Nadal non si ferma più, suo anche l’XI Roland Garros e sono 17 Slam (Piccardi, Clerici, Semeraro, Crivelli, Lombardo, Scanagatta)

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Nadal non si ferma più, suo anche l’XI Roland Garros e sono 17 Slam (Piccardi, Clerici, Semeraro, Crivelli, Lombardo, Scanagatta)

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

 

 

La terra promessa di Rafa undici volte re di Parigi

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 11.06.18

 

Ora che la storia si è ripetuta uguale a se stessa per l’undicesima volta, u titoli del Roland Garros in 1,3 anni (i tre missing: kappaò con Soderling nel 2009, con Djokovic nel 2o15 e un ritiro nei 2016), i paragoni strabordano per forza dal centrale di Parigi. Valgono di più, tra i vincitori seriali, le 13 Champions League del Real Madrid, i 23 ori olimpici di Michael Phelps, gli 82 successi in Coppa del Mondo di Lindsey Vonn o «la più grande impresa sportiva di sempre», come la definisce Il finalista battuto e frustrato, quel Dominic Thiem che a u anni guardava alla tv il Niño conquistare il suo primo Roland Garros? La risposta di Rafa Nadal, il nevrotico di successo che aggancia Margaret Court (u Australian Open, ma in un paleozoico a cavallo dell’era open, quando fino a Melbourne si spingevano in poche) dopo aver già abbondantemente superato Navratilova e Federer (9 e 8 Wimbledon), sgorga insieme alle lacrime: «Questo non è un sogno: va oltre. E 11 qualcosa che è persino difficile immaginare». La demolizione di Thiem in finale è stata scientifica (6-4, 6-3, 6-2), violenza bruta dentro una partita densa, umida e lenta nell’incedere (2 ore e 42 minuti), giocata a velocità siderale eppure mai vibrante, come se il risultato non fosse in dubbio, nemmeno quando a Rafa sono venuti i crampi al braccione sinistro, autore di 26 colpi vincenti contro i 34 di Thiem però avaro di errori (24 contro 42), il margine che ha fatto la differenza. E entrato il fisioterapista, gli ha massaggiato il flessore e l’estensore da Popeye mentre Nadal si liberava con rabbia dalle fasce ai polsi e alle dita, per permettere al sangue di circolare. «In quel momento ho avuto paura», ha detto. Ma l’uomo sotto pressione, in quel perimetro affollato di vip e granelli di leggenda, era l’altro, l’austriaco romantico che rende omaggio alla fidanzata Kiki Miadenovic sui social («Senza di te la mia vita non sarebbe la stessa»), costretto dalla furia cieca nadaliana a smarrire la misura dei colpi (15 errori di dritto e 20 di rovescio che è arduo definire «non forzati»), a viaggiare stabilmente fuori giri per necessità. Asfissiante da laggiù, da quei 5,27 vittorie a Parigi in 13 anni per Nadal: è record in un Open (Navratilova e Federer hanno 9 e 8 Wimbledon) 3 insuccessi soltanto a Parigi per Nadal: 2009 (k.o. con Soderling), 2015 (k.o con Djokovic), 2016 (ritiro) 17 m dietro la riga di fondo che ha eletto a domicilio, attentissimo a non concedere un millimetro di spazio al rivale, lo spagnolo ha ridotto l’aspirante erede all’impotenza nonostante l’inferiorità nel servizio: la velocità di punta di Thiem (22o km/h), superiore di 4o km a quella di Nadal, ha prodotto 7 ace (a zero) però anche 5 doppi falli, altra zavorm per la missione impossibile dell’austriaco. Il Niño a Parigi ha fatto ciò che ha voluto, incluso prendersi ben più dei 25″ tra i punti ammessi dallo shot clock (un solo, timido, warning). Ma che vuoi dire al campione che qui è di casa, che si è annesso il diciassettesimo Slam (meno 3 dal record di Roger Federer, che torna questa settimana sull’erba di Stoccarda dopo ottanta giorni di vacanza)…

 

Il più grande da quando è nato il mito Roland Garros

 

Gianni Clerici, la repubblica del 11.06.2018

 

Nadal stava vincendo il suo undicesimo Roland Garros, e un mio vicino statistico, al Club, sollevava l’ammirazione dei soci dicendo che, durante simili prodezze nelle 11 finali, aveva perduto in tutto 5 set, e mai era stato costretto una sola volta al quinto. Nell’ascoltarlo contro voglia, perché ero seduto lì vicino, mi domandavo se si potesse dar conto di un ritiro, in favore di Thiem, perché, in quello stesso istante, Rafa stava mostrando una mano al fisioterapista. Una mano con le dita sommerse di cerotti, in cui l’anulare e il medio parevano muoversi con difficoltà, e che Nadal si ostinava senza troppo successo ad attivare. Nel frattempo lo statistico non pareva avvertire il rischio che l’undicesima vittoria sfuggisse al più grande tennista sul rosso dal 1925,l’anno in cui era iniziato il Roland Garros, costruito grazie alle vittorie dei Quattro Mousquetaires in Coppa Davis. Fin li lo spagnolo mi aveva spinto a chiedermi come mai l’austriaco l’avesse battuto recentemente. La risposta che un amico spagnolo mi aveva dato, l’altura, il cattivo umore di un tennista favorevole alla Catalogna e non a Madrid, un rapporto non ideale con l’organizzatore Tiriac, non mi avevano convinto. Il giovane austriaco pretendeva di battere Rafa come gli era riuscito nella capitale spagnola forzando da fondo campo il diritto liftatissimo e cambiando a volte la traiettoria del rovescio, smorzato invece che nell’angolo alla sua destra. Il risultato di ciò, la pretesa di battere Nadal forzando soprattutto il diritto dal fondo, aveva condotto ad un lungo primo set di 54 minuti risolto sullo 0-40 e servizio dell’austriaco, ad un secondo per Rafa, sempre con un break nel secondo disputatissimo game di 12 punti, ed eccoci all’intervento del fisio sulla mano che non pareva più in grado di assecondare il suo padrone. Nadal è tuttavia un individuo diverso. Quell’incidente che avrebbe potuto sollevare dubbi in tutti noi non faceva che aumentarne la determinazione, e dopo un game perduto, ecco giungere 8 punti a 2, e sui 5 games a 2 il gioco finale, al quinto match point. Nell’apoteosi si fa ora un gran parlare e scrivere di Borg, dei suoi 4 consecutivi Roland Garros, dei suoi 4 Us Open mancati per un difetto visivo la sera, dei suoi 5 Wimbledon contro i 2 solidi Rafa. Ma il più grande sulla terra rimane Nadal.

