Dominio Fab e la speranza Giorgi: Wimbledon dà i numeri

Numeri

Dominio Fab e la speranza Giorgi: Wimbledon dà i numeri

Le prime volte tra gli uomini, gli psicodrammi tra le donne. E gli azzurri che avrebbero potuto fare meglio

Pubblicato

il

2 – i tennisti nel singolare maschile di questo Wimbledon – Mackenzie McDonald, classe 95, e Stefanos Tsitsipas, nato nel 98 – ad essere arrivati per la prima volta agli ottavi in un Major. Nei quarti di questi Championships 2018 le tradizionali gerarchie sono state ancor di più rispettate che nella precedente parte del torneo: non era presente nemmeno un giocatore nato dal 1991 in poi (Milos Raonic, il più giovane degli otto, è del dicembre 1990), ben cinque tennisti erano over 30 e i restanti due (Nishikori e Del Potro) erano in procinto di divenire trentenni. Va in archivio un’edizione del singolare maschile di Wimbledon spettacolare nelle fasi finali, rivelatasi anche “conservatrice” dal punto di vista dei protagonisti proposti nelle fasi calde del torneo, al netto degli harakiri di Cilic e, soprattutto, Federer. Una caratteristica di questa edizione confermata anche da un altro dato: ben sette dei tennisti (faceva eccezione Isner) giunti ai quarti avevano già giocato almeno una finale Slam. Si sa del resto, che Wimbledon ha gran rispetto per il rispetto delle tradizioni.

John Isner – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

3 – i soli Majors nei quali Garbine Muguruza è riuscita ad arrivare quantomeno nei quarti, dopo aver vinto il primo Slam della sua carriera a Parigi nel giugno 2016. La vittoria in finale su Serena sembrava la definitiva consacrazione ad altissimi livelli della spagnola di origine venezuelana. Invece, nei successivi nove Slam giocati, l’ex numero 1 al mondo ha deluso con sconfitte assolutamente inspiegabili rispetto al suo grande valore: fatta eccezione per il grande successo a Wimbledon 2017, capace di lanciarla sino al primato in classifica, per ben quattro volte Garbine si è fermata già al secondo turno, di cui ben due quest’anno. A gennaio a Melbourne aveva perso da Su-Wei Hsieh, all’epoca 88 WTA; a Londra dieci giorni fa ha ceduto invece alla Van Uytvanck, 46 WTA. Sconfitte che confermano la grande discontinuità della spagnola classe ’93, sempre incapace di fare il salto di qualità definitivo (anche dopo la sua prima finale Slam a Wimbledon 2015, prima di vincere a Parigi l’anno successivo, era incappata in due sconfitte molto premature a New York e Melbourne).

4 – i giocatori capaci di vincere Wimbledon nelle ultime sedici edizioni. Dopo l’inarrivabile Federer (8 titoli e 3 finali a Wimbledon, 179 vittorie e 27 sconfitte nelle partite giocate su erba, per una percentuale di successi pari all’87%) anche i numeri confermano quanto suggerito dalle ultime due settimane. Il secondo gradino del podio appartiene infatti a Djokovic (4 titoli e una finale a Church Road, nonché la seconda migliore percentuale di successi sull’erba tra i protagonisti dell’ultimo quindicennio presi in considerazione, grazie alle 88 vittorie e 18 sconfitte rimediate in carriera, pari all’83%). Nadal (2 titoli e 3 finali, 66 v/19s, corrispondenti al 77% di successi) e Murray (2 titoli e una finale, con un lusinghiero 81% di vittorie derivanti da 110 vittorie e 25 sconfitte sui prati) completano, ancor più che in qualunque altro torneo, i nomi di chi ha monopolizzato l’albo d’oro dei Championships.

 

Novak Djokovic e Rafa Nadal – Wimbledon 2011 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Dal 2003, anno del primo successo di Federer, gli ormai celeberrimi Fab Four si sono divisi i successi a Church Road e giocato tra loro la metà delle finali (ben otto). Solo altri sei tennisti sono stati così bravi da giungere quantomeno in finale: Philippousis (58-30, 66%), Roddick, capace di arrivarci ben tre volte (86-22, 80%), Berdych (67-30, 69%), Raonic (42-20, 68%), Cilic (66-27, 71%) e, quest’anno, Anderson (46-29, 61 %, la percentuale più bassa tra chi dal 2003 è arrivato a giocare la seconda domenica). Il tennis resterà uno sport stupendo anche quando appenderanno le racchette al chiodo, ma quanto ci mancheranno i Fab Four!

