Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

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Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

Intervista esclusiva con il papà coach di Stefanos, fresco vincitore delle Next Gen Finals. Un 2018 oltre le aspettative e i piani per il 2019. Gli obiettivi da coach e quelli da genitore

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A Milano lo abbiamo visto seguire e supportare dalla tribuna il figlio Stefanos, impegnato nella seconda edizione delle Next Gen Finals. Domenica 11 novembre, il giorno dopo la vittoria del 20enne tennista greco in finale su Alex de Minaur, Apostolos Tsitsipas è stato invece l’ospite e relatore principale della 20esima edizione dell’International Tennis Symposium, il classico appuntamento formativo organizzato dalla Pro Camp MGM ITALIA in collaborazione con la GPTCA di Alberto Castellani al Centro Pavesi di Milano. E grazie proprio alla cortesia degli organizzatori e alla squisita disponibilità di Apostolos, che aveva appena tenuto un intervento di un’ora e mezza, siamo riusciti ad intervistare in esclusiva il coach (e papà) di una delle grandi rivelazioni del circuito ATP nella stagione appena conclusa.

Sig. Tsitsipas, quello che sta per terminare è stato un grande anno per Stefanos. Riavvolgiamo il nastro: lo scorso anno era venuto alle Next Gen Finals di Milano in qualità di riserva. Invece quest’anno ci è tornato da grande favorito, n. 15 del mondo, e le ha vinte.
Il tennis sta cambiando e ci sono delle dinamiche che sono da tenere in considerazione in giocatori di questa età. Il riferimento che lei ha fatto è significativo, perché richiama agli aspetti più delicati che impattano sui giovani giocatori, fattori importanti che influiscono sulla prestazione in campo. Lo scorso anno Stefanos aveva 19 anni. Il suo fisico non era ancora sviluppato, dal punto di vista della mentalità non era ancora sviluppato al 100%, il suo tennis non era ancora sviluppato. Quest’anno invece ha gestito tutto questo al massimo livello. Quello che intendo dire è che quando abbiamo a che fare con dei giocatori giovani è importante stare molto attenti a non creare illusioni, a non arrivare a delle conclusioni affrettate. Non è necessario. Bisogna dare loro un’opportunità, guidarli nel modo giusto, fare il lavoro giusto per metterli in condizione di esprimere le loro migliori qualità. Ma non bisogna correre troppo.

Stefanos però quest’anno ha corso tantissimo: ha iniziato l’anno da n. 91, lo finirà da top 15. Visto quello che ci ha appena detto, questa crescita così rapida è stata probabilmente inaspettata. In quest’ottica di avere la giusta gradualità, il piano prevedeva di metterci un anno in più?
Sicuramente se fosse stato necessario aspettare un altro anno, avremmo aspettato. Non l’ho mai forzato, non l’ho mai sovraccaricato con troppo lavoro. Forse le persone credono che Stefanos si alleni venti ore al giorno, che addirittura non dorma per quanto si allena. Assolutamente no. Stefanos si allena intensamente a tennis un’ora e mezza, massimo due ore, al giorno. E un’altra ora la dedica alla preparazione fisica. Il resto è recupero, riabilitazione, ascolto del proprio corpo, lavoro per restare in salute. Tutto questo fa parte delle sue routine quotidiane. Ovviamente nella off-season, in fase di preparazione, lavora di più. Per tornare perciò alla domanda, mi vien da dire che è accaduto. In maniera naturale. Da parte mia non c’è stata alcuna forzatura in tal senso. Non ho mai guardato al ranking o al risultato come primo obiettivo. Io ho questa filosofia di vita, anche in ambito professionale nel tennis: non guardo al risultato, non vedo il giocatore come un veicolo per ottenere un risultato. Io guardo al giocatore innanzitutto come a un essere umano e quindi allo sviluppo della sua personalità attraverso il suo sport. Se le vittorie arrivano dopo questo sviluppo e dopo aver completato lo sviluppo del suo gioco, è perfetto. Se non è così, se non è ancora pronto, allora vuol dire che c’è da aspettare. Bisogna considerare sempre tutti gli aspetti, come dicevo prima. Non puoi forzare qualcuno a fare risultati perché colpisce bene la palla, non è una cosa intelligente da fare. Perciò dico che quello che è successo, è successo naturalmente. E sono contento che sia accaduto a questo punto dell’anno. Perché ovviamente il prossimo anno dovrà giocare gli Slam e i Masters 1000. E lo farà da una posizione privilegiata, perché sarà testa di serie. E allora è importante che adesso lui abbia il tempo per riposare e poi quello necessario per prepararsi al meglio a questa nuova situazione.

