Camila Giorgi ci è o ci fa? Campionessa vera o sporadica?

Editoriali del Direttore

Camila Giorgi ci è o ci fa? Campionessa vera o sporadica?

LONDRA – Sei anni fa rosee previsioni. Poi alti, bassi, tanti dubbi. Speranze e delusioni. Piace come gioca, ma fa pure rabbia. Può davvero vincere uno Slam? Magari questo dove 8 top-ten hanno fatto le valigie?

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da Londra, il Direttore

Quando Camila Giorgi, sei anni fa, approdò ventenne agli ottavi di finale di Wimbledon, uscendo dalle qualificazioni e ancora sufficientemente naif da salire tranquillamente sul seggiolino posteriore della Vespa che ogni anno generosamente la Piaggio mi mette a disposizione – sia a Parigi sia a Wimbledon… anche se nei tempi moderni si chiamano MP3 e hanno tre ruote – dai tempi in cui ebbi modo di conoscere Giovannino Agnelli, in tanti ritenemmo che sarebbe presto diventata, se non una top-ten, certamente una top twenty. L’anno dopo quel memorabile Wimbledon 2012 (dove fu battuta tutt’altro che nettamente da Aga Radwanska che su questi prati leggendari ha fatto anche una finale), con gli ottavi di finale raggiunti anche all’US Open 2013, quella diffusa previsione parve poter diventare realtà a breve.

 

Invece da quel settembre 2013 a New York sono passati quasi cinque anni e Camila nei successivi 18 Slam non era più andata oltre il terzo turno, raggiunto oltretutto – fino a ieri – appena quattro volte. L’ultima al Roland Garros quest’anno quando si è trovata a servire due volte per il match con la Stephens (poi finalista). E la massima classifica da lei raggiunta si è fermata a 30. Per poco. E mai più su. Di cause per la mancata “esplosione” per la ragazzina nata a Macerata da Sergio e Claudia ne sono state via via ipotizzate tante: una vita itinerante non facile, Argentina, Stati Uniti, Italia, peregrinazioni internazionali ma anche nazionali, con pochi soldi in tasca, sponsor che apparivano e scomparivano, cause legali qua e là, un gravissimo lutto in famiglia (la morte della sorella di Camila), un coach – il padre onnipresente  – che non avendo mai giocato a tennis è stato a lungo nel mirino della critica più tradizionale soprattutto per certi atteggiamenti anticonformisti (e talvolta maleducati, diciamo la verità), anche se è evidente che Camila non sarebbe la tennista che è oggi se non ci fosse stato lui. Qualcuno è padrone di pensare che con un coach più preparato Camila avrebbe raggiunto traguardi più importanti, ma manca la controprova e magari invece a Camila serviva soprattutto il sostegno di un padre-allenatore pronto a buttarsi nel fuoco per lei. Del resto tanti padri di giocatrici che hanno raggiunto grandi risultati sapevano a malapena tenere la racchetta in mano. Papà Graf, papà Seles, papà Capriati, papà Pierce, papà Wozniacki, papà Williams – tutti con caratteristiche differenti per la verità – eppure si sono rivelati coach più efficaci di tanti maestri superdiplomati, federali e non.

Il carattere “fumino” di papà Giorgi ha trascinato la famiglia in tante battaglie, compresa quella con i vari Barazzutti, Palmieri, Schiavone, l’ambiente della Fed Cup  e la nostra federazione. Vicenda come tutti sanno da poco composta perché alla fine il “volemose bene” conveniva a tutti. Ai Giorgi perché nonostante i quasi 3 milioni di dollari vinti di solo prizemoney da Camila, ancora non si sentono del tutto tranquilli economicamente per le generazioni a venire. Alla FIT perché la situazione del nostro tennis femminile è così disastrata che con la Giorgi almeno tanti dirigenti, il presidente e i tecnici in testa, possono salvare la faccia. Se a Wimbledon quest’anno abbiamo potuto sbandierare un record positivo, nove italiani in pantaloncini in tabellone, sei al secondo turno, due al terzo, a far da contraltare c’è stato anche il record negativo di una sola tennista in tabellone. Appunto Camila. Con la Errani messa k.o. dal TAS, non si vede luce in fondo al tunnel. Attaccarsi a Camila era un po’ l’unica ancora di salvezza. Perché, nonostante i tanti alti e bassi Camila ha chiuso il 2014 a n.35 e il 2015 a n.34. E ha pure battuto 8 top-ten, a dimostrazione del fatto che il talento ci sarebbe e che quando le cose le girano per il verso giusto può battere quasi tutte le più forti tenniste del mondo, soprattutto in quest’epoca in cui – a seguito dell’inevitabile declino delle due Williams – di giocatrici davvero imbattibili forse non ce ne sono più.

Camila gioca un tennis che piace, che diverte, questo è indubbio. Un tennis ad alto rischio, scoppiettante. Piace ma fa pure rabbia perché troppe volte perde partite che sembra avere in pugno. Il suo è un tennis che la vede quasi sempre comandare il gioco, essere la prima protagonista della vittoria come della sconfitta. È certamente più forte quanto attacca che in quelle rare situazioni in cui è costretta a difendersi. Con la Siniakova, ottima giocatrice davvero – e ha solo 22 anni – per tutto il primo set ha stranamente subito. Ma Camila ha forza, ha capacità d’anticipo, ha tutti i colpi anche se non tutte le variazioni –le mancano, ad esempio, la smorzata che potrebbe essere un’arma micidiale per lei che a volte spinge le avversarie a ridosso dei teloni di fondo, ma anche la volée più tradizionale che tante volte sarebbe molto più efficace che quelle predilette più inutilmente rischiose a schiaffo…- che potrebbero essere utili in tante situazioni.

