Naomi Osaka 2.0

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Naomi Osaka 2.0

La storia di una giocatrice che grazie ai notevoli cambiamenti dell’ultimo periodo è riuscita a raggiungere risultati senza precedenti per il tennis giapponese

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US Open donne 2018: uno Slam da ricordare. Forse anche più di altri, per alcuni record che lo rendono speciale. La vittoria di Naomi Osaka ha infatti significato questo: prima giocatrice giapponese della storia a vincere un Major; più giovane campionessa a Flushing Meadows dai tempi di Maria Sharapova (2006); finale dell’era open con la seconda maggiore differenza di età tra le partecipanti (16 anni e 20 giorni), dietro solo a Navratilova vs. Seles US Open 1991 (17 anni e 45 giorni); ma soprattutto consacrazione di una giocatrice, Naomi Osaka, che merita tante attenzioni. Sicuramente più di quelle che ha ricevuto il giorno della finale e anche in quelli successivi, quando la questione tra Serena Williams e l’arbitro Carlos Ramos ha fagocitato quasi tutto il resto. Ed è veramente un peccato: non solo per Naomi, ma per tutti gli appassionati di tennis, visto che stiamo parlando di una giovane tennista per nulla banale, dentro e fuori campo.

Due parole stringatissime sulle sue vicende da ragazzina: nata in Giappone da mamma giapponese e papà haitiano, si è trasferita negli USA a tre anni. Gioca per il Giappone per scelta del padre, che quando ancora era una bambina di fronte alle offerte di appoggio tecnico e finanziario di due federazioni (quella giapponese e quella statunitense) scelse quella asiatica. Ma per chi vuole saperne di più sul suo periodo di formazione rimando a questo articolo di due anni fa, del 2016. Qui non c’è spazio per approfondire perché da allora sono accadute molte cose estremamente interessanti, che vanno per forza raccontate.

L’evoluzione di Naomi Osaka dal 2016 a oggi
Tra il 2015 e il 2017 si erano fatte notare cinque giocatrici tutte nate nel 1997. Teenager straordinarie, tanto che già allora ci si chiedeva quanto il loro talento avrebbe potuto influire sul futuro della WTA. Erano Bencic, Kasatkina, Ostapenko, Osaka, Konjuh. Ebbene, malgrado gli infortuni abbiano rallentato la carriera di Bencic e Konjuh, tutte e cinque sono già riuscite come minimo a diventare Top 20, tre di loro Top 10 (Bencic, Ostapenko e Osaka) e due di loro addirittura a vincere uno Slam a soli 20 anni (Ostapenko e Osaka). A questo punto solo il tempo potrà dirci chi avrà la carriera più fulgida. Però per il momento Osaka in una cosa sicuramente non ha rivali: nessuna è cambiata nel proprio gioco quanto lei. E lo ha fatto nel giro di un paio di stagioni. Anzi, in realtà bisognerebbe dire: nel giro di pochi mesi.

 

Torniamo a due anni fa. Naomi comincia a farsi conoscere grazie alle eccezionali qualità di colpitrice: servizio con velocità da record (125 miglia di velocità massima, che la colloca ai vertici del circuito attuale e nella Top 10 di sempre a livello WTA), dritto potentissimo (oltre 100 miglia misurate di velocità di punta, un dato sensazionale per una ragazza), e rovescio quasi altrettanto efficace. Il che fa di lei una giocatrice simmetrica, senza particolari punti deboli nello scambio da fondo. È il periodo in cui viene considerata la classica mina vagante, che nelle giornate di vena può sconfiggere qualsiasi avversaria, e per questo è sempre meglio evitare  Anche la grande Serena Williams, si pronuncia su di lei: “I have seen her play. She’s really young and really aggressive. She’s a really good, talented player. Very dangerous”.