 

Ecco proprio con riferimento alla preparazione per la prossima stagione, e all’obbligo per Stefanos di giocare tutti i maggiori tornei, prima nel suo intervento al Simposio ha sottolineato come sia importante per suo figlio crescere dal punto di vista fisico.
Sì, come ho detto prima è molto importante, dovremo lavorare perché sia pronto ad affrontare quest tornei, perché sarà più dura per lui. Perché arriverà lì e giocherà, non da favorito, ma come un giocatore che deve crescere. In tanti non lo conoscono ancora molto, i top player non lo conoscono ancora, anche se alcuni li ha già battuti. Sarà veramente dura. Anche perché, di fatto, lui adesso è un top player e tutti vogliono battere un top player, danno il massimo in questi match. Ma proprio queste Next Gen mi hanno detto che Stefanos può affrontare questo tipo di pressione. Qui a Milano lui era la testa di serie n. 1, ha dovuto sopportare la pressione che ne derivava. È stato un grande test da questo punto di vista. E, per me, il più grande successo che ha ottenuto in questo torneo. Ho ricevuto il feedback che lui sa gestire questo tipo di pressione. Non credo perciò che faremo dei grossi cambiamenti nella struttura degli allenamenti, continueremo come abbiamo fatto finora, con lo stesso team. Diciamo che potremo lavorare in maniera più specifica, perché adesso ci è più chiaro quali parti del gioco è necessario migliorare. Lui ha delle incredibili basi, lo ha dimostrando giocando ad alto livello contro i top player. Ora avremo un incontro con tutto il team, all’Accademia di Mouratoglu, per definire come impostare il lavoro in questo senso.

Parliamo proprio della collaborazione con Mouratoglu. Prima ha sottolineato come la sua filosofia di lavoro sia quella di far crescere la persona di pari passo con il giocatore. Immagino perciò che la decisione di lavorare con Mouratoglu sia una diretta conseguenza della sua volontà di avere per Stefanos un team di persone che condividano questo tipo di approccio.
Io non conoscevo Patrick. Lo conoscevo da quello che leggevo, dai social media, dalla televisione. Non conoscevo la sua personalità. Mi ha impressionato. Molto. Perché lui è cresciuto, ha sviluppato la sua personalità, passando attraverso un percorso molto, molto duro. Poteva essere un uomo d’affari, suo padre era un importante uomo d’affari in Francia, ma la sua passione era il tennis. E in definitiva, quando hai una passione questa fa venire fuori la tua personalità, vedi veramente chi è quella persona. E quando l’ho conosciuto meglio, mi è piaciuto molto, mi è piaciuta la sua personalità, il modo in cui percepisce se stesso, mi è piaciuta la sua etica riguardo allo sport e alle persone. Veramente, mi affascina. Questo, di fatto, è stato uno dei motivi: la sua filosofia di vita e nel tennis. Perché, di questo sono convinto al 100%, se sei un tennis coach, la cosa più importante è la tua filosofia di vita. Perché la domanda a cui devi rispondere nel tuo lavoro è: qual è la tua filosofia di vita? Se non sai rispondere a questa domanda, come farai ad essere un buon professionista? E Patrick è veramente, come posso dire… particolarmente sensibile e attento al riguardo. Perciò vedo come una cosa molto positiva il poter collaborare assieme.

Le propongo un piccolo gioco. Diciamo che tra un anno ci ritroviamo qui, a fare il bilancio del 2019. Quali obiettivi in particolare, se ce ne sono, le piacerebbe dirmi che Stefanos è stato in grado di raggiungere nell’arco della prossima stagione?
Al momento, a dire il vero, non abbiamo ancora stabilito gli obiettivi per la prossima stagione. Io feci un piano a lungo termine quando iniziammo l’attività junior a livello ITF, ed era relativo al periodo 2013-2018. Quindi fino a quest’anno. L’obiettivo fissato a suo tempo, fermo restando quello che dicevo prima, era quello di arrivare alla top 50. Ci è andata molto meglio, è arrivato alla top 15. Nelle prossime due settimane definiremo i nuovi obiettivi, ma quello che è sicuramente primario è che lui rimanga ai livelli top il più a lungo possibile. Il più a lungo possibile perché è importante giocare ad alto livello, il livello a cui lui è convinto di appartenere. Poi, chiaramente, l’obiettivo è quello di vincere i Major, perché vincere i Major è il sogno di qualsiasi tennista. E per me l’obiettivo principale è quello di vincere Wimbledon. Mi piacerebbe che Stefanos un giorno vincesse Wimbledon. Per me è un torneo che gli si addice, che si addice al suo tennis. Può farcela.

