colleghi che sono stati… ammessi a corte, io non ne sono stato ritenuto degno. Chissà, forse avrei dovuto scrivere che la Fit aveva fatto proprio bene a non restituire i soldi dei biglietti ai loro creditori. Come hanno fatto tutti gli altri Masters 1000 che non si sono disputati. Buon tennis a tutti dalla tv di casa mia.

P.S. Dimenticavo: recentemente L’ International Hall of Fame mi ha fatto l’onore di nominarmi membro del comitato che seleziona annualmente i campioni da inserire eventualmente nella Hall of Fame. Unico giornalista italiano. La proposta di inserirmi nell’Enshrinement Nominating Committee (di cui fanno parte Martina Navratilova, Pam Shriver, Jan Kodeš, Mark Woodforde, Frew McMillan, Fred Stolle, Arantxa Sanchez e altri vincitori di Slam) e’ venuta da Todd Martin e Stan Smith e sono stato orgoglioso di accettare. Qualcuno lo segnali a chi si occupa di fare gli accrediti FIT.


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Editoriali del Direttore

L’ATP progetta un torneo di 11/12 giorni per Roma nel 2022

Complesso piano di Gaudenzi, 92 pagine, con ‘allungamenti’ analoghi per Madrid e Shanghai. Un 1000 sull’erba. Benefici economici per i tennisti e investimenti per attirare un pubblico più giovane “ma se non ci saranno frammentazioni interne”

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Alla brutta conferma giunta martedì di un torneo 2020 senza pubblico al Foro Italico e dei conseguenti incassi, segue una lieta novella… per ora in fieri. Se tutto procede secondo i desideri dell’ATP, di Andrea Gaudenzi, Massimo Calvelli e ovviamente Angelo Binaghi, nel 2022 Roma potrebbe godere di 11/12 giorni per ospitare gli Internazionali d’Italia. Forse per tabelloni allargati, non più soltanto da 56 giocatori ma come minimo 64. Con i top-players che dovrebbero giocare un turno in più, ma godendo anche di qualche giorno di riposo fra un match e l’altro. Oggi chi comincia a giocare il mercoledì e va in finale deve giocare cinque giorni di fila. I tabelloni da 96 giocatori invece per Roma e Madrid paiono esclusi: non ci sono abbastanza campi per comportarsi come Indian Wells e Miami. Roma e Madrid dovrebbero rinunciare al torneo femminile e questo non è ipotizzabile.

Questo sviluppo per Roma sarebbe un gran bel colpo. La realizzazione di un sogno risalente a diversi anni fa, quando Roma e Madrid parevano in guerra… Così come è stato un gran brutto colpo quello di martedì. Più che prevedibile, se non addirittura quasi inevitabile, come ho scritto l’altro giorno. Ma pur sempre brutto, perché è chiaro che il tennis – e non solo la FIT – non guadagna se uno spettacolo manca di atmosfera, soprattutto direi al Foro Italico dove non è mai mancata.

I riflessi dell’assenza di pubblico sono negativi per la FIT che non incassa 15/18 milioni di euro, per gli appassionati che non possono godersi uno spettacolo di grande livello, per gli sponsor che perdono la miglior occasione per promuoversi in Italia, per le aziende che lavorano nel mondo del tennis e possono risentirne pesantemente in un anno già pesantemente compromesso dal COVID (ben oltre dagli immediati danni derivanti dall’assenza degli stand commerciali e dalla contrazione delle vendite in loco e fuori), inclusi tutti i media che danno priorità di spazio al tennis. Fra questi ultimi Ubitennis, purtroppo.

 

Chi pensa che io possa essere stato contento perché il torneo di quest’anno sarà giocato senza pubblico non capisce granchè. Non sono stato contento soltanto perché la vicenda non è stata gestita bene dalla FIT, nei tempi e nei modi. E con troppa arroganza. Senza la quale forse il risultato avrebbe potuto essere diverso. Così sono andati a sbattere contro un muro. Dovrebbe essere chiaro a chiunque che un sito di tennis ha tutto l’interesse a che un evento tennistico italiano abbia il maggiore successo possibile, sotto tutti i profili. Commerciale in primis: se l’attenzione e l’interesse sono diffusi tutte le aziende del tennis vanno meglio, se la FIT va meglio, si investirà di più nel tennis, nei vari rivoli. Forse anche in Ubitennis.

