Fognini, l'obiettivo è vicino: entrare nei primi 10 (Crivelli). Divertente, tecnico e a tratti profetico. Il tennis visto da Panatta (Schiavon). Naomi Osaka Grande Slam (Santelli)

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Fognini, l’obiettivo è vicino: entrare nei primi 10 (Crivelli). Divertente, tecnico e a tratti profetico. Il tennis visto da Panatta (Schiavon). Naomi Osaka Grande Slam (Santelli)

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Fognini, l’obiettivo è vicino: entrare nei primi 10 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Unico. In fondo Fabio Fognini è sempre stato così: unico per il talento indubitabile, unico per la capacità di passare da momenti di disperazione ad altri di esaltazione tecnica, unico per la sincerità di volerci sempre mettere la faccia. E così quando Armani si è trovato a decidere a quale tennista affiancare il proprio nome per lo storico debutto nell’outfit tennistico, la scelta è caduta sul numero uno italiano, che sarà così il solo giocatore del circuito a indossare la linea sportiva EA7 a partire dal 7 gennaio, quando prenderà il via il torneo di Auckland e Fabio comincerà la propria stagione. AMBASCIATORE Il ligure e il grande stilista piacentino si erano conosciuti personalmente nel 2014 quando Fognini partecipò alla settimana della moda di Milano indossando capi della Maison: adesso diventa ambasciatore globale del marchio, non solo per l’abbigliamento di gioco ma anche per l’underwear. Il primo comprenderà due completi con tshirt e shorts nei colori verde sfumato grigio, grigio con grafica, e un completo con polo e shorts bluette, tutti con tecnologia Ventus7, un innovativo sistema di regolazione della temperatura corporea. A completare il look polsini, fascia, cappellini, calze e felpe. Nell’accordo è prevista anche una collaborazione con il marchio della moglie di Fabio, Flavia Pennetta. CHE ANNO Una sinergia tra due eccellenze tricolori, che non a caso arriva a premiare la miglior stagione in carriera di Fabio, capace nel 2018 di vincere un numero record (per lui) di 46 partite (con 22 sconfitte), di imporsi in tre tornei, sulla terra di San Paolo e Bastad e sul cemento di Los Cabos, primo successo in carriera su una superficie veloce, e di sfiorare la qualificazione al Masters. In classifica ha chiuso l’anno al numero 13, eguagliando il suo miglior ranking di sempre, ottenuto già nel 2014. Evitato l’intervento chirurgico alla caviglia sinistra dopo i guai che lo hanno un po’ condizionato nelle ultime settimane di attività e trascorse le vacanze a Turks and Caicos, Mar dei Caraibi, con Flavia e il figlio Filippo, Fabio è pronto a ripartire dal buen retiro di Barcellona sotto la guida di coach Franco Davin, ora affiancato pure da Corrado Barazzutti, capitano azzurro di Coppa Davis e suo storico consigliere. Dopo un’annata così sfavillante, le ambizioni continuano a volare alte: dare continuità al rendimento favoloso degli ultimi 12 mesi, provare ad agguantare finalmente un posto nella top ten, traguardo che nell’Era Open hanno raggiunto, tra gli italiani, solo Panatta e Barazzutti ormai più di quarant’anni fa e inseguire un grande risultato nei tornei dello Slam, magari sull’amata terra parigina. Con l’orgoglio di essere testimonial di un marchio che porta per il mondo l’immagine più vincente della creatività e dell’inventiva italiane.


Divertente, tecnico e a tratti profetico. Il tennis visto da Panatta (Andrea Schiavon, Tuttosport)

 

