Serena Williams: "Ero quasi morta. Adesso senza limiti"

Interviste

Serena Williams: “Ero quasi morta. Adesso senza limiti”

“Prima di diventare mamma mi mettevo pressione, come per i 18 Slam. Adesso non penso ai numeri”. Appena al quarto torneo dopo il rientro, è sempre la favorita

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da Londra, Luca Baldissera, Laura Guidobaldi e Vanni Gibertini

A quasi 37 anni, appena al quarto torneo dopo il rientro dalla gravidanza. Serena Williams è di nuovo là dove ha abituato tutti, in finale Slam. La decima a Wimbledon, dove ha vinto sette volte (perse nel 2004 contro Maria Sharapova e nel 2008 contro la sorella Venus). Giocherà contro Angelique Kerber, la stessa avversaria dell’ultima volta, due anni fa. “Nemmeno un anno fa ero incinta, oggi eccomi qua. E la gente pensa sempre che sia la favorita. Interessante”. Il record di Margaret Court è a portata di mano.

Hai la sensazione che giocare a tennis ora sia tornato ad essere “ordinaria amministrazione”? Cosa pensi di dover affrontare ancora una volta Angelique qui? L’ultima volta che vi siete incontrate l’hai battuta.
Una domanda alla volta, per favore. Il mio cervello da mamma non riesce a gestire più di una domanda alla volta.
Risponderò a quella su Angelique. Credo che stia giocando molto bene. Non credo che fosse sul radar di molti addetti ai lavori all’inizio del torneo. Credo che l’erba sia la sua migliore superficie, gioca così bene qui. Sa esattamente come giocare su questi campi. È la sua seconda finale in tre anni, non è vero? Davvero notevole. Credetemi, vorrà vincere il torneo, così come lo voglio io. Credo che sarà una bella finale, così come l’ultima che abbiamo giocato. Spero che il risultato sarà in mio favore.

 

Siccome la finale sarà la stessa dell’ultima volta che hai giocato, senti di avere un’occasione di riprendere da dove avevi lasciato prima della pausa dal tennis?
Non so, non credo. È stato tutto così veloce. In un certo senso è così. L’ultimo Wimbledon che ho vinto è stato contro di lei. Ma siamo in una situazione differente ora. Sta giocando così bene, credo che sia in grande fiducia, devo essere pronta a giocare il match della vita.

Sono circa sei anni che lavori con Patrick e durante questo tempo lui è sempre stato molto disponibile a parlare con i media. Questa settimana ha detto che gli hai chiesto di non farlo più. Cosa ti ha spinto a questa decisione?
Stiamo provando un nuovo approccio.

Hai parlato di come raggiungere questa finale non sia stato così facile come qualcuno può credere. Puoi descrivere quanto sono stati difficili gli ultimi 10 mesi? Nel passato hai parlato dell’orgoglio di essere un modello di comportamento. Quanto sei orgogliosa di essere una tennista ed una madre allo stesso tempo?
Sono stati 10 mesi davvero pazzeschi. Solo un anno fa ero ancora incinta. È qualcosa che devo continuare a ricordarmi. Tornare a giocare essendo una mamma è davvero bellissimo. Sapere che, qualunque cosa accada, avrò l’amore ed il supporto incondizionato della mia famiglia è una grande sensazione, non riesco davvero a descriverla. È un fatto di cui non ero a conoscenza fino a che non l’ho sperimentato direttamente, ed è fantastico. Sono molto orgogliosa di essere un modello di comportamento, l’ho fatto diventare una parte di me, ed ora cerco di essere un modello ancora migliore. È molto importante per me, uno degli obiettivi della mia vita.

Dal 1975, Margaret Court ha il record di titoli Slam. Sembrava impossibile da superare. Come ti senti, a un passo dal pareggiarlo? Cosa significherebbe per te?
A essere proprio onesta, non ci avevo pensato fino a questo torneo. Nemmeno una volta, anzi, credo di essermene dimenticata. Credo sia una bella cosa, perché, vedi, mi metto così tanta pressione addosso, come quando cercavo di arrivare a 18. Ma come ho già detto negli ultimi due anni, non voglio pormi limiti. Lo facevo in passato, pormi limiti, ora non voglio più farlo. Sono solo numeri, alla fine. Voglio vincere il più possibile, a cominciare dalla prossima partita. Che devo ancora giocare, quindi non ci sono ancora.

