Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

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Tsitsipas senior: “Il sogno? Wimbledon. E ispirare i ragazzi”

Intervista esclusiva con il papà coach di Stefanos, fresco vincitore delle Next Gen Finals. Un 2018 oltre le aspettative e i piani per il 2019. Gli obiettivi da coach e quelli da genitore

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A Milano lo abbiamo visto seguire e supportare dalla tribuna il figlio Stefanos, impegnato nella seconda edizione delle Next Gen Finals. Domenica 11 novembre, il giorno dopo la vittoria del 20enne tennista greco in finale su Alex de Minaur, Apostolos Tsitsipas è stato invece l’ospite e relatore principale della 20esima edizione dell’International Tennis Symposium, il classico appuntamento formativo organizzato dalla Pro Camp MGM ITALIA in collaborazione con la GPTCA di Alberto Castellani al Centro Pavesi di Milano. E grazie proprio alla cortesia degli organizzatori e alla squisita disponibilità di Apostolos, che aveva appena tenuto un intervento di un’ora e mezza, siamo riusciti ad intervistare in esclusiva il coach (e papà) di una delle grandi rivelazioni del circuito ATP nella stagione appena conclusa.

Sig. Tsitsipas, quello che sta per terminare è stato un grande anno per Stefanos. Riavvolgiamo il nastro: lo scorso anno era venuto alle Next Gen Finals di Milano in qualità di riserva. Invece quest’anno ci è tornato da grande favorito, n. 15 del mondo, e le ha vinte.
Il tennis sta cambiando e ci sono delle dinamiche che sono da tenere in considerazione in giocatori di questa età. Il riferimento che lei ha fatto è significativo, perché richiama agli aspetti più delicati che impattano sui giovani giocatori, fattori importanti che influiscono sulla prestazione in campo. Lo scorso anno Stefanos aveva 19 anni. Il suo fisico non era ancora sviluppato, dal punto di vista della mentalità non era ancora sviluppato al 100%, il suo tennis non era ancora sviluppato. Quest’anno invece ha gestito tutto questo al massimo livello. Quello che intendo dire è che quando abbiamo a che fare con dei giocatori giovani è importante stare molto attenti a non creare illusioni, a non arrivare a delle conclusioni affrettate. Non è necessario. Bisogna dare loro un’opportunità, guidarli nel modo giusto, fare il lavoro giusto per metterli in condizione di esprimere le loro migliori qualità. Ma non bisogna correre troppo.

 

Stefanos però quest’anno ha corso tantissimo: ha iniziato l’anno da n. 91, lo finirà da top 15. Visto quello che ci ha appena detto, questa crescita così rapida è stata probabilmente inaspettata. In quest’ottica di avere la giusta gradualità, il piano prevedeva di metterci un anno in più?
Sicuramente se fosse stato necessario aspettare un altro anno, avremmo aspettato. Non l’ho mai forzato, non l’ho mai sovraccaricato con troppo lavoro. Forse le persone credono che Stefanos si alleni venti ore al giorno, che addirittura non dorma per quanto si allena. Assolutamente no. Stefanos si allena intensamente a tennis un’ora e mezza, massimo due ore, al giorno. E un’altra ora la dedica alla preparazione fisica. Il resto è recupero, riabilitazione, ascolto del proprio corpo, lavoro per restare in salute. Tutto questo fa parte delle sue routine quotidiane. Ovviamente nella off-season, in fase di preparazione, lavora di più. Per tornare perciò alla domanda, mi vien da dire che è accaduto. In maniera naturale. Da parte mia non c’è stata alcuna forzatura in tal senso. Non ho mai guardato al ranking o al risultato come primo obiettivo. Io ho questa filosofia di vita, anche in ambito professionale nel tennis: non guardo al risultato, non vedo il giocatore come un veicolo per ottenere un risultato. Io guardo al giocatore innanzitutto come a un essere umano e quindi allo sviluppo della sua personalità attraverso il suo sport. Se le vittorie arrivano dopo questo sviluppo e dopo aver completato lo sviluppo del suo gioco, è perfetto. Se non è così, se non è ancora pronto, allora vuol dire che c’è da aspettare. Bisogna considerare sempre tutti gli aspetti, come dicevo prima. Non puoi forzare qualcuno a fare risultati perché colpisce bene la palla, non è una cosa intelligente da fare. Perciò dico che quello che è successo, è successo naturalmente. E sono contento che sia accaduto a questo punto dell’anno. Perché ovviamente il prossimo anno dovrà giocare gli Slam e i Masters 1000. E lo farà da una posizione privilegiata, perché sarà testa di serie. E allora è importante che adesso lui abbia il tempo per riposare e poi quello necessario per prepararsi al meglio a questa nuova situazione.