 

 

Parigi ai suoi piedi

 

Stefano Semeraro, il secolo XIX del 11.06.2018

 

Il primo dei finalisti sgranocchiato da Rafa Nadal al Roland Garros è stato l’argentino Mariano Puerta, che oggi ha giusto 40 anni e dopo essersi ritirato fa il maestro in America. L’ultimo, fresco fresco, è Dominic Thiem, 26 anni, da oggi n.7 del mondo, che appena dopo essere stato archiviato come l’l lesimo pretendente respinto (6-4 6-3 6-2), il quarto più malleabile stando al numero dei game rimediati (9, Federer nel 2008 ne raccolse 4) ha confessato, con il sorriso da bravo ragazzo viennese ancora ammaccato dall’urto, che «nel 2005 quando hai vinto per la prima vota, io avevo 11 anni e stavo davanti alla tv». Gli avversari, le generazioni di avversari, passano. Nadal resta. Con la sua grinta, la sua conoscenza assoluta del tennis su terra battuta. I ganci mancini di diritto che deformano il campo, la tigna difensiva che scoraggia gli avversari— anche Quei crampi alla mano La finale è durata un set, il primo, con una extension di incertezza all’inizio del terzo, quando Rafa ha avvertito un crampo alla mano e ha interrotto il game per farsi trattare («Ho avuto paura, non sentivo le dita»). Una nuvoletta passeggera sopra il sole di un match perfetto, «il mio più bello di questo torneo». Si pensava che Thiem, l’unico capace di batterlo sulla terra per due volte negli ultimi 13 mesi, avrebbe potuto impensierirlo — ma era la speranza coltivata da chi, come Ken Rosewall, che ha premiato Rafa in quanto vincitore a Parigi nel 1953 e nel 1968 «sperava di vedere qualche set in più…». Invece no. La Next Generation invece non è ancora pronta, quella di mezzo è già quasi archiviata. Gli ultimi sei Slam li ha vinti una creatura a due teste di 69 anni — i 32 di Rafa più i 37 di Roger — e che chiamano Fedal. Gli altri sono tornati ad accontentarsi. «Giocherò finché reggo» L’ultima impresa di Nadal è probabilmente una delle più grandi nella storia dello sport, non sono del tennis, e l’hanno ammirata dalla tribuna anche Zinedine Zidane e Pau Gasol, due che di immensità sportive se ne intendono, più una leggenda del rock come Roger Waters. Gli vale almeno un’altra settimana da numero 1 (a Stoccarda, sull’erba, mercoledì torna in campo il dioscuro svizzero, che ha appena 100 punti di distacco nel ranking), il 79esimo titolo in assoluto, il 57esimo sul rosso, il quarto del 2018. E il17esimo Slam a 3 di distanza dal solito Federer. «Certo che mi piacerebbe vincerne 20 come lui, ma io non sono uno che bada agli altri, non mi faccio ossessionare dai record», ha ribadito il vecchio Niño di 32 anni dopo essersi asciugato i lucciconi e aver assorbito l’infinita ovazione del Philippe Chatrier — l’ultima che ha risuonato nello stadio che ora sarà demolito e ricostruito. «Ho avuto una grande carriera, e anche tanti infortuni. Giocherò fino a quando mi regge il fisico, fino a quando mi divertirò. Il tennis è importante, ma c’è altro nella vita, il futuro non mi spaventa». Quello immediato spaventa invece gli altri. Compreso, probabilmente, Roger Federer. — *** ll 17 86 Con l’11° trofeo al Roland Garros Nadal eguaglia il record di Margaret Court di più titoli vinti nello stesso Slam (per lei in Australia). Quello di ieri è il 1T titolo di Nadal nello Slam: davanti a lui solo Federer con 20.

