Costa: "La nuova Davis vi stupirà" (Cocchi). Torino Finals (Bertellino). Aspiranti campioni a scuola del mondiale Cilic (Lobasso)

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Costa: “La nuova Davis vi stupirà” (Cocchi). Torino Finals (Bertellino). Aspiranti campioni a scuola del mondiale Cilic (Lobasso)

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Intervista ad Albert Costa: “La nuova Davis vi stupirà” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

La Davis è morta, evviva la Davis […]. Albert Costa, campione del Roland Garros nel 2002, vincitore di tre Davis con la Spagna, da giocatore e da capitano, è il direttore delle finali che assegneranno il trofeo dal 18 al 24 novembre 2019 […]. Albert, la riforma della Davis ha provocato tanti malumori, cosa l’ha convinta del progetto Kosmos-Piquè? «Tutto, a partire dal nuovo format. Ora tutti si lamentano, ma era da tempo che i giocatori, che consideravano già morta questa competizione, chiedevano un cambiamento. Ora sono stati accontentati. Questa nuova formula li impegna per sole due settimane contro le quattro di prima. Arriveranno a fine stagione più freschi e alcuni di loro potrebbero giocare anche solo la settimana delle finali». Tra le critiche che si sentono più spesso c’è quella di una sovrapposizione di tornei a squadre se si considerano anche Laver Cup, Hopman Cup e la World team Cup della Atp. «Non credo. La Coppa Davis è l’unica competizione a squadre ufficiale esistente da 118 anni a questa parte, dove i giocatori rappresentano le federazioni del loro paese. In tutte le altre non è così…». Lei ha conquistato l’Insalatiera tre volte, sia da giocatore che da capitano: in che modo questa rivoluzione aggiungerà fascino alla competizione? «Al contrario di quanto succedeva fino ad ora, ci saranno 18 nazionali in campo contemporaneamente, nella stessa città per una settimana intera. L’interesse rispetto a prima sarà molto più alto perché tutti: fans, investitori, televisioni si concentreranno sul torneo finale. La sfida tra Francia e Croazia, ad esempio, interessava solo ai diretti interessati e pochi altri appassionati». Sta di fatto che quasi tutti i top player hanno detto di non voler partecipare. Cosa state facendo per far cambiare loro idea? «Parliamo con i capitani, con le federazioni. Ci confrontiamo spesso con i ragazzi della Next Gen, loro sono molto importanti, sono il futuro del tennis. A tutti spieghiamo il progetto e tutte le novità positive. Credo che dopo la prima edizione la maggior parte dei dubbiosi si convincerà della bontà di questa nuova formula e si entusiasmerà. A Madrid poi si giocherà sul veloce indoor, come alle Finals di Londra, da cui i top players potranno facilmente arrivare con due ore di volo». Rafa Nadal è già convinto… «Sì, adora il nuovo format ed è dalla nostra parte, ma non solo per l’amicizia che ci lega. Lui è un professionista molto puntiglioso e durante la stagione ci darà una mano e cercherà far capire ai colleghi quanto sia positivo il cambiamento». Questo format resterà tale o potrebbero esserci modifiche? Molti si lamentano della data. «È un work in progress, ci stiamo confrontando con Atp, Slam e Itf per cercare di risolvere i problemi, a partire da quello della data. Fidatevi, questa Davis vi conquisterà».