5 – le eliminazioni, in 35 secondi turni giocati nei Major, di Marin Cilic. Il tennista nato a Medjugorje, oramai sulla soglia dei 30 anni (li compie a settembre) è incappato in una clamorosa sconfitta contro l’argentino Guido Pella, 72 ATP. Una grossa sorpresa negativa: da molti era considerato come il secondo favorito per la vittoria del titolo, dopo aver giocato la migliore stagione sulla terra della carriera e aver conquistato il titolo al Queen’s, sconfiggendo Kyrgios e Djokovic. Un tonfo reso tra l’altro ancora più amaro dall’andamento del punteggio della sua partita contro Pella, che lo aveva visto vincere facilmente i primi due set, nonché dalla prematura eliminazione di Federer, suo possibile avversario in semifinale. E dire che Marin nei tornei dello Slam, dove ha vinto un titolo, raggiunto due finali e complessive cinque semi, dal 2011 solo una volta ha perso al primo turno (Trungelliti al Roland Garros 2016). Inoltre, in tutta la carriera, si era fermato solo quattro volte al secondo turno e in ben tre di questi casi, contro tennisti di valore elevato, capaci quantomeno di arrivare nella top ten (Wawrinka al RG 2008, Nishikori agli US Open 2010, Simon agli AO 2014). L’unica eccezione in tal senso è costituita da quella che era l’ultima sconfitta in ordine di tempo in un secondo turno di un Major: l’anno scorso agli Australian Open, contro il controverso Daniel Evans.

7 – le eliminazioni al primo turno, due delle quali negli Slam (Roland Garros e US Open), rimediate da Angelique Kerber nel suo fallimentare 2017, nel quale aveva conquistato una sola finale (nel piccolo International di Monterrey) e due semifinali. Risultati che le erano costati, dopo aver chiuso il 2016 da numero 1 del mondo, il dover ripartire quest’anno fuori dalla top 20. Un inizio di 2018 confortante in quanto a continuità ad alti livelli – vittoria al Premier di Sydney, seguita dalla sconfitta di un soffio in semi con la Halep a Melbourne e dall’essere giunta sempre almeno ai quarti sino a fine aprile, quando ha perso al secondo turno di Stoccarda – le avevano consentito il ritorno nella top ten. Sul rosso, i due quarti raggiunti a Roma e Parigi (sconfitta rispettivamente da Svitolina e in tre set Halep) avevano confermato la sua lenta ma costante risalita, un’inerzia interrotta solo parzialmente dall’esordio nella stagione sull’erba, timbrato con una sconfitta inopinata al primo turno, seppur con una erbivora come Riske.

Le semifinali raggiunte a Eastbourne avevano fatto da buon prologo al magico cammino di Wimbledon, nel quale Angelique ha perso un set (3-6 6-2 6-4) solo nel secondo turno, contro la statunitense classe 2000 Claire Liu, 238 WTA. Negli ultimi cinque incontri del suo straordinario torneo londinese l’ex numero 1 del mondo ha avuto la meglio – dopo il primo turno conquistato ai danni della Zvonareva (7-5 6-3), 141 WTA, e il su citato sofferto successo sulla Liu in quello successivo – su Naomi Osaka (6-2 6-4), 18 WTA; Belinda Bencic (6-1 7-6) 56 WTA, Daria Kasatkina (6-3 7-5), 15 WTA; Jelena Ostapenko (duplice 6-3), 12 WTA; Serena Williams (6-3 6-3), 181 WTA. La vittoria ai Championships fuga ogni residuo dubbio sulla “casualità” del suo fantastico 2016.

Angelique Kerber – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

9 – le partite vinte da Grigor Dimitrov, nei dieci tornei ai quali ha partecipato, dopo aver raggiunto la finale a febbraio all’ATP 500 di Rotterdam, un piazzamento che sembrava stesse per restituire il 27enne bulgaro ai livelli di fine 2017, dopo il per lui deludente Australian Open (eliminazione ai quarti contro Edmund). Invece, il peggio per l’ex numero 3 del mondo doveva ancora venire: ben cinque eliminazioni nell’esordio nel torneo (Dubai, Indian Wells, Madrid, Roma e Wimbledon) e altre due entro il turno successivo. Non può bastare la buona semifinale raggiunta a Monte Carlo per cancellare le deludenti sconfitte contro tennisti non al loro meglio (Djokovic al Queens, Wawrinka a Wimbledon) o dalla mediocre classifica e dal minor talento (due volte Verdasco, Chardy, Jaziri). Che fine ha fatto il tennista brillante ammirato a Londra appena lo scorso novembre?

