Numeri: il ritorno di Klizan e la conferma del 'nuovo' Thiem

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Numeri: il ritorno di Klizan e la conferma del ‘nuovo’ Thiem

Analisi dettagliata della settimana appena trascorsa: a Metz sorprese e una conferma, quella di Thiem. Osaka è in rampa di lancio ma ‘soffre’ ancora le top 10. Tutti i numeri, compresi quelli degli italiani

Ferruccio Roberti

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3- le semifinali raggiunte nel 2018 da Karolina Pliskova, una sola delle quali vinta (nel Premier di Stoccarda, quando poi ha conquistato il titolo). Con questo misero bottino racimolato la ceca si è presentata al Premier di Tokyo. La classifica, come sempre giudice implacabile del rendimento di un tennista, ne ha inevitabilmente risentito e nella capitale giapponese la ceca si è presentata da numero 8 del mondo: e dire che Karolina a gennaio era 4 e, appena ad agosto di un anno fa, era la prima giocatrice al mondo. Particolarmente deludente è stata la seconda parte di stagione di Pliskova: dopo aver vinto a Stoccarda e aver raggiunto la semi a Madrid (sconfiggendo Halep) Karolina è calata notevolmente nel rendimento, proprio sulle superfici dove più si sente a suo agio, erba e cemento all’aperto: ha raggiunto appena due quarti (Eastbourne e US Open) nei successivi nove tornei ai quali si è iscritta dopo quello della capitale spagnola. A Tokyo è arrivata in finale al termine di tre match durati ciascuno più di due ore, tutti conclusi nel set decisivo: nell’ordine, la ceca ha sconfitto (4-6 6-4 6-4) Gavrilova, 33 WTA; ha annullato due match point a Riske (6-1 6-7 7-6), 75 WTA e infine ha eliminato Vekic (6-2 4-6 6-3), 45 WTA. In finale, nella partita più difficile – contro la fresca campionessa degli US Open Naomi Osaka, 7 WTA – Karolina ha vinto con un duplice 6-4. Risorta, ma vari San Tommaso l’aspettano al varco dei prossimi tornei asiatici per credere nella fine della sua crisi: a Wuhan, per dar ragione a certi critici, è già stata eliminata.

5- i tennisti italiani impegnati nel circuito maggiore la scorsa settimana, tutti iscritti al ricco ATP 250 di San Pietroburgo. Se Lorenzo Sonego – fresco di ingresso nella top 100 dopo il secondo turno a New York e la vittoria del Challenger di Genova – è stato fermato al primo turno delle quali (dopo aver sprecato un doppio break di vantaggio nel terzo) da Safiullin, 290 ATP, nel tabellone cadetto meglio ha fatto Luca Vanni. Il 33enne toscano è infatti tornato a giocare dopo un anno e mezzo (a Marrakech) in un main draw ATP perdendo con onore (5-7 2-6) da Bautista Agut, che poi avrebbe sconfitto anche Cecchinato. Dopo la sconfitta patita al secondo turno contro Millman agli US Open, è tornato in campo il nostro numero 1: Fognini, arrivato a San Pietroburgo in finale nel 2012 e nel 2017, questa volta si è arreso all’esordio, perdendo per la terza volta in sette precedenti da Klizan, vincitore col punteggio di 6-3 6-4. Le vittorie a livello di tabellone principale sono arrivate da Cecchinato e Berrettini: il siciliano è tornato al successo a più di due mesi dall’ultima volta (la finale vinta a Umago su Pella), interrompendo una serie di cinque sconfitte consecutive. L’affermazione (7-5 7-6) su Lacko, che lo aveva sconfitto a giugno nelle semi di Eastboune, rappresenta la prima vittoria sul duro in condizioni indoor. Benino anche Berrettini: Matteo ha impiegato tre set (7-6 2-6 6-3) per riscattare la brutta partita persa a New York contro Kudla e sconfiggere Garcia Lopez, 80 ATP. Con lo stesso numero di set il romano si è poi arreso però all’enfant prodige Shapovalov, 34 ATP, vincitore col punteggio di 7-6 4-6 6-0.

