Dominio Fab e la speranza Giorgi: Wimbledon dà i numeri

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Dominio Fab e la speranza Giorgi: Wimbledon dà i numeri

Le prime volte tra gli uomini, gli psicodrammi tra le donne. E gli azzurri che avrebbero potuto fare meglio

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2 – i tennisti nel singolare maschile di questo Wimbledon – Mackenzie McDonald, classe 95, e Stefanos Tsitsipas, nato nel 98 – ad essere arrivati per la prima volta agli ottavi in un Major. Nei quarti di questi Championships 2018 le tradizionali gerarchie sono state ancor di più rispettate che nella precedente parte del torneo: non era presente nemmeno un giocatore nato dal 1991 in poi (Milos Raonic, il più giovane degli otto, è del dicembre 1990), ben cinque tennisti erano over 30 e i restanti due (Nishikori e Del Potro) erano in procinto di divenire trentenni. Va in archivio un’edizione del singolare maschile di Wimbledon spettacolare nelle fasi finali, rivelatasi anche “conservatrice” dal punto di vista dei protagonisti proposti nelle fasi calde del torneo, al netto degli harakiri di Cilic e, soprattutto, Federer. Una caratteristica di questa edizione confermata anche da un altro dato: ben sette dei tennisti (faceva eccezione Isner) giunti ai quarti avevano già giocato almeno una finale Slam. Si sa del resto, che Wimbledon ha gran rispetto per il rispetto delle tradizioni.

John Isner – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

3 – i soli Majors nei quali Garbine Muguruza è riuscita ad arrivare quantomeno nei quarti, dopo aver vinto il primo Slam della sua carriera a Parigi nel giugno 2016. La vittoria in finale su Serena sembrava la definitiva consacrazione ad altissimi livelli della spagnola di origine venezuelana. Invece, nei successivi nove Slam giocati, l’ex numero 1 al mondo ha deluso con sconfitte assolutamente inspiegabili rispetto al suo grande valore: fatta eccezione per il grande successo a Wimbledon 2017, capace di lanciarla sino al primato in classifica, per ben quattro volte Garbine si è fermata già al secondo turno, di cui ben due quest’anno. A gennaio a Melbourne aveva perso da Su-Wei Hsieh, all’epoca 88 WTA; a Londra dieci giorni fa ha ceduto invece alla Van Uytvanck, 46 WTA. Sconfitte che confermano la grande discontinuità della spagnola classe ’93, sempre incapace di fare il salto di qualità definitivo (anche dopo la sua prima finale Slam a Wimbledon 2015, prima di vincere a Parigi l’anno successivo, era incappata in due sconfitte molto premature a New York e Melbourne).

4 – i giocatori capaci di vincere Wimbledon nelle ultime sedici edizioni. Dopo l’inarrivabile Federer (8 titoli e 3 finali a Wimbledon, 179 vittorie e 27 sconfitte nelle partite giocate su erba, per una percentuale di successi pari all’87%) anche i numeri confermano quanto suggerito dalle ultime due settimane. Il secondo gradino del podio appartiene infatti a Djokovic (4 titoli e una finale a Church Road, nonché la seconda migliore percentuale di successi sull’erba tra i protagonisti dell’ultimo quindicennio presi in considerazione, grazie alle 88 vittorie e 18 sconfitte rimediate in carriera, pari all’83%). Nadal (2 titoli e 3 finali, 66 v/19s, corrispondenti al 77% di successi) e Murray (2 titoli e una finale, con un lusinghiero 81% di vittorie derivanti da 110 vittorie e 25 sconfitte sui prati) completano, ancor più che in qualunque altro torneo, i nomi di chi ha monopolizzato l’albo d’oro dei Championships.

 

Novak Djokovic e Rafa Nadal – Wimbledon 2011 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Dal 2003, anno del primo successo di Federer, gli ormai celeberrimi Fab Four si sono divisi i successi a Church Road e giocato tra loro la metà delle finali (ben otto). Solo altri sei tennisti sono stati così bravi da giungere quantomeno in finale: Philippousis (58-30, 66%), Roddick, capace di arrivarci ben tre volte (86-22, 80%), Berdych (67-30, 69%), Raonic (42-20, 68%), Cilic (66-27, 71%) e, quest’anno, Anderson (46-29, 61 %, la percentuale più bassa tra chi dal 2003 è arrivato a giocare la seconda domenica). Il tennis resterà uno sport stupendo anche quando appenderanno le racchette al chiodo, ma quanto ci mancheranno i Fab Four!