Torino Finals (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

È il tecnico per eccellenza della Fit in quanto a organizzazioni, Sergio Palmieri. Lo testimoniano le direzioni in essere degli Internazionali BNL d’Italia, delle Next Gen Atp Finals di Milano, da domani anche delle finali di serie A1 maschile e femminile al Palatagliate di Lucca. È lui a condurci in anteprima nelle pieghe della candidatura italiana e torinese alle Atp Finals, quello che un tempo chiamavano Masters, per il quinquennio 2021-2026. «La Fit ha presentato la candidatura di Torino ad ospitare le Atp Finals supportata dal Governo, dal CONI e dalle Istituzioni locali, Comune e Regione, espletando dunque la formalità iniziale durante le Atp Finals di Londra nello scorso novembre. Ora seguiranno le fasi di approfondimento circa le credenziali della stessa. Il prossimo 11 dicembre i responsabili dell’Atp verranno a Torino e li accompagneremo in visita alla città, con logica tappa all’impianto di gara ma non solo.Il 14 dicembre verrà comunicata la short list delle 3 città candidate e scelte per dar vita all’ultima selezione. La decisione definitiva verrà presa a meta marzo quando il board Atp si riunirà a Indian Wells» […]. C’è anche Londra: «Londra non farà come le altre candidate che hanno presentato richiesta e apposita documentazione. Qualora nessuna delle nuove città proposte andasse a soddisfare i criteri richiesti dall’Atp ecco che Londra rientrerebbe in corsa dopo aver ospitato per tante edizioni la manifestazione». Quali le sue sensazioni? «Mi piace essere ottimista – prosegue Sergio Palmieri – e in ogni caso dico che abbiamo fatto e stiamo facendo tutto con grande cura e con le migliori credenziali. In campo sono scesi tutti e con trasporto. Governo, Fit, Coni e Istituzioni rappresentano garanzie assolute di forza del progetto e di voglia di competere fino al termine. La Fit ha già dimostrato di saper organizzare a dovere grandi eventi come gli Internazionali BNL d’Italia e le Next Gen Atp Finals. Considero positivamente che l’ATP venga a farci visita prima di diramare la short list, è anche un atteggiamento di riguardo nei nostri confronti». Il Pala Alpitour, già Palaolimpico dell’archistar Arata Isozald è arena di livello. «Un impianto assolutamente degno di ospitare una grande manifestazione come le Atp Finals. Ha già dimostrato nel recente passato, vedi i Mondiali di volley e il Preolimpico di basket, di rispondere a tutte le esigenze del caso e di poter accogliere un grande pubblico, di 15.000 persone. Inoltre Torino ha una felice collocazione geografica e certo non si tratterebbe di un evento soltanto “cittadino”. È facilmente raggiungibile da Milano e Genova, dalla Francia, dalla Svizzera e dall’Austria e pertanto ha enormi potenzialità. Proprio quelle che verranno a verificare i responsabili nei prossimi giorni». Fiducia, dunque, e sinergie, anche se la Sindaca di Torino Chiara Appendino preferisce attendere la visita del giorno 11 per rilasciare nuove dichiarazioni ufficiali, dopo la “missione” a Londra in occasione delle ultime Atp Finals. La Regione Piemonte nella persona del suo governatore Sergio Chiamparino ha ricevuto i rappresentanti di Fit e Coni e un suo coinvolgimento sembrerebbe possibile anche dal punto di vista economico […].


Aspiranti campioni a scuola del mondiale Cilic (Marco Lobasso, Mattino)

Napoli abbraccia un fuoriclasse del grande tennis. È Marin Cilic che proprio una settimana fa con la sua Croazia è diventato campione del mondo vincendo in Francia l’ultima Coppa Davis con la formula classica. Il top ten mondiale, oggi numero 7 e nel gennaio scorso numero 3, sarà domani al Tennis Club Napoli (ore 15) per un incontro con i suoi tifosi e con i tantissimi bambini delle scuole tennis del club della Villa e delle altre strutture di Napoli e provincia. L’evento è promosso da Capri Watch che la settimana scorsa ha dato già vita a una giornata napoletana all’Accademia Tennis dedicata ai due tennisti azzurri Matteo Berrettini e Lorenzo Sonego. Due ore di full immersion con i giovanissimi tennisti, insegnando un po’ dei segreti del suo grande tennis che l’ha condotto a vincere gli Us Open nel 2014 e a raggiungere la finale a Wimbledon nel 2017 e ad arrivare a un passo dai primi tre grandi del tennis, Federer, Nadal e Djokovic. Dopo i tradizionali palleggi sul campo centrale «d’Avalos», Marin si dedicherà alle mille domande dei bambini presenti in Villa e alle tradizionali foto ricordo con le scuole tennis. «Marin ci sta regalando soddisfazioni immense e il gesto di voler condividere il suo tennis e le sue esperienze di grande campione mondiale con i ragazzi delle scuole tennis, a Capri come a Napoli, rappresenta per noi qualcosa di speciale», ha spiegato il Ceo di Capri Watch Silvio Staiano, che ha ideato la giornata dedicata al top ten mondiale. Proprio Cilic aveva annunciato la venuta a Napoli con un messaggio video: «Vi farò una sorpresa, sarò da voi al più presto per festeggiare con Capri e con Napoli una stagione per me stupenda». Promessa mantenuta e domani sarà in città […].

