Un'altra dottoressa vincente: Buzarnescu, prima e dopo l'inferno

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Un’altra dottoressa vincente: Buzarnescu, prima e dopo l’inferno

Ripercorriamo la parabola ascendente di Mihaela Buzarnescu, dal baratro del ritiro alla top 20 (grazie al suo primo titolo), passando per un dottorato in Scienze Motorie

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Con il raggiungimento della prima posizione del ranking mondiale da parte di Simona Halep, il tennis in Romania ha ricevuto una grossa spinta in termini di popolarità. Il movimento, però, è già bello che avviato da anni. Sono sei le tenniste romene presenti al momento in top 100 e se non sorprende particolarmente leggere i nomi di Begu, Cirstea o Niculescu, c’è una ragazza che ha impiegato parecchio tempo prima di riuscire a far parlare di sé. Si tratta della 30enne Mihaela Buzarnescu, fresca di raggiungimento della 20esima posizione dopo la vittoria del primo titolo a San José. Negli ultimi mesi sta vivendo così tante prime volte che dopo il primo successo contro la top 10 Ostapenko in Qatar ha ironizzato: “Forse dovrei farmi un diario dove segnarmi tutto”.

Dal 2017 a questa parte si è qualificata al primo torneo Slam (US Open), ha centrato la prima finale WTA (Hobart), ha partecipato al primo Premier 5 (Doha), ha preso parte al primo Slam da testa di serie (Wimbledon) e ora ha vinto il suo primo titolo. Che fosse sulla rampa pronta a lanciarsi verso il tennis dei piani alti era già evidente a fine 2017 quando, iniziato l’anno fuori dalle prime 500, si è portata a casa sette titoli ITF vincendo la bellezza di 70 partite in stagione. Quanto è successo dopo ha probabilmente trasceso le stesse aspettative di Mihaela. Dal fisico particolarmente esile, Buzarnescu ha un gioco aggressivo – per sua stessa ammissione – e dei suoi colpi mancini pensa questo: “Il mio rovescio e il mio dritto sono più o meno allo stesso livello, certi giorni va meglio uno e certi giorni l’altro“. I movimenti in campo ricordano vagamente Camila Giorgi, ma oltre alla radicale differenza nell’esecuzione dei colpi c’è un abisso sotto il profilo emotivo: Mihaela lascia trapelare molto in campo, e se si considera il suo trascorso è più che comprensibile.

 

I motivi per i quali Buzarnescu ci ha messo tanto a raggiungere questi risultati sono, come spesso accade agli sportivi, di natura fisica. La sua carriera sembrava avviata nel migliore dei modi a livello junior – in compagnia di Wozniacki e Cibulkova, le uniche a tenersi in contatto con lei anche durante i periodi più bui – dove raggiunge la posizione n.4 e vince gli US Open in doppio nel 2006. Il primo infortunio, alla spalla, arriva all’età di 18 anni quando naviga attorno alla posizione 250 e la costringe a rimanere fuori sei mesi. Tempo necessario per minare le sue certezze e quelle di chi le sta attorno. “Quando sono incappata nei primi infortuni tutti hanno smesso di credere in me, persino la Federazione Romena, e ho perso tutti gli sponsor. Mi erano rimasti solo la mia famiglia e il mio fidanzato che continuava a motivarmi” ha raccontato in un’intervista a SpazioTennis.

Il peggio però deve ancora arrivare. “Ho iniziato di nuovo quando avevo 19 anni e non andava così bene. Mi presentavo da sola ai tornei perché non era una situazione facile, negli ITF devi pagare per tutto. Poi tra il 2011 e il 2012 sono arrivata circa al n.140. Le cose andavano decentemente ma è stato allora che si è presentato l’infortunio al ginocchio. Mi ha fermato per due anni (2013 e 2014, ndr). Ho ricominciato e sono tornata tra le top200… ma poi il dolore al ginocchio è tornato“. A causarle maggiori danni è la ricaduta e i dolori sembrano impossibili da mandare via. “Ho avuto due interventi chirurgici e l’ho fatto per niente. Niente ha funzionato, i dottori non avevano idea di cosa fosse. Sono andata anche dal medico di Nadal, ho visto un dottore in Svizzera, tutti erano così confusi riguardo alla natura dell’infortunio“.