 

Le maggiori soddisfazioni sono arrivate così dal doppio: l’attuale numero 1 azzurro, e colui che molto probabilmente lo diverrà, nonostante siano separati da nove anni di età, si sono cimentati per la prima volta in carriera assieme, con ottimi risultati. Fognini e Berrettini hanno infatti conquistato rispettivamente il quinto e secondo titolo nella specialità perdendo un solo set contro la talentuosa coppia Rublev- Shapovalov, prima di ingranare e sconfiggere esperti doppisti come Paes (nei quarti) e Mirny (in semi), e infine aggiudicarsi la finale con un duplice tie-break contro gli specialisti – e terzi favoriti del seeding – Jebavy Middelkopp.

6 – i top ten presenti alla seconda edizione della Laver Cup 2018, uno in più di quanto accaduto l’anno scorso. A Chicago, oltre a due leggende del nostro sport come Federer e Djokovic, erano presenti alla sfida tra Europa e Resto del Mondo anche Zverev, Dimitrov, Anderson e Isner, senza dimenticare altri quattro top 20. Al di là delle vistose esultanze esibite dai protagonisti, è difficile credere sino in fondo al reale coinvolgimento emotivo. La Laver cup è una competizione in cui il senso di appartenenza è per forza di cose flebile, tanto più in una manifestazione senza tradizione (a differenza di quanto avviene nel golf con l’analoga Ryder cup). Non si ricorda chi ha vinto tra Europa e Resto del mondo o almeno non quanto resta impressa la smorfia di gioia del campione dopo un bel punto o l‘highlight di uno scambio spettacolare Le rivalità e la conseguente adrenalina sono poi annacquate, oltre che da risultati non omologati nelle statistiche dei precedenti, da regole nel punteggio diverse da quelle utilizzate nel circuito. Tuttavia, non si può negare il successo della competizione e la sua capacità di offrire spettacolo e far appassionare il pubblico. In questa coppa, i doppi tornano a rivestire un grande importanza: possono essere composti da coppie inedite e estremamente affascinanti (nel 2017 si videro assieme Nadal e Federer, quest’anno è stata la volta del campione elvetico con Djokovic). La Laver Cup sembra insomma un esperimento ben riuscito, capace anche di incrementare il suo fascino di pari passo con l’acquisto di una certa tradizione.

9 – i successi di Camila Giorgi contro tenniste nella top ten del ranking WTA. L’ultimo è arrivato contro la numero 2 del mondo Caroline Wozniacki, nel secondo turno del Toray Pan Pacific Open di Tokyo, torneo di categoria Premier. Un successo che, unito al primo turno vinto su Misaki Doi (6-2 6-4), 170 WTA, e a quello nei quarti sull’ex numero 1 del mondo Vika Azarenka (ritiratasi nel primo set) le ha permesso di arrivare in semifinale, dove poi è stata fermata da Osaka. Un approdo capace in ogni caso di consegnarle i pesanti 185 punti che uniti alla prematura sconfitta di Sakkari a Wuhan valgono il nuovo best ranking (20) che migliora il 30esimo posto raggiunto nel 2015, anno della vittoria dell’unico titolo (sull’erba di S’Hertogenbosh). In vista di ulteriori miglioramenti, fa sperare in tal senso lo score della maceratese contro le top ten: sebbene abbia giocato molto meno dei nostri giocatori o giocatrici degli ultimi decenni – e quindi il dato sia da prendere con le molle – Camila ha una percentuale del 38% di vittorie contro le più forti. Uno score decisamente migliore di quello del nostro miglior tennista maschile negli ultimi 40 anni, Fognini (12V/54P, 18%), e di Seppi (9-82, 10 %). Venendo a un più calzante paragone con le donne che hanno fatto la storia del nostro sport, Camila sinora ha fatto molto meglio non solo di Silvia Farina (12-77, 13%), ma anche di Errani (13-54, 19%), Vinci (15-63 (24%), Schiavone (30-101, 23%) e Pennetta (28-57, 33%). Sono numeri che servono però a ben poco se Camila non troverà la tanto invocata continuità fisica (negli ultimi due anni ha saltato per infortuni parti della stagione) e soprattutto mentale. In questo 2018 sta raggiungendo la sua migliore classifica senza essere mai giunta in finale in alcun torneo, con tre sole semifinali e l’exploit dei quarti a Wimbledon, raggiungendo un maggior numero di piazzamenti, sintomo di miglioramenti in tal senso. A 27 anni da compiere a fine dicembre, la maturazione può ancora avvenire.