Così come potrebbe esserle utile riconoscere che lo studio delle caratteristiche dell’avversaria è utile, serve. Lei si trincera dietro il solito “io faccio il mio gioco”, o anche “io il tennis femminile non lo guardo” così come ogni volta che le chiedi qualcosa su un’avversaria contro la quale magari ha giocato 4 volte (è il caso della Brengle) “non la conosco, se ci ho giocato ormai è passato, non serve”… e io davvero non capisco fino in fondo se Camila quelle cose che ci dice le pensi sul serio e le dica tanto per non perdere tempo con chi come me prova a farle qualche domanda un po’ più inquisitiva, oppure davvero creda in quello che ci dice. Boh. Per me è un mistero. E lo è tanto di più perché da quel che dice a proposito del tennis e delle sue frequentazioni nel circuito (“Non ne ho, di amiche ne ho tante, ma tutte fuori dal tennis. Nel circuito si è lì per lavoro, non per cercare amici…Il doppio? Non lo farò mai, non è un mio obiettivo”) se uno gioca a tennis più per “lavorare” che per divertirsi, beh, allora sarebbe molto più professionale studiare le avversarie come – butto lì – la Makarova che sarà la sua avversaria negli ottavi ed è mancina.

Invece Camila è capace di dirti bella tranquilla che “mancina o destra cambia poco, io faccio il mio gioco”. Già, ma qual è il suo gioco? Bombarde su bombarde? Beh, prima era solo così. O dentro o fuori, o la va o la spacca. Adesso qualche piccolo accorgimento tattico c’è. Progressi se ne sono fatti. “La differenza fra oggi e 6 anni fa? Sono più matura, ho più match alle spalle, ho più esperienza. Prima ero una bambina… gioco meglio di allora, sono più forte”. Ieri ha vinto una gran bella partita, ma – insomma – non è neppure il caso di dimenticare che è stata a un passettino dalla sconfitta. Che dopo un’ora e 40 di gioco si è trovata a dover annullare sul proprio non sempre irresistibile servizio un matchpoint, sul 6-3 5-4 30-40 per l’avversaria. Lì ha tirato fuori un coniglio dal cilindro del prestidigitatore, sotto forma di un rovescio lungolinea straordinario su una palla che era rimbalzata bassissima sull’erba. Coefficiente di difficoltà 10. Un colpo giocato senza paura, quasi con quella incoscienza che spesso pare contraddistinguerla. Io sospetto – e so trattarsi di un sospetto maligno – che se ci fosse stato papà Sergio, forse Camilla si sarebbe agitata di più e non sarebbe riuscito a mantenersi così tranquilla. Chissà?

Comunque sia quando ora, in un clima di forse eccessiva esaltazione che coinvolge anche i nemici di un tempo, sento dire che la Giorgi potrebbe vincere questo Wimbledon martoriato dalle uscite di scena di 8 top-ten (si sono aggiunte altre due americane, Venus Williams e la Keys, e c’è mancato un soffio che si unisse alla beata congrega anche la Pliskova, a due punti dal baratro con la rumena Buzarnescu) io mi permetto di dire: bene che tante top-ten non siano più in lizza, speriamo, se volete sogniamo anche, ma calma e gesso! Intanto ricordiamoci che la Halep presidia una metà del tabellone e che nell’altra metà c’è solo la Pliskova (ben che vada si troveranno in finale, l’unica possibile fra top-ten) e… Serena, testa di serie n.25 per modo di dire anche se fin qui non ha battuto giocatrici meglio classificate del 60mo posto (la Mladenovic).

Non vorrei che Camila si prendesse una sbornia come si è preso un po’ quel bravo ragazzo di Fabbiano che, come ha spiegato, “ancora mezz’ora prima della partita con Tsitsipas, ricevevo complimenti e congratulazioni per aver battuto Wawrinka… e poi ho pagato il non aver saputo gestire quel successo per me così straordinario… mi servirà per il futuro”. Nessuna partita è mai facile per Camila, neppure sull’erba che è probabilmente la sua superficie preferita perchè è lì che, ad Hertogenbosch 2015, ha vinto il suo unico torneo. Anche con la Brengle avrebbe dovuto, o meglio potuto, vincere 6-2 6-2 e invece ha vinto 6-4 6-4. Con la Siniakova, sul futuro della quale mi sento davvero di scommettere, era lì lì per fare le valigie e andare a casa con un 6-3 6-4 in saccoccia. Penso anche che la ceca sia stata molto sportiva quando nell’intervista di post match fatta con AGF e il sottoscritto quando ha detto: “Sono stata sfortunata a dover giocare così presto stamani, dopo che ieri avevo giocato più di 4 ore fra singolare e doppio (4h e 16 m per la precisione di AGF).”. Avrebbe potuto dire: “Ho subito una clamorosa ingiustizia”. Le avessero dato qualche ora di riposo in più, e la possibilità di giocare in un orario meno afoso e soleggiato, la robusta Katerina (che ha miglior mano e variazioni di Camila) non sarebbe probabilmente crollata sul 2-2 del terzo set.