Cresciuta ammirando Sampras – “lo guardavo ogni volta, piangevo e sudavo perché volevo che lui vincesse tutto” – in campo Buzarnescu non è una che nasconde troppo bene le emozioni. Nel match contro Svitolina al Roland Garros, forse il suo successo più eclatante, è sembrata palese la disperazione dipinta sul suo volto durante i cambi campo nel secondo set. In diverse occasioni è apparsa sul punto di scoppiare in lacrime, colta forse dalla foga di voler chiudere la partita al più presto. Le fasi finali di un match sono indubbiamente le più tese e Mihaela anche a Wimbledon, contro Sabalenka, ha ‘sciolto le briglie’ dei sentimenti mostrando però in quell’occasione segni di caparbietà e rabbia che l’hanno condotta alla vittoria. Forse la più grande difficoltà che si deve fronteggiare una volta raggiunto il livello delle migliori tenniste del mondo è quella di convivere con la responsabilità di dover vincere le partite, perché si è favoriti da una classifica, addirittura da una testa di serie.

Mihaela Buzarnescu – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

I match di tennis però, come la vita, non vanno sempre nella direzione prevista e spesso la soggezione nei confronti del futuro può spingerci verso un’altra delle emozioni fondamentali: la paura. Quando Buzarnescu parla del suo periodo da infortunata lo fa calcando i toni sulle sensazioni di disperazione che l’hanno accompagnata per lungo tempo, ma l’intento non è certo quello di impietosire qualcuno; appare come un genuino tentativo di coinvolgere il pubblico. Soprattutto ripensando ai periodi in cui la sua intera carriera da tennista sembrava in discussione, sebbene lei non abbia mai perso la consapevolezza del suo talento. “Dopo le due operazioni avevo ancora dolore e mi dicevo che non sarei mai tornata più a giocare. In due occasioni ho pensato seriamente al ritiro; avevo 24 anni e non ero mai stata oltre la 140esima posizione“.

Come sperimentato con successe da alcune sue colleghe, tra cui Laura Siegemund, in situazioni del genere ci si guarda attorno cercando un appiglio di salvezza e lei l’ha trovato nello studio. “Avevo la sensazione che il mio tennis fosse finito. Ho iniziato a fare un dottorato perché dovevo fare qualcosa, ho pensato che forse avrei potuto ottenere un lavoro in un’Università, o forse come coach. Era sempre tutto molto confuso nella mia mente perché non ero mai sicura di cosa volessi fare. Ho finito poi per studiare all’Università Sportiva a Bucarest e la mia specializzazione ha riguardato il tennis, il mio master lo Sport Management e il mio dottorato è stato in Scienze Motorie. Tutto attorno allo sport“. La tesi del dottorato era più precisamente incentrata sulla “Ottimizzazione nel tennis a livello junior (under12-under14)”; è proprio vero che non tutti i mali vengono per nuocere.

Tuttavia c’è ancora un mistero sul quale neanche i suoi studi sono riusciti a far luce: come sia scomparso il suo dolore al ginocchio. A inizio del 2017 semplicemente Mihaela ci ha riprovato: “Mi sono data un’altra chance giocando dei match a squadre in Olanda ed è stata una cosa stranissima, il dolore non c’era più e ho continuato a giocare meglio e più rilassata“.

Il trend negativo si è poi definitivamente concluso durante i tornei ITF, anche se persino in quel periodo Mihaela non aveva maturato la convinzione di poter fare la tennista ‘a tempo pieno’: “Avevo l’abitudine di dire ai miei amici ‘Oh mio dio, ho 29 anni, sono la più vecchia in questo torneo e sto giocando contro delle ragazze di 16, 17 anni!’ e loro mi rispondevano ‘Beh, guarda Serena!’. Adesso non ci penso più, non mi importa se sono più vecchia delle altre giocatrici. Che il mio momento sia proprio questo?“. Il campo sembra rispondere di sì, e anche in modo piuttosto convinto. Esisteva forse un posto migliore dei campi universitari di San José, per una dottoressa, per sollevare al cielo il primo trofeo?


