Cecchinato: “Il rovescio di Kuerten? Io voglio essere solo Cecchinato”

Una famiglia alle spalle, un passato difficile ma superato, la fidanzata Peki. Il carattere complesso di Marco Cecchinato

Cecchinato: “Il rovescio di Kuerten? Io voglio essere solo Cecchinato”
Marco Cecchinato - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Una partita superba, la migliore della sua carriera. Del resto, è la prima volta che batte un top ten, non aveva alternative che giocare come non aveva mai fatto. Per meglio dire, esprimendo per tutto il match una continuità di livello che non aveva mai avuto. Marco Cecchinato entra così nella prestigiosa schiera di italiani che hanno centrato i quarti di finale di uno Slam. Nell’Era Open, è il nono, dopo Mulligan, Panatta, Bertolucci, Barazzutti, Caratti, Furlan, Sanguinetti e Fabio Fognini, che speriamo possa raggiungere lunedì Cecchinato nella difficile sfida contro Marin Cilic. Sarebbe la seconda volta di due italiani in un quarto di un Major, dopo il Roland Garros del 1973 quando ci riuscirono Bertolucci e Panatta.

Poi, quando parla dopo il match, emerge anche una buona dose di presunzione: “Ho un rovescio simile a quello di Kuerten o di Wawrinka? Io voglio assomigliare solo a Cecchinato”. L’atteggiamento però è quello giusto, perché dopo la conferenza stampa il Direttore Scanagatta – autore del paragone col rovescio del campione brasiliano – si avvicina e lui precisa: “Non volevo apparire presuntuoso, era solo per sottolineare che penso a me stesso e basta“. Tutto sommato, un po’ di sfrontatezza è necessaria per avere una minima possibilità di superare il campione di 12 titoli Slam. Certo, il caratterino del Ceck sembra andare oltre la presunzione: contro Marco Trungelliti non ha lesinato insulti e lamenti contro il giudice di sedia e l’avversario… Ora però davanti avrà Novak Djokovic. Cecchinato ovviamente lo conosce benissimo, ma anche Nole conosce lui, perché si sono allenati molte volte insieme a Montecarlo, come ci spiega lo stesso Nole dopo la vittoria contro Fernando Verdasco: “All’Accademia di Riccardo Piatti abbiamo giocato uno contro l’altro per molto tempo e conoscere ognuno il gioco dell’altro credo escluda sorprese in questo senso. Io devo essere molto cauto nel primo set, perché Marco cercherà di rimanere rilassato e giocare il match della vita. Per lui sarà qualcosa di completamente nuovo un quarto di finale di un Major, per me no”.

 

Per capire cosa ha portato a questo exploit e conoscere meglio sia il tennista che l’uomo, parliamo con Marco Cecchinato: “È la giornata più bella della mia vita. Sono arrivato sin qui grazie ai miei genitori, che ringrazio sempre perché mi hanno sostenuto all’inizio della carriera (il padre è direttore dell’ASL di Palermo, nda). In particolare, quando avevo diciassette anni e sono entrato al Centro Tecnico di Caldara, che è il migliore di tutta Italia. Questo è l’anno della svolta, lo vediamo ora ma io l’ho notato già dalla preparazione invernale: sin dal primo allenamento l’attenzione e la concentrazione su ogni punto erano massime. Prima avevo molti alti e bassi, nel circuito Challenger poteva anche ansare bene, ma ora ho raggiunto una continuità indispensabile a questi livelli. Rispetto al passato, ora non mi accontento. Se un risultato come quello di venerdì, il successo contro Carreno Busta che è un grandissimo giocatore, fosse arrivato l’anno scorso, mi sarei accontentato. Invece quest’anno c’è un altro Marco Cecchinato e neanche adesso voglio fermarmi, vi assicuro che con Novak Djokovic entrerò in campo pensando di poter vincere“.

Soffermiamoci un momento sulle sua svolta tennistica, quando il padre lo spedisce dall’altra parte dello stivale, facendolo trasferire dalla calda e assolata Palermo alla fredda e cupa Caldaro, per formarsi con Massimo Sartori. Da lì parte una lunga traversata nel deserto dei Challenger, fino al sodalizio tecnico con coach Simone Vagnozzi e l’aiuto del preparatore atletico Umberto Ferrara. E soprattutto col supporto affettivo della fidanzata Peki, ossia Gaia, e non c’è proprio verso di cogliere il nesso tra nome e soprannome… Intanto, a meno che il tedesco Marterergiustiziere al secondo turno di Shapovalovnon si renda protagonista della sorpresa più grande dai tempi di Robin Soderling nel 2009 (l’impossibile – o quasi – eliminazione di Rafa Nadal), dalla settimana prossima sarà n.42 del mondo. Un successo al ATP 250 di Budapest cui aveva partecipato come lucky loser, poi questa entusiasmante cavalcata nello Slam rosso: “Sono molto soddisfatto di tutte le partite che ho giocato. La prima contro Marius Copil è stata estremamente importante perché la rimonta da 2 set a 0 per lui mi ha dato molta fiducia, ma anche il match con Trungelliti è stato molto buono. Ovviamente prima di oggi il ricordo migliore era per l’ottavo contro Carreno Busta”.  

A una domanda di un collega straniero sulla squalifica per scommesse (relativa al Challenger di Mohammedia del 2015), ribadisce l’intenzione di non volerne parlare, come ribadisce sul finire della conferenza stampa, trincerandosi dietro il desiderio di pensare a questo torneo e a giocarsela fino in fondo. Alle nostre domande su questo argomento, due giorni fa dopo la vittoria agli ottavi su Carreno Busta, aveva fatto lo stesso, scusandosi per la mancata risposta ma rimarcando che quella vicenda “riguarda il passato e non ci pensavo già più da un po’. Non sono arrivato fin qui per la voglia di riscatto, quello già da diverso tempo è un capitolo chiuso della mia vita“. Di sicuro, l’occasione avuta a seguito dell’estinzione del reato ha saputo ampiamente sfruttarla. Ora sotto con Novak Djokovic, che di sicuro è un mostro sacro da temere ma non è più quello che vinceva uno Slam dopo l’altro. Con la ferma convinzione che questo grande risultato non sarà l’ultimo.

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