Perché credo in Matteo Berrettini

Editoriali del Direttore

Perché credo in Matteo Berrettini

PARIGI – Il tennista dell’Aniene ha davvero importanti margini di progresso. Nessun italiano ha mai servito come lui. E il suo dritto fa veramente male. I blasfemi confronti con Federer e Panatta

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Esclusiva con papà Berrettini: “Quando giravamo per tornei con il camper…”
Spunti tecnici: Berrettini, al servizio (e dritto) del futuro d’Italia
[PODCAST] Alla Conquista della Terra Ep 18 – En plein italiano

da Parigi, il Direttore

I primi giorni di uno Slam, salvo che succeda qualcosa di davvero clamoroso – tipo la sconfitta della regina Ostapen-KO al primo giorno, o il ritorno di Serena Williams dopo 16 mesi dall’ultimo Slam – li dedichiamo di solito ai tennisti italiani. Ciò anche perché dopo i primi giorni, ora che non ci sono più le Fab Four (4 Fed Cup e 4 top ten, anche se gli Slam sono stati solo 2), di solito il tennis italiano saluta e torna a casa. Ma quest’anno, che abbiamo presentato in tabelloni undici rappresentanti, 7 uomini e 4 donne, si va un pochino meglio. Un anno fa solo Fognini (che battè Seppi al secondo round) raggiunse il terzo turno del Roland Garros dei 9 italiani all’avvio e dei 6 approdati al secondo. Fognini perse poi 7-6 6-0 6-2 da Wawrinka che sarebbe poi approdato alla finale (persa con Nadal). Ci sono state annate in cui abbiamo avuto 15 azzurri a Parigi (2012), 13 (2014), 12 nel 2015, 11 (2016 e 2013) come quest’anno.

 

Comunque quest’anno, ancora prima dei duelli di questo giovedì 31 maggio, cioè  Fognini-Ymer (ore 11) – con Fognini che è oggettivamente favorito e Fabbiano-Coric – dove invece il favorito è certamente il giovane croato allenato da Riccardo Piatti – stiamo andando meglio, perché Cecchinato sull’argentino Trungelliti (6-1 7-6 6-1 1h e 58m) e Berrettini sul lettone Gulbis (6-2 3-6 6-4 6-3 2h e 45m) hanno ottenuto due convincenti vittorie. Idem Camila Giorgi, 6-0 6-3 sulla colombiana Duque Marino. Cecchinato e Giorgi erano favoriti, Berrettini non tanto, un po’ perché è il più giovane dei nostri, 22 anni compiuti il 12 aprile, e poi perché Gulbis è un cavallo di razza, ex n.10 del mondo, una semifinale qui al Roland Garros nel 2014 quando battè prima Federer (come già a Roma) e poi Berdych. Nei giorni scorsi Gulbis, sceso a n.160, aveva fatto fuori due italiani nelle qualificazioni, Giannessi e Travaglia, sempre in tre set. Ma il detto “non c’è due senza tre” non ha funzionato.

“Berrettini può diventare forte se ha solo 22 anni, ha un gran servizio, un bel dritto, di rovescio deve crescere, ma oggi è stato più solido di me…” ha detto Gulbis in esclusiva a Ubitennis.com confrontando il gioco dei tre azzurri e sostenendo che lì per lì  non aveva notato una grandissima differenza di impostazione “a parte il fatto che uno era mancino…” (e ha sorriso) e, “a parte il fatto che pensavo più a come giocavo io che a come giocavano loro,  insomma, la differenza la fa soprattutto l’età… a 22 anni non è facile non avere pause. Lui non le ha avute e io purtroppo sì…”. Berrettini sembra effettivamente avere grandi margini di progresso. Non ricordo, per cominciare, un altro italiano che avesse un simile servizio. Mai. Forse Panatta nelle giornate di vena, ma non era un servizio da erba. Forse Camporese… Un tantino il miglior Bolelli, che però se lo perde nei frangenti decisivi. Tutti gli altri… da dimenticare. Avesse avuto un bel servizio Filippo Volandri, con i colpi da fondocampo che aveva, sarebbe salito ben oltre il ranking che ha raggiunto. È stato un suicidio il suo, quello di non recarsi mai dove glielo avrebbero potuto correggere.

Anche Fognini sconta il fatto di non avere un gran servizio, soprattutto la seconda palla (ma lì allora c’entra anche un po’ la testa, non è solo questione di tecnica), ma nel caso di Fabio c’è l’handicap dell’altezza che Volandri, pur senza essere alto come Berrettini, comunque non aveva negli stessi termini. Vero, peraltro, che giocatori non altissimi come Grosjean, Clement, Kohlschreiber (per non parlare della Coetzer – la ricordate? – e della Cibulkova) hanno dimostrato che con una buona tecnica si può battere piuttosto bene anche se non si è  giganti. Ma il tennis di oggi è fatto soprattutto di giocatori più alti del metro e novanta, tutti o quasi ottimi servitori e in possesso di un gran dritto. Berrettini rientra certamente in questa tipologia. E credo che sul suo conto, e sulle sue prospettive future, si possa essere relativamente ottimisti. Contro Gulbis ha fatto bei punti, anche difficili, anche a rete. E, ecco, la capacità – e l’attitudine – di venirsi a prendere a rete dei punti, senza pretendere di spaccare il mondo sempre soltanto da fondocampo, è importante. Direi quasi fondamentale.