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Alla scoperta di Bianca Andreescu: travolgente in campo, meditativa fuori

La 18enne canadese diventa la più giovane semifinalista degli ultimi 10 anni a Indian Wells. Affronterà una Svitolina che continua a resistere a tutti gli urti

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Bianca Andreescu (foto via Twitter, @OracleChallngrs)

Ho avuto la sensazione che ad ogni mio tentativo di fare qualcosa di diverso lei rispondesse con colpi ancora migliori. Non mi ha lasciato avvicinarmi abbastanza nel punteggio“. Le parole di una Garbiñe Muguruza più rassegnata che realmente delusa fotografano alla perfezione quanto e come Bianca Andreescu stia giocando sulle nuvole in questi giorni.

C’è davvero poco da raccontare nel 6-0 6-1 che la 18enne canadese – la più giovane a raggiungere la semifinale qui a Indian Wells da quando Pavlyuchenkova ci riuscì nel 2009 – ha rifilato alla spagnola, e al contempo c’è tutto da raccontare. Controllo totale del gioco, la netta sensazione che fosse in grado di prevedere ogni soluzione di Muguruza, una personalità dirompente che viene fuori anche di fronte ai giornalisti. “Ricevere così tante attenzioni dalla stampa è un’esperienza nuova, ma penso sia bello per i tifosi sapere qualcosa in più sui tennisti. Poi (andare in conferenza stampa, ndr) è obbligatorio, insomma devo farlo per forza!”, dice Bianca con un sorriso smagliante.

Parla tanto, senza imbarazzi. E non le manca l’ambizione. Per una top 50 conquistata ieri e una top 40 raggiunta oggi, cosa può riservarle il domani? Top 25?, suggerisce la canadese, equa nel dividere i suoi meriti dai demeriti dell’avversaria. “Non mi sono concentrata su chi avevo di fronte. Io ho avuto una grande giornata, lei no. L’ho vista molto contratta così ho continuato a spingere e lei ha continuato a sbagliare”. Detta così sembra la cosa più facile del mondo, ma da inizio stagione Andreescu riesce a imporre il suo gioco sulle avversarie più disparate. Viene da chiedersi se ci sia una preparazione dietro, o piuttosto si tratti di un talento istintivo. “Cerco di valutare durante la partita, sicuramente. Magari il rovescio della mia avversaria può non essere quello delle giornate migliori, o il suo dritto può essere traballante. Oggi mi sono attenuta al mio piano che era quello di metterle pressione sul dritto, farla muovere e cambiare il ritmo come faccio sempre“.

Fiumi di parole sul suo tennis, come giocasse nel circuito professionistico da dieci anni, e appena una mezza battuta sull’eventualità di percepire una certa emozione calcando un palcoscenico così prestigioso come il centrale dell’Indian Wells Tennis Garden. Eventualità che lei ritiene piuttosto remota: “Mi sono allenata lì questa mattina e ho familiarizzato con il campo. Ho giocato il primo match sullo Stadium 2, non era poi così diverso”. Anche qui, deve esserci un segreto, qualcosa che le permette di affrontare la 26esima partita tra i pro – contro una bi-campionessa Slam – come fosse un pic-nic primaverile tra amici.

Continua ad ammetterne l’esistenza senza volerlo svelare, se non lasciandosi sfuggire che riguarda l’annusare qualcosa. Aromaterapia, azzarda un cronista? “Non dirò nulla!“, prosegue Bianca nella sua guerra di trincea. Cede però alla curiosità dei presenti riguardo alla pratica della meditazione, cui ha ammesso di fare ricorso. “Lo faccio tutti i giorni da quando ho 14 anni. Nulla di complicato: mi sveglio e la prima cosa che faccio è meditare. Credo mi aiuti davvero a cominciare al meglio la giornata. Non guardo il telefono, non mi lascio sopraffare dagli stimoli: è semplicemente (meditazione con) visualizzazione creativa. Mi prendo 15 minuti ogni mattina per entrare in connessione con il mio corpo e la mia mente. Molte persone lavorano sul fattore atletico, ma credo che il fattore mentale sia il più importante perché la mente controlla il corpo“.

