Fognini a Parigi, tra bernoccoli e champagne

Fabio Fognini è così: "O mi amano o mi odiano". Il match con Marin Cilic l'ultimo di una serie di sfide thrilling al Roland Garros. Il suo torneo preferito. Dove si esalta e si dispera

Fognini a Parigi, tra bernoccoli e champagne
Fabio Fognini - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

“Il mio problema non è mai stato il tennis, il mio problema è sempre stata la capoccia”. Buttata lì, così, con disarmante onestà in una nostalgica serata parigina, dietro un sorriso dei suoi. Ha perso la battaglia Fabio, lottata sino alla fine con coraggio e tanta qualità contro un Cilic mai così forte sulla terra rossa. Ma la guerra, quella con se stesso e con i suoi limiti più che con gli avversari, è tutta ancora da giocare.

Non è perfetto Fabio, non lo è nessuno ovviamente, e lui lo sa. Sa che ha sprecato tante occasioni – “Se penso alle partite che ho perso e ai soldi che ho buttato in passato, mi verrebbe da sbattere la testa sul muro e lasciarmi il bernoccolo” – ma forse lo ha capito in tempo per un finale di carriera da ricordare. Ha sempre amato questo torneo, ampiamente ricambiato dal pubblico che è sempre impazzito per le sue piece teatrali applicate al tennis. Che sia un passante straordinario giocato dalle tribune, uno scambio con una Madame sugli spalti con baci e cuori disegnati con le mani, un droposhot da impazzire, una racchetta spaccata o un monologo dei suoi: quando c’è Fognini, c’è spettacolo e tutto il resto è noia.

 

In un’epoca di robot e di giocatori costruiti per replicare in campo gli schemi provati in ore di allenamento e offrire a stampa e pubblico le imperdibili “it was a very tough match” o “ogni avversario è uguale, io penso solo al mio gioco”, uno che ti spara “la Next Gen è una cazzata” o “quello di Pietrangeli non era mica tennis” è una manna dal cielo. “Fabio dice sempre quello che gli passa per la testa, in questo ha preso da me. Ogni tanto potrebbe farsi i cavoli suoi però!” racconta papà Fulvio, le cui coronarie sono a rischio ad ogni match da montagne russe di Fabio.

Che qui a Parigi – “È sempre stato il mio torneo preferito” – si esalta, riuscendo sempre a farsi coinvolgere in avventure romanzesche dal finale thrilling. Come dimenticare la doppia sfida con il padrone di casa Gael Monfils, la prima epica del 2010 sospesa sul 5-5 del quinto set per oscurità (in netto ritardo per la verità tra gli ululati del pubblico) dopo aver rimontato due set di handicap, un break nel terzo set, due break nel quarto, aver mancato una palla del 4-0 nel quinto, aver fallito tre matchpoint, prima della prosecuzione vincente (9-7) del giorno dopo. O la rivincita francese, questa giocata sul Lenglen, del 2014 con Fabio capace di rifilare un 6-0 a Le Monf che fingeva di essere morto, prima di risorgere al quinto, con Fabio che, con una scena degna di un Massimo Troisi d’annata, chiedeva all’arbitro di spostare un po’ il sole che lo accecava.

Il capolavoro delle fogninate in salsa parigina però resta l’allucinante match con Albert Montanes del 2011, con Fabio completamente bloccato dai crampi, incapace di servire senza commettere fallo di piede (ben nove!) eppur in grado di sparare bordate da fermo come se non ci fosse un domani (e infatti non riuscì a giocare il suo quarto di finale contro Novak Djokovic) per annullare cinque match point allo stralunato spagnolo prima di trionfare 11-9 al quinto. Fino al match di ieri, perso, ma con un tiebreak da raccontare ai figli di Federico. Contro Marin Cilic forse ha sprecato un’occasione o forse no. Ma non chiedetegli perché non ha giocato i primi due set, la risposta è dentro di lui e attorno a tutti noi. Fognini batte Cilic tre set a zero ed è ai quarti di finale. La storia siamo noi, attenzione, ma non ci saremmo mai divertiti così.

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