10 – i tennisti italiani ad aver partecipato ai tabelloni di singolare in questa edizione di Wimbledon. Sei di loro (Berrettini, Cecchinato, Fognini, Giorgi, Lorenzi, Seppi) sono stati ammessi per diritto di classifica; Fabbiano e Travaglia sono stati bravi a qualificarsi, altri due (Bolelli e Sonego) sono stati un po’ meno abili ma quantomeno fortunati: sono stati ripescati nel main draw come lucky loser dopo aver perso al terzo turno delle quali. La più brillante di tutta la spedizione azzurra è stata l’unica donna, Camila Giorgi, bravissima a raggiungere i primi quarti della carriera in uno Slam e ad affrontare con personalità Serena Williams, strappandole per la prima volta, dopo tre precedenti confronti, un set. Tra gli uomini, chi può definirsi più soddisfatto è Thomas Fabbiano: dopo aver vinto le tre gare di quali sui prati di Roehampton, ha sconfitto nel main draw l’indiano Bhambri, 85 ATP, e soprattutto Wawrinka, 225 ATP. Quella contro lo svizzero è stata sin qui la vittoria più importante della carriera per Thomas: Stan non è più il campione che eravamo abituati a conoscere, ma è pur sempre un tennista capace di sconfiggere nel turno precedente Dimitrov.

Terzo turno raggiunto anche da Fabio Fognini, ma con stati d’animo opposti rispetto al pugliese: il ligure aveva sconfitto l’anno scorso sugli stessi prati facilmente Vesely, 103 ATP, capace di prendersi quest’anno un’amara rivincita sul nostro tennista. Tanti i rimpianti per il numero 1 azzurro: Fabio ha convertito una sola delle quattordici palle break avute a disposizione contro il ceco e, arresosi in quattro set, ha sprecato la grandissima chance di eguagliare il suo best career ranking, 13 ATP, e, soprattutto, di diventare il primo italiano a raggiungere almeno una volta gli ottavi in ognuno dei quattro Slam. Bene anche Berrettini, capace di sconfiggere per la prima volta in carriera un top 20 (Sock, 15 ATP), Lorenzi (appena alla quinta vittoria stagionale nel circuito maggiore, speriamo sia un segnale di ripresa, il suo successo su Djere!) e Bolelli (dopo un anno nuovamente al secondo turno in un Major). Nulla da recriminare a Seppi, Sonego e Travaglia, sconfitti da avversari attualmente più forti di loro, soprattutto sull’erba (rispettivamente Anderson, Fritz e Millman). Infine, lascia qualche ombra di delusione la sconfitta al primo turno dell’eroe di Parigi, Cecchinato, fermato al primo turno dal promettente australiano De Minaur, 77 ATP. Bene, ma non benissimo.

12 – le partecipazioni al main draw di Wimbledon da parte di Caroline Wozniacki, dalle quali è riuscita a ricavare solo sei approdi agli ottavi di finale, tre eliminazioni al secondo turno e due al primo. Numeri che confermano le difficoltà psicologiche della danese, forse prematuramente apparse superate lo scorso gennaio, dopo la sua vittoria a Melbourne. Wimbledon resta almeno per un altro anno l’unico Slam dove non è riuscita a raggiungere i quarti. Non si può trattare certamente di un problema meramente tecnico, ricordando come la danese sia capace sui prati di esprimersi meglio di come fa a Wimbledon. Basta analizzare del resto lo score di Wozniacki nel prestigioso Premier di Eastbourne: la danese nell’East Sussex ha vinto due titoli (l’ultimo quest’anno in finale sulla Sabalenka), raggiunto una finale e tre semifinali. Erba sempre amara per Caroline.