5 – le eliminazioni, in 35 secondi turni giocati nei Major, di Marin Cilic. Il tennista nato a Medjugorje, oramai sulla soglia dei 30 anni (li compie a settembre) è incappato in una clamorosa sconfitta contro l’argentino Guido Pella, 72 ATP. Una grossa sorpresa negativa: da molti era considerato come il secondo favorito per la vittoria del titolo, dopo aver giocato la migliore stagione sulla terra della carriera e aver conquistato il titolo al Queen’s, sconfiggendo Kyrgios e Djokovic. Un tonfo reso tra l’altro ancora più amaro dall’andamento del punteggio della sua partita contro Pella, che lo aveva visto vincere facilmente i primi due set, nonché dalla prematura eliminazione di Federer, suo possibile avversario in semifinale. E dire che Marin nei tornei dello Slam, dove ha vinto un titolo, raggiunto due finali e complessive cinque semi, dal 2011 solo una volta ha perso al primo turno (Trungelliti al Roland Garros 2016). Inoltre, in tutta la carriera, si era fermato solo quattro volte al secondo turno e in ben tre di questi casi, contro tennisti di valore elevato, capaci quantomeno di arrivare nella top ten (Wawrinka al RG 2008, Nishikori agli US Open 2010, Simon agli AO 2014). L’unica eccezione in tal senso è costituita da quella che era l’ultima sconfitta in ordine di tempo in un secondo turno di un Major: l’anno scorso agli Australian Open, contro il controverso Daniel Evans.

7 – le eliminazioni al primo turno, due delle quali negli Slam (Roland Garros e US Open), rimediate da Angelique Kerber nel suo fallimentare 2017, nel quale aveva conquistato una sola finale (nel piccolo International di Monterrey) e due semifinali. Risultati che le erano costati, dopo aver chiuso il 2016 da numero 1 del mondo, il dover ripartire quest’anno fuori dalla top 20. Un inizio di 2018 confortante in quanto a continuità ad alti livelli – vittoria al Premier di Sydney, seguita dalla sconfitta di un soffio in semi con la Halep a Melbourne e dall’essere giunta sempre almeno ai quarti sino a fine aprile, quando ha perso al secondo turno di Stoccarda – le avevano consentito il ritorno nella top ten. Sul rosso, i due quarti raggiunti a Roma e Parigi (sconfitta rispettivamente da Svitolina e in tre set Halep) avevano confermato la sua lenta ma costante risalita, un’inerzia interrotta solo parzialmente dall’esordio nella stagione sull’erba, timbrato con una sconfitta inopinata al primo turno, seppur con una erbivora come Riske.

Le semifinali raggiunte a Eastbourne avevano fatto da buon prologo al magico cammino di Wimbledon, nel quale Angelique ha perso un set (3-6 6-2 6-4) solo nel secondo turno, contro la statunitense classe 2000 Claire Liu, 238 WTA. Negli ultimi cinque incontri del suo straordinario torneo londinese l’ex numero 1 del mondo ha avuto la meglio – dopo il primo turno conquistato ai danni della Zvonareva (7-5 6-3), 141 WTA, e il su citato sofferto successo sulla Liu in quello successivo – su Naomi Osaka (6-2 6-4), 18 WTA; Belinda Bencic (6-1 7-6) 56 WTA, Daria Kasatkina (6-3 7-5), 15 WTA; Jelena Ostapenko (duplice 6-3), 12 WTA; Serena Williams (6-3 6-3), 181 WTA. La vittoria ai Championships fuga ogni residuo dubbio sulla “casualità” del suo fantastico 2016.

Angelique Kerber – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

9 – le partite vinte da Grigor Dimitrov, nei dieci tornei ai quali ha partecipato, dopo aver raggiunto la finale a febbraio all’ATP 500 di Rotterdam, un piazzamento che sembrava stesse per restituire il 27enne bulgaro ai livelli di fine 2017, dopo il per lui deludente Australian Open (eliminazione ai quarti contro Edmund). Invece, il peggio per l’ex numero 3 del mondo doveva ancora venire: ben cinque eliminazioni nell’esordio nel torneo (Dubai, Indian Wells, Madrid, Roma e Wimbledon) e altre due entro il turno successivo. Non può bastare la buona semifinale raggiunta a Monte Carlo per cancellare le deludenti sconfitte contro tennisti non al loro meglio (Djokovic al Queens, Wawrinka a Wimbledon) o dalla mediocre classifica e dal minor talento (due volte Verdasco, Chardy, Jaziri). Che fine ha fatto il tennista brillante ammirato a Londra appena lo scorso novembre?