 

Nadal fa 11. Il marziano sulla terra

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 11.06.2018

 

Il Re Sole. C’è una luce lassù, irraggiungibile e di incomparabile bellezza. Rossa come il cuore. Rossa come il sangue. Rossa come la passione. Nadal è ancora e sempre al centro della terra, un eroe senza tempo che vinceva da ragazzo, meravigliando il mondo con quel dritto mai visto prima e le tenute colorate, e trionfa adesso che è uomo, come recitano le rughe attorno agli occhi e i segni di mille battaglie e mille ammaccature. Conquistare uno Slam è un traguardo per il quale tutti sarebbero disposti a dare la vita sportiva: senza contare gli altri titoli lui, al Roland Garros, il più difficile e dispendioso, ci è già riuscito 11 volte Solo Margaret Court mise 11 sigilli su un Major, gli Australian Open: ma stiamo parlando di un’altra epoca e di un altro tennis. La preistoria. DIVANO Questo è l’evo di Rafa, cominciato nel 2005 con il successo in quattro set su Puerta e ancora vivo e fremente, con l’eternità che si avvicina e nessuno che possa sottrarlo dal suo regno di ocra e sudore. Thiem non aveva ancora 12 anni, allora, e come tutti i bambini appassionati della racchetta si emozionb davanti alla tv: «Per?) avrei faticato di meno se avessi continuato anche stavolta a rimanere sul divano». Già, se l’immaginava diversa, Dominator, la prima finale Slam in carriera, forte e baldanzoso del ruolo di unico eversore sul rosso del diavolo mancino nelle ultime due stagioni. Non c’è stata partita. Nadal, nella quotidianità, ha paura dei tuoni ma sullo Chatrier, casa sua, è una tempesta che ti avvolge e travolge, soprattutto se non lo tieni lontano dalla riga di fondo cominciando dal servizio. E l’austriaco batte con percentuali troppo povere nel primo set (45%) per non finire scosso dalle angolazioni maiorchine, concede troppe palle break (alla fine ben 17) per resistere alla marea montante di Rafa, non trova *** mai un antidoto alla sua ferale risposta che non gli consente di prendere il controllo. Sotto di due set, spossato da scambi pesantissimi che premiano sempre le cannonate dell’altro e malgrado la fasciatura del polso troppo stretta provochi una lieve perdita di sensibilità alla mano sinistra dell’avversario nel terzo set, Dominic si inchina al suo destino da sconfitto: «Non credo neppure di aver giocato male, ma quello che sta facendo Nadal a Parigi è una delle imprese più grandi della storia dello sport». IN MARE E pensare che dopo il primo successo di 13 anni fa, il teenager Rafael si ritrovò a immaginare per sé un futuro di medio respiro: «Cosa farò quando avrò 30 anni? Sarò a pescare nella mia Maiorca». Domenica scorsa ne ha fatti 32 e per Soderling, uno dei due eletti capaci di sconfiggerlo sulla terra parigina (nel 2009, l’altro è Djokovic nel 2015) e certo non l’amico del cuore, il romanzo è ben lontano dal vedere un epilogo: «Ha una fame che non vedo negli occhi degli altri e si muove meglio di quando era giovane: se rimane in salute, pub tornare qui per altri tre o quattro anni e macinare tutti gli avversari». Perfino l’inesorabile trascorrere delle stagioni, perciò, si è arreso alla ferocia di un guerriero inimitabile: «Non è vero – si schernisce Rafa – contro il tempo devo farci i conti e non posso fermarlo. Per questo mi godo il presente e assaporo questo trionfo, che mi lascia senza parole. Perché sembra tutto così naturale e invece arriva dopo momenti difficili, prima di Montecarlo non giocavo una partita da gennaio. Per questo non sono agitato per il mio futuro, mi preoccuperò quando non sarti più felice di alzarmi al mattino per il tennis». AL ENAMENTI E’ vero, nemmeno gli sfregi di un fisico lacerato da cento e cento sfide senza ritorno sono stati capaci di piegarlo, Rafa non si è mai arreso all’idea che la fine sarebbe arrivata per consunzione. Si lotta fino all’ultima stilla di energia, si cede solo quando scema la passione, perché il coraggio di guardare in faccia il dolore non morirà mai. Proprio vent’anni fa, Parigi festeggiava il successo di un altro figlio dell’isola di Maiorca, Carlos Moya, che adesso è all’angolo di Nadal come coach dopo il distacco da zio Toni (ieri in tribuna). Basta qualche parola di colui che fu il primo spagnolo numero uno del mondo per comprendere da dove sta germinando l’immortalità del pupillo: «Non gli ho mai sentito dire “sono stanco, per oggi basta così”. Si allenerebbe ancora con l’intensità che ci metteva quando aveva 18 anni, a volte sono io a doverlo tenere a freno. Vederlo durante la preparazione è qualcosa di sconvolgente». MILIONARIO Una vita dedicata al proprio sport, scandita nelle ore libere dal legame profondissimo con la famiglia e dai rapporti con gli amici d’infanzia. Se chiedete a chi lo conosce bene e perfino agli avversari che continua a torturare in campo di descrivervi l’uomoNadal, vi dipingeranno un ritratto di enorme rispetto e di profonda umiltà. Anche e soprattutto adesso che è entrato nel ristretto club dei tennisti che hanno guadagnato più di 100 milioni di dollari in carriera di soli premi (grazie ai 2.200.000 euro del trionfo di ieri), perché i soldi non sono mai stati un’ossessione e vengono per la maggior parte investiti nella Fondazione e nell’Accademia. Si è concesso solo un paio di svaghi: l’ormai celebre barca per dormire in mezzo al mare cullato dalle onde e un’Aston Martin di cui si era invaghito nel 2008 a Londra, prima di Wimbledon. Il padre promise che lo avrebbe accompagnato a comprarla se avesse vinto il torneo: non immaginava che due settimane dopo il figliolo sarebbe stato capace di far piangere Federer sui prati più amati. FORTUNA Quel Roger con cui sta marchiando un avvio di secolo irripetibile, con il quale si è spartito equamente gli ultimi sei Slam dagli Australian Open 2017 e da cui lo separano adesso solo tre Major (17 a 20), prima che la rivalità rifiorisca sull’erba e, più che altrove, sul cemento americano. Rafa intanto mantiene il numero uno del mondo, che l’arcirivale pub sottrargli già questa settimana a Stoccarda se raggiungerà la finale. Un duello che ha fermato la storia, ma che nei numeri non lo appassiona: «Ancora una volta, lasciatemi godere questa coppa. Certo, sono ambizioso, voglio sempre fare al meglio il mio lavoro, ma non sono il tipo di persona che invidia gli altri se hanno di più: perché c’è sempre qualcuno che possiede più cose di te e se ci pensi finisci per diventare frustrato.