Bianca Andreescu – Acapulco 2019 (foto via Facebook, @AbiertoMexicanoDeTenis)

Tutto ciò che Bianca rivela di se stessa, dimostrando grande disinvoltura nell’eloquio, suggerisce un background piuttosto complesso che riflette l’infanzia e l’adolescenza trascorse a cavallo tra Canada, dove è nata, e Romania, dove ha vissuto nei primi anni di vita per via degli impegni lavorativi dei genitori, entrambi di origine rumena. Né papà né mamma giocavano a tennis, eppure lei ha cominciato a 7 anni quando era ancora in Europa.

Ho cominciato a fare sul serio quando sono tornata in Canada, sono entrata in orbita Tennis Canada e a 15 anni ho cominciato a lavorare con Nathalie Tauziat (la sua ex allenatrice, oggi è seguita da Sylvain Bruneau, ndr). Lei è stata in top 3 e in finale a Wimbledon, un’esperienza pazzesca per me. Avevamo un gran rapporto dentro e fuori dal campo. Mi ha insegnato tanto perché essendo stata una giocatrice sapeva tutto, mi ha dato molti consigli su cosa fare prima, durante e dopo le partite. Credo sia stato il modo ideale di cominciare la mia carriera professionistica, devo ringraziarla tantissimo“. Di parole al miele ce ne sono anche per il suo attuale coach. “Lavoriamo insieme a tempo pieno dallo scorso anno, dopo l’Australian Open, anche se prima avevo già avuto dei contatti con lui per la Fed Cup. È un allenatore incredibile, ha grande esperienza. Anche con lui ho un gran rapporto fuori dal campo“.

Toccherà a Elina Svitolina, un’altra che pare essere parecchio ‘in the zone‘, tentare di frapporsi tra il sogno lucido di Bianca Andreescu e la sua effettiva realizzazione. L’ucraina ha dato un saggio ulteriore delle sue qualità atletiche: battuta Barty agli ottavi in oltre tre ore di gioco, ne ha impiegate due abbondanti per rimontare una Marketa Vondrousova per nulla arrendevole, anzi, pienamente in partita fino al break decisivo sul 5-4 del terzo set. La differenza l’ha fatta ancora una volta l’inesauribile energia nelle gambe di Elina, pure messe a dura prova dai continui cambi di rotazione della ceca, dalle palle corte, da certi dritti mancini tanto stretti da dover essere intercettati oltre il corridoio. “Non ho giocato un match perfetto, ma ho lottato per mandare di là sempre una palla in più. Ho cercato di dare tutto perché sapevo che poi avrei avuto un giorno di riposo”ha raccontato una Svitolina più raggiante che esausta. “Contro di lei è complicato perché usa tante rotazioni, soprattutto con il dritto. Devi muoverti benissimo. Credo poi che il suo gioco tragga beneficio da queste condizioni, la palla rimbalza molto“.

Brava Marketa, che si farà, ancor più brava Elina che mai come questa settimana sembra poter puntare al bersaglio grosso. Per farlo, dovrà riuscire a fiaccare anche la ragazzina canadese. So che ha vinto la maggior parte delle partite quest’anno“, dice sorridendo a proposito di Andreescu. “Gioca un gran tennis, si muove molto bene. Ma non voglio pensarci adesso, ho un giorno per recuperare. Parlerò con Andy (Bettles, il suo coach, ndr) del suo gioco. L’abbiamo vista giocare poche volte perché ha solo 18 anni“. La sensazione è che continuando a giocare così, il tennis di Bianca Andreescu diventerà presto un affare noto a tutti.