Puoi essere più precisa su quello che hai detto alla BBC dopo la partita, il fatto che avresti potuto non farcela con i problemi medici che hai avuto? Questo fatto fa diventare più emozionante, significativo essere in finale?
Sì, decisamente. Non è un segreto che io abbia avuto un parto molto problematico, pieno di complicazioni. Credo di aver perso il conto dopo, tipo, quattro interventi chirurgici, ne ho subiti così tanti. Era diventata un’abitudine, ogni giorno dovevo sottopormi a un’operazione diversa. Ho avuto tanti problemi di circolazione, e a causa di questo, sono andata davvero vicina a non farcela, per un minuto. Non me lo ha detto nessuno fino a dopo, me ne ha parlato la mia agente Jill, raccontandomi quanto fosse stato tremendo, drammatico per chi mi stava aspettando. Sono contenta che non mi abbiano detto subito la gravità della situazione, mentre non ero ancora fuori pericolo. Sì, è stata dura. Per un periodo, non riuscivo nemmeno a camminare fino alla mia cassetta delle lettere. In tanti qui dicevano beh, deve andare in finale, come fosse ovvio. Ma per me, è un piacere e una gioia tanto grandi proprio perché ho passato momenti terribili meno di un anno fa.

Ne avevi passate di brutte anche negli anni scorsi, come quando ti sei ferita al piede. Questa, immagino, sarà stata la peggiore, la più dura. È stato così?
Beh, è interessante. Non lo so se è stata più dura, perché ora ho Olympia. Da parte mia, riesco a vedere solo gioia da tutto questo. Da un certo punto di vista sì, è stata la prova più dura, ma dall’altro è stata di gran lunga la più meravigliosa.

È frustrante per te pensare che, solo 10 mesi dopo aver dato alla luce tua figlia, la gente possa ritenere che arrivare in finale per te sia comunque la routine?
Non è frustrante. Direi che è piuttosto bello sentire la gente dire “oh, lei è favorita” quando invece negli ultimi 16 mesi ho disputato quattro tornei e stavo portando un altro essere umano dentro di me per metà del tempo. È interessante.

Julia ha detto che per lei è gratificante il fatto che contro di lei tu abbia giocato il tuo miglior tennis. Sei d’accordo?
Sì, penso che abbia giocato davvero bene. Ho dovuto  mettere in campo il mio miglior tennis. Non l’ho mai vista giocare così bene e l’ho vista tante volte. Mi piace davvero tanto vederla in campo. Sono felice di aver potuto giocare così.

I medici non ti hanno mai detto che non saresti potuta tornare a giocare a causa dell’embolia polmonare dopo il parto?
No, non hanno mai detto che non avrei potuto giocare di nuovo. Per molto tempo ho dovuto rinunciare a molte cose per quanto riguarda gli allenamenti e la preparazione.

Julia ha messo a segno molti vincenti e ha commesso pochi errori. Ha giocato molto bene eppure non ha avuto chance di vittoria. Quanto pensi sia frustrante giocare così bene e non avere alcuna possibilità nel match?
Non lo so. Penso abbia giocato benissimo. Come ho detto prima, ho dovuto alzare il livello perché l’ho vista giocare tante volte ma mai così bene, con pochissimi errori, tanti vincenti, così aggressiva, muovendosi davvero bene. Come ho detto, io gioco sempre con le avversarie al loro massimo livello e quindi devo alzare il mio.

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Brian Vahaly e il suo coming out: “L’ATP non aiuta i gay a sentirsi parte del tennis”

Quando l’ex numero 64 del mondo disse apertamente di essere gay ricevette oltre 1000 messaggi da parte degli hater, comprese minacce di rapimento per i suoi figli. Nonostante questo, spera che il suo percorso di auto-accettazione ispiri anche altri

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Brian Vahaly ai tempi della sua carriera da professionista (Credit: @Tennis on Twitter)

Qui l’articolo originale di ubitennis.net

L’americano Brian Vahaly non ha mai vinto un titolo ATP durante la sua carriera, ma in tanti lo considerando un apripista del mondo del tennis. Da giovane si impose come una delle più brillanti promesse del circuito juniores vincendo l’Easter Bowl e arrivando tra i primi venti al mondo. Dopo questi successi, Vahaly non passò subito al circuito maggiore ma scelse di giocare al college e laurearsi, un approccio che non era così comune a fine anni Novanta, a differenza di quanto succede adesso. Rappresentando Virginia raggiunse anche la finale del campionato NCAA da non testa di serie.

Da pro, Vahaly ha raggiunto un best ranking di numero 64 ATP e ha vinto cinque titoli Challenger. Durante la sua carriera ha affrontato giocatori come Micheal Chang, Andre Agassi, Juan Carlos Ferrero, Lleyton Hewitt, Carlos Moya e Gustavo Kuerten. Verso la fine della sua carriera, gli infortuni hanno iniziato ad ostacolare le sue performances sul circuito. Brian si è ritirato nel 2006 all’età di 27 anni e undici anni dopo ha detto per la prima volta di essere gay in un podcast. Una mossa coraggiosa che Vahaly spera possa ispirare altri nonostante tutta la negatività che ha ricevuto. Brian ha detto a Ubitennis.net che dopo quel podcast ha ricevuto più di 1000 messaggi d’odio. Nell’Open Era non c’è mai stato un tennista apertamente gay che abbia preso parte a un torneo del Grande Slam.