Ecco proprio con riferimento alla preparazione per la prossima stagione, e all’obbligo per Stefanos di giocare tutti i maggiori tornei, prima nel suo intervento al Simposio ha sottolineato come sia importante per suo figlio crescere dal punto di vista fisico.
Sì, come ho detto prima è molto importante, dovremo lavorare perché sia pronto ad affrontare quest tornei, perché sarà più dura per lui. Perché arriverà lì e giocherà, non da favorito, ma come un giocatore che deve crescere. In tanti non lo conoscono ancora molto, i top player non lo conoscono ancora, anche se alcuni li ha già battuti. Sarà veramente dura. Anche perché, di fatto, lui adesso è un top player e tutti vogliono battere un top player, danno il massimo in questi match. Ma proprio queste Next Gen mi hanno detto che Stefanos può affrontare questo tipo di pressione. Qui a Milano lui era la testa di serie n. 1, ha dovuto sopportare la pressione che ne derivava. È stato un grande test da questo punto di vista. E, per me, il più grande successo che ha ottenuto in questo torneo. Ho ricevuto il feedback che lui sa gestire questo tipo di pressione. Non credo perciò che faremo dei grossi cambiamenti nella struttura degli allenamenti, continueremo come abbiamo fatto finora, con lo stesso team. Diciamo che potremo lavorare in maniera più specifica, perché adesso ci è più chiaro quali parti del gioco è necessario migliorare. Lui ha delle incredibili basi, lo ha dimostrando giocando ad alto livello contro i top player. Ora avremo un incontro con tutto il team, all’Accademia di Mouratoglu, per definire come impostare il lavoro in questo senso.

Parliamo proprio della collaborazione con Mouratoglu. Prima ha sottolineato come la sua filosofia di lavoro sia quella di far crescere la persona di pari passo con il giocatore. Immagino perciò che la decisione di lavorare con Mouratoglu sia una diretta conseguenza della sua volontà di avere per Stefanos un team di persone che condividano questo tipo di approccio.
Io non conoscevo Patrick. Lo conoscevo da quello che leggevo, dai social media, dalla televisione. Non conoscevo la sua personalità. Mi ha impressionato. Molto. Perché lui è cresciuto, ha sviluppato la sua personalità, passando attraverso un percorso molto, molto duro. Poteva essere un uomo d’affari, suo padre era un importante uomo d’affari in Francia, ma la sua passione era il tennis. E in definitiva, quando hai una passione questa fa venire fuori la tua personalità, vedi veramente chi è quella persona. E quando l’ho conosciuto meglio, mi è piaciuto molto, mi è piaciuta la sua personalità, il modo in cui percepisce se stesso, mi è piaciuta la sua etica riguardo allo sport e alle persone. Veramente, mi affascina. Questo, di fatto, è stato uno dei motivi: la sua filosofia di vita e nel tennis. Perché, di questo sono convinto al 100%, se sei un tennis coach, la cosa più importante è la tua filosofia di vita. Perché la domanda a cui devi rispondere nel tuo lavoro è: qual è la tua filosofia di vita? Se non sai rispondere a questa domanda, come farai ad essere un buon professionista? E Patrick è veramente, come posso dire… particolarmente sensibile e attento al riguardo. Perciò vedo come una cosa molto positiva il poter collaborare assieme.