E oggi quel “very dangerous” suona profetico, considerati i loro successivi scontri diretti (0-2). Queste caratteristiche rendono la Osaka di allora una tipica rappresentante di quella giocatrici che ho definito “superattaccanti”; tenniste iper-offensive con un gioco votato alla massima aggressività, alla ricerca dell’uno-due e della conclusione vincente, rapida e sistematica. Basandosi su queste doti Naomi era salita in classifica piuttosto in fretta. Queste le sue posizioni nel ranking di fine stagione dal 2012 al 2016: numero 1028, 430, 250, 203, 40.
Approdata nei grandi tornei WTA, per Osaka forse la difficoltà maggiore è riuscire a proporre con continuità un tennis tanto difficile e rischioso, un tennis che per essere efficace richiede sempre la massima condizione fisica e mentale. Muscoli tirati a lucido e testa senza paura, altrimenti si rischia di sparacchiare la palla ovunque tranne che in campo.

Probabilmente il momento in cui risulta chiaro a tutti quanto può essere forte, ma anche quanto per lei può essere difficile praticare quel tipo di tennis, è agli US Open 2016. Dopo avere sconfitto CoCo Vandeweghe  si ritrova al terzo turno in vantaggio per 7-5, 4-6, 5-1 contro la testa di serie numero 9, Madison Keys. Un’altra tipica superattaccante, messa sotto a suon di vincenti. Eppure Keys riesce a ribaltare il risultato; e lo fa, quasi incredibilmente, grazie al superiore gioco difensivo (diversi recuperi in scivolata sul cemento), ma anche approfittando del “braccino” che blocca la diciottenne Naomi al momento di chiudere il match (perso al tiebreak).

Chiuso il 2016 dopo la finale a Tokyo (sconfitta contro Wozniacki), il 2017 di Osaka si rivela una stagione opaca: 23 vittorie, 22 sconfitte, mai oltre i quarti di finale in alcun torneo. E inevitabile calo in classifica di 28 posti rispetto all’anno precedente (da 40 a 68). Alla fine del 2017 Naomi decide di cambiare coach. E sceglie un esordiente, anche se già molto conosciuto. Assume infatti per la prima volta con il ruolo di allenatore il più famoso hitting partner del tennis femminile, Sascha Bajin (per tanti anni hitting partner di Serena Williams, poi di Azarenka e anche di Wozniacki).

a pagina 2: La svolta del 2018

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Halep serena, Serena no

A Wimbledon Simona Halep e Serena Williams hanno affrontato il torneo con motivazioni e stati d’animo differenti, che hanno inciso profondamente sul risultato finale

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Serena Williams e Simona Halep - Wimbledon 2019

Wimbledon 2019 ha offerto una finale inattesa con un risultato inatteso. Era difficile pensare che avrebbe avuto come protagonista Simona Halep, la campionessa detronizzata del Roland Garros, dove era stata eliminata da Amanda Anisimova. Ma era ancora più difficile ipotizzare che Halep avrebbe lasciato appena 4 giochi in finale alla favorita Serena Williams.

In quanti pensavano che Simona avrebbe fatto più strada sull’erba che sulla terra? Non i bookmaker per i quali c’erano sette giocatrici più favorite di lei, e un suo successo sarebbe stato pagato 18 volte.

Allora come è potuto accadere? A mio avviso la prima chiave del successo è stata la forza mentale. Nell’arco delle due settimane si è mostrata convinta, concentrata e molto continua; praticamente senza passaggi a vuoto.

 

La vittoria di Halep non ha avuto un punto di svolta: la sua candidatura è cresciuta gradualmente, partita dopo partita, diventando sempre più credibile. Anche i numeri lo confermano. Alla fine del torneo ha concluso con un bilancio di 14 set vinti e uno solo perso, quello del secondo turno nel “derby” contro Mihaela Buzarnescu (6-3, 4-6, 6-2). Match particolare, visto che Simona non aveva mai incontrato una connazionale in un torneo dello Slam. Buzarnescu è una giocatrice di talento sbocciata tardi a causa di mille problemi, ma da non sottovalutare. Un ostacolo impegnativo, anche se non quanto lo sarebbe stato prima del grave infortunio alla caviglia che ha tolto a Mihaela la condizione fisica del periodo pre-incidente.

Per il resto del torneo solo successi in due set, alcuni molto netti. A cominciare dal terzo turno contro Azarenka, che ha fatto capire agli scettici che Simona faceva sul serio e che non subiva la personalità di atlete più anziane ed esperte di lei. Eppure Halep in passato era andata incontro a grosse delusioni causate dalla fragilità mentale. Le sconfitte contro Ostapenko al Roland Garros 2017 o contro Wozniacki agli Australian Open 2018 testimoniano della sua difficoltà a dare il meglio quando conta di più.