Ecco cosa c’è dietro quel pof-pof. “Il tennis è musica” andrebbe letto da tutti quelli che – condivisione dopo condivisione – si sono divertiti a vedere Adriano Panatta recitare ne “La Profezia dell’Armadillo”. In ogni pagina riecheggia quel monologo, divenuto virale, e l’onomatopeico pof-pof sembra ritmare la scrittura. Il suono di un colpo di piatto viene richiamato sin dal sottotitolo di questo libro (edito da Sperling e Kupfer) nel quale Panatta attraversa cinquant’anni di tennis con una rilettura personale che, anno per anno, racconta un campione diverso. MEGLIO DI YOUTUBE Non è una carrellata enciclopedica, anche se la descrizione dei singoli incontri spesso è cosi dettagliata da far risultare inutile qualsiasi filmato d’archivio pescato su youtube. La memoria di Panatta ha qualcosa che nessun video può offrire: un mix di rigore tecnico, conoscenza personale e ironia. Come un cocktail ben shakerato, da assaporare a bordo campo. Daniele Azzolini – coautore, noto ai lettori di Tuttosport con cui collabora da anni – rappresenta un ottimo compagno di doppio di Panatta: la sua scrittura agile e il suo rigore statistico vanno a completare e arricchire i racconti di Adriano. Un libro- per di più se è di quasi trecento pagine – non permette la fruibilità social di un video, come quello dell’Armadillo, ma sfogliare “Il tennis è musica” permette di comprendere sino in fondo il senso di quel pof-pof. Da Rod Laver ad Alexander Zverev ci sono tutti i campioni che hanno fatto la storia di questo sport nell’era Open. Il Grande Slam di Laver nel 1969 è costruito su tanti dettagli, compresa la scelta di utilizzare un paio di scarpe chiodate sul campo di Forest Hills, inzuppato di pioggia ai limiti dell’impraticabilità. 40 MILIONI DI PAIA A proposito di scarpe, l’aneddoto più divertente è quello che riguarda Stan Smith. Prima di dare il proprio nome a una delle calzature più iconiche dell’Adidas (che ha festeggiato i 40 milioni di paia vendute), Smith è stato un campione in campo e a quanto pare, visto da vicino, lo è stato anche fuori. «Parlava con voce bassa, molto armoniosa, e aveva un modo di conquistare le donne a dir poco incantevole – scrive Panatta -. Non faceva niente, salvo guardarle, annuire, dire di tanto in tanto qualche parola sommessa che nessuno riusciva a comprendere, ma che di certo non poteva essere sbagliata o fuori luogo. Davano per scontato che un tipo del genere potesse dire solo cose gentili… E alla fine gli cadevano in mano, così, abbindolate dal suo gentilissimo far nulla, accarezzate dai suoi silenzi. Mai visto niente di simile. Mostruoso». Gli aneddoti sul fascino dei tennisti, soprattutto negli anni ’70, non mancano nel libro, ma Smith riesce a strappare un sorriso anche quando racconta il suo rapporto con la scarpa che porta il suo nome. «Condussi uno stage con dei giovani tennisti, qualche tempo fa – ha raccontato Stan – e per rompere il ghiaccio chiesi chi di loro volesse diventare come Borg. Nessuno sapeva chi fosse. Uno però indossava le mie scarpe. Gli dissi che erano belle, e lui con grande orgoglio mi fece sapere che erano delle Stan Smith, evidentemente senza sapere che lo Stan Smith originale gli stava davanti. E’ il momento in cui ho realizzato di essere diventato definitivamente una scarpa». USCIRE DAI BLOCCHI Uno sguardo che spazia dagli anni Sessanta a oggi permette poi di trovare suggestive analogie. Cosa hanno in comune, ad esempio, due tipi cosi diversi come Ilie Nastase e Roger Federer? Secondo Panatta, le gambe. «Agili, veloci e resistenti insieme, con una dote naturale che avrebbe permesso ai due, allo sparo dello starter in una finale olimpica dei 100 metri piani, di uscire meglio degli altri dai blocchi di partenza e di essere in testa a tutti per i primi tre passi. Si, solo i primi tre, ma nel tennis quelli bastano e fanno la differenza». E un passo davanti a tutti lo è anche Panatta con questo libro. Potrà non avere il successo globale di “Open”; ma chi lo leggerà si divertirà molto più che rivivendo i dolori del giovane Agassi. “Il tennis è musica” è leggero e tecnicamente ineccepibile. Come un bel colpo


Naomi Osaka Grande Slam (La Repubblica D, Filippo Santelli) 