 

Oggi Vahaly vive a Washington con suo marito Bill Jones; la coppia ha due gemelli. Attualmente è l’amministratore delegato di Youfit Health Clubs, e ha deciso di parlare ad Ubitennis del percorso di accettazione della realtà che dovrebbe fare il tennis per essere più inclusivo verso i giocatori LGBTQ, della gestione della sua salute mentale da giocatore e di molti altri argomenti.

Sei stato al numero 64 del mondo, hai vinto cinque Challenger e hai giocato sette tornei dello Slam. Qual è il miglior ricordo della tua carriera?

Penso di poter dare due risposte. Un momento magico è stato quando ho battuto Micheal Chang, un mio idolo da adolescente. Il secondo è stato il torneo di Indian Wells 2003, quando vinsi contro Juan Carlos Ferrero (che di lì a poco sarebbe diventato numero uno del mondo), Fernando Gonzalez e Tommy Robredo. Quello fu un grandissimo momento per la mia carriera.

Prima di arrivare al circuito ATP hai giocato molto nei tornei dei college americani.

Ho giocato per Virginia per quattro anni. Mi sono laureato in un momento in cui non così tanti atleti dei college riuscivano a sbarcare nel circuito ATP. Le cose sono cambiate da John Isner e Steve Johnson in poi. Ora è bello vedere che diversi giocatori cresciuti nei college poi riescono a diventare professionisti. Personalmente, per me l’istruzione era molto importante.

Verso la fine della tua carriera hai patito un infortunio e precedentemente avevi detto che avevi bisogno di passare un periodo lontano dal tennis per gestire cose relative alla tua vita personale. Perché hai sentito la necessità di lasciare i campi per occuparti di questioni personali?

Ho avuto un problema alla cuffia dei rotatori e sono stato operato diverse volte. All’epoca pochi giocatori riuscivano a mantenersi competitivi quando arrivavano alla soglia dei trent’anni. Anche per questo ho iniziato a pensare di smettere, anche se poi le cose sono cambiate. Ho iniziato ad accettare la mia sessualità cercando di capire chi ero davvero. Semplicemente non mi sentivo incluso o accettato dallo sport che amavo. Più specificamente, era un ambiente molto conservatore. Quindi quando ho smesso di giocare sono sparito per un po’. In questo modo ho potuto riflettere meglio su alcune cose riguardanti me stesso e su quello che volevo davvero. Si è trattato di un processo di auto-esplorazione e all’epoca pensavo di poter riuscire a farlo meglio lontano dal tennis.

Hai detto che quello del tennis era un ambiente molto conservatore. Cosa intendi con questo?

Sul tour si facevano un sacco di battute omofobe. Si tratta di un circuito molto maschilista e competitivo. Non c’è rappresentanza per i gay, a differenza del circuito femminile. Sicuramente da giovane non avevo una grande personalità e avevo bisogno di capire al massimo me stesso, e sentivo che nel tennis non ci fosse nessuno con cui parlarne e nessuno che attraversasse qualcosa di simile.

Ti sei mai chiesto se la tua carriera avrebbe potuto essere diversa nel caso in cui avessi fatto coming out mentre eri attivo sul circuito?

Non mi piace pensare al “come sarebbe stato se”. Però mi chiedo se la qualità del mio gioco ne avrebbe beneficiato nel caso in cui fossi stato più libero mentalmente. Detto questo, so che durante gli anni Duemila non mi sarei sentito a mio agio a viaggiare in giro per il mondo. Alcuni paesi sono tuttora molto ostili nei confronti dei gay. C’era comunque una componente di rischio in un eventuale coming out, anche dal punto di vista economico. Come avrebbero reagito gli sponsor? Non si può sapere. Sono rischi che non vuoi correre se hai passato 25 anni a lavorare come tennista.

Oggi si parla molto di salute mentale dei giocatori riguardo anche casi famosi come quello di Naomi Osaka. Quindici anni fa queste discussioni non erano così accese, quindi come gestivi la tua vita sul tour?

Quando ero sul circuito avevo una psicologa sportiva, una donna di nome Alexis Castorri. Lei è stata molto influente su di me sia nel cercare di trarre quanto più era possibile dalla mia carriera sia una volta che ho smesso nell’aiutarmi a venire a patti con la mia sessualità. La salute mentale è un tema fondamentale per me. Sono seguito da una psicologa da 19 anni, e supporterò sempre chi dà priorità a questo aspetto.

