Auger-Aliassime: predestinato? Ce lo racconta il suo coach

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Auger-Aliassime: predestinato? Ce lo racconta il suo coach

Intervista esclusiva ad Guillaume Marx, uno dei due coach di Felix Auger Aliassime. Uno sguardo alla crescita fisica e tecnica del talento canadese e alle grandi aspettative su di lui

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Dopo la galoppata di Denis Shapovalov a Montreal nel 2017, qualcuno pensava che il suo amicone Felix Auger Aliassime (n.120 ATP), di un anno più giovane, potesse ripetere l’impresa a Toronto e raggiungere la semifinale dell’ultima Rogers Cup. Ma qui siamo nel mondo vero, non a Hollywood, e dopo una prestigiosa vittoria al primo turno contro il Top 20 (un po’ in disarmo per la verità) Lucas Pouille, la corsa del ragazzo canadese classe 2000 che condivide il compleanno con Roger Federer (8 agosto) si è arrestata al secondo turno contro Daniil Medvedev, che lo ha sconfitto per 7-6 al terzo set.

Durante la settimana siamo riusciti a parlare con uno dei due allenatori di Felix Auger Aliassime, Guillaume Marx, coach di Tennis Canada che insieme con il francese Frederic Fontang si occupa a tempo pieno dell’astro nascente del tennis canadese.

Per Felix questa è stata la prima Rogers Cup, con la bella vittoria su Pouille e poi la sfortunata partita con Medvedev. Come ha vissuto questa sua esperienza nel torneo di casa, con tutte le extra pressioni e richieste che vi si accompagnano?
Non ha fatto nulla di drastico, come spegnere il suo telefono o non guardare i giornali. Ha gestito la situazione al meglio delle sue abilità, era già parecchio tempo che si preparava mentalmente a questa situazione. Credo si sia abituato progressivamente alla pressione, non era la sua prima esperienza su un palcoscenico così importante, e non mi sembrava eccessivamente nervoso in occasione della sua prima partita. Poi quando si gioca bene diventa tutto più facile, ma era sicuramente più eccitato che stressato.

 

È riuscito a celebrare il suo diciottesimo compleanno?
Ha celebrato la sera prima, perché il giorno del suo compleanno doveva giocare, per cui ha mangiato la torta la sera precedente.

Dal punto di vista tecnico come sono i suoi progressi finora rispetto a quelle che erano le aspettative?
Credo che tecnicamente sia al livello che ci aspettavamo. Qualcuno naturalmente pensa che ci stia mettendo troppo tempo per arrivare nei primi 100, ma per noi le cose stanno andando davvero bene. Come allenatori, noi siamo più propensi a guardare il livello di gioco piuttosto che il ranking: negli ultimi mesi è migliorato parecchio, perché all’inizio dell’anno non aveva giocato bene, in parte a causa dell’infortunio [al ginocchio n.d.r], mentre ora sta esprimendo un buon livello di gioco.

Se Felix avesse vinto la partita con Medvedev, nella quale è stato a due punti dalla vittoria, avrebbe probabilmente raggiunto una posizione in classifica intorno al 105-106esimo posto, il che avrebbe significato la potenziale ammissione diretta nel tabellone principale agli Australian Open. Tuttavia non è successo: quali sono i suoi programmi nel medio periodo quindi?
La settimana prossima saremo al Challenger di Vancouver, dopodiché ci sposteremo a New York per giocare le qualificazioni degli US Open. Quindi dobbiamo vedere se sarà convocato per giocare la Coppa Davis [il Canada gioca lo spareggio per non retrocedere a Toronto contro l’Olanda n.d.r.] ed in seguito vedremo dove giocare in base alla classifica.

Ha causato parecchia sorpresa la decisione di saltare completamente la stagione sull’erba per rimanere a giocare Challenger sulla terra in Europa. Come è nata questa decisione?
A seguire Felix siamo in due, Federic Fontang ed io, e ovviamente ci consultiamo molto spesso sul da farsi. Prima del Roland Garros abbiamo fatto un tour piuttosto lungo sulla terra, che è andato abbastanza bene dal punto di vista tecnico con risultati così così. Stavamo facendo un buon lavoro, recuperando quello che non avevamo fatto all’inizio dell’anno a causa dell’infortunio. Quindi abbiamo pensato di poter guadagnare un po’ di tempo saltando un cambio di superficie, che richiede abbastanza tempo, evitando quindi li cambio da terra a erba e passare direttamente dalla terra al cemento. Inoltre l’erba è una superficie abbastanza anomala, dalla quale è difficile sapere cosa aspettarsi, quindi abbiamo pensato di agire in questo modo.

E Felix come ha preso la proposta? Perché alla fine lui deve essere d’accordo: c’è stato bisogno di convincerlo?
Quello che suggerivamo Frederic ed io alla fine aveva molto senso, per cui ha pensato ‘Perché non pensare fuori dagli schemi tradizionali?’ e si è convinto molto velocemente. Con una sola discussione abbiamo risolto tutto.

Ogni volta che lo vedo sembra che sia cresciuto. Viene monitorato da questo punto di vista? Sapete se sta ancora crescendo o meno?
Di sicuro è cresciuto di statura lo scorso anno. L’ultima volta che lo abbiamo misurato è stato in gennaio, non mi sembra che sia cresciuto negli ultimi mesi.