Ci ho tenuto a chiarirlo perché c’è sempre chi crede di aver capito tutto e non ha invece capito un bel nulla. Il fatto che chi scrive – il sottoscritto – abbia preso una posizione decisamente critica nei confronti della FIT per l’inaccettabile ingiustizia legata al mancato rimborso dei biglietti venduti in prevendita per una cifra di oltre 7 milioni di euro senza che nessuno abbia accennato a come sarebbero stati spesi né a un minimo di scuse vero i creditori – quella somma è tanta roba e non può essere assolutamente trattenuta con la gabola del presunto Super-voucher che avrebbe semmai potuto essere soltanto un’opzione alternativa – non significa davvero che io non mi augurassi che il pubblico, anche poche migliaia di appassionati per creare un minimo di atmosfera, fosse ammesso a sedersi almeno sul centrale, pur rispettando il giusto distanziamento.

Oltretutto, con una punta di egoismo, sarebbe piaciuto anche a me, dopo quasi mezzo secolo di presenze ininterrotte agli Internazionali d’Italia, non ritrovarmi accreditato solo virtualmente – come anche per l’US Open ma spero non a Parigi – a seguire il torneo da casa mia a Firenze.

Il progetto ATP è ancora in nuce e forse è uscito – sospetto – non tanto perché ci sia stata una vera fuga di notizie, ma perché penso si possa aver voluto lanciare un messaggio trasversale a chi dei tennisti debba ancora scegliere se seguire Djokovic e Pospisil e la PTPA. Un messaggio un tantino ambiguo, riassumibile da questa frase: “Il progetto potrà avere un risultato positivo se non ci saranno frammentazioni all’interno”. La notizia del possibile (probabile?) allungamento degli Internazionali a 11/12 giorni nel 2022 è quella che interessa probabilmente di più il pubblico italiano e la FIT di tutto il resto. Il resto è più per i giocatori, i direttori dei tornei. Ma anche gli appassionati più curiosi. Sono invece una priorità per i tennisti i loro prospettati aumenti, a partire da un iniziale incremento dei montepremi del 2,5 per cento.

LA TRASPARENZA DEI CONTI NEI MASTERS 1000

Questi potrebbero crescere assai di più per i Masters 1000 una volta che venisse concordata con tutti gli organizzatori dei tornei la possibilità di dare accesso ad una società di revisione neutrale e indipendente ai conti dei tornei. Questa società dovrebbe – a caro prezzo e con tempi tutt’altro che brevi – cercare di stabilire la vera entità degli eventuali guadagni di un torneo ATP (nel corso di due anni e non di uno solo). Lo scopo è quello di avere una trasparenza di quei conti per accrescere le percentuali spettanti ai giocatori. Se l’ATP riuscisse a centrare questo obiettivo si spunterebbero inevitabilmente le armi della PTPA. Ma chissà quanto ci vorrà!

Sì perché l’obiettivo dichiarato sarebbe quello di arrivare al 50-50 per organizzatori e giocatori una volta coperte le spese e le tasse. Che i primi accettino, visto che sono loro a correre i rischi imprenditoriali, non mi sembra facile. Infatti finora se ne sono ben guardati. Vero che se i Masters 1000, collettivamente e non ciascuno individualmente, avessero perso soldi in quel caso il montepremi del biennio successivo verrebbe ridiscusso e magari abbassato. Cosa che finora non accadeva. Anche questo presuppone la volontà di una “solidarietà finanziaria” fra i diversi Masters 1000 alla quale io personalmente credo piuttosto poco.

Ci si arrivasse nel 2022 verrebbero accertate le suddivisioni degli eventuali introiti del 2018 e del 2019. Le società di revisioni hanno bisogno di tempo per andare a fondo sui conti di nove tornei. Mi immagino che se il progetto andasse avanti ci sarà la corsa a gonfiare le spese da parte dei promoter più disinvolti. La società di revisione avrà il suo bel daffare a orientarsi, credetemi. Soprattutto in alcuni Paesi. E non fatemi dire quali.