A pagina 2 Osaka, Thiem e il ritorno ad alti livelli di Klizan

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Il regno dei Fab Four è al tramonto?

Il 2018 è l’anno del fisiologico calo dei Fantastici Quattro dell’era moderna, che tuttavia è iniziato già da tempo. Con i giovani che scalpitano, è tempo di porsi un paio di domande

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“Fratelli! Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità”. Così parlava Massimo Decimo Meridio nel film “Il Gladiatore”, espressione spiccatamente guerresca ed epica, ma che inquadra alla perfezione anche lo spirito dei quattro “gladiatori” del tennis moderno. Ciò che hanno fatto Rafael Nadal, Roger Federer, Novak Djokovic e Andy Murray nelle ultime quindici stagioni lascerà un segno profondo nella storia dello sport, un predominio fuori dal comune, sia per il livello degli interpreti, sia per la sua durata. Ma poiché tutte le epoche prima o poi arrivano al capolinea, da qualche anno ci si chiede quali saranno gli eredi dei “Fantastici Quattro” e soprattutto in quanto tempo il loro regno cesserà definitivamente di esistere. Per dare una risposta completa è doveroso dare uno sguardo alla loro stagione.

RAPIDO FLASHBACK – Le avventate sentenze sui Fab Four hanno accompagnato tutta la pre-season dell’annata 2018. L’infortunio all’anca di Murray e le precarie condizioni del gomito di Djokovic lasciavano molti dubbi sulla riaffermazione del quartetto nella nuova stagione, vuoi anche perché era difficile pensare che Federer e Nadal ripetessero il loro favoloso 2017. Ecco quindi che i talenti emergenti e quelli già parzialmente affermati del Tour maggiore intravedono la speranza di poter fare la voce grossa nei tornei Major, soprattutto vedendo che nei primi mesi dell’anno il serbo non riusciva più a ritrovare la sua dimensione. Come dodici mesi prima, Federer e Nadal si confermano in Australia e a Parigi, in più Roger a febbraio torna al numero uno del mondo dopo sei anni scalzando il suo eterno rivale. Ma dopo il Roland Garros qualcosa scatta nella mente di Nole. Approfittando di un Federer sottotono e di un Nadal acciaccato e allergico al cemento, Nole domina la seconda parte di stagione vincendo a Wimbledon e a New York, e la riconquista del numero uno ATP addolcisce anche le sconfitte in finale a Bercy e alle Finals. Murray invece riesce a disputare solo dodici incontri e scivola oltre la 200esima piazza in classifica, forse non sarà più in grado di tornare tra i grandi.

 

IL BILANCIO DEI FANTASTICI 4, 2018

  • Federer: 48 V – 10 S, 4 titoli (Australian Open, Rotterdam Stoccarda, Basilea)
  • Djokovic: 53 V – 12 S, 4 titoli (Wimbledon, Cincinnati, US Open, Shanghai)
  • Nadal: 45 V – 4 S, 5 titoli (Montecarlo, Barcellona, Roma, Roland Garros, Toronto)
  • Murray: 7 V – 5 S, 0 titoli

Per il secondo anno di fila, tutti i tornei Major sono proprietà dei Fab Four, alla faccia di chi credeva che fossero da rottamare. Degli ultimi 48 tornei dello Slam (dal 2006 ad oggi) ben 43 sono divisi tra Federer, Nadal, Djokovic e Murray (uniche eccezioni del Potro, Cilic e Wawrinka) e solo in una finale non era presente nemmeno uno dei quattro (US Open 2014, Nishikori-Cilic). Dati che confermano – qualora ce ne fosse bisogno – la longevità dei fenomeni del XXI secolo.

LE FRAGILITÀ – Tuttavia, analizzando più attentamente i risultati delle ultime annate, emergono forti segnali di cedimento del regno dei Fab Four. Il primo è il definitivo tramonto di Andy Murray, che nelle ultime due stagioni non è mai riuscito ad essere competitivo a causa dei problemi fisici. Si dovrebbe quindi parlare di “Fab Three”, ma, memori degli insegnamenti degli ultimi anni, meglio non dare mai per finiti campioni di tale calibro. In secondo luogo, se guardiamo alle ultimi finali dei Grand Slam (filtro maggiormente selettivo per valutare la condizione dei giocatori), manca da troppo tempo una finale tra Fab, precisamente da sette tornei, dal Federer-Nadal all’Australian Open 2017. Il 2018 è il primo anno dal 2005 in cui non si è disputata nemmeno una finale tra due Fab Four. Tra il 2006 e il 2017 il numero ha sempre oscillato da due a tre finali, con sole due eccezioni (2009 e lo stesso 2017, quando ce n’è stata solo una) e anche due stagioni (2011 e 2012) in cui tutte le finali Major vennero contese da due dei Fantastici Quattro.