Quindi do ragione a Camila quando dice – chissà fino a che punto sincera – che lei il tabellone non lo guarda, che pensa soltanto ad una avversaria per volta. Non si potrebbe permettere di fare diversamente, perché per vincere, per non commettere troppi doppi falli, per non farsi sorprendere quando le battono al corpo (come ha fatto spesso la Siniakova, che è giocatrice sicuramente intelligente), per non volere sparare su ogni risposta e in ogni momento (anche quando si vede che l’avversaria è in affanno e potrebbe bastare rispondere di contenimento su una palla lontana)  ha bisogno di avere sempre il massimo della concentrazione. E quella la si ha se non si pensa ad altro. La Makarova non è solo mancina. Non è solo la n.1 del mondo in doppio e quindi assai temibile anche quando si presenta a rete (sebbene non lo faccia spesso). È tennista esperta, ex n.8 del mondo anche se oggi la troviamo a n.35 perché quest’anno prima che qui (con Wozniacki e Safariva, due tipe toste battute al terzo set) non aveva ancora vinto due partite di fila. Ma insomma una che batte Serena Williams anni fa all’Australian Open, che è medaglia d’oro olimpica in doppio con la Vesnina, è certo in grado di mettere in difficoltà una Giorgi dal tennis un tantino prevedibile, anche se a tratti ugualmente incontenibile. Venendo anche a prendersi qualche punto a rete, se necessario. Per non subire troppo Camila.

Eppoi eppoi, beh non dimentichiamo a chi accarezza sogni di gloria imperitura per Camila (leggasi trionfo a Wimbledon!), che chi vincerà lunedì – a proposito: non sarà dispiaciuto alla trentenne Makarova di poter usufruire di due giorni di riposo – dovrà quasi certamente vedersela con Serena Williams. Serena non dovrebbe poter perdere con la Rodina, n.120 WTA. Vero che io ero convinto che la Keys avrebbe fatto polpette della Rodina e allora… ma la Keys ha perso a un certo punto 9 games di fila e questo con Serena che serve come serve non credo possa succedere. Altra annotazione, vero che 8 top-ten non ci sono più, ma la Halep, la n.1 c’è sempre. E fin qui non ha tremato. Dai Camila, hai ragione te, facciamo un passo alla volta. Prima batti la Makarova, un test difficilissimo secondo me, e poi di Serena ne riparliamo.

Però una cosa ti chiedo. Non mi far passare come uno che ha l’anello al naso. Come fai a dire quel che hai detto ieri e che trascrivo: “Quando mi sono arrabbiata sul set point del secondo set è stato per il colpo in sé, non perché è arrivato su quel punteggio. Ero sicura che comunque avrei vinto quel set, sicurissima”. Ma dai, sicura di che? Hai annullato un matchpoint, perdevi 4-2 nel tie-break, avevi riacciuffato la Siniakova per puro miracolo…sbagliato quel setpoint eri sul 6-6 nel tie-break, quindi a 2 punti dalla sconfitta e tu lo sai benissimo che non è che ogni volta che devi servire hai il punto assicurato. Ma come fai a dire che eri… non sicura, ma sicurissima? Molto meglio quando nel rispondermi quando ti chiedo se possa essere il caso di fare un mezzo sogno e nel frattempo a come pensi di fare nel weekend, a come preparare il match con la Makarova, mi dici: “Vado dal parrucchiere”. In fondo è una questione di testa no? Nel frattempo io invece, tiferò Fognini contro Vesely, ci crediate o no. Problemi vostri (e forse suoi). La spuntasse sarebbe il primo italiano di sempre, come scrivevo ieri, a raggiungere gli ottavi di finale in tutti i quattro gli Slam.

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Editoriali del Direttore

Un Federer fenomenale tira la volata a Nadal. Djokovic sconta le troppe pressioni

Un pubblico ostile, quasi crudele. L’anno del serbo resta nettamente migliore di quello dello svizzero. Berrettini chiude in bellezza con Thiem, ma fu vera gloria?

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

C‘erano volute “a couple of weeks”, qualcosa più di due settimane, stando alle parole pronunciate da Roger Federer qui a Londra nei giorni scorsi, per smaltire la cocente delusione di quei due matchpoint mancati nella finale maratona di Wimbledon vinta da Djokovic al tiebreak giocato sul 12 pari del quinto set. Ma secondo me sono state pure più di due. A 38 anni non sai mai se certe occasioni si ripresenteranno. “Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella finale e mi piace l’idea di rigiocare di nuovo contro Novak con la possibilità di prendermi la rivincita, in fondo quella partita l’ho persa per due punti, lui avrà un tantino più fiducia di me, ma io non ne ho poca” aveva detto Roger. Parole abbastanza inconsuete per Federer, che di rivincite non ho forse mai sentito parlare.

Certo è che, considerando che Roger non aveva più battuto Novak da quattro anni, dal Masters 2015 qui, chi aveva più da perdere era certamente Novak. Avevo incontrato Greg Rusedski, l’inglese del… Canada, ex n.4 del mondo, che mi aveva detto: Tutta la pressione sarà su Novak perché lui è l’unico dei due a cercare di chiudere l’anno da n.1 e per riuscirci deve battere Roger e vincere questo torneo spodestando così Nadal. Vincendolo eguaglierebbe anche i 6 Masters vinti in carriera da Roger. Si gioca, insomma, tante cose tutte insieme, e in un round robin, sapendo che se perde è anche eliminato dal torneo…”.