Nulla di tutto questo è accaduto a Wimbledon 2019. Come mai? La mia ipotesi è che per la prima volta dopo diversi anni sia arrivata a Londra con più benzina nel serbatoio rispetto al passato, e anche rispetto a gran parte della concorrenza. In questa stagione ha consumato meno energie nei primi mesi di circuito: nei tornei sul rosso, ma non solo. Da quando Halep è diventata una delle tenniste di vertice in WTA, mai era accaduto che trascorresse i primi sei mesi dell’anno senza vincere un torneo. Paradossale ma non troppo: meno partite vinte (anche se questo non è positivo) significano anche meno match nella gambe e nella testa. Ma nel suo caso c’è stata un’altra novità, un fardello pesante da non portare più: il primato della classifica.

Ragionando sui risultati delle ultime stagioni di tennis femminile, comincio a pensare che nel grande equilibrio della attuale WTA lottare per mantenere il primato in classifica consumi moltissime energie. Forse troppe. E a Simona è accaduto questo: dopo che Osaka l’aveva scalzata dal vertice del ranking, rimaneva aperta l’evenienza di riprendersi la posizione. Ma a un certo momento della stagione le possibilità si sono azzerate, perché anche vincendo il Roland Garros (cosa che poi non è nemmeno accaduta) non avrebbe più potuto accumulare punti a sufficienza, dato che aveva in scadenza i 2000 punti del successo dell’anno precedente.

Con l’obiettivo del primato della classifica ormai irraggiungibile, per Simona si è aperto uno scenario alternativo. Meno orientato alla quantità dei punti, e più orientato alla qualità dei trofei. Senza arrivare alle logiche di Serena Williams (che ormai pensa solo agli Slam e i pochi tornei che disputa al di fuori li concepisce come pura preparazione al Major), anche Halep sembra essersi preoccupata meno della classifica e più del suo palmarès.

A Parigi si era presentata con la grande pressione legata al fatto di essere campionessa in carica. Ma a Londra aveva un ruolo meno in vista, e ha potuto condurre la prima parte del torneo lontana dalla luce dei riflettori che illuminavano le favorite.

È difficile dire se la “nuova” Halep sia nata al momento in cui ha perso la possibilità di tornare al numero uno della classifica o piuttosto il contrario: cioè che un nuovo approccio verso il tennis abbia cambiato le sue priorità, facendola concentrare di più sui grandi eventi e di conseguenza perdere il primato del ranking. Fatto sta che Simona si è presentata a Wimbledon con un atteggiamento differente: più sereno e rilassato.

E così ha fatto strada ai Championships con notevole sicurezza. Eppure il suo tabellone non era poi così banale: a dispetto del fatto che fino alla semifinale aveva evitato le teste di serie, ha dovuto fronteggiare due-tre avversarie da non sottovalutare.

Ho già parlato del netto successo contro Azarenka, con un risultato quasi impietoso per Vika, che ha perso 11 degli ultimi dodici game del match. Ma poteva trattarsi di una giornata storta. Che Simona fosse però molto solida si è capito più chiaramente nel match contro Cori Gauff: una partita in cui aveva tutto da perdere e che per questo poteva rivelarsi particolarmente insidiosa. E invece è accaduto l’opposto.

Mi rifaccio al commento sul match che ho scritto quella sera: “Halep ha interpretato la partita con grande esperienza e abilità. Ha sempre controllato la situazione e non si è fatta trascinare in un confronto emotivo, in cui il pubblico (pro Gauff) sarebbe potuto diventare un fattore. Molto lucidamente, ha approfittato degli alti e bassi di Coco. Davvero un esempio di tennis professionale nel senso migliore del termine” .