L’abbraccio tra Roger e Rafa dopo la finale a Melbourne del 2017

Qualcosa sta cambiando, sia nel fronte degli avversari (vedi Thiem e Anderson alle prime finali Slam), sia a livello fisico, com’è inevitabile. In questo senso c’è un terzo indizio che suggerisce un imminente declino della stagione Fab Four e ci mostra che in realtà la vera flessione del gruppo è iniziata nel 2015. Per fare maggiore chiarezza, è necessario ripescare i bilanci delle due passate stagioni.

IL BILANCIO DEI FANTASTICI 4, 2017

  • Federer: 52 V – 5 S, 7 titoli (Australian Open, Indian Wells, Miami, Halle, Wimbledon, Shanghai, Basilea)
  • Nadal: 67 V – 11 S, 6 titoli (Montecarlo, Barcellona, Madrid, Roland Garros, US Open, Pechino)
  • Djokovic: 32 V- 8 S, 2 titoli (Doha, Eastbourne)
  • Murray: 25 V – 10 S, 1 titolo (Dubai)

IL BILANCIO DEI FANTASTICI 4, 2016

  • Federer: 21 V- 7 S, 0 titoli
  • Nadal: 39 V – 14 S, 2 titoli (Montecarlo, Barcellona)
  • Djokovic: 65 V – 9 S, 7 titoli (Doha, Australian Open, Indian Wells, Miami, Madrid, Roland Garros, Toronto)
  • Murray: 78 V – 9 S, 9 titoli (Roma, Queen’s, Wimbledon, Olimpiadi Rio, Pechino, Shanghai, Vienna, Bercy, ATP Finals)

L’ULTIMO VALZER DEI FAB – Il 2015 è stata la stagione di Novak Djokovic, arrivato a un passo dal Grande Slam, sfumato solamente per merito di uno straordinario Stan Wawrinka in finale a Parigi. Tuttavia è stato l’ultimo anno in cui almeno tre Fab su quattro si sono espressi ad alti livelli. Murray vince tre titoli (più la Coppa Davis), tra cui i Masters di Madrid e Montreal. Gioca quattro match importanti contro Djokovic, le finali all’Australian Open, a Miami e a Bercy e la semifinale al Roland Garros, ma li perde tutti. Anche Federer contrasta onorevolmente il dominio serbo, giocando due discrete finali a Wimbledon e a New York, ma perdendole entrambe, lo stesso esito dei Masters di Indian Wells, Roma e delle ATP Finals. Se Djokovic, Murray e Federer occupano rispettivamente le prime posizioni della classifica, Rafael Nadal è acciaccato e in piena crisi di risultati. Passa un anno senza disputare match di rilievo coi suoi rivali e scivola al quinto posto in classifica. Ma gli altri tre vanno alla grande.

DOMINI A METÀ – Nel 2016 si rompe qualcosa. È l’infortunio al ginocchio di Federer a scombussolare le gerarchie, unito ai problemi fisici di Nadal nel finale di stagione (per lui ancora deludente). I Fantastici quattro sono dimezzati: Murray e Djokovic si spartiscono le portate più succulente dell’annata, vincendo rispettivamente nove e sette trofei. Ma all’inizio del 2017 lo scenario si ribalta. Federer è al diciassettesimo posto nel ranking e Nadal al nono. Tuttavia i due rivali giocano una fantastica quanto inaspettata finale all’Australian Open e Nole e Andy iniziano a barcollare. L’anca tormenta lo scozzese e il serbo ha male al gomito: entrambi finiscono in anticipo la stagione. Ne viene fuori un altro anno (secondo consecutivo) in cui i Fab sono solo due, stavolta Roger e Rafa, in perfetta alternanza col 2016.