Novak Djokovic – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Fatto sta che a fronte di un Federer che ha giocato, e soprattutto servito in maniera straordinaria – le statistiche del primo set, che è quello ha influenzato il trend del match, sono impressionanti: 83% di prime palle pur avendo cercato l’ace (ne ha fatti 8 in 5 game), 16 punti su 19 quando ha messo la prima, 4 punti su 4 le sole volte che ha messo la seconda! Insomma Roger ha ceduto la miseria di 3 punti in cinque turni di servizio – un Djokovic incredibilmente nervoso, capace di regalare un break già nel terzo gioco (dopo aver salvato una pallabreak nel primissimo game) con ben due doppi falli, ha giocato una partita che il mio amico Vuk Brajovic ha sentito definire alla tv serba come “assolutamente catastrofica!”. “E non so spiegarmi perché, dopo tante partite contro Roger – quella di ieri era la n.49 – io non riuscissi proprio a leggere il suo servizio!.

Beh, una cosa del genere, detta dal migliore ribattitore del mondo, fa davvero impressione. E impressionatissimi erano, a fine match, anche due ex capitani di Coppa Davis della Svizzera che hanno conosciuto Roger fin da quando era un ragazzino, Marc Rosset e Claudio Mezzadri, dei quali potete ascoltare le interessanti interviste audio che ho loro fatto. Nonostante le mille partite di Roger che hanno visto e seguito, erano anch’essi stupiti per il livello della performance, tecnica e anche atletica esibita da quel fenomeno di oltre 38 anni. Val la pena ascoltarli.

Così come val la pena sottolineare che a non aver dimenticato i due matchpoint mancati da Roger all’All England Club, c’erano anche tutti gli spettatori della 02 Arena. Il tifo che hanno fatto per il loro eroe, vittima ingiusta ai loro occhi di fan quattro mesi fa, è stato rumoroso e a tratti aggressivo, come a voler far scontare a Nole quella vittoria che li aveva tutti feriti. Un tifo esagerato, a tratti quasi crudele, che mi ha portato a simpatizzare per il serbo trafitto da mille frecce, più di San Sebastiano.

Con questo exploit, ad ogni modo, Roger al momento ha certo reso felice oltre a se stesso anche Rafa Nadal ancor prima dello scontro del maiorchino con Tsitsipas. Il duello del maiorchino con il greco sarà ininfluente per la quinta leadership ATP di fine anno. Nadal sarà sul trono del tennis per la quinta volta, così come ci sono stati cinque volte Federer e Djokovic. È impressionante pensare che negli ultimi 16 anni ci sono stati solo loro con la corona sulla testa, con l’unica intromissione di Andy Murray nel 2016.

Il match Nadal-Tsitsipas sarà invece importante per l’ambizione di Rafa di raggiungere il traguardo delle semifinali di uno dei pochissimi tornei che il maiorchino non ha mai vinto. Rafa, si diceva già ieri, non ha il destino nelle sue mani: deve sperare, oltre che nella propria, anche in una vittoria di Medvedev su Zverev dal quale era stato battuto. In questa duplice combinazione Rafa terminerebbe il suo round robin al primo posto. Altrimenti sarebbe fuori (come direbbe Briatore).

Invece nell’altro gruppo Roger Federer è già sicuro di chiudere al secondo posto, alle spalle di Thiem la cui sconfitta con il nostro Berrettini non lo ha minimamente penalizzato, al di là dei 192.000 euro spettanti al vincitore di ciascun match. Ergo Federer incontrerà in semifinale Tsitsipas oppure, un tantino meno probabilmente secondo me, Nadal. Magari sbaglio ma mi pare improbabile che si verifichino entrambe le ipotesi: Nadal che batte uno Tsitsipas che mi è parso in forma smagliante e Medvedev che lotta per battere Zverev quando anche vincendo non potrebbe comunque qualificarsi per la semifinale.

 
Roger Federer – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Chiunque gli capitasse di fronte… se Roger giocasse come ha giocato ieri il favorito della semifinale prima e del torneo poi, sarebbe proprio lui. Ciò anche se si è ben visto che nessuna giornata è mai uguale all’altra. Roger aveva giocato maluccio con Thiem e solo un po’ meglio, ma non benissimo (salvo che al servizio) con Berrettini. Come cambiano le cose, i pronostici, nell’arco di un giorno o due, financo di poche ore. Ieri pomeriggio, quando avevo chiesto al collega svizzero dell’agenzia Sportcenter Christian Despont, un suo pronostico sul duello più atteso della quinta giornata de Masters. Aveva scosso un po’ la testa e poi detto: “60% Djokovic, 40% Federer”. Dello stesso parere l’altro svizzero Mathieu Aeschmann. E voi che credete che i pronostici li sbagli solo Scanagatta!