10 – i tennisti italiani ad aver partecipato ai tabelloni di singolare in questa edizione di Wimbledon. Sei di loro (Berrettini, Cecchinato, Fognini, Giorgi, Lorenzi, Seppi) sono stati ammessi per diritto di classifica; Fabbiano e Travaglia sono stati bravi a qualificarsi, altri due (Bolelli e Sonego) sono stati un po’ meno abili ma quantomeno fortunati: sono stati ripescati nel main draw come lucky loser dopo aver perso al terzo turno delle quali. La più brillante di tutta la spedizione azzurra è stata l’unica donna, Camila Giorgi, bravissima a raggiungere i primi quarti della carriera in uno Slam e ad affrontare con personalità Serena Williams, strappandole per la prima volta, dopo tre precedenti confronti, un set. Tra gli uomini, chi può definirsi più soddisfatto è Thomas Fabbiano: dopo aver vinto le tre gare di quali sui prati di Roehampton, ha sconfitto nel main draw l’indiano Bhambri, 85 ATP, e soprattutto Wawrinka, 225 ATP. Quella contro lo svizzero è stata sin qui la vittoria più importante della carriera per Thomas: Stan non è più il campione che eravamo abituati a conoscere, ma è pur sempre un tennista capace di sconfiggere nel turno precedente Dimitrov.

Terzo turno raggiunto anche da Fabio Fognini, ma con stati d’animo opposti rispetto al pugliese: il ligure aveva sconfitto l’anno scorso sugli stessi prati facilmente Vesely, 103 ATP, capace di prendersi quest’anno un’amara rivincita sul nostro tennista. Tanti i rimpianti per il numero 1 azzurro: Fabio ha convertito una sola delle quattordici palle break avute a disposizione contro il ceco e, arresosi in quattro set, ha sprecato la grandissima chance di eguagliare il suo best career ranking, 13 ATP, e, soprattutto, di diventare il primo italiano a raggiungere almeno una volta gli ottavi in ognuno dei quattro Slam. Bene anche Berrettini, capace di sconfiggere per la prima volta in carriera un top 20 (Sock, 15 ATP), Lorenzi (appena alla quinta vittoria stagionale nel circuito maggiore, speriamo sia un segnale di ripresa, il suo successo su Djere!) e Bolelli (dopo un anno nuovamente al secondo turno in un Major). Nulla da recriminare a Seppi, Sonego e Travaglia, sconfitti da avversari attualmente più forti di loro, soprattutto sull’erba (rispettivamente Anderson, Fritz e Millman). Infine, lascia qualche ombra di delusione la sconfitta al primo turno dell’eroe di Parigi, Cecchinato, fermato al primo turno dal promettente australiano De Minaur, 77 ATP. Bene, ma non benissimo.

12 – le partecipazioni al main draw di Wimbledon da parte di Caroline Wozniacki, dalle quali è riuscita a ricavare solo sei approdi agli ottavi di finale, tre eliminazioni al secondo turno e due al primo. Numeri che confermano le difficoltà psicologiche della danese, forse prematuramente apparse superate lo scorso gennaio, dopo la sua vittoria a Melbourne. Wimbledon resta almeno per un altro anno l’unico Slam dove non è riuscita a raggiungere i quarti. Non si può trattare certamente di un problema meramente tecnico, ricordando come la danese sia capace sui prati di esprimersi meglio di come fa a Wimbledon. Basta analizzare del resto lo score di Wozniacki nel prestigioso Premier di Eastbourne: la danese nell’East Sussex ha vinto due titoli (l’ultimo quest’anno in finale sulla Sabalenka), raggiunto una finale e tre semifinali. Erba sempre amara per Caroline.