 

Risultati, quarti di finale:

[WC] B. Andreescu b. [20] G. Muguruza 6-0 6-1
[6] E. Svitolina b. M. Vondrousova 4-6 6-4 6-4

Il tabellone completo

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Miomir Kecmanovic ha vinto alla lotteria

Quarti a Indian Wells da lucky loser e wild card per Miami appena annunciata. “Una settimana fa volevo mollare tutto”

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(via Twitter, @ATP_Tour)

Si fa presto a passare da uno stato di scura depressione a uno di euforia totalizzante, specie sul campo da tennis, un ambientino dove spesso le emozioni cambiano radicalmente con lo scorrere dei punti, e non solo di quelli. Miomir Kecmanovic, diciannovenne serbo ex numero uno junior e attualmente occupante la centotrentesima posizione del ranking ATP, una settimana fa perdeva contro Marcos Giron l’ultimo turno delle qualificazioni a Indian Wells, dopo aver inutilmente servito per il match nel terzo set. “Ero davvero depresso, e non sto scherzando. Volevo mollare tutto, è stata una botta tremenda. Poi mi sono detto che il tennis è tutto ciò che conosco nella vita, mi sarebbe convenuto continuare a praticarlo”.

Assimilato il fatto che il suo carnefice non è proprio l’ultimo scappato di casa – Giron ha raggiunto il terzo turno dando peraltro feroce battaglia a Milos Raonic – Kecmanovic si è un po’ rasserenato e, sedutosi in poltrona contemplando il proprio nome scritto al secondo posto nella lista degli alternates, si è messo ad attendere paziente. “Non volevo andare a giocare il challenger di Phoenix e comunque, essendo così in alto nella lista dei possibili lucky loser, non mi sarei potuto muovere”. Non una brutta decisione, verrebbe da dire. Quando si è ritirato Kevin Anderson, che ringrazio davvero di cuore, ho raccolto i pensieri e ho giurato a me stesso che mi sarei giocato ogni possibilità fino all’ultimo. È andata bene”.

 

Entrato dalla porta di servizio nel tabellone principale, il vincitore dell’Orange Bowl 2015 ha tracciato un percorso netto, evitando di cedere set a Max Marterer, al connazionale Djere e a Yoshihito Nishioka, ritiratosi in nottata nel corso del secondo set per un problema alla schiena: neanche male per un teenager che fino all’inizio del torneo aveva vinto un solo incontro di tabellone principale in un evento del tour maggiore (lo scorso gennaio a Brisbane, contro Leonardo Mayer), e le prospettive a questo punto sono aperte. “Può succedere di tutto, adesso sono davvero in fiducia”. E la fiducia nel tennis se non è tutto, è molto.

L’abbraccio tra Kecmanovic e Nishioka, appena dopo il ritiro (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Miomir sta mettendo insieme un bottino di gran pregio, arrivato quasi alla metà del cosiddetto Sunshine Double: raggiungendo i quarti a Indian Wells egli intasca un assegnino di dollari centottantaduemila e scala trentasei posizioni nel ranking, utili a entrare per la prima volta tra i primi cento giocatori del mondo (rimanesse la situazione cristallizzata, il computer lo segnalerebbe lunedì prossimo alla novantaquattro ATP), e le buone notizie non sono finite qui. Nella conferenza stampa post match il nostro inviato Vanni Gibertini lo ha informato del fatto che il torneo di Miami aveva in quei minuti deciso di concedergli una wild card. “È pazzesco come le cose cambino in una settimana. Giovedì scorso vedevo tutto nero, mentre adesso ogni cosa gira per il verso giusto. Quarti a Indian Wells e wild card a Miami, è incredibile. Dovrei approfittare della buona sorte e giocare alla lotteria? Lo farò, nel weekend comprerò un biglietto, bisogna battere il ferro finché è caldo”.

Il quarto contro Milos Raonic non lo vede favorito, com’è ovvio, ma in circostanze come queste è opportuno sfoderare la locuzione regina delle banalità: mai dire mai. Se andrà male, dietro l’angolo c’è la Florida, sua seconda casa, anche se sarebbe più giusto dire prima, assecondando i fatti concludenti, almeno nell’ultimo lustro. “Quelli dell’IMG – la celeberrima Academy fondata da Nick Bollettieri – mi hanno notato a un torneo under 14 a Mosca e mi hanno chiesto se fossi stato interessato a unirmi al loro team. Sono andato lì l’anno dopo. Mi hanno accolto alla grande, ho avuto ottimi coach e conservo un ricordo particolarmente affettuoso di Max Mirnyi, il primo professionista con cui mi sia mai allenato. È stato importantissimo nell’indirizzarmi, nel consigliarmi. E lo è ancora”.