Djokovic si è presentato in sala stampa comprensibilmente deluso, direi abbacchiato. Quest’anno niente cioccolatini per la stampa. Era diventata una tradizione a questo Masters, ma ieri sera per lui non c’era proprio niente da celebrare. Anche se, non dimentichiamolo, Novak chiude l’anno 2019 – prima della settimana di Madrid per la Coppa Davis – con un percorso da far invidia a tutti quanti. E cioè con all’attivo due Slam, in Australia e a Wimbledon, due Masters 1000, Madrid e Bercy, più un 500 a Tokyo. Chiude inoltre da n.2 del mondo. Oggi lui che aveva fatto la bocca al n.1 lo avverte come uno smacco, ma insomma allora Federer che dovrebbe dire? Non ha vinto neppure uno Slam quest’anno, è dietro Djokovic, terzo, nel ranking ATP, grazie ai quattro tornei vinti, Dubai, Miami, Halle e Basilea. Vincesse questo Masters conquisterebbe l’alloro più pregiato.

Mi sembra giusto chiudere questo editoriale di giornata plaudendo a Matteo Berrettini. È riuscito dove avevano fallito Panatta e Barazzutti e poco importa il fatto che Thiem, giustiziere nei giorni scorsi tanto di Federer che di Djokovic, fosse già sicuro di un posto in semifinale contro il n.2 dell’altro gruppo. C’è l’ombra di una motivazione un po’ più appannata nell’austriaco – fino a che punto è stata vera gloria? Questa formula ha sempre dato adito a dubbi – ma i precedenti fra Thiem e Berretto, vincitore a Shanghai e sconfitto a Basilea, e direi forse ancor più quella battaglia in quattro set al Roland Garros 2018 quando Matteo non era davvero quello di oggi e Dominic era invece già specialista affermato della terra rossa (due semifinali e due finali a Parigi negli ultimi quattro anni), mi fanno credere che fra i due ci possa essere gara, a prescindere dall’attuale equilibrio statistico: 2 a 2.

Matteo ha servito benissimo, salvo che sul 5-4 quando ha giocato un game davvero brutto. Gli è capitato più volte quest’anno, quando doveva chiudere un set o un match. Il suo coach mentale, Stefano Massari, lo affianca anche per evitare che queste situazioni si ripetano. Mentre coach Vincenzo Santopadre dovrà aiutarlo a migliorare in quelle carenze risapute e indicate nei giorni scorsi anche da Federer in persona: rovescio (per quanto ieri ne abbia giocati alcuni altamente spettacolari, due vincenti strappa-applausi perfino ad una mano), risposta e gioco di piedi. E magari ci sarebbe da migliorare anche la volée di dritto sulla palla calante che lascia calare troppo per mettersi di fianco e poi accarezzarla senza spingerla a sufficienza. Gliene ho viste sbagliare, di facili, contro Federer a Wimbledon e qua, contro Thiem.

Ma non c’è dubbio che Matteo sia sulla buona strada, se non commetterà l’errore di montarsi la testa. Il suo ambiente, molto sano, pare in grado di garantire che ciò non accadrà, però se nel calcio si è sempre detto e scritto che a Roma per vincere un campionato occorre vincerne tre, anche per Berrettini le distrazioni romane potrebbero non aiutare. Non so perché, sarà quasi certamente frutto di due stereotipi… geolocalizzati, Roma e San Candido, ma l’altoatesino Jannik Sinner – di cui già tutto il microcosmo del tennis parla in termini entusiastici – sembra meno naturalmente portato… a comportarsi da star un po’ piaciona.

Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il suo 2019 è stato pazzesco, l’ho scritto in tutte le salse, non so più come scriverlo. Per tutti i primi mesi del 2020 Matteo non ha cambiali da pagare, ma – come ha detto lui stesso“più che entrare e uscire dall’élite dei primi 10, mi piacerebbe vincere un grande torneo, tipo un Masters 1000 (non ha osato dire un Slam…), perché vorrebbe dire che per quella settimana sei stato il migliore del mondo”. Inutile dire, anche perché lui questa volta non l’ha detto, che il torneo che più gli piacerebbe vincere è Roma. Un anno fa non ti qualificasti per le finali Next Gen milanesi, Matteo, oggi sei numero 8 del mondo, non schivi neppure la domanda trabocchetto che ti chiede se sogni di diventare n.1 del mondo… Tempo al tempo, ma intanto ad maiora Matteo.

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Editoriali del Direttore

In sette sono ancora in corsa. Federer-Djokovic è il clou. La brutta tentazione di Tsitsipas

Solo Matteo Berrettini contro il ‘salvo’ Thiem è fuori dai giochi, ma ha un obiettivo che non è economico. Nadal, che tifa per la rivincita di Federer, anche perdendo può diventare n.1 a fine anno se… E se chiudesse il gruppo al primo posto? Che vigliacco quel Lendl! Parola di Connors

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori che avendomi inondato di commenti, negativi e non, quasi un migliaio fra sito e vari social, meritano il rispetto di un mio aggiornamento anche se nei confronti di chi ha espresso apprezzamenti (o dovrei dire… disprezzamenti?) pesanti, tipici di questa civiltà (???davvero lo è) del web, non sarei tenuto, né ne avrei troppa voglia. C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto di entrambi – in particolare in questo episodio – per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Qualunque cosa abbia scritto qualcuno, c’è sempre stata anche notevole simpatia.

Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti, carini e meno carini, per la partecipazione. Un ultimo commento però mi sia concesso: a chi la cosa non interessava, ma si è lamentato per l’eccessivo risalto, poteva serenamente non leggerla, anziché scrivere che non avrei dovuto scrivere questo o quell’altro. La libertà del web è leggere quel che si vuole. Noi su Ubitennis si scrivono oltre 6.000 articoli l’anno. Leggete quel che vi piace, che vi interessa, gli autori che preferite ignorando quelli che non amate. E se un argomento a vostro avviso ha preso troppo spazio, è stato trattato male, cosa c’è di più semplice che il saltarlo a piè pari? È indolore, per chi lo salta, e per chi l’ha scritto. Si sta tutti meglio.