13 – gli Slam già giocati da Alexander Zverev, una categoria di tornei nei quali appena due volte è riuscito ad arrivare alla seconda settimana. L’anno scorso, quando si fermò agli ottavi di Wimbledon, vi approdò per la prima volta. La seconda è arrivata invece un mese e mezzo fa, quando al Roland Garros è stato sconfitto ai quarti da Thiem. In quest’edizione dei Championships il giovane tedesco ha deluso nuovamente le grandi aspettative riposte su di lui, fermandosi al terzo turno contro il talento cristallino, ma decisamente incostante, di Ernest Gulbis. Alcuni iniziano a credere che la sua sia una vera e propria maledizione e soprattutto, una cronica difficoltà psicofisica ad adattarsi alla distanza del tre su cinque. In tal senso, visto che gli è stata predetta da tanti addetti ai lavori una carriera a livelli altissimi, per provare a capirci qualcosa in più è utile andare a vedere cosa avevano fatto i grandissimi campioni di questi ultimi quindici anni – i cosiddetti Fab 4 – alla attuale età di Zverev, 21 anni e 2 mesi (Alexander è nato il 20 aprile del 1997). Nell’analisi non può essere dimenticato l’attuale score di Sascha, già capace di essere numero 3 del mondo, vincere tre Masters 1000 e fare altre due finali in tornei di questa categoria.

Da tale confronto si evince come l’unico tennista col quale il tedesco non possa in tal senso paragonarsi sia Rafael Nadal, che all’età di Sascha aveva giocato 14 Slam, era già numero 2 del mondo, aveva vinto tre Roland Garros, fatto due finali a Wimbledon, raggiunto complessivamente sette volte i quarti nei Major, vinto nove Masters 1000 e raggiunto altre due volte la finale in tornei di questa categoria. Risulta già più similare l’andamento di Zverev con quello di Novak Djokovic, che a 21 anni e 2 mesi era anch’egli 3 del mondo, ma aveva già giocato due finali nei Major (vittoria agli Australian Open 2008 su Tsonga e sconfitta agli Us Open 2007 da Federer), raggiunto complessive sei volte i quarti in questi tornei, vinto quattro Masters 1000 (Miami e Canada 2007 , Indian Wells e Roma 2008) e raggiunto una finale in quest’ultima tipologia di tornei.

Risulta soprattutto interessante notare come l’attuale primatista di Major vinti, Federer, a 21 anni e 2 mesi fosse solo numero 9 al mondo e che, in 14 Slam giocati, avesse raggiunto solo due volte i quarti (sempre nel 2001: al Roland Garros sconfitto da Corretja e a Wimbledon eliminato da Henman). Inoltre, l’elvetico nei Masters 1000 era giunto solo due volte in finale (entrambe nel 2002, vittorioso ad Amburgo su Safin e sconfitto da Agassi a Miami). Ancora più confortante per Sascha diviene infine il confronto con Andy Murray: lo scozzese a 21 anni e 2 mesi aveva raggiunto al massimo la nona posizione del ranking, solo una volta era arrivato ai quarti di finale in uno Slam (Wimbledon 2008, sconfitto nettamente da Nadal) e nei Masters 1000 aveva raggiunto quattro semifinali, sparse tra il 2006 e il 2008, una per ciascun Masters 1000 nordamericano. Dieci e passa anni fa era tutto diverso e questi dati sono puramente indicativi e studiati per curiosità, ma si può asserire che per Sascha non sia già troppo tardi per compiere il definitivo salto di qualità.

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Identikit statistici: Dominic Thiem

Quali colpi potranno riportare ai vertici l’austriaco dopo un difficile 2021?

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Dominic Thiem
2020 US Open - Campione Singolare Maschile - Dominic Thiem (Photo by Darren Carroll/USTA)

Dopo Medvedev, in questo nuovo articolo per la rubrica “Identikit statistici” ci occupiamo di Dominic Thiem. Classe 1993, il tennista austriaco appartiene a una generazione, a dire il vero, piuttosto sfortunata, dato che è molto difficile sfuggire al cono d’ombra proiettato da tre giganti come Federer, Nadal e Djokovic (detentori di venti titoli del Grande Slam ciascuno).

Tuttavia, un passo alla volta, con grande regolarità, Thiem ha saputo conquistare il suo spazio (in particolare sulla terra e sul cemento) fino ad aggiudicarsi, nel 2020, il suo primo titolo Slam a Flushing Meadows. Cercheremo di capire quali caratteristiche gli abbiano permesso di raggiungere tali risultati e quali ulteriori miglioramenti possano condurlo ancora più lontano quando rientrerà dall’infortunio che lo ha costretto a concludere anticipatamente, e senza grandi risultati, la stagione 2021.