Naomi Osaka non è Naomi Osaka. Non lo è più o non lo è ancora, punti di vista. Una Naomi è la tennista del futuro, capace alla prima finale in carriera in un torneo del Grande Slam di battere la più forte di sempre, sua altezza Serena Williams. La sportiva che strappa contratti di sponsorizzazione milionari. La 21enne giapponese cresciuta negli Stati Uniti, dalla pelle scura e dai capelli crespi, mamma nipponica e padre haitiano, che molti hanno già consacrato ambasciatrice del mondo senza muri che vorremmo. L’altra Naomi, invece, è la timida ragazzona seduta qui di fronte, in una poltrona della sala interviste degli Open di Cina, che parla con un filo di voce mentre si tormenta le pellicine delle dita. «Tutto mi fa paura», dice con una risatina, tutta candore e autodifesa. Poi di nuovo seria «La prima cosa: ho paura di deludere le persone attorno a me, la mia famiglia e quel tipo differente di famiglia che è il mio team». Qui in Cina la prima famiglia non l’ha seguita. Sono rimasti in Florida mamma Tamaki Osaka e papà Leonard François, l’uomo che a tre anni ha messo in mano la racchetta a lei e alla sorella Mari, più grande di un anno, per trasformarle nelle nuove Williams. Ma in prima fila c’è Sascha Bajin, il coach tedesco che prima di occuparsi di lei è stato a lungo sparring partner di Serena. In campo Naomi, completo nero con piccole strisce rosa fosforescente, la chioma leonina infilata (purtroppo) in un berretto, sembra la solita. Aspetta il servizio dell’avversaria piegata in avanti, con una concentrazione feroce, avanzando con due passi felpati per scaricare nella risposta tutta la sua potenza. Oggi, però, qualcosa non va. La lettone Anastasija Sevastova gioca meglio, lei sbaglia tanto, perderà netto la semifinale 4-6, 4-6. «È stato un torneo pieno di alti e bassi, ma grazie Pechino», dirà, congedandosi dal pubblico cinese su Instagram. A 21 anni, alla fine della stagione che l’ha proiettata al numero cinque del mondo, una flessione è nella regola delle cose. GRINTA IN CAMPO 1997 Nasce il 16 ottobre a Osaka da Tamaki Osaka, giapponese, e Leonard François, haitiano. 2000 Inizia a giocare a tennis, rinunciando alla scuola: studierà a casa. 2018 E la prima atleta nipponica a vincere gli Us Open 2018. Piazzandosi al quinto posto del ranking mondiale. Anche pochi giorni dopo, a Singapore, alle Finali 2018 del circuito femminile, la sua sarà una sbiadita comparsa. Eppure, nell’ultimo time out, prima della resa, mentre coach Sascha provava a darle qualche dritta, lei non lo guardava neppure in faccia. Come se si vergognasse di giocare così male. Proprio un’ammonizione per “coaching”, un consiglio tecnico irregolare dagli spalti, ha scatenato la furia di Serena Williams durante la finale di New York. L’ammonizione, proteste, una racchetta spaccata, un game di penalità consegnato a Naomi. Più che per la vittoria di Osaka, quella partita rischia di venire ricordata per l’incandescente dibattito sulla parità di genere che ha acceso. Con un uomo l’arbitro sarebbe stato altrettanto severo? «L’ho rivista tante volte», dice Naomi. «E non capisco ancora i fatti al cento per cento. So che molte persone si sono infuriate, ma io non riesco a vedere quello di cui parlano. Ho l’impressione che, in quelle circostanze, tutti abbiano agito come hanno agito perché sono quello che sono, non so se c’era qualcosa sotto». Secondo tanti commentatori, due indizi fanno una prova. L’altro è il divieto per Serena di giocare con il costumone nero da gatta, un accorgimento per scongiurare trombosi dopo la gravidanza. II tennis discrimina le donne? «Sono nuova, appena arrivata, non ho mai avuto esperienze di questo tipo. Ma se il tempo passa e vedo qualcosa, allora credo sarà il mio turno di parlare». Per ora Naomi continua a fare quello per cui è stata educata, rimandare di là una palla dopo l’altra, sempre più forti, sempre più precise, servizio, diritto e rovescio a due mani. Quella sera di fine estate a New York, in mezzo agli improperi di Serena contro l’arbitro e ai fischi di 50mila tifosi americani tutti schierati con la wondermamma alla ricerca del primo titolo dopo la maternità, lei non ha mostrato una crepa: «Non avevo dormito, sapevo che avrei dovuto essere super dura e credo di esserci riuscita». Williams, che già mesi fa l’aveva definita avversaria «pericolosa», si è trovata di fronte un muro. Ma dopo l’ultimo punto, riecco la timida Naomi che si porta le mani davanti al viso, che quasi vorrebbe chiedere scusa per aver rovinato la festa di Serena. Lo dice continuamente, «Sorry», scusate. Ed è in questo contegno che ora il Giappone si riconosce, nonostante Naomi parli male la lingua e il suo aspetto sfidi il concetto di omogeneità etnica del Paese, uno dei più chiusi al mondo. Quelli come lei li chiamano con disprezzo hafu, letteralmente “metà”. Per questo, dopo il matrimonio misto e il trasferimento negli Stati Uniti, sua madre ha rotto per anni i rapporti con i genitori, i nonni di Naomi. «Gioco per il Giappone», risponde quando le si chiede a che nazione senta di appartenere. “Giocare per” è diverso da “appartenere”: «La risposta è la stessa», taglia corto lei. Di certo, ora che è la prima giapponese ad avere vinto uno Slam, che i rapporti con il nonno pescatore sono ricuciti, che perfino il premier nazionalista Shinzo Abe l’ha elogiata come gloria nazionale, si rivela azzeccata la scelta di giocare per il Sol Levante, presa dal padre quando lei e la sorella Mari stavano per passare al professionismo. Negli Stati Uniti, Naomi avrebbe dovuto competere per visibilità e sponsor con tanti altri giovani talenti. In Giappone, è stata da subito la grande speranza della federazione e la coccola dei pubblicitari, come dimostra il marchio di noodles istantanei che porta sulla maglietta già da anni, quello Nissan che ha appena aggiunto e un rinnovo con Adidas che si annuncia milionario. Un’icona di cambiamento, per un Paese iper tradizionalista che si sta lentamente aprendo alla diversità. La sognano trionfare ai giochi olimpici del 2020 e al mondo non dispiacerebbe. Perché le foto che posta sui social, con le dita a “V” di vittoria, quel faccione spaesato da manga, la capacità di prendersi in giro e l’aspetto United Color sfondano a tutte le latitudini. Naomi è la super campionessa della porta accanto che, prima delle partite, ascolta Eminem per caricarsi. Quanto a lei, nata ad Osaka, cresciuta a New York , maturata in Florida, si capisce perché consideri la geografia un concerto relativo: «Casa è dove sono i miei genitori, mia sorella, il mio cane. Un giorno ne vorrò una mia, sarebbe stupendo, ma i tennisti viaggiano così tanto». Campo e famiglia: nonostante un Open degli Stati Uniti vinto e oltre sette milioni di dollari già guadagnati solo in premi, la dimensione di Naomi resta questa. «Non ho mai fatto vacanze, non mi regalo niente di costoso», dice. «Al massimo ho comprato una borsa di Louis Vuitton alla mamma». Fidanzati, per ora non pervenuti: «Non sono mai uscita con nessuno, quindi nessuno mi manca». La sua vita è il tennis, da quando il papà ha deciso che lei e la sorella Mari avrebbero lasciato la scuola per allenarsi tutto ll giorno, studiando poi la sera a casa. Storia già sentita, quella del genitore che consegna la racchetta ai figli e poi li segue da bordo campo. Storia che spesso, Agassi insegna, genera rigetto. «Io sento che il tennis è stata una mia scelta», replica lei, «perché crescendo vedevo mia sorella giocare e io ho sempre voluto fare quello che faceva lei. Si, mi diverto». Viene da chiedersi cosa sarebbe successo nel caso qualcosa fosse andato storto: che farebbe oggi Naomi Osaka? Forse, a un certo punto, qualcuno racconterà anche della sorella Mari, la sua migliore amica, che galleggia attorno al numero 400 del mondo, nel purgatorio dei tornei minori. «Se non giocassi a tennis? E una domanda difficile: sono così coinvolta in quello che faccio. Forse farei la zoologa, anche se ho scoperto che bisogna essere molto bravi in matematica… Non è il caso. Forse sarei un procuratore sportivo». Da un po’ c’è anche questa figura nel suo team, la sua famiglia allargata. A seguirla è Img, lo stesso colosso americano che cura immagine e interessi di Djokovic, delle Williams e di Kei Nishikori, il tennista giapponese grande estimatore di Naomi. Gli agenti servono per ciò che non si impara sul campo: i contratti, i rapporti con la stampa, la gestione dei profili social. Il suo Instagram “segreto” (nao.chiii) in cui posta foto delle città in cui gioca, una passione ereditata dal padre, è aggiornato sempre più di rado. In compenso, quello ufficiale (naomiosakatennis) è sempre più curato. Un’ospitata nello studio di Ellen DeGeneres, uno scatto con LeBron James, ma anche un selfie con la solita faccia perplessa: «Mi chiedono perché non posto tanti selfie», scrive sotto, «II mio lato migliore è molto, molto, molto lontano». Non si può non amarla, piogge di cuori lo confermano. Così il tennis femminile, alla disperata ricerca di un personaggio dopo Serena, l’ha forse trovato in un anti personaggio. Tanto diverso dalla Williams, appena nominata donna dell’anno da GQ, campionessa matura che incarna le battaglie per l’uguaglianza, di razza e di genere, in uno sport accusato di antiche discriminazioni. Ad aprile, dopo aver vinto il suo primo torneo da professionista, Indian Wells, Naomi non sapeva letteralmente che cosa dire al pubblico. Due minuti di adorabili imbarazzi: «Sarà il peggiore discorso di ringraziamento della storia», ha concluso, facendo ridere tutti. Le chiedono un giudizio su questa fantastica stagione: «Non sono sicura, non mi fermo a pensare a come mi sento, voglio continuare a spingere». Poche scelte, dopo un paio di risultati negativi, alcuni già insinuano che la sua stella sia una cometa. Le chiediamo che cosa pensa quando la definiscono un simbolo anche fuori dal campo: «II tennis è tutto quello che ho faro finora, non conosco la vita fuori, ma spero un giorno di poter essere un’ispirazione per i bambini». No, Naomi Osaka non è ancora Naomi Osaka. Finché dura, al mondo piace così.

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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