Quando lo misurate, lo fate con o senza capelli?
Senza… altrimenti sarebbe davvero troppo alto.

Che tipo di programma segue Felix dal punto di vista fisico per prevenire infortuni?
Ogni giorno Felix esegue una serie di esercizi che hanno il preciso scopo di evitare gli infortuni. Quando abbiamo più tempo per allenarci facciamo più attività di questo tipo, ma anche nelle giornate in cui deve giocare una partita si segue questo programma.

Qualche anno fa Felix disse di avere una malattia cardiaca [tachicardia n.d.r.] che lo limita nella sua attività? C’è qualche precauzione particolare che deve prendere a causa di questa condizione? Qualche terapia che deve seguire?
Non ci sono particolari precauzioni da prendere, anche perché si tratta di una condizione che solitamente scompare alla fine del periodo della crescita. Gli episodi sono stati rarissimi negli ultimi due anni, per cui non è necessario fare nulla di particolare. Ovviamente cerchiamo di agire con prudenza, soprattutto quando vediamo un affaticamento, ma non c’è altro da fare.

Si tratta di una condizione congenita?
Sì, esattamente.

C’è molta pressione intorno a Felix da parte dell’ambiente perché si ottengano risultati in fretta?
Il fatto che lui abbia grandi aspettative da se stesso aiuta molto da questo punto di vista. La pressione che viene dall’esterno non è maggiore di quella che lui stesso si mette addosso. Però Felix è molto dedicato alla sua carriera, è pronto a fare ciò che è necessario per raggiungere i risultati che lui si aspetta da se stesso e che l’ambiente del tennis si aspetta, per cui dal nostro punto di vista non c’è molto da fare in quest’ambito.

L’amicizia che c’è tra Denis e Felix è un fatto positivo per le loro carriere?
Credo di sì, sono ottimi amici, si stimolano a vicenda ed il fatto che le loro carriere abbiano seguito percorsi diversi ha sicuramente aiutato. Dallo scorso anno l’attenzione è stata concentrata su Denis, visti i successi ottenuti dalla Rogers Cup in poi, e questo ha tolto un po’ di pressione da Felix che nei due anni precedenti era stato più al centro dell’attenzione. La situazione attuale è ideale: due ragazzi che possono condividere il peso delle aspettative e stimolarsi a vicenda.

Prima hai detto che la programmazione di Felix dipenderà anche dalla sua convocazione o meno in Coppa Davis. Credi che far parte della squadra, a questo punto della sua carriera, sia un’esperienza positiva oppure è una settimana che potrebbe utilizzare più proficuamente in altro modo?
No, è sicuramente positivo. Adesso che la squadra di Davis è composta da cinque persone è sicuramente utile partecipare allo spareggio. Certo, se dovesse andare come sesto, solo per fare da sparring, la valutazione sarebbe diversa: ormai il suo livello è troppo alto per essere relegato a fare da sparring partner e potrebbe andare a giocare un torneo da un’altra parte.

Come viene diviso il lavoro tra te e Frederic Fontang?
Tutte le decisioni vengono prese insieme, e ci dividiamo quando si tratta di viaggiare. Io sono basato qui a Montreal mentre Frederic è basato in Europa, per cui quando Felix è in Nord America lo seguo io, quando è in Europa lo segue lui. Cerchiamo di fare anche delle settimane di allenamento tutti insieme, quando possibile, ma la suddivisione dei viaggi è la cosa più importante, perché una persona sola fatica a viaggiare sempre con lui.

Qual è la base di allenamenti di Felix?
Per il momento è qui, il National Training Centre di Montreal. Poi vedremo se sarà il caso di spostarsi in un luogo con un clima diverso.

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Mats Wilander: “Lendl aveva gli incubi prima di affrontarmi”. E difende Djokovic sull’Adria Tour

Da quell’indimenticabile 1988 ai suoi pensieri sul ruolo pubblico degli sportivi, lo svedese non è mai banale. Dalla sua casa in Idaho, racconta l’influenza di Borg sul suo gioco, l’epica sfida in Davis con McEnroe e il dietro le quinte del suo famoso commento sugli attributi di Federer

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Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Arriva un altro episodio delle interviste che sto realizzando con Steve Flink, e stavolta l’ospite non ha davvero bisogno di presentazioni. Se da un lato questo è vero per quasi tutta la lista di grandi personaggi che si sono alternati negli ultimi mesi (siamo pur sempre un sito specializzato!), dall’altro è innegabile che Mats Wilander sia il volto più riconoscibile, un po’ perché probabilmente il giocatore più forte ad aver aderito, un po’ perché immancabile chiosatore di tutti gli Slam targati Eurosport.

Bisogna pur sempre fare gli onori di casa, però, quindi ecco un bigino dei suoi tanti successi: 33 tornei vinti, 7 titoli dello Slam in singolare più uno in doppio, numero 1 di fine stagione e giocatore dell’anno sia per l’ATP che per l’ITF nel 1988 (anno in cui conquistò il primo Australian Open sul cemento, oltre al Roland Garros e allo US Open, quest’ultimo al termine della più lunga finale newyorchese a parimerito con quella del 2012), tre volte campione in Davis, 20 settimane da n.1 delle classifiche, più giovane vincitore Slam all’epoca della sua vittoria a Parigi nell’82 (è stato poi superato da Becker e Chang), secondo uomo a vincere degli Slam su tre superfici dopo Connors (ma è l’unico assieme a Nadal ad averne almeno due per ciascuna), e via discorrendo.