13 – gli Slam già giocati da Alexander Zverev, una categoria di tornei nei quali appena due volte è riuscito ad arrivare alla seconda settimana. L’anno scorso, quando si fermò agli ottavi di Wimbledon, vi approdò per la prima volta. La seconda è arrivata invece un mese e mezzo fa, quando al Roland Garros è stato sconfitto ai quarti da Thiem. In quest’edizione dei Championships il giovane tedesco ha deluso nuovamente le grandi aspettative riposte su di lui, fermandosi al terzo turno contro il talento cristallino, ma decisamente incostante, di Ernest Gulbis. Alcuni iniziano a credere che la sua sia una vera e propria maledizione e soprattutto, una cronica difficoltà psicofisica ad adattarsi alla distanza del tre su cinque. In tal senso, visto che gli è stata predetta da tanti addetti ai lavori una carriera a livelli altissimi, per provare a capirci qualcosa in più è utile andare a vedere cosa avevano fatto i grandissimi campioni di questi ultimi quindici anni – i cosiddetti Fab 4 – alla attuale età di Zverev, 21 anni e 2 mesi (Alexander è nato il 20 aprile del 1997). Nell’analisi non può essere dimenticato l’attuale score di Sascha, già capace di essere numero 3 del mondo, vincere tre Masters 1000 e fare altre due finali in tornei di questa categoria.

Da tale confronto si evince come l’unico tennista col quale il tedesco non possa in tal senso paragonarsi sia Rafael Nadal, che all’età di Sascha aveva giocato 14 Slam, era già numero 2 del mondo, aveva vinto tre Roland Garros, fatto due finali a Wimbledon, raggiunto complessivamente sette volte i quarti nei Major, vinto nove Masters 1000 e raggiunto altre due volte la finale in tornei di questa categoria. Risulta già più similare l’andamento di Zverev con quello di Novak Djokovic, che a 21 anni e 2 mesi era anch’egli 3 del mondo, ma aveva già giocato due finali nei Major (vittoria agli Australian Open 2008 su Tsonga e sconfitta agli Us Open 2007 da Federer), raggiunto complessive sei volte i quarti in questi tornei, vinto quattro Masters 1000 (Miami e Canada 2007 , Indian Wells e Roma 2008) e raggiunto una finale in quest’ultima tipologia di tornei.

Risulta soprattutto interessante notare come l’attuale primatista di Major vinti, Federer, a 21 anni e 2 mesi fosse solo numero 9 al mondo e che, in 14 Slam giocati, avesse raggiunto solo due volte i quarti (sempre nel 2001: al Roland Garros sconfitto da Corretja e a Wimbledon eliminato da Henman). Inoltre, l’elvetico nei Masters 1000 era giunto solo due volte in finale (entrambe nel 2002, vittorioso ad Amburgo su Safin e sconfitto da Agassi a Miami). Ancora più confortante per Sascha diviene infine il confronto con Andy Murray: lo scozzese a 21 anni e 2 mesi aveva raggiunto al massimo la nona posizione del ranking, solo una volta era arrivato ai quarti di finale in uno Slam (Wimbledon 2008, sconfitto nettamente da Nadal) e nei Masters 1000 aveva raggiunto quattro semifinali, sparse tra il 2006 e il 2008, una per ciascun Masters 1000 nordamericano. Dieci e passa anni fa era tutto diverso e questi dati sono puramente indicativi e studiati per curiosità, ma si può asserire che per Sascha non sia già troppo tardi per compiere il definitivo salto di qualità.

Continua a leggere
Commenti

Focus

Cemento, terra, erba: chi ha vinto di più nel 2019?

Scopriamo quali giocatori hanno fatto meglio in stagione sulle varie superfici. Rafa mattatore, Medvedev stacanovista, Berrettini giardiniere

Pubblicato

il

In off season, mentre i tennisti e le tenniste di tutto il mondo sono in vacanza, i giornalisti si divertono a tirare le somma della stagione appena conclusa e a dare un po’ i numeri. Proviamo dunque a prendere in esame i tennisti più vincenti del 2019, superficie per superficie, per vedere chi se l’è cavata meglio e dove, ma anche chi è stato più costante nel corso dell’intera stagione. Per le classifiche dedicate a ciascuna superficie, sono presi in considerazione solo i tennisti con almeno dieci partite giocate (cinque per l’erba).

Terra

GiocatoreVittorie/sconfittePercentuale vittorie
Rafael Nadal 21-3 87.5%
Novak Djokovic 15-3 83.3%
Roger Federer 9-2 81.8%
Dominic Thiem 23-7 76.7%
Benoit Paire 15-5 75%
Stefanos Tsitsipas 15-5 75%


Manco a dirlo sulla terra la miglior percentuale di vittorie è quella di Rafael Nadal. Ormai da quindici anni, il maiorchino è il re incontrastato di questo spicchio di stagione, anche se quest’anno la sua campagna sul rosso non si era aperta nel migliore dei modi: tre semifinali perse a Montecarlo, Barcellona e Madrid, rispettivamente contro Fabio Fognini, Dominic Thiem e Stefanos Tsitsipas. Ovviamente sarebbero risultati ottimi per chiunque altro, ma Rafa ha abituato troppo bene i propri tifosi quando si tratta di terra battuta e inoltre le sconfitte erano arrivate tutte dopo prestazioni non esattamente esaltanti.