L’ultima domanda non riguarda Stefanos, ma Apostolos. Quali sono le sue sensazioni, da padre e da allenatore, giunto a questo punto del percorso iniziato tanti anni fa quando il piccolo Stefanos le aveva espresso il desiderio di diventare un tennista professionista?
Guardi, proprio ieri sera ho detto a Stefanos che sono veramente contento dei suoi successi. Ma che, come gli ho sempre detto, sono dei passi che deve fare la carriera del tennista professionista. Ma gli ho anche detto che, soprattutto, come padre sono veramente felice e soddisfatto di avere un figlio che sta dimostrando tutte le sue migliori qualità. Perché questa è la cosa più bella per un padre: riuscire a far sì che il figlio sia una bella persona e che possa rappresentare un modello per le generazioni successive. Questo significa cercare di fare qualcosa di buono non solo per lui, non solo per me, ma per la società. Perché la nostra società ha bisogno di questo tipo di impatto positivo da parte dei giovani, mi si passi il termine, campioni: perché i ragazzi più giovani hanno bisogno di questo tipo di ispirazione. La ricevono certamente anche dai genitori, dai coach e dall’ambiente, per molti aspetti. Ma principalmente, se parliamo in ambito sportivo, dagli altri giocatori. Stefanos è stato ispirato da Roger Federer: grande tennista, grande persona. Se guardiamo le nostre vite, anche noi siamo stati ispirati da qualcuno. Se ci voltiamo indietro vediamo che abbiamo tratto ispirazione da persone che hanno rivestito un ruolo importante nella nostra vita, nella nostra crescita come persone. Sarebbe veramente bello e positivo se Stefanos potesse diventare un modello per i ragazzi. E da questo punto di vista sono contento che lui piaccia ai ragazzini e che questo sentimento a sua volta sia ricambiato da Stefanos, veramente con tutta l’anima. Questo è qualcosa che mi rende molto felice.

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Federer: “Ad Halle per vincere il decimo titolo, ma l’erba non perdona”

HALLE – Roger, tra pressione e fiducia, rincorre il record di Nadal e si dice soddisfatto del Roland Garros: “Ho perso dal migliore, non c’è disonore”. Martedì l’esordio nel torneo contro Millman (alle 17:30)

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Roger Federer - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_HalleWestfalen)

da Halle, il nostro inviato

L’ATP 500 di Halle è ai nastri di partenza e da queste parti tutti gli sportivi sono da settimane in fibrillazione per l’arrivo del torneo di tennis più importante di tutta la Germania. Ha lo stesso status del 500 di Amburgo, ma precede Wimbledon mentre l’ex Super 9 terraiolo ora è disertato dai migliori giocatori. Tutto questo non basta: è il più importante di Germania soprattutto perché ad ogni stagione risponde presente Roger Federer, che quest’anno ha l’occasione di centrare il decimo successo su questi prati e in assoluto. Oltre ad Halle, solo la natìa Basilea è stata conquistata 9 volte dal Re svizzero, che sembra molto determinato a raggiungere Nadal come unici due giocatori dell’Era Open a vincere lo stesso torneo almeno 10 volte (anche se qui Rafa può vantare un dominio incontrastato, coi suoi 12 Roland Garros, 11 Montecarlo e 11 Barcellona).

Insomma, con buona pace dell’astro nascente Sascha Zverev, qui la gente ha occhi solo per Roger (del resto, dove non è così?). Normale quindi che la conferenza stampa di Federer fosse il piatto forte del “Super-Media-Sunday”, che ha caratterizzato la domenica precedente l’inizio del torneo. Il fresco semifinalista di Parigi si è presentato sorridente alle 9,30 di mattina, con la sua felpa bianco panna con strisce ed etichette rosse, a richiamare i colori della sua Svizzera ma, in primis, a mostrare uno dei prodotti Uniqlo di cui Roger è il più noto testimonial.  