Le propongo un piccolo gioco. Diciamo che tra un anno ci ritroviamo qui, a fare il bilancio del 2019. Quali obiettivi in particolare, se ce ne sono, le piacerebbe dirmi che Stefanos è stato in grado di raggiungere nell’arco della prossima stagione?
Al momento, a dire il vero, non abbiamo ancora stabilito gli obiettivi per la prossima stagione. Io feci un piano a lungo termine quando iniziammo l’attività junior a livello ITF, ed era relativo al periodo 2013-2018. Quindi fino a quest’anno. L’obiettivo fissato a suo tempo, fermo restando quello che dicevo prima, era quello di arrivare alla top 50. Ci è andata molto meglio, è arrivato alla top 15. Nelle prossime due settimane definiremo i nuovi obiettivi, ma quello che è sicuramente primario è che lui rimanga ai livelli top il più a lungo possibile. Il più a lungo possibile perché è importante giocare ad alto livello, il livello a cui lui è convinto di appartenere. Poi, chiaramente, l’obiettivo è quello di vincere i Major, perché vincere i Major è il sogno di qualsiasi tennista. E per me l’obiettivo principale è quello di vincere Wimbledon. Mi piacerebbe che Stefanos un giorno vincesse Wimbledon. Per me è un torneo che gli si addice, che si addice al suo tennis. Può farcela.

L’ultima domanda non riguarda Stefanos, ma Apostolos. Quali sono le sue sensazioni, da padre e da allenatore, giunto a questo punto del percorso iniziato tanti anni fa quando il piccolo Stefanos le aveva espresso il desiderio di diventare un tennista professionista?
Guardi, proprio ieri sera ho detto a Stefanos che sono veramente contento dei suoi successi. Ma che, come gli ho sempre detto, sono dei passi che deve fare la carriera del tennista professionista. Ma gli ho anche detto che, soprattutto, come padre sono veramente felice e soddisfatto di avere un figlio che sta dimostrando tutte le sue migliori qualità. Perché questa è la cosa più bella per un padre: riuscire a far sì che il figlio sia una bella persona e che possa rappresentare un modello per le generazioni successive. Questo significa cercare di fare qualcosa di buono non solo per lui, non solo per me, ma per la società. Perché la nostra società ha bisogno di questo tipo di impatto positivo da parte dei giovani, mi si passi il termine, campioni: perché i ragazzi più giovani hanno bisogno di questo tipo di ispirazione. La ricevono certamente anche dai genitori, dai coach e dall’ambiente, per molti aspetti. Ma principalmente, se parliamo in ambito sportivo, dagli altri giocatori. Stefanos è stato ispirato da Roger Federer: grande tennista, grande persona. Se guardiamo le nostre vite, anche noi siamo stati ispirati da qualcuno. Se ci voltiamo indietro vediamo che abbiamo tratto ispirazione da persone che hanno rivestito un ruolo importante nella nostra vita, nella nostra crescita come persone. Sarebbe veramente bello e positivo se Stefanos potesse diventare un modello per i ragazzi. E da questo punto di vista sono contento che lui piaccia ai ragazzini e che questo sentimento a sua volta sia ricambiato da Stefanos, veramente con tutta l’anima. Questo è qualcosa che mi rende molto felice.

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Fish, il capitano USA: “Siamo tutti responsabili per la nuova Davis”

Intervista al selezionatore della squadra di Coppa Davis degli Stati Uniti. Il nostro prossimo avversario di Madrid dice di noi: “L’Italia può contare su un gruppo esperto”

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Dopo le dimissioni di Jim Courier da Capitano della squadra USA di Coppa Davis lo scorso settembre a seguito della sconfitta in semifinale contro la Croazia, la Federazione Tennis americana USTA ha deciso di prendersi qualche mese e fare qualche cambiamento nelle mansioni previste dal ruolo. Seguendo le indicazioni di Courier stesso, secondo il quale “il nuovo capitano dovrebbe essere qualcuno anagraficamente più vicino ai giocatori”, la United States Tennis Association ha deciso di affidare questo importante compito all’ex n.7 ATP Mardy Fish, coinvolgendolo anche nel Player Development Program che lo vedrà come presenza costante durante tutta la stagione ai grandi tornei in giro per il mondo.