COSA ASPETTARSI ORA? – Il ritorno di Djokovic nella seconda metà del 2018 è stato dirompente e allo stesso tempo provvidenziale per il regno dei quattro, che mai come quest’anno si è visto minacciato dai vari Thiem, Zverev, Anderson, Coric e compagnia. Tre Fab su quattro hanno portato a casa almeno uno Slam, ma a differenza del 2015 ci sono meno segnali incoraggianti per l’anno prossimo. I motivi? Sicuramente Federer, che ad agosto ha spento 37 candeline, dopo l’inverno è calato in intensità e propositività, incappando in una serie di sconfitte insolite, vedi Kokkinakis a Miami, Coric sull’erba di Halle e anche la sconfitta in finale a Indian Wells, con due match point buttati al vento. Sarà difficile per lo svizzero tornare ad inanellare vittorie come nel 2017, anzi, il rischio è un calo in classifica (soprattutto dopo marzo) da cui stavolta potrebbe non essere semplice riprendersi. Stesso discorso vale per Rafa Nadal, alle prese con l’infortunio agli addominali. Nel 2018 ha sì fatto man bassa nei mesi della terra battuta, ma non è (quasi) mai stato competitivo nei tornei su cemento, tradito sempre dal suo fisico negli appuntamenti importanti. Unica eccezione, la vittoria a Toronto.

Su Andy Murray resta invece un enorme punto interrogativo: il tipo di infortunio suggerisce che non sarà più in grado di avvicinarsi al livello del 2016. Partirà con più certezze invece Djokovic, che non vorrà però rimanere l’unico Fab Four nelle prime posizioni. Perciò, i Fantastici Quattro sono al crepuscolo? Secondo quanto osservato, si direbbe più sì che no. Anche la vittoria di Zverev alla O2 Arena è un segnale importante lanciato ai Fab. Tuttavia ci hanno più volte dimostrato che più si parla di declino, tanto più ritrovano lo smalto per brillare ancora, meglio giudicare con moderazione. Altrimenti non li chiameremmo mica “Fantastici Quattro”.

Novak Djokovic – Shanghai 2018 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

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Il dominio decimale di Djokovic, Nadal e Federer

Lo spagnolo primeggia nella percentuale di punti vinti e nella stagione appena conclusa ha perso solo quattro incontri. I top 10 nel 2018 hanno comunque sbagliato quasi un punto su due, ma i primi tre hanno ancora un altro passo. La prospettiva di Fognini

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Più si va avanti, più il margine di miglioramento si riduce. Ed è affidato ai dettagli. Lo spostamento passa dai metri ai centimetri, dai numeri interi ai decimali. Ai vertici di ogni ambito sono i particolari a fare la differenza e questo accade anche nel tennis di vertice. Dove vince chi sbaglia di meno, perché comunque si sbaglia tanto. Il report statistico di fine anno dell’ATP mette in evidenza un aspetto che non risulta così immediato a un livello d’analisi superficiale: i top 10 perdono quasi un punto su due. Su un totale di centomila (o poco più) punti giocati, quelli vinti sono appena il 53 per cento.

Top 10: 2018 Season – Points Won & Lost / Prize Money (fonte ATP – www.atpworldtour.com)

Guardando al podio del ranking, è Nadal a vantare la percentuale migliore (55.4%) pur avendo giocato nove partite in meno rispetto a Federer (54.4) e ben 16 rispetto al numero uno Djokovic (54.5). Il dato medio dei Fab Three è di 54.7 è rende l’idea di quale sia la distanza a separarli dai più immediati inseguitori: Alexander Zverev, quattro del mondo, è andato a segno nel 52.8% dei casi ed è quello che ha giocato più di tutti (77 partite). Dallo stesso Zverev a John Isner, quindi dal quarto al decimo in classifica, il livello si abbassa al 52.2%. C’è quindi un gap di due punti e mezzo percentuali (54.7 contro 52.2) a separare i tre fenomeni da chi gli sta a ruota. Tornano a questo punto in mente le parole di Craig O’Shannessy, il mago dei numeri del clan Djokovic, che agli US Open ha raccontato qualcosa di molto interessante al nostro Luca Baldissera. “I migliori al mondo vincono in un anno circa il 90% dai match, ma lo fanno mettendo a segno appena il 55% dei punti. Djokovic nel 2015 ha fatto 82 vittorie e 6 sconfitte, era una belva – le parole dell’analista ATP -, ma se andiamo ad analizzare i cosiddetti anni da Superman, come quello, e come anche certi di Nadal al Roland Garros, vediamo che per ottenere prestazioni incredibili tutto quello che ci è voluto è stato passare dal 55% al 56% dei punti vinti”