Non va poi dimenticato il suo ruolo decisivo nella creazione dell’ATP Tour: è celeberrimo il discorso con cui annunciò, durante lo US Open del 1988, il divorzio dell’associazione giocatori dal Grand Prix, portando alla creazione del circuito come lo conosciamo a partire dal 1990. Attualmente fa l’istruttore in un circolo di Hailey, in Idaho, quando non sta presentando “Game, Schett & Mats”.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 

Minuto 00 – Introduzione e saluti. Stavolta l’elenco dei successi da elencare è piuttosto lungo, e Steve mi ha intimato di non dire come mio solito che avrebbe potuto vincere di più! Wilander ci racconta di Sun Valley, in Idaho, dei suoi quattro figli (non cinque come ho detto all’inizio!) e del suo circolo, il Gravity Fitness and Tennis.

05:51“Fino all’88 ho vissuto a Greenwich, in Connecticut, dove mi ero trasferito da New York su consiglio di Ivan Lendl, il mio nemico di allora! Quando Ivan è tornato primo in classifica ho deciso di spostarmi in un luogo dove potessi ancora essere il migliore…. In realtà la scelta è ricaduta sull’Idaho per via del clima, perché uno dei suoi figli è affetto da un problema cutaneo (epidermolisi bollosa, ndr).

06:51“Ho intervistato Djokovic il primo giorno dell’Adria Tour, ed era felicissimo di ciò che aveva contribuito ad organizzare, diceva di avere le lacrime agli occhi durante i match. Per quanto mi riguarda la responsabilità ricade sul governo serbo, Nole ha pagato la propria ingenuità nel voler fare la cosa giusta. Detto questo sono preoccupato per la stagione, perché l’onda lunga dell’esibizione potrebbe condizionare tutti a partire dallo US Open”.

11:18 – Perché Djokovic ha fatto da parafulmine per gli altri giocatori? “Perché il mondo è così, ma secondo me ci si dovrebbe levare il cappello di fronte Nole perché ha provato a fare qualcosa, e anche per tutto ciò che fa per i bambini del suo Paese”.

13:21US Open o US Closed? “Le condizioni saranno molto diverse perché i giocatori migliori non si potranno portare dietro il team, ma oggi nessuno mette un asterisco sulla vittoria di Kodes a Wimbledon nel ’73, quindi anche questo dovrebbe contare come un titolo Slam a tutti gli effetti.

15:18Kyrgios predicatore? “Lo è sempre stato! Se ci pensate ha sempre promosso apertamente un certo stile di vita basato sul divertirsi in ciò che si fa, non lo biasimo per questo”.

17:07Djokovic dovrebbe dimettersi? “Non se non vuole farlo! Se uno si espone è normale che ogni tanto sbagli, ma non dovrebbe pagare per il proprio spirito d’iniziativa. La sua situazione mi ricorda ciò che era successo a me nel 1988 ai tempi della rottura fra ATP e Grand Prix, quando l’unico top player a supportarmi fu Tim Mayotte, mentre oggi i Big Three sono tutti parte del Player Council e vogliono lavorare per il bene del tennis”.

20:16 – Il 1988 è anche la miglior stagione della sua carriera, e Steve gli chiede di raccontarci come riuscì a far incastrare tutto alla perfezione per vincere tre Slam in un anno e diventare finalmente numero uno: “Sarò troppo romantico ma credo che il mio matrimonio sia stato decisivo (si era sposato l’anno precedente, ndr). Tutto andò per meglio a partire da quando vinsi a Melbourne, con un po’ di fortuna, 8-6 al quinto contro Cash”. Aggiungo che quella è una partita su cui l’aussie ancora recrimina.

22:18Il rapido declino dall’89 in poi, con un solo torneo vinto dopo i 24 anni: “Ci provavo, ma la concentrazione era andata, e la morte di mio padre nel 1990 non mi aiutò. Significativamente, Wilander ricollega la sua perdita di autostima a ciò che potrebbe succedere a molti grandi giocatori se giocassero lo US Open senza preparazione: “Anche i migliori sono umani, un giorno potrebbero svegliarsi e non avere più la motivazione giusta”.

25:28 – L’ho sempre considerato fra i giocatori più intelligenti, visto che fra il suo primo e il suo ultimo Slam riuscì a passare da un tennis di strenua difesa da fondo contro Vilas al Roland Garros dell’82 a uno molto più offensivo contro Lendl a Flushing Meadows del 1988, quando scese a rete la bellezza di 131 volte! Lui però mi ha giustamente ricordato che le volée e lo slice li ha sempre saputi fare: “Ho vinto Wimbledon in doppio con Nystrom! Semplicemente non avevo mai avuto bisogno di cambiare il mio gioco fino a quando iniziai a perdere sempre allo stesso modo con Lendl sul cemento. Considera quella partita con Lendl la più divertente che abbia giocato: “Non avevo idea di come sarebbe andata a finire, ero come un musicista che continua a suonare senza sapere dove andrà a parare ma poi si ritrova per le mani la canzone che lo renderà famoso”.

