Una sfida tra titani. Djokovic dolce vendetta e adesso trova Federer (Crivelli). Brancaccio e Caruana, passa lo "straniero" (Sonzogni). Fognini chiude:"L'annata migliore" (Corsport). "In volo verso la Top 10" (Saccà). Le palline di Panatta volano ancora (Tironi)

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Una sfida tra titani. Djokovic dolce vendetta e adesso trova Federer (Crivelli). Brancaccio e Caruana, passa lo “straniero” (Sonzogni). Fognini chiude:”L’annata migliore” (Corsport). “In volo verso la Top 10” (Saccà). Le palline di Panatta volano ancora (Tironi)

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Una sfida tra titani. Djokovic dolce vendetta e adesso trova Federer (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il cerchio si è chiuso. Dal paradiso al paradiso passando per i tormenti dell’inferno, fino all’orlo dell’abisso e poi di nuovo su, a riveder le stelle. Giusto due anni fa, proprio a Parigi Bercy, Djokovic perdeva da Clic nei quarti e lasciava il numero uno del mondo a Andy Murray, infilandosi in un tunnel oscuro di cui ha rischiato davvero di non vedere mai più l’uscita. SHOW E OCCASIONI E’ stato un altro match contro il croato, a giugno, la finale (persa) del Queen’s, a indicare di nuovo al Djoker la retta via: da quel pomeriggio londinese il serbo ha offerto a se stesso e al mondo una delle resurrezioni agonistiche più incredibili e miracolose di sempre, tornando a dominare come nell’epoca dell’intoccabilità, il 2011 e il 2015. Si è preso Wimbledon, da agosto ha perso solo con Tsitsipas a Toronto e poi ha infilato in serie Cincinnati, Us Open e Shanghai, serie che rimane aperta anche nel secondo torneo parigino, l’ultimo Masters 1000 di stagione. Le vittorie consecutive adesso sono 21 e proprio a Bercy Djokovic ha ritrovato il primato in classifica, 24 mesi dopo quella bruciante abdicazione. E con il trono, può assaporare anche la dolce vendetta contro Cilic nella miglior partita del torneo. Un rivale che Novak rispetta molto, sia per le doti umane e tecniche sia perché come lui ha conosciuto il dolore della guerra nei Balcani. Il croato, dopo una seconda parte di stagione sotto le attese (al Queen’s l’ultima finale) mette in campo la sua versione migliore: martellate al servizio e poi il dritto a fare sfracelli. Nole perde così il primo set dopo 30 di fila, ma la forza mentale e le letture tattiche sono di nuovo quelle di chi è abituato a imperare. La risposta, specie sulla seconda di Marin, diventa una sentenza e la pressione da fondo si fa insostenibile. Eppure Cilic, indomabile e molto centrato, potrebbe vincerla nel terzo, quando si allunga fino al 2-1 e servizio. Però il quarto game è disastroso, nella pressione il Djoker sguazza e lui invece si scioglie, con tre banali errori di dritto e una facile volée spedita in corridoio. Poi, quando sul 3-3 il nativo di Medjugorje si procura un’altra delicatissima palla break, Novak l’annulla con un favoloso passante di rovescio e non si volterà più indietro, compilando tre game di fila per una semifinale di lusso contro Federer nel 47° episodio della loro rivalità (è avanti 24-22). Una dimostrazione di compattezza e atletismo che lo avvicina a un traguardo ambizioso: con 14 Slam, 5 Masters di fine anno e 32 Masters 1000, per un totale di 51 grandi titoli, è a due sole lunghezze da Roger, mentre Nadal è a 50 e fermo per infortunio, tanto che le Finals di Londra restano in forte dubbio. FOGNA STOP Alla 02 Arena non ci sarà sicuramente Fognini, che coltivava la speranza di un biglietto come seconda riserva e invece, con un tweet, ha annunciato che la sua annata si conclude qui: «Il 2018 è finito per me. E’ stata una buona stagione, forse la migliore, con molti alti e bassi, esperienze, emozioni e momenti positivi e negativi. Questo è lo sport, ed è per questo che amo il tennis! Ogni settimana una nuova opportunità! Un grazie enorme a tutto il mio team, a mia moglie e al mio piccolino, alla mia bellissima famiglia, ai miei sponsor e per ultimo, ma non meno importante a voi che mi supportate sempre! Senza di voi non sarebbe possibile! Ci vediamo l’anno prossimo». Proprio stamattina Fabio consulterà uno specialista della caviglia (frammenti ossei sul collo e coda dell’astragalo instabile e forse staccata) per un parere decisivo: intervento chirurgico con possibile stop di un paio di mesi oppure terapia conservativa. Resta negli occhi, però, il suo miglior anno di sempre per continuità e risultati: tre tornei conquistati e un’altra finale persa, 47 partite vinte (record personale), gli ottavi in Australia e al Roland Garros, le nove semifinali raggiunte, unico giocatore del circuito a riuscire in questa piccola impresa e per finire la miglior classifica eguagliata (numero 13, con possibilità di finire al 12). Risolti i guai, il 2019 dovrà essere l’anno della top ten e di un crac in uno Slam. Se lo meriterebbe. Buona sorte, Fabio