 

O Shannessy ha elaborato così una vera e propria “regola del 55”, che si integra con l’altro ben noto teorema dei “four shots”: entro i tre scambi dopo il servizio si risolvono il 70% dei punti, dal quinto all’ottavo colpo il 20% e oltre il nono solo il 10%. In realtà, al netto dei possibili arrotondamenti, i dati sul 2018 sembrano leggermente al ribasso visto che al 56% non ci è arrivato nessuno, anzi non è stato toccato nemmeno il 55%. Stesso discorso per la percentuale di match vinti: comanda anche qui Nadal, che ne ha persi solo quattro su 49. A conquistare il maggior numero di incontri è stato lo stakanovista Zverev (58/77), fermandosi però al 75.3%. Anche da questa particolare classifica emerge, con proporzioni ancor più nette, il gap che separa i tre che si sono alternati al numero uno dal resto della truppa. Djokovic, Nadal e Federer hanno vinto l’85.3% dei loro incontri, mentre la media degli altri sette top 10 si attesta al 70.4%. John Isner, 10 ATP, ha perso ben 22 volte nei 56 incontri disputati chiudendo il 2018 con un non entusiasmante 60.7% di successi.

Top 10: 2018 Season – Matches Won & Lost (fonte ATP)

FOGNINI: QUANTO MANCA ALLA TOP 10? – Viene così offerta da questi dati un’altra unità di misura della distanza che ha separato Fabio Fognini, comunque tornato al suo best ranking (13), dal sognato ingresso tra i primi dieci. Il numero uno azzurro ha chiuso l’anno solare scendendo in campo 68 volte nel circuito con 46 vittorie (67.6%). Un dato percentuale che lo mette sostanzialmente alla pari di Nishikori e Cilic e addirittura più avanti del buon Isner.  Anche nel calcolo dei punti vinti Fognini non sfigura: col suo 51.4% è chiaramente distante dalla media percentuale dei primi tre, ma non poi così tanto dagli altri. Il suo dato è addirittura migliore rispetto a quelli di Thiem e Isner. Chiaramente, sono rilevazioni statistiche che non possono avere correlazione diretta e assoluta con il ranking, visto che vanno filtrate su due livelli: la tipologia dei tornei in cui si conquistano le vittorie e i punti da difendere. Da questo punto di vista, la differenza si può misurare partendo dagli Slam del 2018 in cui Fabio ha vinto nove partite spingendosi fino agli ottavi (miglior risultato) a Parigi e Melbourne. La media di incontri vinti dai top 10 nei major è di 14.7 e nessuno è sceso sotto quota dieci (Zverev, a suo modo un’anomalia). Il salto di qualità nel 2019 passa dai grandi appuntamenti.

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Statistiche

Zverev regge il confronto con i ‘Fab’. Gli è davanti solo Nadal

La gemma raccolta da Sascha a Londra, dove ha vinto il trofeo (sinora) più prestigioso della sua carriera, vale un primo bilancio. Alla sua età Federer era dietro, Djokovic più o meno al suo livello

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La precocità di un tennista è sempre una questione spinosa, perché è difficile e spesso poco sensato basarla soltanto su un confronto di età. Lo sport è mutato molto nei decenni e il contesto nel quale si trova un diciottenne di oggi è ben diverso da quello in cui si trovava nei primi anni duemila, o a fine anni 80, per non andare ancor più a ritroso nel tempo: ad esempio, ormai è chiaro che non ci si possono più aspettare teenager campioni in un torneo del Grande Slam (tra gli uomini in attività, nonostante si parli forse dell’era migliore di sempre, c’è il solo Nadal ad esserci riuscito).