Mats Wilander – Roland Garros 1988

29:14 – Lendl l’ha battuto 15 volte su 22, ma nelle finali Slam è stato Mats a prevalere per 3-2. Come mai? Ivan mi ha detto che aveva gli incubi prima di affrontarmi, perché sapeva che sarebbe stata lunga! Ho sempre trovato interessanti le nostre partite, soprattutto all’aperto. Il mio obiettivo era di rimanere in partita dal punto di vista fisico, perché sentivo che eravamo simili in termini di talento, pazienza ed energie, mentre contro un McEnroe dovevi augurarti che non fosse in giornata. Ivan non era un talento così naturale, e mentalmente mi soffriva. Andate al minuto 31:17 per sentire la sua imitazione di Lendl, di cui è sempre stato un buon amico.

31:43 – L’influenza dell’Orso: Bjorn Borg non era bello da vedere quando andava a rete, ma sapeva fare tutto. In Svezia guardavamo tutte le sue finali e le sue semifinali, e questo mi ha permesso di capire come giocare contro McEnroe, Connors e Vilas. Una volta capito come affrontare l’avversario, la questione diventava esecutiva, e io sentivo di poter replicare almeno in piccola parte ciò che faceva Bjorn, anche se non ero rapido come lui e non colpivo altrettanto forte. Gli ho però ricordato che il suo rovescio lungolinea era molto più efficace di quello di Borg…

34:30 – Il rispetto fra i grandi della sua epoca e quel grande match di Davis contro Mac (sei ore e trentadue!) nel 1982: “Rispetto John perché il suo gioco gli è sempre interessato meno della salute del tennis in generale, ed è il motivo per cui ha ancora così tanto peso. Quel giorno non riusciva a stare con la testa dentro la partita, e continuava a comportarsi male, ma non si è mai arreso, e alla fine mi ha battuto. In ogni caso quello è stato un grande momento per me, perché sapevo di poter giocare bene anche sulle superfici rapide, ma non ero convinto di poterlo fare contro i migliori. Dopo quel match mi sentivo così sicuro di me che mi tagliai i capelli in spogliatoio!”. Un po’ di pubblicità per il libro di Steve… 

39:11 – Come mai batteva sempre Connors (5-0) e perdeva spesso con Mecir (4-7)? “Sono sempre stato molto umile sul campo, nel senso che avevo sempre una chiara percezione dei miei limiti, e questo mi portava a studiare più profondamente l’avversario, perciò quando mi trovavo contro Miloslav mi rendevo sempre conto di quanto più dotato di me fosse, e non riuscivo a liberarmi di quella sensazione. Per quanto riguarda Jimmy, rifacevo semplicemente ciò che faceva Borg, e funzionava!.

42:52 – Quando ha voluto rigiocare il match point con Clerc in semifinale al Roland Garros (nel 1982) anche se l’arbitro gli aveva assegnato il punto: “Sicuramente è il momento su un campo da tennis di cui vado più fiero. Dopo il match, i miei fratelli maggiori, che erano arrivati dalla Svezia per vedermi giocare, volevano prendermi a cazzotti…”. Parla anche del suo rapporto con Edberg, descritto come un uomo intelligente e generoso.

49:08“Tifo per i giocatori con uno stile simile al mio perché so quanto fatica debbano fare, ma sul tour non mi sono mai divertito più di quanto abbia fatto allenando Safin!. Oggi non si vede come un telecronista: “Quando guardo un match è come se lo stessi giocando anch’io, e questo mi ha portato a usare delle espressioni di cui mi sono poi pentito, come quando dissi a Federer che lui non aveva avuto le palle (gli attributi, ma dice proprio balls, ndr) al Roland Garros mentre Nadal invece ne aveva tre o quattro. In generale, però, sono grato per il modo in cui i big reagiscono alle critiche, perché mi consente fare ciò che ritengo migliore per il pubblico, mi consente di essere onesto.

59:17 – Mats finisce con un manifesto programmatico di ciò che cerca di fare quando commenta il gioco, e soprattutto quale tipo di contributo hanno dato e possono dare tennisti come Arthur Ashe e Billie Jean King: “Per quanto mi riguarda, se giocatori come i Big Three sfruttano il loro ruolo pubblico per rendere il mondo un posto migliore alla fine il tennis vince”. Davvero non può esserci conclusione più adatta.


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Tennis e libertà sessuale: perché LGBTennis è più di una ‘pride celebration’

Nessun coming out in campo maschile in Era Open? “Il tennis è meravigliosamente gay”, assicura Nick McCarvel, ideatore degli eventi ‘LGBTennis’ che promuovono la libertà sessuale nel mondo del tennis

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A un primo sguardo, il tennis sembra essere all’avanguardia nel riconoscimento degli atleti omosessuali grazie anche a personaggi del calibro di Billie Jean King e Martina Navratilova. Tuttavia, un’analisi più approfondita mostra perché una serie di eventi LGBTQ+, come quelli organizzati dal giornalista Nick McCarvel, siano più importanti che mai.