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Addio a Merlo, l’inventore del rovescio a due mani (Scanagatta, Clerici, Crivelli)

La rassegna stampa di giovedì 18 luglio 2019

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Addio a Merlo, inventò il rovescio a due mani (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

L’ho conosciuto e ammirato fin da bambino. Se avessimo avuto, in tempi recenti, un tennista capace di conquistare due semifinali consecutive al Roland Garros (1955-56), di raggiungere due finali agli Internazionali d’Italia (1955-57), e di battere — come ebbe orgogliosamente a ricordarmi anni addietro — 6 vincitori di Wimbledon (Jroslav Drobny, Vic Seixas, Roy Emerson, che di Slam ne ha vinti 12, Neale Fraser, Budge Patty e Chuck McKinley) beh oggi non ci sarebbe chi non lo ricorderebbe come uno dei più grandi tennisti italiani di sempre. Non sarà così solo perché Beppe Merlo, figlio del custode del tennis Merano dove era nato l’11 ottobre 1927 – è mancato ieri a 91 anni a Milano – quei risultati li ha ottenuti soprattutto a metà degli anni ’50, anche se la sua carriera è stata così lunga che — prima categoria già a 21 anni — 25 anni dopo giocava ancora i campionati italiani assoluti, da lui vinti 4 volte battendo in momenti diversi, Nicola Pietrangeli, Fausto Gardini e Orlando Sirola i nostri «moschettieri» dell’epoca, capaci di conquistare assieme a lui le prime finali di Coppa Davis azzurre, gli storici Challenge Round del 1960 e 1961. Per la nostra Davis aveva giocato 35 singolari vincendone 25. Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi «Tennis Club»: «Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio». Già, il rovescio a due mani era il suo marchio di fabbrica, uno dei primi al mondo a utilizzarlo. Dal 39 al ’49 l’australiano John Bromwich, mancino che serviva con la destra e giocava il rovescio a due mani, aveva vinto due Slam giocando fra singoli e doppi 35 finali. Avevo 4 anni quando Beppe, amico di mio padre, mi insegnò a tenere la Maxima troppo grande e pesa con due mani per «reggere» il rovescio: «Non fare come me, però! Tu metti la mano destra sotto la sinistra». Già, lui, forse sedotto dalle immagini della leggenda Bromwich che però era mancino, aveva fatto il contrario e così quando doveva tirare il dritto con la mano destra impugnava la racchetta a metà manico, vicino al cuore, perdendo quindi una ventina di cm di allungo. Saltava sulla racchetta incordata di fresco — le incordava lui stesso — per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. «Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti» scherzava. Quando con Merlo, aria compunta, modi mansueti, l’Italia battè nella finale europea la Svezia di Davidson e Bergelin — il futuro coach di Borg — l’Equipe pubblicò una sua foto con una dida: «Non ha servizio, non ha dritto, ma con la risposta vince». La finale persa al Foro Italico con il “vampiro” Gardini che pretese il ritiro per i suoi crampi sul 6 pari al quarto, dopo che Merlo era già stato portato a braccia negli spogliatoi a fine terzo set – allora c’era il riposo – uscendone subissato di fischi, è rimasta storia incredibile. Nicola Pietrangeli, compagno di mille battaglie, lo ricorda così: «Un gran giocatore, buono come il pane. Era un po’ chiuso, molto fortunato a poker, aveva un gran successo con le donne. In tanti hanno pianto dopo averci giocato contro. Non faceva gruppo, ma non era per darsi delle arie. Era molto attento a cosa mangiava, a quanto dormiva. Se noi volevamo riposarci, lui voleva allenarsi. Non un giocherellone, ma davvero una persona buona».

Merlo, l’inventore del rovescio bimane (Gianni Clerici, Repubblica)

 

È morto un mio amico, Beppe Merlo, che perse sommerso dai crampi, dopo aver avuto due match point e mentre era avanti 2 set a 1, la finale degli Internazionali d’Italia 1955 contro Gardini, tennista implacabile che ne invocò il ritiro, sul 6-6 al 4°, mentre Beppe giaceva sul Centrale del Foro Italico […] Inventò, perché i pionieri furono gli australiani Vivian McGrath e John Bromwich, un suo rovescio bimane, mai visto in Europa, del quale ho sempre avuto una mia idea, incontrastata dallo stesso esecutore. Beppe era mancino e, di fronte a un racchettone di 15 once, non poté non reggerlo, a metà manico, con la destra: divenne il suo colpo più importante. Vidi i grandi del tempo attaccare quel suo insolito rovescio, e venirne quasi sempre passati. La battuta era tanto femminea da essere ancor più attaccabile, ma Beppe l’aveva resa difficilissima per il rimbalzo molto basso, svuotato di forza. Giocammo insieme un solo torneo di doppio, e non lo vincemmo per la finale ostacolata dalla pioggia. Lo ricordo non certo per vantarmene, ma perché Beppe mi disse: «Tu copri i 2/5 di campo a destra, io mi occuperò dei 3/5 a sinistra, con il rovescio». Beppe fu anche noto come malato immaginario. Aveva sempre con sé una valigetta piena zeppa di medicine, soprattutto contro i crampi, dei quali, corridore instancabile, era spesso vittima. Incapace di abbandonare il gioco, era abituale spettatore dei tornei, e chiedeva a tutti come mai la federazione non gli avesse riservato il ruolo di allenatore che avrebbe meritato. Credo sia morto con un simile dubbio nel cuore, povero Beppe.