Nel 2017 hai parlato pubblicamente della tua sessualità per la prima volta. Ti aspettavi quel tipo di reazioni?

Sapevo che per me sarebbe stato importante parlarne apertamente appena ne avessi avuto l’opportunità. Volevo solo dirlo una volta per tutte. Non prevedevo che sarei diventato un difensore di questa causa. Ma non volevo sentirmi come se mi stessi nascondendo, anche se ero già sposato. Dopo aver avuto figli, è cambiato il modo di pensare riguardo a ogni cosa e ho pensato che dovessi farmi avanti in qualche modo. Sono molto introverso, quindi tengo molto alla mia privacy, ma il fatto di avere figli ti cambia le cose.

Da quando ti sei esposto ci sono stati giocatori che ti hanno chiesto aiuto o consigli?

Non ho sentito nessuno del circuito ATP. Qualcuno con cui sono cresciuto ai tempi del tennis dei college sì, ma nessuno dal circuito professionistico. Dopo quel podcast in cui ho fatto coming out ho ricevuto una buona quantità di e-mail spiacevoli. Forse più di 1000 messaggi da persone che erano disgustate dal fatto che due uomini crescessero figli insieme. Ho ricevuto molto odio, ma sono stato avvantaggiato dal fatto di avere già una certa età, ero preparato psicologicamente e dunque tutto questo non ha avuto un grande impatto su di me. Ma quando la gente mi diceva che sapevano dove abitavo e che sarebbero venuti a portare via i bambini era spaventoso. La mia esperienza non è stata tutta rose e fiori, insomma. Devo accettare il fatto che c’è una buona parte degli Stati Uniti, e del resto del mondo che non crede sia accettabile il modo in cui la famiglia vive. Però lo sport mi ha insegnato a gestire le avversità.

Sul circuito ATP tuttora non ci sono membri LGBTQ, il che potrebbe essere una coincidenza oppure no. Pensi che il tennis maschile debba fare qualcosa in più per diventare un ambiente più aperto?

Se guardi a cosa stanno facendo nella NFL e nella NBA confrontandolo a quello che succede nell’ATP, delle differenze ci sono. Una delle ragioni per cui ora siedo nel board della USTA è cercare di cambiare in questo senso lo US Open. Come possiamo organizzare un Pride? Come possiamo allestire eventi simili? La USTA e lo US Open negli ultimi due anni hanno fatto ottimi passi avanti. Penso che l’ATP potrebbe aiutare, se avesse una mentalità più aperta. Al momento hanno deciso di non farlo. Direi che l’Australian Open in merito sta facendo un ottimo lavoro e mi auguro continui così. Non voglio fare prediche, ma sto cercando di promuovere una mentalità più aperta in modo che le persone LGBTQ capiscano che anche loro possono fare parte di questo sport.

Di recente il giocatore di football americano Carl Nassib ha fatto coming out. Quanto è stato importante?

La NFL è una cosa e il tennis un’altra, ma penso che comunque sia una cosa che aiuti. Il football americano del resto è uno degli sport dove il machismo impera di più. Vedere come tifosi e giocatori reagiscono è molto importante. Penso che Carl abbia gestito bene la situazione. Penso che non sia nemmeno una cosa su cui si debba discutere più di tanto. Spero che i tifosi lo capiscano, quando vedono un gay competere esattamente come gli altri. Il cambio di mentalità avverrà in tempi lunghi, ma è importante vedere che atleti così importanti prestano attenzione al tema.

Considerato quel che hai passato, che consigli daresti a chi potrebbe attraversare la tua stessa esperienza?

Trova qualcuno con cui parlare, qualcuno di cui ti fidi. Sappi che ci sono persone come noi là fuori, se hai domande. È bello avere qualcuno con cui parlare che possa aiutarti a imparare qualcosa su te stesso. Quello che faccio io è cercare di avere una vita normale. Ho una casa e due bambini, e li accompagno a scuola la mattina. Parlando di sport, vorrei far capire che puoi avere una grande carriera da atleta ed avere una famiglia a prescindere dalla tua sessualità.

Ora che ti sei ritirato dal tour da un po’ di anni, prenderesti in considerazione l’opportunità di tornare da coach o da addetto ai lavori, se arrivasse?

Onestamente non penso che sarei in grado di essere un buon coach. Sono abbastanza bravo a spiegare la tecnica e la meccanica dei colpi, ma finisce lì. Mi sono spostato nel settore del business e mi piace. Ho avuto alcuni grandi successi nella vita lontano dal tennis. E poi non penso che viaggiare molto mi piacerebbe ancora. Funzionava bene quando ero single e avevo vent’anni, ma ora sono un uomo di famiglia e mi piace passare del tempo a casa con i miei bambini. Certo, sarei felice se potessi essere d’aiuto a qualche giocatore, aiutando gli atleti relativamente alla loro forza mentale.

