Grand Slam, quinta e ultima parte: ATP Finals - Pagina 2 di 2

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Grand Slam, quinta e ultima parte: ATP Finals

Il racconto più intrigante della off season, purtroppo, si conclude. Con una tappa italiana in cui vengono svelati molti misteri

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

XXXI°

San Pietroburgo, Russia, Mercoledì 14 settembre

  • Bentornato, amore.

Disse la signora Demtchenko che da mezzo minuto, da quando aveva visto il taxi fermarsi davanti alla porta di casa, si era appostata dall’altro lato di essa pronta ad accogliere con un sorriso suo marito Vassily. Non tornava a casa molto spesso, i ritmi del tour non lo permettevano granchè. Ma dopo gli US Open finalmente qualche settimana di pace ci sarebbe stata. Niente trasferta in Cina, per lui e per i suoi. Kiraly voleva rientrare a giocare piccoli passi. Groen non aveva la classifica. Lui, le energie.

Vassily accarezzò il cane festeggiante e come prima cosa sprofondò sul divano. La prassi era sempre la stessa: un caffè, una doccia, un tè coi biscotti al tavolo insieme alla compagna di vita. Compagna di un quarto di vita a dire il vero, questo era quanto riusciva a dedicarle nel corso dell’anno. In una scatola di scarpe, come sempre, la signora Irina aveva raccolto la posta in arrivo nelle ultime settimane. Vassily cominciò a spulciare.

 
  • C’è una lettera della Tennis Integrity Unit
  • Si ho visto. Ho già ricevuto comunicazione via email. Voglio solo controllare che si tratti della stessa cosa.

Vassily aprì la missiva; la lettera all’interno era stampata su carta da 120 grammi. Finezze di cui solo gli inglesi sono capaci.

Gentile signor Vassily Demtchenko,

con la seguente le comunico un aggiornamento riguardante il suo invito a comparire per la giornata di Lunedì 26 Settembre presso gli uffici della Tennis Integrity Unit di Roehampton. Successivamente ai colloqui avuti in via preliminare nel mese di giugno nel complesso di Wimbledon, Londra, alla presenza del sottoscritto Signor Connor Veyveris; ai risultati della successiva indagine investigativa; alla comparazione con le testimonianze rilasciate dal Signor Sandor Kiraly, sempre in Wimbledon nel mese del Giugno passato

Si informa che la Tennis Integrity Unit dichiara la procedura di cui lei oggetto conclusa, con la seguente motivazione:

Non sussistono elementi di reato.

La sua presenza per la data del 7 dicembre non è pertanto necessaria. La ringraziamo per la cortese disponibilità e le auguriamo un buon presieguo di stagione.

In fede, Connor Veyveris

  • Buona notizie tesoro?
  • Si amore. Buone notizie.

XXXII°

Palasport Olimpico, Torino, Italia – Giovedì 17 novembre ore 23:18

Erwin Siles entrò in conferenza stampa pronto alle domande più disparate. Dopo la terza e ultima performance in quel di Torino sapeva che i giornalisti si sarebbero scatenati. Prese posto sulla comoda poltrona e rivolse un genuino sorriso a tutti.

  • Horacio Rincon, Marca. Tre match, tre sconfitte e zero set vinti. Un bilancio certamente inatteso. Quando ha influito la preparazione su questa performance?
  • Decisamente presentarmi qui con sole due settimane di allenamento dopo che avevo fisicamente, e anche mentalmente, appeso la racchetta al chiodo, non è stato semplice. Ma l’avevo messo in conto. Sapevo che avrei potuto fare una figuraccia, non è un dramma. Questo risultato non è così negativo come possa sembrare. Anzi, sono le sconfitte più belle della mia carriera
  • Hikaru Matsuda, Sports Nippon. Chi è il tuo favorito ora per la vittoria finale?
  • Tutti i quattro semifinalisti sono giocatori di vertice. Foley vorrà riscattarsi dopo una stagione senza slam. Maslevic è forse il più in forma di tutti, mi ha massacrato stasera. Bartlett e Domratchev stanno coronando una stagione straordinaria. Sono curioso anch’io, sarà un grande spettacolo.
  • Kaisa Ristomaatti, Melbourne Observer

Rieccola qua, mi mancava quasi. L’hanno mandata anche al Master di fine anno.