Anche se l’idolo vero, manco a dirlo, è il vicino di casa, un tizio chiamato Novak che da qualche tempo raccoglie discreti risultati in giro per il mondo. “Ogni volta è un privilegio, è una persona eccezionale, ma lo dico sul serio. Non solo dal punto di vista sportivo, ma per quello che si propone costantemente di fare per aiutare gli altri e migliorare la vita delle persone che gli stanno attorno. Ogni tanto ci alleniamo insieme, e quando gli confesso che certe mattine me ne starei a dormire mi sprona dicendomi che è proprio in quelle mattine che devo accelerare“.

Comunque pare che l’ultimo serbo rimasto in tabellone non sia il mito di Belgrado. La situazione inizia a sfuggirmi di mano, è surreale. Kecmanovic comprerà il biglietto della lotteria, con buone possibilità di sbancarla. Dovesse succedere, non mancheremo di darvene conto.

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Francesca Di Lorenzo fa parlare di sé: “Vorrei giocare da italiana”

Uno dei giovani volti nuovi del tennis statunitense, Francesca Di Lorenzo, racconta la sua storia di figlia di emigranti, il suo rapporto con l’Italia e la speranza di diventare una nostra connazionale

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Francesca Di Lorenzo - WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Come è noto, da un paio di anni appare abbastanza preoccupante la situazione del tennis femminile italiano. Camila Giorgi era rimasta la sola giocatrice in top 50, e a causa delle vicissitudini giudiziarie di Sara Errani (scivolata al 234esimo posto) si è ritrovata addirittura ad essere l’unica in top 100. Una situazione tanto preoccupante che l’imminente torneo di Indian Wells rischia di essere privo di tenniste italiane per il secondo anno consecutivo, a meno che Sara Errani riesca a emergere dal torneo di qualificazione.

Senza ricambi adeguati, il futuro della tennis azzurro in gonnella appare insomma a tinte più che fosche. La seconda giocatrice italiana, al momento, è la 25enne Martina Trevisan che occupa la 162esima posizione mondiale; non figurano under 23 italiane in top 200, poiché Jasmine Paolini (classe 1996, 23 anni già compiuti) è numero 208 e Deborah Chiesa (anche lei nata nel 1996, 23 anni da compiere) è addirittura numero 280. Uno scenario cupo, nel quale guardarsi attorno per ripopolare un settore giovanile in profonda crisi sembra indispensabile.

 

Deve averlo pensato anche la nostra federazione, che durante l’ultimo US Open ha avviato i contatti con una ragazza statunitense di origini italiane che si è ben comportata durante lo Slam newyorchese. Si tratta di Francesca Di Lorenzo, nata a Pittsburgh il 22 luglio del 1997 da due genitori campani.

Pochi giorni fa Francesca ha richiamato ancora l’attenzione su di sé raggiungendo i quarti di finale del WTA 125k di Indian Wells, evento di livello che mette anche in palio una wild card per il Premier Mandatory in partenza questo mercoledì. Per arrivare tra le prime otto, Di Lorenzo ha dovuto battere le asiatiche Hibino e Zhu e soprattutto Timea Bacsinszky (ex numero 9 del mondo) agli ottavi, dopo quasi tre ore di gioco e una gran battaglia nel terzo set. Nei quarti di finale si è arresa in due set (6-4 6-3) alla testa di serie numero 11 Zarina Diyas, ma si è comunque consolata: Di Lorenzo ha infatti ricevuto una wild card per il tabellone cadetto e stanotte – attorno alle 2 italiane – scenderà in campo nelle qualificazioni del Premier Mandatory di Indian Wells. Affronterà al primo turno la n.23 del seeding Misaki Doi (trovate QUI il tabellone completo).

