Dominio Fab e la speranza Giorgi: Wimbledon dà i numeri

Le prime volte tra gli uomini, gli psicodrammi tra le donne. E gli azzurri che avrebbero potuto fare meglio

Dominio Fab e la speranza Giorgi: Wimbledon dà i numeri
Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

2 – i tennisti nel singolare maschile di questo Wimbledon – Mackenzie McDonald, classe 95, e Stefanos Tsitsipas, nato nel 98 – ad essere arrivati per la prima volta agli ottavi in un Major. Nei quarti di questi Championships 2018 le tradizionali gerarchie sono state ancor di più rispettate che nella precedente parte del torneo: non era presente nemmeno un giocatore nato dal 1991 in poi (Milos Raonic, il più giovane degli otto, è del dicembre 1990), ben cinque tennisti erano over 30 e i restanti due (Nishikori e Del Potro) erano in procinto di divenire trentenni. Va in archivio un’edizione del singolare maschile di Wimbledon spettacolare nelle fasi finali, rivelatasi anche “conservatrice” dal punto di vista dei protagonisti proposti nelle fasi calde del torneo, al netto degli harakiri di Cilic e, soprattutto, Federer. Una caratteristica di questa edizione confermata anche da un altro dato: ben sette dei tennisti (faceva eccezione Isner) giunti ai quarti avevano già giocato almeno una finale Slam. Si sa del resto, che Wimbledon ha gran rispetto per il rispetto delle tradizioni.

John Isner – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

3 – i soli Majors nei quali Garbine Muguruza è riuscita ad arrivare quantomeno nei quarti, dopo aver vinto il primo Slam della sua carriera a Parigi nel giugno 2016. La vittoria in finale su Serena sembrava la definitiva consacrazione ad altissimi livelli della spagnola di origine venezuelana. Invece, nei successivi nove Slam giocati, l’ex numero 1 al mondo ha deluso con sconfitte assolutamente inspiegabili rispetto al suo grande valore: fatta eccezione per il grande successo a Wimbledon 2017, capace di lanciarla sino al primato in classifica, per ben quattro volte Garbine si è fermata già al secondo turno, di cui ben due quest’anno. A gennaio a Melbourne aveva perso da Su-Wei Hsieh, all’epoca 88 WTA; a Londra dieci giorni fa ha ceduto invece alla Van Uytvanck, 46 WTA. Sconfitte che confermano la grande discontinuità della spagnola classe ’93, sempre incapace di fare il salto di qualità definitivo (anche dopo la sua prima finale Slam a Wimbledon 2015, prima di vincere a Parigi l’anno successivo, era incappata in due sconfitte molto premature a New York e Melbourne).

 

4 – i giocatori capaci di vincere Wimbledon nelle ultime sedici edizioni. Dopo l’inarrivabile Federer (8 titoli e 3 finali a Wimbledon, 179 vittorie e 27 sconfitte nelle partite giocate su erba, per una percentuale di successi pari all’87%) anche i numeri confermano quanto suggerito dalle ultime due settimane. Il secondo gradino del podio appartiene infatti a Djokovic (4 titoli e una finale a Church Road, nonché la seconda migliore percentuale di successi sull’erba tra i protagonisti dell’ultimo quindicennio presi in considerazione, grazie alle 88 vittorie e 18 sconfitte rimediate in carriera, pari all’83%). Nadal (2 titoli e 3 finali, 66 v/19s, corrispondenti al 77% di successi) e Murray (2 titoli e una finale, con un lusinghiero 81% di vittorie derivanti da 110 vittorie e 25 sconfitte sui prati) completano, ancor più che in qualunque altro torneo, i nomi di chi ha monopolizzato l’albo d’oro dei Championships.