PALMARÈS

Già a livello juniores, Thiem fa parlare di sé, in particolare raggiungendo la finale del Roland Garros nel 2011. Lo stesso anno fa il suo esordio nel circuito ATP, nei tornei di Kitzbühel, Bangkok e Vienna; in quest’ultimo elimina il connazionale Thomas Muster (all’epoca quarantatreenne) in un vero e proprio passaggio di consegne. Nel 2014, vince in Australia la sua prima partita in uno Slam, battendo João Sousa. A Madrid, sconfigge l’allora numero tre del mondo Stan Wawrinka in tre set. A Kitzbühel, raggiunge la sua prima finale a livello ATP, perdendo da David Goffin dopo essere stato avanti di un set. A fine anno, è il più giovane giocatore tra i primi 50 del mondo.

 

Nel 2015 si aggiudica tre titoli ATP (Nizza, Umag e Gstaad) ed entra in Top 20. L’anno successivo, forte anche della sua prima semifinale Slam, centrata a Parigi, fa il suo ingresso in Top 10, venendo ripescato per le Finals di fine anno in virtù del forfait di Rafa Nadal. Nel 2017, continuando il suo regolare e piuttosto impressionante processo di crescita, Thiem si qualifica per la prima volta per la finale di un torneo Masters 1000, a Madrid. Viene sconfitto da Nadal, ma, a sorpresa, sconfigge il maiorchino sulla terra di Roma nei quarti di finale prima di arrendersi a Djokovic in semifinale. Raggiunge nuovamente la semifinale all’Open di Francia e finisce la stagione alla quinta posizione del ranking mondiale, certificando il proprio status di top player.

A questo punto, inizia la caccia al primo titolo Slam: nel 2018 raggiunge la finale a Parigi e viene sconfitto nettamente da Nadal. A testimonianza di una grande solidità tecnica e mentale, raggiunge i quarti di finale dello US Open e, trovandosi ancora di fronte Nadal, lo impegna in una maratona di quasi cinque ore, che lo spagnolo si aggiudicherà sì, ma all’ultimo respiro. Chiude la stagione in leggera flessione, ma sempre in Top 10 (per la precisione, come numero otto).

Il 2019 è un’ottima annata per Thiem: vince il suo primo titolo 1000 sul cemento di Indian Wells, sconfiggendo Sua Maestà Roger Federer in finale. Non solo: bissa la finale al Roland Garros superando Djokovic in una semifinale che rappresenta sicuramente uno dei match migliori della sua carriera. Cede ancora in finale all’eterno Nadal, ma sembra avvicinarsi giocando alla pari per due set prima di crollare. Come ciliegina sulla torta, raggiunge per la prima volta la finale del Master di fine anno, sconfitto da Tsitsipas.

È nel 2020 però che la tenace rincorsa di Thiem allo Slam viene premiata: dopo essere stato ad un set dal titolo a Melbourne, si qualifica per la finale dello US Open e si trova di fronte il grande amico Alexander Zverev. Sascha si porta avanti due set a zero, ma Thiem riesce a rimontare e trova definitivamente il suo posto tra i grandi del tennis. A fine anno raggiunge per la seconda volta la finale delle ATP Finals, sconfiggendo Djokovic in semifinale e cedendo soltanto ad un Medvedev in forma strepitosa.

Nel 2021, qualcosa sembra incrinarsi. Dopo gli ottavi in Australia, un infortunio al ginocchio e, dopo essere rientrato, alcune prestazioni non degne della sua qualità, come ad esempio la sconfitta al primo turno del Roland Garros per mano di Andujar dopo essere stato avanti di due set. Purtroppo, Thiem subisce anche un infortunio al polso (sull’erba di Maiorca) che lo costringe a terminare anticipatamente la stagione. Annuncia di voler tornare in campo in Australia nel 2022, più carico che mai. Su quali armi potrà contare per ritrovare il suo posto tra i pretendenti ai titoli più ambiti?

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Thiem con una serie di statistiche i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Possiamo osservare un saldo medio positivo tra vincenti ed errori non forzati su tutte le superfici. Colpisce come la differenza a favore dei vincenti sia massima sull’erba di Wimbledon, lo Slam più avaro di soddisfazioni per l’austriaco (ottavi di finale nel 2017, sconfitte al secondo turno nel 2015 e nel 2016, sconfitta al primo turno nel 2014, 2018 e 2019). Troviamo un primo spunto di risposta al nostro dubbio in altre due statistiche: le palle break ottenute da Thiem e il numero delle discese a rete. Sull’erba, Thiem sembra faticare di più a procurarsi delle occasioni sul servizio dell’avversario, e si presenta a rete in misura molto maggiore rispetto al suo stile abituale. Forse l’efficacia di Thiem nei pressi della rete, specie se verticalizza il proprio gioco in modo un po’ forzato, alla ricerca di variazioni, non è sufficientemente elevata per giustificare una modifica così marcata nel suo stile di gioco?