Non si può sottovalutare l’impatto che il mondo del tennis ha avuto nella storia degli sport LGBTQ. Diversi dei primi atleti apertamente gay sono tennisti: nel 1981 un quotidiano pubblicò senza autorizzazione la notizia dell’omosessualità della fondatrice della WTA, Billie Jean King, che poi diventò una delle leader nelle lotte per l’uguaglianza. Lo stesso anno, Martina Navratilova parlò apertamente della propria sessualità, dichiarando di essere bisessuale in un’intervista al New York Daily News. Le due fecero coming out in un’epoca in cui avrebbero rischiato di perdere sponsorizzazioni, e tutto questo prima dell’emergenza-AIDS, che portò a un’ulteriore discriminazione contro la comunità LGBTQ+.

Negli anni seguenti diverse altre giocatrici del circuito WTA appartenevano al mondo LGBTQ+, tra le quali Amelie Mauresmo, Casey Dellacqua, Conchita Martinez ed Alison Van Uytvanck, mentre per quanto riguarda il fronte maschile si fotografa una situazione differente. Bill Tilden, vincitore di dieci titoli Slam negli anni ‘20, dovette lottare a causa della propria sessualità in un’epoca nella quale il sesso omosessuale era dichiarato illegale dalla legge e non accettato dalla società. In tempi più recenti l’americano Brian Vahely, top 100 nei primi anni 2000, decise di dichiarare la propria sessualità dopo il ritiro dal tennis giocato. Sicuramente ancora oggi c’è tanta strada da percorrere.

 

Fortunatamente, nel tennis ci sono persone che portano alla ribalta il tema delle questioni LGBTQ+. Nick McCarvel è un noto giornalista che ha partecipato a numerosi tornei del Grande Slam in qualità di reporter o lavorando alla copertura online per i loro canali media.

Se mi piacerebbe che ci fossero altri come Brian Vahaly, il quale ha dichiarato la propria sessualità dopo l’uscita dal circuito, oppure qualcuno che fa coming out mentre è ancora in attività? Certamente, ma la cosa non mi condiziona particolarmente”. McCarvel ha raccontato a Ubitennis di essere cresciuto senza che ci fosse un vero punto di riferimento gay nel mondo del tennis. “Avendo accettato con serenità ciò che sono e grazie al mio ruolo di giornalista, mi sono sentito in dovere di trattare in maniera approfondita questo argomento anche a causa della mancanza di giocatori omosessuali nell’ATP”.

LGBTennis

McCarvel non è sicuramente rimasto con le mani in mano. Qualche anno fa ha lanciato gli eventi LGBTennis, nei quali si può parlare di temi inerenti la comunità gay. Il primo di questi è stato organizzato in concomitanza con lo US Open e si è svolto all’Housing Works Bookstore nel quartiere SoHo di New York. Denominato “Open Playbook: Being Queer and Out in Pro Tennis” ha visto tra gli altri la partecipazione di Vahaly e Dellacqua.

Nella primavera del 2018 mi ero messo a pensare che fosse giunto il tempo di far qualcosa che conciliasse tennis e minoranze sessuali. Non avevo nessun obiettivo particolare se non quello di portare alla ribalta una discussione di un argomento che nella mia esperienza di giornalista gay non aveva ancora abbastanza risalto”, ha commentato per spiegare cosa l’avesse portato a creare gli eventi.

A partire dalla data inaugurale, l’idea di McCarvel era quella di organizzare degli eventi anche in occasione di Wimbledon e dell’Australian Open, coinvolgendo sempre più nomi di cartello. Tuttavia c’è bisogno, in un certo senso, di rimanere equilibrati nell’organizzazione di tali serate.

Abbiamo avuto una risposta piuttosto calorosa da parte dei giocatori, ma allo stesso tempo non c’è stata molta pubblicità. È stato fatto tutto senza incoraggiarli o spingerli a partecipare a tutti i costi; vogliamo invece fare leva sulle varie anime del tennis professionistico e di quello amatoriale”, ha commentato McCarvel riguardo ai metodi di promozione del suo concept.

Il due volte finalista slam Kevin Anderson ha partecipato a uno dei nostri eventi (all’Australian Open 2019) e ci ha dato grande visibilità, mentre giocatrici come Nicole Gibbs hanno dato voce al nostro progetto supportandoci online. Campioni e campionesse del passato come Billie Jean King, Brian Vahaly, Casey Dellacqua, James Blake e Rennae Stubbs hanno parlato in varie occasioni, e anche giocatrici in attività quali Alison Van Uytvanck e Greet Minnen hanno partecipato all’LGBTennis dell’ultima edizione dello US Open”.

Il bacio tra Van Uytvanck e Minnen

Nel tentativo di non essere ripetitivi, ciascuno dei cinque eventi che si sono svolti finora ha avuto dinamiche diverse, e uno di questi ha lanciato anche una raccolta fondi per beneficenza. Alcune delle organizzazioni benefiche coinvolte sono Housing Works and New York Junior Tennis & Learning negli Stati Uniti, Stand Up Events in Australia e Pride Sports nel Regno Unito.

McCarvel ha indubbiamente molti motivi di cui essere fiero degli eventi che ha contribuito ad organizzare. Ma qual è stato il risultato più gratificante ottenuto finora?

L’invito dell’All England nel parco di Wimbledon per il nostro evento della scorsa estate è stato fantastico, e Billie Jean King ha tenuto un discorso“, ha detto. “Avere oltre 400 persone presenti al nostro evento presso l’USTA National Tennis Center lo scorso anno alla vigilia degli US Open è stato altrettanto soddisfacente!