Novak Djokovic e Rafa Nadal – Wimbledon 2011 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Dal 2003, anno del primo successo di Federer, gli ormai celeberrimi Fab Four si sono divisi i successi a Church Road e giocato tra loro la metà delle finali (ben otto). Solo altri sei tennisti sono stati così bravi da giungere quantomeno in finale: Philippousis (58-30, 66%), Roddick, capace di arrivarci ben tre volte (86-22, 80%), Berdych (67-30, 69%), Raonic (42-20, 68%), Cilic (66-27, 71%) e, quest’anno, Anderson (46-29, 61 %, la percentuale più bassa tra chi dal 2003 è arrivato a giocare la seconda domenica). Il tennis resterà uno sport stupendo anche quando appenderanno le racchette al chiodo, ma quanto ci mancheranno i Fab Four!

5 – le eliminazioni, in 35 secondi turni giocati nei Major, di Marin Cilic. Il tennista nato a Medjugorje, oramai sulla soglia dei 30 anni (li compie a settembre) è incappato in una clamorosa sconfitta contro l’argentino Guido Pella, 72 ATP. Una grossa sorpresa negativa: da molti era considerato come il secondo favorito per la vittoria del titolo, dopo aver giocato la migliore stagione sulla terra della carriera e aver conquistato il titolo al Queen’s, sconfiggendo Kyrgios e Djokovic. Un tonfo reso tra l’altro ancora più amaro dall’andamento del punteggio della sua partita contro Pella, che lo aveva visto vincere facilmente i primi due set, nonché dalla prematura eliminazione di Federer, suo possibile avversario in semifinale. E dire che Marin nei tornei dello Slam, dove ha vinto un titolo, raggiunto due finali e complessive cinque semi, dal 2011 solo una volta ha perso al primo turno (Trungelliti al Roland Garros 2016). Inoltre, in tutta la carriera, si era fermato solo quattro volte al secondo turno e in ben tre di questi casi, contro tennisti di valore elevato, capaci quantomeno di arrivare nella top ten (Wawrinka al RG 2008, Nishikori agli US Open 2010, Simon agli AO 2014). L’unica eccezione in tal senso è costituita da quella che era l’ultima sconfitta in ordine di tempo in un secondo turno di un Major: l’anno scorso agli Australian Open, contro il controverso Daniel Evans.

7 – le eliminazioni al primo turno, due delle quali negli Slam (Roland Garros e US Open), rimediate da Angelique Kerber nel suo fallimentare 2017, nel quale aveva conquistato una sola finale (nel piccolo International di Monterrey) e due semifinali. Risultati che le erano costati, dopo aver chiuso il 2016 da numero 1 del mondo, il dover ripartire quest’anno fuori dalla top 20. Un inizio di 2018 confortante in quanto a continuità ad alti livelli – vittoria al Premier di Sydney, seguita dalla sconfitta di un soffio in semi con la Halep a Melbourne e dall’essere giunta sempre almeno ai quarti sino a fine aprile, quando ha perso al secondo turno di Stoccarda – le avevano consentito il ritorno nella top ten. Sul rosso, i due quarti raggiunti a Roma e Parigi (sconfitta rispettivamente da Svitolina e in tre set Halep) avevano confermato la sua lenta ma costante risalita, un’inerzia interrotta solo parzialmente dall’esordio nella stagione sull’erba, timbrato con una sconfitta inopinata al primo turno, seppur con una erbivora come Riske.

Le semifinali raggiunte a Eastbourne avevano fatto da buon prologo al magico cammino di Wimbledon, nel quale Angelique ha perso un set (3-6 6-2 6-4) solo nel secondo turno, contro la statunitense classe 2000 Claire Liu, 238 WTA. Negli ultimi cinque incontri del suo straordinario torneo londinese l’ex numero 1 del mondo ha avuto la meglio – dopo il primo turno conquistato ai danni della Zvonareva (7-5 6-3), 141 WTA, e il su citato sofferto successo sulla Liu in quello successivo – su Naomi Osaka (6-2 6-4), 18 WTA; Belinda Bencic (6-1 7-6) 56 WTA, Daria Kasatkina (6-3 7-5), 15 WTA; Jelena Ostapenko (duplice 6-3), 12 WTA; Serena Williams (6-3 6-3), 181 WTA. La vittoria ai Championships fuga ogni residuo dubbio sulla “casualità” del suo fantastico 2016.