Cos’hai imparato nella tua carriera di tennista che ti ha poi aiutato in quella da imprenditore?

Amo il tennis e quello che mi ha insegnato in termini di gestione della sconfitta, della vittoria, della strategia di gioco. Grazie a questo ora sono molto competitivo nel settore del business e ho sviluppato buon intuito e buona capacità di prendere decisioni. Lavorando al di fuori del tennis ho capito che ci sono molte persone più intelligenti di me che però utilizzano in modo sbagliato le informazioni che hanno nel prendere una decisione. Tutto quel che ho ottenuto nel settore dell’imprenditoria lo devo a quel che ho imparato sul campo da tennis.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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“Lottiamo ancora per essere riconosciute come atlete”. Perché la rivalità Evert-Navratilova è la più grande

Le due si sono affrontate 80 volte in 16 anni. In un’intervista con Tennis Majors, Evert risponde a Djokovic che aveva detto: “La rivalità con Nadal è la più grande nella storia del tennis”

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Martina Navratilova e Chris Evert - Wimbledon 1978 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Qui l’articolo originale (19 dicembre 2020)


Alla vigilia della finale del Roland-Garros dello scorso anno tra Rafael Nadal e Novak Djokovic, è stato chiesto al serbo cosa ne pensasse della rivalità con lo spagnolo. Sottolineando il numero dei loro match (la finale è stata il loro cinquantaseiesimo incontro), Djokovic ha descritto Nadal come il suo “più grande rivale” e poi ha detto: “Penso che la nostra rivalità sia la più grande di sempre nella storia di questo sport. Ora, Djokovic stava senza dubbio pensando solo al tennis maschile. Ma questo è il punto. Chris Evert, ex-N.1 al mondo, vincitrice di 18 Slam e una delle figure più iconiche nella storia di questo sport, ha preso velocemente la palla al balzo.

Se Andy Murray avesse letto le dichiarazioni di Djokovic, ci avrebbe sicuramente tenuto a precisare che Nadal-Djokovic è la più grande rivalità “nel tennis maschile”, come ha fatto, per esempio, quando un giornalista di Wimbledon ha commesso l’errore di trascurare le donne citando una statistica.

Evert e Martina Navratilova, due donne che hanno dominato il loro sport per più di un decennio, si sono affrontate per ben 80 volte. E in un’intervista a Tennis Majors, Evert ha spiegato perché sentiva di dover ribattere a quella intervista.

Stiamo ancora lottando per essere riconosciute come atlete“, ha detto Evert. “E questo vale nella vita di tutti i giorni, vale sul posto di lavoro. Pensando a 50 anni fa, c’erano solo atleti uomini là fuori, solo gli uomini facevano sport. Penso che si tratti del solito problema, le donne hanno bisogno di una voce, vogliamo solo essere ascoltate. Credo che le cose siano migliorate molto, ma è ancora diffusa l’idea che gli uomini siano il sesso più forte. Gli atleti uomini sono tuttora più popolari delle donne. Credimi, non sono in cerca di vendetta contro Novak, sono inorridita dal fatto che si possa anche solo pensarlo. Non è affatto una crociata personale contro Novak. Volevo solo ribadire il principio: se vuoi fare quell’affermazione, almeno specifica che è la più grande rivalità nel tennis maschile. È davvero semplice”.

Una cosa che mi stupisce è che Martina abbia vinto Wimbledon nove volte e che nessuno ne parli mai”, ha aggiunto. “Nadal ha vinto il Roland Garros, quante volte, 13? Ma a parte lui qualcuno ha vinto uno Slam più di nove volte, no [dopo l’intervista Djokovic ha vinto l’Australian Open per la nona volta, ndr]? Di tanto in tanto il record di Navratilova a Wimbledon viene ricordato. Penso che il mio record di sette vittorie sui campi in terra battuta al Roland-Garros ottenga più pubblicità dei suoi nove trionfi a Wimbledon, quindi mi chiedo: perché il suo record non viene celebrato come merita? E che dire di Steffi Graf e del Golden Slam del 1988? Voglio dire, vittoria alle Olimpiadi e nei quattro Slam. Se l’avesse fatto un uomo, verrebbe ricordato in ogni momento. Al contrario, nessuno lo menziona mai”. Contestualizzando, Djokovic e Nadal si sono incontrati 58 volte in un arco di 15 anni; Nadal e Roger Federer 40 volte in 15 anni; mentre Djokovic e Federer si sono affrontati 50 volte in 15 stagioni.