Mentre eravamo a Indian Wells in occasione del BNP Paribas Open, Mardy ci ha concesso una breve intervista telefonica dalla sua casa in California svelando alcuni retroscena di questa sua nuova avventura professionale.

 

Cosa ci puoi dire di questi tuoi primi mesi nel nuovo ruolo?
Sono stati mesi divertenti, di aggiustamento dal ruolo di “compagno di viaggio” dei giocatori a quello di capitano. Sono stato molto soddisfatto del rispetto che mi hanno dimostrato tutti i tennisti che ho incontrato, questo è molto importante. Sono sempre stato un grande fan della Coppa Davis, ho sempre risposto ad ogni convocazione, è sempre stato un onore rappresentare gli Stati Uniti ed ora è un onore ancora più grande essere nel ruolo di capitano.

Sono ormai diversi anni che ti sei ritirato dalla carriera professionistica: come vedi la prospettiva di tornare a viaggiare con il “Tour” adesso che la tua vita è strutturata in maniera più convenzionale?
La mia vita a casa con mia moglie e i miei due figli è ormai piuttosto consolidata. Negli ultimi anni ho comunque viaggiato un po’ per motivi personali, per qualche esibizione e per il mio impegno nel golf. Questo ruolo con la USTA non richiederà ritmi di viaggio troppo intensi, dovrò assicurare la mia presenza essenzialmente per creare un clima di ‘cameratismo‘ nel gruppo: sono stato qualche giorno a Indian Wells, da martedì a sabato, sarò qualche giorno a Miami, salterò buona parte della stagione europea e viaggerò di nuovo per i tornei estivi. Voglio solamente assicurarmi che i giocatori sappiano di avere il supporto della USTA nel caso in cui ne abbiano bisogno.

Cosa ne pensi della nuova formula della Coppa Davis?
Credo sia troppo presto per dare un giudizio complessivo. Sulla carta la formula sembra splendida, i tempi erano giusti per un cambiamento, anche se non so se fosse necessario un cambiamento così drastico. So che ci sono giocatori fortemente contrari a questa riforma, ma questa loro strenua opposizione vuol dire che hanno molto a cuore la Coppa Davis, che la passione per questa competizione brucia dentro di loro. La data nel calendario è molto brutta. Ma alla fine dei conti, quando si tratta della Davis la maggior parte dei giocatori troveranno la maniera per partecipare e sono convinto che il campo di partecipazione sarà eccellente. Per quel che riguarda la squadra USA, i ragazzi sono molto contenti di poter rappresentare il loro Paese. Non posso parlare per gli altri capitani, so che ci sono stati dei tennisti che hanno giurato di non partecipare più alla Coppa Davis a causa del nuovo formato, ma quello che bisogna tenere ben presente è che siamo tutti responsabili per il successo della Davis. Se la Davis fallisce, è un fallimento per tutti noi. Per esempio, so che per i giocatori australiani la Davis è molto importante, ed è bello che sia così. Ma se non supportano questo cambiamento, non funzionerà mai.

Con il nuovo formato, una squadra che arriva in finale deve disputare sei incontri in sette giorni: quanto credi che sarà importante avere una panchina lunga?
Credo sarà importante avere alcuni tennisti solo per il singolare ed alcuni solo per il doppio. Una squadra che avesse solamente un paio di giocatori di livello, e nella quale uno di loro fosse impegnato in singolare e doppio ogni giorno, credo che arriverebbe alla fine della settimana piuttosto stanca. In questo senso noi siamo fortunati ad avere qualcuno come Jack Sock, per esempio, che potrebbe giocare in doppio liberando i singolaristi da questa incombenza.