E se Tsitsipas facesse i calcoli che fece Ivan Lendl nel…La quarta giornata del Masters ha contraddetto alcune indicazioni della seconda, in merito alla forma di Nadal e Zverev, in positivo e in negativo. Il primo era apparso in pessima condizione con lo stesso Zverev, il secondo aveva bene impressionato riuscendo a dominare lo spagnolo da cui aveva perso cinque volte su cinque. Zverev non è però sembrato essere troppo preoccupato per la secca sconfitta patita con Tsitsipas (che invece si è confermato alla grande, tanto che parecchi qui lo considerano addirittura favorito del torneo e sarei curioso di vedere le quote dei bookmakers a questo punto): “Anche l’anno scorso vinsi il primo match, persi il secondo, vinsi il terzo e poi ho vinto il torneo” ha detto il biondo tedesco con il sorriso di chi sa il fatto suo.

Se però lui perdesse con Medveded in due set e Tsitsipas battesse Nadal, il campione di un anno fa andrebbe a casa insieme a Nadal e i due qualificati sarebbero Tsitsipas da n.1 e Medvedv da n.2: questa sarebbe la sola ipotesi in cui Medvedev raggiungerebbe le semifinali. Certo poteva aver compiuto un passo decisivo ieri, se non si fosse fatto rimontare da Nadal.

 
ATP Finals, gli scenari del Gruppo Agassi (fonte @ATP)

Già, Nadal, sette vite come i gatti… beh, le sue chance parevano finite quando si è trovato sotto 5-1 e matchpoint con Medvedev, che era passato a condurre già anche 4-0 avanti nel set decisivo. Con due sconfitte sul groppone nel round robin, l’eliminazione di Rafa sarebbe stata quasi scontata e il trono ATP di fine anno sarebbe apparso assai traballante. Ora invece su quello potrà sedersi proprio lui, a meno che Djokovic, dopo aver battuto Federer stasera, vinca anche il torneo per il sesto anno. Inutile dire che Rafa stasera tiferà per il suo amico Federer (forse lo avrebbe fatto anche a prescindere… il suo rapporto con Roger è più genuino che quello con Nole).

Inoltre Rafa potrebbe addirittura finire al primo posto nel suo gruppoqui l’articolo che contempla tutti i possibili scenari suggeriti da questa formula che ha sempre schifato Rino Tommasi, fautore del tennis tradizionale che prevede le valigie e il ritorno a casa per chiunque perda – se Medvedev superasse Zverev e lui approfittasse di un Tsitsipas che è comunque già sicuro di un posto in semifinale e cui forse potrebbe quasi convenire perdere!

Per carità, a Tsitsipas non gli passerà magari nemmeno per l’anticamera del cervello – ieri sera a una mia domanda che gli chiedeva se… fosse forte in aritmetica, il buon Stefanos ha dimostrato di avere idee assai confuse sulle possibili evoluzioni (spero che troviate il video perché è stata una scena spassosa) – ma se perdesse con Nadal il ragazzone greco chiuderebbe il suo round robin al secondo posto nel gruppo Agassi con la certezza di affrontare in semifinale il primo del gruppo Borg che sappiamo già essere Thiem. Evitando di dover giocare contro chi vincerà il match clou di oggi, in serata: cioè Federer oppure Djokovic, la rivincita del match dell’anno, la finale di Wimbledon con quei due matchpoint mancati da Federer il cui ricordo sveglia ancora nel pieno della notte Roger e i suoi innumerevoli tifosi. Un vero incubo. Djokovic conduce la danza, 26 vittorie a 22, prima della sfida numero 49.

Il Thiem visto l’altra sera in grandissimo spolvero contro Djokovic farebbe paura a chiunque (perfino a Berrettini, eh eh, che lo affronta oggi alle 15 italiane), ma Thiem sabato giocherà la sua primissima semifinale di un Masters, mentre Federer e Djokovic che questo torneo lo hanno vinto 6 e 5 volte, molte di più: Roger 15 se non erro, Novak 8. Un bel gap di esperienza. Voi chi preferireste incontrare qui: Thiem o uno fra Djokovic e Federer?

Video in inglese sugli scenari di qualificazione del Gruppo Agassi

Tanti anni fa ero al Madison Square Garden, nel gennaio 1981 per il Masters che valeva per il 1980, quando Jimmy Connors dette apertamente del vigliacco (“You are a chicken!”) a Ivan Lendl che praticamente perse senza lottare con lui per tutto il secondo set: 7-6 6-1. Come mai Lendl aveva mollato a quel modo? Sapeva che arrivando primo nel proprio girone avrebbe incontrato Bjorn Borg che era secondo dell’altro girone, invece arrivando secondo avrebbe incontrato il n.1 dell’altro gruppo (il blu) Gene Mayer, avversario assai più tenero anche se aveva battuto 6-0 6-3 un Borg svogliato perché già qualificato.