Senza fare adesso paragoni blasfemi dopo le sue primissime vittorie in uno Slam, ricordo bene – e l’ho già scritto altre volte – che Peter Lundgren, il coach svedese di Federer, una volta all’aeroporto di Melbourne mi disse:Devo convincere Roger a venire più spesso a rete a prendersi il punto… ma per ora lui reagisce a quest’idea, al gioco a rete come avventurarvisi sia come trovarsi in un Oceano infestato dai pescecani!”. Beh, Lundgren, ex n.25 del mondo (“Ma c’erano sei svedesi meglio classificati di me!” diceva sempre ridendo e con una birra in mano)  parlava di Federer… non di un tennista sprovveduto e negato a rete! Lundgren aveva portato Marcelo Rios fra i top-ten, prima di di abbandonarlo dicendo: “Per lui ci vuole più uno psicologo che un coach!”. E, alla morte del primo coach di Roger, il sudafricano Peter Carter, Peter Lundgren era diventato il coach di Federer, dal 2000 al 2003. Insomma, per carità, sono passati almeno 15 anni da quando Peter mi fece quel commento su Roger e i pescecani, e da allora certo Roger ha dimostrato che anche quando viene a rete il talento e il tocco per fare quel vuole non gli mancano di certo. Tanto che con Edberg si è addirittura inventato la SABR!

Tutto questo lungo inciso per dire che Federer aveva 22 anni… e che Berrettini ne ha 22 pure lui. Fermi tutti! Non sto dicendo che Berrettini ha gli stessi margini di progresso, lo stesso potenziale di un fenomeno come Federer. Sarei un pazzo a pensare e a scrivere un’assurdità del genere. Sto dicendo però che Berrettini, che è già al terzo turno di uno Slam dove troverà un ostacolo durissimo nel vincitore di Thiem-Tsitsipas (il loro match è stato sospeso per oscurità quando l’austriaco era avanti due set a uno), ha tre anni di vantaggio su un Cecchinato che può raggiungere a breve i top-50 e ha un tennis molto diverso. Matteo ha secondo me una mentalità più immediatamente professionale nonostante la giovanissima età. Chiunque abbia parlato anche poche volte con Berrettini ha l’impressione di trovarsi con un ragazzo che ha le idee chiare, che è più maturo di tanti ragazzi italiani della sua età. E infatti rispetto alla gran parte dei tennisti italiani è più avanti. Perfino Adriano Panatta, che pure sembrava illuminato da un talento purissimo fin quando da bambino vinceva i torneini di Pievepelago, fino a 24 anni non è che avesse vinto molto. Uno sprazzo qua e là, ricordo exploit importanti in Australia a spese di Orantes, Graebner, Nastase (quindi grandi nomi), però alternati a delusioni enormi. E i suoi migliori risultati sono quelli del ’76, quando di anni ne aveva 26, anche se – ribadisco – già a 24 anni aveva mostrato una più che discreta continuità ad alti livelli.

Certo è che c’era minor concorrenza allora di quanta ce ne sia oggi, i Paesi che esprimevano campioni erano sempre gli stessi, piuttosto pochi, australiani, americani, europei di nazioni tradizionalmente tennistiche… certo non capitava di vedere – come ho visto oggi – un cinque set fra un moldavo (Albot) e un bosniaco (Dzumhur). E non c’era fra i migliori del mondo un bulgaro come Dimitrov… Inciso: che spavento per Grigor con Donaldson! L’americano è stato a due punti dal match e se non veniva preso dai crampi… non avrebbe neppure tentato di servire dal sotto, come Chang con Lendl… e ha fatto il punto! Dimitrov è riuscito a scampare alla sconfitta soltanto grazie a un 10-8 al quinto nella giornata dei quinti set. Eh sì, al quinto hanno vinto oltre a Dimitrov, e anche loro rimontando un handicap di due set a uno, Zverev con Lajovic (eh, gli Slam ancora non li ha mica tanto digeriti il buon Sascha!), Nishikori con Paire, mentre Chardy stava per farsi risucchiare i due set di vantaggio da Berdych. Finita la digressione internazionale, ricordando che Djokovic ha vinto agevolmente con Munar e idem Goffin con Moutet, voglio concludere con Berrettini.

Ha più colpi vincenti di quanti ne avessero alcuni nostri giocatori arrivati nelle retrovie dei top-20, cioè dei vari Gaudenzi, Seppi, Furlan, tutti fra n.18 e n.19 come best ranking. Forse non di Camporese, n.18 anche lui che però si muoveva peggio di lui. Insomma io ho fiducia. Diamogli tempo, non esageriamo con le aspettative. Lui e la sua famiglia hanno la mentalità giusta.  E, anche se può apparire un dettaglio, di lui mi è piaciuta anche la chiusa della sua conferenza stampa: “Mi sono lasciato da poco con Lavinia, la ragazza con cui sono stato due anni…”. Come per dire, insomma: calma e gesso, non è che tutto fili per il verso giusto. La vita non è solo tennis. Ci vuole equilibrio. Ecco, mi pare che Matteo ce lo abbia. Incrociamo le dita. E non vi aspettate che debba battere Thiem (e forse neppure Tsitsipas, sebbene con il greco lo scorso anno all’US open ci perse soltanto 7-6 al terzo) al momento. Dategli tempo. Comunque lui non è tipo che si monterà la testa. Vincenzo Santopadre (trovate qui l’intervista realizzata da Ubitennis), il suo ottimo coach, è un tipo che saprà tenerlo con i piedi sulla terra.  

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Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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