Tutti hanno un ruolo importante

I più critici potrebbero contestare l’importanza di eventi come questi nel 2020. Eppure, uno studio globale del 2015, “Out in the fields”, ha mostrato come otto giocatori omosessuali su dieci abbiano ricevuto insulti omofobi nel proprio sport. Per contestualizzare meglio queste statistiche, la ricerca ha coinvolto 9494 atleti, e il report ha evidenziato come quasi la metà (il 49%) dei gay e un quarto (il 24%) delle lesbiche sotto i 22 anni abbiano mostrato timore nell’esprimere le proprie preferenze sessuali per paura di essere bullizzati in caso di coming out nei rispettivi sport.

Questi responsi possono essere applicati soltanto in parte nel tennis, essendo quest’ultimo uno sport individuale, ma evidenzia la paura che diversi atleti possono avere nel fare coming out, specialmente nel circuito maschile, nel quale tra i più di 1000 atleti facenti parte del ranking ATP nessuno si è dichiarato apertamente gay o bisessuale. Ironicamente, nel 2010 il tennis era stato votato lo sport più gay-friendly in un sondaggio indetto dall’organizzazione britannica Stonewall.

Ci sono tanti strati di analisi. Penso che la natura individuale del gioco e, a volte, la solitudine, possano avere un impatto negativo. Lo sport non deve fare altro che abbattere queste barriere tramite un confronto onesto e tramite la volontà di lavorare per cambiare le cose“, ha detto McCarvel. “Possiamo paragonare questo fenomeno con quanto sta succedendo – su scala ancora maggiore – col movimento Black Lives Matter in tutto il mondo. Dobbiamo essere aperti al dialogo, a idee differenti, persone differenti… il tennis deve farlo con la comunità LGBTQ+ per continuare ad evolversi e crescere”.

L’impegno di McCarvel per la causa è lodevole, ma il cambiamento non può essere creato da una sola persona. Si potrebbe discutere del perché la campagna non abbia attirato investimenti o interessi da parte di nessuno dei sette organi ufficiali del tennis nel corso degli anni, anche se bisogna tuttavia evidenziare che sotto questo punto di vista qualcosa sta cambiando, dato che lo US Open lo scorso anno ha ospitato la sua prima serata “Open Pride”.

Credo che ci stiamo arrivando. Ho portato sotto la lente d’ingrandimento dei vari organi questi problemi e penso che siano sul loro radar. Per gli eventi #LGBTennis ho collaborato con Tennis Australia (TA), l’USTA, l’All England Club, la WTA e, in misura minore, con l’ATP, l’ITA, Tennis Canada e la LTA“, ha detto. “Dov’è la loro campagna di educazione? Cercano di rendere il tennis inclusivo per ogni tipo di giocatore, a prescindere dal luogo di nascita o da ciò che sono? LTA ha fatto un ottimo lavoro da questo punto di vista. Se sono frustrato? No, voglio semplicemente vedere dei progressi”.

Non bisogna dimenticare la spinta che possono dare anche i giocatori eterosessuali, soprattutto quelli ancora in attività. Non capita molto spesso che domande legate ai gay vengono poste a personaggi del calibro di Federer, ad esempio, ma quando è stato fatto, la risposta è sempre stata positiva. Il 20 volte campione Slam, Federer ha detto, parlando con The Body Serve nel 2018, “Non importa da dove sei venuto, chi sei, credo fermamente che chiunque debba essere libero di mostrarsi per come si sente”. Pochi mesi più tardi Novak Djokovic ha detto durante le ATP Tour Finals: “Chiunque deve avere il diritto di poter esprimere il proprio orientamento sessuale e di dare la direzione che preferisce alla propria vita. Io rispetto questa libertà“.

Quando, nell’estate del 2018, Roger Federer e Novak Djokovic hanno ricevuto delle domande dalla stampa sulla questione, si sono spesi tantissimi titoli di giornale a livello internazionale. Non conosco molti attivisti LGBTQ+ che ritengano necessario dipendere da alleati di questo tipo, ma io penso che nello sport siano fondamentali, vista la cultura eteronormativa che ancora lo pervade“.

Forse l’aspetto più affascinante è che il tennis, per certi versi, è stato in prima linea nella rappresentanza delle persone LGBTQ+ nel mondo dello sport, ma allo stesso tempo deve ancora lavorare da tanti punti di vista. Proprio per questa ragione gli eventi LGBTennis di McCarvel sono stati fonte di ispirazione per molti.

Non sappiamo ci siano tennis professionisti gay sull’ATP Tour o se qualcuno deciderà di fare coming out. La speranza è che, nel caso ci fossero, possano cercare qualche conforto dalle iniziative di McCarvel, che ha dato dei consigli su come farlo: “In questo sport è ancora presente, sebbene in piccola parte, un pensiero retrogrado – e (NON!, ndr) va bene – ma più un giocatore riuscirà a essere se stesso sul campo, negli spogliatoi, nella sala stampa, nei corridoi delle arene del Grande Slam in tutto il mondo, più ci sarà un vero progresso. Ed è fondamentale supportarsi a vicenda! Il tennis è meravigliosamente gay. Questo sport tocca la comunità queer come nessun altro! Mettiamolo in evidenza e facciamo la nostra (piccola) parte“, ha concluso.