Brancaccio e Caruana, passa lo “straniero” (Cristian Sonzogni, La Gazzetta dello Sport)

 

Hanno pochissimo in comune, i quattro under 21 italiani in lizza per la wild card delle Next Gen Atp Finals (da martedì) con i 7 migliori coetanei del mondo. Raul Brancaccio, Enrico Dalla Valle, Luca Giacomini e Liam Caruana, usciti vincitori ieri dalle prime sfide delle qualificazioni allo Sporting Milano 3 di Basiglio, non potrebbero essere più diversi. Per provenienza, esperienze e bagaglio tecnico. Tutti, però, hanno una caratteristica importante: l’umiltà. FAVORITO Quella che Raul Brancaccio, 21enne napoletano emigrato in Spagna, ha imparato da Javier Ferrer, fratello dell’ex top 10 David. Per Raul, che nel 2018 ha vinto quattro Futures e a Basiglio è il favorito, quattro set altalenanti contro Riccardo Balzerani. E una semifinale contro Enrico Dalla Valle, 20enne ravennate che ha imposto un tennis pesante a uno dei suoi migliori amici, il novarese Giovanni Fonio. Fin qui tutto secondo copione. Ma è nella sezione inferiore del draw che spuntano le sorprese. Come Luca Giacomini, brevilineo furetto di Padova, tra quelli che hanno assorbito meglio le nuove regole. Contro di lui, oggi ci sarà Liam Caruana, romano di origine che vive con la famiglia in Texas. Dopo averci già provato un anno fa, Liam ritenta partendo dal derby capitolino vinto contro Jacopo Berrettini, costretto al ritiro per un problema alla gamba destra


Fognini chiude: “L’annata migliore” (Corriere dello Sport)

Ancora in ballo come possibile seconda riserva alle Atp Finals londinesi, in caso di rinuncia da parte di Rafa Nadal, Fabio Fognini ha invece annunciato che il suo 2018 agonistico s’è concluso con l’eliminazione negli ottavi del Masters 1000 a Parigi-Bercy. «È stata una buona stagione, forse la migliore, con molti alti e bassi, esperienze, emozioni, momenti positivi e negativi«, il suo commento sui social a un’annata in cui ha vinto tre tornei Atp (San Paolo, Bastad e Los Cabos) ed è stato finalista anche a Chengdu e che al momento, in attesa che si completi il Masters 1000 parigino, lo vedrebbe n. 12 del mondo: sarebbe il suo nuovo best ranking. A proposito del torneo parigino, ieri nei quarti la grossa sorpresa è arrivata dall’ex Next Gen russo Karen Khachanov, attuale n. 18 del mondo ma a questo punto almeno 13 lunedì prossimo, che addirittura ha lasciato solo tre game ad Alexander Zverev, 5 Atp e 4 a Parigi-Bercy RETATA SPAGNOLA. Quattordici persone arrestate, tra cui alcuni tennisti, e oltre quaranta indagate con l’accusa di “associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva”. E il bilancio dell’Operacion Bitures, portata a termine in Spagna dalla Guardia Civil, che ha sgominato un’organizzazione malavitosa con base a Valencia che reclutava tennisti per ottenere guadagni illeciti tramite le scommesse (gli inquirenti parlano di oltre due milioni di euro di profitti illegali) anche tramite furti di identità e prestanome per poter gestire diversi account. I tennisti arrestati sono il 36enne spagnolo Marc Fornell, che nel 2007 è stato n. 236 del mondo in singolare e 167 in doppio, ancora in attività (la settimana scorsa ha giocato in doppio nel torneo Itf di Santa Margherita di Pula), e i connazionali Marcos Giraldi (ex 463 Atp), Jordi Marsé Vidri e Marcos Torralbo Albos


“In volo verso la Top 10” (Benedetto Saccà, Il Messaggero)