EVERT VS NAVRATILOVA: STATISTICHE SBALORDITIVE

La rivalità di Evert con Navratilova è durata 16 stagioni, dal loro primo incontro ad Akron, Ohio, nel 1973, quando Evert vinse 7-6 6-3, all’ultimo, a Chicago nel 1988, quando Navratilova trionfò 6-2 6-2. Le statistiche riguardanti la loro rivalità sono semplicemente sbalorditive.

  • Partite totali: 80 (Navratilova 43-37)
  • Finali: 60 (Navratilova 36-24)
  • Finali del Grande Slam: 14 (Navratilova 10-4)
  • Partite del Grande Slam: 22 (Navratilova 14-8)
  • Partite conclusesi al terzo set: 29 (Evert 15-14)

UNA RIVALITÀ “AMPLIFICATA DALLE DIFFERENZE”

Per Evert e Navratilova, giocare l’una contro l’altra settimana dopo settimana era una parte delle rispettive vite. Come numero 1 e 2 per la maggior parte delle loro carriere, non si sono mai sottratte alla lotta, e si sono sempre fatte valere. Evert ha vinto 16 dei primi 20 incontri, ma quando Navratilova si è trasformata in una super-atleta la dinamica è cambiata, e quest’ultima ha finito per primeggiare nel testa a testa. “Non ricordo nemmeno quando ho iniziato a pensare che fosse qualcosa di più grande di noi, che la cosa più importante nel tennis in quel momento fosse la nostra rivalità“, ha detto Evert. “Non ricordo nemmeno a che punto fossimo nella rivalità, ma Martina e io continuavamo a migliorarci a vicenda. Per un certo periodo di tempo abbiamo lasciato indietro tutte le nostre avversarie“.

Ciò che rendeva la loro rivalità così avvincente era il fatto che fossero agli opposti in quasi tutti i modi. Da un lato c’era Evert, la fidanzata d’America, una giocatrice che privilegiava il gioco da fondocampo, destrimane infallibilmente accurata e imperturbabile in campo; dall’altra la mancina Navratilova, interprete del serve-and-volley, proveniente da quella che allora era la Cecoslovacchia, eclettica, vistosa e senza paura nel mostrare le proprie emozioni. La coppia era sulle copertine delle riviste, nelle campagne pubblicitarie – erano il volto del tennis.

Penso che il tutto fosse amplificato dalle differenze, dai contrasti“, ha detto Evert. “Se la rivalità principale fosse stata fra me e Tracy (Austin), giocatrici di stampo simile, o fra Martina e Jana Novotna, anche loro simili, avrebbe avuto lo stesso impatto? Non credo proprio. Penso che le nostre fossero entrambe storie così affascinanti e diverse per via dei nostri trascorsi, delle nostre convinzioni, per come siamo cresciute, per gli stili di gioco e le personalità. Tutto quello che si vedeva di noi da fuori era così diverso. Lei ha portato le sue qualità, io le mie; il risultato era di avere il doppio dei fan che normalmente avrebbero guardato una partita, quindi penso che la nostra dinamica abbia davvero aiutato il gioco”.

Martina Navratilova e Chris Evert – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Evert e Navratilova erano grandi rivali in campo, ma per la maggior parte del tempo erano buone amiche al di fuori di esso. Si ritrovavano a contatto così spesso che, come dice Evert, erano quasi l’una l’allenatrice dell’altra. “Siamo state costrette a scavare in profondità e sviluppare una strategia adatta ad affrontarci molto più di quanto dovessimo fare contro le altre“, continua. “Eravamo alla pari. Non eravamo paragonabili fisicamente – lei era un’atleta naturale molto migliore di me – ma all’inizio io ero molto più forte mentalmente di lei. Quindi era come se fossimo agli opposti, ma, quando prendi tutte le nostre caratteristiche e le confronti nel complesso, alla fine il nostro livello era così simile che abbiamo dovuto esaminare a fondo il gioco e la mente dell’altra e capire come affrontarci“.

UN RAPPORTO PERSONALE AFFASCINANTE QUANTO LA RIVALITÀ SUL CAMPO

Se il mattone tritato era il regno di Evert – ha vinto 11 dei loro 14 scontri sulla terra – l’erba apparteneva a Navratilova, che ha vinto 10 volte su 15. Erano appaiate 8-8 sui campi in cemento, mentre sul sintetico utilizzato per i numerosi tornei indoor dell’epoca la ceca (cittadina americana dall’81), fu inarrivabile, con un vantaggio di 22-13. “Ci innervosivamo entrambe in momenti diversi. Ogni volta che scendevo in campo sull’erba con Martina, specialmente a Wimbledon, dicevo a me stessa ‘cosa posso fare? Devo fare i salti mortali per battere questa donna sull’erba?’ Mi sentivo come se fosse una battaglia persa. Molto spesso avevo già perso all’ingresso in campo, e penso che a volte anche lei si sentisse così sulla terra. Probabilmente si diceva, ‘oh mio Dio, devo essere così paziente, quella ragazza mi rimanderà mille palle, mi farà impazzire‘“.