Angelique Kerber – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

9 – le partite vinte da Grigor Dimitrov, nei dieci tornei ai quali ha partecipato, dopo aver raggiunto la finale a febbraio all’ATP 500 di Rotterdam, un piazzamento che sembrava stesse per restituire il 27enne bulgaro ai livelli di fine 2017, dopo il per lui deludente Australian Open (eliminazione ai quarti contro Edmund). Invece, il peggio per l’ex numero 3 del mondo doveva ancora venire: ben cinque eliminazioni nell’esordio nel torneo (Dubai, Indian Wells, Madrid, Roma e Wimbledon) e altre due entro il turno successivo. Non può bastare la buona semifinale raggiunta a Monte Carlo per cancellare le deludenti sconfitte contro tennisti non al loro meglio (Djokovic al Queens, Wawrinka a Wimbledon) o dalla mediocre classifica e dal minor talento (due volte Verdasco, Chardy, Jaziri). Che fine ha fatto il tennista brillante ammirato a Londra appena lo scorso novembre?

10 – i tennisti italiani ad aver partecipato ai tabelloni di singolare in questa edizione di Wimbledon. Sei di loro (Berrettini, Cecchinato, Fognini, Giorgi, Lorenzi, Seppi) sono stati ammessi per diritto di classifica; Fabbiano e Travaglia sono stati bravi a qualificarsi, altri due (Bolelli e Sonego) sono stati un po’ meno abili ma quantomeno fortunati: sono stati ripescati nel main draw come lucky loser dopo aver perso al terzo turno delle quali. La più brillante di tutta la spedizione azzurra è stata l’unica donna, Camila Giorgi, bravissima a raggiungere i primi quarti della carriera in uno Slam e ad affrontare con personalità Serena Williams, strappandole per la prima volta, dopo tre precedenti confronti, un set. Tra gli uomini, chi può definirsi più soddisfatto è Thomas Fabbiano: dopo aver vinto le tre gare di quali sui prati di Roehampton, ha sconfitto nel main draw l’indiano Bhambri, 85 ATP, e soprattutto Wawrinka, 225 ATP. Quella contro lo svizzero è stata sin qui la vittoria più importante della carriera per Thomas: Stan non è più il campione che eravamo abituati a conoscere, ma è pur sempre un tennista capace di sconfiggere nel turno precedente Dimitrov.

Terzo turno raggiunto anche da Fabio Fognini, ma con stati d’animo opposti rispetto al pugliese: il ligure aveva sconfitto l’anno scorso sugli stessi prati facilmente Vesely, 103 ATP, capace di prendersi quest’anno un’amara rivincita sul nostro tennista. Tanti i rimpianti per il numero 1 azzurro: Fabio ha convertito una sola delle quattordici palle break avute a disposizione contro il ceco e, arresosi in quattro set, ha sprecato la grandissima chance di eguagliare il suo best career ranking, 13 ATP, e, soprattutto, di diventare il primo italiano a raggiungere almeno una volta gli ottavi in ognuno dei quattro Slam. Bene anche Berrettini, capace di sconfiggere per la prima volta in carriera un top 20 (Sock, 15 ATP), Lorenzi (appena alla quinta vittoria stagionale nel circuito maggiore, speriamo sia un segnale di ripresa, il suo successo su Djere!) e Bolelli (dopo un anno nuovamente al secondo turno in un Major). Nulla da recriminare a Seppi, Sonego e Travaglia, sconfitti da avversari attualmente più forti di loro, soprattutto sull’erba (rispettivamente Anderson, Fritz e Millman). Infine, lascia qualche ombra di delusione la sconfitta al primo turno dell’eroe di Parigi, Cecchinato, fermato al primo turno dal promettente australiano De Minaur, 77 ATP. Bene, ma non benissimo.