I cinici calcoli del ceco gli dettero ragione: in semifinale lui dominò 6-3 6-4 Mayer, mentre Connors perse in tre set da Borg che poi nella finale tre set su cinque avrebbe dato tre set a zero a Lendl. Quella non fu l’unica vicenda assolutamente deprecabile del Masters, che infatti cambiò mille volte la successione degli incontri che si prestavano, se non a combine, a duelli lottati con diverse motivazioni agonistiche dai protagonisti. Furono tante le polemiche che dall’82 all’85 fu abbandonata, con gran gioia dei puristi e di Tommasi, la formula dei due gironi all’italiana e si allargò la partecipazione a dodici giocatori. Otto giocavano un primo turno per qualificarsi per i quarti, dove erano attesi dai primi quattro giocatori delle classifiche mondiali che, usufruendo di un bye, stavano un turno avanti, già nei quarti.

Niente più rischi di match inutili – come sarà ad esempio anche il Thiem-Berrettini di oggi pomeriggio, quando si giocherà solo per il cospicuo premio, 215.000 dollari (circa 192.000 euro) -, ma eliminazioni dirette come da antica tradizione. Thiem è già primo comunque, dicevo, Berrettini ultimo comunque. Solo che così non si aveva più la garanzia di vedersi esibire almeno tre volte tutte le star. Per la vendita dei biglietti e per i diritti tv era molto più commerciale la logica dei due gironi, con tutti gli inconvenienti del caso. E dall’86 si tornò a quella formula che non è più stata abbandonata e che da allora costringe tutti a fare esercizi di pura ragioneria… che ho un po’ già accennato ma che qui vi risparmio.

Tornando a Berrettini-Thiem, il romano avrà una motivazione in più: quella di diventare il primo italiano a vincere un match al Masters in tre anni, 1975, 1978 e 2019, dopo otto sconfitte azzurre su otto, tre di Panatta e Barazzutti, due sue. In fondo, anche se il Thiem dell’altra sera è apparso ingiocabile, i precedenti lasciano supporre che ci possa essere equilibrio, soprattutto se Thiem non dovesse esser super motivato o magari timoroso di stancarsi troppo alla vigilia delle semifinali. Matteo perse in quattro set al Roland Garros del 2018, quando Thiem sarebbe poi giunto in finale, ci ha vinto a Shanghai, ci ha perso dopo aver vinto il primo set prima di un calo fisico evidente a Vienna. Insomma, se a Matteo dovesse funzionare il servizio (e il dritto) potrebbe esserci partita. Speriamo.

Intanto, giusto per dare un po’ di soddisfazione a chi si diverte a darmi del gossipparo (ognuno si diverte come può), segnalo che ha raggiunto Matteo dalla finale di Fed Cup persa in Australia con la Francia di Mladenovic e Garcia, la fidanzata Ajla Tomljanovic. Ieri i due, voglio proprio esagerare sperando di essere “copiato” da Novella 2000, sarebbero stati visti – udite udite – sul battello che congiunge la zona di Canary Whard a quella di Westminster. Sguinzagliati tutti i paparazzi del Regno Unito non impegnati al castello di Windsor.

Ajla Tomljanovic all’allenamento di Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Oggi, dopo la partita con Thiem, dovrei avere una intervista radiofonica one&one per Radio Sportiva con Matteo. Dite che dovrei chiedergli se ha intenzioni serie, e magari già di sposare la bella e simpatica Ajla, o lascio perdere perché stanno insieme da troppo poco tempo e non da 15 anni?

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Editoriali del Direttore

Due verdetti ci regalano un ‘quarto di finale’ tra Federer e Djokovic, sempre a Londra

Non va gettata la croce addosso a Berrettini per non aver saputo approfittare di un Federer non irresistibile. Thiem-Djokovic match straordinario e per l’austriaco è record

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Nota per i lettori C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto – in particolare in questo episodio – di entrambi per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti per la partecipazione.

Mentre io mi affannavo a leggere diverse centinaia di vostri commenti sul sito (e altrettanti su Facebook) a margine dell’episodio con Nadal – e ho dedicato un lungo commento in evidenza all’interno dell’articolo sulla vicendai primi due verdetti sono arrivati già dopo la terza giornata delle finali ATP. Dominic Thiem, match-winner su Djokovic della partita più bella di questo Masters, e forse anche dei Masters più recenti a mia memoria, è già in semifinale, è sicuro primo nel gruppo Borg. Così come purtroppo Matteo Berrettini, uscito con la testa molto più alta che non a Wimbledon contro Federer e tuttavia battuto, rischia fortemente di fare la stessa fine di Panatta e Barazzutti che non vinsero un match quando arrivarono a giocare il Masters di fine stagione.

Magari contro un Thiem un po’ meno motivato perché già in semifinale (per la prima volta, primo austriaco di sempre) e forse desideroso di risparmiare energie, Matteo potrebbe riuscire a cancellare la casella zero dopo otto partite azzurre ai tre Masters. Non è stato un Federer brillante quello che lo ha battuto, tuttavia va detto che lo svizzero – anche per le risposte deficitarie di Matteo – aveva perso soltanto cinque punti in sei turni di servizio nel primo set. E cinque sono rimasti anche dopo il tiebreak nel quale Matteo è stato tradito proprio dalle sue armi predilette, il dritto che ha sparacchiato fuori sull’1 pari, il doppio fallo che ha consentito a Roger di andarsi a giocare due servizi sul 5-2.