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa da questo punto di vista:

Figura 2. Ulteriori statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Osserviamo che, in effetti, l’efficacia di Thiem sotto rete è buona ma non eccezionale e diminuisce sull’erba, scendendo sotto il 70%. Oltre a ciò, osserviamo che, sempre sull’erba, calano le percentuali di palle break realizzate e salvate. Nonostante un buon contributo del servizio (soprattutto della prima palla), l’austriaco, numeri alla mano, mostra di trovarsi in maggiore difficoltà nei punti importanti.

Forse, cercando di interpretare le statistiche in una chiave tecnica, il fatto che non soltanto Thiem giochi il rovescio a una mano, ma lo faccia in modo piuttosto “sbracciato”, con un movimento molto efficace ma piuttosto ampio, lo mette in difficoltà nel preparare il colpo su una superficie veloce e imprevedibile come l’erba. Tale fattore strutturale potrebbe spiegare un maggiore nervosismo del numero uno d’Austria che, trovando uno dei suoi colpi più efficaci tramutato in una potenziale debolezza, fatica a mantenere il consueto equilibrio, e si trova a forzare il proprio gioco, con risultati modesti.

Questa, perlomeno, può essere la nostra prima impressione. Fino a questo momento però, ci siamo concentrati sul gioco di Thiem esaminando un aspetto alla volta: proviamo ora invece, con l’aiuto della tecnologia, a considerare più aspetti contemporaneamente, ovvero a sviluppare un’analisi multivariata, verificando in modo più approfondito e robusto la validità delle nostre ipotesi.

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI THIEM

In particolare, ci chiederemo quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, faremo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Thiem alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla prima superiore di almeno il 5.1% rispetto all’avversario e si aggiudica una percentuale di punti sulla seconda anche peggiore rispetto al suo avversario, ma con uno scarto inferiore al 9% , allora si aggiudica la partita”. Il pattern è piuttosto generale, ed estremamente preciso: si è verificato in 47 casi e, in tutti e 47, Thiem ha vinto il match.
  2. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla seconda superiore di almeno il 6.5% rispetto all’avversario e si procura almeno 6 palle break, allora vince il match”. Il pattern ha simile generalità e precisione rispetto al primo: si verifica in poco più di due terzi dei match vinti da Thiem in tornei del Grande Slam (ovvero in 48 partite) e in nessuna delle sue 30 sconfitte.
  3. “Se Thiem ha un rendimento sulla seconda palla di servizio inferiore all’avversario di oltre il 9% e non si aggiudica più del 77% di punti quando mette la prima in campo, viene sconfitto”. La regola si è verificata, fino a oggi, 14 volte. In tutti e 14 i casi Thiem è stato sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione austriaco. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Come possiamo osservare in Figura 3, buona parte della partita di Thiem si gioca sull’efficacia dei suoi game al servizio, in particolare quando è costretto a servire la seconda palla. Se riesce comunque a imporre il proprio gioco, ha probabilità decisamente maggiori di portare a casa il match.

Le due feature più correlate con la vittoria di Thiem infatti, sia da sole che in combinazione con altre, sono la differenza nella percentuale di punti vinti sulla seconda e sulla prima rispetto all’avversario. In terza posizione troviamo la superficie di gioco: l’osservazione sulla base delle prime statistiche descrittive, che ci portava a individuare una certa avversione di Thiem per l’erba, trova conferma. In Figura 4 (visibile di seguito) infatti osserviamo in che modo la superficie di gioco è correlata con la vittoria dell’austriaco: positivamente soltanto in caso si giochi su terra o cemento.