C’è però sempre, per fortuna, qualcuno che supera le aspettative e costringe a ripercorrere indietro il tempo per fare paragoni. Nella seconda metà degli anni dieci, questo qualcuno è Alexander Zverev. A ventun anni il tedesco ha conquistato le ATP Finals, battendo in semifinale e in finale Roger Federer e Novak Djokovic, e si è lanciato definitivamente come una star del tennis più mainstream. Da ora in poi anche lo spettatore occasionale conoscerà il suo nome, ammesso che non fosse così già grazie ai tre successi nei Masters 1000 (Roma, Canada e Madrid) e a una presenza ai vertici fissa. Confrontati con quelli dei coetanei, i risultati di Zverev sono strabilianti: per la sua generazione erano state istituite le Next Gen Finals, la versione under-21 del Masters di fine anno; lui entrambe le volte le ha saltate, qualificandosi all’evento stellato vero e proprio. E mentre già si affacciano sul circuito i figli dei nuovo millennio, nessun nato negli anni 90 ha finora ottenuto risultati simili a quelli del tedesco di origini russe. Difficilmente quindi sarà qualcuno con più anni di lui a sbarrargli la strada in futuro, quando i migliori di adesso avranno raggiunto l’età pensionabile (che nel tennis, come nel mondo reale, continua ad alzarsi).

 

Alexander Zverev – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Il cammino di Zverev in questi suoi primi anni nel circuito pro, tuttavia, regge il confronto anche con quelli dei Fab Four, gli unici tra i mostri sacri del tennis che Sascha avrà mai modo di affrontare direttamente e a parità di condizioni. Sfruttando il suo successo alla O2 Arena di Londra, la ATP ha paragonato la carriera di Zverev a quella che, all’età attuale dell’amburghese, avevano avuto gli unici giocatori in attività ad aver raggiunto la posizione di numero uno. Risultato? Sascha ne esce più che bene. Il suo terzo anno “full ATP”, senza qualificazioni né Challenger, lo porta a 10 titoli e 175 vittorie in carriera, e a un passo dal ritorno al suo best ranking di numero 3 del mondo. Fermando l’orologio storico di Federer, Nadal, Djokovic e Murray a ventun anni e 212 giorni si scopre che Zverev è in pari, se non avanti, a tre dei quattro. L’unico tre spanne sopra gli altri è il maiorchino: i dati fanno (ri)scoprire la sua già citata precocità, dato che a quell’età era stato capace di vincere la bellezza di 23 titoli e di superare le 250 vittorie ATP, peraltro con meno sconfitte di Zverev, nonostante quasi il doppio delle stagioni passate nel circuito maggiore fino a quel punto.

Djokovic è quello con il quale Zverev si trova più in linea, perché i loro percorsi sono i più simili almeno dal punto di vista numerico: stesso best ranking, appena un titolo in più per il serbo. Il punto è che all’epoca, e parliamo di fine 2008, oltre alle ATP Finals Nole aveva già vinto Masters 1000 complicatissimi come Indian Wells e Miami e soprattutto il suo primo trofeo Slam agli Australian Open. Murray è indietro a tutti, anche se a differenza di Zverev a quell’età aveva già raggiunto una finale agli US Open mentre attualmente il miglior risultato di Sascha in un major è appena un quarto di finale. Da questo punto di vista può consolare la storia di Federer, oggi a un solo titolo dal fare cento eppure di gran lunga il “late bloomer” del quartetto: a ventun anni Roger aveva combinato meno di quello che il suo protetto ha ottenuto finora, con un solo titolo Masters ad Amburgo, zero semifinali Slam, e il best ranking di numero 4; qualche mese dopo avrebbe fatto il salto di qualità definitivo, iniziando a vincere grandi tornei su grandi tornei. Non è detto che vada allo stesso modo, soprattutto negli stessi tempi, ma Zverev sembra pronto e la crescita tecnica si sta già innegabilmente tramutando in risultati sul campo.

Per concludere si può dare uno sguardo agli scontri diretti, sempre contro i Fab Four (dato che, come già detto, Zverev è per il momento di gran lunga superiore a tutte le altre nuove leve): parità contro Federer (3-3) e Djokovic (2-2), uno solo precedente con Murray perso quando il suo tennis era fin troppo acerbo, e il pesante 0-5 contro Nadal, reso ancora più amaro dal match point sprecato rovinosamente nel loro primo confronto a Indian Wells 2016. Avrà modo di vedersela con loro ancora per qualche anno, e l’età sembra destinata a favorirlo sempre più. Il quadro finale, insomma, sorride a Sascha: che oggi ci sia una coppa o una finale in meno di questo o di quello conta davvero poco, lui è da solo nel trend dei più grandi. Le vere somme si tireranno tra una quindicina d’anni, e c’è da credere che per allora la storia gli avrà dato tutta la ragione.

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