Una dimostrazione di solidità mentale prima ancora che tecnica, da tennista matura e consapevole della propria forza. Detto tra parentesi: con il senno di poi, va rivalutata la sconfitta di Gauff: con il suo 3-6, 3-6, ha raccolto contro Simona più game di Azarenka (battuta 6-3, 6-1), di Svitolina (6-1, 6-3) ma anche della stessa Serena (6-2, 6-2) in finale. Perché l’aspetto curioso è questo: Halep alle tre avversarie più prestigiose affrontate (Azarenka, Svitolina e Williams) ha concesso lo stesso esiguo numero di game: appena quattro.

a pagina 2: Il match più difficile

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La Cina a Wimbledon può tornare protagonista?

Agli ottavi è arrivata la Shuai Zhang. Al terzo turno Wang Qiang. All’inizio erano 5. Sapranno fare come Li Na e Zheng Jie?

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Zheng Jie, Wimbledon 2012

Day 5 di Wimbledon. Cominciano a ridursi i match e si scremano sempre di più le contendenti. A volte si può approdare al terzo turno anche grazie a un po’ di fortuna nei sorteggi, ma diventa sempre più improbabile andare oltre senza reali e consistenti meriti.
Rispetto allo scorso anno più teste di serie sono riuscite a confermare il loro ruolo di favorite: tre delle prime quattro della parte bassa sono ancora in corsa (la 3 Pliskova, la 7 Halep, la 8 Svitolina). Chi manca all’appello è Naomi Osaka (numero 2), eliminata da Putintseva, che poi al turno successivo ha perso contro Golubic.

Svitolina oggi ha eliminato Maria Sakkari (6-3, 6-7, 6-2), in una partita che si è complicata strada facendo, dopo che Elina aveva mancato due match point nel secondo set. Per chiudere ha avuto bisogno di un terzo parziale e complessivamente di addirittura 7 match point. È la seconda volta in carriera che Svitolina raggiunge il quarto turno: c’era già riuscita due anni fa, quando venne eliminata da Jelena Ostapenko. Ma per il momento non sono rimasto particolarmente colpito dal suo Wimbledon: ancora non mi convince. Senza naturalmente fargliene una colpa, ricordo che ha superato il turno precedente grazie all’infortunio di Margarita Gasparyan, che prima del guaio alla gamba sinistra era sul 5-5 secondo set dopo aver vinto il primo.

Sua prossima avversaria sarà Petra Martic, che ha sconfitto Danielle Collins 6-4, 3-6, 6-4. Non ho seguito la sua partita se non per qualche game tratto dall’archivio video della sala stampa. Di Martic voglio sottolineare però che mi ha impressionato nel match di esordio contro Jennifer Brady. Il secondo set vinto 6-3 è stato una delle migliori dimostrazioni di tennis su erba a cui ho assistito in questo torneo. E credo che Brady sia stata sfortunata nel sorteggio, perché giocando a quel livello qualche turno l’avrebbe superato. Si sapeva che Petra interpreta bene l’erba e trovarla ancora in corsa non è una sorpresa.

 

Avanza anche Karolina Pliskova, che oggi ha dovuto affrontare una avversaria davvero impegnativa: Hsieh Su-Wei (6-3, 2-6, 6-4). Non ho seguito il match integralmente (perché in parte sono andato sul campo di Muchova), ma per quanto ho visto penso sia stata la partita del giorno.

Due grandi talenti, differenti e speciali a modo loro. Pulizia, fluidità e capacità di generare velocità senza sforzo per Pliskova. Sensibilità, creatività, improvvisazione per Hsieh. Una cosa in comune però l’hanno: quando vogliono spingere, tutte e due fanno passare la palla a un palmo dal nastro. La tribuna stampa del Court 1 è laterale: una posizione infelice per valutare le geometrie di gioco, ma perfetta per apprezzare la cosiddetta “net clearence” delle traiettorie. Ebbene, alcuni scambi avevano un margine sopra alla rete prossimo allo zero, per cui si rimaneva con il fiato sospeso quasi a ogni colpo. Il tennis femminile può non piacere (è legittimo che ognuno abbia i propri gusti), ma questo genere di scambi sono davvero una sua esclusiva, visto che gli uomini (che sono più potenti) comunque lavorano di più la palla per avere un margine di sicurezza maggiore al momento di scavalcare la rete.