Il trend si è decisamente invertito con la doppietta Roma-Roland Garros che gli ha permesso di chiudere con un saldo di 21 vittorie e 3 sconfitte. Non è però Nadal il giocatore con più vittorie sul rosso nel 2019, bensì Dominic Thiem con 23 (a fronte però di 7 sconfitte). Completano il podio dei tennisti con il miglior saldo vittorie/sconfitte gli altri due Big Three: Novak Djokovic (15-3) e Roger Federer (9-2), autore di un ritorno sul rosso davvero in grande stile, senza titoli, ma condito dalla semifinale al Roland Garros persa proprio contro il solito Nadal.

Cemento outdoor

GiocatoreVittorie/sconfittePercentuale vittorie
Rafael Nadal 32-3 91.4%
Roger Federer 33-7 82.5%
Novak Djokovic 35-8 81.4%
Kevin Anderson 8-2 80%
Daniil Medvedev 46-13 78%


Anche sul cemento all’aperto, è Nadal a guidare la classifica con uno stratosferico 91,4% di partite vinte (32-3) che diventa un bel gancio diretto per tutti quelli che dicono “fa punti solo sulla terra”. Due titoli per lui (Montreal e US Open, entrambi in finale contro Medvedev) e una finale all’Australian Open, persa contro la miglior versione stagionale di Djokovic. Dietro Nadal ancora una volta troviamo Federer (33-7; 82,5%) e il serbo (35-8; 81,4%). Nessuno dei tre è però il tennista con più vittorie sul duro, davanti a tutti, e di gran lunga, c’è infatti Daniil Medvedev con 46 successi (a fronte di 13 sconfitte). Nel palmares del russo spiccano i titoli di Cincinnati e Shanghai e la finale allo US Open persa di misura contro Nadal.

 
Daniil Medvedev, trofeo – Cincinnati 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Cemento indoor

GiocatoreVittorie/sconfittePercentuale vittorie
Rafael Nadal 11-1 91.7%
Novak Djokovic 9-2 81.8%
Alex De Minaur 13-3 81.3%
Roger Federer 8-2 80%
Andrey Rublev 15-4 78.9%


Ancora una volta è Nadal a sedersi davanti a tutti. Forse sorprende un po’ vederlo in prima posizione per percentuale di vittorie sul cemento indoor che in carriera gli ha regalato un unico titolo (Madrid 2005), ma neanche troppo se si considera la straordinaria cavalcata in Coppa Davis e anche l’orgoglio mostrato alla O2 Arena di Londra, nonostante un esordio amaro contro Zverev. Al secondo posto ancora Djokovic, forte del titolo a Bercy, mentre al terzo non troviamo Federer (quarto con 8 vittorie e 2 sconfitte), bensì Alex De Minaur capace di raggiungere la finale a Basilea e alle NextGen Finals e di vincere tre partite su tre in Davis. Le 13 vittorie dell’australiano però non rappresentano il record del 2019, che appartiene invece a Andrey Rublev con 15, tra cui spiccano i quattro incontri vinti su quattro in Coppa Davis e i cinque successi che gli hanno regalato il titolo a Mosca.

Erba

Giocatore
Vittorie/sconfittePercentuale vittorie
Novak Djokovic 7-0 100%
Roger Federer 11-1 91.7%
Matteo Berrettini 12-2 85.7%
John Isner 5-1 83.3%
Rafael Nadal 5-1 83.3%


Ultima, ma non ultima, rimane l’erba, unica superficie sulla quale Nadal non si è attestato come leader stagionale. La classifica, vista la brevità della stagione sul verde, è fortemente condizionata dai risultati del torneo di Wimbledon. Non sorprende dunque vedere Djokovic in cima alla classifica, in virtù del 7-0 con il quale ha concluso l’unico torneo giocato su erba Secondo a ruota, il finalista Roger Federer che deve recriminare su quei due match point sprecati in finale e che gli avrebbero regalato lo Slam numero 21 e un immacolato record di 12-0, grazie al solito titolo nell’amato giardino di Halle. Sul podio troviamo un tennista italiano, Matteo Berrettini, che è anche il giocatore con il maggior numero di vittorie sull’erba nel 2019: ben 12, accumulate tra Stoccarda (titolo), Halle (semifinale) e Wimbledon (ottavi).