 

Nadal, leggenda a Parigi È il suo trionfo numero 11

 

 

Marco Lombardo, il giornale del 11.06.2018

 

 

A «Voi non capite quanto sia difficile vincere un torneo lungo due settimane»: lo diceva Boris Becker, quando allenava un Novak Djokovic impossibile da fermare. «Ti può succedere qualsiasi cosa: una mattina ti svegli col piede sbagliato, un litigio con la fidanzata o la moglie che ti fa pensare ad altro, un raffreddore che ti prende all’improvviso, una storta quando meno te lo aspetti… Vincere uno Slam è una cosa da matti». Ecco allora cerchiamo di capire cosa vuol dire vincerne undici nello stesso posto – dal 2005 ad oggi – e altri sei altrove per un conto che adesso fa 17. Cerchiamo di capire quanto Rafa Nadal abbia fatto nel tennis moderno. E in quello di tutti i tempi. Il numero uno di sempre sulla terra rossa ha trionfato ancora, insomma. E l’ha fatto «giocando la mia miglior partita di quest’anno al Roland Garros». Proprio infatti quando serve a un campione. Dominic Thiem ce l’ha messa tutta, in fondo era lui l’unico quest’anno ad averlo battuto, e due volte, sul clay. E si può anche dire che abbia giocato una buona partita: per questo il risultato finale (6-4, 6-3, 6-2) fa ancora più impressione, perché Rafa ha mostrato il suo dominio quando molti pensavano che fosse la volta buona per trovargli un avversario credibile sulla superficie preferita. E invece i numeri parlano chiaro: in 86 match giocati in camera nello Slam francese, Nadal ne ha persi solo 2; nel conteggio delle partite giocate tre su cinque sul rosso siamo a 111 contro 2; e ancora: questo è il cinquantasettesimo torneo vinto sulla superficie preferita dei 78 totali. Non c’è altra da dire, c’è solo l’ovazione finale quando Thiem sbaglia di poco l’ultimo colpo dopo essersi salvato già da quattro match point: «Il tennis ha bisogno di campioni come Dominic – dice alla fine con la solita eleganza Rafa – è un buon amico e un grande giocatore. A metà del terzo set ho avuto paura perché mi sono venuti i crampi e lui mi stava portando al limite: c’era grandissima umidità e ho rischiato. Adesso non so neanche descrivere le mie emozioni: undici volte è qualcosa di impossibile». La prima, tra l’altro, senza lo zio Toni nei box, ma con l’amico-coach Carlos Moya: «E il più straordinario atleta di sempre in ogni sport» lo celebrerà alla fine Dominic. Mentre Nadal, dopo aver alzato ancora una volta al cielo la Coppa dei Moschettieri, mostra l’umiltà che lo rende grandissimo finendo in lacrime, come se per lui vincere fosse qualcosa di straordinario. Perché in effetti per lui lo è. E adesso si riparte, ancora una volta, nella sfida con Federer che torna in campo a Stoccarda per preparare Wimbledon: dall’Open d’Australia 2017 ad oggi Rafa e Roger si sono spartiti gli Slam come una volta, un dominio irripetibile che ci fa capire in questo caso la fortuna di aver vissuto l’era di una rivalità così incredibile. Così com’è incredibile la conferma all’indiscrezione arrivata sabato dal sito italiano Sportsenators che riguarda il nuovo contratto di sponsorizzazione dello svizzero: Federer, 37 anni, dovrebbe vestire “Uniqlo” per i prossimi 10 a fronte di 30 milioni di euro d’ingaggio. Nadal, che di anni ne ha 32, ieri ha detto: «Sono sicuro: un giorno toccherà a Thiem». Che, con faccia scura, si chiedeva: sì, ma quando?

 

Infinito Nadal. Undici volte re di Parigi

 

Ubaldo Scanagatta, il quotidiano nazionale del 11.06.2018

 