Il rapporto personale era forse avvincente quanto la rivalità in campo, però. “La nostra relazione era fatta di alti e bassi“, continua Evert. “All’inizio ricordo di aver giocato in doppio con lei. Io ero numero 1 e lei numero 4, poi N.3 e N.2. Poi ha iniziato a battermi perché ci allenavamo assieme e in più facevamo coppia in doppio. Mi dissi, ‘penso che stia iniziando a conoscere troppo bene il mio gioco’. Così ho rotto quella partnership, perché sentivo che il singolare fosse la cosa più importante per me. Sono andata da lei e gliel’ho detto in modo carino. Più tardi, quando aveva Nancy Lieberman come sua allenatrice, ricordo che Nancy le diceva, ‘devi odiarla, devi odiare Chrissy! In che senso vorresti invitarla a cena? No, devi odiarla, non avere niente a che fare con lei’. Questo è il modo in cui Nancy giocava, e con successo. Allora Martina è diventata una persona diversa, e sfortunatamente non siamo stati affatto vicine in quel periodo”.

A Evert piace scherzare sul fatto che la sua rivalità con Navratilova sia stata la relazione più lunga della sua vita. Entrambe le donne hanno vinto 18 titoli del Grande Slam in singolare, e tra di loro hanno conquistato 324 titoli, sempre in singolare (Navratilova conduce di poco, 167-157). Insieme hanno contribuito a rivoluzionare il gioco, e rimangono tutt’oggi amiche. “Quando Martina si è messa con Judy Nelson, lei le diceva: ‘Chrissie è così gentile. Perché non la invitiamo a cena?‘”, racconta Evert. “Sono andata ad Aspen, e sono rimasta a casa loro per una settimana. È lì che ho conosciuto Andy Mill, il mio ex-marito. A quel punto, eravamo a metà degli anni ’80, mancavano quattro o cinque anni alla fine della mia carriera, ed eravamo abbastanza mature da renderci conto che potevamo separare la vita professionale e quella personale. Ok, andiamo là fuori e cerchiamo di batterci con ogni mezzo, ma possiamo anche essere amiche. Penso che la cosa più interessante non sia l’aspetto tennistico quanto quello personale, quello di due donne che vogliono essere amiche, pur così diverse, e che si sono lasciate vedere dall’altra in momenti di grande vulnerabilità, e per questo devono isolarsi un po’ perché vogliono giocare al meglio l’una contro l’altra“.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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Steve Flink: “All’inizio Djokovic è stato fortunato perché Berrettini era più nervoso di lui”

Impressioni su Wimbledon. Dai progressi di Matteo alle fragilità di Zverev. Barty si conferma la più forte. Federer potrà reggere altre sconfitte come quella con Hurkacz?

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Il terzo Slam dell’anno si è concluso (a livello maschile) con il medesimo vincitore dei primi due, vale a dire un Novak Djokovic sempre più vicino al Grande Slam, mentre Ashleigh Barty ha conquistato il suo secondo Major in assoluto e il primo ai Championships. Di questo e di altro ancora hanno parlato il direttore Scanagatta e Steve Flink nella consueta chiacchierata virtuale di fine Slam. Di seguito il video:

I PUNTI SALIENTI

00:00 – Flink: “Entrambi pensavamo arrivasse Zverev in finale. Per Berrettini è stato un bene non giocare con Zverev e con Federer, ma piuttosto con Hurkacz. Berrettini ha servito molto bene e ha fatto un grande torneo. Chi non lo conosceva si è divertito molto a vederlo giocare nel match contro Djokovic”.

 

01:45 – Ubaldo: “Sono rimasto sorpreso dalla rimonta di Matteo nel primo set e dal nervosismo di Djokovic all’inizio del match, anche se poi è stato in grado di cambiare passo. Berrettini all’inizio ha commesso errori che non aveva commesso nei match precedenti e la sua percentuale di prime nei primi otto-dieci game è stata circa del 43%”. Flink: “Djokovic è stato fortunato all’inizio che il suo avversario fosse più nervoso di lui”. Ubaldo: “Nessuno si aspettava che Berrettini lottasse con Djokovic per tre ore e 25 minuti”. Flink: “Il punteggio non esprime quanto combattuto sia stato il match”.