Trentuno anni molto vissuti, Fabio Fognini ora guarda dall’alto il proprio talento. Sorride. «È stata una buona stagione, forse la migliore, con molti alti e bassi, esperienze, emozioni e momenti positivi e negativi», scrive su Twitter. Aver collezionare 47 successi in un anno non può essere stato solo il riflesso di una casualità. Fabio è con Flavia Pennetta, la sua Flavia, mentre stende il filo della stagione, e racconta, e si racconta. Fognini, la stagione migliore? «Direi proprio di sì. Ho vinto tre tornei: a San Paolo, a Bastad e a Los Cabos. Poi sono arrivato in finale a Chengdu, in Cina, anche se ho perso contro Tomic. E agli Australian Open e al Roland Garros ho raggiunto gli ottavi di finale». Il peggior momento del 2018, invece? «Il sogno si è spezzato in Cina. La caviglia. Ad ottobre, al China Open: ero in semifinale e sono stato costretto a ritirarmi prima della partita contro Del Potro per un problema alla caviglia». Si sente un uomo cresciuto? «Ho saputo ricostruirmi, questo è vero. Ho trovato uno staff che riesce ad aiutarmi, ed è stata la chiave principale. Poi, a partire dal prossimo anno, nel team entrerà una persona importante: sarà Corrado Barazzutti. Senza dubbio potrà darmi una mano a compiere un salto di qualità». Il suo obiettivo? «Fare qualche risultato importante nei grandi tornei. Ecco, da qui alla fine della carriera, vorrei lasciare un segno nelle competizioni più prestigiose». Ma pensa di ritirarsi? «No, no. Potrei ritirarmi tra cinque o dieci anni, chissà». E la Top 10 della classifica? «Spero di raggiungerla nell’anno prossimo. È un traguardo che voglio tagliare. Adesso sono al 14esimo posto. Non ero mai arrivato tanto in alto. Però non è finita qui. Perché se Khachanov non raggiungerà la finale a Parigi Bercy potrò chiudere l’anno al numero 12». Cosa farà da grande? «Non lo so. Non ci ho pensato perché sento di essere ancora un atleta a tutti gli effetti. Certo, una volta lasciato il tennis, mi piacerebbe avere una bella famiglia. Una famiglia sana. Questo è il mio sogno». La famiglia, dice. «Sì, la famiglia mi ha aiutato tanto negli ultimi anni. Flavia, mia moglie, il piccolo Federico, un anno e mezzo. Mi hanno cambiato in positivo. La mia vita, adesso, non è soltanto tennis. Ora so che c’è altro, oltre il campo e la racchetta». difficile conciliare la vita del papà con il lavoro del tennista? «Ne parlo spesso con Flavia. Anche rientrando dal torneo di Parigi, l’altro giorno, affrontavamo questo discorso. È difficile, sì, come tante cose. Lei però mi supporta. È stata una campionessa di tennis, sa cosa significhi essere un giocatore: quali impegni comporti. Ma sono stato fortunato ad aver trasformato uno sport, il mio sport, in una professione». E l’Inter la segue ancora? «Sì, non è sempre facile, però resto interista. Martedì sera, ad esempio, sarò a San Siro per vedere la partita di Champions League contro il Barcellona. Approfitterò di un viaggio a Milano per andare allo stadio». E nel frattempo è diventato un amico di Christian Vieri. «Già, ci siamo incontrati a Miami». A Miami? «Lui vive lì per lunghi periodi dell’anno. È venuto a vedere qualche mio allenamento, alcune partite ed è nata un’amicizia. Poi anche lui tra poco diventerà padre. Insomma il nostro rapporto si è stretto proprio quando entrambi abbiamo vissuto questo momento di cambiamento». E lei cosa ci faceva a Miami? «Io? Io e Flavia siamo dei giramondo. Abbiamo tre case: una appunto a Miami, una a Barcellona. E tra dieci giorni ci consegneranno la casa ad Arma di Taggia, il mio paese». Chi sono i Fognini del futuro? «Tra i giovani italiani c’è tanto da scoprire. Matteo Berrettini è tra i più bravi. Ha 22 anni, ha esperienza, arriverà senza dubbio all’apice. Ma non solo lui. Voglio citare Filippo Baldi e Lorenzo Sonego. Speriamo che il movimento abbia sempre buone risorse». A febbraio la Coppa Davis in India, tra 10 giorni le Atp Finals. Giusto? «Fra tre mesi andremo in India. Per quanto riguarda le Finals, non ho ancora certezze. Se andrò, sarò tra le riserve. Ma non dipende da me, bensì dalle mie caviglie. Vedrò cosa mi diranno i medici e, insieme, valuteremo e decideremo». Ha mai incontrato un avversario migliore di Federer? «Li ho incontrato tutti. Ma lui è lui. Federer fa sembrare tutto facile. Ogni colpo, ogni giocata appaiono naturali, semplici. Invece…». Però il numero uno adesso è Djokovic… «Nole è tornato il vero Nole, quello fortissimo. Il suo primato è meritato». Lei, comunque, è il primo degli italiani. «Sono fiducioso. Perché, negli ultimi tempi, ho visto ridursi la differenza rispetti ai grandi»