E’ stato ancora una volta, per l’undicesima in final, un Rafa Nadal imperial, fenomenal, brutal, special, sensational, triunfal. E ora quasi irreal. Ma anche, inevitabilmente, è stata la conclusione più… natural. Undici finali a Parigi senza perderne una. Mai trascinato al quinto set, in sei finali ha concesso un set, in altre cinque neppur quello. Anche ieri contro il pur irriducibile austriaco Dominic Thiem che pure ci ha provato fino all’ultimo, il campione di Manacor, ha vinto in tre set. Un punteggio discendente e disarmante: 64 63 62. L’anno scorso in semi Thiem aveva perso 63 64 60. Quattro volte Federer, due volte Djokovic, una volta Puerta, Soderling, Ferrer e un anno fa Wawrinka si sono tutti dovuti arrendere al re tiranno. Thiem aveva annunciato “Ho un piano per battere Rafa” e siccome in passato tre volte c’era riuscito aveva facoltà di illudersi. Sennonchè come è entrato in campo ha perso subito i primi sei punti, otto dei primi nove, e il servizio. Da lì in poi è stato un inseguimento senza speranza. Non ha più visto Rafa neppure nei rettilinei. Una sola volta è riuscito a prendergli il servizio, ma sul 5-4 è stato lui a cederlo di nuovo. La missione che si preannunciava impossibile si è presto confermata tale. Per Rafa è il 17esimo Slam. Sono 3 di meno dei 20 di Roger Federer che sarebbe ritornato n.1 se Rafa ieri avesse perso. Al NADAL è imbattibile sulla terra rossa perché, anche se tutti si soffermano sulle sue qualità fisiche e il dritto mancino, gli aspetti più percepibili, lui ha nel braccio una forza enorme che gli consente di tirare fortissimo e lunghissismo anche da lontano. Fino a qualche anno fa Rafa aspettava i servizi a 3 metri e 24 di media oltre la linea di fondo. Ora se ne sta a 4 m e 57. Riesce a tirar forte e lungo lo stesso e a darsi il tempo per avvicinarsi poi alla riga facendo arretrare gli avversari per cominciare a mulinare con il suo dritto. E chi gli sta davanti può solo fare il tergicristallo. Sarebbe poi un errore trascurare l’intelligenza tattica di Rafa. Non fa mai una scelta sbagliata. Qui ha perso solo un match con Soderling nel 2009 e uno con Djokovic nel 2015. Sulla distanza dei 3 su cinque ne ha vinti — sul “rosso” —111 su 113.

 

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La finale è Russia-Croazia (Palliggiano). La favorita Russia e il pericolo Croazia: è qui la Davis (Crivelli). Davis, è caccia all’orso (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 5 dicembre 2021

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La finale è Russia-Croazia (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

È durata pochissimo la resistenza della Germania. La Russia vola in finale di Davis e oggi, dalle 16, inseguirà la sua terza Coppa nella finale contro la sorprendente Croazia. Alla Madrid Arena i russi hanno risolto la pratica nei due singolari. Rublev s’è sbarazzato di Koepfer in 49 minuti (6-4 6-0). Leggermente più impegnativa la vittoria di Medvedev su Struff, ma sempre in due set (6-4 6-4). Il numero 2 del mondo s’è dovuto fermare per qualche minuto dopo il 5° game del secondo set, causa fuoriuscita di sangue dal naso. Ha ripreso senza fare una piega e chiuso l’incontro in un’ora e 6 minuti di gioco. E non contento s’è anche divertito a provocare la Madrid Arena con i suoi soliti modi da spaccone: «Il momento più bello è stato aver eliminato la Spagna a casa sua: negli spogliatoi eravamo particolarmente contenti» ha detto subito dopo il match ricevendo i fischi del pubblico spagnolo che oggi, presumibilmente, farà il tifo per la Croazia. Oggi, prima della finale, MT e la Kosmos (senza il suo presidente Gerard Piqué) presenteranno l’ennesimo cambio di formula della Coppa Davis. Avevano organizzato per questa mattina un evento nel lussuoso Hotel Riu di Plaza de España salvo poi annullarlo senza dare alcuna spiegazione. Circolava già Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, come sede della prossima Davis: una scelta che non sarebbe piaciuta a molti giocatori, tanto da far desistere la Kosmos a organizzare l’evento.

La favorita Russia e il pericolo Croazia: è qui la Davis (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Strade diverse, identico approdo. La finale 2021 della Coppa Davis, oggi alle quattro del pomeriggio metterà di fronte la Russia, favorita della vigilia con i suoi due top 5, un top 20 e un top 30, e la Croazia, che invece ha sfruttato alla perfezione la nuova formula, così sbilanciata verso il doppio, e la magia, che in fondo resta, della manifestazione, con il giocatore sconosciuto capace di esaltarsi con la maglia della nazionale. Per raggiungere gli avversari già qualificati dopo aver dato un grande dispiacere a Djokovic, i russi dovevano battere la Germania e soprattutto evitare di portare la sfida al terzo match, perché anche i tedeschi sono forniti di un doppio di livello (Krawietz e Puetz, che chiudono comunque imbattuti). Missione compiuta, in prima battuta grazie a Rublev, mai troppo convincente in questi dieci giorni ma finalmente concentrato: contro Koepfer finisce 6-4 6-0 in appena 50 minuti. Sull’abbrivio. Medvedev chiude chirurgicamente la pratica. Il numero due del mondo, in coda a una stagione scintillante ma lunghissima, sta viaggiando a marce basse, ma tanto gli è bastato per vincere quattro match senza perdere neppure un set, compreso il doppio 6-4 a Struff. Chi vince conquista l’insalatiera per la terza volta: la Russia si impose nel 2002 e nel 2006, la Croazia nel 2005 e nel 2019, l’ultima prima della rivoluzione. I precedenti dicono 1-1, ma contano solo per le statistiche: «Sono la squadra più forte e completa – ammette Marin Cilic — ma noi abbiamo le qualità per metterli in difficoltà». Soprattutto hanno Borna Gojo, la grande rivelazione delle Finals, numero 279 del mondo che ha battuto In serie il numero 61 (Popyrin), il 27 (Sonego) e il 33 (Lajovic). Ecco perché Rublev, numero 5, non si fida: «A tennis a questi livelli giocano tutti bene, ma è la Davis che modifica molto le cose dal punto di vista mentale. Si gioca di squadra, se anche si perde un match si può comunque vincere l’incontro».