06:35 – Ubaldo: “Se osserviamo i risultati di Zverev negli Slam, si nota che non ha mai battuto un Top 10. Questo mostra la sua fragilità, già emersa quando è andato a servire per il match contro Thiem allo scorso US Open”. Flink: “Io penso stia facendo dei progressi e penso che la sua reazione sia molto buona, perché quando un giocatore di quella caratura è arrabbiato per le sconfitte e non cerca scuse è un buon segno”.

08:25 – Su Korda. Ubaldo: “Gioca bene, è un giocatore solido, sono certo che otterrà buoni risultati in futuro, è di gran lunga il miglior americano”. Flink: “Mi aspetto che entro la fine dell’anno si spinga fino alla Top 20”.

10:45 – Su Shapovalov. Flink: “Penso che abbia giocato in maniera eccezionale contro Djokovic e che il risultato non gli rende giustizia”. Ubaldo: “La mia impressione è che abbia giocato molto bene quando non era sotto pressione, mentre perdeva qualcosa nei momenti decisivi. Il talento non si discute. Penso sia uno dei giocatori più interessanti. Preferisco vedere giocare lui rispetto ad Auger-Aliassime”. Flink: “Io li considero quasi allo stesso livello. Sono entrambi belli da vedere e saranno a lungo Top 10; forse si sfideranno per uno Slam in futuro”.

15:15 – Sulla sfida tra Hurkacz e Berrettini. Flink: “Hurkacz non ha servito come doveva e non aveva idea di come rispondere al servizio di Berrettini. È stato fortunato a vincere il terzo set”. Ubaldo: “Berrettini è stato bravo a breakkarlo immediatamente nel primo gioco del quarto”.

16:50 – I progressi di Berrettini. Ubaldo: “Non sono solo piacevolmente sorpreso dalla finale raggiunta, ma anche dai progressi fatti sul rovescio, che è il suo punto debole. Ha usato spesso lo slice. Ha colpito piatto in risposta e ha usato lo slice entrando nello scambio”. Flink: “Ha fatto molti progressi rispetto alla semifinale dello US Open del 2019 per diversi motivi: riesce a spingerlo, a rispondere e ad usare uno slice aggressivo”.

27:05 – Su Djokovic e le Olimpiadi. Ubaldo: “Ho l’impressione che lui non voglia andare per l’assenza di pubblico, anche se per lui può essere un torneo facile da vincere. Credo che alla fine non andrà”. Flink: “È un viaggio lungo. Ha bisogno di riposo visto che ha giocato due Major in poche settimane. Penso che prenderà una pausa e concentrerà tutte le sue energie a New York, perché quello è l’obiettivo storico che lui realmente vuole raggiungere”. Ubaldo: “Lui è molto patriottico e in Serbia spingono molto per la sua partecipazione, è difficile per lui dire di no ad una medaglia quasi certa per il suo paese”.

35:35 – Su Federer. Flink: “Sa di essere stato un po’ fortunato nel match con Mannarino, anche se penso avrebbe vinto. Ha avuto un buon tabellone fino al match con Hurkacz. La cosa sorprendente nel match perso è stato il calo a livello mentale. Per qualche ragione si è buttato giù, è sembrato scoraggiato”. Ubaldo: “Sono stato sorpreso nel vederlo sbagliare molti diritti, non so se sia a causa delle ginocchia. Per chi ha sempre avuto il diritto come punto di forza, sbagliarlo può buttare giù e far perdere la fiducia in sé stessi”. Flink: “Anche il servizio non è stato così devastante”.

41:40 – Flink:” Non penso che Federer tollererà molti match come quello sul Centrale. Spero che la gente intorno a lui sia onesta dicendo cosa pensano realmente dell’immediato futuro”. Ubaldo: “Deve ascoltare le persone di cui si fida perché l’agente spingerà per farlo giocare per sempre”.

45:30 – Il torneo femminile. Flink: “Barty ha meritato il successo, sa come giocare su questa superficie”. Ubaldo: “I primi tre games e mezzo in cui Pliskova non ha fatto un punto sono stati utili: il pubblico ha iniziato a tifare per lei perché voleva una finale combattuta. Se non fosse successo, il gioco di Barty (più bello da vedere) li avrebbe probabilmente convinti a supportare lei a discapito di Pliskova”.

52:30 – Su Gauff. Flink: “Coco sta ancora imparando, sta migliorando molto quest’anno ma Kerber è una giocatrice completamente diversa da quelle che ha incontrato quest’anno, mancina, serve molto bene ed è molto intelligente nel gioco. Coco imparerà da questo match e sarà una grande minaccia allo US Open”.

Transcript a cura di Giuseppe Di Paola

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