12 – le partecipazioni al main draw di Wimbledon da parte di Caroline Wozniacki, dalle quali è riuscita a ricavare solo sei approdi agli ottavi di finale, tre eliminazioni al secondo turno e due al primo. Numeri che confermano le difficoltà psicologiche della danese, forse prematuramente apparse superate lo scorso gennaio, dopo la sua vittoria a Melbourne. Wimbledon resta almeno per un altro anno l’unico Slam dove non è riuscita a raggiungere i quarti. Non si può trattare certamente di un problema meramente tecnico, ricordando come la danese sia capace sui prati di esprimersi meglio di come fa a Wimbledon. Basta analizzare del resto lo score di Wozniacki nel prestigioso Premier di Eastbourne: la danese nell’East Sussex ha vinto due titoli (l’ultimo quest’anno in finale sulla Sabalenka), raggiunto una finale e tre semifinali. Erba sempre amara per Caroline.

13 – gli Slam già giocati da Alexander Zverev, una categoria di tornei nei quali appena due volte è riuscito ad arrivare alla seconda settimana. L’anno scorso, quando si fermò agli ottavi di Wimbledon, vi approdò per la prima volta. La seconda è arrivata invece un mese e mezzo fa, quando al Roland Garros è stato sconfitto ai quarti da Thiem. In quest’edizione dei Championships il giovane tedesco ha deluso nuovamente le grandi aspettative riposte su di lui, fermandosi al terzo turno contro il talento cristallino, ma decisamente incostante, di Ernest Gulbis. Alcuni iniziano a credere che la sua sia una vera e propria maledizione e soprattutto, una cronica difficoltà psicofisica ad adattarsi alla distanza del tre su cinque. In tal senso, visto che gli è stata predetta da tanti addetti ai lavori una carriera a livelli altissimi, per provare a capirci qualcosa in più è utile andare a vedere cosa avevano fatto i grandissimi campioni di questi ultimi quindici anni – i cosiddetti Fab 4 – alla attuale età di Zverev, 21 anni e 2 mesi (Alexander è nato il 20 aprile del 1997). Nell’analisi non può essere dimenticato l’attuale score di Sascha, già capace di essere numero 3 del mondo, vincere tre Masters 1000 e fare altre due finali in tornei di questa categoria.

Da tale confronto si evince come l’unico tennista col quale il tedesco non possa in tal senso paragonarsi sia Rafael Nadal, che all’età di Sascha aveva giocato 14 Slam, era già numero 2 del mondo, aveva vinto tre Roland Garros, fatto due finali a Wimbledon, raggiunto complessivamente sette volte i quarti nei Major, vinto nove Masters 1000 e raggiunto altre due volte la finale in tornei di questa categoria. Risulta già più similare l’andamento di Zverev con quello di Novak Djokovic, che a 21 anni e 2 mesi era anch’egli 3 del mondo, ma aveva già giocato due finali nei Major (vittoria agli Australian Open 2008 su Tsonga e sconfitta agli Us Open 2007 da Federer), raggiunto complessive sei volte i quarti in questi tornei, vinto quattro Masters 1000 (Miami e Canada 2007 , Indian Wells e Roma 2008) e raggiunto una finale in quest’ultima tipologia di tornei.

Risulta soprattutto interessante notare come l’attuale primatista di Major vinti, Federer, a 21 anni e 2 mesi fosse solo numero 9 al mondo e che, in 14 Slam giocati, avesse raggiunto solo due volte i quarti (sempre nel 2001: al Roland Garros sconfitto da Corretja e a Wimbledon eliminato da Henman). Inoltre, l’elvetico nei Masters 1000 era giunto solo due volte in finale (entrambe nel 2002, vittorioso ad Amburgo su Safin e sconfitto da Agassi a Miami). Ancora più confortante per Sascha diviene infine il confronto con Andy Murray: lo scozzese a 21 anni e 2 mesi aveva raggiunto al massimo la nona posizione del ranking, solo una volta era arrivato ai quarti di finale in uno Slam (Wimbledon 2008, sconfitto nettamente da Nadal) e nei Masters 1000 aveva raggiunto quattro semifinali, sparse tra il 2006 e il 2008, una per ciascun Masters 1000 nordamericano. Dieci e passa anni fa era tutto diverso e questi dati sono puramente indicativi e studiati per curiosità, ma si può asserire che per Sascha non sia già troppo tardi per compiere il definitivo salto di qualità.

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