In quarta posizione troviamo un dato all’apparenza controintuitivo: la probabilità di vittoria è inversamente correlata (per quanto debolmente) con il numero di vincenti. Leggendo in controluce questo dato però, ci troviamo a riflettere sul fatto che Thiem, se è in controllo della partita, può sfruttare al meglio la propria razionalità e solidità mentale, correndo pochi rischi e guadagnando il punto in progressione. Se mette a segno molti vincenti, più del solito, può significare che è in gran forma, ma anche (a quanto ci dicono i dati, leggermente più spesso) che sta forzando il proprio gioco rischiando di pagarne le conseguenze. In conclusione, la quinta feature più correlata (in questo caso direttamente) con la vittoria è la percentuale di punti vinti con la prima: la prima palla di Thiem è piuttosto pesante e, naturalmente, assicurarsi punti facili riduce anche la pressione sugli altri colpi, facilitandogli il compito.

Figura 4. Value ranking relativo alla superficie di gioco, associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Cercando di sintetizzare, Thiem si presenta come un giocatore di grande solidità e affidabilità nelle occasioni in cui riesce a controllare l’andamento del gioco. Se riesce a portare l’avversario a giocare la sua partita diventa un cliente difficilissimo per chiunque, come dimostra il fatto che abbia saputo battere almeno una volta sia Federer che Djokovic che Nadal. In tutte quelle occasioni invece in cui l’avversario, o la superficie, lo portano su terreni meno esplorati e meno congeniali al suo stile di gioco, in tutte quelle circostanze in cui cioè si sente in dovere di stringere i tempi, e di affrettare la giocata, va in maggiore difficoltà.

Se ne potrebbe dedurre quindi che il recupero dovrà essere psicologico, oltre che fisico: una volta ritrovata la forma fisica, Thiem andrà nuovamente alla ricerca delle proprie certezze e della propria calma. Riguadagnato questo equilibrio, anche i dati dimostrano che l’austriaco potrà tornare a essere un cliente difficile per chiunque e un serio pretendente a nuove, prestigiose vittorie.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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Race to Milano: Sinner vince il derby contro Musetti ad Anversa

SPONSORIZZATO – Le giovani stelle del tennis italiano si sono sfidate agli ottavi: è stato il campione uscente delle Next Gen ATP Finals a prevalere

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Riflettori puntati sullo European Open, dove agli ottavi di finale è andata in scena la sfida che gli appassionati italiani sperano possa ripetersi nella prossima decade su palcoscenici e in turni ben più prestigiosi, vale a dire quella fra il leader delle classifiche Next Gen Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, attualmente al sesto posto ma, ricordiamolo, più giovane di un anno. I due non si erano mai affrontati nel tour principale: la loro unica sfida risaliva infatti al 2019, quando si giocarono una wild card nelle prequalificazioni per gli Internazionali d’Italia al Foro Italico. Come allora, è stato Sinner ad aggiudicarsi la sfida, allungando in vetta alla Race to Milano e tenendo vive le speranze di qualificarsi per le ATP Finals di Torino.

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Race to Torino: Berrettini qualificato, Norrie al decimo posto

SPONSORIZZATO – Anche Rublev alle Finals: ora i qualificati sono sei. Hurkacz guadagna altri 90 punti su Sinner

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Matteo Berrettini - 2021 US Open (Jed Jacobsohn/USTA)
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Risultato storico per il tennis italiano: Matteo Berrettini è infatti diventato il primo tennista tricolore a qualificarsi per le Nitto ATP Finals in due circostanze. Il tennista romano aveva infatti già partecipato nel 2019, mentre Adriano Panatta e Corrado Barazzutti erano riusciti a qualificarsi per l’evento di fine anno in una sola occasione. Al momento si tratta però di un traguardo ufficioso, perché l’ATP non ha ancora sancito le qualificazioni di Berrettini e di Andrey Rublev, ma la matematica non mente: i due saranno a Torino, portando a sei il numero di giocatori già sicuri del posto.

La scorsa settimana è però appartenuta di diritto al britannico Cameron Norrie. Prima di pubblicare l’ultimo articolo di aggiornamento sulle Nitto ATP Finals, ci chiedemmo se avesse o meno senso includerlo tra i potenziali pretendenti alla qualificazione, dal momento che alla vigilia del torneo di Indian Wells (tolto l’infortunato Rafael Nadal) occupava la posizione numero 13 e sembrava tagliato fuori dalla lotta. Optammo per la risposta positiva e siamo stati premiati, perché il tennista britannico ha vinto a sorpresa il torneo californiano e conquistato così i 1000 punti in palio per il vincitore (oltre a un milione di dollari di premio che male non fa, soprattutto dopo due anni di austerity).

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