Davis, è caccia all’orso (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non si riesce a capire a quale gara sia in animo di concorrere, Daniil Medvedev. Con quale Oscar voglia rinfrescare la sua popolarità Quello per il miglior tennista antipatico? Per il protagonista più bisbetico? O semplicemente per il più sciocco? Da bravo Orso (medved questo significa in russo) ha i suoi momenti di letargia, durante i quali è evidente come i sensi si ottundano e i neuroni rallentino. l dati sono ancora allo studio, ma è li, in quello stato di ipersonnìa, che sembrano prendere il sopravvento gli atteggiamenti più strambi del russo. Che cosa lo abbia spinto, ieri, ad attraversare il campo da gioco dopo aver vinto il match con Struff, e a battere i piedi sul cemento indoor della Madrid Arena, in un gesto dichiaratamente polemico sebbene difficile da interpretare, è cosa che appartiene ai suoi arcani rovelli. Ce l’aveva con il pubblico, che da quelle parti non lo ama moltissimo, lo si è capito meglio quando ha potuto esprimersi davanti a un microfono. «Siamo tutti molto felici di questa finale. Ma il punto più alto di questa gioia l’abbiamo toccato l’altra sera, quando abbiamo eliminato la Spagna. Una sensazione travolgente». Ricoperto da solerti pernacchie, ha proseguito: «Lo dico da anni. Volete farmi perdere? Applauditemi. Altrimenti, io continuerò a vincere». Non è la prima volta. E tutto ci dice che non sarà l’ultima. Già a Torino l’Orso si era distinto per aver sbadigliato sul muso di Sinner, durante un match in avvio dominato e poi complicatosi per il ritorno veemente dell’italiano. La storia si allunga con il secondo turno del 2017 a Wimbledon, quando Medvedev – sconfitto al quinto da Bebelmans – al termine del match aprì il portafoglio e tirò alcune monete verso il giudice di sedia. Nel 2016 la squalifica nel challenger di Savannah, per frasi razziste al giudice arbitro (nera) e all’avversario Young (nero anche lui). Nel 2019 la battaglia contro il pubblico degli Us Open, dopo aver strappato di mano un asciugamano a un ballboy ed essersi portato il dito alla tempia a indicare quanto – a suo giudizio – fosse stupido l’atteggiamento degli spettatori (gesto replicato a Torino). Tutto con Daniil sembra avvenire a caso. Ma il caso, sappiate, non è affatto idiota. […]

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Mastroluca). Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai” (Rossi). Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Crivelli)

La rassegna stampa di venerdì 3 dicembre 2021

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Se la situazione di Peng Shuai non sarà completamente chiarita, la WTA è disposta a cancellare i tornei in Cina anche dopo il 2022. «Vorremmo parlare direttamente con lei, assicurarci che sia libera e non sottoposta a coercizioni – ha detto il Ceo Steve Simon all’Associated Press -, e che sia avviata un’indagine completa e imparziale sulle sue accuse». Altrimenti la sospensione dei tornei in Cina per il 2022 potrebbe diventare una cancellazione più lunga. La più forte contrapposizione fra il governo di Xi Jimping e un’organizzazione sportiva è la coda lunga delle accuse che l’ex campionessa Slam e numero 1 del mondo in doppio aveva rivolto all’ex vicepremier cinese, Zhang Gaoli. In un messaggio sul social network Weibo rivelava lo scorso 2 novembre che Gaoli l’aveva costretta a un rapporto sessuale. Di Peng Shuai si erano perse le tracce per due settimane. L’opinione pubblica e i grandi campioni si erano mobilitati, poi il presidente del Cio Thomas Bach aveva annunciato di averle parlato, in video-chiamata, per mezz’ora. Ieri il Comitato olimpico ha parlato di una seconda conversazione. «Le abbiamo offerto un ampio supporto, resteremo in contatto con lei e abbiamo già concordato un incontro di persona a gennaio – si legge in una nota del Comitato -. Stiamo affrontando la questione direttamente con le organizzazioni sportive cinesi. Utilizziamo la diplomazia silenziosa». Ma alla WTA evidentemente non basta, se Simon è disposto a perdere milioni di euro. I nove tornei in calendario nel 2019 in Cina, infatti, offrivano un montepremi complessivo di 30,4 milioni di dollari. Simon, appoggiato anche da Amnesty International, non molla. «Se lo facessimo, diremmo al mondo che va bene non prendere le accuse di molestie sessuali seriamente perché sono vicende troppo complesse – ha detto all’Associated Press – e non possiamo permettere che succeda»

Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai, in gioco di diritti di tutti” (Paolo Rossi, La Repubblica)

 

Flavia Pennetta se la ricorda benissimo Peng Shuai, la tennista cinese scomparsa dopo aver denunciato le molestie subite da parte dell’ex vicepremier Zhang Gaoli e poi riapparsa in pubblico nel mistero. «Caspita, certo. Abbiamo giocato più volte contro, belle battaglie. Una ragazza solare, sorridente. Anche grazie all’aiuto di esperienze di vita all’estero, come negli Stati Uniti».

La Wta ha sospeso i tornei in Cina.

Sì, ed è una decisione enorme. Un gesto importante, perché di solito il sindacato femminile è molto prudente e ci pensa tre volte. Mi sa che hanno informazioni che noi ancora non conosciamo, e che apprenderemo solo in futuro. Io ero rimasta al suo incontro con Bach, e poi ho visto che ha partecipato a un’esibizione con i bambini…

È sembrato solo un contentino per far contento il mondo, visto che di lei non si hanno di nuovo più notizie.