  • … La notizia del suo rientro ha stupito tutto il mondo tennistico. Cosa l’ha spinta a cambiare idea e ritornare sul campo?
  • È stato un mix di cose. Mi piaceva tornare a sentire il calore della folla, l’ambiente del torneo. Rimettermi alla prova sotto una situazione nuova. Sono forse troppo giovane per ritirarmi. Non lo so, molti pensieri girano per la mia testa e nella pausa invernale prenderò una decisione definitiva… Ma, per rispondere alla sua domanda, c’è un innato desiderio di competizione in tutti noi sportivi: quello che ci spinge a dare il massimo, provare sempre e non arrendersi mai. Prendiamo il caso di Kiraly, dopo tutto quello che ha passato, è tornato a giocare. Siamo fatti per colpire una pallina con una racchetta, non possiamo farne a meno.

XXXIII°

Palasport Olimpico, Torino, Italia – Domenica 20 novembre ore 18:22

We are the Champions dei Queen scemava pian piano all’interno del Pala Alpitour, mentre i giochi di luci si ricomponevano al centro del campo; andarono a puntare sulla figura di Samantha Carminati, la celebre influencer di Instagram che non capiva una mazza di tennis, però ormai sponsorizzava tutto ed era divenuta testimonial e madrina delle Finals di Torino per i primi 3 anni.

  • Grazie Torino! Su le maniiiiii

Starnazzava dal campo urlando dentro il microfono come se non ce l’avesse e volesse farsi sentire dai 15mila del palazzetto.

  • Abbiamo assistito a una meravigliosa finale vero? Una partita che meglio non si può vorrei dire. Allora, è il momento delle premiazioni. Ma prima i ringraziamenti. Un grazie meraviglioso al comune di Torino, all’organizzazione e soprattutto agli sponsor: Salumi Benetto, affettati con affetto. Cazzulati fashion, per lui per lei e per tutti. Arredobagni Koenig: complementi senza troppi complimenti. Autolavaggio…

Agli ospiti in attesa di essere premiati scappava qualche risatina per questo show nello show, nonostante nessuno di loro capisse l’italiano. Lo sloveno Maslevic si era laureato campione dopo 3 set lottati contro Foley, che chiudeva l’anno senza titoli pesanti. Ma sarebbe stato premiato per ultimo. Prima i riconoscimenti ATP.

  • Giocatore dell’anno, e non poteva essere altrimenti, Erwin Siles!

Un faro si accese illuminando il boliviano, che raggiunse la madrina al centro della scena ricevendo dalle sue mani un pesante trofeo a forma di numero 1. Una scena simile si ripetè con tutti gli altri onorati della sera.

  • Allenatore dell’anno. Vassily Demtchenko!
  • Niùcamer dell’anno. Sandor Kiraly!
  • Most impruvd pleier. Di nuovo Erwin Siles!
  • Special praiz for the developpment of tennis. Mr Madison per la Smash!

Signori, un sorriso, qui! Urlavano i fotografi accosciati a pochi metri. Un bel sorrisone tutti insieme!

Flash!

XXXIV°

Aeroporto Internazionale Sandro Pertini, Caselle Torinese. Lunedì 21 Novembre ore 12:15

Come nei film, per gli eroi protagonisti era giunto il momento, proprio sul finale, di dividersi. Non per molto. Un mesetto o poco più di relax, vacanze in qualche posto caldo, una visita alla famiglia, un Natale con i tuoi e da fine dicembre ci si sarebbe di nuovo ritrovati in Australia, dove questa pazza stagione era cominciata. Vassily fu il primo ad accomiatarsi. Dal centro città prese un bus per Malpensa, dove c’erano voli più comodi per Mosca. Sandor e Claude viaggiarono insieme fino a Caselle. Passarono i controlli insieme e dopo il metal detector. Fu il momento dei saluti.