Totale

GiocatoreVittorie/sconfittePercentuale vittorie
Rafael Nadal 58-7 89.2%
Roger Federer 53-10 84.1%
Novak Djokovic 57-11 83.8%
Daniil Medvedev 59-21 73.8%
Dominic Thiem 49-19 72.1%


I cinque giocatori con il miglior saldo vittorie/sconfitte del 2019 sono, anche se in ordine leggermente diverso, gli stessi che occupano attualmente le prime cinque posizioni del ranking ATP. Al primo posto troviamo il solito Rafa Nadal con uno stratosferico 58-7 (89,2% di successi). Tutte le sconfitte dello spagnolo sono giunte contro Top 10, tranne due (anche se è difficile non considerare Top 10 “di fatto” il Kyrgios di Acapulco e Fognini sulla terra). Dietro Rafa si invertono, rispetto al ranking, Federer (84,1%) e Djokovic (83,8%) e anche Medvedev (73,8%) e Thiem (72,1%). Il russo chiude l’anno come il giocatore con il maggior numero di vittorie, ben 59, di cui 29 maturate tra agosto e ottobre.

Continua a leggere

Focus

Schemi fissi e variazioni: il servizio di Nadal in numeri

Attraverso i dati raccolti da Craig O’Shannessy, proviamo ad aprire una finestra sulle scelte di Rafa al servizio nelle varie situazioni di punteggio

Pubblicato

il

Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il tennis è fatto di schemi. Ciascun giocatore ha i suoi preferiti, ai quali si affida nei momenti più delicati di un incontro. Anche il servizio non fa eccezione: ogni tennista ha delle soluzioni predilette e le cosiddette variazioni sono profondamente legate alla situazione di punteggio. Più probabile che si seguano sentieri meno battuti quando si è già avanti nel punteggio, mentre sotto pressione si ricorre con più frequenza a schemi sicuri. Craig O’Shannessy ha analizzato il piazzamento della prima di servizio di Rafael Nadal nel 2019 per cercare di dare un contorno più definito a questa tendenza. Diamo dunque un’occhiata alle scelte dello spagnolo a seconda delle situazioni di punteggio (i dati si riferiscono ai Masters 1000 e alle ATP Finals).

PRIMO PUNTO DEL GAME

Servizio esterno = 25.4% (45 punti)
Servizio al corpo = 13.0% (23 punti)
Servizio alla “T” = 61.6% (109 punti) 

Ormai è un segreto di Pulcinella che Rafa abbia nel servizio un’arma di primaria importanza. Questo fondamentale, a lungo sottovalutato, è migliorato sensibilmente nel corso della carriera del maiorchino. È ormai un colpo rispettato da tutti ed è tra i più difficili da gestire dell’intero circuito. Ricordiamo a questo proposito quanto dichiarato da Stefanos Tsitsipas dopo la partita persa contro Rafa nel round robin delle Finals: Imprime alla palla effetti diversi e rende difficile rispondergli, è come se il mio cervello fosse programmato per un certo movimento e lui me lo mette sotto sopra. Tutti sanno che non è il miglior battitore del circuito, ma usa il servizio con grande saggezza e abilità anche se non ti uccide”.

Addirittura prima del 2019, Nadal ha apportato ulteriori modifiche al movimento, per poi operare un piccolo “ritorno all’antico” per la parentesi su terra. Insomma perfezionismo quasi maniacale. I frutti però non hanno tardato ad arrivare: nel 2019, il maiorchino ha infatti vinto il 90% dei game di servizio. La percentuale sale al 94% in quei turni di battuta in cui Rafa si è portato avanti 15-0. Proprio sul primo punto del game Nadal pone particolare attenzione e sceglie nella grande maggioranza dei casi (61,6%) una delle soluzioni per lui più comode e efficaci: il servizio slice alla “T”. L’obiettivo è ovviamente quello di “partire col piede giusto” e cercare di prendere immediatamente le redini del game.