Il tennis maschile e in particolare l’ATP sono in agitazione dopo la mancata estensione del contratto del CEO Chris Kermode. Qual è la tua opinione su tutta questa faccenda vista da fuori?
Ho parlato con alcuni dei giocatori che fanno parte del Council e non posso fare altro che sottolineare che questi ragazzi svolgono il loro compito con passione. A loro sta a cuore il tennis, fanno quello che fanno in nome dell’amore per il gioco anche se magari non hanno una classifica altisonante. Conosco Kermode personalmente dai tempi nei quali era il Direttore del torneo del Queen’s: ogni volta che ho giocato quel torneo tutto era perfetto. Non ho però alcuna esperienza diretta del suo operato al comando dell’ATP, dato che è diventato CEO dopo che mi ero già ritirato.

Qualche settimana fa l’ITF ha effettuato il sorteggio per decidere i gironi all’italiana della prima fase delle finali di Coppa Davis, e gli USA saranno nello stesso girone di Canada e Italia. Puoi parlarci dei vostri avversari?
Il team canadese è un misto di esperienza e gioventù: Denis Shapovalov e Felix Auger Aliassime saranno le colonne portanti della squadra per molti anni a venire, e Milos [Raonic] potrà dar loro il contributo di esperienza di cui hanno bisogno. In maniera simile, l’Italia può contare su un gruppo esperto di cui fanno parte Fabio Fognini e Andreas Seppi, cui si è aggiunto supporto più giovane come Marco Cecchinato che conosco bene perché fu il mio avversario nell’ultimo match della mia carriera agli US Open. Sono molto fiducioso nelle nostre possibilità in questo girone: abbiamo tre tennisti sotto i 22 anni tra i primi 50 del mondo, Tiafoe, Fritz e Opelka. Tiafoe ha appena raggiunto i quarti di finale agli Australian Open, e questo non è un risultato che si ottiene per caso, è necessario battere ottimi giocatori per arrivare lì. Saranno il nucleo della nostra squadra per gli anni a venire, e saranno aiutati da veterani come John [Isner] e Sam [Querrey].

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ATP

Thiem, piedi ancora più veloci con Massu nel box: “Lo devo anche a lui”

In un paio di settimane di collaborazione, Nicolas Massu ha già ‘portato’ Thiem a vincere un 1000. Secondo l’austriaco non è soltanto un caso

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IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

Quello che è successo in questi dieci giorni mi sembra irreale. Ero in cattiva forma sotto diversi punti di vista e adesso sono il campione di Indian Wells. Non mi sembra del tutto reale“. Fa ancora fatica a realizzare Dominic Thiem, che in California ha vinto il titolo più importante della sua carriera. Sulla superficie che per diverso tempo gli è stata indigesta, contro un avversario infinitamente più esperto – specie su questi campi – sebbene meno giovane, meno fresco e meno esplosivo di lui. Tutti aspetti che alla fine sono risultati decisivi.

La sensazione, a posteriori, è che Dominic avesse in canna da un po’ di tempo questo exploit. Doveva trovare le condizioni ideali, un pizzico di fortuna e una spinta decisiva che probabilmente è arrivata dal nuov(issim)o allenatore Nicolas Massu. L’ex tennista cileno assume davvero le sembianze del santone, quasi di un demiurgo, se si considera che i due hanno ufficializzato la collaborazione appena dieci giorni fa diffondendo il cauto proposito di lavorare assieme per i tornei di Indian Wells e Miami. “Ci siamo confrontati prima del match. Roger è un giocatore completo, è difficile trovare soluzioni contro di lui ma in qualche modo ce l’ho fatta. C’è anche una componente di fortuna; non credo che la tattica sia l’aspetto più importante. È grandioso averlo nel mio box perché è molto motivato e trasmette queste motivazioni a me sul campo. Ci siamo allenati molto duramente prima di Indian Wells; in 12-13 giorni sono passato dal non essere in gran forma a essere il campione di Indian Wells. È un risultato incredibile che dipende anche da lui“.