CON GLI SLAM SARÀ PIÙ DURA

E comunque sia i giocatori, poi, in realtà amerebbero poter mettere le mani soprattutto sui profitti netti dei quattro Slam, cioè su una fetta ben più ricca che non quella dell’attuale 15% (mediamente) rappresentato dai montepremi dei quattro Majors. Ma sugli Slam, che generano il 58% degli incassi totali del tennis, l’ATP non ha alcuna giurisdizione. E i veri incassi sono sempre stati nascosti ai tennisti. Senza un accordo fra le sette entità del tennis, ATP, WTA, ITF, e ciascuno dei quattro Slam sarà dura. Riusciranno a collaborare? Mah…

ANDREA GAUDENZI DISSE

Fin dalla prima intervista che Andrea Gaudenzi rese a Ubitennis, insieme a colleghi di altre testate, il nuovo chairman mise l’accento sul fatto che in termini di popolarità il tennis è il quarto sport nel mondo, dopo calcio, basker e (non ci crederete) cricket! Ma genera soltanto l’1,3% dei diritti mondiali dello sport. I 2,200 miliardi che il tennis fatturerebbe sono divisi in tre fette più o meno equivalenti: biglietti, sponsor, diritti tv più dati media. Ma rispetto ai principali sport il tennis riscuote la percentuale più alta dalla biglietteria e la più bassa, di gran lunga, dai diritti media-tv.

Se ricordate tutte queste cose Gaudenzi ce le aveva dette in quella prima intervista. Adesso, in 92 pagine (anticipate da L’Equipe) che sono sicuro non vorreste vi riassumessi aggiungo solo alcune cosette, ma poi ritorneremo sopra tante altre che avrebbero richiesto tre articoli.

a) Soltanto il 55 per cento degli appassionati segue il tennis in diretta. Il 30% opta per gli highlights (ergo i match durano troppo…), il 12% segue contenuti extracampo (gossip, foto, vita privata, lo sport live). Questo significa che i contenuti digitali sono e saranno in continua espansione. Per questo motivo l’ATP pensa a creare un proprio centro di produzione, con contenuti brevi e non necessariamente legati alle partite. Lo si potrà fare ovviamente solo con la collaborazione dei giocatori… più richiesti.

b) Ci saranno, come è accaduto adesso per Kitzbuhel, più tornei ATP 250 nelle seconde settimane degli Slam e dei tornei che dureranno 11/12 giorni.

c) C’è una idea di aggiungere un decimo Masters 1000 (dopo che per tanti anni l’ATP voleva ridurli a sette), aggiungendo agli attuali nove uno sull’erba. Sia il Queen’s sia Halle godono di un discreto successo…

d) I Masters 1000 pagherebbero una quota per aumentare l’espansione dei diritti tv e il bonus pool e anche per aiutare gli ATP 250 (che non godono di buona salute). In cambio otterrebbero la protezione del loro status per 30 anni. Così come i Masters 500, che verserebbero una quota minore, avrebbero la garanzia di poter mantenere la loro categoria per 15 anni.

e) Come aveva già fatto capire Gaudenzi il tennis deve conquistare i giovani. E ampliare i numeri dei fan. Come? Sviluppando una politica rivolta a loro in un mondo in cui i vari Netflix, Spotify, Facebook, Amazon, Instagram, i social network hanno indicato una strada.

f) Si dovrà studiare anche i data emergenti dal mondo delle scommesse, i vari streaming ad esso connessi, e utilizzarli in modo intelligente riunendoli sotto un solo tetto comune. Cominciando ad analizzare quelli in possesso dell’ATP. L’ITF ha un accordo per 70 milioni di dollari in cinque anni con Sportsradar, ma finora ogni sigla ha fatto corsa a sé. Gaudenzi, che intanto ha raccolto un comitato del quale fanno parte alcuni executive di Apple Music, BWin, Facebook e Amazon, stima che ci vorranno dai tre ai cinque anni per raccogliere tutti i dati possibili sotto un unico cappello… ma se ci sarà la collaborazione di tutti i sette padroni del microcosmo tennis. Ci sarà?

g) Djokovic e Pospisil stanno facendo proseliti fra quelli che vogliono allargare la base. Gaudenzi la pensa diversamente: prima occorre far crescere la torta che oggi corrisponde a 270 milioni di dollari di prizemoney totale annuo, e soltanto poi occuparsi della distribuzione delle fette. Non è un contrasto ideologico da poco. Quindi i giocatori meno forti secondo Gaudenzi dovranno munirsi di santa pazienza. L’ATP non ha gli Slam e soltanto i Masters 1000 (nemmeno tutti) guadagnicchiano: in genere somme non diverse dal montepremi che mettono in palio. Non tantissimo, alla fine, se poi tanti vorrebbero acchiapparne delle fette sempre più grosse.


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