Incredibile. Eppure io ho guardato bene il video, anche se l’immagine non era proprio nitidissima, devo dirlo. Lo ammetta: onestamente anch’io ho pensato a un sosia. Viene naturale pensarlo. Ma mi sembrava proprio lei.

Di sicuro la vicenda non migliora l’immagine della Cina.

Sappiamo che il loro è un mondo chiuso, e lasciamo stare le questioni politiche, il loro regime. Ma non va bene, ovviamente. Va malissimo. Non è accettabile. Mi dispiace veramente tanto per Shuai. Spero che anche gli altri, e anche l’Atp, continuino a tenere i riflettori accesi sul caso Peng. Anzi, spero che anche gli altri sportivi, altri campioni, entrino in scena mostrando solidarietà. In modo che i politici cinesi capiscano che un comportamento del genere non è ammissibile a nessun livello.

Sarebbe bello se si ripetesse il sostegno avuto dal movimento Black Lives Matter.

Certo. Ricordate Naomi Osaka che scendeva in campo con le mascherine delle vittime della polizia? Sarebbe bello che calcio, basket, F1, golf e tanti altri sport importanti facessero anche loro un gesto. L’opinione pubblica verrebbe mobilitata. E credetemi, ripeto: il fatto che la Wta abbia sospeso i tornei in Cina pesa tanto, sia dal punto di vista sportivo, ma anche economico e politico. Ma chi ci rimette, alla fine, sono le giocatrici.

A febbraio Pechino ospiterà anche le Olimpiadi invernali.

Appunto. Ecco perché è il momento che il mondo si stringa ora intorno a Shuai: e poi oltre alla persona qui sono in gioco dei principi, i diritti civili di tutti. Non si può e non si deve transigere: le istituzioni, dallo sport alla politica, dovrebbero far sentire forte la propria voce.

Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Tutto come previsto. La Russia, favorita della vigilia, con due giocatori in top 5 (Medvedev e Rublev), un altro in top 20 (Karatsev) e il quarto in top 30 (Khachanov), è l’ultima semifinalista delle Finals della Coppa Davis 2021, unica squadra ad aver raggiunto l’obiettivo senza dover ricorrere al doppio decisivo. Ma il successo sulla sorprendente Svezia dei fratelli Ymer, figli di un mezzofondista etiope profugo nella città di Skovde, non è stato semplice, soprattutto per la solita prestazione altalenante di Rublev, che ha servito per il match sul 5-4 del secondo set contro Elias Ymer (171 del mondo) dopo meno di un’ora di gioco ma II si è incartato con due erroracci di dritto che hanno radicalmente cambiato il match. Tra gratuiti marchiani, palle tirate contro il tabellone luminoso (rompendolo) e qualche prodezza isolata, il moscovita ha dovuto ricorrere a un delicato tiebreak per sbrogliare la matassa nel terzo set, ritrovando almeno qualità e tranquillità, imponendosi alla fine con il punteggio di 6-2 5-7 7-6. Con il primo punto in cassaforte, non poteva essere Medvedev a tradire la Grande Madre Russa e infatti con un doppio 6-4 in 73 minuti ha sbrigato la pratica Mikael Ymer senza peraltro brillare particolarmente. Tanto è bastato, però, per consolidarne il percorso immacolato in queste Finals, con tre vittorie nei tre singolari e senza aver ceduto neppure un set. Per agguantare la terza insalatiera russa, la strada passa ora per una semifinale contro la Germania, domani alle 13, mentre oggi Serbia e Croazia, alle 16, giocano la prima. […]

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Rassegna stampa

Berrettini con Sinner? È ora di vederci doppio (Mastroluca). Italia, due certezze (Guerrini). Principe azzurro (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 1 dicembre 2021

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Berrettini con Sinner? E’ ora di vederci doppio (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Nel nuovo formato della Coppa Davis, schierare una coppia di doppisti affidabile vale molto più di prima. In ogni sfida fra nazioni, infatti, non si giocano più cinque incontri ma tre, due singolari e un doppio, e tutti al meglio dei tre set. L’Italia, nel percorso a Torino chiuso con l’eliminazione nei quarti di finale dopo aver ottenuto il primo posto del girone, ha perso tutti e tre gli incontri di doppio. Fognini e Musetti hanno ceduto contro gli statunitensi Sock e Ram. Il ligure e Jannik Sinner hanno ceduto contro due delle coppie migliori del mondo. Si sono arresi prima ai colombiani Juan-Sebastian Cabal e Robert Farah (con il primo posto già sicuro, in un match finito a notte fonda), poi contro i campioni di Wimbledon e numeri 1 del 2021, i croati Mektic e Pavic. Gli azzurri hanno giocato con la spada di Damocle di dover vincere sempre i due singolari. «Sicuramente è un motivo di riflessione, al di là del fatto che nessuna nazionale ha costruito un doppio per la Davis. Non ci sono nazioni che hanno studiato la crescita di un doppio nel proprio Paese». Sulle scelte del capitano a Torino hanno pesato anche gli infortuni dei numeri 1 di singolare e di doppio, Matteo Berrettini e Simone Bolelli. Il bolognese, numero 25 del mondo nel ranking di specialità, è stato colpito da una pallata al costato nei primi giorni di allenamento alla vigilia dell’esordio. «I cinque erano questi, oltre una certa data si potevano sostituire solo per Covid e per fortuna casi di positività non ci sono stati» spiega ancora Volandri. Persa la possibilità di schierare Fognini-Bolelli, prosegue Volandri, «abbiamo fatto delle prove, in allenamento e in partita. La migliore era la coppia Sinner-Fognini». Costruire delle coppie che possano giocare stabilmente anche nel circuito non è facile. L’opzione che stuzzica di più è mettere insieme i primi due singolaristi, Berrettini e Sinner, ma non è detto che sia garanzia di qualità. «Dovevano provare a Indian Wells, ma Matteo si è fatto male al collo prima del torneo — spiega Volandri —. Quando hai giocatori così, in Top 10 e concentrati più sul singolare, è difficile costruire la coppia di doppio». Una prova, però, ci sarà, salvo ulteriori imprevisti. A gennaio è in calendario l’ATP Cup, competizione a squadre in programma in Australia a cui le nazioni si qualificano in base al ranking in singolare dei loro migliori giocatori. «La teoria dice che Berrettini e Sinner giocheranno — promette il capitano azzurro di Coppa Davis -. Nel caso, insieme a Vincenzo Santopadre proveremo se sarà possibile questa volta». […]