Addio al rivoluzionario. Con il suo rovescio ha anticipato il futuro (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

A due mani nella storia. Siamo ormai cosi tanto abituati al rovescio bimane nel tennis da non immaginare quanto potesse essere rivoluzionaria quell’impugnatura negli anni 40 e 50, quando i gesti bianchi delle origini dettavano ancora lo stile. Ebbene: un trentennio prima di Connors e di Borg, gli sdoganatori ufficiali del colpo, da cui sono poi discesi milioni di adepti, fu un italiano a travolgere la tradizione e a giocare il rovescio in quel modo. Era Beppe Merlo, uno dei nostri giocatori più grandi e più amati, morto ieri mattina a 91 anni […] A partire dal modo di tenere la racchetta, fino alla scelta eversiva, raccontata in un’intervista alla Gazzetta di qualche anno fa: «Ero piccolo, magro, senza tante forze. La racchetta era troppo pesante, dovevo impugnarla a metà manico. Il rovescio a una mano sola non mi riusciva, con due sì. All’inizio sembravo ridicolo, ma era l’unica maniera in cui potessi essere competitivo. C’erano già altri due o tre giocatori che lo facevano, ma io sono stato il primo in Europa». Con un’impugnatura certamente non ortodossa, perché la mano sinistra era sotto la destra e non viceversa, come invece succede oggi […] Nel 1951, spendendo tre milioni, praticamente tutto il budget federale, la Fit lo manda in California per due settimane ad allenarsi coni più grandi dell’epoca: Budge, Sedgman, Gonzales e Segura. Due giorni prima di rientrare, viene invitato nella villa di Charlie Chaplin: il grande attore non c’è, ma lui può giocare contro Tilden, allora sessantenne, e lo batte 6-1. Gli anni successivi lo portano in vetta alle classifiche mondiali, allora stilate da giornalisti specializzati. Nel 1955 perde la finale di Roma contro Gardini, ritirandosi sul 6-6 del quarto set per crampi dopo aver avuto tre match point, e qualche settimana dopo, al Roland Garros, batte ai quarti Seixas, allora numero due del mondo, prima di perdere in semifinale con Davidson, che aveva battuto al Foro. Nel 1956, sempre nei quarti di Parigi, sull’8-8 del quinto contro il francese Remy, cede un punto chiamato a suo favore e perde il game, ma vincerà la partita 11-9 tra il tripudio della folla che fin lì lo aveva massacrato con il tifo contro. Nel 1957 è ancora in finale a Roma, da favorito, ma perde contro Pietrangeli, mentre sul Guerin Sportivo, per il fisico non certo erculeo, lo chiamano «il gracile dongiovanni della racchetta». Si ritira nel 1969, ma fino agli anni 80 insegna tennis in giro per il mondo. Nel 1973, quando già lavora in banca, palleggia al Caesar’s Palace di Las Vegas con Borg: quattro mani, una sola leggenda.

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Benvenuti). Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Rossi). La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Tripi)

La rassegna stampa di mercoledì 17 luglio 2019

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Buona la prima per Stefano Travaglia e anche per l’eterno Paolo Lorenzi nel tardo pomeriggio ad Umago. Già salutato Marco Cecchinato, ma in attesa di rivedere all’opera la giovane wild card altoatesina Jannik Sinner che lunedì sera aveva eliminato il portoghese Pedro Sousa, profuma di azzurro la 2a giornata di match a tempo pieno della 30a edizione del torneo inserito nel circuito ATP World Tour 250 series. Travaglia ha superato piuttosto agevolmente il connazionale Thomas Fabbiano e ora diventa anche il primo avversario di Fabio Fognini, testa di serie numero uno e approdato direttamente al 2° turno, per l’ennesima sfida fratricida: 6-3 6-2 il risultato finale in favore di Travaglia. Addirittura massacrante la prestazione vincente alla quale è stato chiamato l’irriducibile Lorenzi che si è imposto sul tedesco Peter Torebko (promosso dalle qualificazioni) al termine di un confronto teso ed equilibrato. Il 7-5 a favore di Torebko, al termine del primo set, è un eloquente biglietto da visita per un match che Lorenzi riapre subito con un palpitante 6-4, per poi andare a festeggiare al termine di un terzo set che si risolve prevedibilmente al tie break. Sotto di 3-1, l’esperto italiano conquista d’impeto la bellezza di sei punti consecutivi e, approfittando anche di un leggero problema fisico dell’avversario, festeggia il passaggio del turno in attesa di affrontare il serbo Laslo Djere.

Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Massimo Rossi, Libero)

 

Se alle sei della sera stai giocando la finale dello slam più importante che c’è, davanti a 15.000 spettatori ostili che inneggiano senza sosta al tuo avversario, e ti trovi sotto 7/8-15/40 al quinto mentre sta servendo l’altro, ma vinci il game e poi anche il match, ti chiami Nole Djokovic. Ma potresti anche chiamarti Roger Federer o Rafa Nadal perché questi tre signori sono assolutamente intercambiabili, e inimitabili per tutti gli altri che si trovano dal quarto posto in giù nella classifica mondiale. Il tennis da molti anni è roba loro, in un modo quasi imbarazzante per gli avversari, giovani e meno giovani. Imbarazzante soprattutto perché questa storia non sembra per niente finita qui, a dispetto dell’età, solo anagrafica, dei tre fenomeni: 38 Roger, 33 Rafa e 32 Nole. Quale può essere il perché di questo inarrestabile potere che rende tre soli giocatori padroni di 54 slam, per non contare le decine di Master 1000 e tutti gli altri tornei ATP? I perché sono fondamentalmente due. Il primo va ricercato nel fatto che questi grandi campioni, a differenza dei loro giovani colleghi della cosiddetta next gen, non hanno mai smesso di studiare, pur essendo, a turno, il numero 1 del mondo. E si vede. Ognuno di loro, ogni anno che passa, mostra chiari miglioramenti anche in quel pochissimo che ciascuno di loro ha da migliorare: Rafa ha oggi un servizio straordinario che prima non aveva, Roger un rovescio non più solo in back ma un colpo con il quale è in grado di condurre il gioco come con il diritto, Nole oltre ad aver superato la crisi di identità che lo aveva portato a perdere addirittura con Cecchinato l’anno scorso, ha trovato una sicurezza nei due fondamentali che di fatto non lo fa sbagliare mai. Cosa, quest’ultima, in cui Nadal è il numero uno indiscusso e che penalizza forse di più Roger, unico dei tre a risentire (si fa per dire…) un po’ di tensione nei momenti topici, tanto da non risultare certo il re dei tie break, come anche la recente finale di Wimbledon ha dimostrato. Inoltre il predominio assoluto di questi tre grandi giocatori va cercato nella loro contestualità. L’essersi trovati a convivere più o meno nello stesso arco di tempo, li ha costretti a migliorarsi a vicenda in un lungo rincorrersi di sfide e di rivincite. Non so se potrà mai ripetersi un fenomeno così. Di certo questi fragili campioncini della nuova generazione scompaiono di fronte a questi tre mostri sacri, e penso che una delle ragioni stia anche nella loro pigrizia, fisica e mentale, che impedisce loro di impegnarsi e sacrificarsi per migliorare sempre, giorno dopo giorno. Pensano di essere a posto così e aspettano che questi si scansino. Temo che abbiano sbagliato i conti, intanto che invecchiano loro.

La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Valerio Tripi, La Repubblica – Palermo)