 

Federer è troppo navigato per esordire con le frasi di rito e preferisce spiegare il suo (davvero) familiare rapporto con Halle più tardi. Prima due parole su come si sente all’esordio sull’erba: “La pressione è alta anche per me, l’erba non ti perdona, perdere un attimo la concentrazione può costarti il set. Lo ammetto, sono qui solo per vincere. Sto bene, pieno di energia e conquistare il decimo Halle sarebbe per me davvero speciale, non ho mai vinto un torneo 10 volte”.

Gli viene chiesto un bilancio del suo ritorno al Roland Garros: “Sono stato molto soddisfatto, ho raggiunto la semifinale, dove ho perso dal migliore di sempre sulla terra, non c’è disonore in questo. Il vento durante del match era difficile da gestire, ma questo l’ha reso epico. Sulla terra Rafa sa sempre che ha molte opzioni, è la stessa cosa che vale per me sull’erba, posso giocare da fondo, fare serve&volley, spezzare il ritmo con palle corte… quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto”. Due parole sul suo avversario al primo turno (domani, quarto match sullo Stadion, non prima delle 17.30), quel John Millman che lo eliminò a sorpresa dagli ultimi US Open: “Devo essere attento dal primo quindici. Millman non ti regala mai nessun punto, è un esordio abbastanza duro ma in fondo è meglio così”.

Ora sì che Roger può parlare del suo feudo della Vestfalia: “Con il mio ritorno sulla terra battuta, quest’anno il tempo per prepararmi all’erba è stato molto meno, ma ad Halle vengo sempre volentieri, qui mi sento a casa, coi tifosi e gli organizzatore siamo quasi una famiglia”.

Sembrano parole eccessive, più di facciata che autentiche, ma poi Federer toglie ogni dubbio: “Quando ho saputo che con lo sponsor c’erano problemi, sono corso dalla famiglia Weber (il torneo si chiama infatti Gerry Weber Open, dal nome del ricco manager cui la piccola Halle – 21.000 abitanti – deve il privilegio di essere la sede del più quotato torneo ATP tedesco, ora diretto dal figlio Ralf, nda) per sapere se potevo fare qualcosa, poi è arrivato Noventi, ma parlerò con Ralf per cercare altre possibili collaborazioni future. Il rapporto con i tifoso è ottimo anche perché vengo dalla svizzera tedesca e parlare la loro lingua mi permette d’integrarmi al meglio. Qui poi anche la mia famiglia viene sempre molto volentieri. Capita nel momento perfetto, tra due appuntamenti in due grandi città come Parigi e Londra: godersi la tranquillità e i panorami che ci sono qui è quello che ci vuole prima di ritornare in una metropoli”.  

Il legame di Federer con Halle è dettato in primis da un contratto ricchissimo che ne assicura la presenza: ha esordito nel 2000, vincendo per la prima volta nel 2003 contro Nicolas Kiefer e da allora ha mancato l’appuntamento solo nel 2007, 2009 e 2011. Quest’anno è alla 17esima partecipazione, che potrebbe valere il 102esimo titolo della carriera.

Difficile che sia andata così, ma la battuta con cui Roger esalta la particolarità forse più distintiva del torneo ci autorizza a pensare che sia dovuta ad essa la scelta del verde della Foresta di Teutoburgo per prepararsi a Wimbledon: Dove altro potete trovare una stanza d’albergo con questa vista? È bellissimo, posso guardare i miei amici e i miei avversari dal balcone!”. Ed è davvero così, ad Halle infatti l’hotel dei giocatori è ubicato all’interno dell’impianto.

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Vagnozzi da Cecchinato a Travaglia sognando… Piatti

L’ex coach di Marco Cecchinato, salito con lui da n.180 a n.16, punta a un posto fisso tra i top-100 per Stefano Travaglia. Intanto da lunedì il best ranking: n.103

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Non riuscivamo a darci più stimoli l’un l’altro, Marco e io ci siamo separati consensualmente, ci siamo abbracciati alla fine perché abbiamo fatto insieme un bellissimo percorso!”. Basterebbero queste parole di Simone Vagnozzi, a corollario del divorzio avvenuto con Marco Cecchinato, per spiegare il tutto.