Ormai Hsieh dopo le imprese negli ultimi Slam (Australian Open 2018, Wimbledon dello scorso anno etc.), è diventata abbastanza popolare, e il pubblico ha incominciato ad amarla. Quando è in vena è capace di regalare un tennis semplicemente unico e oggi è uscita dal campo tra una valanga di applausi. Io nel frattempo mi chiedevo per quanto tempo ancora avremo la fortuna di poterla seguire, visto che ormai ha 33 anni compiuti (è nata nel gennaio 1986). Certo sorprende il fatto che abbia saputo compiere un salto di qualità proprio nelle ultime stagioni.

E chissà che finalmente non riesca a trovare uno sponsor anche nell’abbigliamento. Oggi parlavo di lei con Ubaldo Scanagatta: mi ha detto che conosce il suo manager, che è Paul McNamee (del famoso doppio australiano McNamara/McNamee). Allora gli ho strappato una mezza promessa: se nei prossimi giorni avrà occasione di incontrarlo gli chiederà perché Su-Wei usa vestiti senza sponsor. L’ipotesi è che ci siano di mezzo questioni geopolitiche (non scontentare il mercato cinese appoggiando un’atleta di Taiwan), ma così avremo una versione più attendibile.

Per Karolina Pliskova si prospetta un derby ceco, visto che la prossima avversaria sarà Karolina Muchova. Le due Caroline si sono già affrontate qualche mese fa agli Australian Open e allora fu una partita a senso unico (Muchova raccolse solo 5 game). Chissà se questa volta riuscirà a fare meglio. Oggi intanto ha battuto per la seconda volta nel giro di poche settimane Anett Kontaveit: l’aveva fermata al Roland Garros 2019 e si è ripetuta a Wimbledon (7-6, 6-3). Probabilmente Anett si augurerà di starne alla larga nei prossimi Slam.

Per quanto mi riguarda devo manifestare una certa soddisfazione per i risultati di Muchova, visto che l’avevo segnalata a inizio stagione come una giocatrice che ritenevo in crescita. Ha cominciato il 2019 da numero 144 del ranking e oggi con questo quarto turno è virtualmente numero 54. Su di lei spero di avere occasione di tornare prossimamente, perché possiede un tennis interessante e oltre tutto ancora in evoluzione. Tanto per dare una idea: contro Kontaveit ha perfino fatto ricorso al chip&charge, soluzione che ormai si può ritenere quasi estinta sui campi da tennis contemporanei.

Ha quasi passeggiato Simona Halep, contro una Azarenka fallosa e nervosa, che si è sciolta dopo i primi quattro giochi. Anche se mi aspettavo il successo di Simona (a dispetto delle indicazioni dei bookmaker) direi che la prestazione di Vika è stata la delusione di giornata. Perdere 6-3, 6-1 con un parziale conclusivo di 11 game a 1 è davvero negativo.

Halep si dovrà misurare con la nuova beniamina del Centre Court, Coco Gauff, che è sopravvissuta per un soffio nel confronto con Polona Hercog (3-6, 7-6, 7-5). Un match emozionante e intenso, ma qualitativamente inferiore a quello vinto contro Rybarikova. Come ho scritto nell’articolo di cronaca, la partita fin dall’inizio ha preso un indirizzo molto tattico e questo ha forse finito per imbrigliare anche mentalmente le due giocatrici, che si sono logorate in una lotta di nervi ed emozioni più che affrontarsi a viso aperto rischiando e spingendo la palla ai propri massimi.

L’ultimo ottavo è l’unico senza teste di serie. Dayana Yastremska l’ha spuntata nella parte di tabellone di Osaka: dopo aver eliminato Giorgi al primo turno ha sconfitto la testa di serie 27 Sofia Kenin al secondo e al terzo Victoria Golubic (7-5, 6-3). Risultato direi prevedibile, visto che a mio avviso Yastremska ha un tennis più adatto all’erba di Golubic, e il fresco precedente di Eastbourne (6-4, 6-1 per Dayana).

L’avversaria di Yastremska sarà Zhang Shuai, che ha superato in rimonta Caroline Wozniacki. Dopo un avvio disastroso (0-4 in pochi minuti) ha cominciato a spingere a tutta e ha finito per rovesciare prima l’inerzia del set poi il pronostico di partenza (6-4, 6-2). E a dimostrazione della qualità del suo match è riuscita a chiudere con un saldo vincenti/errori non forzati positivo di +3 (26/23).

La vittoria di Zhang mi ha fatto ragionare sul rapporto fra il tennis cinese e Wimbledon. Nel preparare l”articolo di presentazione del torneo, ho notato gli scarsi risultati delle attuali tenniste cinesi nello Slam sui prati. E mi pareva piuttosto illogico, visto che, pur con le naturali eccezioni, di solito le cinesi si muovono molto bene, agili e reattive. Spesso cercano l’alto ritmo e amano colpire la palla basandosi sull’anticipo. Tutte qualità che l’erba dovrebbe esaltare.

Era il modo di interpretare il tennis di Li Na che, anche se non ha mai vinto in carriera sull’erba, vantava due finali a Birmingham e i quarti a Wimbledon (tre volte). E soprattutto questo tipo di tennis era il marchio di fabbrica di Zheng Jie, che a Wimbledon aveva raggiunto la semifinale nel 2008 (battuta da Serena) e poi nel 2012 aveva sfoderato una prestazione memorabile ancora contro Serena, quando aveva perso al terzo turno per 6-7, 6-2, 9-7. Una partita da cineteca per l’impressionante mobilità mostrata sui prati, da proiettare a ciclo continuo nelle scuole tennis.

Tenendo presente tutto ciò, alla vigilia di questo Slam mi chiedevo come mai una tennista come Wang Qiang si presentava al via con appena una vittoria  in quattro partecipazioni. Le cose stanno andando meglio in questi giorni (è ancora in corsa e se la vedrà con Elise Mertens), e non sono sorpreso.

Ma come mai i primi timidi risultati arrivano solo ora? Forse la stagione dell’erba dura troppo poco per chi si è formata sul cemento, e quindi manca proprio il tempo materiale per mettere in atto i piccoli aggiustamenti che richiede la superficie. Ma con un po’ più di esperienza continuo a pensare che il rendimento medio delle attuali Cinesi sia destinato a crescere. E chissà, forse potrebbe anche arrivare un exploit, anche se probabilmente nessuna tennista di questa generazione è in grado di raggiungere i picchi di rendimento di Zheng Jie.

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Gauff, Anisimova and Co: futuro roseo per il tennis USA

Dopo anni senza ricambi alle spalle delle sorelle Williams, il tennis USA può aprire una nuova era

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Amanda Anisimova - Wimbledon 2019

Il Day 3 di Wimbledon è stata una giornata che ha avuto la maggior parte degli scossoni alla fine. Sino alle cinque del pomeriggio le partite più o meno avevano seguito le previsioni, le teste di serie avevano tutte vinto, e la notizia che spiccava di più era quella dell‘infortunio a Margarita Gasparyan, costretta al ritiro quando era in vantaggio di un set e stava affrontando le fasi decisive del secondo set contro Elina Svitolina.

Stavo seguendo il loro match dal vivo: l’infortunio è arrivato in modo del tutto inaspettato, su un atterraggio dopo lo stacco del servizio. Non era nemmeno una prima, era una seconda palla, eppure tanto è bastato per doversi fermare definitivamente. Margarita al momento di servire era proprio nella parte di campo sotto la tribuna stampa, a pochi metri da noi: non ha emesso nemmeno un lamento; all’inizio è stata una semplice smorfia, nulla di più. Poteva sembrare un segno di insoddisfazione, visto che aveva commesso doppio fallo. Ma poi la smorfia si è accentuata, si è accasciata a terra e le cose sono precipitate sino al ritiro.

Fino a quel punto Gasparyan aveva disputato un ottimo match, tanto che malgrado gli ultimi due game abbiano un po’ “sporcato” le sue statistiche ha chiuso con un saldo di +9: 33 errori non forzati e ben 42 vincenti. Ora non rimane che sperare che il problema non interessi il suo martoriato ginocchio e che possa recuperare prima possibile. Certo che doversi ritirare in una situazione del genere è davvero crudele.

 

Gli ultimi match di giornata hanno offerto le maggiori sorprese, e a conti fatti le teste di serie eliminate sono state tre: la 12 Sevastova (4-6, 6-4, 6-3 da Collins), la 17 Keys (6-2, 6-4 da Hercog), la 27 Kenin (7-5, 4-6, 6-3 da Yastremska).

A mio avviso la grande sorpresa è quella di Keys. Mai avrei pensato che sull’erba una tennista con le sue armi avrebbe perso da una specialista della terra come Polona Hercog. Hercog ha 28 anni compiuti e ha giocato per la prima volta a Wimbledon nel 2009. Eppure solo una volta era riuscita ad approdare al terzo turno. Che si ripetesse proprio ai danni di Madison Keys mi sembrava impossibile. Purtroppo non ho visto il match e quindi non posso pronunciarmi con cognizione di causa. Le statistiche parlano di 32 errori non forzati di Keys a fronte di appena 12 vincenti. Numeri molto deficitari per una come lei.

Ma a fine giornata il centro della scena se lo è preso di nuovo Coco Gauff, che ha superato brillantemente l’esame Rybarikova. Rimando all’articolo sul match per i dettagli di cronaca. Qui piuttosto sottolineo le parole di Rybarikova, che probabilmente non troverete altrove, per una bizzarra scelta degli organizzatori di Wimbledon.
Gauff e Rybarikova, infatti, sono state programmate per l’incontro con la stampa esattamente alla stessa ora. Grazie al fatto che Ubitennis ha più inviati a Londra siamo comunque riusciti a seguire entrambe. Ho scelto di andare dalla perdente, e a parlare con Magdalena ci siamo ritrovati in due soli giornalisti. Quello che ha dichiarato però non è stato qualcosa di ordinario, visto che si è seriamente sbilanciata: “Gauff può diventare numero 1 del mondo e vincere Slam”.

Ricordo che Rybarikova è una giocatrice super-esperta, che ha affrontato centinaia di avversarie. E stava parlando con un giornalista slovacco e con uno italiano; non c’erano americani presenti, dunque non aveva alcuna ragione “diplomatica” per esagerare negli elogi alla sua avversaria. E sottolineo che la frase più forte che ha espresso non è frutto di una domanda che l’abbia in qualche modo imbeccata, ma una valutazione fatta al termine di una domanda sul suo match.

A conti fatti, direi che questa giornata ha espresso risultati solo apparentemente in contraddizione. Mi spiego: due delle tre teste di serie cadute sono statunitensi: Keys e Kenin. Tuttavia non si può certo parlare di debacle, visto che gli americani si sono rifatti con le imprese di Danielle Collins e soprattutto di Gauff.

Il tennis USA dopo alcune stagioni in cui dietro alle sorelle Williams c’era praticamente il vuoto (e spiccavano le belghe, le serbe, le russe), è tornato in una posizione di rilievo proprio per quanto riguarda le teenager considerate con il futuro più radioso.

Anche se qualche rischio mi pare ci sia: la sovraesposizione mediatica. Qui a Wimbledon il massimo dell’attenzione è riservato alla quindicenne Coco Gauff, e in modo anche del tutto legittimo. I giornalisti però non si accontentano del tennis e sono alla caccia di qualsiasi genere di informazioni. E allora le hanno chiesto che genere di filmati guarda su Youtube (se vi interessa: ha detto che sono i tutorial di trucco e i blog con “esperimenti sociali”), quali sono le Celebrities che si sono messe in contatto con lei (risposta: Navia Robinson e Storm Reid), se pensa di assomigliare a Kawhi Leonard nel modo di affrontare le partite, etc etc.

In questi giorni un grande talento come Amanda Anisimova sembra già quasi finita nel dimenticatoio. Del resto ormai è anziana: diciassette anni… Anche per queste situazioni penso abbia fatto bene la WTA a porre dei limiti di partecipazione ai suoi tornei in base all’età, scottata dalle esperienze negative di tenniste come Jennifer Capriati ma anche, in precedenza, Andrea Jaeger.

Resta il fatto che in questo momento ci sono 13 tenniste USA in top 100 e Gauff curiosamente non è fra di loro, visto che per il momento è virtualmente salita dal numero 313 al numero 182. E se le attuali giovanissime manterranno anche solo in parte le promesse, il tennis a stelle e strisce potrebbe tornare a vivere una nuova stagione di leadership, come accaduto negli ultimi decenni del secolo scorso.

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