La numero 5 al mondo, l’olandese Kiki Bertens, guida il tabellone principale della trentesima edizione degli internazionali di tennis di Palermo che si disputeranno da sabato al 28 luglio sui campi in terra rossa del Country Time Club. Dopo sei anni di assenza il grande tennis torna a Palermo con nomi di tutto rispetto se si pensa che a chiudere il tabellone sarà l’ex numero 4 al mondo, l’australiana Samantha Stosur, vincitrice degli Us Open nel 2011. Al “Palermo Ladies Open” le tenniste da battere non saranno solo Bertens e Stosur, ma anche Julia Goerges, n. 25 al mondo, e la ceca Karolina Muchova che, dopo l’exploit a Wimbledon dove ha raggiunto i quarti dopo avere battuto negli ottavi la connazionale Karolina Pliskova, ha scalato 25 posizioni nel ranking, arrivando alla posizione n. 43. Per rimediare all’assenza dal tabellone principale delle tenniste italiane, penalizzate dalla posizione di classifica, oltre alla wild card assegnata dagli organizzatori a Sara Errani, la scelta è stata proprio quella di assegnare gli altri tre pass alle azzurre che occupano la posizione migliore in classifica Wta: Jasmine Paolini, Martina Trevisan e Jessica Pieri. «La classifica mondiale – spiega il direttore del torneo Oliviero Palma – penalizza le nostre tenniste. Per questo in pieno accordo con la Federazione Italiana Tennis si è deciso di offrire l’opportunità alle azzurre di partecipare al torneo del Country concedendo le altre tre wild card. Da tempo, invece, avevamo deciso di assegnarne una a Sara Errani, giocatrice alla quale siamo legati e che a Palermo ha ottenuto alcuni fra i suoi migliori risultati». Lunedì scatteranno le partite del tabellone principale che si disputeranno sui tre campi del Country con turni di gioco che inizieranno alle 16 e andranno avanti fino a sera. […]

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Crivelli). Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Clerici). Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Rossi). Vince ma non piace (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 16 luglio 2019

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

AIla fine, si torna sempre lì. Alla madre di tutte le partite. Anzi, di tutte le sconfitte. Quarti di finale del Roland Garros 2018, Djokovic perde in quattro set da Marco Cecchinato, numero 72 del mondo e sostanzialmente uno sconosciuto a quei livelli. Una delle più incredibili sorprese di sempre. Distrutto, a fine match un Novak spettrale sembra quanto di più lontano possa esserci da un giocatore di tennis che voglia continuare a faticare in campo. Coach Vajda, ricordando quella giornata, dirà: «È stata davvero dura, la sconfitta peggiore, perché non sapevo se avrebbe sopportato ancora di perdere, come ormai gli accadeva troppe volte». Appena 13 mesi dopo Nole non solo è tornato numero uno del mondo (allora era 22), ma ha vinto quattro Slam su cinque, l’ultimo domenica a Wimbledon al culmine di una delle partite più belle della storia che ha sublimato, una volta di più, la sua forza mentale contro un rivale pazzesco come Federer. Siamo di fronte a una delle più incredibili resurrezioni agonistiche di sempre, dopo un percorso tormentato, travagliato, a volte cervellotico ma che alla fine è approdato, per tornare al successo, alle vecchie, solide certezze di un tempo. Lo spartiacque, ancora una volta, è il Roland Garros, ma del 2016, quando Djokovic finalmente si toglie dalle spalle la scimmia dell’unico Slam che gli manca battendo Murray in finale. Dopo cinque anni intensissimi, la rincorsa si è conclusa e la testa perfetta di Robonole si prende una pausa: il tennis con i suoi sacrifici non è più il primo pensiero, ci sono questioni familiari da risolvere e una vita fuori dai campi da scoprire. Il Djoker si affida allora al guru spagnolo Pepe Imaz, ex giocatore che ha un approccio spirituale all’agonismo, pace e amore applicati alle racchette. A fine 2016, e non può essere altrimenti, se ne va Becker, che era con lui dal 2013 e con cui aveva conquistato sei titoli dello Slam, e tre mesi dopo Novak si separa anche da Vajda, dal 2006 fidato consigliere non solo tecnico, il coach che da teenager lo ha fatto diventare uomo. Così, chiama Agassi, che non ha alcuna esperienza da allenatore ma come lui è passato in carriera attraverso la nausea per il suo sport. Un’esperienza sostanzialmente fallimentare, anche perché il serbo nel frattempo decide di operarsi al gomito destro sofferente da tempo e si ferma sette mesi. E quando rientra, un po’ in anticipo sui tempi di recupero consigliati dai medici, si imbatte in due sconfitte pesantissime a Indian Wells e Miami. Nole è l’ombra del campione che fu. Per uscirne, non può che tornare all’antico: a fine marzo 2018 richiama Vajda e ricostruisce tutto lo staff dei grandi successi. Il crollo con Cecchinato, che aveva fatto temere il peggio per il prosieguo della carriera del serbo, sarà l’abisso da cui risalire: «La condizione che avevo posto — rivelerà poi il coach slovacco — era che nel team non ci fosse più Imaz, non volevamo trattare il tennis come una filosofia e non volevamo che Nole fosse influenzato da persone che conoscono il gioco ma non capiscono la psiche di un atleta di alto livello». Malgrado un relazione decennale, ripartire non è stato semplice: «Aveva molti dubbi. Giustamente continuava a considerarsi un campione, è stato difficile lavorare senza guardare il passato e senza pensare al futuro. Gli ho suggerito soltanto di riprendere le sue abitudini. Serviva tanta fiducia reciproca, soprattutto per superare i momenti duri». La finale del Queen’s persa con Cilic è una ripartenza, ma è Wimbledon 2018, in particolare la spettacolare semifinale contro Nadal, che segna definitivamente la rinascita: «La partita della svolta – riconosce Vajda – e un match incredibile. Dopo aver vinto, Novak non ha più avuto la paura della sconfitta». E i tempi del guru sono finiti nell’oblio: «Ora si lavora come un team – sono sempre le parole del coach – e il team di adesso è quello che mi piace di più» […] Nella finale di domenica, nei tre tie break, Federer ha commesso 11 errori gratuiti, Djokovic nessuno. Perché giocare bene conta, ma giocare bene i punti importanti è il marchio dell’immortalità.

Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Gianni Clerici, Repubblica)

 

L’hanno vista tutti […] L’ha vista anche il mio farmacista Carlo forse perché era domenica e non aveva da dispensare consigli ai suoi clienti, come i farmacisti di una volta che scomparivano dal banco per riapparirvi con la scatolina adatta a ogni richiesta. Chissà se la medicina non avrebbe potuto essere utile a Roger Federer, del quale mi si chiede perché abbia perso, mentre io non sono professionalmente in grado di rispondere, anche perché non son riuscito a trovare al telefono un mio ex-allievo che mi ha largamente superato, il coach Riccardo Piatti. Un paio di amici, sorpresi quanto me sulle statistiche che vedete, nettamente favorevoli a Federer, non si capacitano del risultato, apparentemente inspiegabile. Uno che vince nel 90% dei settori, non può alla fine ritrovarsi battuto, commentano. Il quesito è stato forse risolto da un amico che concede, insieme, visite psicologiche e lezioni di tennis, e al quale ho promesso di non rivelare il nome. Lo citerò dunque soltanto quale Gianluca. Quel che potrà tentar di rendere logica la sconfitta di Federer è un dato molto ben nascosto tra suoi, i dati positivi e altrimenti incomprensibili. Si tratta dei punteggi dei tre tie-break vinti da Djokovic. In quelle tre circostanze Nole ha concluso per 7 punti a 5, 7 punti a 4, 7 punti a 3, in decrescendo. Questo significa che, giunti al crepaccio gelato del tie-break bisogna rischiare meno, essere più regolari, più attenti, meno immaginifici, più solidi? Non so spiegarlo io stesso, soltanto i tre risultati dei tre giochi decisivi parlano da soli, forse dovrei scrivere punteggi. Non fosse esistito il tie-break […] come sarebbe finito il match? Ci sarebbero bastate le statistiche dei 52 errori gratuiti di Nole, e dei 62 di Federer? O non avremmo creduto un grossolano sbaglio statistico i 94 punti vincenti di Federer contro i 54 di Djokovic? Sarebbe stato possibile un simile articoletto senza l’intelligente attenzione di Gianluca? Credo di no, e ricordo che sembrerebbe meglio la regolarità della creatività. La saggezza dell’emotività. Ma se avesse vinto Federer?

Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Paolo Rossi, Repubblica)

Paolo Bertolucci non ci ha dormito la notte. Eppure qualche momento intenso nel tennis l’ha vissuto anche lui, che 43 anni fa vinse la Davis. Però la finale di Wimbledon fra Djokovic e Federer, che ha commentato per Sky (7,43% di share nel tie-break del quinto), lo ha toccato. «Mi sembra come se avessi giocato anch’io, dallo stress». Ma è stata davvero la partita più bella di sempre? «Sì. No. Boh. Ma come fai a dirlo? Era più bella Borg-McEnroe? Federer-Nadal del 2008? Ivanisevic-Rafter? È questione di variabili: se hai 60 anni, ne preferisci una. Se ne hai 20, un’altra. Spesso le partite memorabili le abbiniamo a un momento particolare della nostra vita. Quella di domenica è stata fantastica, entra nel novero di quelle indimenticabili. Poi è inutile interrogarsi su quella che sia universalmente “La Partita”». Risultato giusto? «Ha prevalso la tecnica di Djokovic unita alla sua grande caparbietà: la forza di volontà nel momento in cui sembrava finita. Questo ha fatto la differenza in un match così equilibrato» […] La sua telecronaca ha diviso gli spettatori, l’hanno accusata di essere un Federeriano. E sui social l’hanno insultata. «L’udito va dove lo porta il tifo. Ma non parlerei di spettatori, sono tifosi da tastiera. E odiatori: c’è gente che deve aver memorizzato da qualche parte l’incipit ‘figlio di puttana’. Un conto è dire che le mie telecronache sono faziose, e un conto è l’insulto». Contromisure? «Li blocco. Io commento il tennis perché mi piace, perché è uno sport di intenditori e di persone educate. Ovvio che se esci dalla nicchia poi il rischio è quello, e poi non puoi piacere/accontentare tutti. Me ne hanno dette di tutti i colori anche dopo Federer-Nadal, eppure Benito Barbadillo – portavoce di Rafa – mi ha scritto ringraziandomi […]