Intervista realizzata da Adam Addicott

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Essere un professionista di tennis… col joypad: intervista a Lorenzo Cioffi, campione di E-sports

Lunga chiacchierata con uno dei migliori videogiocatori di tennis del mondo, che ha commentato il Mutua Madrid Open Virtual Pro. Il futuro della racchetta passa anche da qui

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Lorenzo Cioffi, vincitore della seconda edizione del Daikin eSport Open (ATP 250 Monaco 2019)

In un mondo emerso solo da poche settimane dal lockdown, gli “e-Sport” si sono imposti come una delle fonti principali di intrattenimento sportivo; in generale, tutto l’universo del gaming ha ricevuto una spinta propulsiva dalla ‘nuova normalità’ a cui siamo stati costretti per quasi tre mesi.

Per quanto indietro rispetto ad altri sport come il calcio o il basket, anche il tennis sta iniziando a ritagliarsi il suo piccolo spazio nel campo degli e-Sport. Infatti, sempre molto attento alle nuove tecnologie, il torneo di Madrid diretto da Feliciano Lopez ha di recente organizzato un torneo di tennis virtuale al quale hanno preso parte tennisti professionisti come Nadal e Murray: un’iniziativa che non sembra aver accolto il favore della base di appassionati del tennis, non particolarmente giovane, ma che ha l’obiettivo di provare a stabilire un contatto con le nuove generazioni, gli ipotetici tifosi del futuro. La stessa direzione verso cui si muove il nuovo circuito pensato da Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown che ha ricevuto più critiche che elogi per l’eccessiva spregiudicatezza del cambiamento regolamentare.

C’è stata anche un po’ d’Italia al Mutua Madrid Open Virtual Pro. Oltre a Fognini, in gara da partecipante, il commentatore internazionale dell’evento è stato Lorenzo Cioffi, professionista italiano di E-sport.

 

Lorenzo ha una carriera ricca di successi nel mondo dei videogiochi di tennis: è stato per 15 settimane il numero 1 del mondo su Tennis Elbow e due volte campione italiano di Tennis World Tour, e vanta anche un secondo e un terzo posto alle Roland Garros eSeries, che quest’anno si sono tenute a inizio giugno.

Proprio con Lorenzo abbiamo fatto una lunga chiacchierata sull’evento di Madrid e sulle implicazioni future che potrà avere, relativamente al pianeta del gaming nel tennis. Un argomento che l’ATP e la WTA non possono più ignorare se l’intenzione è avvicinare un pubblico più giovane al tennis.


Partiamo proprio dal principio. Come ti sei avvicinato al mondo degli E-sport di tennis?
Nel 2014, l’anno in cui mi sono avvicinato a Tennis Elbow – il videogioco con cui mi sono appassionato al genere. È un gioco ‘indie’ e quindi non ha tornei per i pro, ma quando gioco sono sempre molto competitivo. Poi mi sono avvicinato al mondo dei tornei e ho cominciato a dedicare maggiore impegno. Nel 2018, quando c’è stato il torneo per lanciare Tennis World Tour a Roma, sono partito in treno al mattino presto da Ancona e senza aver mai provato il gioco (era in versione beta, ndr) ho vinto il torneo. Mi sono avvicinato così a Tennis World Tour, in maniera molto naturale. Io volevo solo provare il gioco e il fatto che abbia vinto il torneo è stato secondario. Ero già abituato da Tennis Elbow mentalmente e questo mi ha aiutato.

Lorenzo Cioffi

Cosa pensi del futuro del tennis nel mondo dei videogiochi dopo l’evento di Madrid? L’ATP comincerà a interessarsi del settore?
L’ATP spingerà sicuramente. I videogiochi sono ottimi per sponsorizzare e le competizioni non possono fare che bene perché dimostrano che il tennis è uno sport con un target giovane. L’obiettivo da anni è anche quello di svecchiare un po’ lo sport e i videogiochi potrebbero essere un ottimo modo come fatto dalla FIFA (la federazione che governa il calcio, ndr)… con FIFA (il videogioco, ndr). Ci sarà una crescita delle competizioni come c’è stata dal 2018 al 2019, e si è vista sicuramente un maggiore interesse delle stesse federazioni a organizzare i tornei. Probabilmente, con un gioco migliore, avremmo avuto più tornei e una community più grande. Questo avrebbe contribuito a far crescere gli E-sport, e sicuramente TWT (Tennis World Tour, ndr) non è la piattaforma migliore; speriamo bene con TWT2. Se ci sarà un gioco valido supportato da una buona community, l’ATP e la WTA non staranno con le mani in mano.

Sempre che non si uniscano nel breve periodo
Anche questa cosa non è ben chiara. La WTA potrebbe avere qualcosa da dire nei videogiochi. Sono a conoscenza di alcuni dettagli che non posso rivelare, ma sicuramente qualcosa si sta muovendo a livello di licenze.

Quindi hai avuto contatti diretti con ATP e WTA?
Non direttamente, però mi sono informato molto e ho contatti con diversi sviluppatori; insomma mi sono mosso abbastanza nel settore.