Magari c’è anche qualcosina d’altro, perché Cecchinato non ha un carattere facile e sempre accomodante – e lo sa chi ha seguito a volte i suoi incontri e certi conciliaboli piuttosto caldi dal campo alla panchina (ma tanti giocatori sono così… non è che fra Fognini e il suo clan fossero sempre rose e fiori ai tempi di Perlas) – ma Simone Vagnozzi non ne accenna: “Siamo stati insieme, dopo un primo periodo di prova, da fine 2016 a pochi giorni fa e insieme abbiamo raggiunto obiettivi perfino al di là delle iniziali aspettative. Siamo partiti da n.180 e siamo arrivati a n.16… E lo abbiamo fatto togliendoci, insieme a Umberto Ferrara e a tutto il team che comprendeva anche Uros Vico, grandi soddisfazioni, come la semifinale del Roland Garros ma anche tre titoli ATP, Budapest, Umago, Buenos Aires…”.

Magari gli ultimi risultati sono stati meno brillanti e vi hanno dato la spinta decisiva verso la separazione…
“Beh, anche il 2019 era partito tutt’altro che male… semifinale a Doha, successo a Buenos Aires, ottavi a Montecarlo, semifinale a Monaco di Baviera… insomma avevamo messo un discreto bottino di punti da parte e avrebbe dovuto consentirci di giocare tranquilli prima del Roland Garros quando c’era quella famosa cambiale di punti da pagare di cui si è parlato per un anno intero…”.

Già sarebbe bastato magari anche solo fare uno o due turni in più all’Australian Open (quando Marco perse al quinto set da Krajinovic dopo essere stato due set avanti…) per non rischiare neppure di fare un balzo di 20 posti indietro, da n.19 a n.39, a seguito della sconfitta al primo turno del Roland Garros…
“Eh certo che sì, poi purtroppo sono arrivate le due battute d’arresto premature a Roma con Kohlschreiber e a Parigi con Mahut e quel passo indietro lo abbiamo fatto… comunque Marco è un giocatore di qualità, ha fatto molto progressi anche per il tennis sul cemento sebbene certamente la terra rossa resti il suo ambito più naturale, e sono convinto che con il potenziale che ha e con Uros che lo conosce bene (Simone ha parlato con me quando ancora Marco non aveva comunicato ufficialmente la sua scelta di affidarsi a Vico fino alla fine dell’anno; n.di UBS), si esprimerà a livelli sempre migliori e tornerà di nuovo lassù. Ha solo 26 anni…”.

 

Beh, auguriamoglielo, ci mancherebbe. E a Simone Vagnozzi cosa auguriamo, che cosa farai?
“Beh intendo occuparmi al meglio delle mie possibilità di Stefano Travaglia. Oggi (qualche giorno fa, in realtà, prima della finale in Kazakhstan che lo ha issato a n.103, best ranking; n.d.UBS) Stefano è n.112 ATP, il suo best ranking è stato 108, ma ha tutti i mezzi per raggiungere un posto tra i primi 100 entro fine anno, è questo il nostro obiettivo stagionale… anche se speriamo di centrarlo già in tempo per entrare in tabellone all’US Open. Non c’è dubbio che per un tennista professionista riuscire ad entrare fisso nei tabelloni degli Slam è un passo importante, spesso decisivo per lo sviluppo di una carriera…”.

Anche Travaglia sembra in progresso, no?
“Beh sì, ha superato le qualificazioni dei primi due Slam, e in Australia anche il primo turno quando ha battuto Andreozzi – sia con Basilashvili al secondo turno a Melbourne, che a Parigi al primo con Mannarino Travaglia era stato avanti due set a uno prima di perdere al quinto… – poi ha fatto semifinale nel challenger di Cherbourg, ha vinto Francavilla, quarti a Ostrava, semifinale a Heilbron, finale a Shymkent in Kazakhstan (i cui punti non sono stati ancora registrati, ma come scritto qualche riga più su dovrebbero garantirgli il best ranking di n.103). Insomma c’è fiducia sul fatto che ce la farà”.

Questa settimana giocherà a Parma il challenger di categoria 80 con prize money di 46.600 euro. Lì è testa di serie n.4 (n.1 è Dellien, n.2 Lorenzi, n.3 Daniel, n.4 appunto Travaglia, n.5 Giannessi, n.6 Gaio, n.7 Arnaboldi, n.8 Robredo, n.9 Quinzi, n.10 Banes, n.11 Gimeno Traves, n.12 Peliwo, n.13 Robert, n.14 Clezar, n.15 Petrovic, n.16 Grigelis.