Il Volo Ryanair 4865 delle ore 12 e 45 con Destinazione Brussels Charleroi è pronto per l’imbarco al gate A6. Si pregano i signori viaggiatori che hanno acquistato il biglietto prioritario di…

  • Buon volo Claude. Grazie ancora di tutto. Ci vediamo fra un mese.
  • Ciao campione. Non gozzovigliare troppo.

Il giovane fiammingo sparì oltre il gate dopo aver presentato il passaporto. Sandor doveva attendere un’oretta il suo volo per Budapest e si accomodò in un bar. In tutta la settimana non era ancora riuscito a provare un Bicerin, la tipica bevanda locale. E con il freddo novembrino era quasi d’obbligo. Ne ordinò uno e si accomodò al tavolo per rispondere a qualche tweet dei vari fan.

  • Sandor?

Come non detto, i soliti ammirat..

  • Sandor! Che coincidenza!

Kiraly sollevò la testa dallo schermo e strabuzzò un paio di volte gli occhi per essere sicuro che di fronte a lui ci fosse proprio quella persona.

  • Kaisa? Cosa ci fai qui…
  • Sto tornando a Tampere. Ho seguito le finals da giornalista. Complimenti per il premio. Meritatissimo. Ero in tribuna stampa ad applaudirti.
  • Grazie. Come stai?
  • Bene e tu?
  • Non stare in piedi, siediti. Prendi qualcosa?
  • Cosa stai bevendo?
  • Una roba del posto: so che c’è del caffè dentro, il resto è un’incognita.
  • Uno anche per me allora.

La giovane finlandese si tolse il cappotto e prese posto mentre Sandor ricercava l’attenzione del cameriere. Aveva riconosciuto il suo ex flirt e il gesto di chiamarlo era stato istintivo. Ma ora si stava domandando, con l’imbarazzo che pian piano cresceva, se fosse stata una buona mossa? Era tutto passato? Tutto perdonato? O dopo dieci mesi ancora Sandor gli serbava rancore?

  • Sapevo che ormai ti eri appassionata di tennis. Ero convinto che ti avrei rivisto a Wimbledon e New York. In sala stampa.
  • A Wimbledon non c’ero. A New York… Beh devo essere onesta. Non so se avresti gradito rivedermi.
  • E perché mai?
  • Beh, non mi sono comportata bene dopo il tuo incidente.
  • Acqua passata.
  • Sai, la fama, lo stress… Tutto un nuovo mondo cui non ero abituata. Ho capito che non faceva per me.
  • Kaisa, sono sincero: ti capisco. Adesso sì. Lì per lì sono stato furioso, durante la convAlescenza mi sono sentito tanto solo. Forse avresti potuto spiegarti invece di scappare. Ma a parte questo, ripeto: non devi sentirti in colpa per nulla.

La ragazza si sentì sollevata. Il senso di colpa l’aveva accompagnata ancora adesso, a distanza di tanto tempo.

  • Ho ancora il tuo braccialetto, sai?
  • Quello che ti regalai il giorno prima della finale?

Con un gesto teatrale Kaisa scoprì il suo avambraccio sinistro, lasciando intravedere un filamento di color dorato intervallato da numerosi cristalli e perle. Un sorriso pervase il volto di entrambi, e subito dopo d’istinto gli sguardi dei due caddero sul polso di Sandor.

  • Ehm…
  • Non devi giustificarti, Sandor. Un regalo è un regalo, ognuno ci fa quello che vuole. È la tua privacy.
  • Ok.
  • L’hai buttato vero?
  • Mi hai appena detto che non avresti chiesto…
  • No, ho detto che è un tuo diritto farci quello che ti pare.
  • Ecco, ci ho fatto quello che mi pare.