DOMINIC PIÉ VELOCE –Inutile nascondere quanto abbiano pesato i due straordinari recuperi sulle palle corte che Federer ha scelto di giocare nell’undicesimo game del terzo set; in occasione della prima, in particolare, Dominic è riuscito a giocare un recupero vincente partendo con i piedi dietro la scritta ‘Indian Wells. “Sono fortunato a essere così veloce, immagino sia un regalo dei miei genitori” sorride Dominic. “Anche se sono veloce, però, di tanto in tanto ho problemi a muovermi con precisione. Tutti i top player sembrano molto eleganti quando si muovono, io non troppo. Devo allenarmi molto per essere preciso nelle esecuzioni“. E deve averlo fatto straordinariamente bene negli ultimi giorni, se i risultati sono quelli ammirati in California.

Non un talento cristallino – nel senso comune di questa locuzione – quello del neo-numero 4 del mondo, ma un grandissimo talento se allarghiamo l’accezione alla cultura del lavoro e alla ‘capacità di sopportarlo’, come aveva raccontato a proposito di Thiem il suo ex allenatore Gunter Bresnik. E oltre alle gambe d’acciaio, di cui avevamo già avuto una consistente prova durante la gran battaglia contro Nadal a New York, è servita quella solidità mentale che spesso gli aveva fatto difetto. Non questa settimana. “Sono rimasto concentrato in tutte le partite, senza piangermi addosso. Sono rimasto sempre positivo. Un po’ come lo US Open dello scorso anno, giocai un grande torneo. Ho cercato di mantenere lo slancio più a lungo di New York“.

Ultimo tassello del puzzle, non certo meno decisivo degli altri, il grande feeling che Thiem ha sviluppato con le condizioni di gioco a Indian Wells. “Ho sempre detto che mi piacciono. Sono abbastanza simili alla terra, campi in cemento piuttosto lenti con un buon rimbalzo, soprattutto di giorno. È incredibile che io abbia vinto il mio primo grande titolo su una superficie diversa dalla terra. Quello che mi rende felice è aver trasformato un brutto inizio di stagione in un grande successo“. Bravo Dominic. Lo meriti tutto.

Thiem e Federer (premiazione) – Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

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Interviste

Andreescu genuina: “Sono la fo***ta campionessa di Indian Wells!”

La conferenza stampa della vincitrice del BNP Paribas Open 2019. “Un anno fa stavo giocando un 25k in Giappone. Sono rilassata. Mi fido dei miei colpi”

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Bianca Andreescu con trofeo - Indian Wells 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

Una nuova stella si è aggiunta al firmamento del tennis femminile. Quella della 18enne canadese (di chiare origini rumene) Bianca Andreescu, che ha sconfitto in una finale incerta sin dalle prime battute Angelique Kerber con un 6-4 3-6 6-4, diventando la prima wild card nella storia di Indian Wells a vincere il torneo.

La tennista canadese ha continuato una tradizione crescente di Indian Wells, quella di lanciare i talenti migliori del tennis femminile. Qui Serena Williams nel 1999 vinse il suo primo Premier Mandatory in finale contro la Graf, e lo scorso anno Naomi Osaka vinse il suo primo titolo WTA in assoluto, lanciandola nella corsa che l’avrebbe portata alla vittoria di due Slam consecutivi. E vista la giovane età di Andreescu, sono stati fatti molti paralleli in conferenza stampa, non dribblati dalla diretta interessata. “Sì, è stata sicuramente un’ispirazione vederla vincere prima qui l’anno scorso e poi due Slam, è stato fantastico.”.

Andreescu non si è mostrata timida davanti alla stampa, come abbiamo imparato a conoscerla durante questo torneo. Esprimendo tutte le sensazioni provate durante la partita, ma parlando con la calma e la spigliatezza di una veterana. La tennista canadese ha ricordato i periodi difficili passati per via degli infortuni, ma in momenti del genere è quasi impossibile non lasciarsi andare almeno un po’; diciamo che non ha avuto molti peli sulla lingua. “Un anno fa, di questi tempi, ho avuto molti problemi con il mio corpo ed il mio tennis. Quindi è pazzesco cosa può cambiare in un anno. Stavo giocando un 25k in Giappone, e ora sono il – posso dire quella parola con la F? No, non posso. (Sorridente). La fo***ta campionessa di Indian Wells! È pazzesco”.