Matteo ha poi compromesso tutto cedendo la battuta a zero nel primo game del secondo set. Se non è un problema di esperienza questo, che cosa è? Così Roger ha potuto controllare agevolmente la partita fino a che sul 4-3 ha fatto quattro regali a Matteo e ha dovuto fronteggiare tre palle break, le sole conquistate nel match dal nostro. Se le è giocate maluccio, in particolare una. Federer gli ha battuto tutte e tre le volte sul dritto. E lui ci è arrivato male.

 
Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Nel ’75 Panatta aveva 25 anni, come Barazzutti nel ’78 (ma si giocò a gennaio ’79) e Matteo è due anni più giovane rispetto a loro. Come ha ricordato Federer: “Io 17 anni fa avevo un rovescio molto debole, credo che lo potrà certamente migliorare anche Berrettini”. Ne sono convinto anch’io. Il rovescio, l’ho scritto tante volte, si impara. L’hanno dimostrato Federer, come lo ha ricordato lui stesso, e anche Nadal. E, sempre come ha detto Roger, oggi chi ha un gran servizio e un gran dritto può fare molta strada.

L’ostacolo più difficile da sormontare, secondo me, sarà il “footwork”, come ha sottolineato e non a caso ancora Federer. Roger è sempre stato un atleta naturale straordinario, idem Nadal, idem Djokovic, idem Murray. Fab Four campioni di grande talento, indubbiamente, ma sarebbero stati fortemente vincenti (forse solo un pochino meno) anche se non si fossero ammazzati di lavoro in palestra. Invece Matteo, per via del suo metro e 96 che lo aiuta nel servizio ma non nel resto, dovrà sempre combattere per diventare anche reattivo nella risposta, agile negli spostamenti e nei cambi di direzione.

Il fatto che lui, Santopadre e Rianna sappiano che c’è ancora tanta strada da fare, aiuterà il suo sviluppo. Si sapeva che sarebbe stato il vaso di coccio fra tre vasi di ferro, che sarebbe stato uno stage di studio, d’esperienza. Ha fatto miracoli ad arrivare dove è arrivato, Federer stesso si è detto sorpreso di esserselo ritrovato di fronte al Masters. Chi ben comincia è a metà dell’opera… Appunto, Matteo è ancora a metà. Fra i primi 10 può resistere. Con gli over 30 probabilmente declinanti dovrà far di tutto per salire fra i cinque nell’arco di un triennio.

Proprio per il problema della ridotta mobilità – per questi livelli – a mio avviso dovrà lavorare il più possibile per trasformarsi in un tennista d’attacco. Non capisco perché non possa azzardar qualche serve&volley in più. Anche perché a rete non è malvagio. È certo meglio, a mio avviso, di Zverev nei pressi della rete… e ora non azzardo più confronti con Thiem (soprattutto dopo ieri sera!) sennò chissà quante me ne dite. Ma Thiem a rete non è ancora fenomeno come da fondocampo.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il Thiem visto scontro Djokovic è parso fenomenale: Chapeau, mai visto giocare con la stessa intensità del matchpoint tutta la partita, sparando su ogni palla” ha riconosciuto con grande fair-play Nole anche se era furioso, tant’è che ha lasciato la sala stampa con uno scatto da centometrista appena dopo una terza risposta data in fretta e furia, prima che la moderatrice ATP Nanette Duxin interpellasse i giornalisti serbi. Il lavoro di Massu, che lo ha costretto a giocare più vicino alla riga di fondocampo anziché dai teloni, sta dando i suoi frutti. Ecco perché Dominic ha lasciato il vecchio coach di sempre, Gunther Bresnik. Aveva bisogno di nuovi stimoli.

Adesso il match di giovedì fra Federer e Djokovic, rivincita di Wimbledon (il miglior match dell’anno, e non solo perché deciso sul 12 pari dal tiebreak favorevole a Nole che da allora ne aveva vinti nove di fila) sarà come un quarto di finale di un torneo a eliminazione diretta. Bello, bellissimo, fra i due giocatori che hanno vinto più Masters, sei Federer e cinque Djokovic (mentre Nadal neppure uno), ma anche crudele spareggio. Crudele anche per chi aveva acquistato a 150 euro circa i biglietti per le semifinali di sabato, perché uno dei due sarà già tornato a casa da moglie e pargoli.

Rischia di tornare a casa, e di perdere la leadership mondiale, anche Rafa Nadal che offre a Daniil Medvedev la rivincita della bella finale dell’ultimo US open. Guai a fidarsi dei precedenti però, dopo che Rafa ha perso lunedì da Zverev che aveva sconfitto cinque volte su cinque, mentre anche Medvedev aveva mandato alle ortiche il suo analogo bilancio di cinque vittorie su cinque con l’assai poco amato Tsitsipas. Non mancherò di sedermi in conferenza stampa quando verrà Rafa Nadal. Vedrò se fare o meno una domanda a Rafa, sperando di non venire male interpretato stavolta.

Berrettini non è stato fortunato a finire nel gruppo Borg, ma secondo me per ora è un po’ indietro rispetto agli altri Maestri qualificatisi per questa edizione. Non si poteva pretendere troppo di più da lui. Era già stato un miracolo ritrovarlo qua. Il 2020 sarà un anno impegnativo, quello della riconferma. Non ha grandi cambiali da pagare per tutti i primi mesi dell’anno. Questo lo dovrebbe avvantaggiare. Potrà giocare relativamente sereno. Non è poco. Io sono fiducioso sul suo conto.

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