I due incrociarono gli sguardi e scoppiarono in una gran risata in contemporanea.

  • Forse è un bene che ci siamo separati. Ci rivediamo dopo dieci mesi e in tre minuti litighiamo.
  • Colpa tua, come sempre

Precisò con ironia Kaisa.

  • Sei mai stato in Finlandia?
  • No; non ci sono tornei lì.
  • Magari potresti venirci qualche volta, a visitare un’amica.
  • Non ne ho bisogno, so che è stata assunta dal Melbourne Observer e quindi la vedrò a gennaio in Australia.
  • Solo se rilascerai nuove interviste in esclusiva. Anzi cominciamo ora: con che casa firmerà per la prossima stagione, signor Kiraly?
  • Chi ti ha detto che firmerò con qualcun altro?
  • Non lasci la smash?
  • In realtà ora non lo so. L’incontro che abbiamo avuto mi ha lasciato qualche dubbio. Soprattutto su ciò che è successo a Melbourne. Credevo di avere delle spiegazioni per il mio malore e forse ora non le ho più.
  • Non capisco.
  • Non è importante. Acqua passata pure quella.

Il Volo Wizzair 432 delle ore 13 e 35 con Destinazione Budapest è pronto…

  • Accidenti, è il mio. Devo scappare!
  • Ti accompagno al gate.

I due attraversarono a passo sostenuto la zona partenze raggiungendo l’imbarco mentre un gruppo di magiari litigava con la hostess sulle dimensioni di un bagaglio a mano.

  • Ciao Sandor. A presto allora…
  • A presto Kasia. Scusami ancora se ho buttato l’orologio.
  • Ah, l’hai buttato quindi?
  • Mi sembrava di avertelo detto fra le righe.
  • Non fa niente. Te ne prenderò uno uguale. Di nuovo con la dedica.
  • Quale dedica.
  • Quella che ti avevo fatto incidere sul retro.
  • Sei sicura?
  • Certo che sì. Ma non mi stupisce che tu non l’abbia notato.
  • Ma come avrei potuto non notar…
  • Signore! Dobbiamo imbarcare.

Gli ungheresi litigiosi avevano risolto la loro quisquilia sui bagagli e restava solo Sandor davanti al gate.

  • Va bene, non è importante. Ti chiamo appena atterro. Un bacio!
  • Un bacio Sandor. Ci vediamo presto

XXXV°

Kortrijk, Belgio, Lunedì 31 dicembre 2018, ore 23:30

  • Papà, posso entrare?
  • Vieni Claude.

Il ragazzo 14enne aprì la porta del magazzino in cortile. Il capanno era ben riscaldato e una zaffata di odori di parti meccaniche bruciate lo investì mentre gli occhiali si appannavano.

  • Papà, manca mezz’ora a mezzanotte. Non puoi venire a festeggiare con tutti noi?
  • Hai ragione Claude. Scusa mi sono assentato dieci minuti…
  • È quasi un’ora.
  • Quando hai una passione il tempo vola. Vieni, ti faccio vedere.

Il signor Groen schiacciò un pulsante. Una scarica di corrente passò attraverso un tubo pieno di gas producendo filamenti di colori fluorescenti, come un’aurora boreale sottovetro.

  • Wow!

Non potè fare a meno di esclamare l’adolescente. Claude a volte pensava che il papà amasse i suoi esperimenti più dei suoi figli, e se fosse nato nel secolo precedente sarebbe stato un altro Tesla o Edison. Però le cose che creava erano indubbiamente belle. A volte anche utili.

  • Ti piacerebbe costruire qualcosa del genere?
  • Certo papà.
  • Allora da domani verrai in magazzino con me. Prima lezione di elettromagnetismo.
  • Papà, non voglio fare l’elettricista da grande. Voglio fare il giocatore di tennis.
  • E lo farai Claude. Sei un talento. Ma sai, qualche conoscenza in più non fa mai male. Non si sa mai quando, nella vita, potrà tornare utile.

FINE

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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