Italia, due certezze (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

L’amarezza per un’eliminazione, il cuore colmo di tristezza a per la perdita del Dottor Laser, il professor Pierfrancesco Parra ricordato da tutti. E l’orgoglio e la certezza di essere sulla buona strada. L’Italia ha salutato Torino guardando al futuro. Nella sicurezza di avere una squadra molto competitiva, Volandri non nasconde un problema. Del resto la Coppa del format “mordi e fuggi° che si trasferirirà in sede unica per 5 anni ad Abu Dhabi senza che le partecipanti siano state interpellate, ha evidenziato il ruolo centrale del doppio. Il paradosso è che ormai il gioco di coppia è declassato da tempo nei tornei. Bisognerebbe costruirne uno, mettere assieme due ragazzi non di punta ma di qualità perché giochino l’intera stagione nel circuito. Ma chi tra i giovani è disponibile? Di sicuro non quelli che già vedono un grande avvenire in singolare, come Musetti. Non crediamo coloro che stanno cominciando la carriera come Cobolli, Zeppieri, Nardi, Arnaldi e altri che vogliono giocarsi le chance a livello individuale. Potrebbe avere un senso la coppia dei torinesi Sonego-Vavassori, ma i loro calendari non combaciano. Volandri ha scoperto che Jannik Sinner può reggere il doppio impegno, in doppio si diverte e lo considera uno strumento di crescita individuale, per ora. Ma si può chiedere un sacrificio simile anche a Matteo Berrettini? Volandri s’è mostrato orgoglioso dei ragazzi: «Sì, perché hanno dato tutto. Abbiamo provato a vincerla, al termine di una settimana difficile. Abbiamo perso anche il nostro dottor Parra, e questo colpo durissimo non è stato facile da assorbire. Tutte le squadre che abbiamo trovato a Torino hanno un doppio eccezionale. Per cercare di essere tranquilli dovevamo portare a casa entrambi i singolari, ci mancava Berrettini, questo aspetto inevitabilmente creava tensione. Sonego l’ha avvertita. Nel terzo set ha sentito il dovere di vincere la partita, affrettato, s’è irrigidito nella tensione e ha pagato anche la fatica. Pensavamo che contro Gojo fosse più sereno, ha avuto una grande reazione, nel secondo set. Purtroppo non è bastato. Ma non ho mai avuto nessun dubbio su Lorenzo, quando viene chiamato in causa dà sempre il massimo. Abbiamo messo un primo mattoncino di qualcosa di importante che costruiremo nel tempo». […]

Principe azzurro (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Si era presentato a Torino timido e con lo sguardo basso, ha lasciato il Pala Alpitour da gladiatore. Se c’è un lato bello dopo la sconfitta dell’Italia contro la Croazia, quello ha la faccia di Jannik Sinner. Altro che freddo, altro che distaccato e calcolatore: in questi giorni di Coppa Davis gli azzurri hanno trovato un vero e proprio leader. Che, a soli 20 anni, e al debutto nella competizione, ha aizzato il pubblico, ha cercato di trascinare la folla torinese, riuscendoci del tutto. Come sono lontani i tempi in cul fece discutere la sua decisione di non disputare le Olimpiadi.. In realtà quella scelta la fece per resettare il motore e migliorare il servizio e i risultati gli hanno dato ragione, come si è visto anche in questi giorni. Già nelle Finals giocate al posto di Berrettini, Jannik aveva dimostrato di aver trovato il giusto feeling con la folla torinese. Ma nella gara a squadre più antica del mondo si è spinto ancora più in là, come ha spiegato lui stesso dopo l’amara sconfitta in doppio contro i croati. «La Davis per me è diversa – ha detto l’altoatesino -, questa è stata una notte più importante rispetto a un torneo individuale, anche se abbiamo perso. Alle Finals ho imparato molto, non ci sono dubbi, ma nella Davis si vivono sensazioni particolari, perché giochi per tutti, provi emozioni diverse. Hai più responsabilità e questo ti fa crescere. Mi ha fatto piacere stare in questi giorni con i miei compagni, con il capitano: qui si vince come squadra e si perde come squadra». Lui ha tirato fuori tutto se stesso anche in una situazione disperata come quella contro Marin Cilic, in cui è stato per due volte sotto di un break nel secondo set dopo aver perso il primo. Li sono uscite le qualità e l’orgoglio del campione: alla fine Sinner ha vinto tutti e tre i singolari a cui ha preso parte in Davis e ha fatto gli straordinari scendendo in campo anche nel doppio con Fabio Fognini. L’Italia ha dunque trovato il perno su cui costruire il futuro. […]

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