Il suo tennis ha rappresentato una vera e propria novità questa settimana. Ricco di variazioni e di creatività, oltre che solido nei fondamentali, si è rivelato un vero e proprio rebus per qualsiasi sua avversaria, anche contro una giocatrice reattiva ed esperta come Angie Kerber. La stessa Andreescu è stata esplicita sulle soluzioni tattiche adottate durante la partita, soprattutto sulla scelta di giocare una palla molto alta sul rovescio della tedesca. “Sì, è stato sicuramente d’aiuto ma non si tratta di alzare la palla. Ho colpito forte sul suo rovescio e con più rotazione. Sembra una palla molto alta perché non l’ho impostata correttamente, ma non è mia intenzione”.

L’aspetto più impressionante della ragazza canadese è senza dubbio la forzao mentale.  Sul punteggio di 2-1 nel secondo set ha accusato dei problemi fisici al braccio destro, e si è vista costretta a chiamare il medical time-out, per poi subire un break subito dopo. Non si è scomposta, così come dopo i tre match point falliti, in un misto di coraggio ed incoscienza. Sicuramente ha aiutato la sua passione per la meditazione, che spiega parte del suo approccio. Sono rilassata. Mi fido di me stessa. Mi fido dei miei colpi. Sono fiduciosa. In quei momenti, provo a respirare il più possibile, per concentrarmi. Questo è quello che faccio di solito prima della partita. In questo torneo, mi ha sicuramente aiutato. Sono stata concentrata ogni partita. Ci sono stati alcuni alti e bassi in alcune partite, ovviamente. Il tennis non è uno sport perfetto. Questo vuol dire tutto per me”.

IL MOVIMENTO CANADESE – Non sono mancate domande sulla nuova generazione di talenti del Canada, che accomuna Andreescu (classe 2000) a Shapovalov (1999) e Auger-Aliassime (2000). Bianca non ha nascosto che la vittoria di qualsiasi canadese dà a ciascuno di noi la motivazione e l’ispirazione per fare bene. Se loro possono farlo, noi possiamo. Penso che questa vittoria darà fiducia a tante persone, giovani atleti o magari che aspirano a diventarlo. E io ho solo 18 anni, quindi, sì, se io posso farlo, loro possono”. Che sia il Canada il futuro del tennis? Certamente con questo exploit il paese nordamericano promette di ritagliarsi anche uno spazio importante nel circuito femminile, sperando che Andreescu non tradisca le aspettative come già fatto da Eugenie Bouchard.

Certo, stando alla mentalità che dimostra di avere, è difficile che questa ragazza non faccia strada. L’unica pressione che sento è quella che metto su me stessa. Cerco di non pensare alla stampa, ai fan e nulla. Quindi mi concentro solo su me stessa, è tutto ciò che conta per me.”.

STUDI E FUTURO – Ovviamente non è mancato l’accenno alle sue origini rumene, sopratutto per il saluto finale in rumeno che ha riservato al pubblico – “Ho detto, grazie, ragazzi, per il supporto che mi date. Vi amo.” – e alla sua giovane età, in risposta a una precisa domanda sui suoi studi, che ha dovuto un po’ tralasciare. “No, in realtà sono indietro di un anno. Sto facendo online. Ci sto lavorando. Ma è difficile perché dopo gli allenamenti questa è l’ultima cosa che voglio fare. Sono solo così stanca. Ma credo che la conoscenza sia potere, quindi sto facendo del mio meglio per finirlo. E spero in futuro di riuscire a fare alcuni corsi online durante la mia carriera per tenere la mente allenata.”

Chissà che Bianca non possa divenire una vera e propria minaccia per quella che sembrava già pronta a diventare “l’era Osaka”. Lei dopotutto, ancora non ci pensa. Non voglio davvero concentrarmi sul futuro ora. Voglio solo godermi questo momento, perché non voglio dare nulla per scontato. Non si sa mai cosa porterà la prossima settimana. Voglio solo godermelo senza pensarci” . Come darle torto. D’altronde, per pensare in grande c’è ancora molto tempo.

IL VIDEO DELLA CONFERENZA

Giorgio Di Maio

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