Rafael Nadal – Finals Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

15-15

Servizio esterno = 36.1% (26)
Servizio al corpo = 12.5% (9)
Servizio alla “T” = 51.4% (37)

Sul 15-15, la mentalità è più o meno la stessa del punto iniziale del gioco e ciò si riflette anche nei numeri. Infatti è ancora il servizio centrale la soluzione preferita dal maiorchino che più di una volta su due (51,4%) va per vie centrali. Nadal comunque in questa situazione mixa molto di più le direzioni, optando abbastanza spesso anche per il servizio esterno (36,1% contro il 25,4% di prima).

30-0

Servizio esterno = 51.6% (33)
Servizio al corpo = 6.2% (4)
Servizio alla “T” = 42.2% (27)

Quando si è trovato avanti 30-0, Nadal ha poi tenuto il servizio nel 98% dei casi. In questa situazione Rafa ha più margine per mischiare le carte e lo si nota anche dalle percentuali. Il 51,6% delle volte infatti lo spagnolo cerca una soluzione esterna, pur mantenendo un discreto grado di imprevedibilità (i servizi centrali si attestano infatti intorno al 42%).

0-30

Servizio esterno = 48.8% (20)
Servizio al corpo = 14.6% (6)
Servizio alla “T” = 36.6% (15)

Sullo 0-30, si inizia a entrare in zona di pericolo (anche se Nadal vince comunque il 61% dei game quando perde i primi due punti). In questa situazione più che in ogni altra, Rafa va alla ricerca di variazioni col colpo di inizio gioco. Rispetto agli scenari sopra presentati, sale anche la percentuale di servizi al corpo, ma la preferenza va nuovamente alla direzione esterna. Il dato forse sorprende un po’, ma è emblematico del “duello mentale” tra servitore e giocatore in risposta.

Il tennista dall’altra parte della rete si aspetta infatti di dover presumibilmente rispondere ad un servizio centrale, soluzione preferita di Nadal da destra (come per quasi tutti i mancini), perché la situazione è delicata e Rafa deve in ogni modo vincere il punto. Lo spagnolo invece sceglie di “sorprendere” l’avversario nella maggioranza dei casi (48,8%), optando per la soluzione esterna, meno attesa.

Continua a leggere

Focus

I record dell’Italia e il braccio di ferro generazionale: curiosità sul ranking ATP

Analizziamo la classifica definitiva della stagione maschile appena conclusa. In alto continua la lotta tra i Big Three e i giovani

Pubblicato

il

Roger Federer e Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

La stagione 2019 si è chiusa nel segno di Rafael Nadal. Dopo i due Slam conquistati si è assicurato anche la prima piazza del ranking ATP a fine stagione e la sesta Coppa Davis della storia per la sua Spagna. Tuttavia la stagione 2019 non è stata completamente dominata dai Big Three, anzi, diversi nomi nuovi hanno spesso rovinato i loro piani nel corso dell’anno. Infatti nel ranking definitivo del 2019 la top 10 è piuttosto diversa rispetto a quella dello scorso anno. Soprattutto è interamente europea, come l’ultima edizione delle ATP Finals.

TOP 10 ATP 2019TOP 10 ATP 2018
Rafael NadalNovak Djokovic
Novak DjokovicRafael Nadal
Roger Federer Roger Federer
Dominic Thiem Alexander Zverev
Daniil MedvedevJuan Martin del Potro
Stefanos TsitsipasKevin Anderson
Alexander ZverevMarin Cilic
Matteo BerrettiniDominic Thiem
Roberto Bautista AgutKei Nishikori
Gael MonfilsJohn Isner


ARIA NUOVA – Per quattro giocatori è la prima volta: Medvedev, Tsitsipas, Berrettini e Bautista Agut sono i volti nuovi nella top 10 finale di questa stagione, mentre Gael Monfils aveva chiuso l’anno nei primi dieci anche nel 2016. Per i cinque giocatori che quest’anno non hanno confermato i risultati del 2018, ci sono stati tanti problemi fisici: del Potro e Anderson al ginocchio, Nishikori al gomito, Isner al piede. Anche Marin Cilic ha dovuto gestire un fastidioso problema al ginocchio e ha chiuso l’anno addirittura alla 39esima posizione.

C’era però bisogno di vedere giocatori emergenti ai piani alti. Assieme a Zverev e Thiem, giovani già affermati ma ancora in attesa del grande balzo in avanti, Medvedev (classe ’96), Tsitsipas (’98) e Berrettini (’96) rappresentano il futuro del tennis. Tsitsipas ha già messo in bacheca un grande trofeo a Londra, a Medvedev è mancato un set sull’Arthur Ashe contro Nadal, mentre Matteo si è fermato in semifinale.