Pensi che l’ATP abbia fatto abbastanza per promuovere il tennis tra le nuove generazioni? Ci riferiamo al periodo pre-Gaudenzi…
Ci sono stati pochi eventi legati ai videogiochi e non li hanno organizzati loro in prima persona. L’unica cosa che ATP ha fatto per svecchiarsi un po’ negli ultimi anni è sviluppare un po’ il lato social, specialmente YouTube. Hanno cercato di copiare e far propri molti format come ad esempio i punti migliori della stagione, del torneo eccetera. Si sta muovendo abbastanza bene, ma vediamo se succederà qualcosa anche sul fronte dei videogiochi.

Con la pausa degli sport tradizionali per il coronavirus, c’è stato un vero e proprio boom dei videogiochi sportivi, con gli sportivi stessi come Leclerc a testare i titoli di Formula 1. Pensi che dopo questa pausa forzata anche l’ATP abbia cambiato atteggiamento sul tema videogiochi?
Sono abbastanza sicuro che lo faranno e penso l’avrebbero fatto comunque. Titoli come Tennis Elbow erano già stati annunciati e probabilmente avrebbero innescato qualche reazione da parte dell’ATP. Nel 2020 non penso sia difficile realizzare un bel gioco di tennis, ci sono tutti gli strumenti adeguati e l’ATP potrebbe dare una mano dal punto di vista delle licenze, che renderebbero il gioco appetibile anche per i giocatori ‘casuali’ interessati a divertirsi con Federer, Nadal o Djokovic. Sicuramente, durante l’emergenza sanitaria, l’ATP si è resa conto di essere ‘scoperta’ da questo punto di vista a differenza del Motorsport dove ci sono tantissimi simulatori.

Raccontaci un po’ della tua esperienza da commentatore per il torneo virtuale di Madrid con Nadal, Murray e altri campioni. Com’è nata la tua partecipazione all’evento?
Ho saputo dell’evento e conoscevo un ragazzo che mi ha portato all’interno dell’organizzazione. Avevamo già esperienze di streaming insieme e sapeva che avrei potuto portare esperienza sul campo e spunti tecnici. Anche se il target secondo me era diverso (più tarato sui partecipanti che sul gioco in sé, ndr), ero lì per fornire il commento tecnico e sono rimasti tutti contenti del lavoro che ho fatto. Il fatto che avessi un palmarés importante sicuramente ha contribuito.

Come vi siete organizzati concretamente?
Ci siamo sentiti su un canale Discord (applicazione molto usata dai gamers per essere in contatto durante le sessioni di gaming, ndr), solo noi commentatori. Gli organizzatori non li abbiamo sentiti direttamente ma tramite un’agenzia. È stato un po’ strano, ma era l’unico modo considerato il lockdown generale. C’è stato da organizzare per preparare i due giorni, ma è stata un’esperienza fantastica.

Da eventi del genere mi aspetto un montepremi molto ampio.
Si, sicuramente il montepremi riservato ai partecipanti era importante, cifre che noi non abbiamo mai visto ad esempio.

Qual è il montepremi medio nei tornei di e-Sport di tennis?
Si aggira sui 10.000-15.000 euro, rispetto agli altri e-Sport sicuramente è basso ma è normale sia così. I tornei sono condensati da marzo a giugno, praticamente sulla stagione della terra battuta. Ci sono molti tornei di preparazione al Roland Garros come Estoril, Monaco. Per adesso il tennis “virtuale” è più una passione rispetto ad altri e-Sport in cui si può considerare un lavoro vero e proprio. Non mi dispiacerebbe diventasse tale in futuro.

Tendenzialmente per una stagione da numero 1 al mondo quanti soldi ti guadagnano?
Si può arrivare a 6.000-8.000 euro, dipende dai tornei. Il Roland Garros non è quello che paga di più ad esempio. Il montepremi è di 10.000 euro ma il vincitore ne prende 5,000 e il resto è diviso tra gli altri partecipanti. A Monaco la prima edizione metteva in palio 2000 euro, 1500 dei quali al vincitore, invece l’anno scorso al vincitore sono andati 4000 euro. Per me vincere Monaco è stato più appagante di arrivare in semifinale al Roland Garros, dopo tante partite non si vince poi così tanto. Monaco è un torneo molto ben organizzato in generale, il migliore dello scorso anno.

Passiamo al tennis giocato. Da appassionato di tennis pensi si giocherà nel 2020? E se si giocherà, quale sarà lo scenario? Pensi che i Big3 soffriranno il periodo di pausa forzata come detto da Becker?
Non so se si giocherà nel 2020, io spero di si ma deve essere garantita la sicurezza. Se iniziassero ad agosto, considerando che il tennis è globale, sarà difficile superare tutte le barriere che rimangono in alcune parti del mondo Per me si dovrebbe passare direttamente al 2021, anche se così Djokovic resterebbe imbattuto. Per me gli anziani” saranno avvantaggiati perché avranno meno pressione addosso.

Eppure sembra proprio che si giocherà nel 2020, tra Roma, Parigi e US Open…
Sinceramente non credo riusciranno a starci dentro a livello finanziario e se non ci saranno le condizioni perfette (niente pandemia) secondo me non si deve giocare. Giocare un torneo di tennis vuol dire mettere insieme persone da tutto il mondo e mi sembra impossibile al momento.

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