Le palline di Panatta volano ancora (Silvia Tironi, Libero)

Adriano Panatta, talento purissimo, una volta in “pensione” ha saputo mostrare grandi qualità anche extra sportive. Ha scritto «Più dritti che rovesci – Incontri, sogni e successi dentro e fuori dal campo», un cameo celebratissimo nel film La profezia dell’armadillo, tratto dal fumetto di Zerocalcare, e fatta tanta radio e televisione. Oggi è tra i protagonisti della domenica pomeriggio di Rai 2 con Quelli che il calcio. Panatta, impegnativa una diretta di tre ore? «Ma no dai, ci sono lavori molto più impegnativi. Che poi, più che lavoro è divertimento». A quale colpo del tennis assocerebbe i suoi colleghi di Quelli che…? «Mia Ceran è una bella volée, Luca e Paolo sono un dritto e un rovescio e Ubaldo Pantani un servizio». E lei? «Faccio il capitano in panchina». “Domenica in” o “Quelli che il caldo”? «Non c’è paragone! Io non sentivo “Domenica in” molto nelle mie corde, mi sentivo impostato. A “Quelli che il calcio” c’è tutto un altro ritmo, un’altra atmosfera, più gioiosa, spiritosa, ironica. Qui mi trovo bene». Sa che la sua scena nel film La profezia dell’armadillo è diventata virale? «Ho passato la mia vita sui campi e in un minuto e mezzo di film mi hanno visto in 9 milioni… questo mi fa sorridere, ma il mondo di oggi funziona così. Ovviamente mi fa molto piacere». Quanto è social? «Non tanto, faccio casino ogni volta che faccio un tweet o cerco di rispondere a qualcuno». Il tennis è sempre la sua più grande passione? «A dirla verità non lo seguo tantissimo; ogni tanto guardo qualche match che mi interessa, ma sono pochi. Oggi a parte Federer e qualche italiano, giocano tutti allo stesso modo. Mi piace seguire tutti gli sport, li trovo tutti un vero spettacolo». Quando si dà anche al canto? «Lasciamo perdere!». Che musica ascolta? «Il rock blues e la musica degli anni 70. Sono stato un patito dei Beatles, di oggi mi piacciono gli U2, i Dire Straits, Jimmi Hendrix, Bob Dylan, Simon e Garfunkel». Fa sorridere che li definisca «cantanti di oggi». «Conosco poco i giovani, ho la mia età, è normale che abbia ricordi sentimentali di quegli anni. Sono un fan di Mina in assoluto, mi piacciono tutti i cantautori della mia generazione, De Gregori, Gocciante, Venditti, Vasco, Renato Zero». E la Bertè? «A Loredana voglio un bene infinito. Conosco tutte le sue qualità che purtroppo spesso la gente non capisce. Sono così felice che stia avendo di nuovo un grandissimo successo, se lo merita. Finalmente è tornata sorridente». Tornando al suo monologo nel film, ispirato al fumetto di Zerocalcare, chi è che ha il ritmo del “pof por dei colpi del tennis? «Il massimo del pof pof è Mina. Armonia, musicalità, dolcezza, potenza: in lei c’è tutto, è tutto equilibrato. E una fuoriclasse, ne nasce una ogni 200 anni». Si sente un po’ showman? (ride, ndr) «In radio come in tv non ho mai un copione, vado a braccio e quello che mi viene in mente cerco di dirlo in maniera intelligente». Le piacerebbe un programma tutto suo? «Mi piacerebbe una evoluzione di “Sfide”, ma non vorrei parlare solo dei campioni, vorrei raccontare anche le storie di tanti sportivi e atleti che sono stati meno fortunati degli altri». Cosa rimane oggi di quel ragazzo che era sulla vetta del mondo del tennis? «Allora ero più esuberante, meno tollerante, con l’età mi sono ammorbidito, ma ho ancora la stessa ironia. Che non vuol dire essere un battutista, ma non prendersi mai sul serio». Un sogno nel cassetto mai realizzato? «Mi sarebbe piaciuto fare televisione con Renzo Arbore, che è un vero fuoriclasse. Era un periodo di cazzeggio meraviglioso, raffinato il suo. Ed è stato proprio Renzo a inventare quel tipo di cazzeggio». Domanda politica… «Ho totalmente abbandonato la politica, mi ha deluso, indignato, mortificato. E fatto incazzare!»

 

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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