VENTO RIVOLUZIONARIO? – È un fuoco di paglia? Federer, Nadal e Djokovic avranno il monopolio sui grandi tornei ancora per un paio di stagioni? I segnali di una possibile “rivoluzione” ci sono. Era infatti da sette anni che non si vedevano quattro giocatori under 23 nei primi dieci. Tsitsipas è il più giovane, 21 anni, Zverev ne ha compiuti 22, Medvedev e Berrettini 23. Nel 2009 avevamo Nadal numero due (23 anni), Djokovic al terzo posto (22), Murray al quarto (22) e del Potro al quinto posto (21 anni), tutti campioni Slam.

REY RAFAEL – Quei tre là sopra non cederanno facilmente ai continui spintoni della nuova generazione. Per l’ottava volta hanno occupato tutto il podio a fine stagione (record), la seconda consecutiva, un evento che non accadeva dal 2011 (allora era addirittura la quinta consecutiva). Nelle ultime settimane si è parlato tanto del duello Nadal-Djokovic per la prima posizione: oltre ad essere il più anziano di sempre a chiudere l’anno in vetta, Rafa ha stabilito il record di stagioni intercorse tra il primo anno chiuso al numero uno e l’ultimo (2008-2019, undici anni!).

ROGER COME IL VINO – Parlando di longevità, è obbligatorio aprire il capitolo Roger Federer. A 38 anni, compiuti in agosto, lo svizzero è diventato il secondo giocatore più vecchio a chiudere la stagione in top 10 dietro Ken Rosewall (41). Per la quindicesima volta ha finito l’anno nei primi 3 (record) e ha ritoccato quindi il primato, stabilito dodici mesi fa, di giocatore più anziano in assoluto ad aver chiuso la stagione sul podio in classifica generale. Per la prima volta dal 1992 inoltre, un quarantenne ha chiuso l’anno in top 100. Si tratta di Ivo Karlovic, il primo a ripetere quanto fatto da Jimmy Connors quasi trent’anni fa.

L’ITALIA S’È DESTA – Dopo aver fatto la noiosa (ma doverosa) conta dei record collezionati dagli dei dell’Olimpo, ci sono altre osservazioni da fare sul ranking definitivo del 2019. Partiamo dagli azzurri. Grazie al recente exploit di Jannik Sinner sono diventati otto gli italiani nelle prime cento posizioni del ranking a fine anno, un dato mai registrato prima d’ora. È record anche per Berrettini e Fognini: per la prima volta due giocatori italiani hanno chiuso l’anno nei primi quindici.

L’Italia è quarta per numero di giocatori tra i primi cento. A guidare questa (sotto)classifica è la Francia, che ha eguagliato il record personale del 2016 mettendo dodici giocatori in top 100. È francese anche l’atleta che (nella top 50) ha guadagnato più posizioni nell’anno solare. Jo-Wilfried Tsonga (candidato al premio Comeback player of the year) è passato dal n. 259 al n. 29, scalando 230 posizioni. Il balzo in classifica più grande in assoluto è però quello di Jannik Sinner, che è passato dalla 763esima posizione del dicembre 2018 all’attuale 78esima, guadagnando ben 685 posizioni.

Anche gli Stati Uniti hanno otto top 100, ma sembra che a livello maschile il futuro del tennis a stelle e strisce non sia così roseo. Almeno non quanto quello femminile, dove Kenin, Anisimova e Gauff si preparano a giocarsi qualcosa di importante. John Isner si è confermato il numero uno nazionale (come in sette delle otto stagioni precedenti), al diciannovesimo posto, facendo segnare un record significativo. Ha chiuso l’anno nei primi venti per la decima stagione consecutiva e solo in tre fanno meglio di lui (ovviamente Federer, 19, Nadal, 15, e Djokovic, 14).

Nonostante abbiano raggiunto il loro best ranking, l’anno prossimo ci si aspetterà un ulteriore passo in avanti dai giovani canadesi Felix Auger-Aliassime (n. 21) e Denis Shapovalov (n. 15), i più giovani a chiudere nella top 30 assieme ad Alex de Minaur. Shapovalov inoltre condivide una delle statistiche più curiose assieme al numero uno argentino Schwartzman. I due sono gli unici ad aver finito la stagione nella top 50 sia in singolare che in doppio: Shapo è 15esimo in singolare e 50esimo in doppio, Diego 14esimo e 50esimo.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement