Naomi Osaka 2.0 – Ubitennis

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Naomi Osaka 2.0

La storia di una giocatrice che grazie ai notevoli cambiamenti dell’ultimo periodo è riuscita a raggiungere risultati senza precedenti per il tennis giapponese

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US Open donne 2018: uno Slam da ricordare. Forse anche più di altri, per alcuni record che lo rendono speciale. La vittoria di Naomi Osaka ha infatti significato questo: prima giocatrice giapponese della storia a vincere un Major; più giovane campionessa a Flushing Meadows dai tempi di Maria Sharapova (2006); finale dell’era open con la seconda maggiore differenza di età tra le partecipanti (16 anni e 20 giorni), dietro solo a Navratilova vs. Seles US Open 1991 (17 anni e 45 giorni); ma soprattutto consacrazione di una giocatrice, Naomi Osaka, che merita tante attenzioni. Sicuramente più di quelle che ha ricevuto il giorno della finale e anche in quelli successivi, quando la questione tra Serena Williams e l’arbitro Carlos Ramos ha fagocitato quasi tutto il resto. Ed è veramente un peccato: non solo per Naomi, ma per tutti gli appassionati di tennis, visto che stiamo parlando di una giovane tennista per nulla banale, dentro e fuori campo.

Due parole stringatissime sulle sue vicende da ragazzina: nata in Giappone da mamma giapponese e papà haitiano, si è trasferita negli USA a tre anni. Gioca per il Giappone per scelta del padre, che quando ancora era una bambina di fronte alle offerte di appoggio tecnico e finanziario di due federazioni (quella giapponese e quella statunitense) scelse quella asiatica. Ma per chi vuole saperne di più sul suo periodo di formazione rimando a questo articolo di due anni fa, del 2016. Qui non c’è spazio per approfondire perché da allora sono accadute molte cose estremamente interessanti, che vanno per forza raccontate.

L’evoluzione di Naomi Osaka dal 2016 a oggi
Tra il 2015 e il 2017 si erano fatte notare cinque giocatrici tutte nate nel 1997. Teenager straordinarie, tanto che già allora ci si chiedeva quanto il loro talento avrebbe potuto influire sul futuro della WTA. Erano Bencic, Kasatkina, Ostapenko, Osaka, Konjuh. Ebbene, malgrado gli infortuni abbiano rallentato la carriera di Bencic e Konjuh, tutte e cinque sono già riuscite come minimo a diventare Top 20, tre di loro Top 10 (Bencic, Ostapenko e Osaka) e due di loro addirittura a vincere uno Slam a soli 20 anni (Ostapenko e Osaka). A questo punto solo il tempo potrà dirci chi avrà la carriera più fulgida. Però per il momento Osaka in una cosa sicuramente non ha rivali: nessuna è cambiata nel proprio gioco quanto lei. E lo ha fatto nel giro di un paio di stagioni. Anzi, in realtà bisognerebbe dire: nel giro di pochi mesi.

 

Torniamo a due anni fa. Naomi comincia a farsi conoscere grazie alle eccezionali qualità di colpitrice: servizio con velocità da record (125 miglia di velocità massima, che la colloca ai vertici del circuito attuale e nella Top 10 di sempre a livello WTA), dritto potentissimo (oltre 100 miglia misurate di velocità di punta, un dato sensazionale per una ragazza), e rovescio quasi altrettanto efficace. Il che fa di lei una giocatrice simmetrica, senza particolari punti deboli nello scambio da fondo. È il periodo in cui viene considerata la classica mina vagante, che nelle giornate di vena può sconfiggere qualsiasi avversaria, e per questo è sempre meglio evitare  Anche la grande Serena Williams, si pronuncia su di lei: “I have seen her play. She’s really young and really aggressive. She’s a really good, talented player. Very dangerous”.

E oggi quel “very dangerous” suona profetico, considerati i loro successivi scontri diretti (0-2). Queste caratteristiche rendono la Osaka di allora una tipica rappresentante di quella giocatrici che ho definito “superattaccanti”; tenniste iper-offensive con un gioco votato alla massima aggressività, alla ricerca dell’uno-due e della conclusione vincente, rapida e sistematica. Basandosi su queste doti Naomi era salita in classifica piuttosto in fretta. Queste le sue posizioni nel ranking di fine stagione dal 2012 al 2016: numero 1028, 430, 250, 203, 40.
Approdata nei grandi tornei WTA, per Osaka forse la difficoltà maggiore è riuscire a proporre con continuità un tennis tanto difficile e rischioso, un tennis che per essere efficace richiede sempre la massima condizione fisica e mentale. Muscoli tirati a lucido e testa senza paura, altrimenti si rischia di sparacchiare la palla ovunque tranne che in campo.

Probabilmente il momento in cui risulta chiaro a tutti quanto può essere forte, ma anche quanto per lei può essere difficile praticare quel tipo di tennis, è agli US Open 2016. Dopo avere sconfitto CoCo Vandeweghe  si ritrova al terzo turno in vantaggio per 7-5, 4-6, 5-1 contro la testa di serie numero 9, Madison Keys. Un’altra tipica superattaccante, messa sotto a suon di vincenti. Eppure Keys riesce a ribaltare il risultato; e lo fa, quasi incredibilmente, grazie al superiore gioco difensivo (diversi recuperi in scivolata sul cemento), ma anche approfittando del “braccino” che blocca la diciottenne Naomi al momento di chiudere il match (perso al tiebreak).

Chiuso il 2016 dopo la finale a Tokyo (sconfitta contro Wozniacki), il 2017 di Osaka si rivela una stagione opaca: 23 vittorie, 22 sconfitte, mai oltre i quarti di finale in alcun torneo. E inevitabile calo in classifica di 28 posti rispetto all’anno precedente (da 40 a 68). Alla fine del 2017 Naomi decide di cambiare coach. E sceglie un esordiente, anche se già molto conosciuto. Assume infatti per la prima volta con il ruolo di allenatore il più famoso hitting partner del tennis femminile, Sascha Bajin (per tanti anni hitting partner di Serena Williams, poi di Azarenka e anche di Wozniacki).

a pagina 2: La svolta del 2018

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Due Slam e il numero 1 del mondo

Da Chris Evert a Naomi Osaka venti giocatrici sono riuscite a raggiungere il primato nel ranking e vincere almeno due Major. Ma solo cinque vantano un record ancora più difficile

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Serena Williams, Chris Evert, Naomi Osaka - US Open 2018

Con il successo agli ultimi Australian Open Naomi Osaka ha compiuto una impresa significativa: ad appena 21 anni ha già vinto due tornei dello Slam e conquistato il numero 1 del mondo. Non si tratta di risultati da poco, tanto che da quando esiste il ranking WTA ufficiale (dal 1975), solo 20 tenniste possono vantare di esserci riuscite. Ecco un breve excursus nel passato per ricordarle, e per provare a inquadrare storicamente l’impresa di Osaka.

Chris Evert
Secondo le regole WTA, Chris Evert va considerata la prima numero 1 del mondo dell’era contemporanea. Il 3 novembre 1975 è il giorno che corrisponde all’inizio della definizione delle classifica con criteri automatici e prestabiliti (oggi noi diciamo del “computer”), in modo simile a quanto si fa ancora oggi. Di conseguenza questa data è un discrimine che inaugura un’epoca e chiude con il passato, escludendo le giocatrici che prima di Evert erano state definite numero 1 con criteri differenti.

Evert diventa numero 1 del mondo avendo già vinto alcuni Slam, a partire dal 1974. Nel suo caso subito dopo il primo Major aveva conquistato anche il secondo consecutivamente, nel giro di pochissimi giorni; infatti in un memorabile periodo di giugno-luglio, vince prima il Roland Garros 1974, poi la settimana successiva il torneo di Eastbourne (in finale su Virginia Wade) e infine Wimbledon 1974. Chris si aggiudica i primi due Slam contro la stessa avversaria in finale: la sovietica Olga Morozova. 6-1, 6-2 a Parigi, 6-0, 6-4 a Londra. Curiosamente insieme a Morozova gioca (e vince) il doppio nello stesso Roland Garros.

 

Ricordo però che la diciannovenne Evert (è nata il 21 dicembre 1954) riesce ad aggiudicarsi il primo Major alla quarta finale Slam disputata, dato che aveva perso la partita decisiva tre volte nel 1973: al Roland Garros da Margaret Court, a Wimbledon da Billie Jean King e agli Australian Open da Evonne Goolagong.

Evonne Goolagong
Dicevo sopra che la prima classifica che la WTA considera ufficiale e comparabile con quelle attuali risale al 1975; Goolagong è dunque la seconda giocatrice a conquistare il primato nel ranking. Evonne rimane in cima al ranking per appena due settimane, sufficienti però a farla rientrare nei criteri di questo articolo.
Goolagong, che è nata il 31 luglio del 1951, raggiunge il primato in classica in età relativamente matura, nel 1976, quando ha già compiuto un importante tratto di carriera. Questione differente la vittoria negli Slam: vince infatti i primi Major poco prima di compiere 20 anni, e li conquista consecutivamente proprio come Evert: Roland Garros 1971 e Wimbledon 1971. Due successi arrivati al termine di due derby australiani in finale: 6-3, 7-5 su Helen Gourlay a Parigi e 6-4, 6-1 a Margaret Court a Londra.

Prima di queste vittorie Goolagong aveva già disputato, e perso, una finale Slam, agli Australian open 1971, ancora contro Margaret Court. Quegli Australian Open 1971 si giocarono nel mese di marzo sull’erba di Sydney.

Martina Navratilova
Terza numero 1 del mondo è Martina Navratilova, che dal 1976 si alterna ai vertici WTA con Chris Evert, in una rivalità straordinaria che ha segnato in modo indelebile la storia del tennis: 80 partite complessive, 60 finali. (A chi fosse interessato consiglio un documentario del 2010, “Unmatched”, costruito su una lunga intervista ad entrambe).

Navratilova raggiunge il primato del ranking prima ancora di vincere un Major; come per Chris, anche per Martina il successo arriva dopo aver perso alcune finali Slam, nel 1975: in Australia da Goolagong e in Francia da Evert. La terza occasione è quella buona. Nei primi successi Slam di Navratilova la rivale sconfitta è sempre Chris Evert: a Wimbledon 1978 (2-6, 6-4, 7-5) e Wimbledon 1979 (6-4, 6-4). Ricordo che, essendo nata il 18 ottobre 1956, Navratilova ha 21 anni compiuti quando ottiene il primo Major.

Tracy Austin
Per più di dieci anni, dal 1976 al 1987, Evert e Navratilova dominano il tennis femminile, conquistando la gran parte degli Slam e monopolizzando i vertici del ranking. Dietro di loro chi si ritaglia più spazio è Hana Mandlikova, con 4 successi negli Slam, senza però mai conquistare il primato della classifica. Chi invece riesce a raggiungere il numero 1 del mondo, per 22 settimane del 1980, è Tracy Austin. Una parentesi breve, anche perché breve è la carriera di Austin: nata il 12 dicembre 1962, è una autentica enfant prodige, in grado di affermarsi tra le professioniste già a 14 anni, ma presto costretta al ritiro a causa di gravi problemi alla schiena.

Fra il 1979 e il 1981 Austin vince 24 tornei. Tracy ha disputato due sole finali Slam in carriera, e le ha vinte entrambe. US Open 1979: 6-4, 6-3 contro Evert; e due anni dopo ancora a New York: US Open 1981, 1-6, 7-6(4), 7-6(1) contro Navratilova. Ricordo l’età del primo successo Slam di Austin: nel settembre 1979 aveva appena 16 anni, dato che è nata il 12 dicembre 1962.

Steffi Graf
Chi ha chiuso l’era Evert- Navratilova, per aprirne una nuova quasi altrettanto lunga, è stata Steffi Graf. Numero 1 a partire dall’agosto 1987, ha tenuto il primato per più settimane di tutte, 377 in totale. Il suo primo successo Slam arriva in occasione della prima finale disputata, al Roland Garros 1987: 6-4, 4-6, 8-6 a Martina Navratilova. Partita giocata il 6 di giugno; essendo nata il 14 giugno 1969, significa che in quel momento Steffi non ha ancora 19 anni, per poco meno di 10 giorni.

Per vincere il secondo Slam, Graf deve aspettare l’anno successivo, visto che nel 1987 avrebbe perso in finale sia a Wimbledon che agli US Open, sempre da Martina Navratilova. Dunque il secondo Major in carriera arriva con il successo agli Australian Open 1988. Un successo che inaugura una stagione eccezionale, che le vale addirittura il Grande Slam, a cui va aggiunta anche la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Seoul. Nel suo secondo successo Slam, sul cemento di Melbourne 1988, Steffi sconfigge Chris Evert per 6-1, 7-6(3).

a pagina 2: Da Monica Seles a Jennifer Capriati

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Aryna Sabalenka: l’apparenza inganna

Nuova Top 10, Sabalenka sta attraversando una fase di evoluzione del proprio gioco, verso un tipo di tennis molto più ricco di quanto spesso raccontato

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Aryna Sabalenka

Raramente un ingresso in Top 10 è stato così poco celebrato quanto quello recente di Aryna Sabalenka. Eppure questo traguardo è da sempre considerato come significativo, degno di note e riconoscimenti. Ma questa volta non è stato così: avvenuto il lunedì successivo agli Australian Open, è passato quasi sotto silenzio, probabilmente per due ragioni diverse. La prima è legata alle circostanze giornalistiche: Sabalenka infatti è entrata in Top 10 negli stessi giorni in cui Naomi Osaka ha vinto il secondo Slam ed è diventata la nuova numero 1 del mondo.
Però, a mio avviso, c’è una seconda ragione, per cui la conquista di Aryna non è stata celebrata: in realtà, se la aspettavano un po’ tutti; era solo una questione di tempo, di aritmetica, di punti in scadenza… Insomma, di dettagli; ma prima o poi doveva accadere.

Sotto questo aspetto mi sembra di essere tornato al 2015, quando in Top 10 era entrata per la prima volta Garbiñe Muguruza; anche lei giovane rampante, individuata con ampio anticipo come promessa dal sicuro avvenire. E, come Aryna, in possesso di un tennis dominante, che le permetteva di giocarsela alla pari con le più forti. E poi così è stato, almeno fino a quando Garbiñe non ha sperimentato la difficoltà di mantenersi ai vertici in termini di motivazioni, responsabilità, impegno. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe fuori tema. Oggi è il momento di ricapitolare i progressi di Sabalenka, per cercare di comprendere meglio la sua situazione, con uno sguardo rivolto al futuro.

Qualche dato per cominciare. La Media Guide 2019 di WTA (che si può scaricare QUI) a pagina 145 elenca le giocatrici capaci di entrare per la prima volta in Top 10 negli ultimi due anni. Tra parentesi la data di ingresso fra le prime dieci:

 

Svitolina (27 feb. 2017)
Ostapenko (11 set. 2017)
Garcia (9 ott. 2017)
Mladenovic (23 ott. 2017)
Vandeweghe (6 nov. 2017)
Goerges (5 feb. 2018)
Stephens (2 apr. 2018)
Osaka (10 set. 2018)
Bertens (8 ott. 2018)
Kasatkina (22 ott. 2018)
Sabalenka (28 gen. 2019)

Una lista di nomi eterogenei per età e per storia: per alcune giocatrici l’ingresso fra le prime dieci appare come il coronamento di una intera carriera, per altre come un exploit difficilmente sostenibile a lungo termine; per altre ancora, le più giovani, come un trampolino di lancio verso obiettivi ancora più ambiziosi. È il caso di Sabalenka, entrata fra le “elette” a 20 anni appena compiuti, essendo nata a Minsk il 5 maggio 1998.

Secondo dato: la progressione nel ranking. Ricordo che Aryna ha avuto una carriera da junior piuttosto limitata, senza particolari risultati: migliore classifica numero 225, e nessuna partecipazione agli Slam di categoria. Da professionista scala il ranking WTA molto in fretta: numero 548 nel 2015, 159 nel 2016, 78 nel 2017, numero 11 nel 2018. Dunque una crescita rapidissima e costante. L’anno che la fa conoscere al mondo è il 2017, quando supera brillantemente il passaggio dai tornei ITF ai tornei WTA, consolidandosi su alti standard negli ultimi mesi di stagione.

Ma forse la spinta decisiva arriva dalla Fed Cup: comincia a essere schierata come titolare in singolare, e da “numero 2” del team spalleggia le imprese di Aliaksandra Sasnovich, fenomenale quell’anno nella competizione a squadre. In febbraio la Bielorussia supera l’Olanda: Aryna sconfigge Michaella Krajichek e perde solo 4-6, 7-6(6), 6-4 da Kiki Bertens, mancando un match point nel tiebreak del secondo set. Poi Sabalenka sconfigge Golubic in semifinale contro la Svizzera, prima di superare anche la campionessa in carica degli US Open Sloane Stephens nella finale, sfuggita contro gli USA solo al termine del doppio decisivo. Nella crescita della stagione va ricordata anche la finale di Tianjin in ottobre, persa 7-5, 7-6(8) contro Maria Sharapova.

Non ha senso ripercorrere nel dettaglio tutto il 2018: QUI si possono leggere i risultati completi, con 51 vittorie totali. In estrema sintesi, della stagione scorsa direi questo: Sabalenka si afferma in modo definitivo come una giocatrice capace di sconfiggere qualsiasi tipo di avversaria, anche di vertice, come si deduce dal bilancio contro le Top 10 (otto vittorie e appena quattro sconfitte).

a pagina 2: Le caratteristiche tecniche di Aryna Sabalenka

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Il più bello Slam degli ultimi anni

Gli Australian Open 2019 si candidano a diventare una pietra miliare del tennis femminile del periodo più recente

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Karolina Pliskova e Serena Williams - Australian Open 2019

Questa settimana mi spetta un compito difficile: provare a dimostrare che martedì scorso a proposito degli ultimi Australian Open non ho usato una definizione esagerata o campata in aria. Dunque: perché sono stati “il più bello Slam degli ultimi anni”?

Innanzitutto rimando alle prestazioni delle due finaliste, Osaka e Kvitova, di cui ho parlato sette giorni fa. Qui aggiungo altri quattro motivi. Il primo: il torneo ha confermato, sul campo, uno degli aspetti che alla vigilia lo rendevano particolarmente interessante; ci ha offerto un ricchissimo confronto generazionale, aperto come non mai a tenniste di ogni età. Ha vinto la 21enne Osaka, contro una finalista 28enne come Kvitova. Ma la 37enne Williams è stata protagonista insieme ad altre tenniste dell’età di mezzo come Pliskova (26 anni), e Collins 25. Ma nel torneo c’è anche stato spazio per una giovanissima come Anisimova (17 anni) in grado di sfoderare una partita straordinaria contro Aryna Sabalenka (20 anni).

Secondo aspetto positivo: tutto sommato il caldo australiano non è stato di quelli terribili. A parte un paio di giorni della seconda settimana (quando però si è ovviato chiudendo il tetto), non si sono raggiunte temperature estreme, cioè quel tipo di condizioni che rendono una partita di tennis una questione soprattutto fisica, in un ambiente che porta ai limiti le protagoniste. Ricordo per esempio che lo scorso anno Simona Halep fu costretta a passare la notte successiva alla finale (persa contro Caroline Wozniacki) in ospedale a causa della disidratazione. Per quanto ammiri anche l’aspetto atletico che richiede il tennis, mi sembrano situazioni eccessive, che oltre tutto non possono favorire la qualità di gioco. Se si è spinte sull’orlo del collasso non si può certo offrire il proprio miglior tennis: e questo è un peccato sia per chi va in campo sia per chi segue il match da spettatore.

 

Terzo aspetto positivo: le condizioni di gioco in senso tecnico: il complesso superficie+palline+clima. Cioè quel complesso che sinteticamente viene definito come “velocità” dei campi. A mio avviso le condizioni di gioco di Melbourne 2019 hanno favorito un tennis propositivo, in cui veniva premiata chi aveva il coraggio di prendere l’iniziativa, offrendo un giusto mix tra scambi rapidi e scambi prolungati. In questo modo abbiamo evitato le situazioni dell’ultimo grande torneo affrontato, le WTA Finals di Singapore, in cui il campo troppo lento aveva allungato i palleggi a dismisura, e portato praticamente tutti i match ad essere chiusi con saldi negativi, cioè con il numero di errori non forzati superiore al numero di vincenti.

Ma alla fine gli Australian Open 2019 sono stati semplicemente anche una edizione fortunata. Nel senso che si è creata più spesso del solito quella particolare alchimia che produce match di qualità superiore; con una frequenza che davvero non ricordavo in un unico torneo degli ultimi anni. Sicuramente l’essersi disputato a inizio stagione, dopo il periodo di recupero e preparazione, ha favorito la freschezza delle giocatrici. Ma in ogni caso fatico a ricordare in un solo evento così tante partite eccezionali.

Chi legge questa rubrica con regolarità sa che alla fine di ogni stagione seleziono dieci-dodici partite degne di essere ricordate; partite ricavate dall’intero anno di tennis. Ecco, devo dire che almeno 5-6 match di questi Australian Open mi sono sembrati già degni di scalzare quelli selezionati per il 2018. La finale Osaka Kvitova, la semifinale Osaka Pliskova, il quarto tra Pliskova e Serena, l’ottavo tra Serena e Halep, il terzo turno Osaka Hsieh e quello tra Pliskova e Giorgi sono state partite davvero notevoli, ricchissime di tensione emotiva, alternanza di situazioni ma anche e sopratutto, di qualità tecnica. A questi match dovrei aggiungerne uno che purtroppo non ho seguito, ma che in molti hanno segnalato: Muguruza contro Konta (6-4, 6-7, 7-5), terminato con numeri strepitosi (Konta +9, Muguruza +22 nel saldo vincenti/errori non forzati).

Rimettendo in fila queste partite emerge un aspetto curioso: tutte si sono svolte nella parte alta del tabellone. Questa è stata una caratteristica particolare dell’ultimo Slam: la parte alta del tabellone (quella che ha portato in semifinale Osaka e Pliskova) ha offerto tantissima qualità grazie a protagoniste tutto sommato attese, mentre la parte bassa del tabellone (che ha portato in semifinale Kvitova e Collins) è stata invece quella delle sorprese e, a conti fatti, anche delle maggiori delusioni. Cominciamo con queste, per lasciare il meglio in fondo.

a pagina 2: La parte bassa del tabellone

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