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

LA SUA STORIA – Francesca ha frequentato per due anni i corsi di business della Ohio State Universityaccompagnando agli studi l’attività sportiva a livello di college: nel maggio 2017 ha vinto infatti i campionati di doppio NCAA in coppia con Miho Kowase. Solo nel dicembre successivo ha deciso di dedicarsi completamente al tentativo di diventare una tennista professionista, abbandonando così il percorso accademico con il proposito di ricominciare al termine della carriera tennistica.

Ha iniziato il 2018 fuori dalle prime trecento giocatrici del mondo, ma una costante ascesa le ha consentito prima l’esordio nel circuito maggiore a Charleston, dove si è qualificata, poi di entrare tra le prime 200 e quindi partecipare alle qualificazioni dello US Open dove ha sconfitto giocatrici esperte come Cepede Royg (73 WTA nel 2017) e Mona Barthel (23 WTA cinque anni fa) per accedere al tabellone principale. Un sorteggio non impossibile l’ha messa di fronte alla connazionale Christina McHale, contro la quale ha ottenuto la prima – e finora unica – vittoria nel circuito maggiore. Una grande iniezione di fiducia che le è valsa, un mese più tardi, anche il best ranking di numero 150 del mondo.

L’occupazione stabile della top 200 ha permesso alla giocatrice statunitense di rimodulare al rialzo la sua programmazione, partecipando a tornei di caratura maggiore. A Indian Wells è arrivata un’altra piccola conferma delle sue qualità, in grado di riaprire lo scenario un suo eventuale trasloco sotto la bandiera italiana.

A New York ne avevamo parlato direttamente con lei, potendo constatare il suo buon italiano a cui si accompagna un’inevitabile slang italo-americano (alle domande dei colleghi statunitensi ha spiegato che i genitori le parlano in italiano e lei risponde in inglese). Francesca, che ha la doppia cittadinanza ma deve ancora ottenere il passaporto italiano, ha dichiarato che la farebbe piacere rappresentare l’Italia in futuro.

Di seguito le dichiarazioni che Francesca Di Lorenzo ha rilasciato durante lo scorso US Open, dopo l’eliminazione del torneo subita per mano di Kiki Bertens.

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Francesca, ci racconti le tue origini?
I miei genitori sono entrambi nati a Salerno e tantissimi membri della mia famiglia vivono lì, ma ho parenti anche a Torino. Sono stata diverse volte in Italia, a Napoli la pizza è molto buona. Due mesi fa è stata l’ultina volta che sono tornata (ha giocato gli ITF di Grado e Brescia, dove ha perso in semi da Trevisan) ed è stata un’occasione anche per vedere tanti membri della mia famiglia.

Ci racconti qualcosa della tua vita negli USA?
Sono nata a Pittsburgh, poi all’età di sei anni siamo andati a Columbus, perché mio padre, che è medico, si era trasferito a lavorare lì. Sto bene negli USA, ma mi fa piacere sempre venire in Italia, sebbene il cibo sia buonissimo ma mi faccia ingrassare (ride ndr). Mi sento coccolata, negli Stati Uniti non abbiamo nessun parente.

Ti ha mai contattato la federazione italiana?

Sì, ho parlato con il capitano di Fed Cup, Tathiana Garbin: è qui in questi giorni, è stata molto simpatica con me, abbiamo parlato un po’ della mia situazione. Sto provando ad avere il passaporto italiano, ma non è facile. Vivo negli USA, ho l’allenatore qui. Inoltre, ho ricevuto una sponsorizzazione di 100.000 dollari in quanto giocatrice statunitense e non è facile risolvere tutti queste piccole difficoltà.

Ti farebbe piacere giocare per i colori azzurri?
Sì certo, lo vorrei. Amo l’Italia. È la nazione della mia famiglia e anche per la mia carriera tennistica magari ci sarebbero più opportunità giocando da italiana. Come ho detto, ci sono vari ostacoli, ma spero che nel futuro si risolvano, magari già l’anno prossimo o tra due.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?

Vorrei diventare una top 20, giocare una finale del Grande Slam. Mi piacerebbe anche fare bene a Roma: i miei parenti hanno promesso che mi verrebbero a vedere!

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