E per Simone Vagnozzi l’obiettivo qual è?
“Continuare a fare questo mestiere di coach, accumulando sempre nuove esperienze. Mi è piaciuto tantissimo quella fatta con Cecchinato, ora darò tutto me stesso con Travaglia… e già ci conosciamo bene, abbiamo già lavorato insieme, e poi… beh il sogno è quello di imparare a fare la strada di Riccardo Piatti. Lui ha dimostrato di essere bravo occupandosi di tanti giocatori diversi… dai tempi di Furlan, Caratti, passando poi per Ljubicic, Gasquet, Raonic, Coric… Se sei bravo con più di un giocatore vuol dire che ci sai fare, spero di riuscirci anch’io. Di sicuro mi impegnerò al massimo per farcela”.

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Samsonova: “Non tornerò a gareggiare per l’Italia”

Dopo le numerose difficoltà burocratiche, la russa torna a parlare della questione cittadinanza. L’abbiamo incontrata in esclusiva a Parigi. “Adoro l’Italia, ma non mi sento a casa. Ho una mentalità diversa”

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Ludmilla Samsonova - Roland Garros 2019 (foto di Roberto Dell'Olivo)

È una ragazza solare ed estroversa Liudmila Samsonova, russa, ma quasi italiana. L’abbiamo incontrata in esclusiva al Roland Garros dopo il match disputato e perso contro Donna Vekic, più fresca non avendo dovuto affrontare le qualificazioni come invece è stato per Liudmila. La sconfitta non le ha fatto però perdere il sorriso e la voglia di scherzare. “Guarda che mi sembra che non stia registrando eh!“, ci avvisa dopo che avevamo erroneamente creduto di aver fatto partire la registrazione al momento dell’intervista.

Due parole sul match appena concluso sono d’obbligo per Samsonova, stanca ma non delusa dalla sua esperienza parigina. “Se rigiocassi questa partita un altro giorno, potrei fare meglio. Ovviamente tanto merito va alla mia avversaria, però, sinceramente, oggi penso di non aver avuto sufficienti energie per fare di più. Secondo me ho dato il massimo e le tre partite di qualificazioni sono state tanto belle, quanto davvero tanto stressanti dal punto di vista mentale. Venivo da un periodo molto difficile, quattro primi turni di fila e ho dato veramente tanto nelle qualificazioni. Oggi mi è mancato qualcosa per poter giocare al meglio“.

Samsonova, nata in Russia (a Olenegorsk) l’11 novembre 1998, vive da sempre in Italia. Da tempo si parla della questione delle sue difficoltà nell’ottenere la cittadinanza italiana. Se la pratica fosse andata a buon fine, avrebbe potuto gareggiare definitivamente per l’Italia, lei che già aveva giocato per la squadra azzurra da junior. Purtroppo, pare che alla fine la Federazione non si sia dimostrata molto interessata al suo caso e le cose procedano a rilento. “Ho appena ricevuto la notizia da mia mamma – perché si occupa lei di queste cose – che finalmente posso fare la richiesta. Quindi, secondo me, tempo un anno, probabilmente avrò il passaporto“. La delusione per come è stata gestita l’intera faccenda si è fatta più forte, al punto che Liudmila non ha più intenzione di vestire la casacca azzurra, anche in caso di ottenimento della cittadinanza. “Non ho intenzione di gareggiare di nuovo per l’Italia, devo essere onesta“.

Ma Liudmila ci tiene a dire che l’Italia è una parte importantissima della sua vita, anche se non rappresenta per lei una vera e propria “casa”. Lo dimostra la mancanza di legami particolari con colleghe e colleghi azzurri, oltre alla forte influenza della cultura russa nel suo processo di crescita. “A dire la verità, non ho amici veri nel tennis, però io mi trovo molto bene in Italia e mi piace l’Italia. Però, essendo cresciuta in una famiglia russa, ho una mentalità comunque diversa. Tutti mi chiedono come sia possibile questo, essendo vissuta in Italia e avendo frequentato le scuole italiane. Però, anche durante il periodo scolastico, quando tornavo a casa, la mentalità era diversa ed è per questo che, anche se mi trovo molto bene, non mi sento a casa in Italia. Mi ci trovo benissimo ma non riesco a definirla ‘casa'”.

Archiviate probabilmente in maniera definitiva le questioni burocratiche, quali sono i programmi per il prossimo futuro? “Eh, adesso che ho cominciato a giocare bene sulla terra vado sull’erba!” (ride, ndr). Sul verde comunque sembra che per lei ci siano buone possibilità di fare bene. Al primo tentativo a Nottingham ha passato le qualificazioni, perdendo poi da Golubic in tre set. Ci riproverà la prossima settimana, con la testa solo sul tennis giocato.

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