Vince ma non piace (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Creano turbamenti, le sconfitte di Federer. È cosi da sempre, e oggi di più. Nel sentimento comune l’immagine del Più Grande sconfitto si accompagna a quella di una carriera ormai alle ultime battute, e le percezioni che ne derivano sono insopportabili per la gran parte degli appassionati. E sono milioni in tutto il mondo […] L’indomani di una sconfitta così dura da accettare è sempre il più difficile. Domenica sera Federer, un po’ intontito, ne ha preso atto. Ieri è stato probabilmente il giorno in cui la recuperata lucidità gli ha consentito di darsi, in cuor suo, del fesso. La gran parte dei commentatori ha tentato di spiegare che cosa avrebbe o non avrebbe dovuto fare, senza avvedersi del fatto che così facendo finiscono per fargli un torto. Ovvio, le spiegazioni, anche quelle tecniche, servono sempre, e ancora di più serviranno un domani, quando questa stirpe di tennisti iscritta al Club dei Favolosi (i Fab Four, un tempo; oggi Fab Three; e in qualche breve ma lieta occasione anche i Big Five, con le aggiunte a turno di Wawrinka e Del Potro) sarà andata in pensione, e al suo posto ci sarà spazio per i più giovani, tutti aitanti e fortissimi nel fisico, ma tutti fatti con lo stampo. Allora, nel gioco a specchio che vedremo, magari ammirati dall’efficienza di quelle perfette macchine da guerra, sarà utile prendere atto di un colpo che poteva essere fatto, e di un altro che sarebbe stato meglio evitare. Ma con Federer, Nadal e Djokovic, è quasi una perdita di tempo. Essi rappresentano, più che il gioco del tennis, il gioco della vita. Ognuno di essi è il perfetto fenotipo del suo modo di essere, e per estensione del modo di essere di molti tra noi. Il tennis di Federer non potrebbe mai tralasciare una dose di rischio, perché ama completarsi nella bellezza, ed è uno scopo alto, così come è alto il prezzo da pagare. Quello di Nadal è il tennis di chi ama assaltare i problemi, ed è fatto di scontri fisici e mentali. Quello di Djokovic, infine, è il tennis di chi sa tesaurizzare, e sa che in ogni conquista vi deve essere una quota sua e una offerta invece dagli altri. Il più sparagnino? Come vi pare, ma che straordinaria dote quella di essere sempre pronto ad approfittarne. È difficile nella vita reale, ma se la riportate al tennis, alla velocità con cui viaggiano i colpi, alle dimensioni ristrette del campo, date retta, è quasi un miracolo la sua capacità di colpire sempre al momento giusto, di prendere campo quando l’avversario gliene offre appena un centimetro. Domenica, a tradire Federer è stata l’emozione. Non è la prima volta che gli capita… Sono 22 in carriera i match dispersi con almeno un match point a favore. Ma quando si giunge alla palla che vale il match, significa che tutto ciò che si doveva fare per vincere è stato fatto. Tranne quell’ultimo piccolo segmento da aggiungere al resto. Appropriarsene, come ha fatto Djokovic, dà la misura della sua qualità. Resta il confronto fra i tre. Nei giorni scorsi, per divertimento, si è scritto di Goat e biGoat, indicando due “greatest of all time”, Federer e Nadal. E la scelta del pubblico, badate, non la nostra. Lassù ci sono quei due, non ancora Djokovic, che piace un po’ meno. Potrebbe cambiare tutto se Nole superasse entrambi nel conto delle vittorie Slam? Difficile, proprio perché nel gioco della vita, la sua scelta è quella che ottiene minori consensi. Ma certo si riaprirebbero infinite discussioni […]

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